giovedì 23 settembre 2010

Il santo

COME SI COMPIE IL MIRACOLO SUPREMO NEL NOSTRO TEMPO

Al contrario del Concilio di Trento che ne motivò una eccelsa schiera, il Vaticano II non ha prodotto santi. Quello per antonomasia, il santo della nostra epoca, fu rigidamente pre-conciliare e anche dopo la riforma liturgica continuò a dire la sua lunga messa in latino. Oggi, 23 settembre, la Chiesa universale celebra padre Pio - come confidenzialmente continuano a chiamarlo nonostante la gloria degli altari - che ha fatto il miracolo di mostrare il sangue nel tempo delle astrattezze e degli igienismi, di parlare ai disperati di questo mondo senza il birignao intellettuale dei concilianti, di confortare i malati a cui la scienza medica non dà speranze, di assistere gli agonizzanti lasciati soli con la flebo nelle corsie d’ospedale, insomma il miracolo supremo di poter credere ancora ai miracoli, di sconfiggere con le immagini dei portenti lo scetticismo imperante. Per la sua battaglia contro il dominio della morte seppe anche scherzare, come ogni mistico che si rispetti, soprattutto quando proviene dalla terre beneventane. Chi ebbe la fortuna di incontrarlo può testimoniare che anche quando faceva i miracoli non assumeva pose da santone, piuttosto lasciava scivolare dei doni, delle sorprese, con la semplicità di un frate del Sud che opera un prodigio in allegria francescana.

lunedì 20 settembre 2010

Roma rubata

~ IL GIORNO CHE SEGNA LA FINE DELL’ARTE UNIVERSALE ~

Facciamo nostra la parola d’ordine di Mallarmé, citata ieri da Quirino Principe nella sua smagliante rubrica che ravviva il supplemento domenicale color salmone: «Donner un sens plus pur aux mots de la tribu». Oggi, aprendo Google (nazionale), si scopre che il massimo organo di collegamento tribale celebra i 140 anni di «Roma capitale». Oddio – potrebbe sospettare l’ingenuo navigante – si tratta di un’oscura provincia che qualche battaglia nazionalista ha fatto ascendere a questo ruolo? Si dà invece il caso che Roma fu ininterrottamente capitale per oltre duemila anni, che anzi la parola capitale deriva dal latino 'caput', termine che fu riservato a Roma con la definizione caput mundi. Nel 1870 la capitale del mondo – prima dell’Impero poi della Chiesa – divenne la capitale di un regno subalpino: che cosa ci sarà mai da tripudiare? Dei piccoli ladri, nient’affatto ladroni, borghesucci semmai, avevano rubato Roma alla sua tradizione gloriosissima, imprigionandola nel Kitsch piemontese (il Gabriele d’Annunzio del Piacere se ne era accorto e lo diceva a chiare lettere). Tant’è che Google per vestirsi a festa ricorre al disegno michelangiolesco del pavimento capitolino, a un artista del papa come pochi altri, ovvero come se gli indiani per ricordare l’indipendenza dalla Gran Bretagna si addobbassero con i colori scozzesi o per il 14 luglio francese si agitassero le bianche bandiere borboniche. La verità è che negli ultimi centoquaranta anni la capitale 'laica' non ha lasciato nessun segno artistico riconoscibile dai più. Sì, i turisti giapponesi quando si trovano davanti all’Altare della patria scattano nervosamente e con ammirazione ma poi, già sulla strada del ritorno, quel monumento si confonde con i tanti altri accumuli di marmo senza costrutto che le città europee innalzarono sul finire dell’Ottocento. La Roma antica e quella dei papi è l’unica che resti impressa. Con buona pace del cardinale segretario di Stato che benedice la breccia (ma la Chiesa ancorata al governo dell’Urbe non si perdeva nei candori attuali di certi monsignori pii quanto impolitici) e con buona pace del sindaco di fascia tradizione che sulle rovine della bellezza canoviana organizza giornate strapiene di carri di Tespi e di altre dopolavoristiche imprese.

venerdì 20 agosto 2010

Vacanze

~ SE VIENE ABOLITO IL TEMPO DEI RITI E DELLE FESTE ~

Mancando ormai il tempo dei riti e delle feste, nell’assopimento dell’anno liturgico, nell’insignificanza dei giorni che scorrono sempre uguali, appena scanditi dal riposo ogni tanto, finita ogni teleologia, pure quella delle false speranze ideologiche che nutrirono altre generazioni, non resta che la promessa di grandi vacanze, in luoghi sempre più lontani ed eccentrici, a sostituire nello spazio – peraltro reso omogeneo dalle abitudini globalizzate – il tempo appiattito e vuoto di senso. Vacantia da vacans, participio presente di vacàre, esser vacuo. Inferiore all’otium dei latini, aristocratica attività degli esseri pensanti.

giovedì 19 agosto 2010

Politica versus Intrattenimento

~ IN RICORDO DI UN POLITICO UMANO, DI UNO STATISTA CRISTIANO, DI UN PERSONAGGIO D’ALTRI TEMPI ~

Pian piano si è passati dalla politica all’etica, quindi alla giustizia spicciola e facinorosa, all’illusione di un giudizio finale continuo, celebrato da omini patetici e senza quella pietà che è propria del Pantocrator. Nel contempo si celebra l’economico, come si trattasse di un’eterna quanto pomposa riunione di condominio. Quello che furoreggia adesso in Italia è l’oscillare tra il trionfo del corretto e il trionfo dell’utile, l’etico e l’economico mano nella mano. La sinistra perde definitivamente – si trasforma in un club snobistico – dal momento che accetta come criterio quello della ‘scienza triste’ senza il correttivo della politica. Carl Schmitt pensava che la coppia nemico/amico con cui tentava di definire la politica comportasse la più drammatica serietà di intenti, non a caso il nemico precedeva l’amico, come la guerra precedeva la pace, il bellum era infatti la massima espressione della politica, momento supremo della decisione, che coinvolgeva i corpi, il sangue, il dolore, le vite dei cittadini. Inimmaginabile la politica nel glamour della dimensione televisiva. «Il politico è ciò che è decisivo». Altrimenti la polarizzazione tra gli individui e tra i popoli si riduce a un isterico vociare di impotenti, al chiacchiericcio violento delle tricoteuses che s’eccita per il sangue e mai si placa se non per la noia della ripetizione insensata. Oppure al futile della fotogenia.

Ecco allora la pericolosità di una violenza senza un politico in grado di mettervi un freno. È inutile aspettarsi da un giornale, da un editoriale, da un movimento di opinione pubblica la forza (anche morale) per porre un argine alla aggressività umana. Soltanto il politico può tenere a bada la folla e i suoi umori. Questa appunto l’arte speciale che non confida esclusivamente nella repressione e nella prevenzione da parte della forza pubblica. Ecco perché un mondo interamente pacificato, senza contrasti, sarebbe assolutamente impolitico, non avrebbe più bisogno del politico come dei militari. E là dove regna, almeno a parole, il pacifismo, dove la guerra è ormai un tabù anche se il nemico ti attacca abbattendo aerei e grattacieli nel cuore della capitale dell’Occidente, la politica perde ogni chance: è inutile tentare di rianimarla con la buona volontà. Se si sopprime il politico, perciò, sopprimendo per esempio anche la sola possibilità della guerra (e non perché l’umanità si sia riconciliata in eterno, realizzando la profezia di Isaia che richiede un intervento messianico, ma solo per un gesto presuntuoso), si deve essere consapevoli di quello cui si va incontro. Del resto, in via teorica, la guerra dei pacifisti contro i non-pacifisti essendo l’ultima, la suprema, sarebbe per forza la più crudele. Forse interminabile. A sentire Aristotele, molto prima di Schmitt, se il destino dell’uomo è il politikon, l’antipolitica è l’antiumano.

Utile e corretto, finalizzati al consumo, come pubblicità impone, producono invece un litigio sulle norme, sui codici che regolerebbero il mercato e i cosiddetti «stili di vita» derivati dal mercato. Questa l’Italia che occulta gli interessi nei valori, secondo la più triviale rappresentazione piccolo-borghese.

Ogni normatività è nient’altro che «finzione» contrapposta alla «possibilità reale dell’uccisione fisica» in mano al politico. Con tale suggestiva riflessione il grande costituzionalista tedesco apriva baratri concettuali. Nelle oscure pieghe del discorso si intravedeva la conclusione: quale legittimità potrebbe mai giustificare quest’immenso potere?

Il regno dell’intrattenimento è invece là dove il mondo appare senza più contrasti, dominio di Apollonio, il personaggio satanico che, nel libro profetico di Solov’ëv, si fa padrone del mondo, bello e giovane, cinico e seduttore, insensibile alle differenze umane ma protettore dell’animalismo, pacifista e universalista, che unisce la scienza occidentale e il misticismo orientale, conciliante e dialogante. Contro Apollonio, un vecchio papa invita alla lotta, non si arrende e convince i suoi amici dottori protestanti e rabbini ebrei a non cedere all’idolatria di questo Anticristo. Talvolta il presidente emerito citava nelle sue rutilanti interviste i personaggi di Solov’ëv, pur senza fare nomi sconosciuti agli intervistatori, senza sfoggio di cultura, come si conviene ai discorsi che attraversano i media, appena un accenno alla minaccia sotterranea, apocalittica, di cui parlavano «certi russi all’inizio del Novecento».

«La sola garanzia perché il mondo non divenga un mondo di intrattenimento, è politica e Stato; conseguentemente, ciò che gli avversari del politico vogliono va a finire nella produzione di un mondo di intrattenimento, di un mondo di divertimenti, di un mondo senza serietà» (Leo Strauss, Note sul concetto di politico, chiosando Schmitt). Proprio il saggio presidente che visse il tragico come nessun altro politico italiano dell’ultima parte del secolo capì che soltanto la maschera del trickster poteva consentirgli di rivolgere ai suoi connazionali un salutare avvertimento per difendere la politica dalle manomissioni della magistratura e di un’opinione pubblica abnorme e organizzata, contro l’arrendevolezza degli stessi politici. L’ultimo avvertimento.

domenica 15 agosto 2010

Topografia corporale

~ ROMA, I SANTI DEL CALENDARIO CATTOLICO
E LA FESTA DELL’ASSUNTA ~

Nel calendario ufficiale cattolico, quello che un tempo era in bella mostra anche nelle sacrestie, dove sono riportati i santi del giorno, c’è quotidianamente un riferimento che, se osservato con attenzione, metterebbe in fuga le tante fanfaluche sul cattolicesimo romano. Nell’indicare il santo da festeggiare, infatti, dopo l’apposizione che specifica la sua gloria (martire, confessore, dottore della Chiesa, vergine, papa…), c’è scritto sotto il nome del celebrato e la data approssimativa della sua morte la frase ricorrente: il suo corpo riposa a…, per lo più – visto anche il gran numero dei martiri dei primi secoli – nelle tante chiese di Roma, onde la città eterna è una specie di immenso letto per questi defunti speciali, una necropoli per eccellenza ma senza tristezza, perché i suoi abitatori già godono delle gioie del Paradiso. Ecco, a legger bene quel costante informare sull’ubicazione delle spoglie, vien fuori che il corpo ha una importanza rara nel mondo religioso, che il cattolicesimo non pensa solo allo spirito, che il suo culto si basa sulla venerazione dei corpi (altro che odio e repressione dell’aspetto fisico!), che l’antica liturgia stabilisce nel corso dei giorni il pellegrinaggio nei vari punti di questa singolare topografia corporale, comprendente anche i sepolcri che custodiscono resti più che millenari, povere ossa consunte, polvere, eppur segno prezioso di mediazione fisica con l’aldilà. Ma oggi è la festa dell’Assunta, di Maria Assunta, e il papa Pio XII, sessant’anni fa, ci disse con la solennità del dogma, che il suo corpo non è più qui sulla terra, che venne portato in Cielo dagli angeli, che sta accanto al corpo glorioso di suo Figlio, ambedue in trono, come li rappresentò per esempio Jacopo Torriti, inauguratore dell’arte italiana, nell’abside di Santa Maria Maggiore a Roma, ben sette secoli fa. Magari in una forma diversa, la Chiesa cattolica riesce a dire le medesime cose a una distanza temporale così imponente.

martedì 10 agosto 2010

Perseguitati dall'umor tetro

~ UNA EPIDEMIA DI PARANOIA? UNA GNOSI DI MASSA? ~

«Al giorno d’oggi, l’esperienza ferita
è il rifugio dell’ideologia…
»
Adorno

Vanità di molta indignazione: i più ingenui credono di attraversare l’epoca peggiore della storia e già a distanza di pochi anni spesso quelle crudeltà appaiono risibili, circonfuse pure da una certa nostalgia. Non perché quel che è venuto dopo sia per forza ancora più nefasto – il progressismo in chiave negativa è altrettanto stolto – semplicemente perché la historia è meno lineare di quanto si creda, con qualche smottamento qua e là. Prendiamo il caso dei progressisti-retrogradi del clima, che stabiliscono innumerevoli misurazioni per dimostrare che qualcosa è peggiorato negli ultimi duecento anni – da quando cioè le scienze esatte hanno messo a punto tutti i loro strumenti di rilevazione – malgrado non si sappia nulla di quel che accadeva immediatamente prima, ovvero senza potere confrontare quegli ultimi duecento anni con le epoche precedenti, talché ci si rivolge ai quadri o ai poemi per capire se nel Cinquecento facesse freddo o caldo. Non vale! Non si mettono accanto i giudizi sintetici dell’arte e i numeretti dei calcolatori. (Così come dovrebbe far sorgere il sospetto tanta analitica sui dettagli climatici e sulle statistiche minuziose – documentazione che proverebbe un aumento termico e conseguenti disastri negli ultimi vent’anni o giù di lì – quando soltanto attraverso l’informatica diffusa e la globalizzazione delle informazioni siamo in possesso dei dati su quante piogge si sono avute nell’altopiano siberiano o nel bel mezzo del Pacifico). Sono dunque escluse le controtendenze, tutto scivola verso il baratro o vola verso la radiosa aurora.

Altre genti devono aver provato come noi lo svilimento della religione, il relativismo cinico, la eclisse dell’arte (si pensi soltanto al papa fatto prigioniero dai napoleonici), ma una cosa è sicura: la forma delle lamentazioni è vieppiù degenerata negli ultimi secoli. Oggi, alla corruzione linguistica dei giornali scritti dai gazzettieri si è aggiunta quella, ancora più devastante, dei lettori che inondano le prose dei divulgatori con fiumi di commenti online; pallide e dignitose anticipazioni erano le lettere al direttore d’antan. Non è solo questione di sintassi, declinano all’unisono la lingua e i concetti. Oltreché ripetitivi, i messaggi appaiono più drammatici di quelli dei più neri momenti del racconto storico di questo paese, una eterna Caporetto, un eterno 1944, per cui viene da pensare a una specie di epidemia di paranoia. La lettura dei giornali non è più la versione hegeliana della preghiera mattutina ma la bestemmia biliosa contro il creato, il visibile, il rivelato.

In quale jardin des supplices saranno mai immersi questi scriventi? Ci si riferisce ossessivamente a un fascismo metastorico, che sopravviverebbe per generazioni, che perderebbe anche i suoi innegabili tratti di grandezza tragica per assumere il carattere caricaturale del carognesco, del Male assoluto in versione cinematografica ultrapopolare. Si attende solo la catastrofe. E ogni sguardo verso il potere non è quello pur sospettosissimo dei filosofi ‘francofortesi’, che possedevano una forma ricercata in grado di raggelare ogni coinvolgimento emotivo, bensì una scossa panica che non riesce a essere mai critica e finisce per feticizzare quel potere da cui si resta soggiogati. Un tale pensiero stereotipato si articola in termini di bianco e nero, bianco il proprio e nero quello di tutti gli altri (i più perversi possono invertire magari i colori). Ma ciò che maggiormente impressiona in queste reazioni del pubblico, aizzate da abili giornalisti, è la coprolalia che accompagna costantemente i giudizi, l’aggressività anti-politica in cerca di espressioni puerili, la volontà di lordare l’avversario, più o meno quel che si otteneva con la somministrazione forzata dell’olio di ricino.

La comicità che dovrebbe produrre risate liberatorie lega ancor di più ai dettagli delle onnipresenti caricature – anche qui, come in tutta la cultura contemporanea, domina la parodia –, ripropone l’asservimento alle frasi fatte, senza alcun discernimento; non ambisce a incattivire gli animi, si limita a istupidirli, gioca sulla ripetizione, sul ghigno sempre uguale.

Si sentono perseguitati a vita, mentre i cristiani dei primi secoli, appena terminato un ciclo di sofferenze, che comprendevano decapitazioni e crocefissioni, torture e clandestinità nei sotterranei delle catacombe, tornavano a collaborare con il potere imperiale, mostravano un atteggiamento costruttivo, riconoscevano l’autorità, ne rispettavano il senso. Viene allora da pensare che tale cedimento patologico, il gridare scomposto che pervade il web tradisca una gnosi di fondo che si mescola sottilmente con le varie credenze spiritualiste. Il mondo è frutto di un demiurgo malvagio, perciò risulta brutto e sozzo. Le tecniche che un tempo si dicevano ‘alternative’ servono a sottrarsi al destino di corruzione, il prefisso bio si infila in ogni dove per combattere il mondo necrotizzato del dio cattivo. Che indichino indifferentemente nel piombo presente nell’aria o nell’attuale presidente del consiglio la causa di tutti i mali, dall’Alzheimer all’impotenza sessuale, è la prova che stanno cercando una eziologia metafisica. La teoria del complotto, naturalmente, li aiuta nella ricerca. Basterebbe ricongiungere la giustizia al creatore per vanificare lo scenario miserabile. La bellezza della luce, che consacra tutte le cose del mondo, comprese le più infime, conforterebbe a ogni risveglio, ma è da questi tristi figuri respinta in nome di un fioco bagliore interiore, con il quale disprezzare un universo che vedono sempre tenebroso.

Invece di restare sorpresi e ammirati dallo spettacolo insolito di un caldo avvolgente o di una bella nevicata, di un giorno ventoso d’estate o di una temperatura mite d’inverno, li si considera dei segni apocalittici. Soltanto gli strateghi delle coscienze che credono di poter speculare sul malessere dei più si illudono che questo doloroso sguardo sul mondo abbia un carattere politico. In momenti ben più gravi, il capo dei comunisti italiani, chiamava «fratelli fascisti» quelli che aveva appena risparmiato, tendendo loro la mano. Ma i nuovi isterici non vogliono stringere la mano a nessuno, temono di macchiarsi con il peccato, di prendere il contagio del male teogonico. Sanno soltanto loro i segreti di tutte le mafie, spiegano la teoria della corruzione come se i vaneggiamenti ereticali non fossero cosa nota da secoli. Scriveva Gadda, per stigmatizzare quel «tono asseverativo che non ammette replica»: «nell’inferno dantesco si incontrano uomini che credevamo in paradiso: e nel purgatorio, avviati al paradiso, uomini che credevamo sicuramente all’inferno». Ma loro incarnano il supremo Giudice della fine del mondo, loro sanno chi dannare per l’eternità.

Come antidoto a una simile patologia lamentosa proponiamo una citazione di Jünger, tratta da un libro assai divertente, Il problema di Aladino (Adelphi), ma non siamo certi che il rimedio funzioni con malati tanto gravi. «Io non sono un liberale – almeno non nel senso che per questo scopo ci si debba mettere insieme e si debba votare. La libertà la portiamo dentro di noi; un buon cervello la realizza in ogni regime. Riconosciuto come tale, avanza dappertutto, passa qualunque linea. Non è lui a traversare i regimi, sono loro che lo traversano, quasi senza lasciar traccia. Può fare a meno di loro, non loro di lui. Se sono duri, ciò affina l’intelligenza».

domenica 8 agosto 2010

Il South Bronx sul Tevere

~ TROPPI «AMERICANI A ROMA» COME QUELLI SBEFFEGGIATI DA ALBERTO SORDI. ~ E IL «WALL STREET JOURNAL» RICORDA

LA DELUSIONE DEI TURISTI ~

Sindaci, assessori, consiglieri regionali e provinciali, il piccolo esercito arruolato dalla fantasia burocratica non ha occhi per vedere negli spazi pubblici quel che gli farebbe orrore a casa propria: se ogni ospite di una cena, per esempio, lasciasse come ringraziamento estetico una sbaffo sui muri delle stanze, subito lo sfortunato anfitrione imprecherebbe incollerito, affrettandosi a chiamare una squadra di imbianchini per coprire l’impataccamento, certo non consolandosi con la sciocchezza che adesso le pareti sono così vitalizzate dalla creatività degli invitati. E invece la città eterna è ormai tutta sfregiata dalla furia degli imbrattatori, lo spray che nelle altre capitali lorda casomai le estreme periferie e i ghetti qui si sparge sui palazzi rinascimentali e barocchi, nel cuore di Roma, magari a pochi passi dal Campidoglio, ma le giunte si susseguono senza vedere, parlando sempre d’altro, cioè di cultura, quando si tratta di scope, pulizia, nettezza urbana. In nessun’altra città al mondo, sindaci e assessori incapaci di far passare gli autobus in orario e di togliere l’immondizia dalle strade si mascherano da mecenati, dissertano in modo ridicolissimo d’arte classica e contemporanea, promuovono musei del nulla, si gloriano se un giornale straniero loda una loro inaugurazione, pensano che ci si muova dalla California o dall’Australia per vedere davanti alla tomba di Augusto un garage da telefilm anni ’50 o che ci si metta in fila per ammirare il Maxxi piuttosto dei Musei vaticani. Caudillos ciechi, son sordi anche a quel che si dice nella metropolitana e sui pullman turistici, non sanno nulla dello stupore per la deturpazione di ogni dove a opera dei graffitari, né delle risate per le imitazioni penose dell’arte made in Usa.

Ed ecco il giornale statunitense «Wall Street Journal», poco incline alle smancerie degli snob, ricordare come «un’ondata di graffiti si sia riversata sulle strade del centro storico di Roma negli ultimi anni». Le nostre gazzette, che trepidano per ogni concertino in piazza, per ogni mostra di elucubrazioni, per ogni installazione, fiera del contemporaneo e altre calamità del genere, non se ne erano accorte, anche esse non hanno occhi per vedere lo scempio, anche a esse il quotidiano newyorkese riporta il «disappunto dei turisti» che arrivano aspettandosi le meraviglie del passato e trovano invece la street art dei loro slums o le tristi costruzioni di Meier. I nostri telegiornali non ci hanno raccontato la notizia che ci rimbalza dal servizio del «WSJ»: «Negli ultimi mesi un gruppo di diplomatici americani e altri volontari hanno creato una 'brigata anti-graffiti', in missione con pennelli e vernici per strappare Roma ai graffitari». Già, ricordate il tono derisorio dei diplomatici Usa per il giovane Sordi nel film Un americano a Roma?

giovedì 5 agosto 2010

Parole sante di un giudice

~ FINALMENTE UN MAGISTRATO CHE NON SI LASCIA
INTIMIDIRE DALLO SQUADRISMO ESTETICO ~
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Avrà pure la patente di «artista», concessa dalla cricca dei critici, ma già solo il fatto che il graffitaro modifichi la fisionomia estetica (bella o brutta che sia) legittimamente scelta dal proprietario di quella superficie, commette il reato di imbrattamento. I giornali riportano con stupore la motivazione di una sentenza che mette al bando anche i graffiti che si vogliono «artistici», rovesciando l’andazzo presente. Per il giudice Guido Piffer – citiamo questo magistrato che non si lascia intimidire dallo squadrismo estetico – la questione non è affatto se i graffiti possano essere o meno «arte», e se l’imbrattatore denunciato possa o no trarre la propria legittimazione artistica dall’aver esposto delle sue opere al Palazzo Reale di Milano: il reato non si può misurare su una pretesa «natura artistica dell’opera», perché una tale categoria è «troppo legata all’indefinibile coscienza sociale di un certo momento storico». Del resto, il fatto che Marinetti manifestasse per Milano con la pistola in pugno, in una azione futurista, non dovrebbe autorizzare ogni rapinatore a richiamarsi all’estetica per agire armato. Ciò che invece è rilevante sul reato di imbrattamento (chiarito dalla Cassazione nel 1989 come lo «sporcare l’aspetto dell’estetica o la nettezza del bene senza che il bene nulla abbia perduto della sua funzionalità»), per il nostro giudice è piuttosto «la tipologia della cosa su cui ricade la condotta» di chi fa gli scarabocchi indelebili: «la fisionomia estetica e la nettezza attribuite al bene da chi ne ha legittimamente la disponibilità, per quanto magari opinabili come del resto opinabile è lo stesso valore estetico dei graffiti realizzati».
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Se dunque qualcuno realizza un disegno («magari da taluno apprezzato») sulla facciata di un palazzo appena rinnovata dai proprietari «secondo i criteri estetici che più aggradano loro, non potrà negarsi che la facciata è stata ‘deturpata’ e ‘imbrattata’ in quanto ne è stata alterata la forma estetica e la nettezza legittimamente scelte per quel bene dai suoi proprietari». Sostenere (come fa la difesa dell’imbrattatore) che il ‘graffito artistico’ possa costituire imbrattamento soltanto se realizzato «su opere di interesse storico-artistico o su monumenti», per il giudice è una contraddizione viziata da uno speculare «criterio assai vago ed estensivo»; e si risolve in «una arbitrarietà che rischia di avallare forme di indebita prevaricazione ai danni di chi non ha prestato il proprio consenso alla modifica della forma estetica e alla compromissione della nettezza del bene legittimamente scelta». Tutto l’opposto della «Repubblica» che canta le lodi degli inguacchiatori quando intervengono nei quartieri popolari e sulle case private mentre si indigna se qualcuno osa disegnare sul nuovo ponte di Venezia o sul garage di Meier all’Augusteo.
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Bastava leggere i commenti online sui giornali a simile sentenza per capire da che parte stia il buonsenso. I più invocavano i «lavori forzati» per chi insudicia: naturalmente, semplici lavori di ripulitura dei muri. Oppure si invitavano gli amici degli writer a farsi ornare le loro villette capalbiesi. Con l’autorizzazione scritta, onde non truffare quei poveri ragazzotti illusi sulla loro talentuosità.
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In ogni caso, gli argomenti portati in tribunale somigliano a chiacchiere di adolescenti, rivelano la miseria del dibattito estetico contemporaneo. Per fortuna che il giudice controcorrente ha sottratto per una volta la legge alle mode.

lunedì 2 agosto 2010

Citazione L’arte vivente

«C’è un’arte che è morta nel momento stesso in cui viene creata. Ce n’è un’altra vibrante e viva anche a distanza di secoli. L’arte è un fenomeno che esiste da trentamila anni. Di solito evito di concentrarmi sugli ultimi dodici mesi». John Berger intervistato da «Il Giornale» sul contemporaneo (30 luglio 2010).

sabato 31 luglio 2010

Il tempo, la polvere e la carne

~ VERSI IN OMAGGIO NEL «MERIGGIO DEL FULGIDO LUGLIO» ~
Per A. che oggi compie gli anni
Una poesia in queste pagine elettroniche, una sola, senza farci l’abitudine. Infatti, l’«Almanacco» iconofilo non riporta immagini, l’«Almanacco» poetico in senso novalisiano non trascrive versi: nel mare di figure e di assonanze e ritmi, preoccupato dei rischi di inflazione, vuole esser cauto, parsimonioso, intransigente, tanto è grande il suo rispetto per queste somme forme umane, «all’incrocio del tempo e dell’eterno» – come diceva Cristina Campo nel proprio Canone. Un’eccezione dunque, per un poeta dimenticato, Giorgio Vigolo (1894-1983), che incontriamo nei libri come traduttore di Hölderlin e curatore dell’opera di Giuseppe Gioachino Belli, dedito cioè alla polarità tra la Begeisterung, l’entusiasmo dello Svevo, e la diffidenza del censore papalino, nell’epoca in cui si affermava il moderno. I suoi versi rivelatisi tramite un graditissimo dono di una raccolta che ce li ha messi sotto gli occhi, nel «meriggio del fulgido luglio», erano coperti da un velo di polvere, «dentro gli oggetti c’è polvere. / Pulvis. Cetonia xilofaga…» – Brodskij spiega – «poiché la polvere è la carne / del Tempo. Carne e sangue».

Canto del destino si intitola il volumetto da cui citiamo, pubblicato da Neri Pozza in Venezia, nel 1959, con una copertina color malva. Nelle prime pagine contiene diversi riflessi verbali di paesaggi, chiese, palazzi di Roma – nella luce struggente degli anni di mezzo del Novecento, della pietas del dopoguerra – sui quali forse sarebbe bello ritornare.

DOLCE AL TUO LABBRO…

Dolce al tuo labbro e al mio
il confuso respiro
delle parole mormorate insieme,
e questo che ci tiene
in suo calmo potere
degl’inganni del tempo ultimo oblio.
Oh, nostre lunghe pene,
siete ora lievi a ricordarvi e care,
se in questo amato sogno avete sera;
se dalla mite sfera,
dal santo arco dell’ombra
pietà discende e quasi illude il cuore
che al nostro giorno breve
un dio la luce che mancò ci deve.

martedì 27 luglio 2010

Caravaggiomania

~ UN PUBBLICO INCAPACE DI «CAPIRE LA SUA ARTE», LA «MACABRA RIESUMAZIONE» DELLE SUE OSSA,
IL PAROSSISITICO RAPPORTO CON IL SUO NOME: RIPORTIAMO UN ESEMPLARE INTERVENTO DI ANTONIO PAOLUCCI SULL’«OSSERVATORE ROMANO» ~

A Roma, al numero 16 di via degli Astalli, di fianco a Palazzo Venezia, c’è l’Ingresso del Convento del Gesù. A quel numero civico ho suonato nel tardo pomeriggio di lunedì 19 luglio. Il mio amico Giovanni Maria Vian voleva che vedessi dal vero e da vicino il dipinto che – pubblicato a colori e in prima pagina su «L’Osservatore Romano» del 18 luglio – aveva suscitato una subitanea fiammata di curiosità caravaggesche. A onor del vero, occorre dire che l’autrice dell'articolo scritto per illustrare la foto di un inedito Martirio di san Lorenzo non si sbilanciava in attribuzioni azzardate. Con apprezzabile correttezza scientifica sospendeva il giudizio sulla paternità della tela, affermando essere un altro l’obiettivo della sua ricerca: studiare gli eventuali rapporti del Merisi con i gesuiti. In effetti, si tratta di una questione di grande rilievo che affatica da decenni gli storici dell’arte italiani e stranieri.

Come l’arte moderna – fondata, grazie a Caravaggio, sulla terribile modalità del Vero visibile svelato alla luce – abbia incrociata e fatta propria la moderna religiosità nata dal concilio di Trento e divulgata dai grandi ordini ‘nuovi’: gli oratoriani, i gesuiti, i cappuccini. Questo è in sintesi l’assunto storiografico da tempo affrontato e vivacemente dibattuto. Solo in parte risolto o avviato a soluzione. Che Caravaggio fosse in documentati rapporti con la comunità oratoriana della Chiesa Nuova, è noto. La Deposizione della Pinacoteca Vaticana ne è la prova più eloquente. Che conoscesse e frequentasse i circoli gesuiti è possibile e persino probabile. Tuttavia, va dimostrato. La presenza al Gesù di Roma di una tela di impianto stilistico caravaggesco può essere un indizio e gli indizi, si sa, sono i primi passi per arrivare alla verità. Questa era ed è l’ipotesi di lavoro di Lydia Salviucci Insolera, autrice dell'articolo sopra citato. Il quale articolo, nel pomeriggio di sabato 17, ha incendiato i telefoni degli storici dell’arte di mezza Italia (il mio fra gli altri) pressati tutti da giornalisti che, con la brutalità e l’impazienza necessari al loro mestiere, volevano sapere subito se si trattava di un Caravaggio vero oppure no. D’altra parte, le pressioni della stampa sono ben comprensibili. Viviamo tempi di parossistica «caravaggiomania». I quasi seicentomila visitatori alla mostra delle Scuderie del Quirinale, la macabra riesumazione delle (presunte) ossa del pittore che ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, ce lo fanno capire.
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Cento anni fa Caravaggio era così poco apprezzato che, al momento dell’acquisizione da parte dello Stato della Collezione d’arte del Principe Borghese, la stima ufficiale valutava la Buona ventura un terzo della Madonna col Bambino dipinta dall’oggi pressoché incognito Sassoferrato. Ai nostri giorni, al contrario, il Merisi tocca l’acme dell’universale consenso. Non perché il popolo delle mostre dei musei sia in grado di capire davvero la sua arte, ma semplicemente perché la sua storia e il suo destino di «pittore maledetto», di trasgressore e di eversore, si riflettono come in uno specchio nel temperamento, nelle attese, nelle simpatie delle donne e degli uomini di oggi. Il che dimostra, posto che ce ne sia bisogno, come gli artisti e le opere d’arte non siano valori assoluti e immodificabili ma cambino a seconda del mutare delle culture e della sensibilità di chi le guarda. Ma, questo è un discorso complesso che ci porterebbe lontano. Conviene quindi chiuderlo subito.
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Torniamo dunque alla sera del 19 luglio scorso quando, accolto dalla squisita e colta cortesia di padre Daniele Libanori, ho potuto vedere il Martirio di san Lorenzo. Al momento è conservato nella sagrestia della Cappella dell’Assunta alla Confraternita dei Nobili, un luogo meraviglioso a me fino a quel momento incognito. Un teatrino barocco, ancora saltuariamente officiato (per i «Nobili», mi è stato detto), arrivato fino a noi miracolosamente intatto dopo quattro secoli. Varrebbe la pena di andare lì solo per vedere le dieci sculture mezzane in bronzo dorato (alcune di Alessandro Algardi come ha studiato e capito la Montaigue) raffiguranti immagini di santi. È la gloria della Ecclesia triumphans consegnata alla dimensione privata di un aristocratico luogo di culto. È l’idea che negli stessi anni o poco dopo Gianlorenzo Bernini affidava alla Chiesa universale nelle sculture di coronamento a piazza San Pietro. Nell’un caso e nell'altro intuizione formidabile, qualità progettuale ed esecutiva semplicemente superba! È importante l'accenno alla qualità perché (più della diagnostica sui materiali e sui pigmenti oggi tanto usata e abusata, persino più degli stessi supporti bibliografici e documentari) è il rilevamento della qualità il vero consenso che certifica dell’autenticità di un’opera. Ebbene, il livello qualitativo della tela che si conserva nella sagrestia della Cappella dei Nobili al Gesù di Roma è modesto. Bella l’idea del san Lorenzo drammaticamente dialogante sulla graticola del suo martirio, suggestivi i ceffi dei manigoldi impegnati nell'esecuzione atroce. Poi però guardi da vicino e vedi mani prospetticamente sbagliate, anatomie goffe e disarticolate nei nudi in secondo piano sulla destra, panneggi incerti, stesura pittorica inadeguata. Insomma, la qualità non c’è mentre in Caravaggio c’è sempre e altissima anche quando (si pensi all’Amorino dormiente o al Wignancourt di Palazzo Pitti) egli usa il massimo della sprezzatura e il minimo delle risorse espressive. Che dire allora? La mia opinione è che si tratti di una copia antica da un originale non di Caravaggio (altrimenti ce ne sarebbe traccia nelle memorie documentarie e nelle fonti) ma piuttosto di un suo «creato», forse di ambito napoletano, alla Battistello Caracciolo. Un caravaggesco di qualità, negli anni fra i Venti e i Trenta del XVII secolo, ha voluto dare al Martirio di san Lorenzo la smagliante evidenza del Vero, il valore esemplare in certo senso catechetico del martirio. La memoria di un dipinto che deve essere stato comunque notevole e che per qualche ragione è andato perduto, è oggi consegnata alla tela, oggettivamente modesta, che sta al Gesù di Roma.

martedì 20 luglio 2010

I tagliatori di feste


~ NESSUNA PROTESTA PER QUEL CHE ACCADE
ALLA BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE DI ROMA ~

Altro che tagli alla cultura, come piace recitare, a mo’ di giaculatoria, ai perdigiorno di una certa parte politica, qui si tratta di ferite profonde, di sbudellamenti vigliacchi, di attentati che colpiscono i bibliofili (nel senso etimologico, gli amanti dei libri). Si è dunque realizzata la distopia ingenuotta di Fahrenheit 451? È il potere oscuro che cerca di soffocare il pensiero libero? La televisione che duella con il suo avversario? No, altro che fantascienza, piuttosto l’eterno film in costume italico: i sindacati che mettono al primo posto i comodi dei propri affiliati, la mancanza di senso organizzativo in molti dirigenti statali, la strafottenza delle pubbliche istituzioni rispetto a quella che in burocratese si chiama utenza. Tutto questo insieme di cause sta uccidendo la Biblioteca nazionale centrale di Roma. Da anni, esattamente da quando con l’abolizione del servizio militare obbligatorio sono scomparsi i volenterosi ‘obiettori di coscienza’ che collaboravano a riempire i buchi lasciati dalla pletora di impiegati, la maggiore biblioteca italiana (più o meno alla pari con quella di Firenze), interrompe la distribuzione di libri alle due del pomeriggio (v. a questo proposito «Notturno veneziano», pubblicato da «Almanacco romano» il 15 giugno 2010). Ma in questi giorni succede di peggio: a chi si precipita dopo mezzogiorno per ordinare in fretta e furia qualche titolo da consultare nel pomeriggio, càpita di essere bloccato sull’ingresso, il custode accaldato risparmia il fiato e si limita a indicare un cartello. Nell’avviso è scritto che durante il periodo estivo, praticamente per una intera stagione dell’anno, la somma biblioteca chiude i battenti al termine della mattinata. Poi, nel mese di agosto, si arriverà allo sbarramento completo. Nessuno grida allo scandalo, nessuno medita sul fatto che il più imponente patrimonio librario italiano è sottratto al suo pubblico per tanti giorni all’anno. Nessuno si commuove ricordando come, fino a qualche tempo fa, l’estate fosse il periodo ideale per gli insegnanti d’ogni dove e soprattutto del Sud che approfittavano delle vacanze scolastiche per fare le loro ricerche erudite alla Nazionale di Roma e buttar giù magari un libretto sulla cattedrale del paese o su una questione storica minore. Ma non solo gli insegnanti, tutti i ricercatori per diletto avevano diritto di attingere a questo immenso deposito che faceva leccare i baffi a ogni studioso: 7.000.000 di volumi a stampa, 2000 incunaboli, 25.000 cinquecentine, 8.000 manoscritti, 10.000 stampe e disegni, 20.000 carte geografiche, 1.342.154 opuscoli. L’estate romana, prima che una fiera rumorosa, era un sogno da umanisti: starsene alla Nazionale con l’aria condizionata a leggere per piacere libri inattuali. Adesso non più, adesso non si studia e neppure si protesta per il furto che ci hanno fatto.

Come mai coloro che si riempiono la bocca con la parola cultura qui non manifestano la loro rabbia tanto schiumante per i ‘tagli’ governativi? Semplicemente perché la cultura che piace loro è quella delle feste, dei frizzi e dei lazzi, dei concertini e dei balli, del contemporaneo e dell’estemporaneo, dei cocktail e banchetti a spese del pubblico, degli eventi esclusivi cui partecipare su e giù per la penisola alla faccia dei poveri di spirito che debbono pagare, senza consumare, i godimenti di élites autoproclamatesi tali. Che gliene importa a questi gaudenti coatti dei libri estranei all’attualità? Come è démodée la carta polverosa!

Quando governava il centro-sinistra, il professor Luciano Canfora, un sapiente d’altri tempi, un maestro della cultura classica, un saggista battagliero e caustico, un comunista severo, redarguì dalla prima pagina del «Corriere della Sera» la maestrina della cultura di allora, una ministra tutta canzonette e calciatori, spiegandole l’importanza delle biblioteche pubbliche e della Nazionale in particolare, esortandola a intervenire in gran fretta per risolvere una delle periodiche crisi di questa gran casa dei libri. La solenne strigliata sortì il suo effetto. Adesso, invece, l’assessore alla cultura del Comune di Roma, un ex fascio che ha scoperto la dolce vita dei modaioli, parte all’assalto dei tagliatori di feste, i biechi governativi: basta con i tagli, urla con tutti i radical poco chic, ridateci i soldi per il Maxxi, per il Macro, per tutte le nostre sigle vezzose, per le adunate intorno ai totem delle installazioni. I restauri del Colosseo, la Domus Aurea che cade a pezzi, la Nazionale ormai a porte chiuse non sembrano suscitare il suo interesse. No Contemporary, no Party è il motto della allegra combriccola.

sabato 17 luglio 2010

Il ventilatore dell'arte


~ UNA STRANA FESTA PER IL CARAVAGGIO ~

San Michelangelo da Caravaggio, canonizzato dai sottosegretari, dai sovraintendenti e dagli assessori, hanno cercato le tue ossa come si fa per i santi e, una volta trovatele, le hanno esposte come reliquie, tra poco ci costruiranno pure un santuario. Quando mai i cadaveri dei pittori interessano qualcuno? Ma di te raccontano una specie di passione, la tua morte diventa un martirio. Stanotte ti celebrano per Roma, nelle chiese ornate dalle tue opere, scegliendo per data della festa, come si fa per chi sale alla gloria degli altari, il giorno della tua morte, il dies mortis, che corrisponde per gli eletti della Chiesa romana al dies natalis in Cielo. Noi non sappiamo se dopo la morte di febbre nella selvaggia Maremma tu sia immediatamente rinato in Paradiso, senza un giorno di Purgatorio, a noi ci sembri comunque un buon cristiano, e cristianissima, anzi cattolica controriformista, appare l’arte tua. Ma gli organizzatori della festa son gente un po’ ipocrita, di quel genere che avrebbe suscitato la tua rabbia irruenta e forse anche la violenza di cui raccontano i biografi. Siamo certi che non ci avresti messo molto a malmenare chi ti chiama «intrattenitore» o i feticisti del culturame che scrivono lo slogan della serata: «rinfrescarsi con l’arte all’ombra del Caravaggio». Al ministero dei Beni culturali ti trattano come un ventilatore o un pinguino dell’aria condizionata. Con te ci hanno preso gusto perché attiri le folle attaccate alle figure, alle storie, alla verosimiglianza, alla fisicità, alla somiglianza miracolosa con il creato. Sì, son quelli i tuoi miracoli da pittore. E con te è sempre successo grande, i soldi si fanno facilmente: basta il tuo nome per smuovere chi è nauseato dai concettualismi e vuol vedere la carne dipinta, la carne peccaminosa e redenta. Così hanno incassato molto con la mostra alle Scuderie, la cui notte finale sorprese anche i più ottimisti, e ci riprovano subito, con scarsa fantasia e molta ingordigia. C’è, soprattutto tra i gazzettieri, chi ti invoca come una rockstar e chi ti considera un succedaneo delle notti bianche, in ogni caso una trovata per richiamare i turisti annoiati o per movimentare l’estate romana. Una parte degli incassi che ricavano con questa pittura realistica saranno dirottati per nutrire la bestialità del ‘contemporaneo’, cosicché servirai ad arricchire gli iconoclasti con la sceneggiata in tuo onore. Del resto i burocrati e i mercanti dell’arte sanno bene che non si vive di incerti sperimentalismi e che ci vuole la vecchia pittura, magari anche per allontanarsene a menar scandalo. Siccome poi, quando ti hanno accostato all’isterico Bacon, le cose non sono andate troppo bene, adesso la nuova sovraintendente sta attenta a non mescolarti più con chi vive di luce riflessa, non conviene. Noi abbiamo la tua opera sparsa per le chiese romane, grazie a committenti – preti, cardinali, confraternite e nobili papalini – ben più abili di quelli attuali – pubblici, laici, modaioli – , che comprano a carissimo prezzo delle inutilità che si dimenticano in un battibaleno. Ma alla fine saranno loro a cantare vittoria confondendo i numeri dei tuoi pellegrini notturni con quelli del Maxxi e del Macro, facendo come al solito d’ogni erba un fascio, cercando in ogni modo di gabbare il santo.

venerdì 16 luglio 2010

I contraffattori

~ LA PARODIA NELLO SPAZIO DEL LAGER
E UNA VECCHIA DIAGNOSI DI JOSEPH ROTH ~

Immaginate lo scandalo delle coscienze democratiche e l’indignazione degli editorialisti sui giornali se dei ragazzotti in gita scolastica ad Auschwitz se ne tornassero con un video, girato magari con il telefonino cellulare, nel quale suonano e ballano il rock sul terreno ricoperto dal massimo tabù, ovvero nel luogo ‘sacro e proibito’, nello spazio simbolo del nichilismo occidentale. Ci si scatenerebbe nel gridare alla disumanizzazione crescente, al fallimento del sistema scolastico, al nazismo rinascente, alla demenza dell’attuale gioventù, al sorriso ebete di delinquenti lombrosiani, forse anche alle colpe del totem televisivo. Ed ecco che per una strana ‘legge’, di cui si è detto negli ultimi due articoletti su questo «Almanacco», una autoproclamatasi ‘artista’ australiana ha fatto un video nel quale si suona e si balla il rock degli zombie nel Lager, naturalmente con un certo successo mondiale – sulla pelle degli scannati si acquista facile notorietà – e un certo rispetto: è arte, ripetono come oche le gazzette. Tutta una questione di intenzionalità? C’est la faute à Brentano e à Husserl? O la sola tonalità possibile all’estetica contemporanea è quella della parodia?

Già negli anni Venti, e in un romanzo che si rivolgeva a un pubblico popolare, Joseph Roth scriveva: «’Questa vecchia cultura ha ormai mille buchi. Voi li rattoppate con i prestiti dall’Asia, dall’Africa, dall’America. I buchi si fanno sempre più grossi. Ma voi mantenete l’uniforme europea, lo smoking e la carnagione bianca e abitate in moschee e in templi indiani. […]’. ‘Facciamo qualche concessione, nient’altro’, disse il direttore d’orchestra. ‘Il mondo è diventato più piccolo, l’Asia, l’Africa, l’America si sono avvicinate a noi. In tutti i tempi sono state accettate usanze straniere e le si sono inserite nella cultura’. ‘Ma dov’è la cultura in cui volete inserirle? Non avete altro che contraffazioni di un’antica cultura. Sono forse gli studenti coi berretti colorati a sghimbescio a rappresentare l’antica cultura tedesca? È la vostra stazione, il cui miracolo più grande è che i treni vi partano e vi arrivino? […] Sta, questa antica cultura, nei vostri cari tetti a cuspide in cui abitano operai, non artigiani, orefici, orologiai, maestri cantori, ma proletari che vivono nelle miniere e stanno a proprio agio sui montacarichi elettrici, non in mezzo agli intellegibili caratteri gotici? Questa è una mascherata, non la realtà’» (Fuga senza fine, Adelphi, p. 97). In quel mondo delle «contraffazioni di un’antica cultura», in questo mondo senza neppure più l’uniforme dell’abito da sera, anche l’arte è una mascherata, parodia della parodia.

P.S. Il dettaglio che l’autrice del video e i suoi familiari che lo interpretano siano ebrei dimostra soltanto che anche i parenti delle vittime non riescono a sottrarsi all’unico linguaggio dominante in campo estetico, al punto da prendere in prestito per ricordare i morti perfino le sue forme più scurrili.

mercoledì 14 luglio 2010

Gli intoccabili (2)


~ ALTRE ASSOLUZIONI IN NOME DELL’ARTE E DEI CATALOGHI AL SEGUITO ~

I ragazzi di strada che insudiciano i muri con i loro scarabocchi – somiglianti l’un l’altro come diari di adolescenti melensi – e che chiamano tali villanie con il pomposo nome di Street art (la parola inglese è il latinorum di tutti gli importatori), finiscono ogni tanto in tribunale. L’altro giorno, per esempio, si è tenuto a Milano uno di questi processetti, conclusosi è inutile dire con una assoluzione. Che non càpiti al vostro palazzo di essere preso di mira, ché i giudici non vi faranno giustizia. Se da una grondaia che funziona male si produce sull’intonaco di casa una macchia di muffa, prima o poi qualche responsabile vi risarcirà, ma se la macchia di colore acido l’ha fatta uno sciagurato che si ritiene un artista il giudice gli riconoscerà il privilegio di imbrattare. Un diritto estetico. Imporre figurine ingenue quanto aggressive a sguardi che ne farebbero volentieri a meno.

I poveri giornalisti, che sono i primi a piegarsi di fronte alle cose che non capiscono, riportavano con devozione la notizia che gli squadristi della fantasia avevano tanto di cataloghi o di articoli dedicati alle loro gesta, mostrando così di riconoscere un nuovo dogma: il diritto perde la sua cogenza di fronte agli elogi del reo su carta stampata. Non ha alcuna importanza se il libro sia una cialtronata, se l’autore sia un compare dell’insolente che vuole imporre la propria fantasia squadrata, se il giornalista sia l’ultimo – per la sua scrittura approssimativa – a poter parlare d’estetica. L’ipse dixit adesso non si riferisce ad Aristotele ma alle sciurette della critica. Il feticismo del libro entra nelle aule dei tribunali. Tutti i parvenus della cultura se la fanno sotto.

domenica 11 luglio 2010

Gli intoccabili

~ IL NUOVO SACRO. ~ DOVE LA LEGGE
SI ARRESTA RIVERENTE ~

Soltanto una minoranza mostra indignazione per giudici e poliziotti belgi – da barzelletta francese – che inquisiscono vescovi vivi e morti onde scoprire fosche trame a sfondo sessuale. Eccitati ormai dall’informazioni a senso unico, l’opinione pubblica vorrebbe che le indagini sul male sociale non avessero più alcun limite, calpestando secoli di giurisprudenza, accostandosi inconsapevolmente alla barbarie della inquisizione spagnola (che i più confondono con quella, assai moderata, di santa romana Chiesa). Si chiede la scure della pena per sanzionare la pur minima violazione formale in campo politico come in quello religioso. Ma c’è una categoria di intoccabili, qualsiasi cosa facciano: la legge non può intervenire, l’umanità si piega atterrita come davanti a una visione numinosa, i giudici si fanno riverenti e si tirano indietro. È il nuovo sacro, con dei sacerdoti alquanto rozzi e spregiudicati. Lo chiamano anche «contemporaneo» mentre i suoi eletti officianti son detti «artisti» benché non mostrino di possedere alcuna arte (ma questo è il gioco dei paradossi).

I giornali online riportano stasera la notizia che a Poznan, in Polonia, un italiano (l’officiante in questione) ha fatto un collage con una donna nuda e una svastica sullo sfondo della bandiera rossa nazista. Una bella originalità nella composizione, non c’è che dire. Sennonché la galleria che ospita tale geniale accostamento ha pensato bene di ingrandire l’immagine e di ricoprire a scopo pubblicitario un intero edificio. E i polacchi che passano per quella strada non hanno affatto gradito simile porcata e l’ancora più volgare giustificazione dell’autore. Così un consigliere comunale si è rivolto alla magistratura per rimuovere la fastidiosa pubblicità. E i giudici hanno risposto come Pilato. Loro non ci possono fare niente, «non possiamo incriminare nessuno perché quella presente sul cartellone è un’opera d’arte». Ora, in ogni caso, quella sul cartellone sembra essere una riproduzione, una réclame piuttosto che un’opera d’arte, ma non sottilizziamo, quand’anche fosse l’originale, che cosa significa questa forma di comunicazione intoccabile? Ritroviamo la vecchia domanda che più volte ci siamo fatti in questo Almanacco: dov’è che scatta la cosiddetta arte che sottrarrebbe i suoi contenuti ai rigori della legge? Che cosa bisogna escogitare di ‘artistico’ per pubblicizzare messaggi ripugnanti? Se un altro ‘artista’ domani esalta Hitler e dopodomani Stalin e poi la mafia e lo stupro dei bambini, bisognerà sopportare pazientemente in nome di un’arte che non si capisce proprio dove sia? Si sa invece che l’arte, quella vera, è prosperata dove c’erano regole e proibizioni, mentre è morta nella libertà senza limiti, al punto da ridursi a esporre continuamente il proprio cadavere e i suoi miasmi per suscitare un tenue interesse in un pubblico di esteti ridicoli. Lo sa pure la gente comune di Poznan che è passata alle vie di fatto e ha provato a distruggere il cartellone. La direttrice della galleria che accoppia svastica e figurina nuda, secondo vecchie pratiche porno, ha parlato di «atti di vandalismo».

venerdì 9 luglio 2010

Minestre

Un amico ci scrive a proposito della minestra Rumford citata da Heine e di cui si parlava la volta scorsa (Il museo apocalittico): «La minestra Rumford o zuppa Rumford deve il suo nome a un bizzarro colono britannico del Nuovo Mondo. In realtà il personaggio in questione si chiamava Thompson e abbandonò il suo Massachusetts, ormai distaccato dalla madre patria, per fedeltà al re di Londra. Riparato in Baviera ebbe il titolo di conte e scelse il nome del luogo sulla costa atlantica dove era vissuto. Il conte Rumford fu dunque un filantropo che si occupò di camini, di fornelli e di cucina. In particolare escogitò una minestra energetica e poco costosa per nutrire i poveri nelle mense pubbliche facendo a meno della carne. Heine, che aveva assaggiato l’uguaglianza democratica che ammazza l’arte, intuì la modernità dispiegata, la geometrica potenza dello squallore e la sintetizzò nella minestra Rumford, utile a riempire la pancia ma di gusto cattivo. Sembrava così anticipare la Campbell’s Soup con la quale un pubblicitario americano-polacco avrebbe tentato di parodiare definitivamente l’arte e di simboleggiare la miseria della sua epoca».

sabato 3 luglio 2010

L'apocalisse nel museo

~ L’ABIURA DELL’ARTE NEL RACCONTO
DI UN ANONIMO ROMANTICO ~

Un ex poeta finito a fare il guardiano notturno per fallimenti politici (dopo la Rivoluzione francese) e per soffuso nichilismo, un testo assai suggestivo del romanticismo tedesco e dell’«abiura dell’arte» seguìta a una intensissima stagione che voleva estetizzare tutto, a cominciare dalla vita (ad alcuni marxisti del Novecento andò più o meno alla stessa maniera). Apparso nel 1804, in anni ancora caldi,
Nachtwachen von Bonaventura (nella traduzione italiana: Bonaventura, Le veglie, a cura di P. Collini, Marsilio 1990, da cui citiamo), fu attribuito a tutti i grandi del romanticismo e anche a qualche minore. Secondo il curatore di questa edizione italiana – che esalta «Bonaventura l’iconoclasta», ossia il poderoso anticipatore della dissoluzione moderna dell’immagine – è a causa di un tale libro sinistro se, anni dopo, Hegel dirà: «Il nostro tempo, per la sua situazione generale, non è favorevole all’arte… Il pensiero e la riflessione hanno sopravanzato l’arte bella». Musica per le orecchie dei concettuali d’ogni guisa e delle avanguardie in genere che si appoggiano tutte alle elucubrazioni dei pensatori teutonici giammai sfiorati – storicamente dunque – dalla grazia dell’arte ‘bella’, dell’arte tout court. Dunque, dopo Novalis che voleva poetizzare il mondo, l’ex poeta che vive nelle tenebre annuncia l’apocalisse, l’avvento dell’impoetico. Heine ne darà una ragione sociale: «Verranno i radicali e prescriveranno una cura radicale […]. Anche se riuscisse loro di liberare l’umanità sofferente dei suoi più fieri tormenti, ciò accadrebbe soltanto a spese delle ultime tracce di bellezza rimaste al paziente; si alzerà dal suo giaciglio di malato, orribile come un filisteo guarito, e dovrà aggirarsi per tutta la vita nella orribile divisa da ospedale, nella veste grigio-cenere dell’uguaglianza. Tutta la tradizionale allegria, ogni dolcezza, ogni profumo e poesia, saranno eliminati dalla vita e non resterà che la minestra Rumford dell’utilità. Per la bellezza e il genio non ci sarà posto nella comunità dei nostri nuovi puritani, entrambi saranno scherniti ed oppressi, giacché la bellezza e il genio sono una sorta di regalità che mal si adatta a una società in cui ciascuno, insofferente della propria mediocrità, cerca di abbassare al livello comune tutte le doti più alte» (Heine, Ludwig Börne, 1840).

Nella tredicesima Veglia, nel Museo dell’arte che si apre nel Museo della natura, non ancora fusi come negli spazi attuali della Land Art, appaiono gli estetismi moderni, gli dèi con gli attrezzi ortopedici che saranno raffigurati da de Chirico, gli heiniani «dèi in esilio». Il nichilismo dell’Anonimo spiega le frasi foucaultiane: «l’uomo non serve a niente, perciò lo cancello». E avanzano «immagini nebbiose», «ombre», mancando la capacità di «dipingere con sufficiente chiarezza», alla maniera di Hogarth.

Entriamo nella tredicesima Veglia, nel mondo museificato.

[…] Sul monte, in mezzo al museo della natura, ne avevano costruito uno ancora più piccolo per l’arte, nel quale stavano ora facendo il loro ingresso parecchi conoscitori e dilettanti con torce accese, per immaginarsi nel modo più vivo possibile, a quel bagliore tremolante, i morti che vi erano custoditi. Anch’io ho di tanto in tanto i miei capricci artistici, a seconda della maggiore o minore cattiveria che sento in me, e passo spesso dalla grande stanza dell’arte a quella più piccola, per vedere come l’uomo, pur senza sapervi fondere la parte essenziale di ogni forma vivente – la vita stessa – tuttavia modella e intaglia in modo molto garbato un qualcosa di cui poi pensa che sia addirittura superiore alla natura.
Seguii i conoscitori e i dilettanti.
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Davanti a me stavano gli dei in pietra come storpi senza braccia e senza gambe, ad alcuni mancava addirittura la testa; quanto di più bello e sublime in cui la maschera umana avesse preso forma, l’intero Olimpo di una grande stirpe, sprofondata, dissepolta, come cadavere e torso da Ercolano e dal letto del Tevere. Un ricovero per invalidi, pieno di dei immortali e di eroi, costruito in mezzo a un’umanità miserabile. Gli artisti antichi che avevano pensato e plasmato questi torsi di dei sfilavano velati davanti al mio spirito.

Un piccolo dilettante fra i presenti si arrampicò a fatica, con la bocca protesa in avanti e quasi lacrimando, su una venere medicea senza braccia, per – come sembrava – baciarle il deretano, notoriamente la parte meglio riuscita della dea. Ciò mi fece montare in collera, perché in questa età senza cuore, niente sopporto di meno della smorfia d’entusiasmo in cui si possono contrarre alcuni volti, e così salii sdegnato su di un piedistallo vuoto per sprecare qualche parola.

«Giovane fratello d’arte! – lo apostrofai –. Il divino deretano sta troppo in alto per Lei, e con la Sua bassa statura non può arrivare fin lassù senza rompersi il collo! Parlo per amore degli uomini, poiché mi dispiace che Lei voglia rischiare la pelle per arrivare così in alto. Dal peccato originale, prima del quale – assicurano i rabbini – Adamo misurava cento braccia, siamo diventati sensibilmente più bassi e, con il passare del tempo, diminuiamo sempre di più, cosicché nel nostro secolo si deve seriamente mettere in guardia nei confronti di tutti i tentativi spericolati come lo è il presente. Cosa vuole mai dalla vergine di pietra che, in questo istante, potrebbe per Lei trasformarsi in una di ferro [la vergine di ferro è uno strumento di tortura n.d.t.], se solo non le mancasse le braccia per abbracciarla? Con quelle che le sono aggiunte non c’è infatti alcun pericolo; esse non bastano neanche per fare un pugno di Berlichingen [celebre cavaliere tedesco con una protesi di ferro, n. d. r.], e assomigliano piuttosto a quelle di legno che vengono attaccate ai corpi dei soldati mutilati. Amico, per quanto i medici dell’arte dei nostri tempi possano curare e ricucire, non riescono affatto a rimettere in sesto gli dei mutilati dalla perfidia del tempo, come ad esempio il presente torso, ed essi dovranno rimanere per sempre qui in pensione come invalidi e emeriti. Un tempo, quando essi stavano ancora eretti, e avevano braccia, gambe e teste, una intera stirpe di eroi si prosternava nella polvere dinanzi a loro; adesso avviene il contrario ed essi giacciono al suolo, mentre il nostro secolo se ne sta ben eretto e noi stessi ci sforziamo per spacciarci per dei passabili.

Amico dell’arte, a che punto siamo arrivati, se osiamo razzolare in questi grandi sepolcri divini e riportare alla luce i morti immortali, benché sappiamo che presso i Romani veniva punito duramente il semplice oltraggio delle tombe umane? Certamente alcuni spiriti illuminati considerano oggi questi defunti alla stregua di idoli, e l’arte non è nient’altro ormai che una setta pagana, penetrata furtivamente nel nostro mondo, che li divinizza e adora – ma che ne è poi di essa, amico dell’arte? Gli antichi cantavano inni e Eschilo e Sofocle composero i loro cori in lode degli dei; la nostra moderna religione dell’arte prega in critiche e ha la devozione nella testa come i veri religiosi l’hanno nel cuore.
Ah, bisogna disseppellire gli antichi dei! Baci il deretano, giovanotto, baci pure e facciamola finita! […]

Terminai impaurito, perché al bagliore cangiante delle torce, l’intero Olimpo mutilato parve improvvisamente prender vita intorno a me; l’irascibile Giove cercò di alzarsi dal suo trono, il severo Apollo afferrò l’arco e la lira risuonante, possenti si inalberavano i draghi intorno al Laocoonte che lottava tra i figli morenti, Prometeo plasmava uomini con i moncherini delle sue braccia, la muta Niobe proteggeva il più giovane dei suoi figli dai raggi del sole che dardeggiavano dall’alto, le Muse senza mani, braccia e labbra si agitavano confusamente, come se si sforzassero di cantare e suonare antichi canti ormai spentisi – tutto, però, rimase silenzioso all’intorno, la scena ricordava l’ultimo veemente guizzare di membra su un campo di battaglia; solo lontano sullo sfondo, non illuminato, stava un coro di Furie rigido e pietrificato, e fissava cupo e terrificante il tumulto».

martedì 29 giugno 2010

Sotto il segno dei santi Dioscuri

~ LA FESTA DEI PROTETTORI DELL’ARTE
E DI QUESTO ALMANACCO ~

«Almanacco romano» è nato esattamente due anni fa sotto il segno dei santi Dioscuri, Pietro e Paolo, i «protettori dell’Alma città di Roma», come dice il calendario ufficiale cattolico. I Dioscuri del mondo pagano erano due fratelli, pugili e domatori di cavalli, che parteciparono all’avventura salvifica degli Argonauti e protessero le arti e la gente di mare.

Pietro e Paolo erano fratelli in Cristo, parteciparono all’avventura salvifica della Chiesa nascente. Insieme formano la Chiesa romana, simboleggiata dal «Principe degli Apostoli» con in mano le chiavi della Terra e del Cielo, e dall’«Apostolo delle genti» raffigurato con la spada e il libro. Guai a separare i due, come fecero Lutero e vari eresiarchi, contrapponendo la Chiesa paolina a quella petrina: è come squartare un essere umano per dividere il corpo dalla mente, l’amore dalla fede, il terreno dal celeste. Da simili lacerazioni disumane se ne ricavano soltanto fantasmi e mostri, esseri pneumatici e materialisti volgari. Si deforma la vita rendendola o tutta ascetica o tutta sensuale, con la solita conseguenza del desiderio angelico tramutato in matta bestialità e viceversa.

I Dioscuri cristiani proteggono le arti che nella città eterna a loro consacrata ebbero straordinaria affermazione, risuscitando i fasti classici con motivi umili e mediorientali. Solo due taumaturgici santi di tale statura potevano produrre questo miracolo.

Proteggono anche i marinai della Navicella ecclesiastica, di cui Pietro è il singolare skipper, sempre in acque tempestose. I due augusti patroni dell’Urbe conobbero la morte per uccisione e da quel loro martirio rinacque Roma. Il sangue fecondò bene. Dopo millenni la navicella romana regge e si mantiene a galla. Ed è un altro miracolo straordinario. Non basteranno le «amenità del Belgio», come le frustava profeticamente Baudelaire nella «Bruxelles capitale delle scimmie», a impensierire la Chiesa di Pietro e Paolo. Né vi riusciranno i giudici americani: sentenze ben più sanguinarie furono emesse dagli imperatori romani che provarono a soffocarla sul nascere; nel frattempo è cresciuta in saggezza, le avversità la fortificano e la scaltriscono. Abbiamo visto la persecuzione del XX secolo, mossa dai peggiori regimi della modernità, fermata da Karol Magno che in contropiede riuscì ad abbattere l’impero dei gulag. Adesso i nemici di sempre provano a intaccarne la memoria con risibili pettegolezzi e ad affondare la navicella a colpi di moralismo. Valentiniani del terzo millennio d.C., finiranno nel fango che agitano.

Ci preoccupa maggiormente che una giovane domestica rumena, dopo averci domandato notizie sulla festa del 29 giugno, quando nella basilica vaticana il bronzo di Arnolfo da Cambio con le fattezze di Pietro pescatore viene rivestito dei paramenti pontificali (compreso il triregno che il papa non indossa più), commentava pur senza la minima arroganza: «ma perché venerare una statua?». Già irretita nella curiosità cultural-turistica, le sfuggiva la fede degli antichi viatores in costante pellegrinaggio per le strade del mondo alla ricerca curiosa di immagini visibili del divino; si era fatta sottrarre la fede nel meraviglioso che si avvale dei sensi e cambia il marmo e le tele in segni del Cielo, in specchi dell’umanità redenta dove provare un piacere indicibile e trovare al contempo la salvezza eterna.

venerdì 25 giugno 2010

Il mito non attecchisce al succedaneo

~ METAFORE PEDESTRI SULL’ECLISSE DELL’ARTE. ~
Prendiamo un esempio assai popolare in queste ore. Delle miserie calcistiche italiane in molti cercano la consolazione con un realistico abbraccio del fato: «ducunt volentem fata, nolentem trahunt» si sussurrano gli idolatri del pallone asciugandosi le lacrime. Ovvero, se Eupalla – dea generata dalla scrittura di Brera – nega il talento a una generazione, attendiamone un’altra con santa rassegnazione. Il mito non attecchisce al succedaneo. La medesima considerazione andrebbe fatta per l’arte. Se le nove Muse nove hanno strappato grazia e techné alla generazione contemporanea, aspettiamo anche qui con uguale pazienza. E come non conviene nel calcio scambiare le «goffe scarponerie» con l’opera dei fuoriclasse schiumanti, così non è onesto in campo estetico spacciare per artisti dei ronzinanti raccattapalle. Domani il pubblico degli stadi cercherà nuove distrazioni e nuove speranze ma non potrebbe mai mettersi l’animo in pace con delle squadre che, per esempio, invece di calciare, con la scusa che nei nostri tempi il genio latita, si limitassero a correre senza palla, così per pura mimesi. Perché il pubblico dei musei si accontenta allora di tutto quello che parodia l’arte e la sua mancanza? Non basterebbe prendere atto dell’eclisse e attendere mesti piuttosto che muoversi disordinatamente con un riso da ebeti?