venerdì 5 novembre 2010

I creduloni del XXI secolo

~ GLOBAL ART E GLOBAL WARMING ~
Giusto un anno fa, questo «Almanacco» ricordava le grandi truffe del global warming e del cosiddetto «contemporaneo» (v. «minima / The Great Swindle», 25 ottobre 2009), oggi l’ottimo blog «Cambi di stagione», condotto dal bravissimo Piero Vietti su ilfoglio.it, ci informa che «New Republican House Promises Investigation Of Global Warming Fraud», ovvero che i nuovi vincitori nella politica americana propongono una inchiesta sulla frode miliardaria del riscaldamento globale. Naturalmente nessuna inchiesta parlamentare potrà sostituirsi al buonsenso che assicura non avere niente a che fare con l'arte le installazioni, le performances, i graffiti, i tatuaggi del corpo e dell’anima.

lunedì 1 novembre 2010

Sul papa


~ NON SI TRATTA DEL CELEBRE SAGGIO DI DE MAISTRE, BENSÌ DELLE PAROLE PREZIOSE E DIMENTICATE DI UN DIPLOMATICO DELLA POLONIA COMUNISTA INTORNO AL PONTIFICATO DI PIO XII ~ MENTRE SCORRONO LE IMMAGINI TELEVISIVE SULLA SUA ROMA ~

Tadeusz Breza (1905-1970) fu direttore dell’Istituto culturale polacco a Roma tra il 1955 e il 1959. Essendo anzitutto un letterato, raccontò quell’esperienza in un libro uscito in Italia nel 1962 presso Feltrinelli, Il portone di bronzo. Ne abbiamo già parlato in un lontano pezzo dell’«Almanacco» datato 5 dicembre 2008 (Calendario dell’Avvento), ne torneremo sicuramente a parlare. Riportiamo le parole con cui lo presentammo allora: «il diario romano di Tadeusz Breza ottenne in Polonia il premio per la saggistica laica, idest anticlericale, mentre l’autore veniva considerato un redivivo Stendhal che ironizzava sulla Roma dei papi. A rileggere oggi, a distanza di mezzo secolo, il giornale segreto che un aristocratico spedito a Roma a dirigere l’Istituto culturale polacco tenne negli ultimi anni del pontificato di Pio XII, vi si avverte, dietro la cortina dell’ufficialità, una ammirazione straordinaria per la città eterna, il suo pontefice, la curia, oltre che per le corti della nobiltà nera, dei parroci, dei frati, del popolo romano. Breza, diplomatico e scrittore, aveva lavorato negli anni Trenta all’ambasciata polacca a Londra, negli anni Cinquanta decise di continuare a rappresentare il suo paese anche se nel frattempo al potere erano andati i comunisti. E da diplomatico colto si districò tra il nuovo regime e l’antica istituzione universale: da una parte raffigurò lo splendore della capitale cattolica prima degli ascetismi conciliari, dall’altra si convinse e volle convincere, sbagliando, che il comunismo era un destino d’Europa con il quale anche la Chiesa doveva fare i conti». Da Il portone di bronzo, libro ormai dimenticato perfino dai vaticanisti, prendiamo alcune citazioni che illuminano la Roma di Pio XII, a fare da controcanto alle immagini televisive che scorrono in questi giorni, per un racconto popolare su papa Pacelli.

I .d u e. e n i g m a t i c i. t e d e s c h i

Parlando dei due gesuiti tedeschi che facevano da segretari di Pio XII, padre Robert Leiber e padre Wilhelm Hentrich, viene fuori il complicato sistema vaticano di quei tempi, incomprensibile agli storici che non siano in possesso delle chiavi più introvabili: «Se qualcuno, alla ricerca di informazioni sulla posizione ufficiale dei due padri Leiber e Hentrich sfogliasse l’Annuario pontificio, il grande catalogo del personale vaticano, tra i sedicimila nomi elencativi quello di Leiber non lo troverebbe affatto, e quello di Hentrich potrebbe scovarlo tra i ventiquattro consultori del Sant’Uffizio. Naturalmente è già qualcosa: ma se si pensa che le congregazioni sono dodici, e che oltre ad esse ci sono i tribunali, gli uffici superiori e le segreterie, tutti con almeno venti consultori per uno, padre Heintrich diventa uno tra quattrocento individui tutti uguali tra loro. E invece, di uomini così ce ne sono soltanto due. A Roma se ne sa qualcosa sì e no. Non se ne parla volentieri. I religiosi italiani ce l’hanno con loro perché sono tedeschi, quelli tedeschi perché si sono italianizzati. [...] Essi sono anzitutto servitori del papa, poi gesuiti, ed infine, solo in un terzo stadio psicologico, tedeschi. […] Formalmente Leiber non è un segretario vero e proprio. Un tempo espletava ufficialmente questa carica presso l’attuale papa: la prima volta negli anni precedenti la prima guerra mondiale, presso l’allora nunzio in Baviera, vescovo Eugenio Pacelli, la seconda presso il cardinale Pacelli. Ma dal giorno in cui, nel 1939, Pacelli fu eletto papa, Leiber viene semplicemente a lavorare con lui. V. sostiene che il papa non ha mai nominato ufficialmente Leiber suo segretario, perché questa carica non esiste. […] Ma la posizione formale di padre Leiber nei confronti del papa non è la sola a essere interessante. La sua posizione effettiva e psicologica lo è molto di più. Stanno insieme da quarant’anni. […] Il papa ha Leiber accanto a sé per metà della sua vita. Accanto al papa Leiber ha trascorso la sua gioventù, la sua maturità, la sua vecchiaia. Il papa gli ha preso tutta la vita. […] La politica assorbe il papa. Le dedica un’enorme quantità di tempo. Le sue ambizioni politiche sono grandi: vuol dirigere da solo l’intera politica vaticana. Sotto questo aspetto non è il primo papa del genere, tuttavia bisogna tornare indietro di secoli per trovare un papa che faccia a meno del Segretario di Stato. […] O. ammira la grande cultura, l’intelligenza aperta, l’umanità, la larghezza di vedute di padre Leiber.[…] C’è ancora un’altra qualità di Leiber che O. ammira ed è il suo odio per il fascismo e per il nazismo. È sempre stato così: prima della guerra il suo antihitlerismo era venato di una sfumatura antiprussiana, in cui si avvertivano certi antagonismi della Germania. Ma gli passò presto. Durante la guerra il suo antinazismo maturò e si purificò dei vari elementi antifilosofici e antiumanistici». (pp. 63-68).

I .c o m m e n t i .d e l l’. « E s p r e s s o »

Già allora il gruppo editoriale l’Espresso faceva politica con notizie fantasiose. Ma mentre oggi può vantare come vaticanista il bravissimo Sandro Magister, durante il pontificato di Pio XII, proprio sulle cose vaticane cominciava a propalare false notizie. Se ne accorse subito Breza che annotava sul suo diario: «Roma, 2 dicembre ’56 - ‘L’Espresso’, uno dei pochi giornali italiani appartenenti al no man’s land, pubblica una rubrica di brevi notizie confidenziali del retroscena politico intitolato Speciale. Tra di esse si trova sempre una porzione di notiziole vaticane, le quali godono di una buona reputazione presso i consolati e le ambasciate, malgrado il fatto che quando ‘L’Espresso’ si lancia in editoriali dedicati alle questioni vaticane, spesso vengano fuori delle assurdità. Ma forse questo succede proprio perché quel pizzico di verità autentica che sono riusciti a scoprire, lo condiscono a profusione con salsa di dubbia autorità. Per quanto riguarda lo Speciale, sono incline a pensare che si tratti di pizzichi senza condimento». (p. 97)

I l .l i n g u a g g i o .d e l .p a p a

Assistendo alla beatificazione di Innocenzo XI, Breza nota che «tra le righe delle formule glorificanti e della fraseologia tradizionale delle beatificazioni fa continuamente capolino il motivo informatore dell’intero discorso. Agli occhi di Pio XII Innocenzo XI fu il papa che si batté consapevolmente e senza tregua per affermare il pieno diritto della Sede Apostolica di nominare i vescovi, e per creare uno sbarramento cristiano contro i turchi. Il discorso non contiene la benché minima allusione alla realtà contemporanea, non vi si trovano piccole metafore sparse qua e là: ma esso stesso, nel suo insieme, non è altro che tutta una grande metafora. Fin dalle prime parole si avverte che costruendolo Pio XII ha messo l’accento principale proprio su quei vescovi e su quel muro contrapposto alla grande ondata che minacciava di sommergere il cuore, il focolare stesso della cristianità. Di punti sulle “i” non ne mette mai: altri, a tempo debito, lo faranno per lui». (p. 91) Chi è in grado oggi di leggere la 'grande metafora' del pontificato di Pio XII?

L ’ e p o c a. d e l l a. t e c n o l o g i a

In quegli anni c’era chi diceva che l’America ha preso Cristo senza la croce e la Russia la croce senza Cristo. Con tono leggero Breza riferisce delle riflessioni del coltissimo papa. «Se non ci fosse il comunismo, la spina principale, il problema numero uno sarebbe l’America e l’americanizzazione spirituale del mondo. Il papa non ne parla, non la nomina mai chiaramente. Definisce la nostra epoca come l’epoca della “seconda rivoluzione tecnica”. Tale rivoluzione fa sì, questo più o meno il suo pensiero, che ormai ci appaiano vicini gli orizzonti di un’era in cui non solo la natura del mondo non avrà più segreti, ma non ne avrà più neanche quella dell’uomo, preso sia individualmente che nelle sue connessioni sociali. I gabinetti medici e le cliniche ristabiliranno l’equilibrio morale; i problemi sociali man mano si presenteranno verranno risolti in un baleno dai cervelli elettronici; non ci sarà più posto per le passioni, per gli impulsi, per l’irrazionale. […] Più piano! Più piano! Lasciate che l’uomo riprenda fiato! […] Coloro che accusano la Chiesa di tradizionalismo, prosegue Pio XII, non capiscono che oggi al mondo non c’è niente di più umano della tradizione. […] La tradizione, sempre a detta di Pio XII, non solo ha un valore terapeutico per la piaga della vita moderna, e cioè la rapida e incessante trasformazione del mondo sotto la spinta delle illimitate possibilità tecniche, ma dovrebbe anche venir applicata preventivamente dovunque il progresso non sia ancora arrivato…». (pp. 111-112)

L a .C h i e s a .m o d e r n a

«Una circostanza tipica per la Chiesa moderna, e cioè che nella nostra epoca essa ci si trova bene. Certo, non così bene come nel Medioevo, ma molto meglio di quanto si trovasse nel diciannovesimo secolo. Ed infatti nel diciannovesimo secolo era timida» (p. 281). Sembra un paradosso, nel regno pacelliano, così legato alla tradizione, la Chiesa sapeva dialogare meglio con il moderno. Successivamente fu di nuovo afflitta dalla timidezza. Molti aspetti del Concilio Vaticano II sono contrassegnati proprio dalla timidezza nei confronti dell’onnipotente Moderno.

I l .s o v r a n o. d i .R o m a

Nei giorni seguiti alla morte del pontefice (ottobre 1958), mentre Roma si avvolgeva nel lutto solenne per il suo sovrano: «Da secoli e secoli la vita di Roma si accentra intorno al papa. I Savoia e Mussolini turbarono per un po’ questa specie di assetto geometrico, ma sono passati. Il papa invece è rimasto, ed è tornato a essere il centro che era prima». (pp. 361-362)

P a d r e. P i o. g i à .a l l o r a. s i. d i s t i n g u e

«Roma, 6 febbraio ’58 - C. T., grande attore italiano e fervido ammiratore di Padre Pio, mi raccontava oggi alcuni commoventi episodi sul suo conto. Qualche anno fa un suo collega, il famoso comico Carlo Campanini inviò una lettera a Padre Pio dicendo che avrebbe desiderato appartenere alla sua famiglia spirituale, ma che disperava di poterci entrare, dato che ogni sera doveva fare il buffone sulla scena, con la faccia impiastricciata di cerone. Padre Pio gli rispose press’a poco con queste parole: “Figlio mio, i tuoi scrupoli sono infondati. Ognuno di noi, per quanto è grande il mondo, fa il buffone là dove lo ha messo la Provvidenza”. È una frase grande. Per Padre Pio, come per tutti i suoi predecessori a cominciare da S. Gerolamo per finire a S. Filippo Neri, la serietà non è cosa adatta all’uomo, creatura macchiata dal peccato originale. Ecco senz’altro una delle fonti dell’esistenzialismo cristiano, consistente in un senso di vergogna e di imbarazzo provocato nel genere umano in seguito alla cacciata dal Paradiso». (p. 280)

domenica 31 ottobre 2010

La santa curiosità

~ LA VICENDA EVANGELICA DI ZACCHEO ~
Le letture della messa di oggi devono essere suonate strane agli iconoclasti tutti avvolti nello spirito. Il vangelo raccontava di Zaccheo, ricco peccatore che, tra la folla, si arrampica su un albero di sicomoro per vedere Gesù, e viene premiato (con una visita a casa sua di Gesù stesso e con la redenzione). Egli non cercava la salvezza nel profondo del cuore, bensì si rivolgeva fuori di sé, voleva vedere la figura, la forma fisica, di quel profeta di cui tutti parlavano. Per questo resta esemplare dopo duemila anni. Il domenicano che ci è capitato di ascoltare stamattina, fedele alla corrente filosofica che ha contrassegnato l’Ordine dei predicatori nei secoli, chiosava così l’episodio nell’omelia: lo stupore di fronte alle cose è – secondo Aristotele – alle origini del filosofare; la santa curiosità di Zaccheo, la sua apertura al mondo, alle immagini del mondo, è alle origini del processo di salvazione. Se poi fosse restato qualche dubbio, c’era nella medesima liturgia odierna, una lettura dal libro della Sapienza che dava un colpo definitivo a ogni forma di gnosi: «Poiché tu ami tutte le cose esistenti / e nulla disprezzi di quanto hai creato» (11,24). Altro che demiurgo, altro che creazione malata, che realtà infelice, che esistenza dannata. È la celebrazione di tutte le cose esistenti, il sì cristiano al mondo.

La vittoria sulla corruzione della carne


~ IL 1° NOVEMBRE DI SESSANT’ANNI FA, PIO XII PROCLAMAVA IL DOGMA DELL’ASSUNZIONE DI MARIA. ~ IL PUNTO CULMINANTE DELLA GLORIFICAZIONE DEL CORPO NELLA STORIA DEL CATTOLICESIMO ~

Con il suo linguaggio da papa di altri tempi – che invano ridicoli giudici vorrebbero omologare al loro gergo moderno, come ricordava giustamente lo storico Paolo Mieli qualche giorno fa in televisione –, Pio XII glorificava il corpo femminile nel dogma dell’Assunzione in cielo di Maria, proclamato davanti a una folla mai vista il 1° novembre dell’anno santo 1950. Riportiamo alcune citazioni dal lungo documento «Munificentissimus Deus», pronunciato in quell’occasione e rinvenibile sul web nel sito vatican.va.

Il Nostro pontificato, come anche l’età presente, è assillato da tante cure, preoccupazioni e angosce, per le presenti gravissime calamità e l’aberrazione di molti dalla verità e dalla virtù; ma Ci è di grande conforto vedere che, mentre la fede cattolica si manifesta pubblicamente più attiva, si accende ogni giorno più la devozione verso la vergine Madre di Dio, e quasi dovunque è stimolo e auspicio di una vita migliore e più santa. Per cui, mentre la santissima Vergine compie amorosissimamente l’ufficio di madre verso i redenti dal sangue di Cristo, la mente e il cuore dei figli sono stimolati con maggiore impegno a una più amorosa contemplazione dei suoi privilegi.

Dio, infatti, che da tutta l’eternità guarda Maria vergine, con particolare pienissima compiacenza, «quando venne la pienezza del tempo» (Gal 4, 4), attuò il disegno della sua provvidenza in tal modo che risplendessero in perfetta armonia i privilegi e le prerogative che con somma liberalità ha riversato su di lei. Che se questa somma liberalità e piena armonia di grazie dalla chiesa furono sempre riconosciute e sempre meglio penetrate nel corso dei secoli, nel nostro tempo è stato posto senza dubbio in maggior luce il privilegio della corporea assunzione al cielo della vergine Madre di Dio Maria.
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Questo privilegio risplendette di nuovo fulgore fin da quando il nostro predecessore Pio IX, d’immortale memoria, definì solennemente il dogma dell’immacolata concezione dell’augusta Madre di Dio. Questi due privilegi infatti sono strettamente connessi tra loro. Cristo con la sua morte ha vinto il peccato e la morte, e sull’uno e sull’altra riporta vittoria in virtù di Cristo chi è stato rigenerato soprannaturalmente col battesimo. Ma per legge generale Dio non vuole concedere ai giusti il pieno effetto di questa vittoria sulla morte se non quando sarà giunta la fine dei tempi. Perciò anche i corpi dei giusti dopo la morte si dissolvono, e soltanto nell'ultimo giorno si ricongiungeranno ciascuno con la propria anima gloriosa.
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Ma da questa legge generale Dio volle esente la beata vergine Maria. Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo. […]
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I fedeli, guidati e istruiti dai loro pastori, appresero bensì dalla s. Scrittura che la vergine Maria, durante il suo terreno pellegrinaggio, menò una vita piena di preoccupazioni, angustie e dolori; inoltre che si avverò ciò che il santo vecchio Simeone aveva predetto, perché un’acutissima spada le trapassò il cuore ai piedi della croce del suo divino Figlio, nostro Redentore. Parimenti non trovarono difficoltà nell'ammettere che Maria sia morta, come già il suo Unigenito. Ma ciò non impedì loro di credere e professare apertamente che non fu soggetto alla corruzione del sepolcro il suo sacro corpo e che non fu ridotto in putredine e in cenere l’augusto tabernacolo del Verbo divino. Anzi, illuminati dalla divina grazia e spinti dall’amore verso colei che è Madre di Dio e Madre nostra dolcissima, hanno contemplato in luce sempre più chiara l’armonia meravigliosa dei privilegi che il provvidentissimo Iddio ha elargito all’alma Socia del nostro Redentore, e che hanno raggiunto un tale altissimo vertice, quale da nessun essere creato, eccettuata la natura umana di Cristo, è stato mai raggiunto. […]
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Ma in modo più splendido e universale questa fede dei sacri Pastori e dei fedeli cristiani è manifestata dal fatto che fin dall'antichità si celebra in Oriente e in Occidente una solenne festa liturgica: di qui infatti i santi padri e i dottori della chiesa non mancarono mai di attingere luce, poiché, come è ben noto, la sacra liturgia, «essendo anche una professione delle celesti verità, sottoposta al supremo magistero della chiesa, può offrire argomenti e testimonianze di non piccolo rilievo, per determinare qualche punto particolare della dottrina cristiana».
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Nei libri liturgici, che riportano la festa sia della Dormizione sia dell’Assunzione di santa Maria, si hanno espressioni in qualche modo concordanti nel dire che quando la vergine Madre di Dio salì al cielo da questo esilio, al suo sacro corpo, per disposizione della divina Provvidenza, accaddero cose consentanee alla sua dignità di Madre del Verbo incarnato e agli altri privilegi a lei elargiti. Ciò è asserito, per portarne un esempio insigne, in quel Sacramentario che il Nostro predecessore Adriano I, d’immortale memoria, mandò all’imperatore Carlo Magno. In esso infatti si legge: «Degna di venerazione è per noi, o Signore, la festività di questo giorno, in cui la santa Madre di Dio subì la morte temporale, ma non poté essere umiliata dai vincoli della morte colei che generò il tuo Figlio, nostro Signore, incarnato da lei».

Ciò che qui è indicato con la sobrietà consueta della Liturgia romana, nei libri delle altre antiche liturgie, sia orientali, sia occidentali, è espressa più diffusamente e con maggior chiarezza. Il Sacramentario gallicano, per esempio, definisce questo privilegio di Maria «inspiegabile mistero, tanto più ammirabile, quanto più è singolare tra gli uomini». E nella liturgia bizantina viene ripetutamente collegata l’assunzione corporea di Maria non solo con la sua dignità di Madre di Dio, ma anche con altri suoi privilegi, specialmente con la sua maternità verginale, prestabilita da un disegno singolare della Provvidenza divina: «A te Dio, re dell’universo, concesse cose che sono al disopra della natura; poiché come nel parto ti conservò vergine, così nel sepolcro conservò incorrotto il tuo corpo, e con la divina traslazione lo conglorificò». […]
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Noi, che abbiamo posto il Nostro pontificato sotto lo speciale patrocinio della santissima Vergine, alla quale Ci siamo rivolti in tante tristissime contingenze, Noi, che con pubblico rito abbiamo consacrato tutto il genere umano al suo Cuore immacolato, e abbiamo ripetutamente sperimentato la sua validissima protezione, abbiamo ferma fiducia che questa solenne proclamazione e definizione dell’assunzione sarà di grande vantaggio all’umanità intera, perché renderà gloria alla santissima Trinità, alla quale la Vergine Madre di Dio è legata da vincoli singolari. Vi è da sperare infatti che tutti i cristiani siano stimolati da una maggiore devozione verso la Madre celeste, e che il cuore di tutti coloro che si gloriano del nome cristiano sia mosso a desiderare l’unione col corpo mistico di Gesù Cristo e l’aumento del proprio amore verso colei che ha viscere materne verso tutti i membri di quel Corpo augusto. Vi è da sperare inoltre che tutti coloro che mediteranno i gloriosi esempi di Maria abbiano a persuadersi sempre meglio del valore della vita umana, se è dedita totalmente all’esercizio della volontà del Padre celeste e al bene degli altri; che, mentre il materialismo e la corruzione dei costumi da esso derivata minacciano di sommergere ogni virtù e di fare scempio di vite umane, suscitando guerre, sia posto dinanzi agli occhi di tutti in modo luminosissimo a quale eccelso fine le anime e i corpi siano destinati; che infine la fede nella corporea assunzione di Maria al cielo renda più ferma e più operosa la fede nella nostra risurrezione. […]

giovedì 28 ottobre 2010

Con un secolo di ritardo

~ TANTE FIRME PER UN MANIFESTO ~

Uno sconclusionato Manifesto destro-futuromane con un secolo di ritardo si aggira tra noi e minaccia strani revival. Registra che «le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà» e invece di prenderne atto e metterle da parte auspica una «visione» politica che meglio sarebbe dire «ideologia». Di questa non se ne sentiva affatto bisogno. Il bando ci ammonisce che «senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica». Ricominciamo? La cultura deve essere politica, con le bandierine qui chiamate «cielo politico», altrimenti sarebbe «soltanto erudizione»? Tornano a predicare i Vittorini? E dove mai trovano in abbondanza questa erudizione i docenti universitari firmatari? Volesse il Cielo ci fossero eruditi e retori non distratti dal chiasso dei pubblici amministratori. Magari si affermassero gli scrittori che pensano alla loro prosa piuttosto che alle trame camorristiche, i pittori che sanno dipingere invece di buttarla nella ‘provocazione’ e in politica, i colti in genere che divorano i libri senza consumarsi negli odi effimeri delle passioni partitiche. Si è sprecato tanto tempo, l’intero Novecento, in questi oziosi esercizi e c’è gente, anche di una certa età, che ci riprova? che ne sente la mancanza?

mercoledì 27 ottobre 2010

Il delitto pop in diretta

~ SULLO SPETTACOLO DELLA CORRUZIONE UMANA ~
Per via del pregiudizio luterano secondo il quale il senso dell’udito sarebbe più spirituale di quello della vista, e la parola cristiana da contrapporre all’immagine pagana, la radio si sente l’intellettuale di famiglia tra i media e considera la televisione la parente povera e sguaiata. Forte di questa credenza, la voce senza volto fa con molta spocchia il controcanto ai programmi televisivi. In questi giorni, ai suoi microfoni sono sfilati intellettualini particolarmente indignati perché le folle non si perdono una puntata dell’orribile delitto pugliese. Il pop è lodevole soltanto quando li diverte: la trivialità dei diamanti di Hirst va bene, quella del giallo live e arcaico no. Abituati alla scuola sovietica, vogliono ammaestrare la gente su ciò che deve prediligere. Eppure nessuno obbliga nessuno a immergersi nelle nefandezze del romanzo popolare in diretta: chi vieta loro di leggersi in alternativa Ludovico Ariosto? Gli ascoltatori più giacobini telefonano al conduttore e raccontano tutte le telecronache che hanno dovuto subire saltellando ossessivamente da un canale all’altro: neppure i poliziotti che indagano son così informati, ma non si confessa mai quello strano e sottile piacere per la narrazione trucibalda, assai affine alla letteratura di denuncia, spettatori e lettori vogliono essere turbati dallo spettacolo della umana corruzione (sulla messa in scena davanti al Palazzo di Giustizia di Milano e sugli ammanettati in aula, con la diretta quotidiana, negli anni Novanta, ci costruirono una stagione politica, perfino un partito ancora attivo). Con fare circospetto si preferisce parlare di morbo e poi corrono tutti a farsi ammorbare. Il massimo del ridicolo si ha nell’intervistare i docenti dei tanti Dams, gli specialisti nell’erudire i pargoli sull’arte di fare audience, nel catturare i cuori, i quali poi si mostrano scandalizzati dalle loro creature; più candidi di suorine sono sorpresi dalla logica dei media. Qualcuno arriva a insinuare il solito dubbio: che il responsabile sia l’onnipotente Cavaliere che mette su il pasticciaccio di zio, nipote e cugina, per distrarre le masse italiane dalla rivoluzione imminente. Parola di Radiotre. Radiorai.

lunedì 25 ottobre 2010

Le sorelle maggiori

~ LA DONNA NELLA LITURGIA EBRAICA E CRISTIANA ~

Nella messa domenicale di ieri in una chiesa romana si alternavano alla lettura dei sacri testi delle anziane signore in abiti assai vistosi, una arrivando a sfoggiare un corpetto in paillettes da Wanda Osiris che, sotto le luci sempre più teatrali che illuminano le nostre absidi, irradiavano strani bagliori in consonanza con il luccichio degli strass sparsi sulla pianeta del celebrante. Distratti dal fastidioso riverbero, tornavano alla mente delle letture pomeridiane proprio sulla distrazione nel tempio, in un numero della rivista «Rassegna mensile di Israel» del febbraio-marzo 1973, riproposto online.

Negli anni postconciliari in cui la parola d’ordine dei cattolici era aggiornamento, furioso aggiornamento, nel mondo ebraico – che pure conosceva le rivolte del riformismo, soprattutto in versione americana – si manteneva la fedeltà alla tradizione, alla lingua ebraica come alle regole liturgiche. Nella confusione di quel tempo, si continuava dunque a insegnare precetti che potevano suonare addirittura scandalosi per l’ideologia in voga. E più che mai indipendenti dal pensiero unico dominante oggi appaiono gli ammaestramenti del rabbino Menachem Emanuele Artom, pubblicati su quel numero della «Rassegna» di circa quarant’anni fa.

Vi si leggeva, per esempio: «la nostra tradizione stabilisce due elementi, per cui la donna si differenzia dall’uomo in campo rituale e liturgico; da una parte il gran peso, la grande importanza ed il grande valore che si dà ai suoi compiti in seno alla famiglia, e d’altra parte il massimo rispetto per la sua modestia, base fondamentale dell’altissima moralità a cui deve informarsi l’ebreo in tutte le manifestazioni della sua vita. E proprio tenendo ben presenti questi due principi potremo comprendere le limitazioni alla partecipazione della donna ebrea alle manifestazioni liturgiche, limitazioni che, a prima vista, possono sembrare rivolte a metterla in una condizione di secondo piano e che invece sono essenzialmente destinate a valorizzarla ed a rispettarla». Non sembra di leggere i più ‘conservatori’ dei teologi cattolici, i pochi che resistevano dopo il Concilio all’assalto della ‘novità’?

Ancora: «Si potrebbe obiettare che le parti che non sono strettamente obbligatorie […] potrebbero esser cantate anche da donne […]. E quindi, appunto molte parti cantate, che non fanno parte della Tefillà obbligatoria, potrebbero essere affidate a cori femminili, che hanno indubbi pregi artistici e danno un tono particolare di dolcezza e di sentimentalismo. Ed il ragionamento non farebbe una grinza, se non ci fosse anche un altro elemento, a cui pure abbiamo accennato prima. Il canto femminile, come ogni altro vezzo della donna, può indurre chi lo ascolta a pensieri lascivi, o comunque distrarre da quella serietà e da quella concentrazione che debbono sempre esser perseguite da chi si dedica alla Tefillà e che si trova nel Beth Ha-Keneseth [ovvero, casa di riunione, sinagoga, n.d.r]».

L’antica spiegazione – che potremmo ritrovare anche in san Paolo – viene ripetuta senza paura di apparire inattuali: «Dato che ognuno di noi – uomo o donna che sia – deve nella sinagoga dedicarsi esclusivamente alla meditazione religiosa, dobbiamo tenere lontana da noi ogni occasione di pensare ad altri argomenti. E chi di noi, anche se animati dalle più pure e oneste intenzioni, non può esser indotto dal contatto con persona dell’altro sesso a pensieri non adatti al luogo? Insisto sulle parole non adatti al luogo perché è ben noto che nell’Ebraismo non esiste l’ ‘orrore per la carne’ ed i rapporti sessuali, a loro tempo e a loro luogo e disciplinati dalla Torà, non sono nulla di sconveniente o di brutto - ma sempre ogni cosa a suo luogo ed a suo tempo».

C’è però un ulteriore chiarimento che complica il modello delle ‘sorelle maggiori’ nel campo cristiano: «negli ultimi tempi, poi, la avversione al coro femminile trova anche un altro motivo. Il coro femminile è caratteristica delle chiese cristiane, ed è stato introdotto, insieme ad altre innovazioni che ledono la pura tradizione ebraica, nelle così dette sinagoghe riformate, che, fonte specialmente nel secolo scorso in Germania, hanno adesso ripreso piede negli Stati Uniti ed in pochi altri Paesi. Orbene, il culto riformato non è un legittimo e naturale sviluppo delle tradizioni ebraiche, ma un’imitazione di quelle cristiane, una specie di sincretismo assimilato tra ciò che insegna la Torà e usanze ad essa contrarie; la conseguenza di quasi tutte le attività riformatrici è stata che i loro seguaci si sono in ultima analisi staccati dall’Ebraismo». Già, nonostante la comune concezione di una liturgia maschile, strada facendo il cristianesimo – la «modernità cristiana» che risale ai primi secoli dell’èra nuova – ha innalzato la donna sul modello di Maria, la Deipara. La riforma liturgica dell’ultimo Concilio voleva testimoniare questo straordinario ruolo femminile nella storia del cattolicesimo. Ma non seppe misurarsi con le miserie umane delle paillettes.

giovedì 21 ottobre 2010

Una purpurea nomina


~ IL PAPA PONE UN CAPPELLO CARDINALIZIO
SULLA MUSICA TRIDENTINA ~

Domenico Bartolucci fu nominato direttore perpetuo della Cappella musicale pontificia Sistina negli anni Cinquanta, quando ancora c’erano i falsettisti. Una decina di anni fa, il Maestro che restava fedele alla tradizione latina fu rimosso dall’incarico. Essendo perpetuo non si poteva licenziare, ma l’avversione dei progressisti riuscì a travolgere la semantica. A quei tempi sembra che il cardinale Ratzinger sia stato l’unico a opporsi al provvedimento. Eppure, una volta papa, non è riuscito a rimettere al suo posto il vecchio monsignore che, a novantatre anni, continua prodigiosamente a incrociare le voci nell’arte contrappuntistica a gloria della Chiesa di Roma; la partita sulla liturgia deve essere davvero delicata. Però ieri è stato annunciato che Benedetto XVI lo ha fatto cardinale. Una purpurea nomina che piace ad «Almanacco Romano».

mercoledì 20 ottobre 2010

Per un pugno di euri

~ PERCHÉ LA MONETA DOVREBBE MANTENERE IL SINGOLARE
ANCHE QUANDO FORMA UN GRUZZOLO? ~
I lettori di questo «Almanacco» ci hanno chiesto talvolta perché ci ostiniamo a dire euri per il plurale della moneta che omologa il vecchio continente. La grammatica francese che conserva un certo rigore, nonostante l’epoca, non ha dubbi: «Au pluriel, ‘euro’ et ‘cent’ sont soumis aux règles de la grammaire française. S’ils varient en nombre, on leur ajoute un s: un euro, deux euros, cent euros et trois cents...». All’avvento della moneta unica in Francia lo prescrisse addirittura un comunicato della Commissione generale di terminologia e neologia, che dipende direttamente dal Primo ministro. Ma con una delle sue strampalate trovate, una direttiva della Comunità Europea, convertita in legge degli Stati membri interessati, ordinava che il plurale di «euro» fosse invariabile in inglese, tedesco e italiano, mentre nelle altre lingue potesse seguire la morfologia propria di ciascuna di esse. Eppure la pagina inglese della Commissione europea ammette, dopo aver stabilito quel bizzarro euro pure per il plurale: «However, more general usage of these terms may differ in some languages, such as English, where it is natural practice to refer to the currency in the plural form as ‘euros’ instead of the official form ‘euro’. This is the same practice as used with most currencies in English, as in the plural form dollars». Ciononostante, in Irlanda, che è l’unico paese di lingua inglese che ha l’euro come moneta ufficiale, si usa senza s. Spagnoli, portoghesi e danesi aggiungono invece la desinenza plurale quando è il caso. Soltanto gli italiani, i tedeschi e i greci restano bloccati sul singolare. Gli avversari degli euri ricorrono a questi argomenti: è scritto in modo indeclinabile sulle banconote e c’è una legge europea che vieta a noi italiani (evidentemente con i francesi o gli spagnoli non hanno osato legiferare sulla lingua) l’uso del plurale. Non fosse altro che per questo divieto degli eurocrati dovremmo tutti declinare al plurale quell’euro il cui cambio con le amate lire ci ha tanto impoverito. Ci piace citare in proposito un vecchio comunista che sapeva scrivere, Luigi Pintor: «La moneta è già di per sé un’astrazione massima e idealizzarla come indeclinabile oltreché onnipresente e onnipotente mi sembra un eccesso di zelo e masochismo inconscio».

domenica 17 ottobre 2010

De consolatione artis

~ L’ITALIA DI FUMAROLI ~
Marc Fumaroli ha concesso il 14 ottobre un’intervista al «Corriere della Sera» (rintracciabile nell’archivio del giornale online), lodando come al solito l’Italia. Siti e giornalini convinti che il nostro Paese non sia abbastanza esterofilo e ‘moderno’ ci son rimasti male e se la son presa con l’illustre signore che scompagina le loro misere idées reçues. Un divertente scrittore (di un romanzo solo), Alessandro Piperno, ha replicato con le migliori intenzioni ma con argomenti indegni delle sue pagine salaci. Le interviste, si sa, dipendono anche dalle domande e dalla trascrizione delle chiacchiere; lo stile di Fumaroli, senza la mediazione del giornalista, è in genere più sontuoso. Ma almeno una frase va ricordata e possibilmente meditata: l’Italia «ci ha consolato dall’espressionismo tedesco. Da voi, non c’è mai stato disprezzo del mondo, ma un invito a gustarlo ancora, anche quando tutto sembra perduto e desolato».

sabato 16 ottobre 2010

Citazione All’Inferno!

In un'università statunitense degli anni Cinquanta, nel corso di un seminario pieno di buone intenzioni «per progettare una società migliore», si sfiorò anche la letteratura e l’arte del momento, la «rabbia» che covava. Il filosofo Leo Strauss, coinvolto suo malgrado, in uno degli interventi disse così: «Mancano di pensiero e di disciplina. Hanno invece quello che chiamano sincerità. È da vedere se è poi necessaria quella che chiamano sincerità, finché non si sa se la sincerità sia equiparabile alla sfacciataggine; la sincerità non è certo autosufficiente: essa si realizza completamente in urli acuti e stonati, che non sono opere d’arte. ‘La vita è un racconto narrato da un idiota’ vien detto in un’opera d’arte, perché la vita è un tale racconto solo per chi ha violato la legge della vita, la legge cui è soggetta la vita. È vero che il messaggio degli scrittori in questione non è quello di Macbeth. Gridano che la vita è melma. Ma non si può percepire che la vita è melma se non si è prima percepita la purezza, e su di essa, che per natura si percepisce per prima, essi tacciono completamente. L’individuo che non rispetta nessuno è un’assurdità. Le loro grida sono accuse lanciate contro la ‘società’, non appelli a esseri umani fatti con spirito di fraterna correzione; questi accusatori si credono fuori dalla portata delle accuse; i loro individui sono fatti di accuse; intendono l’individuo come accuse e grida. Ogni accusa presuppone una legge, accuse del tipo di quelle espresse da loro richiedono una legge sacra, ma di ciò essi sembrano non avere alcuna coscienza. I loro gridi ricordano quelli dei dannati dell’inferno; essi stessi appartengono all’inferno». (da L. Strauss, Liberalismo antico e moderno, Giuffré, 1973, p. 325).

mercoledì 13 ottobre 2010

Il dito nell'occhio

~ LA TRAGEDIA DI UN FATTO RIDICOLO ~
~ E ALTRE DIVAGAZIONI ~

Se sotto la tua casa collocassero un altoparlante e per tutta la giornata venisse ripetuta la battuta di un comico, sia pure una bella battuta, sonora, crassa, ma sempre quella, presto la faccenda ridanciana si trasformerebbe in incubo. E se lo strazio comico-drammatico durasse non un giorno ma per sempre, «fine pena mai» come nel vecchio ergastolo, la faccenda evocherebbe le pene dell’Inferno. Commiserate chi abita o chi lavora nella piazza di Milano dove lo snobismo piccolo-borghese ha consentito che fosse fissata nel marmo una battutaccia, che divenisse anzi un monumento (cioè memoria e monito). La risatina che dovrebbe suscitare lo sberleffo dell’autore miliardario alla Borsa prospiciente si gela in bocca per la reiterazione forzata. Altro non c’è.

I pernacchi – futuristi – risalgono a oltre un secolo fa. Vien da dire con garbo: non spernacchiate più – siete diventati petulanti – soprattutto non chiedete per farlo l’autorizzazione e i soldi delle autorità. Abbiamo capito che ormai sprezzate l’atto istintivo, che credete sia una mossa astuta, per li rami situazionisti, irreggimentare il gesto scurrile nell’ ‘evento’; che vi sembra maggiormente ridicola, e quindi da coltivare, la trovata per cui il turpiloquio ottiene la benedizione del sindaco. Ma le istituzioni non sono la controparte, da tempo il primo cittadino non porta più baffi e cilindro e scodinzola devoto a ogni proposta ‘culturale’. Non finge neppure di scandalizzarsi, piuttosto si sente complice, anche perché paga. Nel caso specifico, si considera pure competente: il dito centrale rivolto al cielo per minacciare una sodomizzazione all’avversario è il suo gergo preferito, lo rilancia nei comizi, eccita il suo pubblico. Facile convincere tutti i politici alle più umilianti posture pur di partecipare al gioco. Voi non svelate il trucco dei poteri, come qualche ingenuo pretendeva all’inizio, confermate l’ansia di condividere il cheap degli «spettatori della domenica». L’eccentricità di massa: ciascuno può far parte dell’immensa élite, basta dire sì. In confronto, le concorrenti di «Miss Italia» sono ancora delle ascete.

Un vecchio che ha superato i cent’anni dovrebbe possedere la saggezza: non si strappa invano il tempo al destino. Gillo Dorfles invece ha evidentemente ancora molto rispetto umano se si limita a commentare l’impresa milanese con una frasetta pilatesca: «un’opera brutta per una piazza brutta». Quando basta la grazia di un albero o di una statua o perfino di una panchina per correggere le brutture architettoniche di un luogo. Altrimenti, la decorazione a che serve? E la senilità a che serve? Uno dei massimi ingegni del Novecento, Ernst Jünger, eroe del germanesimo pagano, a 101 anni ebbe l’ardimento di scegliere la Chiesa di Roma.

Nel vuoto aperto dalla morte, l’arte può fare da surrogato della religione. Meglio di niente. Nella civiltà cristiana diventa l’aspetto sensuale della fede; per dirla con un esempio facile, la Pietà michelangiolesca consola, accarezza e dà corpo alla speranza. Ma una installazione è morta cosa.

E se un tempo questa anti-arte si giustificava esibendo almeno la disperazione di non poter più consolare, né celebrare, né trascinare la fantasia dell’epica, né suscitare i pensieri gentili dell’idillio, oggi si propone soltanto come goliardia. Roba per ventenni, a occuparsene a trenta è da rimbambiti.

C’è chi confonde la risata di Zarathustra con quella scaturita dal più triviale filmetto italiano. Prendiamo sul serio lo scherzo, il denaro pubblico investito in simili pasquinate è ‘serissimo’, ma dov’è l’arguzia?

Uno dei boss dei musei contemporanei romani ammonisce un povero cristo che si è attaccato una sua ‘opera’ da solo e clandestinamente alle pareti del Macro, pensando di fare un’azione anarcoide: «c’è una procedura per esporre» dice con tono burocratico. Ecco, il nichilismo del comico di successo ha invece rispettato la procedura, compilato i moduli: voglio esporre in piazza Affari un dito medio, chiedo perciò per l’opera tot euri. Che performance la contrattazione al rialzo negli uffici municipali, quella sì!

L’aforisma del coatto non è esattamente la stessa cosa di un linguaggio franco, oggidì intrappolato nei continui richiami alla correttezza ideologico-politica. C’è un po’ di confusione in giro: rifiutarsi di ripetere quelle parole insapori, neutre, false (gaio anche per l’omosessuale mesto), non vuol dire ridursi a un’espressione sguaiata. Le circonlocuzioni tipo ‘non vedente’ per cieco son roba da précieuses ridicules onde imbellettare la morte, il dolore, il tragico, il sangue, il sesso. Per troppo espressionismo però si diventa spesso villani.

Gli stessi che si rallegrano per la triste statua, il giornale che esalta «il coraggio» di chi si lascia provocare contento, pone poi limiti ad altre barzellette peraltro meno capziose e meno aggressive, sicuramente non monumentali, private. Sarebbe curioso se un dito come quello in questione, magari collocato vicino a una moschea muovesse una fatwa: che reazione avrebbero gli amanti del dito? I buoni, si sa, hanno molta comprensione per la violenza dell’Islam. Ma gli estetisti del contemporaneo sono furbi, lo notava Arbasino già molti anni fa: su Gesù e Israele ci si può permettere ogni insulto, ogni blasfemia, ma sul profeta islamico meglio tenersi alla larga, lì infatti non si scherza. Su Maometto poi si è già pronunciato Dante, senza peli sulla lingua, anzi con figure più dirompenti dell’allusione di un dito. Nel più profondo dell’Inferno, secondo gerarchica e ragionevole concezione dell’orrore, nel XXVIII canto, il corpo dell’eresiarca appariva spaccato dalla testa all’ano, tra le gambe gli pendevano le budella, tutte le interiora venivan fuori, «e ‘l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia». L’oscena visione testimoniava la fiera avversione per i nemici della religione, per i seminatori di scandalo. Non stava raccontando un «motto di spirito», stava scuotendo lo spirito con la forza dei versi; con arte nutrita dalla teologia di Tommaso.

lunedì 11 ottobre 2010

La ragazza delle chiavi

~ ANCORA SULLE BIBLIOTECHE ~

Per non ridurre tutta la faccenda ai ‘tagli’, ai soldi. C’è un piccolissimo episodio da raccontare che testimonia della grande fantasia barocca dei burocrati. Alla Nazionale di Roma bisogna lasciare borse e valigette al deposito, non è come certe biblioteche dove basta mostrare il contenuto al custode, si temono giustamente i furti, i doppi fondi, si ignorano però i nascondimenti più intimi, si evitano per ora le perquisizioni personali. Al deposito dunque ci sono mobiletti abbastanza recenti, forniti di chiave, e qui viene il bello. In mezza Europa, almeno nelle biblioteche che si son visitate, per evitare che i distratti non restituiscano lo strumentino d’accesso, bisogna infilare un euro e si tira via la chiave, si rimette la chiave per riprendere la borsa e automaticamente ridiscende l’euro. Più o meno come funziona il carrello dei supermercati. E per chi manca degli spiccioli si può aggiungere lì accanto una macchinetta del cambio. Troppo semplice e troppo poco costoso per la nostra istituzione libraria. Alla Nazionale hanno inventato un procedimento più ‘umano’. C’è una ragazza a cui si presenta la tessera della biblioteca, lei la prende, ricopia a matita (poi vedremo perché a matita) il numero della tessera su uno speciale modulo con le righe, ricopia altresì il numero della chiave nella casella accanto e ve la consegna. Al termine, si restituisce all’affollato tavolo della povera ragazza (assunta? precaria?) la chiave in questione e lei cancella con la gomma il vostro numero scritto a matita (c’è di mezzo anche la legge sulla privacy, non basta farci sopra un fregaccio, si deve abradere con rigore) e riprende l’oggetto di tanto traffico. Immaginate nelle ore di punta l’affollamento intorno all’impiegata che con una mano scrive e con l’altra cancella (spesso, essendo la prima persona in cui ci si imbatte, è anche interrogata, e in varie lingue, sulle modalità d’accesso). Bene: a chi ha escogitato un simile servizio voi dareste dei fondi pubblici, sia pure ridotti per i recenti ‘tagli’?

sabato 9 ottobre 2010

I mangiatori di cultura

~ LO SCANDALO DI UNA FRASE MINISTERIALE ~

«La cultura non dà da mangiare» disse il ministro che economizza sulle spese pubbliche, scandalizzando tutti. Sfiorato il tabù principale della nostra epoca. Questa sfuggente entità non si discute per paura di bestemmiare, la cultura qui la cultura qua. Non si ripete sempre che essa «produce ricchezza», non si parla del suo «indotto economico»? Nel momento che l’umanesimo non conta più niente e non rilucono i suoi prodotti, ci si inventa un’estensione del concetto di cultura che coincide con quello di far soldi, con le occasioni di «consumo». Ma l’onnipresente consumo dell’arte e della parola distrae non consola della morte. Si addestrano i giovani a trarre pretesto da ogni monumento sparso nel nostro Belpaese per adunare turisti; si moltiplicano gli assessori che invece di lastricare le strade discettano di arte; si investono soldi pubblici per concertini d’ogni tipo onde moltiplicare il gruzzolo come fosse un enalotto. Si avversano inoltre gli onesti uomini del Business senza maschera e si camuffano con il gentile nome di artista gli affaristi del Nulla.

Se si provasse ad aggiustare la frase così: «la vera cultura non dà da mangiare». «Vera»: che formulazione ingenua, risponderebbero i saccenti funzionari del culturame, che sono tutt’altra genìa dalle persone colte. Ma Rainer Maria Rilke sarebbe d’accordo. Del poeta dice nel Libro d’ore, «il più misero sei dei senza-tetto,/ il mendicante che nasconde il volto,/ l'immensa rosa della Povertà, l’arcana metamorfosi perenne,/ che cangia l’oro in folgorio di sole».

giovedì 30 settembre 2010

Orgogliosi di essere anormali

~ QUESTO NON È UN PAESE PER IL BIEDERMEIER ~

Fu lo slogan di un politico coi baffi ormai in declino, ma gli resiste gagliardamente. Tutti infatti fanno a gara nel ripetere crucciati che «questo non è un paese normale», in genere anzi nella forma ipotetica che accentua l’effetto retorico e lascia immaginare un sospiro nostalgico: «se questo fosse un paese normale!». Certo che non lo è, per fortuna che non lo è. Grazie al cielo l’Italia non appare un paese normale e non si tratta di una questione degli ultimi secoli: lo ricordava l’altro giorno il direttore dei Musei vaticani, parlando della Galleria delle carte geografiche: «L’Italia è, fra tutti i paesi del mondo, il ‘più nobile’ intendendo nel termine tutto quello che è storia, memoria, cultura, varietà, bellezza. Così pensava Gregorio XIII Boncompagni. Così sta scritto nei cartigli che sovrastano la carta dell’Italia antica (‘Commendatur Italia locorum salubritate, coeli temperie, soli ubertate’) e quella dell’Italia moderna (‘Italia artium studiorumque plena semper est habita’».

La penisola italiana che appare un Eden, il giardino comune dell’umanità, anche a un anti-latino come Dostoevskij, l’Italia che esce prima di tutti dalle guerre perché, secondo quanto osserva Montaigne, è un paese carico di saggezza, l’Italia di Dante e di Raffaello, delle città incantate, dell’arte, della musica, dei mille incroci di civiltà, delle invenzioni machiavelliche, delle fantasie leonardesche, della dolce vita millenaria, sarebbe dunque da ricondurre alla norma, una via di mezzo tra il Belgio e la Finlandia? Nessun paese è ‘normale’, ciascuno risulta legato in modo unico al cuore della sua gente. Il nostro vecchissimo popolo casomai è più eccentricamente anormale degli altri. Questo non è un paese per il Biedermeier. Lo sosteneva con posa cinica Orson Welles nel Terzo uomo, quando, sulla Ruota del Prater di Vienna, confrontava l’Italia dei pugnali e veleni del Rinascimento con la Svizzera degli orologi a cucù. Tanto diverso dagli altri che il suo popolo, immune da ogni sciovinismo, si diletta nella maldicenza autolesionista, si compiace per spirito vendicativo di qualsiasi straniero che abbia da far critiche feroci al Belpaese, invidia la ‘normalità’ degli altri, la loro mediocrità, il loro grigiore (forse abbagliato da troppa luce). Alla retorica patriottarda ricorrono solo le pubbliche istituzioni quando innalzano monumenti ai caduti e organizzano le celebrazioni per l’unità d’Italia massonica. Ma nessuno ci crede, divorati tutti da una robusta e antica faziosità.

martedì 28 settembre 2010

Tagli e ritagli

~ CHIOSE UN PO’ GROSSOLANE, NE SIAMO CONSAPEVOLI,
A UNA PROFESSORALE ‘LETTERA APERTA’ ~

Chissà in quanti uffici pubblici i burocrati avranno preso le forbici per ritagliare l’articolo del «Corriere», opportunamente fotocopiato e ingrandito, sui cosiddetti «tagli alla cultura», in specie alle biblioteche, per appenderlo quindi in qualche bacheca e farsi forti di una così autorevole opinione (quelli che magari con vari corsi hanno imparicchiato a muoversi nella rete universale si saranno serviti del copia & incolla per scambiarsi il pezzo in guisa di mutuo conforto). Nella ‘lettera aperta’ al bonario ministro della Cultura, il Professore si è unito al coro di chi vorrebbe che non si lesinassero gli euri per le biblioteche, come del resto per tutto ciò che innalza lo stendardo della «cultura», dove evidentemente dovrebbe bastare la magica parola per aprire le borse. L’insigne storico avrà sicuramente ragione e ha già ottenuto il consenso di tutti coloro che si occupano di biblioteche e che sono addottorati nella scienza per gestirle, noi modestissimi utenti (come veniamo definiti), ci permettiamo di avanzare qualche dubbio. Anzitutto, se il Prof. spiega che lo Stato continua a pagare regolarmente gli stipendi e che non ha minacciato alcuno di licenziamento, non capiamo quale sia il problema. Che non si può procedere a nuove assunzioni, che il personale bibliotecario si assottiglia, che non c’è nessuno per aggiornare i cataloghi? Ma allora perché alla Nazionale di Roma, tanto per fare un esempio, i pubblici impiegati per ingannare la noia chiacchierano ininterrottamente impedendoci di leggere? Certe volte, dopo aver sentito parlare per ore di vacanze, ‘ponti’ e collage di ponti, di isole tropicali, di ristoranti in Indonesia e di alberghi in Egitto, càpita di protestare e di ottenere un quarto d’ora di tregua, poi ricomincia il cicalio, segno che non si ammazzano di fatica. Alla Biblioteca di storia, a Palazzo Caetani, tanto per fare un altro esempio, sono molti di più gli addetti che i lettori. Eppure si deve attendere che finiscano le loro interminabili conversazioni prima che ti vadano a prendere un libro. Ma il Professore si lamenta anche del fatto che il governo crudele non garantisca delle somme per gli extra. Fosse vero, si riuscisse a evitare i concerti, i teatrini, le mostre, i dibattiti dove dovrebbe regnare semplicemente il silenzio.

Mancano i soldi ma domenica prossima si tiene in tutta Italia una mega-manifestazione – «Domenica di carta» è il desolante titolo da asilo infantile – con biblioteche aperte l’intero giorno, visite guidate, ‘eventi’ scontati, una inutile pubblicità per promuovere i fondi librari. Sullo sfondo di una grossa chiave, «La cultura è apertura» rima lo slogan: capperi, che significato da brivido! Ma vi pare che i lettori delle cinquecentine vadano presi per la collottola e attirati con canti e suoni come si fa per la Coca-cola? I bibliomani sono una setta, anche se di massa, che non ama il proselitismo.

sabato 25 settembre 2010

Dalla parte degli zuavi

~ UNA LETTERA E UNA RISPOSTA ~

Ci scrivono:
«Più realista del re, più papista del papa, l’Almanacco si schiera dalla parte degli zuavi pontifici e considera il 20 settembre un giorno nefasto. Tutto nero in questi centoquaranta anni?Dopo il regno pontificio le déluge?A me sembra che il nichilismo si infili anche in simili atteggiamenti estremisti…».

L’«Almanacco» non si sogna neppure di sfiorare, almeno per ora, le questioni storiche su cui rifletterà la nazione nelle prossime ricorrenze a proposito degli ottantasette anni di regno e i sessantatré di repubblica (briciole temporali) che formano i fatidici centocinquanta dell’«Italia unita». Mostrava soltanto, in una parentesi di quel pezzullo del 20 settembre, un po’ di rimpianto per la Curia che amministrava una città vera, non il fortilizio virtuale del Vaticano: i volti dall’espressione tanto realista che ritroviamo nei dipinti sulla corte papale di altre epoche ci ricordano che il cristianesimo romano intreccia anima e corpo e che il governo dell’urbe, la veste mondana per i pastori delle anime, la cura secolare, faceva magari da zavorra onde non finire nell’etereo; l’angelicità coatta, imposta dalla storia, lascia perplessi, ma tant’è. L’«Almanacco» resta inoltre sorpreso dal fatto che, celebrandosi con trombe e tamburi ormai inconsueti un piccolo evento bellico, nessuno ricordi i vinti con la correttezza tollerante in voga. Senza più scrupoli, spazzati via dal tempo trascorso, si rende omaggio ai ragazzi di Salò, che pure combatterono a fianco dei nazisti e che a qualche ebreo nascosto e inerme dovettero apparire come messi dello sterminio, ma si avrebbe imbarazzo a ricordare i soldati del papa, truppe davvero multietniche che non intimorirono alcuno, che morirono in un gesto simbolico, a difesa del potere petrino, inattuale e perenne.

Tutto il resto del rammarico si riferiva al piano estetico. La lettera ci invita a non essere estremisti, e noi con molta moderazione siamo pronti ad ammettere che non tutto è penoso come la Via Nazionale, boulevard misero da cittadina balcanica e massima espressione urbanistica della capitale d’Italia, che non tutti i palazzi sono dimore per pescecani e piccolo borghesi fuoriusciti dal Pasticciaccio gaddiano, che insomma qualche villino liberty – sempre echi di culture internazionali – si salva, che l’Eur fa la sua figura, che la Via Cristoforo Colombo è seducente nella corsa verso il mare, ma si può intonare un solenne Te Deum per l’Eur o per la Garbatella? Si può fare festa perché la città regina, la capitale di Raffaello, Michelangelo, Bernini, Piranesi si è finalmente emancipata da una simile tradizione e ha dunque il Palazzetto dello Sport, Piazza Esedra, Corviale e altri esemplari post-papalini? Se lo spartiacque del 1870 segna un’epoca di vertiginosa decadenza, non ce ne faremo una malattia, d’accordo; bisogna pur vivere, si possono stoicamente trattenere le lacrime, ma addirittura giubilare è ridicolo.

Per capire che non si tratta di antimodernismo preconcetto basti pensare ad altre capitali, a quelle che devono essere riconoscenti ai secoli XIX e XX: Parigi è l’Ottocento, Madrid e Berlino il Novecento. Loro sì dovrebbero suonare le campane per i rispettivi «20 settembre». I massoni d’oltralpe fecero almeno le cose per bene. Togliendo a Parigi o a Berlino la parte moderna, che cosa resterebbe? Nulla: in termini di spazio e di anima. Qui da noi: tutto, almeno nel perimetro delle Mura aureliane; basterebbe cancellare quelle escrescenze che violentano le delicate misure e turbano la visione dall’attico del Vittoriano: il Palazzaccio, la Banca d’Italia, lo stesso monumentone abbacinante da cui si guarda. (Non è una proposta di restaurazione, di demolizioni, non fraintendete, appena un esercizio mentale quando si gode il paesaggio romano, grati al governo pontificio e ai successori di Cesare).

venerdì 24 settembre 2010

Al termine della notte

BONNEFOY, L’ITALIA E IL SURREALISMO

A pagina 53 della «Repubblica» del 24 settembre c’è un’intervista di Franco Marcoaldi al poeta Ives Bonnefoy, esegeta di Piero della Francesca, che ricorda la sua ormai remota militanza surrealista mettendo in guardia sulla creatura di Breton: «Vede, bisogna prendere sul serio il surrealismo». Lo stesso avvertimento veniva dall’esorcista dell’antiarte contemporanea, Hans Sedlmayr, che insistette sempre sull’aspetto demoniaco, sul carattere sinistro, di quell’impresa. La setta che estetizzava la violenza («L’azione surrealista più semplice consiste nel riversarsi nelle strade, con le pistole in pugno, e sparare a caso in mezzo alla folla, il più possibile») non era certo un club salottiero. Chi ebbe la ventura di aderirvi la ricorderà per tutta la vita come una specie di malattia. Roger Caillois vi entrò giovanissimo, proveniente dal «Gran Jeu», un gruppo di soli tre membri, e poco dopo, nel fuoco della battaglia antinazista, ne guarì, lasciando una lucida testimonianza di quella esperienza in Babel e nel Dictionnaire esthétique (tradotto in italiano da Bompiani). Francis Ponge fu surrealista eterodosso e se ne liberò ricorrendo al classicismo francese del XVII secolo. Pierre Klossowsky si salvò immergendosi nello studio della scolastica ed entrò addirittura in un seminario domenicano. Jean Clair, che non fu un testimone diretto, scriverà sull’argomento un feroce pamphlet, Processo al surrealismo. Del surrealismo considerato nei suoi rapporti con il totalitarismo e i tavolini medianici. Bonnefoy ripete come gli altri risanati il racconto sulla cerchia magica dominata dall’incubo, dalle tenebre, dall’apologia del comportamento folle. Lui, confessa, riuscì a debellare il disturbo grazie all’Italia. «L’incontro con l’Italia è arrivato subito dopo la conclusione di questa esperienza. Il surrealismo ricorreva spesso a proposizioni confuse, informi, notturne dell’interiorità, mentre la grande arte italiana, al contrario, mi mostrava il valore, l’apporto significativo della luce sulle forme».

E con parole di riconoscenza che gli attuali iconoclasti non capiranno: «L’Italia è la terra delle immagini per eccellenza perché ha edificato un teatro in cui il pensiero e il sogno, la nostalgia dell’infinito e la percezione della finitezza, si confrontano in modo esplicito». Come non pensare a Giorgio de Chirico?

giovedì 23 settembre 2010

Il santo

COME SI COMPIE IL MIRACOLO SUPREMO NEL NOSTRO TEMPO

Al contrario del Concilio di Trento che ne motivò una eccelsa schiera, il Vaticano II non ha prodotto santi. Quello per antonomasia, il santo della nostra epoca, fu rigidamente pre-conciliare e anche dopo la riforma liturgica continuò a dire la sua lunga messa in latino. Oggi, 23 settembre, la Chiesa universale celebra padre Pio - come confidenzialmente continuano a chiamarlo nonostante la gloria degli altari - che ha fatto il miracolo di mostrare il sangue nel tempo delle astrattezze e degli igienismi, di parlare ai disperati di questo mondo senza il birignao intellettuale dei concilianti, di confortare i malati a cui la scienza medica non dà speranze, di assistere gli agonizzanti lasciati soli con la flebo nelle corsie d’ospedale, insomma il miracolo supremo di poter credere ancora ai miracoli, di sconfiggere con le immagini dei portenti lo scetticismo imperante. Per la sua battaglia contro il dominio della morte seppe anche scherzare, come ogni mistico che si rispetti, soprattutto quando proviene dalla terre beneventane. Chi ebbe la fortuna di incontrarlo può testimoniare che anche quando faceva i miracoli non assumeva pose da santone, piuttosto lasciava scivolare dei doni, delle sorprese, con la semplicità di un frate del Sud che opera un prodigio in allegria francescana.

lunedì 20 settembre 2010

Roma rubata

~ IL GIORNO CHE SEGNA LA FINE DELL’ARTE UNIVERSALE ~

Facciamo nostra la parola d’ordine di Mallarmé, citata ieri da Quirino Principe nella sua smagliante rubrica che ravviva il supplemento domenicale color salmone: «Donner un sens plus pur aux mots de la tribu». Oggi, aprendo Google (nazionale), si scopre che il massimo organo di collegamento tribale celebra i 140 anni di «Roma capitale». Oddio – potrebbe sospettare l’ingenuo navigante – si tratta di un’oscura provincia che qualche battaglia nazionalista ha fatto ascendere a questo ruolo? Si dà invece il caso che Roma fu ininterrottamente capitale per oltre duemila anni, che anzi la parola capitale deriva dal latino 'caput', termine che fu riservato a Roma con la definizione caput mundi. Nel 1870 la capitale del mondo – prima dell’Impero poi della Chiesa – divenne la capitale di un regno subalpino: che cosa ci sarà mai da tripudiare? Dei piccoli ladri, nient’affatto ladroni, borghesucci semmai, avevano rubato Roma alla sua tradizione gloriosissima, imprigionandola nel Kitsch piemontese (il Gabriele d’Annunzio del Piacere se ne era accorto e lo diceva a chiare lettere). Tant’è che Google per vestirsi a festa ricorre al disegno michelangiolesco del pavimento capitolino, a un artista del papa come pochi altri, ovvero come se gli indiani per ricordare l’indipendenza dalla Gran Bretagna si addobbassero con i colori scozzesi o per il 14 luglio francese si agitassero le bianche bandiere borboniche. La verità è che negli ultimi centoquaranta anni la capitale 'laica' non ha lasciato nessun segno artistico riconoscibile dai più. Sì, i turisti giapponesi quando si trovano davanti all’Altare della patria scattano nervosamente e con ammirazione ma poi, già sulla strada del ritorno, quel monumento si confonde con i tanti altri accumuli di marmo senza costrutto che le città europee innalzarono sul finire dell’Ottocento. La Roma antica e quella dei papi è l’unica che resti impressa. Con buona pace del cardinale segretario di Stato che benedice la breccia (ma la Chiesa ancorata al governo dell’Urbe non si perdeva nei candori attuali di certi monsignori pii quanto impolitici) e con buona pace del sindaco di fascia tradizione che sulle rovine della bellezza canoviana organizza giornate strapiene di carri di Tespi e di altre dopolavoristiche imprese.