martedì 6 novembre 2012

La rivoluzione e la morte

~ GLI SCRITTI DI DON DE LUCA ~
~ SECONDA PUNTATA ~
~ SI PUÒ CAMBIARE IL MONDO? ~

Proseguiamo nel ricordo di Giuseppe De Luca a cinquant’anni dalla sua morte.
Nella basilica di San Pietro, la Porta di Giacomo Manzù, opera considerata allora scandalosa e opera che celebrava il Concilio, aveva dietro il battente sinistro, incisa dall'autore, una dedica: a don Giuseppe De Luca; non era insomma un reazionario malvisto quel prete che frequentava Roncalli e Togliatti. Nel primo anniversario della sua scomparsa, il capo dei comunisti italiani lo commemorò in un articolo su «Rinascita», rievocando i loro incontri (il politico ateo leggeva i Trattati antimanichei e chiedeva un parere al sacerdote su una nuova traduzione; certo che altra cultura anche tra i dirigenti della sinistra), articolo che «l’Unità» del 15 marzo di quest’anno ha riportato nelle sue pagine ed è perciò facilmente rinvenibile: vi si legge un Togliatti devoto del letterato in tonaca, con espressioni addirittura di «venerazione» per il piccolo prete del Sud. Un cattolico di sinistra, dunque, don De Luca? Uno che cincischiava con le verità cristiane per dare una patina di nobiltà alle questioni umane troppo umane? No, don Giuseppe era l’amico fidato di Alfredo Ottaviani, il guardiano delle verità dogmatiche, e proprio per la saldezza del suo credo cattolico poteva parlare con chiunque senza timidezze. Nelle poche righe che citiamo qui sotto egli mostrava come tutti i più sottili problemi sociali fossero nulla di fronte ai Novissimi, ovverossia Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. La redenzione è un fatto cristiano, sosteneva il prete-letterato, sarebbe «da pazzi» credere in una redenzione sociale che risolva i punti-chiave della vita. Le ideologie socialiste, le ideologie in genere, diventavano in questo modo delle fatuità o, nella migliore delle ipotesi, dei piccoli e pur rispettabili tentativi di cambiare i dettagli del mondo (a maggior ragione, più frivole del Settecento francese sono le attuali battaglie ‘politiche’ per imporre le nozze parodistiche, le invidie salottiere delle auto blu, gli sguardi viziosi nell’intimità dei governanti...). È l’obiezione decisiva contro la politica totalizzante e di massa dell’ultimo secolo. E se gli anni Sessanta del Novecento furono ripieni della parola ‘sviluppo’ – il cattolicesimo montiniano ne farà addirittura una bandiera ecclesiastica –, all’inizio di quel decennio, pochi mesi prima di morire, don Giuseppe sembrava svuotare di senso le parole-chiave del progressismo laico e cristiano.

«Che questa vita terrestre via via possa anche migliorare (Dio voglia che non peggiori, non dico nella tecnica, dico nello spirito), che le condizioni del vivere sociale possano anche alleggerirsi, ingentilirsi, nessun dubbio; quantunque io non so che redenzione sociale sia quella che viene innanzi di pari passo con ferocie inaudite: deportazioni in massa, campi di concentramento, nazioni recinte (come greggi infetti) da filo spinato, coazioni materiali strazianti, manipolazioni della psiche, atrocità spirituali di ogni sorta, bombe atomiche, per tacere d’altri congegni dell’identica asprezza e barbarie. Tutto sommato, peraltro, un riscatto sociale è indubbiamente in atto.

Che sia possibile arrestare il dolore fisico, la malattia e la morte, disperdere l’angoscia, scongiurare la disperazione, a nessuno verrebbe fatto di sognarselo. Chi spegnerà dentro di noi un solo dei cento focolari e vulcani di peccato; chi abbatterà le insorgenti e in eterno ricorrenti furie; chi sradicherà la concupiscenza dalle radici, sì da pulirne il campo dell’anima, campo delle sementi e campo dei giochi; chi ricucirà alla fine nel nostro fondo più fondo la vena segreta della colpa? Nessuno, ed è inutile augurarselo. Crederlo possibile, sarebbe non vano ma pazzo. Nemmeno l’utopia lo ha mai contemplato.

Nessuna rivoluzione al mondo, nessun rivoluzionario ci si proverà mai, mentre pure il nostro guaio, il solo reale guaio sta tutto qui, non altrove; sta nel peccato, e per conseguenza nella morte. Per ciò che concerne la morte, poco o nulla serve discettarsi sopra e intorno; la cosa va da sé, lapalissiana. Nessuno può nulla contro la morte. Per quanto invece tocchi il peccato, lo si denomini come si vuol meglio, anche a non essere credenti, c’è anche lui, non lo si toglie di mezzo tanto facilmente. Nessun cuore d’uomo ignora il morso silenzioso, così insostenibile, del rancore; l’angoscia accanita dell’ambizione; la delirante e perfida incantazione della lussuria; la sedizione (è una vera e propria sedizione, durissima) dell’odio: nessuno. Inutile farla da gentiluomini e galantuomini: chi dicesse d’essere essenzialmente buono, o è un fatuo (beato lui), oppure è, non fosse che per codesta affermazione, un fannullone. Non un cattivo, ma un fannullone. Non ci si può dare spavaldamente per ciò che non si è, e nessuno può dirsi buono, perché nessuno è buono, nessuno. Lo ha detto il Signore. E chi buono è, quando è, non è buono alla stessa maniera come è corto o come è lungo. Sarebbe comodo. E sarebbe bella: diremmo, quando fosse così, che la signora del piano di sopra è buona, quella del piano di sotto invece è cattiva; sarebbero nate così, le poverine. No, come si è dotti, come si è tecnici, come si è atleti a questo modo si è buoni, a questo patto, a questo prezzo. Ci si diventa, insomma, per una disciplina; e qualsiasi disciplina, per entusiasmante che paia, almeno sulle prime, è dura, durissima. La disciplina della bontà (lasciamo dire agli sciocchi, quelli che fanno parlando un vocino filato, flautato, non perché colmi d’unzione ma perché untuosi), la disciplina della bontà si chiama di nome con un nome solo: si chiama la croce.

Non esistono, ahimè, rivoluzionari i quali si pongano in cuore di fare una rivoluzione contro la morte, contro il patimento fisico, contro l’amarezza inesauribile, incolpevole, cocente dell’animo, contro i moti sregolati e subitanei del cuore. Le rivoluzioni che finora si conoscono scoppiarono tutte, dal più al meno, non sopra il pane quotidiano, bensì sul maggiore o sul minore agio. Il quale agio è altra cosa, ben altra cosa dal pane quotidiano: l’agio è la prima, ancora innocente, quasi bella e cara, maschera della ricchezza. I Santi, di fatto, come alla ricchezza, così non si sono affidati mai con troppa fiducia al’agio. Ci si odia nelle rivolte e nelle sommosse, ci si combatte e uccide non per altro scopo. Il pane è come il sangue: sta più su. Il pane e il sangue, cioè la vita. […]

Noi non si ha bisogno, alla fine, di questo, di quello, di quell’altro: tutte trappole, nuove trappole e nuovi inganni. Si ha bisogno di gioia. Se il paradiso è, come è, il luogo della gioia, chi quaggiù ne ottiene anche un minimo, di questa gioia, ristabilisce per quanto è in lui e riapre il paradiso terrestre[…]». (da Bailamme, Morcelliana, pp. 284-291)

venerdì 2 novembre 2012

Un Requiem

~ ESERCIZI DELLA MEMORIA PER IL 2 NOVEMBRE ~

Un esercizio privato nel giorno dedicato a coloro che sono passati in questo mondo e che lo hanno lasciato: ricordare tutte le persone che si videro vivere accanto a noi e che adesso fanno parte della maggioranza, dell’umanità morta. Anche i meno vecchi ne avranno da contare parecchi. Ci si accorgerà di quanti ne dimentichiamo nei giorni normali, persone con cui ci accompagnammo per un periodo, magari nell’infanzia, o nella gioventù frettolosa. Pensiamoli e doniamo loro un Requiem. Dai pulpiti cattolici è sempre venuto l’invito a pregare per i dimenticati, per chi non ha lasciato eredi o ne ha avuti assai disinteressati alla pietas, magari per egotismi alla moda; la Chiesa avversata dai luterani ci ha insegnato a lucrare le indulgenze, sì a guadagnarcele in tutti i modi, per aiutare i morti; il Vangelo consiglia di puntare sul sacrificio della croce per garantire la resurrezione a chi ha già subìto la corruzione del tempo. Teschi e scheletri barocchi erano consacrati perché alla fine sarebbero stati rivestiti della carne più splendente, non servivano da spauracchio né da demente distrazione come l’Halloween con cui siamo stati colonizzati. In origine pare che «trick or treat» significasse «maledizione o sacrificio», «morte o dolce» nasconde appena la posta in gioco, il macabro aut aut dell’entertainment. Paganesimi d’accatto che comunque sottolineano, sia pure senza il respiro della speranza, il fatto che questi sono giorni dei morti. Tradizioni arcaiche ne abbiamo anche nel nostro paese per le notti malinconiche del nebbioso novembre: i falò contadini celebravano il ritorno degli abitanti dell’aldilà in permesso speciale per qualche ora nelle loro case. Una visione ingenua del mondo oltre la morte ma in fondo è vero che almeno il 2 novembre nelle case che abitarono i trapassati c’è forse chi li pensa. E in Italia sono ancora molti i viventi che visitano i cimiteri per un atto d’amore verso i già inumati. Peggio di Halloween, di ogni altra mascherata, è il weekend culturale nel quale si inzeppano musei e ristoranti, dimenticando la data, cancellando la ricorrenza che di noi ci parla, che ci mette a tu per tu con il «dies illa».

mercoledì 31 ottobre 2012

Aspettando la liturgia celeste

~ MENTRE A ROMA CONFLUISCONO
I TESTIMONI DEL RITO LATINO,
LEGGIAMO UNA SFOLGORANTE PAGINA
DI CRISTINA CAMPO ~

La forma antica del rito romano non è mai stata abrogata, il messale di san Pio V, il messale della cosiddetta ‘messa tridentina’, fu promulgato ancora da Giovanni XXIII esattamente cinquant’anni fa e, «per il suo uso venerabile e antico», dice Benedetto XVI, tale forma del rito romano deve essere tenuta da tutti «nel debito onore». Questo il succo del motu proprio Summorum pontificum che i pellegrini di tutto il mondo in arrivo a Roma festeggiano a cinque anni della sua pubblicazione, festeggiano pregando, in latino naturalmente, con solenni celebrazioni che culmineranno il 3 novembre in una messa pontificale di rito romano tradizionale nella basilica di San Pietro. L’eterna liturgia cattolica risplenderà per tre giorni, ma i suoi fedeli sono ormai una esigua minoranza. Il Summorum pontificum decreta che quel rito è venerabile, non da buttare nella discarica della storia, come pretendeva qualche vescovo di mezzo secolo fa, e neppure da consegnare agli antiquari per il piacere degli esteti, ma concesso ai pochi che ne fanno richiesta superando svariati ostacoli d’ordine burocratico e la diffidenza dei vescovi. Siano rispettati coloro che pregano in latino, dice il papa; ovvero, nell’et et inclusivo del cattolicesimo vengono contemplati anche questi bizzarri, i venerabili nostalgici o fratelli maggiori, leggermente decrepiti (che ne sanno i preti senza memoria della preghiera che apre la messa in latino «Ad Deum qui laetificat iuventutem meam»?); intanto la maggioranza continuerà a partecipare al rito svilito e avvilente («ridicolo» in alcune sue parti lo definirono eminenti porporati). Che si trattenga il sorrisetto, è la raccomandazione papale ai vescovi più modernisti, si usi la pietà cristiana, anche il rispetto, l'onore appunto, verso coloro che pregano come ai tempi di san Gregorio (il revival alla moda del cristianesimo delle origini vale solo per le architetture spoglie). E più o meno così apparirà agli occhi anche dei più benevoli il pellegrinaggio Una cum papa nostro sotto le telecamere incuriosite. Nel corpo della Chiesa la faccenda sarà più dolorosa, ma non troppo. I giovani che affollano la liturgia ‘tridentina’ smentiscono i luoghi comuni, non promettono rovesciamenti di maggioranze e trionfalismi fuori luogo. I manager in clergyman confidano semplicemente nel dogma commerciale secondo il quale la varietà dei riti arricchisce l’offerta. Piccole eresie folcloristiche, per cui il gergo più profano, talvolta truculento come il rock, entra nel sacro, non preoccupano più neppure gli addetti alla difesa della fede. Così la «partecipazione all’immolazione della Vittima diverrà una riunione di filantropi e un banchetto di beneficenza», diceva già, con acume, il Breve esame di Ottaviani e Bacci.

Del resto, alla distanza di circa mezzo secolo, risulta maggiormente sbalorditiva, quasi incredibile, la scarsissima resistenza che si oppose allo sconvolgimento della liturgia nel caotico dopo Concilio. In pochissimi anni, il clero e i fedeli della Chiesa universale si arresero alla novità. Eppure quanti di quei sacerdoti e monaci e frati avevano prestato il giuramento antimodernista ed erano stati educati nei seminari dalla Pascendi; quanti dei fedeli cattolici erano stati allevati dal magistero di Pio XII, con l’Index librorum prohibitorum che li avrebbe dovuti tenere al riparo dalle letture progressiste: gli allettamenti satanici della modernità furono più forti. Ci si liberava dal passato, si sperimentava l’eccitante novum nel sacro. Né fu notato allora, se non in cenacoli assediati, che l’ultimo anello dell’Antica Roma – avrebbe detto Hofmannsthal –, e forse di quel che restava della cultura europea, veniva spezzato.

Tra le dispute sgraziate, Cristina Campo seppe spiegare con le parole più precise la tragedia che stava accadendo. La cultura cattolica proliferata in università, accademie, riviste pareva dissolversi o forse non esisteva più da tempo. Cristina invece, non soltanto produsse «la più bella prosa italiana che si possa leggere» (Calasso) – smentendo le povere giustificazioni delle avanguardie che si crogiolavano nelle macerie –, ma negli anni in cui anche i più ispirati dei riformatori sembravano colpire a morte la liturgia, cercò di portare in salvo il deposito sacro ed estetico della tradizione millenaria. Non era una teologa né tentava, come molti fanno oggi, di costruire castelli in aria teologici. Si presentava come cronista di cerimonie impalpabili, miniaturista di liturgie celesti che si riflettevano nelle chiese romane, avviava nobili polemiche, scriveva lettere di esortazione, tesseva i nodi segreti del tappeto della tradizione, rivendicava l’insegnamento paolino, «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor., 14, 34), ma trascinava poi uomini insigni alla sua santa battaglia. Intrepida come una Caterina da Siena del rito, interlocutrice e amica del responsabile del Sant’Uffizio, l’energica quanto fragile Cristina prestò la penna al porporato per la Breve analisi critica del «Novus Ordo Missae», firmata dai cardinali Ottaviani e Bacci, in realtà composta da lei, assistita da monsignor Guérard des Lauriers, nel giro di poche e tormentate notti (il cardinale trasteverino, il «carabiniere della fede», come era chiamato Alfredo Ottaviani, evidentemente si fidava dell’ortodossia della scrittrice). Né temette di offrire parole di consolazione al vescovo Marcel Lefebvre che per la difesa della «Messa di sempre» fu attaccato con una violenza d’altri tempi proprio mentre si riversavano tolleranza e misericordia verso tutti i più diabolici avversari. Oggi, nei giorni in cui convengono a Roma i fedeli al latino «corazza aurea della Chiesa cattolica», litigiosi, divisi, poco angelici e molto peccatori (ma una volta tanto con la consapevolezza dogmatica di esserlo), grati alla Provvidenza per questa donna che nel silenzio dell’epoca impose con espressioni dardeggianti la voce della eleganza cattolica, rileggiamo insieme le sue Note sopra la Liturgia (tratte da Sotto falso nome, Adelphi, 1998, pp. 129-135).

Note sopra la Liturgia

1. Negli Apophtegmata Patrum è detto come il demonio sia incapace di conoscere i nostri pensieri perché di un’altra natura dalla nostra, ma come egli possa indovinarli osservando i movimenti del nostro corpo. Di quella spia egli profitta per tenderci i suoi tranelli: donde l’importanza data in ogni tempo al comportamento esteriore e la spontanea venerazione per chi l’abbia perfetto. Costui, oltre a creare intorno a se stesso un anello di purezza inviolabile, sta in certo modo compiendo un esorcismo a beneficio di quanti gli sono prossimi. «Beato» dice san Francesco «quell’uomo che non vuole nei suoi costumi e nel suo parlare esser veduto né conosciuto se non è in quella pura composizione e in quello adornamento semplice del quale Iddio lo adornò e compose».

È comprensibile che un maestro spirituale insistesse presso i suoi discepoli sulla liturgia solitaria, atteggiamento del corpo durante l’orazione anche soltanto mentale, consigliasse di pregare in piedi. compiendo tutti i gesti prescritti, come in coro, «come se i fratelli assenti fossero presenti». E che un’educatrice di genio, Hélène Lubienska de Lanval, imponga prima di tutto ai bambini la recitazione di pochi versetti biblici accompagnata da taluni gesti e cerimoniali significativi: preparando il calco esteriore alla colata del contenuto che verrà più tardi: intellettuale prima, spirituale poi. Si sa di molte conversioni dovute alla predicazione, ma la scintilla può scoccare da un solo, perfetto gesto liturgico; c’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro.

In un mondo nel quale l’uomo lentamente muore per mancanza non già di riverenza, come i filantropi vorrebbero indicarci, ma perché non sa più chi, non sa più che cosa riverire, un gesto simile può mutare una vita. E non appare strano, avendolo visto, che a santa Gertrude il Cristo sia apparso per la prima volta «nell’ora dolcissima di Compieta», mentre ella si rialzava da un inchino profondo col quale aveva riverito una monaca più anziana. Al posto di quella vide il «delicato giovinetto», «tale nell’aspetto quale allora la mia giovinezza sarebbe stata lieta di vedere anche con gli occhi del corpo». Con l’ultimo inchino sparirà forse da questa terra l’ultima vicenda degna di venerazione.

La liturgia è dunque il santo esorcismo. Santo e per così dire naturale. I gesti sacri lo sono anche in senso biologico, perché da tradizioni millenarie legati a numeri ai quali la vita dell’uomo arcanamente risponde: il tre, il sette, il dieci e così via. Uno studioso, Sambucy, ha notato come nella Messa siano contenuti gli atteggiamenti rituali più puri della contemplazione yoga, per esempio al Canone, allorché il sacerdote prega a braccia aperte e sollevate geometricamente, unendo i pollici agli indici; ma da noi si tende, incomprensibilmente, a trovare arbitrario, gratuito e sostituibile lo splendore di consimili gesti o la meravigliosa complicazione di certe regole cerimoniali: come quella, tutta ruotante intorno al numero tre e al mistico rapporto tra il cerchio e le rette (in modum circuli, in modum crucis), che informa, nella Messa solenne, la incensazione delle oblate. L’uomo così impegnato in gesti significativi adempie all’opus Dei non soltanto in senso sacro ma anche in senso naturale, affidando il respiro al ritmo infallibile del canto (che, con le lunghezze armoniosamente diseguali dei versetti, dilata e varia il giuoco del soffio nei polmoni) e lasciando che tutto il corpo ritrovi, in quella stretta e trascendentale disciplina, le sue leggi e i suoi numeri segreti. Lode davvero trinitaria, nella quale il corpo è fatto sentimento, il cuore pensiero e l’intelletto contemplazione.

Oggi si direbbe che quell’insano terrore che induce l’uomo ad aggredire la natura nel momento stesso che la fugge, lo spinga ad interrompere anche il grande esorcismo spirituale del gesto, introducendovi sempre più ciecamente cunei di vita profana: voci scomposte, ordini, illuminazioni inopportune, oggetti non rituali e, mostruosamente, il microfono, che rende grottesca la voce umana, assurde le tragiche vesti, anacronistico il gesto cerimoniale: giacché sarà sempre il nobile a pagare per il predone.

2. Liturgia è celebrazione dei divini misteri. È anche la grande esoterica del cattolico, che solo dopo una lunga frequentazione della liturgia terrena sarà in grado di presagire qualcosa della liturgia celeste. È, infine, desiderio di glorificare la divinità ricomponendo sulla terra, come stampate da un’ombra, le meraviglie del cielo: il giro degli astri, il succedersi delle stagioni, il mistero del tempo, l’itinerario della mente a Dio. Assistendo a una celebrazione liturgica solenne o anche soltanto a un Vespro bene ufficiato (è chiaro che parliamo e abbiamo parlato finora della tradizionale liturgia latino-gregoriana), si avrà l’impressione immediata di un moto astrale, di un’orbita celeste. E subito il Breviario lo conferma: piccolo libro zodiacale e cosmologico, currens per anni circulum, dove ciascuna ora canonica celebra una fase della luce, come negli Inni delle Piccole Ore, un momento della creazione del mondo, come negli Inni dei Vespri, o il graduale passaggio dalla notte al giorno, dal peccato all’illuminazione, come negli Inni dei Mattutini. Fin nelle ultime sfumature la varietà dei toni, le diverse cadenze musicali di uno stesso inno, salmo o responsorio a seconda del tempo liturgico, della solennità o della stagione (tonus vernalis, tonus hiemalis) – l’«immensa e delicata» liturgia mostra di ben portare il nome che le diede san Benedetto, opus Dei, giacché l’uomo non vi ha ruolo che di interprete delle grandezze di Dio e del creato. I suoi movimenti vi uniscono la lentezza maestosa delle ore con la levità della danza, mentre i paramenti, variando il loro colore, fissano all’occhio significati di morte, di risurrezione primaverile, di purgazione, di purpurea raccolta. Intorno all’immobile Sole-Cristo – Cristo stesso, nella persona del sacerdote, volge la Sua divina vicenda, e in essa coinvolge l’anno come il giorno, l’uomo in adorazione come lo stuolo dei Santi e delle Gerarchie Angeliche. Liturgia è dunque desiderio di circondare la divinità di immagini quanto possibile ad essa somiglianti, oltre che di parole da essa ricevute. Di restituire al Creatore, in virtù della Sua ispirazione, un estatico specchio della creazione. Gratias agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam.

In un tempo nel quale l’uomo, preda di forze oscure, si industria di far esplodere la vita, stravolgendone tutte le leggi e rinunciando alla sua ultima destinazione, è particolarmente affliggente per lo spirito che anche nel meraviglioso santuario della liturgia tradizionale si aprano brecce, che anche questo sistema vacilli.

3. Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell'estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitable che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.

La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

«E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara per la mia sepoltura» disse il Salvatore con quell’accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava. Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’«ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d'incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente. Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: «Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?».

La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto, quello non meno ineffabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un'operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravita che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

Qui finiscono le Note fiammeggianti di Cristina che assumono un senso speciale in questo triduo che si celebra a Roma intorno alla festa d’Ognissanti e alla commemorazione dei defunti, cioè alla Chiesa trionfante e festante che elargisce le sue indulgenze e alla Chiesa purgante che soffre e si purifica con i suoi fedeli oltre la tomba. Nell’asse del pellegrinaggio si avranno come due fuochi: la basilica di San Pietro e la chiesa delle Trinità dei Pellegrini. Su quest’ultima, fondata da Filippo Neri, dedichiamo ai tanti pellegrini della Missa romana che vi si affolleranno una citazione dal Diario dei fratelli Goncourt. Loro così sarcastici in genere sulle cose religiose, non possono nascondere la sorpresa provata in una visita alla chiesa e all’ospizio della Trinità, il 20 aprile 1867, giovedì santo. «Un indimenticabile quadro», ammettono, descrivendo i membri della Confraternita, tra cui cardinali, principi e gentiluomini, inginocchiarsi e procedere alla ‘lavanda dei piedi’. «Una certa emozione di fronte a tale impietoso richiamo all’uguaglianza. In fondo, la religione cattolica appare una grande fonte di umanità e mi irrito nel vedere delle persone intelligenti, degli spiriti eccelsi, mettersi in ginocchio davanti alla religione disumana dell’antichità. Tutto il tenero, tutto il sensibile, tutto il bello commosso del moderno proviene da Cristo» (Journal, vol. III, 1866-1870). Lo sfarzo romano, la sontuosa liturgia romana sembrava toccare pure i cuori dei Goncourt.
Sulla ‘parrocchia tridentina’ che opera a Roma, si veda anche un vecchio articolo dell’«Almanacco»:

lunedì 29 ottobre 2012

Il dovere della polemica cristiana

~ UCRONIA?  DON GIUSEPPE DE LUCA
PARLA DELLA CHIESA POST-CONCILIARE ~

Questo Almanacco presentò qualche mese fa una pagina di don Giuseppe De Luca, prete, letterato, erudito («Giuseppe De Luca parla di padre Pio» del 18 gennaio 2012), e promise che, approfittando dell’occasione del cinquantenario della sua morte, sarebbe tornato sull’argomento. Eccoci a mantenere la promessa ma, visto che nell’anno già alla fine l’anniversario non ha suscitato grande eco, si prova qui, almeno noi, a sfruttare bene questo genere di pretesti e a moltiplicare il ricordo: saccheggeremo a più riprese il suo ultimo libro, Bailamme, uscito postumo nel 1963 dalla Morcelliana, una raccolta di articoli per l’«Osservatore Romano», sminuzzeremo i suoi pensieri e la sua prosa in varie puntate.

Cominciamo con una celebrazione polemica. È proprio glorificando il dovere cristiano della polemica che il prete lucano se la prende con l’irenismo imperante, con l’«arcadia del buon cuore», con i discorsetti melliflui del clero, con la Chiesa ridotta a scuola deamicisiana, con l’amore liquoroso sempre in bocca nelle prediche. Si dirà: ma questo è il clima post-conciliare ben descritto in poche righe. Eppure il nostro dotto prosatore non vide il Concilio, lasciò questa terra pochi mesi prima della sua apertura, però quel che dice sembra adattarsi perfettamente a quanto abbiamo visto noi che gli siamo sopravvissuti. Una specie di ucronia? Don De Luca, l’amico di Roncalli – fatto raro, anzi unico per quei tempi, Giovanni XXIII uscì dai confini vaticani per recarsi al capezzale di un semplice prete che stava morendo nell’ospedale sull’Isola Tiberina – magnificava l’«arte militare» di Agostino nella guerra santa del Padre delle Chiesa contro i nemici di Roma, ricordava che l’amore sa e deve essere intollerante, esortava al dovere di condannare l’errante: questo almeno si legge nella pagina che riportiamo qui sotto.  Un così battagliero prete avrebbe allora condiviso i discorsi della tolleranza verso tutto e tutti che furono pronunciati dalla cattedra petrina nella solenne inaugurazione della assemblea della Chiesa universale? Si sarebbe entusiasmato per la fine delle condanne? Si sarebbe convinto che, il «sacro deposito» restando immutabile, non fosse il caso di sottilizzare sulle questioni di fede bensì di occuparsi della forma dell’evangelizzazione, convocando un concilio per un problema mediatico? Lui tanto colto avrebbe ritenuto che di fronte alle velenosissime insinuazioni della cultura moderna bastasse rispondere con prediche accettabili dal mondo, attraverso buoni curati che ricorressero a quel gergo moderno? Il nostro autore, sostenitore delle crociate dottrinarie agostiniane, avrebbe mai creduto che «gli errori svaniscono appena sorti, come nebbia dissipata dal sole»? O che fosse opportuno per la Sposa di Cristo «usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore»? Finito davvero il tempo delle condanne? Si sbagliava forse sant’Agostino a insistere sul fatto che i rimproveri nascono dall’amore? Naturalmente non possiamo rispondere a simili domande, peraltro assai ardue, ma ciascuno si può fare un’idea della coscienza dell’epoca in un singolare sacerdote che pure voleva scuotere il suo mondo. Sentiamolo:

«La polemica, dai giorni dei giorni, è stata ed è di casa nella Chiesa di Dio. Quelli che si dànno a credere che la vita cristiana consista, o consistesse una volta, in una arcadia del buon cuore, in una collettiva esaltazione di mutua simpatia, di vicendevoli ammirazioni, di candidi e cari madrigali che ci si scambia ammiccando e sorridendo gli uni con gli altri, costoro sbagliano. La Chiesa, e nemmeno la società, non è stata mai la scuola che De Amicis descrisse nel Cuore. La storia del pensiero cristiano per tre quarti buoni è storia di come le verità cristiane vennero difese, in una guerra che non conobbe tregua, ora da nemici aperti e dichiarati, ora da falsi amici, ora e persino da figli che avevano tradito o stavano per tradire. Non tutti i figliuoli prodighi sono sempre tornati, ancorché tutti possono sempre tornare. Scrive sant’Agostino nel 423 a Felicita e Rustico […]:

“I dissensi, non li si deve amare. Se non che a volte nascono per carità o provano la carità. Non si trova tanto facilmente uno il quale pigli in pace d’essere ricoverato. E dov’è quel saggio in cui sta scritto: ‘Rimprovera il saggio, e te ne vorrà bene’ (Proverbi, 9, 8)? Forse che per questo noi non dobbiamo più riprendere né rimproverare un fratello, affinché non si avvii sbadatamente alla morte? […]”.

Torniamo ora alla polemica. Lo stesso san Giovanni, discepolo per antonomasia dell’amore, ha passi roventi, di battaglia asprissima. Chi più intrattabile e intollerante dell’amore? Son ben sue per esempio, e non di san Paolo, come parrebbe, le condanne più recise e strazianti. Non dico san Gerolamo, dico sant’Agostino: percorrete le sue opere complete, per buona metà troverete che son polemica pura.

Non possiamo, dunque, condannare la polemica. Tutt’altro, essa è un dovere. Tutto sta a come la si conduce. Soltanto a raccogliere in una specie di massimario le norme sfuggite a sant’Agostino nel fervore delle sue campagne e delle sue battaglie, si comporrebbe un meraviglioso manuale di arte militare, una istruzione esemplare per il buon combattimento, un vademecum del vero soldato dell’intelligenza cristiana, da far trasecolare. Disgraziatamente oggi i cristiani, non esclusi i preti, ce ne andiamo in discorsi inetti, ora tutti una inutile furia, una scomposta e tribunizia scalmana, ora tutti un brodo di giuggiole, un latte e miele, discorsi che lasciano per fortuna il tempo che trovano. Mi domando, non senza sgomento, che cosa legheremo, noi, alla generazione ventura: dico di pensiero, dico di vita cristiana vissuta a occhi aperti, dico di battaglie combattute e vinte. Che cosa lasceremo di buono a chi vien dopo? È vero che dobbiamo parlare ai presenti, non ai posteri; ma chi parla bene, parla per tutti e per sempre.

Queste son malinconie; meglio strozzarle sul nascere, con un altro passo di sant’Agostino, tratto questa volta dalla sua più torturante polemica, quella coi Donatisti. Non faceva altro che combattere, il caro e terribile Santo; ciò nondimeno, ecco qual era in lui il rispetto della verità. Si trattava di una trita accusa donatista contro il papa Marcellino (296-304), e il Santo scriveva in polemica contro Petiliano:

“E ora, a che serve tornare a detergere ancora una volta i vescovi della Chiesa di Roma dai delitti che ad essi egli imputa, mentre li ricopre di calunnie incredibili? […] Perché dovrei addannarmi a provare la tesi della mia difesa, quando lui non alza un dito per provare la tesi della sua accusa? Ma se c’è posto per un poco di umanità nelle cose umane, io credo che meriteremmo un bel rimprovero qualora, a gente che non conosciamo, ma che gli avversari incriminano, sena peraltro poter dimostrare l’incriminazione con nessuna prova, la reputassimo senz’altro colpevole piuttosto che innocente. […]”.

Combattere quanto dové combattere lui, per tutta la vita, e serbare intatto e delicato a tal segno il senso dell’umanità: ecco una cosa più propria d’un santo che d’un uomo, e d’un santo della tempra d’Agostino, d’un cuore come il suo. San Girolamo, per esempio, e san Pier Damiani non reggevano a tanto. Non avrebbero mentito mai neanche loro, e nemmeno esagerato; ma in loro l’impeto più di una volta fa spavento, lascia perplessi, senza fiato.

Si est ulla humanitas in rebus humanis…, diceva Agostino, invece. Ma c’è poi nelle cose umane, un poco di umanità? guardiamoci in viso, c’è?».

 (da Bailamme ovverossia pensieri del sabato sera, Morcelliana, pp. 146-149)

venerdì 26 ottobre 2012

Il miracolo dell'immagine

~ NUOVE MICRO-MACCHINE FANTASCIENTIFICHE
RENDEREBBERO INUTILE L’ARTE FIGURATIVA. MA… ~

L’altro ieri si è diffusa la notizia che un cubetto grande quanto un ninnolo da tenere al collo (o all’occhiello della giacca come un distintivo) e in grado di scattare una foto ogni trenta secondi senza premere alcun pulsante diverrà un duplicato della nostra memoria, archiviabile sul pc, sempre a portata di mano. Non ci sarà bisogno di ricordare una scena dell’infanzia o di cancellarla (le censure freudiane), basterà ritrovarla con un motore di ricerca. Tutto resterà eternamente consultabile. Già nel mese di febbraio, la micro-macchina fotografica che non si stanca mai e che si chiama Memeto sarà messo in vendita a 150/200 euri; in pochissimo tempo, come accade sempre in questi casi, il prezzo si abbasserà, la tecnologia si affinerà, e la nostra vita, tutte le nostre vite saranno bloccate in una rappresentazione senza tempo.

Subito spuntano amicali, garbate e ragionevoli obiezioni a quanto questo «Almanacco» va dicendo sulla iconoclastia trionfante: adesso non si parla più di semplice inflazione delle immagini, siamo a livelli ben peggiori dei tassi inflattivi della Repubblica di Weimar, anzi la realtà stessa diviene una immagine, vi si specchia, un mare di immagini, ferme o in movimento, come si vuole, tutte comunque paralizzanti la nostra coscienza, la nostra memoria, il nostro gusto. D’accordo – ci dicono allora – sulle miserie del contemporaneo, sulla sua commercializzazione esasperata, sul suo carattere mafioso, come sostiene Fumaroli, sul suo gioco puerile, ma come è possibile davanti a questa trasformazione antropologica del mettere in scena, del rappresentare noi stessi e il mondo intorno, annullando anzi l’esterno (e l’interno), ricorrere alla immagine tracciata alla maniera di Cimabue o di Tiepolo o di Picasso? Quella dose di verismo, che è sempre stato il condimento d’ogni opera d’arte, che senso avrebbe oggi di fronte al doppio perfetto del mondo che queste e altre macchine si propongono?

Una sola contro-obiezione: perché, almeno fino adesso, l’opera d’arte del passato, l’opera d’arte eterna, quella di Cimabue, di Tiepolo o di Picasso, ci tocca hic et nunc così profondamente, ci turba nonostante i miliardi di immagini vuote che ci attorniano, gli iperrealismi, gli onnipotenti e tonitruanti media?

Post scriptum - I giudici della Alta corte di New York hanno deciso che le ballerine di lap-dance della città «non fanno arte». Nonostante le mille vie eretiche che il contemporaneo sarebbe costretto a battere a causa dell’inflazione di immagini nella società dello spettacolo, nonostante la body art e tutte le trovate più capziose cui ricorrono i suoi adepti pur di non raffigurare secondo umani procedimenti, i magistrati hanno sentenziato così, forse per una flagranza erotica che persiste in simili performances e che manca del tutto alle mortifere esibizioni che avvengono nelle gallerie e nei musei. Altri giudici, da noi, decretano quello che devono fare e dire gli scienziati, comminando anni di galera alle ipotesi scientifiche. Triste che siano i magistrati a stabilire quel che è arte e quel che è scienza.

mercoledì 24 ottobre 2012

Finale di comizio

~ BELLOC E IL SINDACO DI FIRENZE ~

Nei partiti italiani se le stanno dando di santa ragione, in quello della sinistra in particolare si combatte la guerra civile delle ‘primarie’, cercando anche di capire se sotto sotto siano un partito ancora di ispirazione comunista o di ispirazione liberale o già senza alcuna etichetta d’altri tempi: una scelta non da poco. L’équipe del sindaco che vuole voltare pagina in una storia vecchia un secolo dimostra di saperla lunga. Così, secondo quel che riportano i giornali, chi prepara i discorsi e l’immagine del Fiorentino in tour fa concludere i comizi con le seguenti parole: «Sono cristiano, sono cattolico, se qualcuno non vorrà votarmi per questo lo ringrazio». Il giovane competitore degli ex, ovvero di chi si incamminò nella carriera politica con i finanziamenti dell’Urss (e se ne vanta), non nasconde la sua fede, non la privatizza secondo il peggiore liberalismo, anzi la rende pubblica in modo baldanzoso. Sarà un puro caso ma il discorsetto è simile nel  succo (fervore a parte) a quello che lo scrittore inglese Hilaire Belloc, l’amico e sodale di Chesterton, pronunciava nei battaglieri comizi durante la stagione del suo impegno politico nel partito liberale, all’alba del ventesimo secolo: «Signori sono un cattolico. Fin quando mi è possibile vado a messa tutti i giorni. Questo [e tirava fuori dalla tasca una corona] è un rosario. Fin quando è possibile, mi inginocchio e recito questi grani ogni giorno. Se mi respingete a causa della mia religione, ringrazierò Dio di avermi risparmiato l’indegnità di essere il vostro rappresentante». Se i trainers del candidato hanno trovato lo spunto per questo finale di comizio nelle pagine di Belloc dimostrano una conoscenza delle spigolature letterarie rara tra i pubblicitari politici. Se invece gli è venuta su dal cuore l’idea di una sfida affine a quella del prode autore dell’Anima cattolica dell’Europa meglio ancora. In ogni modo promettono bene.

venerdì 19 ottobre 2012

Ridestare i padri

~ LA CULTURA DEI BECCHINI E QUELLA DEI SANTI INVISIBILI.
 ~ DUE FRAMMENTI DI UN RUSSO A ROMA ~

Venceslao Ivanov – così semplicemente lo chiamavano e lo stampavano in Italia dove visse una stagione lunga un trentennio –, poeta simbolista, filologo e filosofo che i nostri contemporanei trascrivono dal cirillico con maggior precisione e completezza: Vjačeslav Ivanovič Ivanov (Mosca 1866 - Roma 1949). Timoroso di visitare la città eterna, rinviò a più riprese il viaggio a Roma e, una volta qui, il discepolo ideale di Nietzsche si convertì al cattolicesimo, aprì casa di fronte al Campidoglio (l’aprì davvero a una cerchia italo-russa di eletti) e insegnò slavo ecclesiastico al Russicum, luogo dell’anima di Cristina Campo nel bailamme dell’Esquilino. È sepolto all’Aventino, nel piccolo ‘cimitero degli artisti’ accanto alla Piramide. Papa Karol Magno ricorse più volte a una sua metafora per indicare la Chiesa universale che ha bisogno di due polmoni per respirare bene, ovvero dell’Europa occidentale come di quella orientale, della cultura latina e di quella bizantina.

Ivanov aveva studiato a Berlino con Mommsen la Roma antica, per via di Nietzsche prese ad appassionarsi alla religione di Dioniso, quindi superò il culto bacchico nel misticismo cristiano. Vladimir Solov’ev, il maestro mistico di una generazione, lo influenzò da lontano e gli disvelò Dostoevskij, mentre il filosofo Nikolaj Berdajev lo consacrò come «il rappresentante più raffinato e più universale della cultura russa del XX secolo».

Dopo la Rivoluzione bolscevica, nell’estate del 1920 Ivanov si ritrovò in un ricovero con un amico, Michail Osipovich Geršenzon, uno storico della vita poetica in Russia. Oppressi forse dalla coabitazione forzata, si scrivevano piuttosto che parlarsi e un epistolario, Da un angolo all’altro, come poi si intitolò quella corrispondenza, finì col diventare un libro, tradotto pure in italiano dall’editore Carabba nel 1932 e rivisto dal medesimo Ivanov che padroneggiava la nostra lingua appresa dai versi di Dante. All’interlocutore che si tormentava sui postumi del nietzscheanesimo, sul rifiuto della cultura, sui veleni del decadentismo, sui sospetti dello psicologismo, sulla mistica nichilista della gnosi, Ivanov prospettava un cristianesimo forte, una cultura della grazia, della salvezza, della vittoria sulla morte. Vale la pena riportarne due frammenti. L’«erede di Bisanzio e del Barocco», come lo definirà Averincev (e del Barocco fu mediatrice Roma), ammonisce i disorientati e titubanti di oggi sul ruolo dei padri e della tradizione. Lo sradicamento attuale ha lasciato in ombra anche il suo nome, lo studioso che Martin Buber e Benedetto Croce andavano a trovare reverenti è ormai cancellato dai cataloghi della nostra editoria. Ci si è dimenticati di quell’amico di Roma e per lo più intradotti o introvabili restano le sue opere, tra le quali i Sonetti romani e un Diario romano in versi del 1944 (una mostra burocratica nelle sale della Biblioteca nazionale, foto e riproduzioni di scritti addossati alle pareti esterne di una latrina non sono certo un affettuoso ricordo).

La prima di queste citazioni è tratta da una lettera datata 4 luglio 1920 e affronta il problema della tradizione: «La cultura, nel suo vero significato, per me non è affatto una superficie, senza altra estensione che in lungo e in largo, né un piano di rovine o un campo sparso di ossa. C’è in essa qualcosa di realmente sacro: non è solo il ricordo del volto esteriore e terreno dei padri, ma è pure il continuamento delle iniziazioni da essi raggiunte. È una memoria viva, eterna, che non muore in coloro che si immedesimano in queste iniziazioni. Poiché le ultime sono state trasmesse attraverso i padri ai loro lontani discendenti; e nessun iota delle lettere, una volta nuove, segnate sulle tavole dello spirito umano che è sempre uno, svanirà. In questo senso la cultura non è soltanto monumentale ma anche iniziatrice dello spirito. Poiché la Memoria, sua divina sovrana, fa i suoi veri servitori partecipi alle iniziazioni dei padri e, risuscitandole in essi, comunica loro la forza iniziativa, quella di osare e di procreare cose nuove. La memoria è un principio dinamico: il dimenticare è stanchezza, interruzione del movimento, ritorno a uno stato di relativa stasi».

E riferendosi allo spirito nietzscheano, da cui pure era stato sedotto in gioventù, Ivanov scriveva: «Per lo psicologo ‘l’antico vero’ non è che una vecchia psicologia. Per lo meno tutto ciò che è spirituale e oggettivo viene da lui sospettato come una cosa psicologica e soggettiva. E di nuovo ricordo le parole di Goethe che stimmatizzano una ricerca sterile: ‘con avida mano egli fruga nella terra cercandovi un tesoro, e gioisce trovandovi i vermi’. Non assomiglia ciò al modo in cui il nostro amico nostalgico dell’acqua viva eseguisce le sue inquisitorie psicologiche e denuda la vanità delle ‘speculazioni’ la tirannica presuntuosità di qualsiasi penetrazione nel senso dell’essere, di qualsiasi affermazione teorica o normativa? Bisogna lasciarlo al suo demone: che i morti seppelliscano i loro morti. Io so bene che egli è un credente e mistico a modo suo (alquanto affine al metodo della cosiddetta teologia negativa, o apofatica); ch’egli stesso non è quindi morto affatto: tuttavia la sua opera è mortifera. Prestargli fede significa lasciar penetrare le carie nel proprio spirito: ciò che non diminuisce, beninteso, la nostra ammirazione del suo ingegno, né il nostro amore verso di lui, né la nostra pietà per lui e per la sua vocazione di tragico seppellitore di morti. Noi vogliamo invece credere alla vita, alla Grazia, all’accrescimento dello spirito, agli invisibili santi che stanno intorno a noi, alla schiera sconfinata delle anime in lotta continua per la trasfigurazione spirituale del mondo, e andremo avanti baldanzosi, senza guardare né attorno né indietro senza misurare la strada percorsa, senza ascoltare le voci degli spiriti della stanchezza e dell’accidia, che parlano del ‘veleno del sangue’ e del ‘deperimento delle ossa’. Si può essere gai viandanti sulla terra, senza lasciare la città nativa, e si può diventare poveri in ispirito senza affatto dimenticare la stessa sapienza. […] Qualunque sia il nostro atteggiamento gnoseologico, la linfa vivificante della sapienza ereditaria, degli antichi intuiti, il loro spirito e il loro logos, la loro energia iniziatrice e fecondatrice, aspiriamo tutte queste virtù in noi in nome dell’‘antico vero’ del Goethe! E così, spregiudicati e desiderosi di sapere, come stranieri passeremo accanto agli infiniti altari della cultura monumentale, che in parte giacciono in abbandono, in parte sono rinnovati e di nuovo ornati, fermandoci a nostro piacere, e portando sacrifizi in luoghi dimenticati, se scorgeremo qui dei fiori che non appassiscono , invisibili agli uomini, fiori cresciuti dall’antica tomba»

La seconda citazione è del 15 luglio di quella stessa estate. Vi si parla del ritorno al primitivo, che tutti gli espressionismi del tempo celebravano: «Ritorno alla primitività è tradimento, oblivione, scampo, fuga; è una reazione suggerita dallo sgomento e dalla stanchezza. È insostenibile il pensiero del ritorno al primitivo, altrettanto nella vita civile, quanto nella matematica, che non conosce che l’operazione formale di ‘semplificazione’: la quale consiste in un riportare la molteplice complessità a una forma più perfetta di semplicità. Semplicità come suprema coronante conquista, è superamento di ciò che non è compiuto per mezzo di una definitiva compiutezza, dell’imperfetto per mezzo del perfetto. Il cammino alla desiderata e amabile semplicità passa per la complessità. Essa si raggiunge non uscendo da un dato ambiente o da un dato paese, ma superandosi ed elevandosi. […] È vuota la libertà rubata per mezzo del dimenticare. Coloro che non ricordano il loro lignaggio e la loro stirpe, sono schiavi fuggiaschi, o liberti: ma non nati liberi. La cultura è culto degli avi e, certo, (essa ne è oscuramente conscia, perfino oggidì) un ridestare i padri» (da Corrispondenza da un angolo all’altro, Carabba editore, Lanciano, 1932, pp. 97-101 ; 137-138).

domenica 23 settembre 2012

La felicità di un frate

~ CARLO FRUTTERO RACCONTA PADRE PIO ~

Il 23 settembre del 1968 moriva padre Pio da Pietrelcina, a quasi mezzo secolo di distanza egli è più vivo che mai: il più amato dei cattolici, il più implorato come mediatore di grazie, il più acclamato dalle folle di pellegrini, il più vicino ai sofferenti nei letti d’ospedale e nella solitudine domestica. Gli si può adattare per l’ultimo secolo lo slogan che Ruggero Bonghi coniò per Francesco d’Assisi: «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani». Oggi la Chiesa universale ne celebra la festa liturgica con grande scorno degli intellettualini che lo temono come l’ultimo medioevale. Ma il «popolo di Dio» tanto evocato da loro resta insensibile alle celebrazioni del mezzo secolo del Vaticano II e si inginocchia commosso davanti alle reliquie del nostro santo che fu fedele fino in fondo alla messa in latino.

Un letterato che sapeva raccontare l’Italia profonda, Carlo Fruttero, in un libro che scrisse prima di morire, appoggiandosi al giornalista Gramellini dopo aver perduto la sua ‘spalla’ storica, tracciò in poche righe la vita del taumaturgo del Gargano. In La Patria, bene o male, che porta il sottotitolo «Almanacco essenziale dell’Italia unita in 150 date» (Mondadori), ricorda: «20 settembre 1918. Mentre prega nella chiesa del suo convento a San Giovanni Rotondo, un frate cappuccino si sente invadere da un indicibile senso di felicità. Ma un attimo dopo è a terra e un dolore fortissimo alle mani, ai piedi e al costato lo trafigge. Si trascina fino alla sua cella, lasciandosi dietro una striscia di sangue. Si fascia le mani e i piedi, tampona alla meglio la ferita del petto, ma ai confratelli e ai fedeli non può nascondere del tutto il fenomeno. Scrive al suo superiore, che accorre a constatare le piaghe. Appare così sulla scena del mondo padre Pio da Pietrelcina, umile fraticello prima, poi beato, poi santo.

Chi dei cappuccini si è fatta un’idea dai Promessi sposi, dovrà dimenticare la grande figura di fra Cristoforo, omicida pentito, ma rimasto uomo d’azione. Questo frate del Sud è tutt’altra cosa: è un mistico, ha avuto la visione di un misterioso personaggio che gli infliggeva le ferite che continuano a non cicatrizzarsi, gettano sangue, gli provocano dolori intollerabili. Sono le stigmate di Cristo che hanno già segnato nei secoli nobili figure come san Francesco d’Assisi e santa Teresa d’Avila, mentre in piena epoca giansenista, Gesù stesso è apparso alla francese Maria Alacoque, per esortarla a celebrare la festa del suo corpo martoriato: il Sacro Cuore di Gesù.

La notizia non può restare segreta e in poco tempo una folla crescente di fedeli circonda il frate, assiste alle sue celebrazioni della messa e chiede di essere confessata da lui. Un gruppo di giovani donne si forma intorno al religioso che ne diventa il padre spirituale, ma la Chiesa procede con molta cautela. Il Sant’Uffizio manda diversi ispettori a controllare le stigmate e tra questi c’è padre Gemelli, illustre genetista che padre Pio rifiuta di ricevere.

‘Psicopatico, autolesionista e imbroglione’, scriverà lo scienziato nel suo rapporto e la condanna peserà sempre sul frate, che è visitato e venerato da milioni di fedeli d’ogni paese e ceto sociale, dai principi ai contadini ma è anche oggetto di campagne calunniose […].

La Chiesa gli toglie la facoltà di dir messa in pubblico e di confessare, riducendolo quasi in stato di prigionia, ma numerosi sono i suoi difensori e dopo anni di dispute più o meno segrete padre Pio riacquista la sua dignità. Finché sulla base di centinaia di testimonianze, i ‘miracoli’ vengono riconosciuti: dal profumo di violetta e gelsomino che emana dal suo corpo ai cosiddetti ‘viaggi in bilocazione’, ossia il dono dell’ubiquità.

Muore nel 1968. Là dove ricevette le stigmate sorge la chiesa di San Pio. Chissà se gli piacerebbe: sembra uno stadio».

Così Fruttero. Una sola imprecisione storica. Padre Gemelli volle curiosare dall’alto della sua scienza medica e psicologica in una visita di sua iniziativa a San Giovanni Rontondo ma padre Pio, obbediente  alle autorità di Roma che gli avevano vietato di mostrare a chicchessia le sue stigmate, rifiutò di farsi visitare dal noto scienziato. Il professorone stizzito replicò con una diagnosi calunniosa. Oggi nell’ospedale romano che porta il suo nome nessun paziente ricorda più il pomposo luminare, il rettore dell’università, il cantore sgraziato del «volto fascista di maschia bellezza», mentre decine di immagini di san Pio venerate in ogni reparto dimostrano che al momento opportuno la Provvidenza sa rovesciare le fortune, anche accademiche, ed esaltare i semplici.

mercoledì 19 settembre 2012

San Pio dei letterati

~ UN FIORETTO ITALICO ~

Lo si incontra nelle pagine eleganti dei diari di Giacinto Scelsi, nei libri di Cesare Garboli, nelle lettere di Cristina Campo; appare quando meno te lo aspetti perché fa parte integrante del paesaggio italico e magari da uno scorcio si intravede il frate dei miracoli come in antiche tavolette devote che le immagini mercificate non sanno riprodurre. È il «Cristo italiano» diceva per mania di eccesso il giovane Malaparte con un’abbreviazione concettuale; si sarebbe detto in modo pedestre: è la più italiana delle rappresentazioni dell’imitatio Christi. Altrettanto si disse nei secoli di Francesco d’Assisi. Leggi La stanza separata di Garboli, ti inoltri con quel fine critico tra i miti del Novecento, senti risuonare Dante, Leopardi, Collodi, e mentre «si risolleva una questione antica, perenne, circa la responsabilità e i compiti della cultura, anzi della ‘letteratura’, riproponendo il tema ‘impegno-disimpegno’», a una certa riga trovi queste parole: «’Siamo ancora a questo punto?’ pare esclamasse Padre Pio da Pietralcina rivolgendosi a uno scrittore cattolico, il quale, recatosi al Gargano per visitarlo, additava al sant’uomo una fila di cipressi lontani anneranti le brume del crepuscolo, definendoli ‘foscoliani’». Il frate proveniente da un paese tanto oscuro da essere quasi sempre scritto male, anche dai colti – Pietrelcina con due ‘e’ il nome del borgo nel beneventano –, l'amatissimo personaggio del burbero benefico diventa qui un aforistico fustigatore di gusti estetici in un fantasioso piccolo aneddoto che forse rimanda al realismo del santo meridionale. Quanto alla questione di Garboli, questa sembrava la soluzione proposta dall'autore: «Basta esprimersi, e il mondo cammina, non c’è altro modo di cambiarlo» (La stanza separata, Scheiwiller, p. 206). Buon motto per un'arciconfraternita segreta di letterati che si glorierebbe di un protettore come il santo barbuto.

domenica 2 settembre 2012

Il sindaco

~ L’OMETTO CON LA FASCIA TRICOLORE
CHE NON RIUSCIVA A SCONFIGGERE L’ETERNITÀ ~

 Un lettore che vuole restare anonimo ci invia questo scritto. Naturalmente ne condividiamo lo spirito.

Il sindaco della mia città è un parolaio (non si frequenta invano il parlamento) che si mangia le parole. Non è efficiente né riveste un po’ di dignità come vorrebbe l’ufficio che ricopre e la stanza che occupa con affaccio sul Foro romano, neppure una punta di eleganza nell’eloquio, soltanto un’agitazione frenetica che lo rende buffo. È l’immagine triste di un politico d’oggi. Spesso parla intorno a questioni assai difficili ma non sa fare funzionare nemmeno gli autobus. Preferisce proporsi come un futurista in ritardo di un secolo, fino a qualche anno fa aveva anche un assessore che propagandava il culto di quei signori velocisti: per simile passatismo (la devozione nei confronti di un’avanguardia d’altri tempi), i sodali di Marinetti con le loro furibonde maniere li avrebbero maltrattati tutti e due e magari sarebbe volato pure qualche schiaffo.

Agitavano antichi vessilli il sindaco e il suo predecessore, «si ispiravano» (come i pittori della domenica) rispettivamente al fascismo e al comunismo che da parecchie stagioni non esistevano più al mondo. Uno che conosceva gli anfratti del pensiero dell’attuale borgomastro mi disse che nell’intimità della sua cerchia si rifaceva al socialismo nazionale, vagamente prussiano e vagamente bavarese, ma un tedesco vero avrebbe provato le vertigini di fronte a tanta cialtroneria mediterranea.

La domenica in particolare il sindaco mi ruba molto tempo, è un ladro del tempo dei suoi concittadini. Nelle altre città europee ci sono cartelli luminosi o senza lume che annunciano gli orari dei mezzi di trasporto e nessuno sgarra mai, a Roma non usa così, «non si può fare», si dice, c’è troppo traffico, come se fosse un destino, una condizione ineluttabile, ma almeno la domenica o i giorni d’estate, quando le strade son vuote e i bus dimezzati, non sarebbe male sperimentare un orario fisso, una indicazione che sottraesse la gente a un’attesa vaga, a sonnolente soste, buttata sulle panchine a sperimentare la Gelassenheit heideggeriana o in piedi a fissare l’orizzonte vuoto. Forse si preferisce che i romani siano alla mercé dei misteriosi capricci dell’azienda, e così nei giorni di festa il mio sindaco escogita dei sequestri di persona, ci affida al caso, ci imprigiona nei quartieri lontani dal centro, e saltano gli appuntamenti e i programmi. Da molti anni comunque gli abitanti borghesi non prendono più i ‘mezzi pubblici’ (taxi a parte) perché i viaggi in bus sono ormai roba da africani con i sacchi delle mercanzie e da badanti liberate per qualche ora dai loro vecchi, gente il cui tempo non vale niente per l’autorità, mentre a Zurigo pure i banchieri vanno in tram perché se il loro sindaco rubasse il tempo ai zurighesi come fanno ai romani, loro con il vantato rigore calvinista lo caccerebbero a pedate. Quanto ai piccoli imbrogli del culturame distribuito alla plebe onde confondere con un po’ di fuffa i votanti sulla capacità dei votati a risolvere i problemi essenziali, basterebbe una seria indicazione di Karl Kraus, severo censore della sua Vienna imperiale: «Il fatto che esistano delle vetture pubbliche che conducano il poeta rapidamente e comodamente al suo tavolo di lavoro è per lui più importante del sapere che nel museo della sua città è appeso un autentico Correggio. Per il filisteo invece il Correggio è indispensabile anche se non è in grado di distinguerlo da un autentico Knackfuss». Alle fermate romane il poeta viene incatenato, la scrivania una mèta lontana, i versi restano nella testa; gli ultimi soldi delle casse capitoline sono impiegati per tappeti rossi da far sporcare dalle scarpe dei divetti, feticismo popolare per la goduria dei filistei di borgata.

Non soffrono solo i poeti. Una gentile coppia di provincia, anziani con i loro guai, chiese sommessa al guidatore del bus ancora fermo al capolinea quanto ci volesse per arrivare alla stazione Tiburtina da dove partiva, un’ora e mezza più tardi, un pullman che li riportava a casa. «Mo’ mi collego col satellite e ve lo dico», fece quello beffardo. «Ma che ne so – aggiunse cercando un sorriso complice tra gli altri passeggeri adusi alla faccenda – un’ora, due, secondo il traffico, le manifestazioni, la gente che sale». Il servitore pubblico, come tutti i suoi colleghi,  i suoi capi, il suo sindaco, guardava con irritazione a chi chiedeva un dato preciso, un numero.

Il sindaco mi ruba anche il mare, la spiaggia romana di Castel Porziano, un luogo unico al mondo, lo diceva anche de Chirico che di siti divini se ne intendeva, non come le sciurette che conoscono solo i tropici tutto compreso. Un posto da re, dunque, che un tipo che aveva preso il posto del re al Quirinale donò (anche se non era suo) al popolo romano (che ne era comunque il più legittimo proprietario, visto che anche il re aveva rubato la reggia al papa). Come nelle fiabe, il gesto prodigo fu accompagnato da alcune disposizioni (pena, nel caso di violazione, la fine dell’incanto): il dono era perpetuo ma nessuno avrebbe dovuto mai chiedere una lira per l’ingresso, anche le docce sarebbero sgocciolate senza spesa e così i servizi, guai a chi si fosse impadronito di un metro di quel litorale di dune, autorizzato appena lo spazio per banchetti con un qualche panino e bibita, ma gli addetti municipali avrebbero dovuto impiantare le fontanelle romane in ghisa per far sgorgare l’acqua freschissima gratis et amore Dei, e se uno proprio non sapeva fare a meno dell’ombrellone o della sdraio che se li portasse da casa. Per alcuni decenni gli ordini dello pseudo-re generoso furono osservati e Roma potette vantare una spiaggia da dolce vita, ma il sindaco di prima si comportò da strega cattiva, violò le prescrizioni del donatore e annullò il dono, gelò il paesaggio, lo riempì di merci, ciarpame cheap, privatizzò la spiaggia. Così nell’eden apparvero migliaia di lettini tutti uguali e gente allettata come in ospedale, e scritte burine di «beach» ovunque, e fontanelle secche per fare arricchire bar e ristoranti grandi e invadenti come in un centro commerciale, e rumori d’ogni genere, anzi il sindaco attuale si mise a finanziare palchetti e ballerini che vi sculettavano sopra mentre gli amplificatori diffondevano il techno suono fin tra le onde a disturbare e confondere i pesci.

Di giorno i principali monumenti della città sono circondati da uomini e donne mascherati da antichi per chiedere soldi, il «primo cittadino» è dalla loro parte, a rovesciare la storia di Roma in farsa commerciale, ad allestire la quotidiana atellana triviale. Di notte il sindaco fa imbrattare le strade con le sue scritte e i manifesti del suo partito. Anche sulle tabelle dei bus mettono la pubblicità personale del boss capitolino e dei suoi compari. Lui, equanime, non cancella neppure quella degli avversari e Roma appare tutta una bruttura.

Di tanto in tanto mi irrito perciò con un simile personaggio, gli impreco contro, da solo o in compagnia di altri snervati. Poi mi dico che questa gente infelice, come quasi tutti i politici, non deve rovinarci le ore fulgide che il Cielo concede agli abitanti di Roma. Provano a deturpare, offendere, intralciare, immalinconire la città eterna ma l’eternità non si lascia coinvolgere troppo dai gesti arroganti: ne ha visti innumerevoli ed è sopravvissuta loro allegramente. Né gli abitanti, scetticoni come sono, presterebbero mai fede alle ipotesi tedesche secondo le quali l’Italia amministrata da menti germaniche sarebbe perfetta. Anzi, questa idea di perfezione ci turba, il paradiso in terra sembra blasfemo e innaturale. Per una valle di lacrime come è questo mondo lo splendore di Roma suona già abbastanza eccentrico. Che i bus scorazzino pure selvaggiamente, che i tempi si allunghino in una parodia di eternità, che gli ometti con la fascia tricolore provino a ridurre l’urbe alle loro misure: non servono neppure da contrappeso a quella gloria, non pareggiano con tali miserie la fortuna incredibile che abbiamo, il piacere di essere qui.

lunedì 30 luglio 2012

Il bello come viatico

~ LE STELLE DI SAN PIO ~

Gli stiliti, mistici del cristianesimo orientale, passarono la vita sulle colonne senza contemplare la terra e neppure il cielo. Performances negative asservite all’ineffabile che rimaneva tale, silenzioso, sfuggente, neoplatonico. Altrettanto astratti furono i furori della mistica germanica, quella dei maestri di Lutero, i teologi del sine modis che respingevano l’arte per amore di un buio divino. Narrano invece i testimoni che, sentendosi morire, san Pio da Pietrelcina chiese ai suoi confratelli di essere condotto sul terrazzino del convento per guardare un’ultima volta il cielo stellato. Colui che aveva impressi i segni fisici di Cristo nel corpo, che mescolava il miracolo della santità con le assai prosaiche questioni del sangue, volle vedere lo spettacolo del creato qualche istante prima di varcare la misteriosissima soglia del Paradiso. Il bello come viatico per il cielo: ‘fioretto’ di un santo meridionale, di un seguace di Francesco d’Assisi. Nel cattolicesimo il firmamento notturno o il mare luminoso sono anticipazioni del Paradiso, immagini create da Dio, un dono celeste per gli umani. Il nostro maggior santo contemporaneo, in mancanza di artisti, ce lo ricorda, riconsacrando il senso della vista tanto bistrattato dai teologi post-conciliari.

giovedì 26 luglio 2012

Santa collera cristiana

~ GLI INSEGNAMENTI DEL CARDINALE DANIÉLOU,
IL GRANDE CALUNNIATO,
PER SUPERARE LA TIMIDEZZA DI FRONTE A LACAN ~

Il cardinale teologo, lo studioso della Patristica, l’amico di Klossowski e di surrealisti che conclamavano il peccato, morì d’infarto, dopo aver fatto le lunghe scale a chiocciola di una casupola parigina, nell’abitazione di una spogliarellista. I laici sghignazzarono sui loro giornali e alla tv, i gesuiti che lo avevano avuto nella Compagnia, soldato in partibus infidelium, lo calunniarono più degli altri. Era il 1974, l’organizzazione ignaziana annaspava nel progressismo post-conciliare, si innamorava dei marxismi più sdolcinati, non poteva sopportare un loro insigne confratello, già in odore di modernismo parigino, criticare con sapienza e grazia l’abbandono della essenza cattolica: i teorici della casuistica misero da parte la «data fattispecie» e lanciarono il loro fango sul cadavere dell’infartuato. Anche i conservatori, mescolando come spesso accade teologia e politica, tacquero di fronte alla denigrazione di un cardinale che aveva frequentato per tutta la vita ambienti a loro lontani. O, peggio ancora, approfittano ancor oggi di quella morte per rivalersi di una teologia che non condividono, ascrivendo tutto al complotto, alla massoneria, alla grande macchinazione degli gnostici nascosti che cospirerebbero nell’editoria come in Vaticano. Si poteva forse credere alle parole della ragazza sulla visita di Sua Eminenza nelle stanze malfamate per offrire una somma di denaro destinato alla difesa legale del marito di questa Maddalena? «Doveva proprio portarglieli a casa quei soldi?», si diceva chi non conosce la follia della carità cristiana.

Padre Jean Daniéou che aveva dialogato con ebrei e islamici, con gnostici e buddisti (ma assai meno con gli atei) sapeva operare nella tradizione cattolica, fedele non all’integralismo (che è termine protestante) quanto al buonsenso di questa cultura. Scriveva perciò nelle sue Memorie (in italiano con questo titolo il testo Et qui est mon prochain?, pubblicato dalla Sei, 1974, edizione da cui sono tratte queste citazioni):

«Se si eccettua Dio, non mi pare di dipendere da nessuno e per questo non sento il bisogno di contestare né la borghesia né la Chiesa» (p. 12). L’agitazione del clero di quegli anni veniva svuotata di senso. In compagnia di teologi che erano stati gli eroi dei contestatori cattolici, spiegava con fermezza: «Ciò che a me è apparso grave – e non solo a me ma anche a degli amici come Padre de Lubac, Urs von Balthasar e tanti altri – nella storia religiosa di questi ultimi trent’anni è lo slittamento dello sforzo di apertura del pensiero verso un atteggiamento da dimissionari». Oggi si potrebbe aggiungere a tali nomi quello di un giovane teologo di allora, Joseph Ratzinger. «Ci sono azioni di rigetto che sono salutari. […] Persino Cristo si lascia prendere dalla collera. Quando egli tratta i Farisei da ‘sepolcri imbiancati’, qualcuno potrebbe oggi osservare che è una mancanza di carità, che il Cristo non avrebbe dovuto permettersi di parlare di ‘sepolcri imbiancati’. E quando afferma, a proposito di coloro che scandalizzano i bambini, che bisognerebbe metter loro una macina da mulino al collo e gettarli in mare! Cristo sa essere violento. La collera, nel significato più corretto del termine, è la reazione di una sensibilità sana davanti a delle situazioni vili, laide, spregevoli. In questo senso occorre sapere andare in collera come Bernanos, come Péguy. Certo la collera è un essere difficile da domare […]» (pp. 20-21).

Che cosa fa fremere di più un sapiente? Non le debolezze della carne, la lussuria patetica, l’idolatria diffusa del denaro e gli illeciti per arricchirsi a ogni costo. Un sapiente non tresca con il puritanesimo. Contro i luoghi comuni dei laici Daniélou sosteneva: «La nostra società non è immorale – non lo è almeno più di altre – pecca piuttosto contro l’intelligenza; i più grandi peccatori del nostro tempo sono spesso gli intellettuali» (p. 21). Il teologo gesuita prendeva «le idee sul serio», convinto che «alla fin fine l’intelligenza decide su tutto», provava ribrezzo per quel mercimonio dei cervelli che l’intellettuale di massa mette in mostra sfacciatamente. Gli intellettuali perciò «sono molto più colpevoli che i capitalisti, perché quello che intaccano, che distruggono, particolarmente nei giovani […] è fondamentale: l’idea cioè che esista una dimensione della realtà che ci sorpassa e che l’intelligenza può cogliere» (pp. 21-22). Davvero audace sostenere contro i dogmi moderni che «la convinzione che ognuno ha la sua maniera di ragionare, che si sa molto bene che altri la possano pensare diversamente, che tutti i pareri si equivalgano più o meno, mi sembra del tutto deleteria, perché quello che mi interessa in un’opera letteraria o filosofica non è tanto ciò che ci fa conoscere il suo autore, perché dopo tutto la cosa non mi riguarda, ma in quale misura egli arricchisce la mia conoscenza. […] Che me ne faccio di quei sofisti brillanti che giuocano meravigliosamente con i concetti e con le parole […]! L’unica cosa che mi interessa è la splendida avventura del’intelletto, la esplorazione di questo mondo inesauribile che è nello stesso tempo il mondo della bellezza, dell’uomo e di Dio» (pp. 22-23).

La gioia cristiana per lo spettacolo del creato gli faceva scrivere: «Intelligenza è per me questo svelarsi lento e continuo delle cose. Stimo gli scrittore che mi aiutano in questo processo, gli altri non mi interessano. Mi dispiace che oggi si attribuisca un’importanza eccessiva all’originalità di una filosofia o di un’opera d’arte. Ciò che mi interessa è se mi fa conoscere qualche cosa della realtà» (p. 23).

Un teologo parigino potrà magari civettare con le più brillanti menti dell’Occidente, ma al momento opportuno e drammatico saprà denunciare l’abbandono del cattolicesimo da parte di una componente del clero e dei fedeli: «l’epoca post-conciliare che avrebbe dovuto essere quella del rinnovamento della vitalità della Chiesa, e che continua a presentare degli aspetti estremamente positivi, è anche quella di un certo indebolimento interiore; ce ne rendiamo tutti conto. Per molti cristiani, le verità di fede contenute nel simbolo apostolico che stanno a fondamento della fede traballano: Dio creatore e sovrano, signore di tutte le cose, Gesù Cristo suo unico figlio, la missione del Verbo, la nascita verginale, la resurrezione del corpo di Cristo, il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, l’effusione dello Spirito sulla Chiesa, luogo dell’azione divina con l’infallibilità che essa implica per coloro che esercitano in pienezza il loro carisma, il valore dei sacramenti, l’attesa della risurrezione. Queste verità che costituiscono l’oggetto della nostra fede non possono essere modificate in base alle correnti ideologiche moderne, esprimono il contenuto della rivelazione cristiana, l’intervento di Dio nella storia, che permette all’uomo di portare a termine quanto supera le sue forze» (pp. 161-162).

L’umanista cristiano sa che «l’uomo non è in grado di fare grandi cose: si confronta con assoluti come la morte e il male. Il problema è sapere se deve rimanere vittima di questi assoluti, perché in tal caso allora gli ‘autentici’ sono solo i razionalisti e i disperati. […] Che cosa possono rispondere gli ottimisti, i comunisti e gli altri? Possono modificare alcune condizioni esistenziali della società, ma sono totalmente impotenti, e sono i primi a riconoscerlo, di fronte alle interrogazioni ultime» (p. 162).

Una citazione da appendere fuori di molte chiese o da opporre ai teologi da «Repubblica»: «Per quanto mi riguarda sono indifferente all’immagine di un Gesù che potrebbe essere il primo degli obiettori di coscienza o il primo contestatore o il primo di coloro che lottano contro l’ingiustizia, perché essa si collega e spiega problemi reali ma non dà nessuna risposta al problema mistico. La costituzione di una società giusta e fraterna mi sembra un obiettivo certamente desiderabile ma superficiale in rapporto ai problemi fondamentali che ogni persona umana è costretta a porsi» (pp. 162-163).

Non temeva il cardinale di usare parole grosse per certe figure post-conciliari: «assassini della fede» li chiamava, e pensava «a coloro che smobilitano alcune verità fondamentali sia perché non osano più proporle, sia perché le svuotano del loro contenuto» (p. 165). Scandaloso gesuita senza timidezze: «nel cristianesimo ci sono affermazioni che sono scandalose, che lo sono sempre state. È assurdo dire che oggi nessuno ci crede più: non ci si è mai creduto. Paolo ha scandalizzato gli stoici come gli epicurei. […] Sono colpito nel vedere i cristiani terrorizzati dalla psicoanalisi e dalla sociologia. Non portano più in maniera gioiosa, spigliata, tranquilla la pienezza che è stata loro affidato, si lasciano crescere dentro complessi di colpa di fronte alla grandezza dell’intelligenza carnale. Rimango umiliato quando vedo un giovane cristiano impressionato da un ideologo lacaniano, marxista o altro: non abbiamo nessun diritto di rinnegare il messaggio di Cristo davanti alle moderne correnti del pensiero» (pp. 166.167). È questo il problema di molta cultura conciliare, non una congiura modernista: i reverendi padri furono folgorati dalle piccole star dell’intelletto, dalle novità in libreria sul finire dei Cinquanta. Non c’era più bisogno di severi studi intorno ad Aristotele o alla Patristica, bastava leggere le formulette dei Marx e dei Freud in tascabili per intravedervi i segni dei tempi gioachimiti. Una semplificazione della storia: l’ora messianica stava arrivando, la annunciavano i marxisti. E anche oggi, quante umiliazioni nell’ascoltare le prediche domenicali, la devozione anche formale dei luoghi comuni, dell’opinione pubblica...

Profetico suona questo insegnamento nella nostra epoca che vorrebbe tradurre in legge anche i confini della vita e della morte e confonde la battaglia contro l’errore con la dannazione dell’errante: «quando tutto è gettato in pubblico, è quasi impossibile mantenere la distinzione per altro valida tra il rigore dei principi e la duttilità nell’applicarli» (p. 176).

Jean Daniélou era a favore della partecipazione dei laici alle letture dall’ambone, approvava che il celebrante dicesse messa rivolto ai fedeli, non era uno strenuo difensore del latino (pur ricordando con forza che il Concilio «non ha mai proibito il latino»), ma non esitò ad affermare con chiarezza: «Detesto tutte le iniziative che spogliano il sistema liturgico del suo carattere sacro: esse non sono affatto sulla scia del Concilio, ma di una certa desacralizzazione, di una certa secolarizzazione, gravida di conseguenza. Niente da meravigliarsi quindi che coloro che cercano nella liturgia un passaggio verso il mistero – ed è questa la liturgia – si precipitino dagli ortodossi» (p. 178). Come faceva a Roma Cristina Campo e i suoi sodali che, amareggiati dal desolante neo-protestantesimo della liturgia cattolica, accorrevano nella chiesa di sant’Antonio abate all’Esquilino dove si celebrano i riti cattolico-slavi con la sontuosità e il senso del mistero di sempre.

domenica 15 luglio 2012

La saggezza dell'ambasciatore

~ COME I CRITICI D’ARTE
CORROMPONO I POLITICI. ~
DAL DIARIO DI UN DIPLOMATICO
PRESSO LA SANTA SEDE ~

I diari degli ambasciatori hanno spesso un tono distaccato, inattuale, proprio mentre rendono conto di tutti i dettagli più impercettibili e più segreti del mondo. Quello di Gian Franco Pompei, ambasciatore italiano presso la Santa Sede negli anni Settanta, è una singolare lettura: spirito aristocratico, cultura di chi si è formato nelle grandi biblioteche familiari, ironia di chi offre per ufficio preziosi consigli a personaggi mediocri, con scarsa intelligenza e ancor più scarso gusto. Così un giorno il suo sguardo si posa sulle miserie piccolo-borghesi dei monsignori post-conciliari che buttano a mare le meraviglie degli arredamenti nei palazzi apostolici per ristrutturare in falsa semplicità e ad altissimo costo le antiche stanze che adesso paiono sale d’aspetto di società petrolifere. Oppure, presente a una solenne liturgia in lingua volgare a piazza San Pietro, una delle prime se non la prima, nota subito melodie da paesello, povertà e bruttezza delle musiche che hanno sostituito il gregoriano. In ambedue i casi, il grottesco che quel genio di Fellini estraeva a quei tempi dalla Roma dei prelati aggiornati.

I diari degli ambasciatori talvolta fanno pensare ai libri di viaggio dei settecenteschi e quando si tratta di nostri contemporanei riescono a rendere settecentesco, lontano e spesso buffonesco il mondo che ci circonda. Dalle carte di questo diplomatico di quarant’anni fa, riportiamo due citazioni: una del 30 gennaio 1974, ai tempi della crisi petrolifera che fermava le auto la domenica e mandava gli italiani a letto presto; l’altra, del 25 giugno 1975, sui politici corrotti linguisticamente dal vocabolario della critica d’arte:

«Un ‘artista’ bulgaro, Christo, con la complicità di Palma Bucarelli impacchetta i monumenti. A parte i disagi, il lavoro perso, i rischi di incendio, ci domandiamo quello che costa questa sciocchezza (a base di petrolio) nel momento dell’austerità a un comune che ha 3.000 miliardi di debito e non ha provveduto a nessuna delle strutture essenziali. Al muro! (e non alle mura aureliane)».

«Le responsabilità dei teorici dell’estetica e dei praticanti della critica d’arte, in ogni ramo, sono gravissime. Per tentare di dare dignità di scienza a una ricerca che consiste nel cogliere stati d’animo dell’autore e dei ‘fruitori’ (come si dice oggi) dell’opera d’arte e che dà risultati diseguali, basati più che altro su qualche rara intuizione individuale, i responsabili di questa professione hanno edificato un cumulo di sciocchezze e creato un vocabolario di follie. È impossibile confutare le loro affermazioni, poiché sono talmente prive di senso che non possono essere confrontate con nessun criterio di verità e di esistenza. [...]. Non è senza grave pericolo per la salute individuale e sociale che si pratica la follia collettiva. L’abitudine a sentir dire qualunque sciocchezza ha aperto la via comoda e facile ai politici, che hanno perfezionato quel linguaggio: i loro discorsi, poco utili per l'intelligenza dei problemi dei quali pretendono trattare, basati sull’accordo di sentimenti procacciato con ogni mezzo verbale, sono uno scatenamento di aberrazione» (Gian Franco Pompei, Un ambasciatore in Vaticano. Diario 1969-1977, Il Mulino, 1994, pp. 463-464).

venerdì 29 giugno 2012

Il rinnegato

~ IL PRIMO DEI PECCATORI,
IL PRIMO DEI SANTI,
IL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI ~

Rinnegò il suo Maestro e non una volta sola, ripetutamente, per ben tre volte, ebbe paura il nostro primo capo della Catholica, ebbe paura anche a Roma quando girò le spalle e si incamminò verso casa percorrendo la Via Appia e incontrando Gesù che con una battuta lo incoraggiò a tornare indietro e ad affrontare il martirio. Fu pauroso e peccatore Simone detto Pietro, lontano da ogni eroismo e dalle disumane condanne per ogni fobia che il linguaggio pseudopolitico ci ripete ormai ossessivamente, così come fu lontano dai puritanesimi che ci vogliono tutti angeli. In molte pagine dei Vangeli si comportò da uomo semplice, da pescatore, con domande giudiziose quanto ingenue poste direttamente al figlio di Dio. Frequentò le prigioni romane e visse nella capitale del mondo da latitante, al punto, dicevano i santi padri della Chiesa, da truccare le sue lettere datandole Babilonia invece che Roma, essendo da queste parti un ricercato. Polemizzò con Paolo che appariva colto e brillantissimo ma presentò le sue buone ragioni con calma e buonsenso. Il primo papa non fu un sapiente bensì un «agrammatos», un popolano che però stupì gli uomini del sinedrio per le sue risposte profonde, un non-eroe che seppe morire in croce. Il Dio incarnato si fece rappresentare da un ebreo che dimostrò una fede immensa, rassicurante. Il Padre divino gli aveva rivelato cose nascoste ancora a molti. Gesù gli diede l’incarico più importante su questa terra: «Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; le potenze dell’inferno non la potranno mai vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto quello che legherai sulla terra, sarà legato anche nei cieli; tutto quello che scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli» (Mt. 16, 17-19). Perciò il titolo augusteo di pontefice massimo gli si addice per investitura messianica: costruire ponti tra il cielo e la terra, tra le cose visibili e quelle invisibili, guidare la Chiesa di quaggiù costantemente intrecciata con quella dei trapassati. Il principe degli apostoli stabilendosi nella capitale dell’Impero romano riscattò un po’ anche il paganesimo locale e la missione di Roma. E il giorno in cui si celebrava Romolo e Remo riconciliati divenne il giorno in cui la nuova Roma commemorava Pietro e Paolo riconciliati. I 'protestanti' d'ogni epoca e latitudine si scandalizzano per una figura così poco ieratica e per una via di salvezza indicata da un pescatore mediorientale, da un peccatore pentito, insomma per il papa di Roma che si fa forte della delega di Dio, ai loro occhi eccessiva per una figura tanto umana. 

lunedì 18 giugno 2012

La scuola

~ PICCOLE TRASGRESSIONI SUL BUS ~
Venerdì scorso, la calca ordinaria di un bus romano è stata irrobustita da un’orda schiamazzante di studenti di un istituto tecnico. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico, celebravano forse la conquista di un diploma. Maschi e femmine diplomati o diplomandi, senza differenze, giocavano a fare i selvaggi. Non si erano imbrattati con uova e farina come fanno molti liceali appena interrotta la lettura di Plotino o la traduzione del pio Virgilio, non si piegavano ai ‘gavettoni’ infantili, puntavano a più duri modelli. Quei ragazzotti mimavano canti e slogan delle curve calcistiche. Così in pochi istanti, conquistato il compiacimento del pubblico anziano, han cominciato a bestemmiare Dio, ritmando l’insulto blasfemo, e subito dopo, per spirito di trasgressione ancora più scandalosa ai loro occhi – ché si è raccontato spesso nelle aule scolastiche e nelle gite didattiche ai Lager di una immolazione al Cielo per quella che fu invece una efferatezza umana e con finalità assai laiche – cominciavano a ripetere con un sorrisetto sulle labbra: «sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, io lo rifarei, io lo rifarei». A questo punto l’espressione di benevolenza dei presenti, pur concessa di fronte all’ingiuria sguaiata verso l’Onnipotente, si irrigidiva in una smorfia strana. In tempi di invidia sociale, avranno pensato ai soldi sprecati per la scuola e per i titoli di studio legali? O al piccolo dettaglio che neppure al riparo del sacro i morti sono al sicuro? O che l’abuso retorico di cultura genera mostri? O semplicemente che se educhi i giovanetti all’arte della trasgressione, magari con ripetute visite scolastiche nei musei del contemporaneo, poi nei sacrilegi bifolchi sul mezzo pubblico si sentiranno dei creativi in erba.

giovedì 31 maggio 2012

Lo sguardo del taumaturgo

~ PADRE PIO E IL BUDDISMO
NEI RICORDI DI GIACINTO SCELSI,
COMPOSITORE ELETTO ~

Ogni tanto ci si imbatte in qualche aristocratico dello spirito che mostra venerazione per Padre Pio, il santo sdegnato dai mediocri, anche di parte cattolica, in quanto immagine di un cristianesimo sanguinante. Nobiltà e popolo si ritrovano invece insieme, anche in questa occasione, nel culto dello Stigmatizzato di Pietrelcina. Oggi è la volta di un musicista, «per decenni invisibile», come ha scritto Quirino Principe, sommerso dall'arroganza degli engagés nei Cinquanta-Sessanta, confuso con gli avanguardisti, caricaturizzato in versione esotica, e soltanto adesso ‘riscoperto’ come sempre accade quando il tempo fa venir giù i gaglioffi e restano in filigrana le figure che contano: Giacinto Scelsi. Il «Charles Ives italiano», secondo una definizione dell’americano Morton Feldman, conosce addirittura la notorietà per opera del regista Martin Scorsese che ha usato una composizione scelsiana come unico commento musicale al suo film Shutter Island. Amico di John Cage, Jean Cocteau, Norman Douglas, Henri Micheaux, Pierre Jean Jouve, Virginia Woolf, viaggiatore in Nepal e in India, attratto dalle religioni orientali, tentato dai simbolismi di cui la sua casa romana sui Fori fu tempio, il conte Giacinto Francesco Maria Scelsi si recò più volte a San Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio e deporre ai suoi piedi i peccati dell’arte satanica, l’eccesso di spirito creativo che mette l’uomo in competizione con la divinità. Nella sua autobiografia, uscita da Quodilibet nel 2010, Il sogno 101, così racconta alle pagine 172-173 di quelle ore passate nel povero convento pugliese.

«Parlando di occhi [Scelsi aveva incontrato un giorno lo sguardo di Mussolini, cui mancava ‘una profondità’, ndr], devo dire che quelli di Padre Pio erano ‘diversi’. Una volta andai a trovarlo. Ma che dire dei grandi Esseri e dei Santi? Non si può che chinare la fronte e tacere. Certo, Padre Pio era pieno di santità e di luce divina, ed anche di poteri soprannaturali: chiaroveggenza, bilocazione, ecc. – poteri che appartengono anche agli yogi indiani, sebbene da questi siano conseguiti in altra maniera […]. Padre Pio era un docilissimo strumento della forza divina, e quindi non gli importava affatto quanto si potesse dire di lui, ed obbediva agli ordini dei suoi superiori gerarchici senza alcuna protesta né difficoltà anche quando tali ordini erano ciechi e ingiusti; tutto ciò a lui non importava punto, anche se in certi casi disturbavano la sua azione visibile: egli aveva altri mezzi per continuarla. D’altronde, se lui era uno strumento della divinità, la sua fede cristiana era per lui uno strumento, ed in questa fede è compresa anche la dottrina del sacrificio e della obbedienza alla regola. Certo, se da un lato questa obbedienza e la fede assoluta gli avevano permesso di giungere all’estasi e alla santità, d’altro canto non vi era per lui spazio per altro. Non so se sul caso di una realizzazione mistica così perfetta si possa o si abbia il diritto di imporre restrizioni. Certo egli non ammetteva nulla all’infuori della rivelazione e della verità cristiana; per lui l’induismo e il buddhismo non erano vie di sviluppo spirituale: ammetteva che possedessero un poco di verità, non ‘la Verità’.

Forse egli vide sfilare nella mia mente i grandi mistici d’Oriente e quindi sentì in me qualche lieve riserva mentale; ed è, penso, per questo che non adoperò per me i suoi poteri e le sue qualità di taumaturgo, come – non lo nego – io in quel tempo avevo sperato. Egli peraltro aveva ragione: non si può chiedere l’intercessione a colui del quale non si partecipa al cento per cento l’assoluta ed esclusiva fede.

La sua messa mattutina era impressionante e indimenticabile. La cappella si riempiva non solo del suo particolare profumo, ma direi proprio di spirito, e così fortemente che si muovevano soltanto, con lenti gesti, le sue mani bendate: i presenti erano immobilizzati e colpiti da una forza che si scioglieva solo alla fine del rito.

Poi vi sono anche gli occhi di colui che guarda attraverso le palpebre chiuse, eppure le pupille si vedono o sono io che vedo le vedo gli occhi attraverso le sue palpebre? No, sono i suoi occhi che rendono trasparenti le palpebre, e sono occhi d’oro, di un oro non metallico, occhi incredibili e indimenticabili, insostenibili per più di un secondo, ma che si ‘sentono’ addosso quasi brucianti. Trascendono l’intero universo, anche l’amore – in ogni caso quello personale –, occhi cosmici. Ma poi egli apre le palpebre e si vedono occhi semplici e buoni: incredibilmente terrestri e rassicuranti, insieme al gesto familiare di congedo».

sabato 12 maggio 2012

I notturni del diavolo

~ NESSUN BUON SAMARITANO
TRA LE VITTIME DEGLI SCIOPERI ROMANI ~

La «compassione» è una faccenda cristiana, come spiega Luca (10, 25-37). Irretiti nei formalismi, nei conti, nelle spettanze, i signori del sindacato la ignorano. Quieti, flemmatici, sfumacchiando la pipa, mestieranti del lavoro altrui, senza trepidazione alcuna decidono una ennesima giornata di sciopero dei mezzi di trasporto a Roma, non riescono a inventarsi una lotta meno ottocentesca che di fatto colpisce ormai soltanto le persone fragili, coloro che non possono fare a meno di un pubblico autobus o della metropolitana. Per i più è soltanto un piccolo fastidio, si prende l’auto e ci si infila in un traffico speciale, per i vecchi che non guidano, per quelli che non possiedono neppure un motorino, anche andare a farsi una lastra, magari prenotata mesi prima, diventa un’impresa. Così i sindacalisti impongono di arricchire i tassisti con i soldi dei poveri. Ma particolarmente infame è il dispetto perpetrato la scorsa notte a quel popolo di miserabili che affolla i «notturni». Anche queste carrette degli assonnati son state sospese per sciopero, nonostante un tale sciopero oscuro non abbia eco, avvenga nel cuore della notte, quando le maggioranze dormono, e riguardi esclusivamente lavoratori stremati dalla fatica. Chissà se i sindacalisti hanno mai visto i «notturni» ai capolinea della Stazione Termini o di Piazza Venezia? Ogni tanto ci sarà pure un turista per caso, un nottambulo per piacere, uno studente che si è attardato da un amico, ma la gran massa è formata da cuochi e camerieri, suonatori ambulanti, venditori di rose cimiteriali che stringono ancora la spinosa merce avariata, e non mancano i senza casa che girano la città dormendo su un sedile tra i loro fagotti. Che ne sanno i sindacalisti della puzza diffusa in quelle vetture, delle facce assonnate dei nuovi schiavi? L’altra notte, tutti a piedi, abbandonati alle fermate sparse per la città, condannati a non poter raggiungere le loro case nelle periferie, a Ostia e nelle altre borgate distanti decine di chilometri. Molti non sapevano neppure la causa di questa punizione collettiva, né sapevano dei comici arruffoni, della destra e della sinistra, dei sindaci e dei governi tecnici, semplicemente disperati, senza le biciclette delle signore ecologiste, senza le auto dei mondani che rincasavano. Avranno invocato le maledizioni del cielo sugli scellerati che hanno rovinato loro la notte.
 
I giovani conservatori, gli attempati liberali, i militanti delle svariate politiche sociali non pensano proprio a emulare i ragazzi francesi che nel periodo tra le due guerre correvano con le automobili private a prestare soccorso alla popolazione lasciata a piedi dagli scioperanti. Nessun cavaliere a bordo dei fuoristrada, nessun novello san Martino che dia una mano ai dannati della terra. Né le parrocchie che tanto chiacchierano di immigrati si sono mai organizzate in una simile opera da Buon Samaritano. Né l’esercito, come nel dopoguerra e ancora fino agli anni Sessanta, interviene per l’emergenza con i suoi camion dove solerti soldati aiutavano i vecchi ad arrampicarsi per scalette ripide: le statistiche garantiscono che tutti son forniti di auto, chi non la possiede resti paralizzato per un giorno. Stanchissimi, seduti in terra, privati del ritorno, del sonno, delle spiegazioni sulla brutta notte, di un qualche  giornale che racconti il giorno dopo le tribolazioni di migliaia di persone lasciate dal pubblico servizio alla loro prostrazione: è lo sciopero contro i più poveri. Il silenzio lo avvolge, non si può limitare il diritto sindacale e neanche renderlo meno offensivo. Peggio per gli inermi che davvero non hanno santi in Paradiso, anzi spesso non hanno neppure il conforto cattolico.