sabato 29 agosto 2009

Totenlandschaft

~ PAESAGGIO DI MORTI, UN MONDO DI GHIACCIO TRASFORMATO IN CIMITERO: ALLE ORIGINI NORDICHE DELLA STORIA DELL’ARTE MODERNA, OVVERO COME PASSARE DALLA RAPPRESENTAZIONE DELLA NATURA DEI ROMANTICI AL VUOTO SPINTO DEL NICHILISMO ESTETICO. ~ SU UN VECCHIO LIBRO DI ROBERT ROSENBLUM ~
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Avendo dedicato qualche puntata al decisivo passaggio tra Neoclassicismo e Romanticismo, là dove il paesaggio prende il posto del crocifisso e in quello scorcio cupo si gioca la suprema scommessa metafisica, ci piace a questo punto rammemorare e discutere uno storico dell’arte statunitense, Robert Rosenblum (1927-2006) che, qualche decennio fa, deviò dalla strada affollata che conduceva tutta l’arte moderna a Parigi e andò a indagare nei mondi gelidi del Nord Europa, tra gli antenati degli espressionisti, luoghi parecchio periferici rispetto alla capitale francese, addirittura agli antipodi di Roma, Siena, Firenze, Venezia, cuore della tradizione, mondi a lungo sconosciuti che ambirono poi nel Novecento a egemonizzare l’umanità, compiacendosi dunque di misurarsi con i tesori classici conservati agli Uffizi o al Louvre, opere tanto disprezzate, e in modo rozzamente moralistico, al momento della loro affermazione. A questi sentieri che si perdono nel bosco, agli Holzwege della storia dell’arte dedicò una serie di conferenze che risalgono all’inizio dei Settanta, poi raccolte in un volume: Modern Painting and the Northern Romantic Tradition: Friedrich to Rothko, tradotto in italiano dalle edizioni 5 Continents di Milano nel 2005, La pittura moderna e la tradizione romantica del Nord. Da Friedrich a Rothko. Spiace l’accostamento tra l’artista della Pomerania e l’ebreo-lituano suicida: se si deve mostrare una genealogia, rintracciare le cause della svolta, ossia dello svuotamento del quadro, dell’annichilimento della scena, della negazione dell’immagine, è giustissimo ritrovare nei deserti bianchi di Caspar David Friedrich, il pittore che voleva rompere con la tradizione artistica, la causa prima della degenerazione dei nostri tempi, ma risulta urticante vedere sul medesimo piano il solitario artista protestante e i nostri esteti senza opere. La degenerazione dell’arte, prima ancora che una trovata propagandistica dei nazisti, era evidente agli occhi dei più severi: così per esempio veniva bollata dall’apostolo del sionismo, Max Nordau, che già sul finire dell’Ottocento parlava di Entartung.
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Su queste origini romantiche del Nord, sul ritorno dei tedeschi a dettar legge nel campo dell’arte alle soglie del moderno, dopo una eclisse di secoli, dissero esemplarmente, fuori dei confini germanici, Marcel Brion e il nostro Mittner soprattutto delle Ambivalenze romantiche, più recentemente in terra tedesca Werner Hofmann, ma Rosenblum colse nel segno quando scorse anzitutto un fenomeno religioso. Nel primo capitolo del suo volume scrisse della «resurrezione di Dio» (naturalmente contrapposta a quella «morte» annunciata da Nietzsche) per opera di alcuni pittori nordici, non tutti di area germanica. Da questa ‘resurrezione’, da questo Dio alquanto astratto, snodò il filo rosso dello spiritualismo che addirittura, all’inizio del Novecento, si pervertì in spiritismo, nei circoli di Madame Blakatskj che attrassero i Kandinskij e i Mondrian. Se è condivisibile allora la collocazione dell’origine di quella che abbiamo chiamato la religione dell’arte nelle speculazioni pittoriche di Friedrich come di Turner, nelle cosmogonie di Asmus Jacob Carstens, di William Blake e di Runge (su quest’ultimo v. «Almanacco Romano» del 18 luglio 2009), sembra azzardato tuttavia considerare ancora dei sacerdoti del culto estetico i protagonisti della deriva americana nella metà del Novecento, piuttosto rappresentanti delle loro personali nevrosi, adoratori dei loro modesti capricci.
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Il fatto è che i primi, benché spingano al massimo il soggettivismo nell’atto di rappresentare, mantengono poi il legame con l’oggetto rappresentato, ne cercano anzi una fedeltà più sottile, condannando il manierismo degli inganni, dei trompe-l’oeils. I novecenteschi, invece negano la rappresentazione stessa, sostituita dall’espressione: un animalesco trasmettere delle emozioni. Ove Friedrich lavorerà niente di meno che sulla pittura di genere, appena torcendo in chiave introspettiva i paesaggi sinistri che si rifacevano, già in un cliché secolare, agli scenari aspri e severi di Salvator Rosa, con le figurine che vi si perdono. In luogo delle rocce che si immergono nelle marine capresi, quelle che scivolano nel Baltico, gli abeti invece dei pini ombrelliferi, cieli bianchi turbolenti al posto del sempiterno azzurro d’Italia, considerato ormai stucchevole.

Nel Monaco in riva al mare, opera cui Rosenblum dedica parecchie pagine, le radiografie hanno rivelato che inizialmente Friedrich dipinse diverse barche, poi via via le cancellò, così come uno scrittore procede togliendo personaggi e aggettivi in un racconto, ma senza per questo rinunciare al racconto, senza trasformarlo in un lirico delirio. Turner calcò la mano sull’aspetto soggettivo della rappresentazione, scarnificò come Friedrich l’episodio narrativo al suo significato più essenziale, eppure tutto ciò non intaccava il fatto che il quadro rappresentava appunto una scena spoglia, un episodio scabro, niente a che vedere, cioè, con le tautologie di Rothsko.

L’ascesi di Friedrich, le voluttuose percezioni di Turner non rovesciano il senso della pittura. Magari – a causa del sublime innalzato da Kant a nuova fede, diremmo noi – per gli spettatori moderni il dipinto del Monaco evoca una esperienza religiosa, «come se i misteri della religione avessero abbandonato i rituali delle chiese e delle sinagoghe e si fossero trasferiti nel mondo della natura», però è piuttosto negli occhi del pubblico che si è già consumata l’esperienza romantica del sacro e si è pienamente abbracciata la religione dell’arte. Nella pittura di Friedrich, ha ragione Rosenblum, si può rinvenire il cristianesimo di Schleiermacher, che Barth esalterà come un moderno riformatore della teologia protestante. Ma mentre Lutero voleva contrapporre il crocifisso agli splendori romani, i suoi seguaci, dopo appena due secoli, rimuovono anche il crocifisso e si fissano su un triste paesaggio panteista («nulla di più triste», notò subito Kleist a proposito del Monaco friedrichiano), una contemplazione della natura che surroga il Dio torturato nel corpo. «Nuove religioni prendono il posto del cristianesimo», osserva Rosenblum, nuovi martiri sono celebrati: «quando l’ateismo vorrà dei martiri, non ha che da dirlo: il mio sangue è qui pronto», fa dire alla sua libertina il marchese de Sade nella Nouvelle Justine. Sia pure esulando allora apparentemente dal tema, bisognerebbe riflettere su questi riformatori protestanti che non sono mai in grado di reagire adeguatamente all’anticristianesimo che marca il moderno, al massimo offrendo una via malinconica e dolorosa alla rassegnazione, una accettazione luttuosa dell’attualità che fa a meno di Cristo…
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Il problema è che – come si accorge Rosenblum – «nei paesi cattolici e protestanti la trasposizione dell’esperienza cristiana si fonda inevitabilmente sulla corporeità ereditata dall’iconografia religiosa». Ma «nel Nord protestante, assai più che nel Sud cattolico, avvenne un altro genere di passaggio dal religioso al secolare durante il quale ci accorgiamo che i poteri divini hanno abbandonato i drammi di carne e ossa dell’arte cristiana per penetrare nel regno del paesaggio». Cristina Campo parlava di «meravigliosa carnalità della vita divina» ferita dalla Riforma e dall'Illuminismo.
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L’Inchiesta filosofica sul Bello e sul Sublime di Edmund Burke dimostra che anche un conservatore tanto equilibrato da non lasciarsi irretire dall’ondata rivoluzionaria che viene dalla Francia, si fa ammaliare dalla natura selvaggia e prova languore e tremore nei confronti di questo sacro vegetale. Figlio di una cattolica e di un protestante, il Cicerone britannico sembra ondeggiare tra i due poli, tra realismo politico e mistica estetica. Il culto della natura nell’isola britannica si diffonde al di là delle confessioni religiose. Il «landscape painting» si tramuterà nell’inscape, paesaggio interiore, neologismo inventato da Hopkins, il gesuita poeta delle nuvole. Chateaubriand, romantico latino, conosceva bene questa mania del sublime per aver abitato la Gran Bretagna negli anni dell’esilio, e la criticò con forza nella Lettera sul paesaggio in pittura, datata Londra 1795. In nome del pittoresco se la prendeva con le «folli» dismisure del sublime, invitando a «rettificare l’immaginazione», a ridimensionare le montagne che toccano il cielo, i flutti che si alzano nei nostri pensieri, i venti e i tuoni, «Un million de choses incohérentes presque ridicules». Che il pittore insomma guardi attentamente l’oggetto della rappresentazione, lo studi, lo conosca, prima di fantasticare tanto.
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Il Werther dolorante, una specie di Cristo dei pittori irresoluti con la sua passione e morte, scrive nel diario: «mi sentivo esaltato da questa pienezza traboccante fino a percepire la divinità […]. Montagne stupende mi circondavano, abissi si spalancavano ai miei piedi…». Il saggio Goethe sa che questo suo giovanotto sentimentale si inebria di sensazioni che lo condurranno alla triste fine. Allora, fa meditare il fatto che la «pienezza» dello spirituale, il sublime del paesaggio, trascini all’autodistruzione, nascondendo la morte ancora più subdolamente dell’Arcadia di Guercino e di Poussin. A furia di sentirsi – come scriveva Carl Gustav Carus nelle sue Lettere sul paesaggio – «insignificanti» rispetto alla immensità della natura, ci si convince della propria nullità. Tutto il contrario della cultura cattolica che dà autentica pienezza all’individuo, a cominciare dal corpo, a sua immagine, come viene raffigurato nella stagione aurea del Rinascimento.
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Nel 1907 apparve la tesi di dottorato di Wilhelm Worringer, Abstraktion und Einfühlung: l’astrazione si rifaceva all’arte islamica ma doveva incrociarsi con le sperimentazioni del Cavaliere Azzurro; l’Einfühulung era invece quell’empatia, quell’espandersi nel mondo, quel fondersi in un oggetto esterno che rompeva i ponti con la logica e la razionalità della rappresentazione. Il termine proveniva da Friedrich Schlegel e da uno stuolo di altri romantici. «La storia dell’arte – commenta Jean Clair – diviene così la storia delle pulsioni primitive, dei bisogni primordiali di esprimersi, come se creare e gridare, per esempio, come se cantare e comunicare, come se ‘esprimersi’ e ‘dire’ fossero una sola e identica cosa». Il passaggio segreto tra romantici del Nord ed espressionisti di tutte le risme risiede qui. L’importante è aver sempre presente le differenze che pure si mantengono tra i due movimenti.

Friedrichs Totenlandschaft, un paesaggio di morti di Friedrich, secondo un verso di Karl Theodor Körner: vi si raffigura esclusivamente la morte. Rosenblum lo paragona a Die Winterreise di Schubert, «un mondo gelato trasformato in cimitero». Un viaggio di morte infatti scrisse il musicista trentenne prima di concludere la vita terrena, una via crucis laica di ventiquattro stazioni – o della medesima religiosità di Friedrich, appunto –, un viaggio interiore sicuramente, allucinato anche, una estrema metafisica dell’assiderazione, ma c’è il canto che si dispiega – come nei quadri di Friedrich si raffigura ancora –, Lieder dolcissimi mitigano il cammino sotto l’egida di Saturno, melodie che gareggiano con l’infinito dolore del pittore del Nord, lacrime ghiacciate, marmoree scene, che riecheggiano i paesaggi del pittore, l’algido mondo della bianca luce, mentre gli epigoni sapranno solo trafficare con la morte come necrofori, senza più produrre alcunché di buono.
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Magistrale era stato l’intervento del giovane Rudolf Borchardt sulla natura nordica e in specie tedesca, spiegata a contrasto con quella italiana, e in specie toscana, cui lo scrittore aveva dedicato il prezioso saggio «Villa» (1907). Riassumendo la lezione di Goethe e il tourbillon romantico, Borchardt scriveva: «nella religione del Sud si è sempre santificata la natura, già resa domestica e ferace di beni utili, mentre in quella del Nord ci si abbandona a una natura selvaggia, senza impronta di sé e a se stessa bastante. […] L’uomo di questa religione ama andare errando a inerpicarsi dovunque, calzato e attrezzato, su per rocce, neve e ghiacciai, ‘incontro alla tempesta, alla pioggia e al vento’; gli piace sostare in solitudine, anzi anela di trovarsi solo e di avere intorno a sé le foreste, sopra di sé le montagne, terre colte e case ai suoi piedi, distanti; quello dell’altra vuole abitare in un qualche posto. L’uno è insofferente a qualunque dimora; l’altro sta di casa in antichissime, bianche masserie, tra campi e armenti, pensoso dei suoi morti, e dalle mani delle divine stagioni compiacenti riceve i simboli della campagna: bianca farina e pani d’oro per i campi in piano, olio dorato per le ulivete, vino bianco o nero per le vigne, castagne per i boschi montani, una cornucopia di frutta per i frutteti – tributi della terra, ieri nemica, oggi suddita soave…». Schematizzando le parole del Giardiniere appassionato – come si autoritrarrà in un titolo – , del signore che abita la villa della Lucchesia, dell’ebreo che idealizza i regni tirrenici e sulle rive di questo mare incontra i suoi eletti amici, a cominciare da Hofmannsthal, da una parte la cultura cattolica, dall’altra non tanto quella luterana bensì la più evanescente religiosità dei Friedrich, dei Novalis, dei Jean Paul. «La sofferenza degli antichi arii – proseguiva Borchardt – per l’individuo, l’angoscia per la sua insana inquietudine, le contraddizioni che fanno ressa nell’anima sua, risvegliano nell’uomo del Nord il ricordo di un’esistenza più elementare, ormai perduta, e lo spingono verso una misteriosa fratellanza con ogni albero o fiume o roccia, verso ciò che vive come Dio ha stabilito e non conosce contraddizioni; la sua è nostalgia dei puri istinti […]; egli fugge se stesso e può chiamare Dio quello che cerca: anche lui è un fiume e cerca la sua foce». Eterno annaspare verso le origini, ritorni a quell’arcaico che nel Novecento si affermò nella pittura espressionista e nella poesia ‘dorica’ di Benn, mentre l’animo meridionale «non può risalire verso una primigenia condizione che già più non esisteva quando i latini si affacciarono alla storia, anzi era anteriore ai loro stessi miti. In fondo, il latino torna col desiderio a un’epoca intermedia…». Per il resto, si pasce dell’eternità divina. Ecco perché «il suo doloroso contrario – la condizione nel tempo opposta a quella eternità, la maledizione opposta a quel paradiso – egli non potrà mai sentirlo col mistico dissidio dell’anima del cui paradiso, il mondo selvaggio e smemorato, egli ha ormai perduto ogni ricordo» (da «Villa» in Città italiane, Adelphi, 1989, pp. 46-50 passim). All’inizio del Novecento, ancora lontani dalla generalizzazione del «globetto», come lo chiamava già Leopardi, gli italici rappresentati da Borchardt non potevano deliziarsi di una pittura tanto estranea e senza garbo, o meglio di una religione tanto selvatica come quella messa in scena da Friedrich.
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L’aspetto antropologico che ancora nei coevi pittori francesi sapeva affermarsi, tra i nuovi mistici tedeschi è travolto dal «dominio della natura in cui l’uomo svolge il ruolo di un intruso malvagio e sfortunato». Lo stesso che si affermerà nei nostri tempi, nei quali l’uomo che attraversa una spiaggia o una foresta è visto come un profanatore, quasi la terra non fosse più ai suoi piedi. Il culto di Gea è la nuova religione pagana e oscura, che prese le mosse con il conte di Shaftesbury, con i giardini devotamente selvaggi all’inglese, che consacra la natura. Oggi più che mai il confuso pensiero neopagano sacralizza terra e ambiente, le si prostra devoto. Già ai tempi di Friedrich comunque sembrano attribuirsi sentimenti umani agli elementi del paesaggio.
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L’Europa cristiana presenta paesaggi che contengono campanili, cupole, croci, città turrite, rovine classiche, «macerie gotiche» (Chateaubriand), ma ormai nei quadri di questi monaci dell’interiorità sono appena uno spettacolo, un pretesto pittoresco, un punto d’appoggio per spiccare il volo spirituale. Uno po’ come nel nostro tempo diventano sfondo per offrire valore aggiunto di suggestione a concerti e recital di poesie che evidentemente ne sono privi. Spiritualità spicciola a paragone con quella degli antichi credenti. Runge si sentiva ormai «al margine di tutte le religioni che sono nate dalla religione cattolica». Ed era convinto che ogni residuo religioso, ogni eclettismo estetico, «tutto cerca il paesaggio». Si passa «dai tradizionali temi cristiani ai loro surrogati» dice Rosenblum.

(È curioso che in una paradossale ed eccentrica scrittura di un post-moderno come Derrida si scopra come il filosofo ebreo francese ideando una mostra per ciechi, che produce a sua volta un testo, Memorie di cieco, ricorra a svariati esempi della tradizione – la Guarigione del cieco, i Ciechi di Gerico, Tobia e l’Angelo, Omero con gli occhi spenti, gli occhiali di Chardin o quelli che si scorgono in un disegno di Pisanello, allegorie sacre e profane – mai utilizzando gli occhi interiori della pittura romantica nordica e men che mai quelli dei contemporanei.)

Dalla «sopravvivenza e rinascita del romanticismo nel tardo ottocento» Rosenblum trae un altro capitolo. Il romanticismo come «potere originale di evocare il divino e il misterioso». Visioni e atmosfere di santità si placano nella metà dell’Ottocento mentre si afferma il Biedermeier e il realismo di marca francese. Si alterna pertanto l’addomesticamento della natura e l’addomesticamento dell’uomo.

Al contrario di quel che pensa Rosenblum, l’arte e la letteratura protestanti non traggono dalla natura una «umanizzazione del divino», bensì il divino perde così il più sottile tratto personificante e perfino il panteismo dimentica l’aspetto provvidenziale, riducendosi tutto a meccanismo cieco e oppressivo. «Se ci si allontana da Parigi», comunque, si scopre che questa ricerca religiosa nel naturale, volgendo le spalle all’Art pour l’art, prosegue il suo cammino eretico per l’intero secolo diciannovesimo. «L’opera di Vincent van Gogh – sostiene l’autore del libro – è il migliore esempio di questa sopravvivenza, o forse rinascita, nel diciannovesimo secolo postimpressionista, delle questioni sollevate dai romantici del Nord». Riesce l’accostamento tra i paesaggi desolanti con rovine gotiche, talvolta con figurine angosciose, di certi dipinti di van Gogh, e i paesaggi di Friedrich. Così come è accattivante il confronto tra alcuni ritratti di van Gogh e quelli di Runge: in ambedue le opere i bambini appaiono impressionanti «per dimensione e vitalità», «costringendo la madre a un ruolo subordinato, quello dell’albero vecchio e debole…». Segno ancora più eloquente di una tendenza spirituale dell’epoca, va detto che nulla ci autorizza a sospettare che il pittore olandese abbia mai visto anche una sola opera dei due artisti tedeschi.

Scendendo verso altri epigoni del pittore di Greifswald, l’autore dedica un capitolo a Munch. Il norvegese voleva dipingere immagini che costringessero gli uomini «a togliersi il cappello come se fossero in chiesa». Compose opere che piuttosto provocavano la compassione come in un ospedale psichiatrico. Anche nei quadri di Munch ci sono figure solitarie in tensione con la natura. In essi la contrapposizione degli umani-lillipuziani alla potenza della natura diviene contrasto violento tra le figure umane (femminili spesso) e la terrificante (agli occhi del pittore) potenza sessuale. Un magnetismo che si diffonde, un erotismo che però sembra voler fare a meno dei sensi e si trasforma in religione dei fantasmi. Paesaggi psicologici che denunciano delle patologie; geografie dell’anima inquieta. Questo il moderno che si distacca dalla religione di Roma. Ecco allora un trionfo della morte affidato a scarabocchi ossessivi, a caricature, a mostriciattoli, a visioni di adolescenti truci che riempiono i quaderni di segni sinistri, allusioni suicidarie, di morte e sesso sognati, di curiosità insoddisfatte per i misteri della vita.

C’era chi si immedesimava negli alberi e chi negli animali. Franz Marc fu uno di questi. I temi perciò restavano romantici, magari aggrovigliandosi maggiormente, ma le forme si immiserivano. I paesaggi non presentavano soltanto nero e morte, bensì puro niente. Lo aveva preannunciato Basilius von Ramdohr, politico conservatore, diplomatico prussiano, critico d’arte che aveva visto Napoli e Roma, vivendo nelle città mediterranee e studiando l’arte di quaggiù, quando partì all’attacco di Friedrich, in particolare della sua Croce in montagna e, in base a quest’opera, profetizzò sconvolto: «la sfortunata cova del periodo presente è l’orrendo presagio di una barbarie che velocemente si avvicina». E in un articolo per la «Zeitung für die elegante Welt» del gennaio 1809: «Quel misticismo che ora si insinua ovunque e che, dall’arte come dalla scienza,dalla filosofia come dalla religione, esala verso di noi come un fumo narcotizzante! Quel misticismo che spaccia simboli e fantasie per immagini pittoriche e poetiche, che vorrebbe scambiare l’antichità; classica con l’intaglio gotico, con rigide calcografie e con leggende! Quel misticismo che, al posto dei concetti vende giochi di parole…».

Strada facendo infatti – ma questo Rosenblum non lo dice –, man mano che i quadri diventavano verbosi, predicatorî, oracolari e sintomatici dell’estremo male esistenziale, le immagini si impoverivano. Ridotte all’essenziale nei romantici e post-romantici di fine Ottocento, sfiorando la naïveté figurativa dell’infanzia, finiranno per rinnegare se stesse, per diventare iconoclaste, segni iconoclasti; si bloccheranno (e baloccheranno) in una contraddizione mortale che è quella presente. Rosenblum invece vi cerca ancora una fertile discendenza.

Da parte di certi pittori, insomma, c’era il rifiuto del loro ruolo di decoratori del mondo, che non era cosa di poco conto: completare l’opera della creazione, rendere più evidente la bellezza dell’universo, un affare divino; considerando questa attività millenaria come un’opera servile, si inventarono una nuova missione, presero a vantarsi di scoprire i misteri, di rivelare le cose nascoste (o quantomeno di costruire un clima misterioso e segreto senza risolvere alcunché), di promuovere riti di incantesimo, di suscitare magie facili, di agitare simboli scontati. C’era dunque, e non solo in Munch, «l’ambizione romantica di ideare nuovi sistemi iconografici». Mancava loro però l’Iconologia di Ripa e mancava un qualche personaggio che, alla sua altezza, sapesse redigere un codice della simbologia moderna. Più che altro, sembravano rifarsi alla teosofia di moda nei salotti mediocri.

Invece di meditare sui tormenti umani del Dio incarnato o di sbizzarrirsi sui piaceri del Cielo, dando una direzione alla mistica anche estrema, un luogo figurato, un recinto concettuale, una silhouette individuale, una linea di contorno che permetta di distinguere, ci si immerge in una pittura di allusioni vaghe, di percezioni incerte, di pretese somme, di emotività senza alcun controllo. È la forma a essere sacrificata insieme ai sensi repressi. Giardini senza profumi, alberi carichi di simboli; non spira da queste parti la brezza sensuale.

Le opere di tali artisti dimostrano come la più profonda laicizzazione dell’arte religiosa sia avvenuta per opera dei romantici, proprio distruggendo l’antica separazione tra arte sacra e profana, sacralizzandola tutta in chiave che potremmo definire gnostica. Sbagliava il pur acuto Florenskij quando, con i sospetti russo-ortodossi per la tecnica della prospettiva che credevano d’ordine satanico, accusava il Rinascimento italiano di aver annientato l’arte sacra: era proprio quella armonia tra il cielo e la terra, tra lo spirito e la carne, che rispecchiava al meglio il cristianesimo romano e metteva in fuga le visioni eretiche. Quella eccelsa pittura latina era la gloria cattolica. E i più duri colpi le furono inferti dal romanticismo tedesco.

L’onnipotenza della natura diverrà una forza apocalittica che tutto distrugge: una natura sottratta alla lezione biblica e una morte sottratta al conforto cristiano si trasformano in un’unica, mostruosa, potenza. Una forza catastrofica. Talvolta anche la guerra parteciperà di questa energia annientatrice. La visione degli artisti volontari nel primo conflitto mondiale può così ricordare il sublime della fine Settecento, «un sermone religioso volto a ispirare terrore», dice Rosenblum. Questa la religione che annienta il creato.

Una religione che rifiuta il mondo sensibile e si libra nell’astratto è però ancora più spaventevole. Bisogna proprio averci fatto l’abitudine per non essere più sconvolti da certi titoli e affermazioni che costellano il libro: distruzione apocalittica, fine del mondo, mondo subumano, ritorno al primitivo, all’arcaico…

Rosenblum ricorda che soltanto perché orientati all’Art pour l’art di parigina origine possiamo considerare l’astrattismo come mosso da impulsi di carattere estetico. Piuttosto un terremoto spirituale, misticismo senza religione, cosmogonie personali, rivelazioni prêt-à-porter. I sogni romantici, ancora dentro una forma, divengono adesso informi conati di assoluto. Se si vuole capire quant’è lungo il cammino e triste la parabola: Runge si ispirava alle teorie di Goethe, Mondrian a quelle miserabili di Rudolf Steiner.

Gli eredi moderni del romanticismo del Nord abbandonavano il mondo secolare per manifestare – si dice – un sentimento religioso. Ma questo non era più, appunto, il sentimento cristiano che crede nel mondo creato da Dio e ne gioisce, bensì un’impressione dualistica che separa il corpo dall’anima, che proclama la propria estraneità al cosmo, che denigra la realtà materiale a frutto di un cattivo demiurgo, da respingere e da fuggire.

L’iconoclastia protestante costrinse quasi gli artisti romantici a una nuova iconografia. I loro seguaci, dal protestantesimo ben più tiepido o del tutto assopito, privi anche della cultura dei maestri, ripiegarono sulla negazione dell’immagine. Perché non considerare allora la Cappella di Rothko soltanto come una parodia delle concezioni di Runge? Sì, l’angoscia potrebbe essere comune ma la forma da darle si è persa per strada.

venerdì 14 agosto 2009

La musica nella eternelle cuisine

~ UNA SEDUCENTE APOLOGIA DEL RADICALISMO ESTETICO: QUANDO ADORNO, CHE ANCORA SI RICONOSCEVA NEL MATERIALISMO DIALETTICO, ERA DISPOSTO A FAR SCOPPIETTARE LA SUA PROSA DI TROVATE FELICI PUR DI SALVARE L’ARTE ‘INUTILE’ E NEGARE DALL’ORIZZONTE MODERNO LA RELIGIONE. ~ MA POI I SUOI SEGUACI PERDONO RAPIDAMENTE L’ELEGANZA CONCETTUALE E MANUALE. ~

Per parlare dei nostri temi anche con il linguaggio immediato e personale dello scambio epistolare, pubblichiamo su «Almanacco Romano» alcune emails rimaste nella memoria del computer. Questa, inviata negli Stati Uniti a una europea che lì risiedeva a quel tempo, è della primavera del 2005. Sembra una nota conclusiva alle quattro puntate sulla «Religione dell’arte».

Incantato dalle affinità tra il tuo saggio e quello prismatico di Mastro Adorno sul medesimo oggetto (aristocrazia ed ebraismo, ovvero tradizioni millenarie che si infrangono sulla modernità con maggior catastrofe dei feudalesimi europei – parvenus in confronto, con pochi secoli alle spalle –, regole rigide, etichetta come il kosher, spezzate con violenza…), ho preso in mano un altro suo libro, appena tradotto da Einaudi e immagazzinato dalla biblioteca del Goethe: Immagini dialettiche. Scritti musicali 1955-1965, ma il titolo originale suona semplicemente Musikalische Schriften I-III. Meno tecnico di molte sue opere giovanili sulla musica, qui addirittura si spinge «su alcune relazioni su musica e pittura», come recita il titolo del saggio che conclude la raccolta e che mi ha incuriosito. Naturalmente sulla pittura si limita a esorcizzare ogni figuratività, a dannare gli scambi (barocchi o wagneriani) tra le arti, a esaltare la simultaneità come caratteristica dei «quadri più riusciti», cioè la simultaneità come una specie di ‘specifico’ da non confondersi, si intende, con «la pittura che si atteggia a dinamica» come volevano i Futuristi, dice lui. Insomma, ancora una volta riconferma l’impressione che ricevemmo in treno, di ritorno da Vienna, leggendo il suo diario romano: il nostro pensatore sembra muoversi male tra quadri e sculture, nelle arti figurative che vorrebbe completamente aniconiche. Meglio, molto meglio, certo, quando discetta di «musique informelle», ché all’astrattezza musicale, al più noioso e penitenziale degli sperimentalismi sonori, ci si adatta con maggiore facilità che alla pittura moderna. Però, quando, ieri sera per esempio, si vede una mostra affollata e imbarazzante al Macro e la mattina seguente si leggono queste pagine adorniane, si capisce quanta responsabilità abbia avuto lui nella dissoluzione delle belle arti, senza che gli attuali dissolutori se ne rendano nemmeno più conto e soprattutto senza che i sedicenti artisti, forgiati dai filosofi tedeschi, mantengano una pur minima eleganza concettuale che ancora rendeva piacevole il discorso dei teorici quando negavano il piacere.
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A sua volta, lui faceva risalire la responsabilità (dal suo punto di vista, la gloria) dell’arte radicale al trio viennese Schoenberg, Kraus, Loos, «nemici dell’ornamento e del diletto». Al di là della bella battuta di Arbasino sulle periferie italiane prive di ornamenti e piene di delitti, andrebbe indagato meglio quella prima metà del Novecento che fece piazza pulita di ornamenti e diletti e accompagnò una simile estetica severa (i neoclassicismi totalitari) con una ideologia delle stragi: forse soltanto cittadini privi di diletto, professionisti dell’impegno totalitario, monaci dell’ascesi senza conforto religioso, potevano assegnarsi un compito tanto duro, ripulire il mondo delle sue impurità, a prescindere da ciò che dovesse intendersi per tale lavoro sporco e doloroso, noioso e plebeo, riservato a chi non conosceva le buone maniere, non badando ai fiumi di sangue, anzi inorgogliendosi grossolanamente del numero delle vittime…
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Adorno ritiene che in questa estetica ascetica (e sconsolata) rinvii in qualche modo – soprattutto nella musica di Schoenberg – alla tradizione ebraica: «nella mentalità di Mahler e di Schoenberg, maldisposta verso qualsiasi accomodamento gerarchico, si possono cogliere tracce di teologia ebraica secolarizzata». Ma quale ebraismo fu così severo verso le arti? L’aniconicità non fu forse compensata da musica impurissima, a programma ante litteram, se già David dava forma sonora con l’arpa a testi letterari, mentre la letteratura biblica poi si piegava alla volontà divina (ed extraletteraria). Quando mai l’ebraismo si perse nella spiritualità assoluta, se non nella modernità segnata dall’etica protestante-kantiana che doveva marchiare perfino il cattolicesimo…
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C’è un aneddoto, riportato nelle pagine del saggio che apre la raccolta, intitolato «Vienna» (e dedicato a una signora dall’aristocratico nome) su cui si potrebbe riflettere a lungo, soprattutto quando si visitano musei e mostre di contemporanei: «un aneddoto getta luce[…]: quando l’inesorabile Mahler fece proibire l’ingresso al palco ad un arciduca in ritardo, l’imperatore Francesco Giuseppe riconobbe sì al direttore il diritto a tale severità, ma poi chiese al primo maggiordomo Montenuovo se un’opera dovesse considerarsi una cosa così seria». Noi, educati fin dall’Ottocento da poeti ribelli e filosofi sacerdotali, ci convincemmo del diritto a tale severità, riconoscemmo come rivoluzionaria l’arte che si presentava in vesti tanto puritane, nemica acerrima delle piacevolezze feudali, della dolce vita di corte, del tintinnio dei bicchieri mentre eseguiva il piccolo Mozart, ma poi torniamo a chiederci a ogni occasione artistica se un’opera debba considerarsi una cosa così seria. Togliamo il godimento, l’erotismo che Croce bandisce (con l’esplicita approvazione di Adorno), resta il rispetto per il sacro procedimento dell’autore, per il suo lavoro spesso certosino, ma di un monaco che non si aspetta una ricompensa in Paradiso per quei suoi duri esercizi (cfr. Il gioco delle perle di vetro, del famigerato Hesse, dove, se ricordo bene, è descritta portentosamente la claustrale attività della migliore avanguardia). E neppure noi spettatori saremo premiati per avere assistito a tutte le asperità dei teatri avanguardistici, delle musiche di Darmstadt, delle installazioni di Kassel… Viene da pensare che in tale liturgia moderna appare con evidenza la sostituzione dell’arte alla religione… Allora un filosofo che ancora si riconosceva nel materialismo dialettico era disposto a far scoppiettare la sua prosa di trovate felici pur di salvare l’arte inutile e negare dall’orizzonte moderno la religione.
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Indubbiamente scintillante è la pagina seguente in cui Adorno tenta di spiegarsi l’arte radicale. Ricorre al «termine bandeln [che] non si può tradurre in un tedesco alto. Esso indica un’attività per passare il tempo, o per perderlo, che è priva di un evidente scopo razionale, ma che al contempo è assurdamente pratica; per farne un esempio: impiegare delle ore a pulire un rasoio. L’idea di fondo è un ozio occupato; ma ci vuole anche l’amorevole mania per le piccole cose che si ritrova nelle prose di Stifter. Infervorarsi per ciò che è vano e inutile è una scuola preparatoria all’arte, l’anticipazione del suo elemento tecnicamente spensierato. […] La figura del Bandler si armonizza con un modo di produzione non ancora pienamente industriale, come quello della lavorazione del cuoio…». Quante figure di Bandler nell’arte contemporanea, con sfoggio di lavorazioni di cuoio o legno o altri materiali poveri e arcaici, per costruire oggetti pienamente inutili, che si vantano di questa inutilità contrapposta al borghese mondo degli affari, alla borghese concezione del tempo come denaro, anche se poi si trasformano in manufatti di grande valore economico, autentici affari che presentano un valore aggiunto alla lavorazione artigianale che deriva proprio dalla proclamata inutilità e insensatezza dell’oggetto posto in mostra e in vendita. Adorno sorvola su un simile aspetto o lo giustifica tra parentesi: se anche gli autori dovessero arricchirsi questo non suoni condanna moralistica dell’arte moderna. Ma perché allora l’arte bella fu condannata, con furore moralistico, solo perché aristocratica, volta al passato?
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Irritato da quasi un secolo di esperimenti che non condussero a nulla, imbarazzato dalla degradazione rapidissima del gesto avanguardistico che negli epigoni si presenta decisamente e consapevolmente banale, resto tuttavia ancora oggi sedotto dalle argomentazioni con le quali Adorno fa l’apologia dell’arte radicale (e ben capisco così della attrazione giovanile per le sue parole e per le opere che a quelle si ispiravano). Nella eccitata arringa arriva addirittura a teorizzare il piacere del fare ascetico, del gusto livido, della musica antimelodica, della rappresentazione apocalittica senza figure; sull’orlo del masochismo nascosto. Se il libro mi appartenesse avrei particolarmente ornato con segni a matita le frasi che riporto: «La più paradossale di queste relazioni [con il valzer di Johann Strauss] è forse che nello stesso Schoenberg l’elemento anticulinario, ciò che si oppone al bel suono, ritrova una delle sue condizioni nella sensuale cultura viennese, in un cibo dal sapore intenso. C’è affinità tra un succulento lussureggiare della sensibilità armonica, un lasciare che i suoni si sciolgano in bocca, e il piacere della dissonanza. L’accordo viene sentito tanto più corporalmente quanto più appare profondo in sé, tridimensionale; esso incanta attraverso la sua rifrazione dissonante. Il bel suono e la dissonanza non sono semplicemente opposti uno all’altra, ma reciprocamente mediati, così come il gusto del gourmet per le leccornie giunge al limite del disgusto. Un elemento regressivo – come confermerebbe la psicoanalisi – si associa a ogni raffinatezza; il fare schizzinoso della scuola di Vienna, la sua allergia verso il banale e il logoro non è riconducibile soltanto alla categoria della ricercatezza, ideale dello Jugendstil e della Secessione, sua successiva variante viennese, ma anche a quello strato molto più antico che non è stato estirpato dai tabù della razionalità musical borghese». Diavolo di un dialettico! Niente a che vedere con i suoi allievi bigotti. D’altra parte, raramente ho letto frasi adorniane che svelano come queste un interesse ‘corporale’, con uso di avverbi che da un tale termine derivano, e curiosità da gourmets, e il procedimento hegeliano applicato all’eternelle cuisine…
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Un intelligente confondere le contrapposizioni lineari con cui vale la pena misurarsi. Come per esempio in questo splendido incipit del saggio dedicato a «Richard Strauss»: «Se Richard Strauss non ci fosse stato, da un bel pezzo la musica contemporanea non potrebbe chiamarsi nuova. Sul piano concettuale la sua opera monopolizza il termine ‘modernità’, non in senso cronologico, ma qualitativo: l’arcinoto in quanto nuovo. La sua è una musica che si alza in volo, rimanendo però non molto distante da terra; come succedeva ai tempi dei primi viaggi in mongolfiera, sa incantare la borghesia facendole credere d’essere qualcosa di più e di diverso da ciò che è». Quanto all’ultima battuta, anche a lui si potrebbe rimproverare di incantare i giovanotti senza talento dell’antiarte, facendo credere loro d’essere qualcosa di più di un artista, finché manigoldi coadiuvati più o meno da droghe si sentono autorizzati a travestirsi in maestri di etica, attraverso effimere trovate d’accatto…

giovedì 30 luglio 2009

L'eremita del Baltico volta le spalle all'uomo

LA RELIGIONE, BIASIMATA NELLE CHIESE E NEI MONASTERI, RISPUNTA NEI MUSEI. ~ MA È UNA RELIGIONE PROTESTANTE, AVVERSARIA DELLA SENSUALITÀ DEI «MIGLIORI ITALIANI», CHE SI AFFERMA PROPRIO QUANDO I PASTORI DEL GREGGE LUTERANO PERDONO PESO INTELLETTUALE E MORALE, CONTESTATI DALL’ILLUMINISMO. ~ IL CASO DI CASPAR DAVID FRIEDRICH CHIUDE LE QUATTRO PUNTATE SULLA STORIA DELLA «RELIGIONE DELL’ARTE» ~

Forse l’insofferenza romantica per l’arte come si era sempre fatta nasceva dal materialismo settecentesco, scaduto spesso in stucchevole prosa. Ed ecco che riecheggiando le ansie di Runge, morto prematuramente, il massimo rappresentante del romanticismo in pittura, Caspar David Friedrich, solitario che sarà preso a modello dai suoi tanti epigoni, osservare: «può la pittura, o qualsiasi altra forma artistica, venir esaurita, o non morirebbe come arte se ad essa non potesse venir posto un fine più alto?»[1]. Noi, con l’esperienza degli ultimi due secoli, potremmo rovesciare la domanda: porre un fine troppo alto non ha forse provocato la morte dell’arte?

Ancora una volta, è un comando religioso a intimare ai suoi contemporanei di essere moderni: «nessuno ha il potere di frenare la nostra grande epoca fatale, l’epoca dell’inquietudine e delle trasformazioni che si manifestano in tutti i campi, dalle arti alle scienze, giacché Dio stesso l’ha originata e la porterà dunque a compimento. Combattere il proprio tempo significherebbe dunque rivoltarsi contro l’Onnipotente, la qual cosa è lontana da me»[2]. Léon Bloy polemizzerà con il conte de Maistre con argomenti non dissimili: «non aveva capito che nel 1789 Dio aveva cambiato la faccia del mondo». Dio che aveva garantito i tempi lenti del feudalesimo con il suo carattere di eternità, adesso veniva invocato dai credenti nella storia, in una pericolosa identificazione con essa. Dove era però scritta la fatalità dell’epoca? Non appariva una tentazione satanica verso il peccato di superbia per cui l’inquietudine di sempre diventava segno di una catastrofe cosmica?

La storia detta dei precetti estetici che se fossero impartiti dalle accademie di belle arti susciterebbero scandalo, la storia si fa megafono della volontà divina, la storia impone i temi all’arte anche nei quadri che storici non sono. Quando Friedrich dipinge una chiesa in rovina, si giustifica: «è svanito il tempo della magnificenza dell’edificio sacro e dei suoi ministri, e dall’insieme in rovina è come sorta un’altra epoca e un’altra necessità di chiarezza e di verità»[3]. Che cosa diverrà mai l’arte se rifiuta la «magnificenza» a vantaggio di rovine e frammenti? Se la consolazione che ha fino ad allora rappresentato diventa forma luttuosa (non conforto del lutto), costruzione sinistra, memento mori senza resurrezione della carne e soprattutto senza carne e sangue, senza forma sensuale, puro concetto macabro?

Friedrich, l’eremita romantico, non teme di confrontarsi anche con l’aspetto sociologico della faccenda. Il numero degli studenti di arte cresce sempre più, che ne sarà di loro quando entreranno nella professione? Il fattore quantitativo diventa d’altronde un elemento essenziale della crisi dell’arte tradizionale. Fuori del numerus clausus delle botteghe d’arte, divenuta una libera professione, dove non si viene selezionati in base al talento ma accolti per libera volontà di ‘essere artisti’, è naturale che questo esercito di pittori, scultori, architetti combatta la sua prima battaglia nella concorrenza, e si formino perciò battaglioni di avanguardia che con teorie e pratiche stravaganti si vogliono distinguere dal resto delle truppe. «Alla base di tutto ciò non c’è forse un’ambizione sbagliata?» si chiede Friedrich. Nei tanti nuovi mestieri che stanno rubando le braccia all’agricoltura – come si diceva un tempo, quando appunto l’agricoltura imperava – avanza ora anche quello dell’artista. Nel giro di due secoli, i mestieri ‘creativi’ incideranno notevolmente nelle percentuali delle popolazioni occidentali, con un indotto che gareggia con la vecchia industria pesante, in un intreccio con moda, media, turismo, ecc. Ma questo è il nostro tempo. Nel primo Ottocento, ci si domandava ancora: «Bisogna ricorrere alla massa, a un esercito di pittori, per promuovere l’arte?». Nella interminabile guerra all’arte tradizionale, nelle battaglie per il nuovo assoluto che si ingaggiano dal romanticismo in poi, c’è pronto un esercito di artisti: «io chiedo, e lo faccio con particolare insistenza, si crede davvero che si possa inculcare in un uomo la ragionevolezza attraverso l’insegnamento delle regole e la meccanicità degli esercizi, quando la natura gli ha rifiutato predisposizione e inclinazione?»[4]. Domande ingenue, cui Friedrich aggiunge con maggiore innocenza: non sarebbe meglio che questa gente senza talento si preparasse a divenire abili uomini d’affari? I due mestieri diverranno uno solo nell’arte di domani.

Se l’eremita parla di questioni sociali è perché vi intravede profeticamente i segni del tempo, e Dio nell’epoca romantica si manifesta nella storia. Friedrich sembra meno radicale di Runge, quantomeno senza megaprogetti sull’essenza dell’arte, limitandosi a dipingere un quadro che è ancora un quadro e che al massimo fuoriesce sulla cornice per esuberanza magmatica. Però si tormenta anche lui sul fatto che non si possa tornare indietro, neppure se si fosse Raffaello redivivo, perché si è figli del proprio tempo e questo tempo moderno impone di separarsi dal passato, di frantumare la continuità delle generazioni e di credere solo al futuro, futuro che in un attimo è già nei rifiuti del passato, secondo la grande intuizione di von Baader. «Ogni epoca imprime a tutto la sua impronta», il marchio di una finora sconosciuta schiavitù viene imposto dal romanticismo all’umanità occidentale. Di questa lotta mortale con il passato, Friedrich parla con parole chiare: «Si combatte una guerra eterna contro il tempo, giacché laddove nel mondo qualcosa di nuovo cerca di assumere forma, per quanto sia vero e bello viene contrastato dal vecchio, dall’esistente e solo con la lotta e la contesa può farsi spazio e affermarsi, finché non subirà l’assalto di qualcosa di più nuovo, a cui dovrà cedere»[5].

Il mulino del tempo tutto macina, l’arte che sembrava echeggiare l’eternità del divino si fa ora effimera schiava del tempo, ma non del presente, che solo in quanto immagine quotidiana dell’eternità potrebbe avere una sua chance, schiacciato invece nella battaglia tra vecchio e nuovo carica di ansia perfino l’istante. Lo scontro degli adolescenti con i loro padri diventa allegoria di una umanità che romanticamente si maschera da adolescente, falsi giovinetti, trucco sfacciato e parodistico, per cui si dimentica o si dileggia la sapienza di secoli, e si ricomincia ogni giorno da capo, contro i padri, senza più diventare padri, senza generare, perché le opere sono votate a quell’«assalto di qualcosa di più nuovo», come dice Friedrich, che sicuramente le annienterà.

Friedrich è dubbioso nella teoria quanto è sicuramente innovativo nell’opera. Diffidente verso chi si autoproclama sacerdote del nuovo, vorrebbe conciliare ancora la semplicità del mestiere con l’attuale peso sociale che ha acquistato l’arte. Se si chiede come possa parlarsi di ‘progresso dell’arte’, risponde negativamente, ma poi si confonde con questa pazza corsa del tempo per cui il meglio sta sempre dopo. Ricorre allora a un obiettivo non troppo radicale, di genere: la pittura dei nostri tempi sarà quella di paesaggio. Così decretavano anche altri, così suonava bene in tedesco dove si era rimasti folgorati dalle interpretazioni goethiane della natura. Puntare sul paesaggio voleva dire mettere da parte la figura umana, o rimpicciolirla a tal punto, come farà proprio Friedrich, da tornare alle gerarchie medievali nelle proporzioni, girando definitivamente le spalle alla prospettiva rinascimentale e al suo umanesimo sotteso. Ma era anche un segno dello strano panteismo che aveva travolto l’antica arte dei giardini e prodotto la teologia neopagana che più corrode il cristianesimo rivelato e che si affermerà nel comune sentire. Senza Goethe, però, e neppure Campanella e Bruno, che ebbero pochi seguaci tra i pittori, e non fosse altro che per motivi cronologici, l’arte del Quattrocento fiorentino, o quella ‘lombarda’ di Leonardo e dei suoi seguaci, per non dire di Dürer, avevano già mostrato i segreti di una natura sottratta al materialismo e filtrata in un cristianesimo ‘eretico’ che pur sapeva distinguersi dal paganesimo. Nell’entusiasmo per la riscoperta ci si dimentica dei celebri precedenti e sembra di assistere all’avvento di un’arte più spirituale di quella che ritraeva gli umani o le scene storiche, perfino più sacra di quella che metteva in scena Gesù e i suoi santi. I paesaggi si caricano di grandi valori, l’«infinito orizzonte» che contengono rimanda direttamente a Dio.

Friedrich può meravigliarsi allora di coloro che «dipingono sempre il terso cielo italiano, libero da foschia, nella cui luce persino gli oggetti più distanti sembrano più vicini», accorciando magari la distanza incerta che è segno del Dio romantico. Già, per secoli si dipinsero italici cieli tersi, o turgidi di nubi leggere e dorate che si facevano nere e minacciose soltanto negli sfondi delle crocifissioni o nelle anticipazioni delle immagini apocalittiche. D’ora in poi, cieli scuri e nordici, e piogge e asfalti bagnati nelle innumerevoli scene impressioniste, rompendo anche in questa aspetto tematico con vecchie abitudini: i paesaggi che dovremo avere sempre davanti agli occhi servono ad allietare la vita nella nostra valle di lacrime, conviene che siano immagini solari, squarci di felici esistenze, possibilità di rivivere dei dettagli di paradisi in terra – e l’Italia era edenica per eccellenza – , non permettendosi l’arte figurativa quel gusto macabro che pure è consentito alla letteratura e in modo particolare alla poesia che può civettare con il tetro, perché poi si chiude il libro mentre l’opera della pittura se ne sta perennemente davanti a noi, e solo i barocchi osarono ripetere il memento mori anche in quadri non devozionali, facendoci sospettare che in quell’epoca il gusto del corpo si estendeva ad assaporarne con piacere anche il momento della decomposizione, frutto di una fede, dalla forma oramai perduta, nella resurrezione della carne.

Parlando dell’altro polo della pittura romantica tedesca, di quello dei Nazareni fiorito a Roma, Friedrich, già con il tono polemico incandescente delle future avanguardie, attacca duramente la fazione opposta. «Non è disgustoso e nauseante vedere esangui Madonne tenere in braccio Gesù Bambini affamati, le cui vesti sembrano fatte di carta? Va inoltre detto che l’insieme è spesso deliberatamente mal disegnato, con volute infrazioni alle regole della prospettiva lineare ed aerea. Tutti gli errori dell’epoca precedente vengono scimmiottati, ma il valore di quelle opere, il sentimento profondo, devoto e infantile che le anima, non può certo venir imitato meccanicamente, e questo non riuscirà mai a degli ipocriti, per quanto abbiano perfezionato la simulazione sino al punto di farsi cattolici»[6]. Friedrich svela gli artifizi della prima avanguardia storica (o preistorica, in quanto molto distante dal Novecento). Benché questa si voglia semplice e spontanea, nient’altro che un ritorno al passato religioso, alla tradizione, cela un insopprimibile artificio, in quanto il retrocedere è una simulazione, una messa in scena, un primitivismo esibito in chiave estetica, una religiosità che ricorre alla filosofia dell’arte. La simulazione si è perfezionata al punto da convertirsi alla ‘religione bella’, ma la differenza tra cattolicesimo e protestantesimo sta proprio nel resistere, da parte del primo, alle sollecitazioni romantiche. Dal punto di vista luterano, la critica di Friedrich investe l’infantilismo di ritorno: i nostri avi erano veramente candidi come bambini e potevano accettare i misteri liturgici e il culto delle immagini, ma adesso come si fa a mantenere un tale abito forzatamente infantile? «Se persone adulte facessero i loro bisogni nella stanza come i bambini, questo non verrebbe certo giudicato favorevolmente né tanto meno accettato»[7]. Il paragone è pesante, diventare cattolici per artifizi estetici sarebbe come defecare in pubblico, atto di demenza cui si piegano i pazzi dichiarati, come Nietzsche dopo la crisi di Torino. Ma Friedrich sembra non prevedere quell’infantilismo dichiarato e militante che già Runge ideava e che tutte le avanguardie o quasi tenteranno di conquistare. Infanzia sta letteralmente per coloro che non parlano ancora, che sono ai balbettamenti, alla comunicazione pre-logica. L’arte nuova partirà da questo stadio, e ove non fosse in grado di raggiungere un verosimile livello infantile, se insomma la scrittura automatica o altre trovate non garantissero l’assoluta in-fanzia e tradissero folgorazioni razionali, le droghe permetterebbero l’impossibilità di ragionare, il primitivismo coatto. Farsi piccoli come infanti attraverso le soluzioni chimiche per una iniziazione moderna che consenta di conquistare il Regno dei Cieli.

L’eccessivo ricorso al colore, secondo Friedrich, rispecchia il suo tempo: «Ognuno vuole imporsi con violenza, ognuno vuole superare l’altro»[8], magari anche nella nobile gara di chi è più spirituale, di chi non si lascia irretire dalla meccanica verosimiglianza. Ma il risultato è che il colore grida, che l’opera conosce soltanto il tono dionisiaco, vergognandosi delle delicatezza apollinee, che si gareggia nei radicalismi, che la violenza si trasfigura in arte o meglio l’arte si riduce a gesto violento, sulla tela e più tardi sulla scena della performance. Il dubbioso artista pomerano sa ricordare, non si è piegato a tal punto davanti agli imperativi dei contemporanei da dimenticare le opere di un tempo, il loro fulgore. Eppure è così folgorato dalla nuova voga spiritualista, dai comandamenti etici interiori, da risolversi alla fine nel preferire l’idea dell’opera al suo aspetto materiale. Egli lamenta infatti che spesso viene criticato chi «sa stimolare lo spirito e suscitare nell’osservatore riflessioni e sentimenti», mentre «troppo spesso giudicano il valore di un quadro solo in base al grado di perizia e di abilità nell’uso del pennello, nel trattamento e nell’applicazione del colore». Ebbene, bisognerebbe tener presenti i due corni della ricerca artistica ma, ammette, «se dovessi scegliere, preferirei annoverarmi tra i primi»[9].

In un’altra pagina tornerà sull’argomento: c’è chi crede che «il pittore deve limitarsi a dipingere, non deve volere![…] Io dichiaro apertamente e liberamente che mai e poi mai potrò concordare con una simile concezione»[10]. Del resto una simile concezione riporterebbe alla situazione del pittore artigiano, mentre in cuor suo l’artista si convince oramai di essere ispirato direttamente da Dio e di parlare in suo nome all’umanità. «Devo ripetere quello che ho già detto più volte, ossia che l’arte non è, e non dev’essere, unicamente abilità tecnica […]. È invece necessario che sia il linguaggio della nostra sensibilità, del nostro modo di essere, la nostra devozione e la nostra preghiera»[11]. Se il filosofo dice un po’ cinicamente che la nostra preghiera mattutina è diventata la lettura dei quotidiani, l’artista ancora una volta sembra salvare il delicato aspetto del sacro, la nuova preghiera perciò sarà la recezione dell’arte, la contemplazione di un quadro romantico. Quando qualcuno sostiene che «sia un bel viso […] che un bel deretano sono soggetti degni per l’artista, essendo entrambi parte della natura, e il Creatore si rivela all’uomo attraverso la bellezza…», Friedrich tiene subito a dire che «questa opinione sull’arte» che corrisponde «a quella dei migliori greci e dei migliori italiani, confesso che non mi aggrada. Da un’opera d’arte io esigo elevazione dello spirito e impeto religioso..»[12]. La religione che viene dannata nelle chiese e nei monasteri deve rispuntare nei musei. Una religione protestante, certo, avversaria della sensualità dei «migliori italiani», che si afferma mentre i pastori del gregge luterano perdono peso intellettuale e morale, contestati dall’illuminismo. Una libera interpretazione della natura che prende il posto di quella del testo sacro, una ricostruzione soggettiva della spiritualità affidata ai pittori. E fuori dalle chiese Friedrich dipinge il suo Crocefisso, icona di un nuovo culto.

Epilogo. - La commistione religione-arte raggiunse il massimo, come è noto, nella filosofia di Schelling. In un discorso pronunciato a Monaco di Baviera sul rapporto tra Le arti figurative e la natura, il teorico idealista mostrava come ormai la vecchia tecnica dei pittori servisse addirittura a concedere agli umani l’unica esperienza di immortalità, quella in qualità di spettatori, davanti a un quadro che sottrae, appunto per miracolo estetico, l’attimo alla morte. Se ogni prodotto della natura «possiede per un solo istante la vera bellezza perfetta, possiamo allora dire anche che possiede per un solo istante la pienezza dell’esistenza. Esso è in questo istante ciò che è in tutta l’eternità: al di fuori di quell’istante lo attende solo il divenire ed il perire. L’arte, rappresentando l’essenza in quell’istante, la sottrae al tempo; la fa apparire nel suo puro essere, nell’eternità della sua vita»[13]. In mancanza di altra, più certa, immortalità.

Quando la carne sembra destinata alla dissoluzione, si afferma questa fugace visione dell’immortalità, per cui l’arte blocca, come Giosuè, il tempo nei limiti di un quadro. Ne deriva però un’arte molto malinconica che trapela perfino nel tema neutro dei paesaggi. Del resto, Et in Arcadia ego: così parlava la Morte in un paesaggio ‘classico’ di Guercino. Rendere viva una natura morta è ben magra soddisfazione se il quadro diviene l’unica speranza di sopravvivenza ed è perciò caricato di significato smisurato. Unico accesso all’Infinito. Un uso strumentale della pittura, un soterismo per via estetica, dove il pittore naturalmente deve badare a cogliere l’attimo e trasformarlo in eternità, sacerdote o mago. Eppure, «certo, non ritornerà mai più un’arte che, sotto tutti gli aspetti, sia la stessa di quella dei secoli precedenti, giacché la natura non si ripete mai. Non ci sarà mai più un Raffaello» e per raggiungere «la vetta dell’arte in un modo altrettanto originale» ci sarà bisogno di «una nuova fede»[14]. Della poesia non si sarebbe detto alla stessa maniera: Goethe era lì a smentire quanti avevano affermato che l’età dell’oro di Omero e di Shakespeare era per sempre terminata. E la musica, con Beethoven, si presentava autentica arte dell’avvenire, senza però rompere con la tradizione di Haydn e di Mozart, sempre più assoggettando casomai le arti figurative fino al punto di farle astratte come lei, sottoposte alla sua preminenza gerarchica.

È allora l’arte sensuale, la raffigurazione dei corpi che pare avviarsi al tramonto, dal momento che la credenza nella «resurrezione della carne» contrasta con la fede moderna nello spiritualismo. Ormai l’ateismo si combatte sempre a colpi di spiritualismo, perciò il primo risulta sempre vincitore. Arte e Grazia, arte in ogni aspetto sacra, dunque. A un drappello di pittori tedeschi Schelling affidava il compito di far sorgere l’arte nuova e la nuova fede, e sembrava annunciare profeticamente la congrega dei Nazareni: «Chi può negare che negli ultimi tempi sia apparsa di nuovo nell’arte tedesca una sensibilità molto più libera e originale che, se tutto andasse per il meglio, alimenterebbe grandi speranze e creerebbe l’attesa di una spiritualità in grado di aprire nell’arte la stessa via, più alta e più libera, che la poesia e le scienze avevano percorso, e sulla quale soltanto potrebbe germogliare un’arte che potremmo definire veramente nostra, cioè un’arte dello spirito e delle forze del nostro popolo e della nostra epoca?»[15]. A udire simili annunci, sulle rive del Mediterraneo, si saranno provati già allora dei brividi di paura.

(4. fine)
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[1] C. D. Friedrich, Äußerung bei Betrachtung einer Sammlung von Gemälden von größtenteils noch lebenden und unlängst verstorbenen Künstlern, trad. it. Scritti sull’arte, Milano, 1989, p. 38.
[2] Ivi, p. 39.
[3] Ivi, p. 42.
[4] Ivi, pp. 43-44.
[5] Ivi, pp. 47-48.
[6] Ivi, p. 58.
[7] Ivi.
[8] Ivi, pp. 58-59.
[9] Ivi, pp. 59-60.
[10] Ivi, p. 67.
[11] Ivi, p. 79.
[12] Ivi, p. 81.
[13] Fr. W. Schelling, Ueber das Verhältnis der bildenden Künste zur der Natur, trad. ital. Le arti figurative e la natura, Palermo, 1989, p. 52.
[14] Ivi, p 71.
[15] [15] Schelling, Geschichte der zeichnenden Künste in Le arti cit., p. 87.

sabato 18 luglio 2009

Il pittore che inventò l'Opera d'arte totale

~ PHILIPP OTTO RUNGE, «TEOLOGO DEL COLORE», FA DERIVARE DAL SUPPOSTO TRAMONTO DEL CATTOLICESIMO LA DECADENZA DELLA PITTURA TRADIZIONALE. ~ SI PRESENTA ALLORA COME NUNZIO DELLO SPIRITO ASTRATTO DELLA RIFORMA LUTERANA E PREDICA UN’ARTE ASTRATTA. ~ TERZA PUNTATA DELLA RELIGIONE DELL’ARTE ~

Si parla di Philipp Otto Runge come di un «teologo del colore» e l’appellativo la dice lunga sui mutamenti del ruolo dell’artista. Del resto, il delicato pittore cerca nel colore, come nella composizione, nella forma del quadro, perfino nel rapporto tra i quadri, un senso nuovo, e nel medesimo tempo si interroga sul senso dell’arte. Prometeica battaglia che arriva a concepire una liturgica Gesamtkunstwerk, con grande anticipo su Wagner.
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Fin dall’inizio, la cultura romantica tedesca tendeva alla sinestesia, alla prosa musicale o alla pittura poetica. Runge sognava un’opera d’arte totale, con i quadri esposti alle pareti mentre nella stessa sala un’orchestra avrebbe eseguito una ‘colonna sonora’ di questa pittura e Ludwig Tieck declamato poesie ispirate alle opere circostanti.
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Nel salotto del conte Filkenstein, amico dei romantici di Dresda, il giovane Runge ascoltò l’esecuzione dei concerti delle Quattro stagioni di Vivaldi. Il fratello Daniel, anni dopo, ne rievocherà l’entusiasmo. Il veneziano stabiliva delle affinità tra la sua musica e i ritmi dell’anno, il pittore tedesco meditava sulle assonanze tra le tonalità cromatiche e le tonalità musicali, in anticipo sulle alchimie di Marc e di Klee. Runge pensava a delle sinfonie visive, sinfonie filosofiche. Un sistema di corrispondenze segrete tra le stagioni dell’anno, le ore del giorno, le età dell’uomo. Elabora un ciclo di Jahrzeiten e di Weltzeiten. Prova a rappresentare il tempo nei quadri e perciò le tele delimitate da cornici non gli bastano. I paesaggi romantici del cuore adesso fuoriescono dalle singole opere. Teorizza a lungo per mettere in scena la titanica cattura dell’universo, del tempo, della vita. Goethe, in una lettera al pittore, dice in modo compito di non essere riuscito a capire granché delle Tageszeiten. Runge insiste nel suo sforzo supremo di andare oltre la pittura, in un non so dove, che sfugga alla raffigurazione tradizionale. Vuole sperimentare, creare nuove opere e nuove sale per contemplarle e vuole contemplazioni di tipo diverso: l’arte è ormai un altro rito. L’atteggiamento classicista, predicato da queste parti, di rispetto per il passato, di nani sulle spalle dei giganti, viene cancellato da nuove metafore: infanti che ripartono da zero. Il mito di Novalis viene ora riecheggiato dai pittori.
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A folgorarlo era stato il romanzo di Tieck, Franz Sternbalds Wanderungen (Le peregrinazioni di Franz Sternbald), una storia del tardo medioevo che ha per protagonista un pittore e che si snoda tra descrizioni di quadri religiosi e conversazioni su quadri religiosi, mescolando effetti musicali ed effetti pittorici. Neomedievale e moderno, Runge scrive allora a Tieck: «Non siamo più dei Greci…». Si accinge quindi alla sua opus magnum. Figlio di un armatore, era nato a Wolgast, in Pomerania, nel 1777. Fin da piccolo, era stato un virtuoso delle silhouettes, creando cioè forme dall’ombra. L’inquietante sagoma oscura che accompagna i corpi luminosi. Con la sua bravura aveva stregato Goethe che gli richiedeva continuamente queste figurine nere. Un predicatore lo aveva indirizzato verso il pietismo. Dopo aver anche tentato la strada del commercio, fu dispensato in famiglia dagli affari mondani e finalmente potette dedicarsi all’arte anima e corpo.
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Nel 1801 se ne va Dresda, attratto dalla fama di capitale dell’arte e su esortazione di Caspar David Friedrich, ma con il più anziano maestro non stringerà mai vera amicizia. Quattro anni durerà il suo soggiorno nella capitale della Sassonia, eppure in una vita breve quell’incompleto lustro può corrispondere a un secolo. I fatti decisivi avvennero qui. A Dresda incontrò la ragazza che poi avrebbe sposato, si mise a studiare l’italiano, conobbe i fratelli Schlegel, Fichte, Jacobi e Tieck che fu il suo patrono. Morì a trentatré anni. Il fratello Daniel ne raccolse le opere, gli scritti e le testimonianze orali, dedicandosi alla memoria dell’artista, proprio come fece Theo van Gogh, alla fine dell’Ottocento, con il fratello Vincent.
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Fu un filosofo prima che un artista, ma di lì a poco, nella cultura tedesca, le due figure si abbracceranno in Nietzsche. I suoi quadri comunque erano pensieri. Più che un paesaggista, «un allegorista», con tutto ciò che di medievale e di barocco trascina con sé l’allegoria.
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Era trascorsa appena una stagione dalla comparsa a Dresda di un artista come Mengs, pittore filosofico che, in quanto tale, infastidiva, fuori dai confini tedeschi, anche coloro che lo ammiravano per il suo virtuosismo. Perché il Raphael Germanicus non riduceva tutto a forma e colore. Adesso, quel grumo filosofico presente in Mengs diventa radicale sostituzione della forma con spigolosità filosofiche e della scienza della natura. Un processo di astrazione dell’arte, di spiritualizzazione, di ‘germanizzazione’, si potrebbe dire, dell’arte moderna, che va in scena a Dresda. Tieck ha spinto Runge per questa strada. Il pittore chiama i suoi paesaggi «pensieri geroglifici» (ma anche «arabeschi», e purtroppo spesso sono soltanto arabeschi). Un’arte concettuale che anticipa le avanguardie (e si spiega così la devozione che molti capifila di questa nutriranno per Runge). Come gli avanguardisti, Runge si misura con la storia dell’arte per vibrare delle cesure violente, per interrompere il corso. E predicando l’ «arte nuova», parla di corsi e ricorsi ma sottolinea il drastico tramonto dell’Occidente, la decadenza la sente intimamente e la vede sconfinare in una tabula rasa.
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Al momento di mettersi al lavoro per le sue Tageszeiten si accorge di non possedere tecnica a sufficienza. Torna allora a frequentare con umiltà l’Accademia. E mette a punto il progetto: le tele di ciascun ‘tempo’ dovranno essere di circa cinquanta metri e i colori saranno ispirati dai libri dei mistici dedicati al significato simbolico dei colori. Runge stesso scriverà molte pagine di una teoria dei colori che sottoporrà a un Goethe sempre più perplesso. Tutto il ciclo sarà ospitato in un luogo appositamente costruito, che Runge non riesce a immaginare e a progettare molto diversamente da una cattedrale gotica. In questo nuovo tempio dell’arte, il visitatore vedrà un quadro dopo l’altro accompagnato da una sinfonia in sottofondo scritta per contrappuntare i dipinti dal musicista Ludwig Berger, amico del pittore, e dalle poesie e prose di Tieck, lette dall’autore. Ma il povero Runge, dubbioso e malinconico, non riuscì a realizzare la sua utopia.
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Nelle lettere di Runge a familiari e ad amici appare l’appassionata volontà di creare quella che definisce ripetutamente un’«arte nuova», si badi bene non un nuovo stile, una nuova tecnica, bensì una definitiva rottura con la tradizione artistica occidentale, un appello affinché le arti della parola e quelle visive e sonore si intreccino per dare vita a un universo estetico mai visto, dove l’umanità scorgerà l’alba della redenzione. Allora, il colore sarà l’equivalente della nota nelle trombe apocalittiche.
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Fin dalla prima lettera in cui annuncia al padre, che lo voleva commerciante, la sua vocazione artistica, cita il capostipite dei pittori ‘religiosi’: «Ho letto una lettera di Albrecht Dürer, che a ogni giovane pittore consiglia la Bibbia quale fonte inesauribile dell’arte, e in ciò egli ha ragione»[1]. Prima di ogni altra cosa, Runge medita su una lingua per esprimere l'intimo, lingua segreta dove è stato sepolto lo spirito nel corso dei secoli. E naturalmente, accanto alla lingua esoterica, vuole uno spazio chiuso, una confraternita dove usare simile comunicazione: «sarebbe bello abitare nel cerchio di una famiglia dove si può parlare gli uni con gli altri, e solo un folle vorrebbe rinunciare a essere felice in essa. Credo che gli apostoli, i musicisti devoti, i grandi e bei pittori e poeti veramente volessero fondare una tale famiglia. Agli apostoli è riuscito, agli altri solo in parte»[2] Primo accostamento tra gli apostoli e gli artisti, che in altre epoche sarebbe suonato oltremodo eccentrico. Fondare questa famiglia, una confraternita di artisti, è il compito che comincia a prefiggersi, dove per «arte vera» «non si dovrebbe guardare al come uno ha detto qualcosa, ma se uno ha detto qualcosa»[3], se ha detto la formula magica che schiude il paradiso spirituale.
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È inutile cercare di ripetere l’arte antica, Runge manda in rovina le prescrizioni di Winckelmann, «come ci è mai potuta venire in mente l’infelice idea di richiamare in vita l’arte antica?», e con Winckelmann lo studio accademico che si rifaceva ai modelli della tradizione: «dinanzi a noi vi è qualcosa che sta crollando, noi ci troviamo al margine di tutte le religioni che sono nate dalla religione cattolica, decadono le astrazioni, tutto è diventato più aereo e leggero di quanto non fosse»[4]. Comincia l’interminabile litania che ripete una constatazione storica, sempre nuova e sempre uguale: il mondo sta crollando, grande è il disordine sotto il cielo ma la situazione diventa eccellente. Un’opera d’arte servirà d’ora in poi a segnare un crocevia storico, a dannare il vecchio e a benedire il nuovo, a restaurare una religione dei cuori, a «trattenere gli spiriti che fuggono» a far coincidere «il bello e il buono». Per raggiungere questi santi scopi, «noi dobbiamo ridiventare fanciulli»[5]. Da questa affermazione ai proclami dada c’è molta strada, un secolo di storia dell’arte per esempio, ma appare comune la volontà di infantilismo che sola concederebbe di praticare l’arte. Perché mai solo ai piccoli innocenti è consentito l’accesso nel regno della arti dove, fino per secoli si richiedeva casomai sapienza, abilità e dunque anni di addestramento? La risposta viene da sé quando si ricorda che il Regno della arti è divenuto il Regno dei Cieli, i due Paradisi combaciano.
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«Siamo sul punto di accompagnare a sepoltura un’altra epoca?», scrive all’amato fratello Daniel il 9 marzo 1802. Di fronte a questi crolli di epoche e di civiltà, al succedersi delle mode che con violenza e con scienze raffinate sembrano infliggere colpi decisivi alla stessa religione rivelata, non resta che l’opera d’arte «eterna», «la più bella delle imprese» che prende avvio dalla «nostra intuizione di Dio». Altissima è la presunzione di quest’arte nuova, di fonte divina, di andamento religioso, eppure in Runge come nei teorici e negli artisti novecenteschi c’è la convinzione che «difficilmente possa risorgere qualcosa che sia pari alla bellezza dell’arte storica nel suo punto più alto». Uno scacco in partenza di fronte a quell’arte storica che senza proporsi mete divine (o forse proprio per questo) resta, nei suoi limiti umani e nel suo sfondo metafisico, irraggiungibile. Ma la lettura del pio Runge è diversa: la «decadenza» che ci allontana l’opera di Raffaello, Michelangelo e Guido deriva dal fatto che «lo spirito ha abbandonato» l’arte. La sua morte – che indirettamente Runge evoca dal momento che parla spesso di «resurrezione» – coinciderebbe con l’averla ridotta a «trastullo», a gioco. Eco nervosa di quel «puro gioco delle facoltà» che Kant aveva stabilito nella sua recente Critica? Runge si rende conto che l’arte ludica dei moderni può precipitare in breve la nobile attività in tecnica per ingannare il tempo, per illudere l’ozio.
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La sua stessa pittura non si accontenta più dei pur devoti ritratti dei familiari, non si accontenta dei quadri di cavalletto, ed escogita l’opera d’arte totale, l’incrocio di tutte le arti onde far soffiare in tal punto lo Spirito. Ma sempre pigiando il pedale della volontà dell’artista, quasi spettasse a lui solo di rimettere in ordine il mondo spirituale. Abbozza allora, nello spazio di una lettera familiare, una sintetica storia dell’arte confrontata con la religione: dalla rigidità fastidiosa del simbolismo egiziano al culto cattolico di Maria che «rendeva bella la vita nel Cielo». Dal supposto tramonto della religione di Roma, Runge fa derivare il decadimento dell’arte plastica figurativa. Lo spirito della Riforma era invece «più astratto, ma in nulla meno interiore, e anche da esso deve sorgere ora un’arte più astratta». L’excursus storico si chiude con la convinzione che «non vi è un’opera d’arte la cui esistenza non sia fondata nella nostra propria esistenza»[6]. Che fare allora se tale convinzione si perderà nel pubblico che acquista e guarda l’arte? Runge non osa neppure pensare fino in fondo questa orribile prospettiva ma comunque si incarica di rovesciare le sorti del mondo con le deboli forze dell’arte. Si era abituati, nel leggere gli epistolari degli artisti del passato, a rivalità in fatto di bravura e di successo, a lamentele per mancate committenze, a progetti, a entusiasmi, ad amori più o meno felici, non a proclami per rifondare il mondo.
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Restano dei forti dubbi: «per quale ragione le arti e i suoi trastulli, che non sono quanto di più alto abbiamo […] e che persino possono condurre all’idolatria» dovrebbero diventare il supporto della nuova spiritualità? Ma la risposta non è facile, se ne rende conto lui per primo, se ne renderanno conto i più sensibili artisti degli ultimi due secoli, gli eresiarchi, i fondatori delle scuole avanguardistiche, incalzati dalla medesima domanda. «Per iscritto è difficile non dar luogo a incomprensioni», dice nella stessa lettera al fratello, e poi «qual è la via?». Cita Cristo e le sue tentazioni, si sente al centro della scena evangelica, l’imitatio Christi è diventata una reintepretazione o forse, in certi momenti particolarmente eccitanti, una reincarnazione. «Per il momento penso solo: allontanati da me Satana, perché mi sei soltanto noioso». Annuncia quindi una più lunga missiva, un saggio dove cercherà di mettere a fuoco la «nuova arte», altrimenti tanti pensieri che dovrebbero ricollocare al loro posto il cielo e la terra, rischiano di finire con l’esistenza del pittore. Niente altro che un altisonante sogno cui pone fine il risveglio.
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Di fronte alla miseria del solipsismo romantico non resta che il lascito di una traccia scritta, qualche pagina che compensi la titanica sfida mancata e che magari, come un messaggio nella bottiglia, si offra a qualche altro adolescente che voglia ritentare e tornare a sognare. Ma c’è una versione religiosa di tale piccolo calvario percorso dall’artista teologo, sacerdote, santo, messia. Ce lo espone Runge nella medesima lettera: «Il demonio ci conduce sulla cima del tempio, dove noi dovremmo mostrare tutto il nostro splendore, e infine ci conduce nel vecchio mondo, ormai trascorso, dei cui splendori egli ci vuole fare dono se cadiamo in ginocchio e lo adoriamo». Idolatria sarà dunque inchinarsi allo splendore del passato, ecco perché «non devo studiare in Italia»: per dedicarsi al totalmente nuovo, a costo di mostrare «un’enorme presunzione, un enorme orgoglio»[7], come ammette lui stesso. Raramente è stato detto meglio questo rifiuto ‘religioso’ del passato, il resistere alle tentazioni che l’arte moderna, di origine sempre nordica, esprime nei confronti delle seduzioni della sensualissima pittura e della sensualissima scultura italiana anzitutto e in generale latina. Nessuno nega la bellezza di quelle opere e neppure il godimento che se ne ricava al giorno d’oggi, ma la si respinge come frutto della tentazione satanica nei confronti dell’uomo moderno e quindi morale, prima protestante e poi genericamente ‘laico’, piccolo Prometeo kantiano che tradisce però desideri smisurati.
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Pochi giorni dopo, il 27 novembre del 1802, sempre da Dresda dove si è a lungo ispirato alla ‘icona’ della raffaellesca Madonna di S. Sisto, annuncia finalmente il suo quadro che sarà «la fonte anche di tutti i quadri che farò, la fonte della nuova arte nonché fonte in sé per sé». A quel punto il fratello capirà l’«avversione interiore [di Philipp] a vedere ora Francia e Italia». Illuminati dalla lettera di Runge e dall’esperienza secolare possiamo capire anche noi l’avversione o comunque l’imbarazzo dei teorici e degli artisti dell’avanguardia, fino al silenzio e all’impaccio di Adorno, loro padre spirituale, rispetto al patrimonio antico italiano. Le più recenti eccezioni, le curiosità per i manieristi o l’appassionato studio dei romanici da parte di Klee, sono una citazione, talvolta uno sberleffo, una violazione del bello che si vuole sacrilega o giocosa o semplicemente, nel più diffuso dei casi, il saccheggio di un’aurea forma con la quale fregiarsi e di cui sentirsi eredi.
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In quest’alba dell’arte nuova viene evocato Jakob Böhme, padre di tutti gli apprendisti terurgisti e si annuncia «la grande nascita del mondo», dove gnosi e massoneria restano in sottofondo. La luce, prodotta dai mistici colori sui quali mediterà Runge, sarà l’origine della rigenerazione del mondo. Il colore si dovrebbe fare carne: versetto di questa gnosi artistica che zoppica, perché a differenza della parola, luce e colore hanno già pienezza fisica e sensuale. Il mysterium magnum di Böhme avvolge ora anche l’arte con i suoi manicheismi. Il pantesimo cerca una conciliazione con la Trinità e una trascrizione nei colori, sempre a rischio di essere spenti da Satana. «Su questa linea penso anche a un quadro dove noi si possa dar figura e senso all’aria, alle rocce, all’acqua e al fuoco». Leonardo da Vinci è il primo nome che viene in mente a sentir parlare di raffigurazioni dell’aria e delle rocce, dov’è la novità? Perché non provare umilmente a dipingere questi elementi (come farà un giorno con somma maestria Stifter nelle sue prose) invece di trasfigurarli in una battaglia cosmica e apocalittica tra le forze divine e quelle diaboliche? Perché la scelta del paesaggio, che Runge come Friedrich e Carus con molta teoria pongono al centro dell’‘arte nuova’, non è soltanto un genere pittorico?
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Perché, sembra risponderci Runge, se Dio è irrappresentabile, di quella natura che gli è specchio, possiamo dare però rappresentazione spirituale, rivelare Dio nei quadri attraverso i riflessi divini dei paesaggi. Ben altra, estrosa, soluzione proponeva un credente d’altri tempi come Teodoro Studita quando sosteneva che poiché Cristo è nato da una madre raffigurabile, possiede una immagine rispondente a quella della madre, e se non si potesse rappresentare nell’arte vorrebbe dire che sarebbe nato dal solo Padre e non da Maria[8]. Invece Runge concepisce l’individualismo più sfrenato, al limite della incomunicabilità: «il prodotto più alto dell’arte è l’immagine di Dio in noi», cioè «la visione individuale che ciascuno porta con sé», e trattandosi dell’Assoluto immaginato nell’intimo, senza più rapporto con il mondo empirico, senza alcuna incarnazione nel mondo degli uomini: tutti gli espressionismi sono possibili, scatenati per dare forma al Dio individuale e nascosto. Di fronte a questo compito sublime perché mai l’artista-sacerdote, l’evocatore della divinità, dovrebbe perdere tempo e furore mistico nell’umile attività del copiare? «Non posso retrocedere» si dice convinto Runge, «Dio ha voluto che fossi qui assegnato» e dunque «mai mi adatterò a un vero e proprio copiare»[9].
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Non si è precisato che negli anni in cui scrive queste lettere la sua vocazione pittorica è ancora piuttosto astratta, di quadri ne ha fatti ben pochi. Ma si sente chiamato, non si tratta neppure di talento esperimentato, di mano felice, quanto di segno di predilezione divina affiorato nell’anima. Come sempre poi accadrà nelle avanguardie a venire, prima delle opere ci saranno i proclami. Il timido Runge i suoi proclami li confidava al devoto fratello, proprio come più tardi farà van Gogh.
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Le proibizioni imposte dalla Storia: i pittori moderni si accorgono dello iato profondissimo con il mondo della tradizione e riportano questo senso di distanza con alcuni divieti che pare loro di dedurre dagli ultimi sviluppi della storia dell’arte. Da un certo punto in poi si dirà perciò che non si può più dipingere la figura umana o non si può più dipingere tout court. Runge, agli albori, scrive in una lettera a Ludwig Tieck che «dopo il Giudizio universale di Michelangelo» è impossibile rappresentare «gli uomini come la forza dei tempi [che] si agita in essi». La storia dell’arte apporta la testimonianza di migliaia di artisti che dopo Michelangelo smentiscono l’«impossibilità» teorizzata da Runge, ma lui replicherebbe che si tratta di epigoni pompiers, eterno pompierismo di chi non è illuminato dall’intuizione del nuovo ruolo dell’artista vocato alla nuova arte. Adesso avanza, secondo Runge, il paesaggio come specchio dell’umano e del divino, fiori e alberi che tradiscono un certo sentimento umano; più tardi si dirà: dopo l’arte concettuale di Cézanne non si potranno più dipingere paesaggi ingenui, successivamente si reagirà agli intellettualismi francesi con la lava espressionistica tedesca: dopo i colori che gridano non si può più rappresentare secondo la pacata scienza rinascimentale, e così all’infinito, semmai la storia avesse uno svolgimento infinito. Dall’altra parte c’è chi resiste, talvolta nell’oscurità talvolta nella esplicita ribellione, a questi divieti dell’epoca, che in quanto tali si potrebbero anche chiamare imposizioni della moda. Ma così rubricando simili inibizioni, dimentichiamo che esse sono lette da chi vi soggiace come comandamenti divini: «Come comprendere del resto quest’arte se non muovendo dalle profondità di una mistica religiosa, dal momento che essa deve procedere infine da questa e su questa anche saldamente poggiarsi, altrimenti crolla come la casa sulla sabbia?»[10].
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La debolezza di quest’arte, al limite del vuoto concetto, deriva dall’essersi sostituita all’idea religiosa, nutrendosi soltanto di immagini mistiche. Si tolga invece l’impalcatura savonaroliana alla Natività della National Gallery di Botticelli: resterà gran parte dell’opera. Ma nessuno potrebbe sostenere che la pittura del Quattrocento fiorentino non sia colta, lussureggiante di idee, semplicemente che quella moderna di cui sentiamo l’annuncio poggia soltanto su dei «geroglifici»; senza la spiegazione dei quali risulta un insieme di inutili enigmi, e più tardi sarà fatta solo di concetti, ideine nella testa dell’autore, che potrebbero perfino restarsene in mente sua.
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Il 13 gennaio del 1803, Runge confida al padre che talvolta si sente attaccato: «‘Lei non capisce niente d’arte’: ma se anche fosse non mi resta altro che prendere di qui le mie mosse. Ciò a cui io do il nome di arte è in effetti fatto in modo tale che se lo si dovesse raccontare tale e quale nessuno lo comprenderebbe e io verrei ritenuto pazzo, folle, sciocco». La lettera è ricca di progettualità altisonante, non a caso si misura con il padre, ma vale la pena fermarci un po’ su queste righe. Tutti gli ‘innovatori’ moderni, che per comodità possiamo chiamare avanguardisti, vengono all’inizio sospettati di follia, mentre è certo che quando Giotto scioglie la fissità bizantina o Paolo Uccello introduce la prospettiva, pur rompendo con schemi secolari, riempiono di ammirazione il loro pubblico piuttosto che essere considerati da questo fuori di cervello. E gli stessi manieristi di cui si narrano estreme stravaganze, operano lunaticamente sul piano biografico, l’opera non viene sospettata di essere inutile gesto demente. Il fatto è che l’innovazione moderna riguarda non temi o stili quanto lo stesso lavoro dell’artista e lo statuto dell’opera d’arte. La più sfrenata fantasia barocca fu infatti contenuta in una concezione millenaria del quadro (o dell’affresco o della statua), ovvero nella oggettività della tela dei colori delle velature, di un lavoro che con impercettibili e infinite modificazioni ripeteva un eterno schema: a chi si era addestrato dalla fanciullezza nel rappresentare su un determinato materiale figure umane e paesaggi naturali veniva commissionata la tale scena storica o una vicenda biblica o privata, e l’incaricato eseguiva di volta in volta inventando la composizione, il taglio di quella scena, scegliendo i colori, la luce, la plasticità e nei casi più eccelsi anche il significato spirituale che quell’opera doveva sprigionare; ma ora è l’idea stessa di arte a cambiare di volta in volta, diventando una fantasia soggettiva che si esprime senza più il freno della tradizione.
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Sfrenata, dunque, folle, l’arte non è più quella che è stata da sempre ma l’invenzione che ciascun personaggio, autonvestito di grazia, senza controprova di talento e di perizia tecnica, inventa liberamente. «Ciò a cui io do il nome di arte», dice Runge, e propone una mistica panteista cui non basta più il singolo quadro, che richiede l’opera totale; «ciò a cui do il nome di arte» dirà qualcun altro e proporrà la tela nera, e qualcun altro la tela bucata e basta, e il rifiuto del quadro, e un’idea virtuale di opera, un segreto mentale. Il «libero gioco» di Kant ne ha fatta di strada. L’estetica tedesca, soprattutto di timbro idealistico, l’ha trasformata in arte filosofica e subito dopo, si è confusa così tanto con i pensieri, che si è ridotta a metter in scena la sua morte. In questa voluttuosa necrofilia si presenta ormai da alcuni decenni, ma non si può escludere che qualcuno, più fantasioso, ne decreti la resurrezione momentanea., sarebbe soltanto un cambio di segno, resterebbe infatti la sfrenata soggettività con cui un essere umano si autoproclama artista e propone una qualsiasi sua fantasia sotto il nome di arte. Sacerdozio universale ma senza neppure un testo sacro sul quale poggiare.
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L’ambizioso progetto veniva spiegato da Philipp al padre: «conosco […] parecchi giovani» disposti a eseguire il piano epocale, ad Amburgo degli artigiani «potrebbero crescere sotto la mia guida», e subito scatta una presuntuosa analogia: «una istituzione di questo genere assomiglierebbe a quello che fu la scuola di Raffaello»[11]. Quando non si evoca Gesù Cristo e i suoi apostoli si vola direttamente ai massimi maestri del Rinascimento, o viceversa. Nel frattempo fa degli schizzi, «sono convinto che quando nella mia cartella ne avrò cinquanta potrò considerarmi arrivato». Non è soltanto una posa tardo-adolescenziale per cui basta poco e si gioca all’artista, è soprattutto che si mira a megalomani progetti, la realizzazione dei quali conta poco; la tecnica così viene in ultimo, al primo posto c’è una idea. In una successiva lettera al fratello, scende nei molti dettagli delle sue Tageszeiten. Il Giorno e la Notte si popolano di fiori animati, luce e colori si caricano di significati simbolici. Due settimane più tardi affiorano in un’altra lettera dei dubbi e delle preoccupazioni sull’«esito di queste fantasie»[12] e, passata una decina di giorni, si dilunga ancora sulla sua «incomprensibile paura»[13], l’artista ora – come il soggetto morale di Kant che dev’essere al contempo giudice imputato e boia di se stesso – è committente, ideatore, esecutore, critico e sacerdote della sua arte. Del resto, non basta più «eseguire secondo regola e pratica», ma secondo l’indicazione evangelica di Matteo «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia».
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Si infittiscono allora le lettere ricolme di simbolica, in cui Runge specula sui numeri e su geometrie mistiche, invoca la musica e la Bibbia, per concludere il 6 aprile del 1803: «non è stupefacente e vano quando gli artisti di oggi per pronunciare il nuovo usano le antiche figure, gli dèi pagani e le persone allegoriche»: sì, da sempre gli artisti avevano dipinto dèi, e quando giunse l’annuncio del Dio unico e si affermò la religione cristiana, nessuno pensò di buttare a mare gli dèi e la figurazione pagana, appena si sfumarono le somiglianze e in un gioco di mascheramenti si trasformò le dame dell’Olimpo nella ragazza ebrea di Nazareth. Ora invece si voleva esclusivamente il mai visto, difficile anche da percepire. Non a caso, qualche riga più sotto Runge aggiunge: «Rivive in me il desiderio di rileggere l’Apocalisse di Giovanni. Credo che non mi sarà, ora, veramente incomprensibile»[14]. Quale altro libro prova a rivelare l’impossibile mai visto come quello supremo della Bibbia? Ogni annuncio avanguardistico, ogni ‘manifesto’, ha un tono apocalittico che Runge coglie per primo e con serietà. Solo negli ultimi giorni dell’umanità, quando le donne gravide invidieranno le sterili, si sradicheranno le abitudini dell’umanità, a cominciare dalla prospettiva temporale che improvvisamente si chiude, e si potrà assistere veramente a uno spettacolo del tutto inedito. Il mai visto allora non sarà un brivido di moda quanto il terrificante segnale di morte, anzi la visione propria dei morti. Ma guai a chi crederà ai falsi messia e alle falsi apocalissi, rivelazioni ingannevoli dell’Anticristo: si moltiplicheranno gli annunci dell’imminenza del giorno supremo confondendo le trombe angeliche con le réclames circensi del nichilismo moderno.
(3. continua)
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[1] [1] In Ph. O. Runge, Hinterlassene Schriften, tr. it. La sfera e il colore e altri scritti sull’arte, Milano, 1985; lettera del 24 agosto 1798, p. 62.
[2] Datata: Dresda 1801, pp. 63-64.
[3] Ivi.
[4] Datata: Dresda, febbraio 1802, p. 65.
[5] P. 66.
[6] Pp. 68-73.
[7] Pp. 74-77.
[8] Citato da padre Giovanni Pozzi nel suo fulgido Sull’orlo del visibile parlare, Milano, 1993, p. 63.
[9] Pp. 77-81.
[10] Pp. 83-85.
[11] Pp. 85-88.
[12] P. 90.
[13] P. 91
[14] Pp. 98-101.