lunedì 13 giugno 2011

I fiori del bene

~ PRIMA DI DIRE «SORELLA ACQUA»
E GIOCARE A FARE I FRANCESCANI IN POLITICA ~

Dopo che l’agitarsi di preti e laici intorno a «sora acqua» ha fatto da apripista alla vittoria di una fazione politica che con l’acqua francescana ha davvero poco a che vedere, è meglio rammentarsi della figura di san Francesco come la raccontano i suoi discepoli, liberandoci dai cliché ridicoli che riducono l’alter ego di Cristo a un fraticello pacifista e sinistrorso. Insomma, non tirate per il saio Francesco dalla vostra parte politica. Ascoltate i testimoni, gli agiografi incantati dei Fioretti.

«In prima è da considerare che ’l glorioso messere santo Francesco in tutti gli atti della vita sua fu conforme a Cristo benedetto: ché come Cristo nel principio della sua predicazione elesse dodici Apostoli a dispregiare ogni cosa mondana, a seguitare lui in povertà e nell’altre virtù; così santo Francesco elesse dal principio del fondamento dell’Ordine dodici compagni possessori dell’altissima povertà. E come un de’ dodici Apostoli, il quale si chiamò Iuda Scariotto, apostatò dello apostolato, tradendo Cristo, e impiccossi se medesimo per la gola: così uno de’ dodici compagni di santo Francesco, ch’ebbe nome frate Giovanni dalla Cappella, apostatò e finalmente s’impiccò se medesimo per la gola. E questo agli eletti è grande esempio e materia di umiltà e di timore, considerando che nessuno è certo perseverare infino alla fine nella grazia di Dio. E come que’ santi Apostoli furono a tutto il mondo maravigliosi di santità e d’umiltà, e pieni dello Spirito Santo; così que’ santi compagni di santo Francesco furono uomini di tanta santità, che dal tempo degli Apostoli in qua il mondo non ebbe così maravigliosi e santi uomini». Fedelissimo nell’imitazione del Crocifisso, con un Giuda impiccato tra i suoi, non si sente qui l’aria melliflua del francescanesimo di maniera.

Aveva donato tutte le sue ricchezze e quelle dei suoi amici, abbandonando anche la propria croce per seguire quella di Cristo. Fece molta penitenza, ed eccessiva: «frate Bernardo disse: ‘Or dite, padre quello che voi volete ch’io faccia’. Allora disse santo Francesco: ‘Io ti comando per santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e l’ardire del mio cuore, ora ch’io mi gitterò in terra supino, mi ponga l’uno piede in sulla gola e l’altro in sulla bocca, e così mi passi tre volte e dall’uno lato all’altro, dicendomi vergogna e vitupero, e specialmente mi di’: ‘Giaci, villano figliuolo di Pietro Bernardoni, onde ti viene tanta superbia, che se’ vilissima creatura’».

Un tale uomo non credeva che il senso della sua missione fosse nell’apparire santi e perbene alla pubblica opinione («Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia»), né tantomeno che il senso della vita fosse nella conoscenza e nella scienza: «O frate Lione, se ’l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». O anche: «O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». Spiegando quindi dove trovare la chiave della felicità: «‘Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ’l portinaio verrà adirato e dirà: ‘Chi siete voi?’ e noi diremo: ‘Noi siamo due de’ vostri frati’; e colui dirà: ‘Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via’; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: ‘Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete’; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: ‘Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni’; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia». Solo tipi del genere possono parlare di «sorella acqua» senza apparire ipocriti e ridicoli. Se uno dice «frate Sole» non lo si confonda con un ecologista, ci si ricordi che più in là dice anche «sorella morte corporale», è un santo cristiano che brama il Cielo non un politico.

A chi si inorgoglisce nel condannare i costumi morali degli altri, Francesco ricordava che è compito del cristiano sentirsi il peggiore, non l’eletto, agli occhi divini: «quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me; e però a fare quell’operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno». Perciò quando parlava, talvolta, come capitò ai patriarchi biblici, Dio appariva in mezzo a lui e i confratelli, e talvolta i suoi santi celesti.

E trasformò un lupo feroce in una specie di agnellino, le tortore selvatiche in tortore domestiche, un frate indemoniato in un buon cristiano, affrontò anche i «ladroni omicidi» senza vezzeggiarli, anzi rimproverandoli aspramente, convertendone uno in un pio frate: e queste son cose che permettono di parlare onestamente di «sorella acqua». Senza dimenticarsi che per Francesco anche il lupo appariva un fratello piuttosto che un violento minaccioso.

Ma non era un frate «dialogante» con le altre religioni, semplicemente un annunciatore del Vangelo. Si recò con dodici confratelli dal «Sultano di Babilonia» (il nipote del Saladino), nelle terre dei saraceni, «ove si guardavano i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco». Certo, non offriva le chiese per la preghiera musulmana.

Non trescava neppure con l’eresia catara, non vedeva ossessivamente il mondo diviso tra bene e male, ammirava anzi la meraviglia del creato e rispettava la gerarchia ecclesiastica, anche quando gli uomini che la incarnavano apparivano corrotti: di fronte a un prete peccatore si limitò a baciargli le mani che consacravano l’ostia. A differenza dei catari, mangiava carne e uova, rispettava tutte le creature senza confondere gli animali con l’uomo, posto da Dio sopra l’intero universo.

In politica si può ricorrere a una simile figura? Non si tratta forse di un uso strumentale, e un po’ ignobile, di un santo irraggiungibile per fini assai vili? Si penta dunque chi giubila stasera in nome di Francesco per una vittoria di Pirro e terribilmente mondana.

sabato 11 giugno 2011

Il curato di madame Bovary

~ UN PRETE PROGRESSISTA MESSO IN SCENA DA FLAUBERT ~

Per ricordarci che lo scontro tra una modernità barbarica e il cattolicesimo non risale al Novecento e che i tentativi talvolta maldestri e perniciosi degli ecclesiastici per convertire questi nuovi barbari vengono da più lontano dell’ultimo concilio, leggiamo le parole di Flaubert in una lettera alla sua amante Louise Colet. L’autore di Madame Bovary ritrae un prete confessore pieno di zelo sociale ma poco sensibile alle malattie dell’anima. Responsabile indiretto dello smarrimento progressivo della povera protagonista del romanzo, confusa dalla «pornografia del sentimentalismo» (come avrebbe potuto dire la scrittrice cattolica Flannery O’Connor).

«Finalmente comincio a vederci un po’ chiaro nel mio dannato dialogo col curato… Voglio esprimere questa situazione: la mia donnina, in un acceso di religiosità, va in chiesa, trova sulla porta il curato, il quale in un dialogo (senza un soggetto determinato) si mostra talmente stupido, piatto, inetto, taccagno, che lei se ne torna disgustata, indevota; e il mio curato è un bravissimo uomo, anzi eccellente, ma pensa soltanto al fisico (alle sofferenze dei poveri, alla mancanza di pane o di legna), e non indovina i vacillamenti morali, le vaghe aspirazioni mistiche; è castissimo e osserva tutti i suoi doveri. La scena deve occupare sei o sette pagine al massimo e senza una riflessione né un’analisi (tutto in dialogo diretto)» (Lettera dell’aprile 1853, in Correspondance, Conard, pp.166-167).

Anche «senza una riflessione» e senza commenti, le poche righe citate dovrebbero esser d’ammaestramento a quei preti, bravissimi uomini anzi eccellenti, che in qualche chiesa hanno celebrato in questi giorni il sacrificio della messa su uno straccio che penzolava verso i fedeli con la scritta cubitale che ingiungeva di votare «quattro sì ai referendum». In fondo il buon curato tendeva a farsi simile al farmacista Homais, la quintessenza del ridicolo progressista votato a tutti i luoghi comuni. A questo punto, «Madame Bovary siam noi», fedeli che ce ne torniamo dalla chiesa indevoti.
.

domenica 5 giugno 2011

Roma senza papa

~ I PROFETI DI CINECITTÀ «SUPER HANC PETRAM» ~

«Silete theologi» che dibattete sugli squarci più o meno catastrofici introdotti dal Vaticano II, obbedite all’intimazione di Alberico Gentili, disertate il forum animato da Sandro Magister, raccoglietevi per ascoltare le verità dei cinematografari che profetizzano con una certa tracotanza sulla Chiesa di domani. «A San Pietro, a San Pietro!», risuonava ancora onesta la parola d’ordine che concludeva Lo sceicco bianco, «dal papa, dal papa!» era l’invito felliniano che riconciliava nell’abbraccio del Colonnato le coppie e le famiglie. Nella stessa privilegiata location, due film recenti, uno con la semplicioneria americana, Angeli e demoni, e uno italiano, romano, ideato e girato nei quartieri che circondano il Vaticano, Habemus papam, sembrano pronunciare pur in trame assai diverse un medesimo oracolo. L’americano riecheggiando i luoghi comuni dominanti sulla Chiesa e le inesattezze storiche degli anticlericali in un thriller strampalato, dando corpo sul set unico alle fantasticherie paranoiche; il ‘romano’ narrando di una Santa Sede scettica e scanzonata, secondo l’immaginario di Fellini, ancora lui, quando scambiava i cardinali eminentissimi con le comparse argutissime, e ricorrendo anche al pittoresco di Mario Giacomelli. Ma tutti e due i film sono incatenati a quel balcone, turbati dall’ora cruciale della sede vacante, fantasticano intorno al vuoto che si apre con la morte del sovrano, fanno rivivere la paura dei sudditi papalini quando il cardinal camerlengo rompeva l’anello piscatorio e annunciava che il trono di Pietro era senza titolare mentre negli appartamenti apostolici si scatenavano i saccheggi. Roma senza più papa fu l’angoscia di Francesco Petrarca, di Caterina da Siena, di Cola di Rienzo.

Il film sull’eletto che non osa accettare fino in fondo l’investitura divina ricorderà forse il romanzo di Guido Morselli, Roma senza papa del 1966, con un pontefice ombroso e silente, auto-esiliatosi a Zagarolo. Fantascienza vaticanista che provava a immaginare, nel fine secolo post-conciliare, ogni violazione delle forme della Catholica. L’Urbe «protestantizzata», i «reverendi con signora», i reverendi che figliano, i «padri francesi che vogliono l’abolizione delle ‘residue discriminazioni tra buddhismo e cristianesimo’» e i vecchi che non leggono più l’«Osservatore Romano» ritenendolo un giornale troppo scandalosamente neofilo; eppure la messa si dice ancora in latino. Altro che la paura di ricoprire il ruolo di Vicario di Dio, il tentennamento di fronte al peso di sciogliere quaggiù quello che automaticamente dischiuderà le porte del Cielo - quasi virtuosa una simile umiltà benché eccessivamente pavida, umana, nella tradizione aperta da Pietro che rinnegava Gesù per vigliaccheria; nel suo romanzo Morselli annunciava ben più tristi stagioni ecclesiastiche, quando il cattolicesimo sarebbe diventato un soufflé sotto i colpi del caos teologico, nell’anarchia delle sètte. E già si incontravano gli orrori post-conciliari, la musica sacra ridotta a trivialità pop, la temerarietà di benedire «l’Anticristo psicoanalitico», la contaminatio con l’evoluzionismo, la teologia anti-missionaria che si rammarica che i bantù e i bashuana non abbiano «convertito gli europei invece di lasciarsi convertire», auspicando «una bilateralità di apostolato». Con qualche decennio di anticipo, Morselli scrive che «il cristianesimo è pronto a consacrare unioni stabili fra i sessi di qualunque segno». Intanto «la Chiesa sta ripudiando la sua romanità fastosa, e festosa, persino a Roma. Vedremo se ci riuscirà; città e razza qui sono felicemente refrattarie […] La Chiesa è in cerca di una austerità […] Dichiara guerra al visibile. Al senso. Niente Tobriand, niente amore pagano. (Il matrimonio ecclesiastico è una sconfitta della carnalità. Non una sua vittoria di sicuro)».

Il cinema cerca di surgelare il flusso televisivo illudendosi di possedere in tal modo un piccolo privilegio artistico. Ricorre perciò all’onnipotenza dell’io narrante, agli stratosferici investimenti finanziari, all’eccesso temporale (nella lentezza e nella celerità), ai divi globali. Così facendo resta più attaccato all’apparecchio domestico, fedele nell’enfasi, nella amplificazione delle icone del più piccolo schermo. Ecco allora i due film in questione rilanciare quello che l’umanità ha visto per giorni incollata al televisore, durante i funerali del beato Giovanni Paolo Magno, nel 2005, e durante il conclave che ha eletto il timido Benedetto, eroico nella battaglia dell’ortodossia, incerto nei rapporti con le folle. E ci ricamano sopra, sfruttando quelle immagini fisse nella memoria, utilizzando il carisma della scena cattolica. Angeli e demoni come Habemus papam mettono bocca nelle cose religiose e ripetono tiritere da gazzettieri: la Chiesa deve accettare la scienza, la Chiesa deve modernizzarsi, la Chiesa deve aprirsi, come ripete il confuso Michel Piccoli interprete del papa codardo. Però i registi si lasciano incantare proprio dalla tradizione, dai rituali antichi, dalle procedure misteriose, dalle tende rosse che si aprono al mondo, sipario metafisico, dal superbo spettacolo liturgico che mostra urbi et orbi all’umanità colui che rappresenta Dio su questa terra. Insomma, al di là delle intenzioni, al di là degli appelli progressisti affinché la Chiesa bimillenaria non sia più la Chiesa bimillenaria, il cinema prova a sedurre le platee con la potenza delle immagini di piazza San Pietro. D’altronde, Roma senza papa è «una femmina senza marito», leggiamo di nuovo nel romanzo dello scrittore bolognese. «Vène er Duemila – osserva imbronciata una fioraia ambulante, a Trinità dei Monti, – e che ce resta? Er Presidente de la repubblica. Ce serve assai!».

lunedì 30 maggio 2011

Le rose di maggio

~ PARLA NOVALIS ~

Rose che non profumano più – frutto di complicate ibridazioni che ne indeboliscono l’aroma (ma si dimentica anche, imperiti, che la fragranza ha le sue ore canoniche) – si scompongono nei nostri giardini dopo uno show mattutino, si sfrangiano e si dissolvono, spargendo intorno petali in funerei accenni alla caducità, secondo il loro destino assai effimero: è il mese di maggio, una malinconica festa della Primavera. Dimenticato ormai, anche nelle chiese di campagna, il mese mariano, quando quei fiori adornavano, ogni giorno nuovi, le immagini della Deipara, la Rosa Mystica per eccellenza. Avvolto completamente nell’oblio l’altarino domestico, il luogo aulentissimo della casa, gli esercizi devoti, il florilegio anche spirituale dei piccoli sacrifici quotidiani, i ‘fioretti’, in trobadorico omaggio alla Dama. Ecco la più gentile delle iconofilie. Così fu cristianizzato il «cantar maggio», un rosario quotidiano, una ghirlanda intrecciata per una donna celeste, quando l’«espace d’un matin» si cambiava in eternità. Risuonava l’antifona dell’Assunta: «Vidi speciosam sicut columbam ascendentem desuper rivos acquarum cuius inestimabilis odor erat in vestimentis eius. Et sicus dies verni circumdabant eam flores rosarum et lilia convallium» (Ho visto una bellissima venire su come una colomba dalle acque correnti di ruscelli, e i suoi vestiti emanavano un profumo inestimabile. E come in giornate di primavera, la circondavano fiori di rose e gigli di vallata). Piogge di rose trasponevano gli antichi culti nel socialista «May Day», come nelle incisioni di Walter Crane, aggraziando una sinistra ancora virtuosa e rispettabile.

«Nel tardo autunno ci si ricorda della primavera come di un sogno dell’infanzia» – scriveva Novalis nel suo grande sogno poetico Cristianità o Europa. Dove spiegava come la Catholica avesse civilizzato una umanità selvaggia, educando rozzi maschi a comporre serti fioriti e a deporli nelle edicole dedicate a una donna, a una regina. In questo modo «le inclinazioni più selvagge e struggenti dovevano piegarsi alla venerazione», mentre santi uomini «non predicavano altro che l’amore alla santa e bellissima Signora della Cristianità». E «con quale serenità si lasciavano le belle riunioni nelle chiese misteriose, che erano ornate di edificanti immagini, piene di dolci vapori e animate da una musica santamente esaltante». «L’antica fede cattolica [...] era cristianesimo applicato, divenuto vivo. La sua onnipresenza nella vita, il suo amore per l’arte, la sua profonda umanità, l’inviolabilità dei suoi matrimoni, la sua filantropica espansività, il suo amore per la povertà, per obbedienza, per la civiltà, lo fanno riconoscere come pura religione…». Di quel mondo già rimpianto dai romantici restava traccia, ancora nelle infanzie di noi più vecchi, nel maggio mariano, nelle rose di Venere che finivano sul capo di una vergine.

PICCOLA POSTILLA
A distinguere la rosa dagli altri fiori nell’austero paesaggio italico, soccorrono le sapienti parole di Rudolf Borchardt: «L’esclusione del fiore dai giardini dell’Occidente [fino al Quattrocento] era avvenuta per influsso dell’Italia. Italici, latini, romani, italiani, quando tornano alla natura – e lo fanno con tanta passione, come nessun altro popolo – sognano un paradiso perduto in cui possano sentirsi coltivatori; e, nelle loro tragiche sventure storiche di cittadini, si rivolgono agli antichissimi dèi dei loro antichi mondi contadini ordinati e severi che distinguevano nettamente tra stabilità e seduzione, cultura e natura. Presso Orazio, nulla fiorisce, anzi egli bandisce i fiori con la voce della antica religione italica della virtù contadina. Qui è ammessa soltanto la rosa, purché accompagnata al vino e all’olio sacro…» (Il giardiniere appassionato).

mercoledì 25 maggio 2011

Di un barocco pedigree

~ LA SFILATA DEI SATURNINI
PER NOBILITARE LE AVANGUARDIE
~

Il 7 di maggio si cita l’allegra invettiva di Raffaele La Capria contro i concettualizzatori che soffocano l’arte con astrattezze scoraggianti, spesso nient’altro che tautologie, e subito una lettrice amica evoca la «barrueca» a stretto giro di posta: «… In fondo già i barocchi erano grandi concettuali, creavano opere bellissime e dense di parole e pensiero. Chi meglio di loro ha introdotto noi contemporanei dentro l’allegoria? (così diceva il maestro Benjamin nella sua tesi sul teatro tedesco…)». C’è davvero qualcosa in comune tra il concettualismo di Piero Abelardo, il concettismo dell’«agudeza», l’«arte de ingenio» seicentesca, e i nipotini di Magritte che ostentano cogitazioni trite, prescindendo dalla forma? L’inventio diventa monopolizzante, «Sola Inventio» è scritto nello stemma vacuo degli snob. Ha ragione Paul Valéry, «le moderne se contente de peu», appena di assonanze, di ombre cinesi, di allusioni colte, nient’altro che decorazioni della vita per soddisfarsi.
Questi sparsi pensierini rimandano a una più polposa arte e sono dedicati a M. C. che li ha messi argutamente in moto.

Benché si registri qualche eccesso tra i marinisti, non si tratta di eccentrici per amore di eccentricità, per suo unico fine, come i neoavanguardisti di ieri e i ‘contemporanei’ tout court di oggi. Epperò si legge in Ludovico Muratori (Della perfetta poesia), appena tramontata la moda: «Oltre a ciò confesseranno i Franzesi anch’essi, che la lor Poesia non è tanto da magnificarsi, come se il Gusto cattivo allignasse ora in Italia, e non punto in Francia; e quasi piacessero ne’ tempi addietro alla sola Italia, non alla Francia le Argutezze, gl’Equivoci, i Concetti falsi, e il raffinamento nei pensieri. Questo diluvio fu universale in Europa, né da esse furono esenti la Francia, la Spagna, l’Alemagna, essendosi vedute nel medesimo tempo sommerse ancor quelle Provincie dalla piena de’ falsi Concetti. […] so che Lope de Vega, promotore di tal gusto, nacque fra gli Spagnoli, prima che fra gl’Italiani venisse alla luce il Cavalier Marino, Poeta da noi considerato come il primo che mettesse in riputazione le arguzie viziose, e i falsi Concetti». Restaurata la visione ‘classica’, «questo diluvio universale in Europa» appariva «vizioso» e ci si rimpallava l’accusa di aver introdotto per primi un simile cattivo gusto, una parentesi tenebrosa nella storia solare delle belle arti, un episodio da dimenticare. Soltanto i tedeschi, privi per secoli di pittura e di scultura memorabili, potevano andare a rovistare per primi in quell’epoca biasimata e rovesciare i suoi caratteri tetri in segni di gloria. Non stiamo parlando, ovviamente, dell’arte romana di un Bernini quanto delle germaniche e lugubri opere letterarie e pittoriche (la musica barocca fiorì fuori tempo). Comunque, l’arte della Controriforma è abbellimento del vero, mancano invece nell’intellettualizzazione contemporanea sia l’abbellimento che il vero.

Walter Benjamin in quel suo saggio intraducibile sul Trauerspiel non accennò a Racine o a Corneille, i giganti latini che mettevano in soggezione i tedeschi. Malinconicissimo contemplatore, quando pensava agli angeli non incontrava le splendide creature di Melozzo da Forlì o di Lorenzo Lotto bensì il mostruoso essere raffigurato da Klee con il titolo Angelus Novus, messaggero della post-bellezza, essere umano che declina nell’animalesco.

Esoterismi e complicazioni di origine cabbalistica, da dove derivava l’onnipotenza dell’allegoria, sono alla base di quel trattato che si vuole messa in scena delle avanguardie (del surrealismo soprattutto). Poche pagine, quasi un tratto di penna politico, per cancellare in nome di reperti polverosi seicenteschi la storia dell’arte, i trionfi della tradizione occidentale, qui risucchiati da Saturno, illividiti da un incontenibile lutto: la felicità cui aveva sempre alluso l’arte doveva quindi perdersi, sembrare anzi una ingenua e pacchiana pretesa davanti al tribunale degli intellettuali cervellotici. La aspirazione totalizzante della ideologia invadeva prepotentemente il campo estetico trascurando la tecnè, mettendola tra parentesi come sempre fa di fronte ai dettagli realistici che scompongono i suoi schemi.

Per Benjamin il barocco, come più tardi il romanticismo non costituisce «un correttivo del classicismo quanto dell’arte stessa». Ben più eccentrica del solito binomio barocco/romanticismo – che talvolta poteva diventare gotico/barocco/romanticismo, secondo l’articolazione tedesca – una frase che proviene dal tumultuoso periodo di Weimar, di Werner Kohlschimidt: «Gli antichi come simbolo della catastrofe: questo è il fatto nuovo; perché non è più questione di rifiuto, di ostilità ai classici. Qui si tratta di affinità, addirittura di adeguazione esistenziale al mondo classico». Giusto per dire della febbre alta, del delirio con il quale ci si accostava al mondo della tradizione aurea.

Allegoria della morte: l’operare delle avanguardie non sarebbe altro che il rito di creature senza speranza. Alcuni, tra i più fini interpreti dell’oscura trama benjaminiana, negando i riferimenti metafisici – se non nella terminologia tradizionale – sono concordi sull’allegoria della morte e la collegano addirittura alla meditazione heideggeriana di quegli anni sul finito.

Benjamin ripeteva il luogo comune tedesco, dai romantici ai novecenteschi: «la profondità appartiene solo all’uomo triste». Come in un’eco, scriveva Curtius in una lettera del 1921 a Carl Schmitt: «Essere felici è una deficienza morale». Non riguarda il pensiero heideggeriano questa melancholia ma il suo gergo (che Adorno derideva), le pose che si davano gli ‘esistenzialisti’ (quasi si trattasse di un movimento), gli afflitti panofskiani, i warburghiani ansiosi, i foschi tedeschi immersi nelle scenografie di Albert Speer. La tristezza dell’uomo naturale, dell’animale del post coitum, senza la luce della redenzione pur sempre cercata dal povero W. B. Oppure il cristianesimo angosciato di Lutero.

Cercare modelli artistici nella Germania spossata dalla Guerra dei Trent’anni, nella Germania affamata, dissanguata, annichilita, spettrale, è proprio un bel paradosso. Alla ricerca di spettri legnosi. Né si dimentichi che il mondo germanico volle a un certo punto della sua storia, ovvero nel punto più felice, mescolare Barocco e Romanticismo esploso in una sola corrente anti-latina, che ogni tanto sembrava irrompere sulla scena europea eternamente ‘classica’, fino a trasformarsi un secolo più tardi nella lava espressionista. Il malinconico si disperava così nel grottesco. Benedetto Croce, nella sua Postilla alla Storia dell’età barocca in Italia giustamente ricorda questo barocco metastorico che si agitava nelle acque tedesche – non tralasciando di mettere in rilievo un certo «etnicismo» che vi galleggiava, radici e sangue germanici, nella Kultur anti-classica – e gli opponeva una definizione positiva, precisa, della storia dell’arte e dei suoi stili.

Dietro al barocco riscoperto da Benjamin c’era pure la battaglia brechtiana contro l’empatia, contro l’Einfühlung, contro la simbolica. Già lì si riapriva la porte all’allegoria. E si ricordi inoltre che nel 1888 Heinrich Wölfflin aveva rimesso al centro della storia dell’arte moderna la «questione barocca», anche per «la diretta suggestione di quell’insieme di tendenze artistiche per eccellenza moderne dell’inizio del nostro secolo, che per semplificare possiamo designare espressionistiche». La forma «aperta» che si oppone al Rinascimento, all’italico Rinascimento, un’apertura alla trascendenza vs l’autosufficienza, la terrestrità, il paganesimo del Rinascimento romano. Gotico e Barocco scelsero le forme aperte, secondo Wölfflin. Poi, in letteratura, Fritz Strich, in concomitanza con la suggestiva narrazione spengleriana: l’uomo tedesco è gotico e barocco, igitur faustiano.

In un articolo di Roberto Longhi su I pittori futuristi (in «La Voce» del 10 aprile 1913), appare tutt’altro discorso, si mette in evidenza il legame strettissimo delle stagioni della storia dell’arte, né vi sono preoccupazioni religiose, timori del paganesimo, la Catholica avendo considerato sue creature il Rinascimento come l’arte della Controriforma: «Il Barocco non fa che porre in moto le masse del Rinascimento: la liscia facciata di chiese, una tavola di pietra spessa e robusta s’incurva pressa da una forza gigante. Al cerchio succede l’ellisse. Cerchio è staticità abbandono riposo. Eclisse è cerchio compresso, energia all’opera, movimento».

Ai luttuosi barocchi germanici, ritrovati ed esposti nelle bacheche cabbalistiche di solitari pensatori ebrei con l’allure dell’antiquario, si contrappongono gli aurei barocchi latini, il Góngora che pure quando scrive i sonetti funebri «parla assai poco della morte e del morto», tutto è «sontuosità, magnificenze, splendori, sotto la luce del mezzogiorno» (Jorge Guillén).

La volontà benjaminiana di ricorrere alla allegoria come ai motivi religiosi e teologici per trascinarli – sulla scia di von Baader ma anche di Carl Schmitt (della Politische Theologie che tanto amava) – nell’arsenale politico rivoluzionario, nella fattispecie marxista (e forse anche questo fortino fu costituito per ingannare il piatto materialismo, dunque un altro trompe-l’oeil), trova il suo limite nell’impossibilità di staccare tali allegorie dal mondo della tradizione. Come insegnava padre Giovanni Pozzi da Locarno, un maestro nel campo delle comunicazioni miste di parole e immagini, ricordando una sua visita alla collezioni di imprese dell’Accademia della Crusca nel 1949-50 insieme a Gianfranco Contini: «Coltivavo allora qualche velleità di attività figurativa, orientata verso una natura morta un poco ‘metafisica’ che non manca in queste pale, il maestro redarguiva: questo è il p. Pozzi Novecento tiri fuori il p. Pozzi Seicento». Il cappuccino erudito capì l’antifona e poté scrivere sulle imprese: «All’origine di questo fenomeno così singolare stanno più motivi concomitanti: il trasferimento di formule liturgiche (anamnesi ed epiclesi) a realtà mondane; il diffondersi capillare di quella specie di idolatria che caratterizza ogni società dominata dall’idea autoritaria; l’imporsi di un modello unico di perfezione; l’acquisizione di un rituale esemplato sulla fonte più autorevole; la corte celeste e la corte degli dèi in terra. Ma sta soprattutto l’immobilità di quel materiale che si cristallizzò intorno alla simbolizzazione del cosmo come gran significante visibile di fatti invisibili: infatti, se la base dottrinale subì nei secoli molte fluttuazioni, le equivalenze metaforiche fra la ‘res’ e i significati, una volta acquisite, sopravvissero fino in fondo. Non è un caso che l’impresistica sia morta quando si sfaldò quella dottrina. Metafore visive di questo tipo sono ormai tramontate per sempre sul nostro orizzonte» (da Imprese di Crusca in Sull’orlo del visibile parlare, Adelphi).

Adorno riteneva che Benjamin trattasse un testo letterario alla maniera con la quale i commentatori medioevali si misuravano con la Bibbia. In effetti, più che le Sephirot, sembra che sia il misticismo romantico a stendere una coltre nebbiosa sul Dramma barocco tedesco. Sullo sfondo della scena c’era il Kunstwollen, un altro termine oscurissimo dei moderni, un altro modo, come l’Inconscio, forse per dire Dio.

All’opposto del nostro barocco, Benjamin scrive: «L’aldilà è svuotato di tutto ciò in cui fila il minimo alito mondano […] per sgomberare un ultimo cielo e permettergli, come vuoto, di annientare la terra con violenza catastrofica». Apocalisse tedesca, interiore, luterana: un vuoto ci seppellirebbe, minaccia sottile certo per i marchiati dall’horror vacui che però nel cattolicesimo hanno trovato un riempimento speciale, uno spettacolo mondano che esorbita dai soffitti delle chiese controriformistiche e riconcilia il Cielo e la Terra.

Una bellezza geroglifica. Il gesuita tedesco appollaiato al Collegio Romano, Athanasius Kircher, magistrale creatore di una Wunderkammer tra le più attraenti d’Europa (lasciata decomporre dai conquistatori laici della Roma dei papi, andrebbe ricordato l’episodio infame in questi mesi di celebrazione risorgimentale), Kircher dunque distingueva in quel ginepraio di macchine, automi, obelischi, cineserie, installazioni del suo laboratorio magico, più volte visitato da Gian Lorenzo Bernini: la Romània sviluppa le arti formali, la Germania gli aspetti contenutistici. Benjamin sembrava fissare i suoi occhi miopi su quest’ultima, sebbene con grande acutezza. Da quella scuola, del resto, discendeva Aby Warburg e il drappello di studiosi da lui finanziati per interpretare gli enigmi che inquietavano il miliardario ebreo.

Le Origini del dramma barocco tedesco sono un testo apologetico dell’allegoria. Questa vi appare come un residuo misterioso del passato, in assonanza con le rovine (gran voga del revival rovinista in quegli anni, si pensi soltanto a Die Ruine di Simmel), archeologia del sapere. Meno giocoso e luttuoso, piuttosto un disvelamento della verità, il Leo Strauss che indaga nei segreti della scrittura filosofica, ricostruendo il lato ombroso della storia dell’Occidente (Cfr. Scrittura e persecuzione. Nei ludici messaggi cifrati del «contemporaneo» invece la persecuzione è inventata, pare piuttosto un delirio persecutorio). Maschere e inganni che inseguiva anche Freud.

I simboli cifrati dell’allegoria tornavano a scatenare un pubblico di ermeneuti. Dimentichi di quanto anche in casa tedesca aveva detto Goethe, alle soglie del moderno, svalutando l’allegoria come non-arte o arte inferiore. Decadevano allora anche alcuni generi letterari convenzionalmente allegorici: le favole, l’apologo, l’ode politica, i bestiari, gli exempla, ecc. Ormai lontani dall’allegoresi introdotta dai Padri della Chiesa, si perdevano anche le distinzioni ricordate da Auerbach: Allegoria in verbis = opera dell’uomo; Allegoria in factis = opera di Dio.

Trauerspiel: per oggetto la storia e non il mito, l’anti-tragedia classica dunque (anche se la storia, secondo Benjamin – distingueva Cases – è piuttosto «destino» o «allegoria della precarietà d’ogni sforzo umano», e viene in mente l’accattivante canzone brechtiana, il Lied von der Unzulänglichkeit menschlichen Strebens, il suadente motivetto che, rubando le cadenze sapienti del Qohèlet, insiste sulla vanità degli umani sforzi).

Renato Solmi, da una impervia sponda politica, da punti di vista del comunismo d’antan, concludeva il suo saggio esemplare con il quale nel lontanissimo 1959 presentava Walter Benjamin al pubblico italiano, dicendo che le migliori pagine del pensatore ebreo-tedesche che aveva tradotto erano lì come documento non come esempio. Convinto che «le forze che liberano dalla decadenza» non possano venire in soccorso della stessa decadenza. Oggi nel giro infernale del sempreuguale ogni insensatezza appare liberatoria.

Del dramma barocco italiano non si fa più cenno nel nostro dibattere ‘tedeschizzato’, insistendo su quei frammenti germanici sconosciuti e dimenticati anche tra i tedeschi. Eppure a Firenze, già sul finire del Cinquecento, ci si interrogò in modo grandioso sulla interpretazione della tragedia greca, cercando di inserire l’elemento musicale, cosicché gli esperimenti di Giulio Caccini e Jacopo Peri e Ottavio Rinuccini già anticipano di secoli quanto andrà dicendo Nietzsche sulla Nascita della tragedia dallo spirito della musica mentre il dramma Dafne fu la prima incarnazione di tali ricerche. Quindi nel Seicento il matematico pesarese Guidobaldo marchese del Monte pubblica Perspectiva libri sex dedicato alla scenografia prospettica, le invenzioni pittoriche raggiungono il teatro. Lo spettacolo è sontuoso.


Sullo stupore


La sfilata dei saturnini cui ricorrevano le avanguardie del Novecento per nobilitarsi, i Pontormo e i Tasso a vario titolo endorserment di un’arte che sarebbe anticipatrice della non-arte contemporanea, non regge alla prova dei fatti. Nelle usanze moderniste che provocano lirismi a buon mercato, nella festa della faciloneria, delle boutades d’accatto, nell’incuria per la forma, nell’onirico sempre uguale, nell’inconscio balbettante – tutti caratteri del carnevale triste che si snoda nel Novecento più accidioso, nelle stagioni che seguono gli eventi cruciali e drammatici – che maggiormente caratterizzano, quasi in tinta folclorica, la dissoluzione dell'arte, ci si richiama non solo ai drammaturghi funerei della Germania ma soprattutto ai grandi e ben più celebri retori del Siglo de Oro spagnolo. Nella moderna ispanistica avanza tuttavia qualche serio critico a precisare con rigore: «l’opera di Quevedo – scrive per esempio l’indimenticabile Vittorio Bodini – è stata stranamente sopraffatta dal simbolo invadente offertoci dal suo personaggio, e dal suo ingegno troppo energico e contraddittorio» (Prefazione all’edizione italiana dei quevediani Sonetti amorosi e morali, Einaudi, 1965). E il traduttore pugliese, benché a sua volta poeta futurista e sensibile alle avventure surrealiste, a proposito di Quevedo parla a ragione di «estremismo stilistico», di «cupa grandezza di lirico», di «disperata gravità» che lo allontana nobilmente dai giochi vezzosi dei nostri contemporanei. Precisando poi con ammirabile sintesi: «il culteranismo persegue un oscuro linguaggio da iniziati mediante neologismi, cultismi, industriose inversioni di parole e soprattutto facendo di ciascuna poesia una serie ininterrotta di dense metafore che soppiantano le comparazioni. Le accuse e le burle sulla loro oscurità […] hanno poca presa sui culterani giacché un critico ad essi favorevole come Martín Vázquez Siruela definisce quella oscurità necessaria ‘per scostarsi dal volgo e meritare l’approvazione dei pochi’». Vien qui da pensare a José Ortega y Gasset che nella sua Deshumanización del arte nel primo Novecento tenta un culteranismo intorno alle avanguardie storiche, si illude che i cubisti e le loro elucubrazioni chiudano i musei alle masse incolte, nulla prevedendo delle fiere contemporanee dove tutto – espositori, esposti e visitatori – appartengono alle masse del ‘tempo libero’, ai complici e alle vittime della pubblicità, alle culture reclamistiche, a quella che un tempo ormai lontano fu definita «industria culturale» per somma irrisione e adesso sembra soltanto una descrizione sociologica, se non una lode per l’organizzazione ben salda. Secondo Bodini, al contrario, il ricercar di Góngora nei sentieri dell’insolito non lo aliena da «un caldo e palpitante mosaico sensoriale». Le idee dei culterani sono insomma rivestite di preziosa sensualità, casomai sono i concettisti che posseggono «più idee che parole» (Pfand). Ma appunto il concettista Quevedo, quando si fa poeta amoroso diviene culterano, sempre la veste estetica ricoprendo di una sorta di pudore i più complicati intellettualismi. Né si dimentichi che culterani e concettisti, ovvero i più strampalati barocchi, lavorando sulla poesia si richiamano alla scuola di Petrarca, non allo slang pop. Inoltre la lingua ermetica, concettosa, eccessiva, era pur sempre la loro divisa: la lingua è tecnè, là si pratica l’arte, così come nell’aggrovigliata gabbia della metrica (il bello è l’immagine che fuoriesce da simili incatenamenti; in queste barriere da superare costantemente si sciolgono e si condensano sogni, passioni, ribellioni. Oggi il capriccio è senza limiti).

Del resto, scriviamo e diciamo spessissimo «come è moderno», riferendoci ad artisti e letterati che amiamo: ci confortiamo così in una complicità con un personaggio splendente della tradizione che ci sorregge nelle nostre debolezze, nel deserto del Moderno. Il concetto, gli emblemi, gli arzigogoli, le imprese servono a giustificazione dei retorici oggetti estetici dei nostri giorni che poi si vogliono insignificanti. Perché attribuire al barocco la sfaccettatura del puro niente?

In uno di quei libri germogliati sui sentieri benjaminiani a proposito dell’Europa «irregolare», Il manierismo nella letteratura di Gustav R. Hocke – potrebbe accompagnarsi alle ricerche italiane sull’Antirinascimento di Eugenio Battisti, che nei Cinquanta-Sessanta faceva da sottofondo erudito alla neoavanguardia –, si può trovare in metastorico accumulo l’Ars combinatoria di Raimondo Lullo e i versi di Paul Celan, la magia antica e il gongorismo, gli enigmisti e Mallarmé, rinvenendoci anche una contrapposizione politica, per esempio tra atticismo conservatore e asianesimo moderno e rivoluzionario, mimesis classicista e perciò da dannare per sempre e phantasia oltremodo lodevole e da esercitare ad libitum, ebbene in questo bazar del Manierismo l’autore è costretto a ricordare che Plotino, un grande riferimento per i seguaci della manìa in estetica, ossia per i pazzerelloni d’ogni sorta di sperimentalismo, ammoniva: «La realtà terrena contraffatta e stravolta abbisogna d’essere completata in un’immagine bella, affinché appaia tanto bella quanto in assoluto essa è». Questo il punto su cui insistere quando i teorici del cosiddetto contemporaneo avanzano nobili pedigrees.

Alla fine ci si accorge che nella letteratura e nelle arti tradizionali, per quanto esse siano «irregolari» e precipitate nella vertigine «ingegnosa», c’è una tecnica sempre calcolata e che l’intricatissimo labirinto ha bisogno di un artista-ingegnere armato di somma tecnè.


Se il fantastico diventa la norma


«L’artista del pensiero» si dice talvolta e, certo, rispetto ai protocolli burocratici di molti filosofi attuali, insensibili alla verità e ossessionati dalle definizioni, è un’espressione attraente. Ma Curtius: «Da Platone in poi una eterna lotta divide il poeta dai pensatori. Il poeta è superiore poiché per lui i problemi non si risolvono in concetti ma in forme». (George, Hofmannsthal e Calderón). Talvolta, ai tempi di Calderón per esempio, in forme concettose ma sempre gradevoli ai sensi, purificate dalla durezza filosofica.

Visto che il ricorso all’agudeza di Grácian e del suo gruppo è il Leitmotiv degli apologeti d’ogni aberrazione (nel senso dell’ottica) contemporanea, val la pena riportare quanto diceva uno del cenacolo di quel gesuita spagnolo, Matteo Peregrini, a proposito delle acutezze viziose, cioè dei difetti che poi a maggior ragione caratterizzano la pseudo-arte dei giorni nostri: «Fredde, stiracchiate, fanciullesche, vuote, insipide inette, stolte, niquitose, sfacciate, buffonesche». Potrebbero tali aggettivi scintillare sui cancelli della Biennale e sulle porte di molte gallerie. Toglierebbero il fiato agli argomentatori in malafede.

Tutti gli apologeti di un’arte di soli segni, della meta-poesia, dell’oblio dei ‘contenuti’ si rifanno in un modo o nell’altro a Valéry, al suo insistere sull’importanza del processo creativo. Ma il poeta matematico sapeva distinguere sapientemente tra stupore estetico e sbalordimento da effetto circense [v. in proposito su «Almanacco»: «Marc Fumaroli: viaggio critico nel ‘contemporaneo’»; «Pensieri prismatici di Valéry sull’arte»]. Perciò tentava di rendere la miracolosa epifania della bellezza un mistero non una semiotica.

Prima di Valéry si ricorre a Mallarmé, al suo Libro derivato magari dall’Ars combinatoria di Athanasius Kircher, concepito per letture pubbliche in dieci recite (attingendo evidentemente all’arte totale di Runge [v. «Almanacco» «Il pittore che inventò l’opera d’arte totale»], tutta questa scrittura però – e non è un fatto trascurabile – serviva a riflettere la bellezza, anzi si faceva scrittura totale per meglio riflettere la bellezza del mondo. Un intento che la strappa dalla compagnia di chi vuole sommergere il pubblico con la bruttezza ostentata e gridata, tipica dell’espressionismo e di certi naturalismi.

Ancora sullo stupore. Scriveva Roger Caillois (Nel cuore del fantastico, SE, 1964): «Stupire a buon mercato e simulare il mistero»: potrebbe essere una sintesi di molto Novecento. L’«ibridazione sistematica» di Bosch, ecco un esempio del «fantastico per partito preso». C’è, a maggior ragione si potrebbe dire, il prosaico per partito preso, i temi e gli scontati svolgimenti. Caillois invece si divertiva in quel suo studio sul fantastico a spiegare il misterioso enfatizzato e a gettare un sospetto su pitture apparentemente ‘normali’. In tal modo per esempio spiega l’origine del superlodato Arcimboldo nei miniaturisti che lavorano alle iniziali, sostanziandole di fiori e frutti. Lo stratagemma – sostiene Caillois – è misterioso solo per i pigri. Se il fantastico diviene la norma ecco Bosch; se la desolante ‘provocazione’ diviene la norma ecco il nostro contemporaneo. Altro che lo scandalo inammissibile per la ragione. Tutto è previsto, già visto, come i dibattiti televisivi.

Per pietà, allora, non si ricorra alle fantasiosissime metafore di Góngora per profetizzare il surrealismo, né ci si riduca alle banalizzazioni della storia di chi vuole iscrivere alla setta di Breton il medioevale Bosch: la fede di Góngora e di Bosch li porta a configurare il mondo con l’incanto totalitario, nel puro regno della poesia, nel mondo dei re e delle regine direbbe Novalis. Saturnino appare invece il partito dei surrealisti (Jean Clair l’ha illustrato nel Processo al surrealismo, dove invero ha messo in luce anche i risvolti fascisti, e già Sedlmayr spiegò il fondo malefico di chi predicava l’omicidio come opera d’arte). E poi i Monsù Desiderio sono una spezia nella storia dell’arte, una bottega che fabbrica souvenir sinistri, un cliché pittoresco per invogliare anziane turiste del Nord Europa, una sottospecie piranesiana prima di Piranesi, non un modello per la pittura.

«Il meraviglioso da paccottiglia»: può essere un cartiglio che domina l’imagery dell’arte cosiddetta fantastica, da Barnum al surrealismo, ma sarebbe già un titolo onorifico vederlo appeso sulle opere del nostro «contemporaneo» dove soltanto il denaro senza altra dicitura ne è la chiave interpretativa universale.

Talvolta certi installatori si vorrebbero anagogici dimenticando però l’essenziale: che si può spiccare il volo dal sensibile al celeste soltanto quando la scrittura, la rappresentazione da cui partire, è vera e sacra. Dante in persona ce lo attesta nel Convivio: «Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d'Egitto, Giudea è fatta santa e libera…». Neppure verosimili sono le installazioni, noi non saremo esegeti di falsi evangeli.

Pittura discorsiva, letteraria, che richiede l’ausilio della parola, di didascalie, anche invisibili: ecco l’inflazione verbale che contrassegna certo manierismo e le avanguardie moderne. Comunque che la parola dipinta e la pittura parlante siano minora è la storia delle arti a dircelo. Il Polifilo di Francesco Colonna, con le sue vignette e rebus, nobilita il genere e i suoi culti appassionati, non lo si mette in discussione neppure per amore di polemica, però non si riduca la storia dell’arte, anche di quel periodo tra il Rinascimento e il Barocco in cui tal genere raggiunse vette eccelse, e tanto meno lo si utilizzi per promuovere le vane immagini senza neppure Witz nello scomposto «contemporaneo» d’oggi.

Metaforicità coatta, tassonomia di astruserie, salotti di fantasie maniacali, l’effetto noioso che provocano non è dissimile da quello che si ritrova nelle più piatte prose. Dopo un po’, questa pernice (l’originale per l’originale) disgusta anche il palato più corrivo e affama, perché di pernice virtuale, senza carne, si tratta. Non nutre la fantasia, titilla l’intelletto, ed è gioco puerile.

Il perpetuo tramutarsi per cui la serva nel Don Chisciotte si fa nobildonna mentre il mondo che le ruota attorno ugualmente si rovescia – è un’antica trovata per muovere il riso e suscitare considerazioni morali, di scuola controriformista, sullo stolto agire dell’umanità. Un’arte – e una teoria sottesa – che tutto voglia ridurre a riso, a parodia, è estremamente snervante e in breve suscita irritazione e dolore.

L’allegoria leggermente delirante di certe incisioni tedesche, anche di parte cattolica, porta a raffigurare la metafora producendo effetti paradossali: una ragazza con il vitino di vespa, espressione verbale quotidiana, diventa un monstrum quando l’incisore rappresenta proprio un corpo di insetto per la ragazza della metafora. Ma allora, si può dire che nell’allegoria basti possedere una chiave interpretativa perché l’incanto si rompa? E se le allegorie restano misteriose, allusioni confuse, dov’è il loro insegnamento che i marxisti della prima metà del Novecento inseguivano con fervore? Qui l’allegorico si confonde con il didattico.

I «metafisici» inglesi del Seicento «sentivano i pensieri come il profumo di una rosa» (T. S. Eliot); tanfo emana il concettuale del nostro tempo che non di pensieri si nutre, men che mai di olezzanti pensieri, bensì di slogan del Moderno andati a male. Ossia, il «barocco fecale» di cui parla Gottfried Benn a proposito dell’espressionismo in cui pure militò.

Si comincia nel Seicento con il tentativo di delectare non attraverso la grazia quanto con il sorprendere, sbalordire, con il raro e il misterioso. Per quella strada non si va lontano. Si gira sempre intorno. La poesia viene mescolata con l’oratoria. Quadri anamorfici. Montaigne, il nostro amato Montaigne, fu saggio anche in tali conflitti estetici e condannò quel mondo «ambiguo, variopinto, facilone» dei concettisti. Eppure chi aveva lubrificato il pensiero umano meglio di lui, chi scritto con maggiore originalità? Senza ricorrere pertanto ai macchinari verbali, alle installazioni ampollose, alla immaginazione sofistica, agli anagrammi, crittogrammi e così via. Montaigne garantiva all’Occidente, assetato già allora di esprit de géométrie un benefico e liberatorio esprit de finesse.

Le «langues imperfaites» di Mallarmé, il «disarmonico morale» di Borchardt e le vestigia allegoriche di Benjamin sembrano coincidere, reliquie per resistere al Moderno. Ma troviamo invidiabile il tono disinvolto con cui Vladimir Nabokov affronta la questione: «L’arte, in un certo senso, è sempre simbolica; ma noi dobbiamo dire ‘fermati, ladro’, al critico che deliberatamente trasforma il simbolo sottile di un artista nella vieta allegoria di un pedante – le mille e una notte nel convegno di una setta segreta» (Lezioni di letteratura).

mercoledì 11 maggio 2011

La teologia del giustiziere

~ PARLA LUTERO ~

Il nostro breve «West puritano» del 2 maggio ha provocato qualche equivoco. Scritto a caldo subito dopo che il premio Nobel della Pace e presidente statunitense (considerato dalle sinistre mondiali l’uomo messianico del nuovo evo) era riuscito a rintracciare il capo della maggiore sètta degli assassini e a fargli conficcare una pallottola nella nuca, si soffermava sulla grande festa della vendetta in corso nelle città americane. Nel frattempo però qualcuno, soprattutto in Europa, seminava dubbi, si impantanava nei distinguo e diffondeva nei nuovi media interrogativi assai ipocriti; l’«Almanacco», non amando affatto il basso continuo dell'accerchiamento complottista, è costretto a precisare e ad articolare meglio il senso di quel commento, che era rivolto essenzialmente ai nostri neo-puritani: vedete, italici moralisti, che vi travestite da gente del Nuovo Mondo, da sceriffi con la Bibbia in mano, gli uomini del West non sottilizzano troppo, bianco e nero, bene e male, quando si scova l’assassino, nella terra dei protestanti dalle ombre nette, lo si impicca senza tante storie e sentimentalismi. Nel puritano c’è sempre un giustiziere e il giustiziere nasconde sempre un animo puritano. L’epica del ‘western’ canta la virtù dell’implacabile vendicatore. I papi, invece, mandavano sul patibolo eretici e criminali, talvolta li bruciavano vivi, ma su quel palco fino all’ultimo si prodigavano confessori e predicatori, provando a convincere il reo a pentirsi e a guadagnarsi il paradiso, a salvarsi, a santificarsi perfino. C’è chi troverà ripugnante una simile procedura ma non si può negare che la pena capitale così proposta è ben diversa, anche nel significato oltre che nella forma sontuosa, dall’ammazzamento del cane rabbioso di cui parla Lutero.

Basta rileggere gli scritti luterani sulla Guerra dei contadini, tra i più introvabili, soprattutto in traduzione italiana, per afferrare il nesso moralista/giustiziere. Quelle parole, incrudelite ulteriormente dal rigore calvinista, penetrarono tra i migranti che si andavano costituendo nella potentissima patria della democrazia. Conviene riportare qualcuna di tali espressioni aspre: quando si invoca il massimo rigore verso le umane debolezze nello spazio pubblico, la pena di morte è necessariamente tirata in ballo.

Premetteva dunque Lutero che «Dio vuole temuta e onorata l’autorità, anche se fosse pagana e compisse solo ingiustizie…» (qui e nei passi seguenti, citiamo da Lutero, Scritti politici, Utet, 1949). Punto importante, che illumina sulle responsabilità luterane nel piegarsi ai peggiori tiranni, anche recenti (con le solite, luminose, eccezioni), mentre il cattolicesimo, sempre vituperato e calunniato, propagandava il tirannicidio, la facoltà di ribellarsi al sovrano che conculcasse il diritto naturale. Ma torniamo all’ex-monaco che inveisce contro le schiere «col pugno chiuso», contro i contadini eccitati dalle sue parole incendiarie, equivocate a sentir lui, e perciò «meritevoli della morte del corpo e dell’anima». Nel suo pamphlet Contro le scempie e scellerate bande è detto a chiare lettere: «contro chiunque sia sedizioso in modo manifesto ogni uomo è a un tempo giudice e carnefice, giusto come, divampando un incendio, migliore è colui che per prima lo spegne». Ecco la teologia del giustiziere, la giustificazione di chi che giudica l’errore fatale del prossimo e allo stesso tempo si autoproclama boia nella solitudine dell’emergenza. «La sedizione infatti non è sola malvagia criminosità, bensì un gran fuoco che incendia e devasta un paese; perciò essa porta con sé strage e sangue, molti rende vedove e orfani e tutto distrugge come la più tremenda delle piaghe. Per la qual cosa chiunque lo può deve colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto, ponendo mente che nulla può esistere di più velenoso, nocivo e diabolico d’un sedizioso, giusto come si deve accoppare un cane rabbioso, perché se non l’ammazzi esso ammazzerà te e con te tutto il paese». L’eretico irato che è poco esperto di mondo lancia il suo proclama senza mediazioni, senza buonsenso politico. E questo invito alla carneficina in nome di Dio e in difesa della comunità diviene legge del Moderno. Egli si sente in dovere di «insegnare alla autorità secolare come condursi con giusta coscienza in questo frangente». In ultima istanza, l’autorità civile ponga mano alla spada, ché «se non punisce e non pone rimedio, non adempiendo così al suo ufficio, pecca altrettanto gravemente di uno che uccida […]. Per la qual cosa non è ora il tempo di dormire o di usare pazienza o misericordia: questo è il tempo dell’ira e della spada. […] Un principe spargendo sangue può guadagnarsi il Cielo meglio di altri pregando». Lo sfondo apocalittico che si scorge in queste righe accentua il carattere di aut aut, il motto protestante. La politica non deve conoscere sfumature come sempre succede quando il puritanesimo, con il suo orgoglio di essere ‘dalla parte giusta’, fa perdere ogni senso delle dimensioni.

Più tardi, in una lettera a un amico, commentava così le reazioni scandalizzate, anche nella sua cerchia, all’opuscolo violento: «Non voglio sentir parlare di misericordia qui, ma badare a quello che vuole la parola di Dio». Spaventoso, allora, pensare che con il sacerdozio universale ogni uomo poteva farsi interprete della parola divina, della sua recondita volontà, e quindi procedere senza misericordia. «Il regno della terra – spiegava Lutero – è un regno d’ira e severità perché non fa che punire, vietare, giudicare e condannare, per tenere a freno i malvagi e proteggere i buoni». Più tetro della visione di Hobbes, questo è il mondo protestante. L’umanesimo si tinge di apocalittico lutto. Guai, secondo il neo-cristiano sassone, a confondere il regno celeste con quello terreno. A Roma, però, anche per l’arte, floridissima in quel tempo, il regno dei Cieli talvolta si intravedeva nella vita quotidiana, in squarci che rallegravano molto.

sabato 7 maggio 2011

Tristezza in fiera

~ UN WEEKEND A ROMA PER IMPOVERIRE LA SENSIBILITÀ ~

«Uno spettro si aggira per il continente post-moderno, nella Wasteland inaridita dell’intelletto; uno spettro mimetico e multiforme, e questo spettro è il concettualismo degradato di massa che trasforma ogni cosa sensibile in un’astratta formalizzazione intellettuale, e credendo di ‘aggiornarsi’ si aliena all’esperienza». Siamo ricorsi alle parole di Raffaele La Capria (La mosca nella bottiglia, 1996) per commentare un fine settimana in cui Roma è invasa da futilità estetiche, una delle periodiche fiere dove si smercia il Contemporaneo, si espongono e si mettono in vendita gli spettri. Chi meglio dell’allegro e saggio scrittore napoletano può scherzare sull’indottrinamento intellettuale che altera «la sfera della sensibilità impoverendola più che arricchendola»?

La fiera testaccina raduna gente del denaro (i rivali di Arcore) e maniaci dell’inutile, per fare commercio di garbugli. E noi ne sorridiamo con La Capria: «“L’essenza dell’arte non è la Bellezza bensì il Significato degli oggetti (dicono i maestri concettualizzatori). Ma al mio senso comune non importa proprio niente del Significato, vuol essere sedotto e abbagliato dalla Bellezza”. Separare l’arte dalla Bellezza, voltare disgustati la faccia dall’altra parte non appena la bellezza tentatrice sfolgorava come la dea Afrodite, è stato il compito di chi ha voluto rendere il mondo più triste, eliminando a uno a uno tutti gli dèi e sostituendoli con l’esercizio della contrizione». Non lo si legga banalmente come l’operazione cristiana di sostituire gli dèi falsi e bugiardi con più oneste e luminose creature (i santi) che mediavano tra Cielo e Terra, bensì come un’allusione ai saccenti quanto rozzi spacciatori dell’arte non bella.

Le caricature delle immagini, le deformazioni, le loro violazioni, non sono una esclusiva del nostro tempo, risalgono come minimo all’iconoclastia protestante: con la satira ci si emancipava più facilmente dal culto delle immagini, dalla liturgia cattolica; con lo sberleffo visivo ci si assicurava meglio che il potere della Bellezza era davvero abbattuto. Ma poi lo stesso Lutero si rendeva conto dell’errore capitale che si veniva a creare e se la prendeva con i più accesi dei suoi seguaci, perché «accade che essi eliminino immagini esterne ma per riempire il loro cuore di idoli» (in una predica del 1522). Se infatti un tempo le immagini erano il pubblico riflesso di quel che alimentava il cuore dell’uomo, adesso quanto cova nell’animo si forma e si esprime disordinatamente, capricciosamente, senza chiarezza alcuna, e si nasconde nella confusione delle onnipotenti emozioni. La febbre emotiva si accontenta di parole, di «icone delle parole» (Hans Belting), non riuscendo proprio a sopportare la seduzione delle immagini, la potenza visiva. Malinconici e inappagati si aggirano i pubblici del Contemporaneo messo in mostra. Compiono pellegrinaggi per inginocchiarsi davanti a idoli disgustosetti.

«Se si parla di Bellezza si è subito sospettati di Kitsch», diceva Balthus negli anni Settanta, quando si vedeva attorniato dagli aggressivi semiotici. Da allora, ci si ritrovò senza bellezza e con molto Kitsch, un po’ dappertutto.

lunedì 2 maggio 2011

West puritano

~ I MORALISTI BRINDANO
ALLA PUNIZIONE DEL COLPEVOLE
~

Ci siamo svegliati con la notizia che l’America è in festa, il suo principale nemico è stato fatto fuori. Una squadra di vendicatori per conto del governo Usa lo ha cercato per anni in mezzo mondo, scovato in Pakistan e ucciso. Quindi il tripudio. Vi annuncio una buona novella, ha detto il presidente messianico, giustizia è fatta. E subito, in ogni città del Nuovo Mondo, sono cominciate le danze, canti a squarciagola, sventolii di bandiere. I puritani, forti del loro moralismo, celebrano così la morte del colpevole, il puritanesimo si accoppia indissolubilmente con il giustizialismo. Pure nella vecchia Europa si impicca sempre qualcuno, e non manca la soddisfazione, ma in forme generalmente più contenute. L’umanesimo ‘cattolico’ ha spesso un accenno di perdono, una incertezza sulla ‘colpa’, un senso di solidarietà per i peccatori. Anche se l’assurda guerra alla Libia può adesso vantare l’uccisione dei nipotini del tiranno (bimbetti di due o tre anni centrati dai missili), nessuno scende in piazza giulivo. Almeno per ora. I neo-puritani nostrani, senza neppure una tradizione protestante alle spalle e armati soltanto di fanatismo moralista, possono arrivare a stupirci nei modi più aberranti.

sabato 30 aprile 2011

Il creato è bello

~ SULLA SCIA DEL BEATO KAROL MAGNO,
IL «NON ABBIATE PAURA»
DI JEAN CLAIR,
RIVOLTO AI CATTOLICI
CHE SI LASCIANO
CONFONDERE DAL CONTEMPORANEO ~

Che piacere avere l’avallo di Jean Clair su un aspetto almeno di una faccenda complicata come quella dell’arte sacra oggi. Scriveva questo «Almanacco» in occasione della mostra Tracce del sacro (che suscitava stolti entusiasmi nel mondo cattolico): «… Nell’ubriachezza del mondo predicata da tutta la gnosi, l’uomo è dispensato da ogni sforzo morale e l’unica azione valida per lui resta il rifiuto del mondo, della sua bellezza sensuale, un rifiuto così radicale da non escludere l’immoralità libertina, senza piacere: il vizio in sé dei carpocraziani, per esempio. O gli estremismi dell’encratismo che negano la famiglia, il vino, i godimenti materiali, il futuro del mondo. Sulle tracce dello gnosticismo sarebbe stato il titolo veridico per la mostra parigina» [http://almanaccoromano.blogspot.com/search/label/Mostre%2FTraces%20du%20sacr%C3%A9]. Oggi Jean Clair a proposito di quell’evento parigino del 2008 parla di «una mostra, confusa come approccio intellettuale, ma soprattutto perversa come approccio morale, che è stata chiamata Tracce del sacro. Il sacro che vi si celebrava era in realtà più vicino a Carpocrate che a Sant’Agostino». La concordia di giudizio discende semplicemente da una distinzione che i teologi hanno scordato e che alcuni storici dell’arte provano a ricordare, ossia che il cattolicesimo è «una religione del visibile». Clair lo ha proclamato davanti a un particolare uditorio, nel cosiddetto Cortile dei Gentili di Parigi, dove il cardinal Ravasi ha invitato eccentrici intellettuali francesi a parlare del loro rapporto con il sacro. Si è corso di nuovo il rischio dunque di finire nei ghiacci dello gnosticismo moderno, magari addirittura nella volgare versione del New Age, ed è in quel contesto mondano e modaiolo che il vecchio Clair ha riportato tutti con i piedi per terra. La sua lezione si intitolava «Culto dell’avanguardia e cultura di morte» e adesso viene ripresa con il dovuto risalto sul numero 642 della rivista online «Il Covile».

Dire ‘rivista online’ evoca la trasandatezza formale dei materiali in rete, mentre «Il Covile» è un esempio di eleganza ormai introvabile perfino nei più nobili periodici cartacei. Covo e ospizio di quanti sono irritati dalla cultura imperante, inalbera la citazione di Nicolás Gómez Dávila: «Penetriamo nuovamente in epoche che non aspettano dal filosofo né una spiegazione né una trasformazione del mondo, ma la costruzione di rifugi contro l’inclemenza del tempo» (ricorrere alla stampante e metterne su carta un’annata è un dono raccomandabile per se stessi e per gli amici). Il discorso di Jean Clair viene pubblicato per la cura di Gabriella Rouf, una paladina che si batte contro i piccoli mostri del Contemporaneo, e che ha arricchito il testo di schede e note.

Insiste Jean Clair: il cattolicesimo è religione della rappresentazione e i suoi nemici sono allora coloro che diffondono «un odio della bellezza, un gusto per l’informe, per la lordura, per la sostanza corrotta e che cola, l’attrazione per la sofferenza fisica…». Alcuni di questi nemici non si limitano a sostare nel Cortile dei Gentili, sono penetrati nel Tempio, disorientano i celebranti che dimenticano come «un tempo il culto tradizionale» ostacolasse con la sua liturgia proprio questo genere di minacce; la magnificenza del rito ‘tridentino’ e bizantino, avvolto nelle innumerevoli incensazioni, provava a riflettere la Bellezza celeste e ad allontanare quindi le brutture del mondo.

«Non abbiate paura», la parola d’ordine di Karol Magno, che oggi l’umanità venera riconoscente, vale anche nel mondo pavido della cultura. Non lasciatevi ricattare dagli intellettuali e dalle mode, dalle chiacchiere sofisticate quanto anti-evangeliche. Da quasi due secoli, la Chiesa sembrava rincorrere gli idolatri della modernità, dimenticando anzitutto che tale modernità era stata inventata dal cristianesimo e trovava il suo senso nell’incarnazione di Dio nella storia. Da tempo soggiaceva alle peggiori superstizioni estetiche, sociologiche, politiche, scientiste, quando sopraggiunse un atleta polacco, un «violento di Dio» (espressione paolina), una figura potente e luminosa – secondo quanto preconizzato dal poeta Adam Mickiewicz – che avanzando sul sagrato di San Pietro e brandendo una croce come fosse una spada rincuorava i cattolici succubi del protestantesimo, del marxismo, della psicoanalisi… «Non abbiate paura», esortava, «spalancate le porte alla salvatrice potestà di Cristo…». Che parole d’altri tempi si saranno detti i timidi curiali, i devoti del dialogo che nascondevano il nome del Salvatore, che si imbarazzavano a parlare di religione salvifica; non ne coglievano il soffio messianico nonostante le estenuanti disquisizioni sul profetismo di cui avevano riempito il Concilio, non si accorgevano che la Chiesa di Roma tornava a essere protagonista nelle vicende della storia. Il terribile comunismo, il sistema che in pochi ritenevano si potesse mettere in discussione, si sciolse come neve al sole, ma in questa vigilia della giubilante beatificazione, nel palazzo berniniano-borrominiano di Propaganda Fide, si pensa di glorificare il papa santo con una «installazione», segno che l’umana stupidità è più resistente della ferocia. Che meditino attentamente le parole di Jean Clair i cardinali ancora intimoriti dalle avanguardie e dalle post-avanguardie, abbagliati dal neon dell’insensatezza, riverenti verso pratiche che Sedlmayr avrebbe definito senza mezzi termini sataniche. Adesso è lo storico dell’arte francese a fare da esorcista: «La religione cattolica è invincibilmente religione del visibile, della carne e del corpo, ed è necessariamente una religione della bellezza del visibile. Essa richiede l’immagine, al contrario di altre fedi che rifiutano l’immagine, o piuttosto che l’accettano solo in forme mostruose. Non si trova nulla in essa di quegli spettri e di quei demoni, di quelle maschere spaventose, di quelle gorgone, di quelle creature giganti e orrende che così spesso sono le divinità di altre religioni». Gli iconoclasti da sacrestia capiranno la posta in gioco?

«Non abbiate paura», non vi lasciate deprimere dal nichilismo, dai vortici della moda: negli anni Trenta sembrava tramontata la forma-romanzo, nessuno osava più narrare; oggi il racconto – la fabula – è tornato a imporsi nella letteratura, sono le arti belle a soffrire una eclissi, una piccola iconoclastia devasta la rappresentazione, non per questo bisogna piegarsi alle imposizioni delle «tendenze», si tratta di trovate sciocche, di tecniche per far soldi o per conquistare una fama facile. Roma, la religione romana non cederà nonostante tutto. «La religione cattolica – spiega Jean Clair – mi è apparsa per molto tempo come la più rispettosa dei sensi, la più attenta alle forme e ai profumi del mondo. È in essa che si incontra anche la più profonda e la più avvincente e sorprendente tenerezza».

venerdì 22 aprile 2011

La Pasqua del ladro

~ COME UN MALFATTORE RIUSCÌ
A ENTRARE PER PRIMO IN PARADISO ~


Lo racconta il Vangelo di Marco (23, 39-43), i Padri della Chiesa vi aggiunsero un po’ di fine umorismo: il brigante che fu crocifisso accanto a Gesù, colui che era esperto nel violare le serrature, nell’aprire le porte, riuscì a varcare le soglie del Paradiso prima dei santi e dei profeti; la sua arte ladronesca fu volta a conquistare una ricchezza senza pari. Inoltre il passaggio pasquale si risolse rapidamente: con una battuta all’ultimo minuto, una proclamazione di fede nel compagno di pena, Disma – come lo nomina un Vangelo apocrifo – si liberò di una vita di delitti e ottenne il Cielo. La liturgia bizantina sottolinea nel triduo pasquale il brigante che supera i giusti. Il Principe del Male aveva causato la chiusura delle porte del Paradiso, un povero ladro condannato a morte le fa riaprire, canta un inno orientale. Nella Passio letta nella Domenica delle palme si ricordava la viltà del primo papa, Pietro, peccatore manifesto. Che singolare religione della clemenza il cristianesimo, basata su quella che proprio la Chiesa orientale chiama la «tenerezza di Dio» e sulla comprensione della natura umana. Se lo ricordino gli accigliati moralisti, gli inquisitori d’ogni risma che si vedono sottrarre gli inquisiti dal Cristo risorto.

Non a caso il santo Ladrone è protettore dei prigionieri come dei moribondi, dei sofferenti supremi su questa terra. Oggi il Venerdì santo permette di gridare il dolore che il mondo classico nascondeva o costringeva nella bella forma. «La tragedia greca non conosceva immagini e metafore del dolore così fisiche, così viscerali», diceva Sergej Averincev. E spiegava: «nel petto dell’uomo il cuore si cela e si riversa nel ventre, le sue ossa si scuotono, e la carne si attacca alle ossa. Questa è la concretissima corporeità dei dolori del parto e dei dolori della morte, corporeità che ha il sapore del sangue, del sudore, delle lacrime, corporeità della carne umiliata; ricordiamo la ‘nudità della vergogna’ dei prigionieri e dei futuri schiavi, della quale parla Michea. In generale la percezione dell’uomo espressa nella Bibbia non è meno corporale di quella antica, con la sola differenza che in essa il corpo non è il portamento ma il dolore, non il gesto ma il tremore, non la volumetrica plastica dei muscoli ma gli oltraggiati ‘recessi del cuore’; tale corpo non è contemplato dall’esterno bensì percepito dall’interno, e la sua immagine è composta non dalle impressioni degli occhi ma dalle vibrazioni delle ‘viscere’ umane. È l’immagine di un corpo sofferente, di un corpo straziato nel quale, tuttavia, vive il calore ‘carnale’, ‘viscerale’ ‘cordiale’ dell’intimità…» (L’anima e lo specchio. L’universo della poetica bizantina, p.101).

Buona Pasqua, secondo le parole dell’innografo bizantino: «che la chiave del buon Ladrone ci apra le porte del Paradiso».

giovedì 21 aprile 2011

La prima contemplazione

~ EMILIO CECCHI CELEBRA
LE IMMAGINI VELATE
DELLA SETTIMANA SANTA ~

In un appunto dei Taccuini di Emilio Cecchi leggiamo: «I ragazzi, la gente comune, non si sostengono nella preghiera. Ma guardano. E il lungo guardare produce una penetrazione delle cose più profonda» di quella intellettuale. «È questa la base delle scuole artistiche come erano praticate nel vecchio tempo […]. Mescolarsi quasi fisicamente alle cose dell’arte, assumerne un possesso sensibile». Di questa straordinaria pedagogia, l’arte sacra era il modello sommo. E le immagini velate nella Settimana santa facevano risaltare al massimo questa scuola dei sensi. In un articolo sul «Corriere della Sera» del 5 maggio 1935, intitolato «Piaceri della pittura», Cecchi torna su questo tema, rievocando la chiesa della sua infanzia.

«Senza ombra di esagerazione letteraria, posso dire che molte fra le più belle opere artisticamente dipinte o scolpite da quelli della mia terra [la Toscana], la prima volta m’apparvero come trionfali figure o processioni che camminassero su pavimenti o scalinate di nuvole d’incenso. […] Imbacuccati negli immensi mantelli d’oro, i preti cantavano davanti all’altare passandosi il turibolo. Le risposte dell’organo ai loro canti scoppiavano come ruggiti dentro la foresta di pietra. Nelle chiese la nera moltitudine odorava di freddo, di pioggia e di privazioni. Ma dagli affreschi e dalle tavole scintillanti, le Madonne, gli Angioli, i Martiri cercavano di farci coraggio, a noialtri laggiù in fondo inginocchiati». Beati quei poveri, beati quei bambini, confortati da affreschi e statue, andarono alla scuola della sensibilità, provarono il piacere della pittura, appunto; e doppiamente disgraziati i poveri d’oggi che devono pregare nella desolazione delle chiese contemporanee.

«… le maestose cerimonie della Settimana Santa. I tragici diverbi, le invettive, i clamori della Passione. Il giardino del Sepolcro, con le grandi siepi di camelie e le aiuole di vecce pallide, la veste nivea e la veste vermiglia, e il gallo a zampa ritta, in cima alla colonna nell’atto di cantare. I mortori che all’ora di notte entravano d’un passo strisciante, furtivo; l’odore catastrofico delle torce; i bianchi incappucciati che tristemente ci guardavano dai buchi della buffa, e la gente abbrunata dagli occhi rossi che si soffiava il naso dietro alla bara».

«Alzate sugli altari, istoriate sulle pareti, le immagini assistevano come da una sfera tranquilla e suprema all’avvicendarsi di tanti aspetti, gaudiosi, dolenti, terribili, del culto e della liturgia. Ora le indorava il raggiare dei ceri, nel respiro esaltato dei gigli e delle rose. Ora sopra all’altare spoglio, restavano solitarie e quasi neglette, come se tuttavia riempissero e signoreggiassero con la loro presenza la vastità della chiesa; anche quando, avanti Pasqua, goffamente fasciate di sacco, parevano fantasmi. […] Si pigliava contatto con qualcosa d’arcano, che a un tempo poteva chiamarsi divozione, arte, poesia. Proprio come avevano voluto quei nostri antichi, i quali prescrissero che, nelle loro tavole ornate e belle, i pittori ‘manifestassero agli uomini rozzi, che non sanno lettere, le cose miracolose operate per virtù e in virtù della fede’. […]

Nemmeno a’ vecchi tempi la chiesa dovette essere ricca. E s’era accontentata di pennelli mediocri. Quando, dopo tanti anni, ebbi curiosità di rintracciare glia autori delle immagini predilette, trovai sui cataloghi il povero Neri di Bicci, con l’arie afflitte de’ suoi santi dal colorito terreo, e le vermiglie stereotipie degli aloni intrecciati dall’ali dei cherubini. Trovai nomi che l’erudizione ha inventato per nomi che, insomma, non lasciarono neppure un nome. Lo ‘Pseudo-Pier Francesco’, il ‘Maestro della Natività di Castello’: timidi ritardatari, che riecheggiarono di tutto: il gesto d’un fanciullo, da fra Filippo; la piega d’un manto, dal Botticelli; un candelabro, il paesaggio, da qualche altro ancora, arrangiando con grazia da giardinieri, da fioristi. […]

O maestrucci! […] Consolatevi d’esserci andati diritto al cuore, o maestri elementari della pittura, o baloccai della nostra prima contemplazione».

venerdì 15 aprile 2011

Il palindromo golpista

~ PROFESSORI SENZA SAPIENZA ~

Son così fragili gli accademici, con i loro sistemi di ideine sciolte dagli umani in carne ossa e spirito, in guisa di teatro di fantasmi, che basta una smentita dei fatti, un vento di novità che scompagina le loro carte, un contrappasso ironico della Storia perché chiamino in soccorso le autorità, le guardie, la costituzione e, quando tutto ciò è ancora insufficiente a placare le loro confusioni, quando il crudelissimo Zeitgeist infierisce, eccoli invocare con voce stridula la violenza. Di volta in volta, la guerra, la rivoluzione, il golpe, forme storiche diverse della brutalità che s’accompagnano a eterne torture, l’importante è cambiare il mondo che non si sottopone ai loro schemi. La saggezza non abita le università, forse un tempo vi dominava almeno l’erudizione, ma la prudenza, l’equilibrio e soprattutto l’esperienza mancano certamente in questa clausura di teorici; i professori non sorridono del proprio pensiero, estranei all’eleganza di Michel de Montaigne, al suo spirito di moderazione appreso a corte, al suo accento scettico di derivazione italiana.

Appena il giovane dottor Martin Luther fu messo a commentare la Bibbia nelle aule universitarie, non tornandogli i conti tra la dottrina accumulata e quel che leggeva nel libro divino, invece di reagire con umiltà di fronte a un sapere che poteva apparirgli incomprensibile, si indignò con i sapienti di quindici secoli, con l’insegnamento apostolico, con la pazienza dei cristiani e, furioso, invitò alla ribellione. Da allora, la cattedra è diventata una specie di luogo dell’anima che deve sostituire il pulpito ecclesiastico e una specie di luogo del comando che si vorrebbe militare e politico, ma senza forza, senza audacia né coraggio, contando piuttosto sugli studenti costretti ad ascoltare, seduzioni facili di giovani ancora ingenui.

Nel Novecento, un filosofo che pretendeva rovesciare il Logos bimillenario provò a cercare conforto in quello che succedeva nell’agorà, a rendere organiche le sue riflessioni al destino politico, e finì in un ridicolissimo equivoco: celebrò con voce stentorea il potere di una banda di assassini come se fosse un novello Orazio alle prese con il mito di Roma. Adesso i professori hanno poche idee originali – mestiere di massa – e nessuno li prende sul serio, ma son richiesti talvolta per impacchettare i luoghi comuni, laddove non bastano i pubblicitari, la «cultura» essendo un brand che vende bene. Succede in Francia che uno di loro, specializzato in imprese umanitarie, serva per trovare una copertura ideale ai bombardamenti coloniali sulla Libia. Altri qui da noi abbracciano il fascismo putschista in tarda età per far dispetto a chi ha mandato all’aria i loro sogni di gioventù. Ripicche un po’ bambinesche, la patetica storia del Professor Unrat sopraffatto dall’Angelo Azzurro dell’ideologia.

giovedì 31 marzo 2011

I tifosi bizantini

~ LA FINALISSIMA TRA BENE E MALE ~
.
Ieri parlavamo di mostri vecchi e nuovi. Oggi ricorderemo le folle facinorose che urlano per incitare tali mostri. I tifosi della giustizia. Di un potere cioè che manovra uno dei più delicati strumenti sociali, il ciceroniano «habitus animi», una virtù quindi, una specie di arte che avrebbe bisogno della saggezza di Salomone, di calma, di voci basse, perfino di pudore (si sta inquisendo nell’intimità di sospetti innocenti), e che si è trasformato in una partita furibonda, la finalissima tra il bene e il male.

C’è una nuova voga in Occidente: il procuratore del re adesso dà scacco al re. Non è soltanto una questione italiana. Negli Stati Uniti, patria del puritanesimo, nessun giudice osò portare in tribunale i vizi privati consumati con celebri star dal presidente della «nuova frontiera», ma qualche decennio più tardi, per una disavventura con una ragazza qualsiasi, salita alla ribalta grazie allo scandalo, un presidente maldestro fu inchiodato alla pubblica tortura delle indagini sotto le telecamere, della inchiesta giudiziaria e giornalistica (che sempre più vanno di pari passo; la seconda, con prove arruffate e ignoranza del diritto, emette sentenze clamorose che anticipano e influenzano quelle in tribunale). Che cosa era dunque successo? Un diplomatico francese, Jean-Marie Guéhenno, pubblicava in quel tempo un libello, La fine della democrazia (Garzanti) in cui prendeva atto di questa nuova sovranità assai limitata. A cominciare da quella del popolo che la esercita attraverso il voto. Spiegava così come il rappresentante di una tale sovranità dimezzata fosse ormai un bersaglio degli umori dei media e dei magistrati: «la televisione impone il suo ritmo al dibattito politico», e «il dibattito su un problema si trasforma in dibattito sull’integrità personale dell’uomo, sul suo rispetto delle norme istituzionali, estremo criterio di giudizio in un mondo in cui il gioco politico non ha altro scopo che la preservazione della regola del gioco, unico standard accettato di funzionamento in una società senza scopo». Quello che sembra moralismo di massa può allora essere interpretato come una militanza di estremisti semiologi, di controllori delle regole di un gioco per il gioco, sulla falsariga dell’arte per l’arte. «Non si chiedono rendiconti di una politica, ci si assicura che siano state rispettate le procedure», una specie di gioco di società che «mette in scena, davanti all’opinione pubblica, e non più davanti a qualche giudice ecclesiastico, gli attori della vita politica. E l’emozione suscitata dalla trasmissione televisiva di un’audizione giudiziaria crea questa percezione collettiva di cui la società ha bisogno per continuare a considerarsi una società». Forti sconquassi sono dunque avvenuti in questo mondo progressivamente formalizzato per arrivare ad accontentarsi di uno straccio di rito come il cinico cerchio delle tricoteuses intorno alla ghigliottina (e senza l’odore del sangue, sublimato dallo schermo elettronico). Perciò «a un giudice della Corte suprema degli Stati Uniti non si domanda di incarnare una visione del diritto, ma di essere una ‘vignetta’ della società quale essa sogna di essere».

Gli accusatori che vengono fotografati in piazza con la bocca sgraziata per l’invettiva si dovrebbero interrogare sulle trasformazioni che Guéhenno già intravedeva a ridosso dell’Ottantanove piuttosto che prestar fede infantilmente al Grande Complotto. «Il mondo diventa più ‘astratto’, più ‘immateriale’», il «circuito telematico» prescinde dal territorio, vecchie istituzioni crollano, e crollano gli imperi anche economici basati sul territorio. La politica risente di tutto ciò, la politica si smarrisce. I sondaggi in tempo reale, le campagne stampa, le raccolte di firme e oggi la rete universale umiliano il voto, la democrazia classica è ferita. «Il lavoro dell’uomo politico consiste nel giocare al meglio la sua parte per essere il più spesso presente in quei cinquanta psicodrammi che ogni anno riempiono gli schermi della televisione». Ne deriva una «frammentazione delle immagini e degli argomenti, uno sbriciolamento del tempo, una semplificazione delle percezioni…». Per tentare di riunificare un tale mondo in frantumi e senza più istituzioni credibili si ricorre alle procedure, ai protocolli. Se di questione morale si tratta non riguarda i singoli casi, i comportamenti dei personaggi politico-televisivi, bensì una miserabile umanità che si limita al regolamento come tanti neopositivisti, senza neppure conoscere l’obiezione di Popper.

Quando il nostro autore parla di vignette, di immagini – ‘icona’ è il termine di moda – , spiega che nel dibattito pubblico che accompagna i gesti dei procuratori in America come in Europa «non si dibatte sui principi del diritto e dell’etica […], si contrappone soltanto vignetta a vignetta». Ed è forse per questo motivo che la dialettica delle immagini, a contatto con la italica e antichissima faziosità, si tinge di violenza. Anche l’art pour l’art da noi, fortunatamente, fuoriesce dalla torre d’avorio e si sporca di realismi vibranti, non a caso l’astrattismo del dopoguerra finiva nelle discussioni accaldate delle sezioni Pci e un Mallarmé sarebbe inimmaginabile da queste parti. Così quando il tonfo del comunismo sembrò togliere di mezzo le ideologie, quando la politica si presentò dappertutto nuova e asettica, sulla questione delle regole e degli attori che dovevano recitare la parte dei potenti si accese in Italia un tumultuoso contrasto che non accenna a scemare. Un pretesto per l’eterna guerra fratricida, magari favorita dal maggioritario, dalla richiesta radicale di ‘carta vince e carta perde’. Una lotta da Azzurri e Verdi, le due fazioni dell’ippodromo di Bisanzio che animarono una guerra intestina nell’Impero, arrivando a incarnare la battaglia morale e teologica. Azzurri e Verdi di Bisanzio, Bianchi e Neri di Firenze, acromatiche folle minacciose davanti al Parlamento e ministri che scagliano insulti villani, trionfi anche emozionanti della partigianeria, ma perché invocare la divisione dei poteri, le leggi, la giustizia? Basta dirselo: i tifosi sono entrati nell’aula giudiziaria e compromettono l’arbitraggio del sommo derby. Quale figura può sospendere la partita?

mercoledì 30 marzo 2011

I nuovi mostri

~ UN CORSIVO CHE OGGI SUONEREBBE SCANDALOSISSIMO ~

«Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci […]. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l’anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perché. […] Questi personaggi sono l’immagine stessa del privilegio e dell’arbitrio. Dispongono del più illecito dei poteri, quello sulla libertà altrui. Ma sono intoccabili, ancora in un tempo in cui non c’è gerarchia che in qualche modo non debba render conto di sé. Dispongono di armi micidiali, leggi inique e meccanismi incontrollabili. E le maneggiano come e contro chi vogliono. Sono l’incarnazione dell’ipocrisia dell’ordine borghese. […] Non c’è terreno che in questo dopoguerra sia rimasto, proteste o no, più impermeabile all’azione, di governo o di opposizione, delle forze democratiche».

.È un corsivo nello stile di Daumier intitolato «I mostri», risale all’11 gennaio 1972, quasi mezzo secolo fa, e non è firmato da un estremista liberale, bensì da un comunista, Luigi Pintor. A quei tempi la sinistra, almeno in Italia, non si schierava con il partito dei pubblici ministeri. Vi si leggeva ancora: «nulla conferma, meglio della giustizia e delle sue oscenità, le invettive di Marx contro l’ordine capitalistico…», c’era una certa coerenza con il suo ruolo storico. Le parti omesse nell'articolo riportato ricordavano le ingiustizie perpetrate ai danni degli operai, ai giorni nostri dall’altra parte dello schieramento politico agiterebbero differenti cahiers de doléances, resta il fatto che l’arbitro continua a essere l’immagine dell’arbitrio. Adesso chi pronunciasse queste parole taglienti, anzi una sola di simili espressioni, provocherebbe il massimo scandalo tra i nuovi idolatri della carta costituzionale e della «giustizia», sarebbe additato come un sovversivo che fa piangere il capo dello stato, come un mascalzone che attenta il vivere civile e l’unità italiana appena festeggiata. Cosicché i nuovi mostri risultano essere i moralisti che stanno sfigurando questo paese.

domenica 27 marzo 2011

Il peccato dei puritani

~ SATANA NELLE VESTI CALVINISTE:
UN ROMANZO DEL PASTORE JAMES HOGG ~

Con ogni pretesto si condannano da parte cristiana le antiche crociate contro i musulmani o meglio le battaglie della cristianità per liberare il sepolcro della resurrezione dalle mani politiche dei maomettani, ma poco o nulla si dice delle crociate puritane contro i cristiani, dello zelo nevrotico con il quale si va all’attacco del peccato degli altri. L’orgoglio smisurato di chi presume di appartenere alla ristretta schiera degli eletti, di chi giudica continuamente le colpe più intime degli umani, le loro intenzioni perfino, ed emette la condanna finale, classificandoli antropologicamente tra i sotto-uomini, gli eterni reietti, mentre loro, i giudici, si collocano sul trono di Dio per pronunciare la sentenza: tutto ciò produce il peccato dei puritani, qualcosa che somiglia alla parabola luciferina.

La predestinazione assoluta, di origine calvinista, spinse alcune congreghe britanniche a sentirsi del tutto al sicuro da ogni tentazione, anzi da ogni errore; inoltre loro sapevano maledire i sensi, maledire la natura, magari non rendendosi conto di maledire il creato. Su questa degenerazione del cristianesimo, il pastore scozzese James Hogg (1770-1825) scrisse nel 1824 un romanzo, The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner, di un peccatore «giustificato», cioè, secondo la terminologia protestante, di un peccatore impeccabile, come fu anche tradotto (in italiano uscì da Guanda nel 1961 con il titolo semplificato Confessioni di un peccatore, da cui citiamo), opera letteraria che fu sepolta immediatamente nel silenzio. L’epoca romantica non amava forse indagare sulla radice di simili spiritualismi nonostante il romanzo di Hogg offrisse pagine che avrebbero potuto gareggiare in effetti allucinatori con il romanticissimo Hoffmann. Esattamente un secolo dopo, le Confessioni di un peccatore finirono nelle mani di André Gide mentre lo scrittore francese cercava di liberarsi dalla cultura familiare di ascendenza ugonotta: con la sua fama riuscì a trarle fuori dal dimenticatoio. Le rilanciò in nome della tolleranza, che allora trionfava in tutti i salotti delle Belle Lettere, e contro le «aberrazioni della Fede», ma probabilmente vi ritrovava lo spunto inquietante della sua narrazione sul «delitto gratuito» con cui aveva scandalizzato il secolo nuovo, accorgendosi grazie a Hogg che l’idea iniziale era di Satana. L’estetica dell’atto gratuito, che dai Sotterranei deriva, stendeva un’ombra diabolica sulla strana attività delle avanguardie. Ma già de Quincey avrebbe eccitato i futuri surrealisti con L’assassinio come una delle belle arti, scritto tre anni dopo il Justified Sinner di quel povero Hogg che lavorava nella medesima rivista e che si trovò a essere schiacciato giustappunto dalla fama del «mangiatore d’oppio».

La teologia del diavolo messa in luce nella trama delle Confessioni punta anch’essa sulla impunibilità dei puri. Il romanzo, ambientato nella Scozia del XVII secolo, narra di un ragazzo, figlio adottivo di un fanatico pastore, divenuto amico di un diavolo che gli si presenta nei panni di un gentleman e lo spinge ai peggiori crimini per purificare il mondo. Del resto, di qualsiasi colpa si macchi il giovane Robert – suggerisce insinuante il demonio al protagonista –, se anche sarà assalito dallo scrupolo dell’eccesso di zelo per l’uccisione di parenti e amici, egli sarà salvo, la elezione di marca calvinista è infatti assicurata per l’eternità. Questo il facile escamotage satanico che garantisce quel tono di superiorità, qualsiasi cosa commetta il fedele puritano. Fin dalle prime pagine vediamo lui e la sua cerchia agitarsi «per infiammare i giudici e la plebe» contro coloro che provano piacere nelle cose del mondo. Bastava si persuadesse che gli avversari erano «al di fuori della legge» e «della vera fede» perché immediatamente essi rientrassero nel numero dei maledetti per l’eternità, da giustiziare segretamente.

La strategia satanica, che ebbe risvolti politici tra i rivoluzionari, consisteva nel «votare alla perdizione tutti gli uomini e tutte le donne, offrendo poi a coloro che lo seguivano la speranza di appartenere all’esiguo numero degli eletti, inclusi nella promessa divina, e di essere quindi nell’impossibilità di perdersi» e, naturalmente, come dice l’autore, «tutto lascia supporre che questa farisaica dottrina sia quanto mai attraente e piacevole per i bricconi» (p. 59). Diabolici sofismi, cari agli uomini quando giocano con gli ingranaggi delicatissimi della morale.

Disse il diavolo al suo amico che gli chiedeva, convinto fosse un teologo puritano come lui, a quale personaggio biblico gli sembrava somigliasse: «In cuor vostro state dicendo a voi stesso: ‘Mio Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, di non somigliare al povero peccatore non rigenerato, a quel miscredente di John Barnet’» (p. 99). Il principe infernale sapeva essere ironico, qualità che mancava ai calvinisti.

Il peccatore puritano, quando aveva già cominciato a uccidere quelli che considerava cattivi cristiani, rifaceva a modo suo il Decalogo: «C’erano numerosi peccati, tra i più mortali, tra i quali non ero mai caduto, perché nutrivo un sacro terrore per quelli che la Rivelazione designa come peccati che portano con sé l’esclusione, e me ne guardavo costantemente. Più in particolare giunsi a disprezzare se non addirittura a esecrare la bellezza femminile e a considerarla come la più grande insidia cui sia stata soggetta l’umanità. Per quanto i giovani e le ragazze, e perfino le vecchie signore (tra le quali mia madre) mi accusassero di essere una specie di mostro sventurato, io mi gloriavo di ciò, e mi sento ancor oggi contento di essere sfuggito a quella che, son convinto, è la più pericolosa delle insidie» (pp.106-107). Chesterton, il cattolico Chesterton, avrebbe dato una risposta appropriata a questi ondeggiamenti farneticanti delle sètte cristiane. Ma oggi il Decalogo riscritto a misura dei propri desiderata e tendenze includerebbe forse altre gerarchie: l’«onestà» anzitutto, i formalismi nei contratti commerciali come massima virtù, mentre vengono retrocessi se non dimenticati del tutto i primi tre comandamenti, quelli che Dio mise in testa alla sua legge.

Viene in luce il paradosso di certo protestantesimo. Liberato dall’obbligo delle opere e dei riti, delle penitenze e delle indulgenze, il cristiano riformato arrivava a credere che «le mie azioni, buone o cattive che fossero, non potessero avere il minimo potere di influire sugli eterni decreti di Dio nei miei riguardi, sia per accettarmi che per riprovarmi». Dipendevo interamente dalla generosità della libera grazia, considerando la buona condotta degli uomini non più di un miserabile cencio» (p. 107). Più o meno nella stessa epoca di Hogg, Sade riprendendo le teorie gnostiche dei carpocraziani mostrava le conseguenze delle ipocrite morali scaturite dalla rivoluzione.

Dal momento che il suo orgoglio spirituale si scontrava con la miseria morale del mondo, Robert era tentato dalla scorciatoia e rifletteva: «Come sarebbe stato più saggio […] passare tutti i peccatori a fil di spada! Finché ciò non sarà avvenuto, i santi non potranno ereditare la terra in pace. Se mai mi toccasse l’onore di iniziare, strumento di Dio, la grande opera di purificazione…» (p. 115). Le utopie della pace perenne, del mondo riconciliato, trasparente, senza disonesti, passa per forza di cose attraverso rimuginamenti di tal sorta che prevedono lo sterminio. Castighi smisurati, disprezzo della legge – mentre si idolatra la forma giuridica nel giudicare i reprobi – in nome della purezza delle intenzioni.

Talvolta il diavolo parlava come un nostro ‘cristiano adulto’: «Disse che disapprovava completamente la preghiera nel modo come la si pratica generalmente. L’uomo ne faceva un’occupazione meramente egoista, impiegandola continuamente nel chiedere, e chiedere ogni genere di cose, mentre conveniva che le creature di Dio si accontentassero della loro sorte e s’inginocchiassero davanti a Lui unicamente per ringraziarlo» (p. 119).

Naturalmente il Principe del Male ricorreva all’inganno di tutte le utopie, il «bene dell’umanità», e stigmatizzava la «natura carnale» dell’uomo, quasi da ex angelo invidiasse quell’equilibrio umano. A lui era concesso solo di tentare, di costruire con le parole gli insani desideri, di deformare il mondo attraverso pensieri storti. Come per esempio quest’altro sofisma: «Forse che la vita di un uomo val più di quella di un agnello o di un animale innocente?» (p. 127). Certi animalisti contemporanei gli fanno ancora eco.

Pieno di zelo per «la grande opera di bonifica», Robert si accingeva a togliere la vita ai peccatori. Come hanno poi raccontato decine di terroristi della nostra epoca, egli attendeva con questi pensieri la vittima che doveva colpire: «quell’uomo si avvicinava passo passo a colui che lo avrebbe precipitato da questa in un’altra esistenza, mostrando la docilità e l’indifferenza di un bue diretto alla stalla» (p. 130). L’innocenza e la pazienza dell’animale sacrificale. Era l’inizio, dice Robert, della «epurazione del mondo cristiano»; l’ostinato tentativo della Riforma protestante, in nome della soggettività che legge e interpreta la Scrittura, abbandonando le gerarchie della Tradizione, poteva condurre anche a soluzioni estreme di questo tipo. Per una buona parte del Novecento si accesero le più capricciose riforme del mondo e dell’uomo, spesso benintenzionate, spesso sanguinarie. Redimere il mondo dal capitale, dai capitalisti, dagli ebrei, dai ricchi, dai poveri, e così via: di causa in causa si risaliva alla prima colpa, al peccato originale che aveva infestato questa Terra e che finalmente andava estirpato. Bisognava affrettare la Redenzione. Perché, tra le cause nefaste delle scelleratezze politiche del secolo scorso non viene mai in mente la responsabilità protestante per queste letture soggettive del libro della morale? Ci si costruiva una redenzione personale e anche un peccatore personale, magari nel vicino di casa che non salutava mai, macchina inquisitrice ben più spaventosa e diffusa di quelle istituite contro le streghe. Tanti piccoli intellettuali che coincidevano con tanti piccoli lettori, mentre giungevano in libreria le edizioni tascabili, e ogni impiegato poteva trasformarsi in sacerdote della rivolta morale o in duce se trovava degli adepti. Bastava leggere un po’ o, peggio ancora, scrivere qualche risoluzione. Avrebbero dovuto essere umani simili a dèi per risultare tutti sacerdoti, – un popolo di santi, si era illuso anche Mosè con i suoi – ma in un popolo di peccatori…

Il giovane amico del demonio, nel corso della sua pratica omicida, dubita del «più intangibile dei dogmi cristiani, cioè l’infallibilità degli eletti». L’ultimo secolo ha irriso e condannato con grande strepito il dogma dell’infallibilità pontificia, ma il dogma dell’autoproclamazione degli «eletti» calvinisti passa per un segno di modernità. Questo romanzo ne mostra la deriva satanica.

Se finisce in cella Robert mantiene la superbia dell’eletto: «mi misi a pregare, deprecando che Dio fosse così longanime verso peccatori tanto abominevoli. Il mio carceriere entrò nella cella e mi insultò. Era un uomo rude e senza princìpi, dedito ai costumi dissoluti e carnali di quel tempo…». Quasi comico il commento dell’assassino; ma non si vide nel nostro tempo gente che si richiamava alle tragiche e violente vicende bolsceviche, che giustificava cioè stragi immani, giudicare scandalizzati come beghine furtarelli e creste sulla spesa pubblica?

«Un ‘giustificato’ è sempre esente da ogni colpa» si dice il puritano e probabilmente è solo grazie a questa convinzione che, assetato di eterna vendetta, può godere delle sofferenze giudiziarie degli altri umani: «non dimenticherò la gioia che prese me e il mio reverendo padre quando il giudice pronunciò la sentenza, secondo la quale l’empio mio fratello doveva essere gettato in prigione e passare in giudizio…» (p. 150).

La corruzione di cui parlano ossessivamente riguarda soltanto il sesso e il denaro. Per tali paure non riescono a cogliere la bellezza dell’annuncio evangelico di una incarnazione divina, non sanno gioire per un Dio che prende le fattezze umane. Hogg mette in bocca al diavolo che spinge il suo adepto all’uccisione di esseri umani il rimprovero severo per le distrazioni dalla rigorosa militanza, per le tentazioni della carne. E quando lo chiama a «spargere il sangue dei peccatori» ammette: «Sperate dunque di trovare la felicità perseguendo il difficile compito di sterminare la gente?» (p. 175). Sterminio reale o sterminio immaginario di un cuore che odia, ecco la ragione della tristezza dei puritani, la tristezza di certi cristiani. Qualcuno spiega saggiamente a Robert: «Da quando con la Rivoluzione [puritana], l’Evangelo si è così diffuso, [Satana] ha spesso usato l’espediente di predicarlo lui stesso, proprio per introdurre falsi princìpi e per renderlo in tal modo ridicolo e blasfemo» (p. 179).

«Il pericolo tremendo di credersi giusti». Con queste parole si conclude la vicenda del giovane scozzese ingannato dal diavolo. Ingenuo come molti utopisti, non conosceva il saggio insegnamento di Stendhal: «l’arguzia è incompatibile con l’assassinio». Utile anche per i neopuritani dei nostri giorni.