venerdì 25 febbraio 2011

L'eresia puritana

~ GLI ACCUSATORI DEL CORPO E DELL’ARTE
IN UN DIZIONARIO DI MORALE CATTOLICA ~

Parlano ossessivamente di corruzione i puritani d’ogni epoca, intendendo con questa parola i guasti del procedere spregiudicato, i vizi di debolezza davanti al denaro, al bello, allo sfarzo, mai riferendosi alla corruzione temporale, ai corpi che in pochi anni si deformano, allo spirito che si affievolisce, alle vite che si spengono. Nel bene e nel male, accettando anche questa corruzione come un aspetto umano, una caratteristica di Adamo ed Eva e della loro discendenza appena fuori dal giardino paradisiaco, il cattolicesimo prova a riscattare deformazioni e appesantimenti, arriva a santificare la carne, a crederla oltre la morte, nonostante la morte e i suoi terribili sigilli. Ecco allora la vera, santa, battaglia contro la corruzione, l’unica vera corruzione che ci manomette per anni e poi ci uccide. E l’unica che colpisce tutti, senza gruppi di privilegiati che se ne possano tirare fuori: i cristiani conoscono soltanto la speranza di salvarsi, non l’orgoglio di essere migliori.

Lo sviare dalle finalità della vita cristiana, lo scambiare pagliuzze con travi già nella dottrina, può far classificare il puritanesimo tra le eresie, forse quella più avversa alla religione romana. Spiega un teologo contemporaneo, un domenicano francese, in un Dizionario di morale cattolica: «Non bisogna esitare a denunciare il puritanesimo come una deformazione, una vera e propria eresia della morale cristiana. Come per ogni eresia, le intenzioni all’inizio sono eccellenti. Nel corso dei secoli XVI e XVII un movimento inglese, pio e fervente, si propose di far rivivere la purezza della Bibbia. Non essendo però fondato su di un autentico umanesimo, questo dare ascolto alla “sola Scriptura” ha portato molti eccessi. Si comincia col criticare duramente il lusso e diverse forme di frivolezze, poi si diffida dei divertimenti (il teatro, in particolare), infine si accusano l’arte, il piacere il corpo. La convinzione di essere predestinati e di far parte di una sorta di élite cristiana rinforza il rigorismo morale: in mezzo a un mondo che corre verso la perdizione, i puritani si sentono protetti dalla loro stessa integrità. […] La parola “puritanesimo”, che inizialmente indicava una frangia estrema del calvinismo inglese e presbiteriana, è divenuta di uso comune. Vi si avverte come una nostalgia di purezza. Il puritano infatti sogna una purezza radicale, assoluta, ideale: egli esagera le conseguenze del peccato originale, dubita della bontà originaria della natura umana e diffida delle sue aspirazioni, dei suoi bisogni, dei suoi piaceri. Pensa che l’arte sia una cosa vana, spesso corruttrice; rifiuta la morale del giusto mezzo, inasprisce il rigore della legge e finisce per rendere oltremodo duro, per non dire insopportabile il giogo offerto da Cristo. Scrive Gide [che era di cultura protestante, ndr]: “Un certo puritanesimo che mi hanno insegnato come fosse la morale di Cristo” ha allontanato intere generazioni di cristiani dalla pratica sacramentale, o li ha radicati nell’ipocrisia per tutto il secolo scorso e per parte del nostro. Si può dunque definire il puritanesimo come la forma morale dell’integralismo e fondamentalismo dottrinale. […]» (Jean-Louis Bruguès, Dizionario di morale cattolica, Edizioni Studio Domenicano, 1994, pp. 306-307)

Dice il buon teologo che questi eretici «accusano l’arte, il piacere, il corpo», tutti strumenti di corruzione ai loro occhi. L’arte della cosiddetta Controriforma, infatti, si faceva seduttiva: dal momento che l’Europa pullulava di divisioni, di errori, di travisamenti della verità, quando dunque la Cristianità aveva smesso di essere un’ecclesia a dimensione continentale, dalla Islanda a Pantelleria, e la dottrina romana si scontrava con nuove visioni del mondo, il messaggio evangelico non poteva non presentarsi che come una seduzione. Il pittore Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, il pittore gesuita Andrea Dal Pozzo rapivano i sensi dello spettatore e lo trascinavano in alto, nei piaceri celesti, alla corte voluttuosa dei santi, nei trionfi sublimi della eternità. Soffitti adescatori, avrebbero esclamato con spregio i moralisti nemici dei cinque sensi.

mercoledì 23 febbraio 2011

Schiavi e sibariti

~ L’ODIUM THEOLOGICUM SERPEGGIA
ANCHE TRA GLI AMANTI DEL BELPAESE ~
~ RUSKIN vs L’ARCHITETTURA CATTOLICA ~

Parlando dell’architettura del Rinascimento, John Ruskin scriveva nella sua opera più celebre, The Stones of Venice: «è la natura morale di essa che è corrotta». Un giudizio netto: pure gli edifici del Palladio, le goethiane «case con alte colonne», sono sotto il segno della corruzione per questo sensibilissimo vittoriano che amava l’Italia – sul mito del Belpaese tra i vittoriani si è appena inaugurata una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma – ma che aveva ereditato dalla madre una rigida cultura puritana. Il peccato originale che scopriva nella penisola era come al solito il cattolicesimo, o meglio, secondo la vulgata di romantici e post-romantici, il cristianesimo paganeggiante. «Pagana di origine, presuntuosa e irriverente nella sua prima riesumazione delle forme antiche, paralizzata nel suo invecchiare, è un’architettura inventata, a quanto sembra, per fare dei plagiarii dei suoi architetti, degli schiavi dei suoi artigiani, e dei sibariti dei suoi abitatori; un’architettura in cui […] si fa concessione ad ogni lusso, e in ogni insolenza si fortifica. La prima cosa che si debba fare è bandirla e scuoterne per sempre la polvere dai nostri piedi». Una vera e propria crociata, una «guerra degli stili», come fu detta. Fare precipitare le costruzioni di Palladio e dei palladiani perché neo-pagani usi a mettere in bella forma il lusso e l’insolenza dei loro committenti sibariti: piuttosto che un equivoco, l’incomprensione di una cultura singolarissima, sembra un delirio. Quell’arte che adesso ci appare come la più sovraumana, all’alba del Novecento aveva ancora bisogno di un avvocato difensore nel processo secolare intentatole dal partito dei moralisti.

E lo trovò, in terra britannica, nella persona di Geoffrey Scott, giovane allievo inglese di Berenson, che nel 1914 pubblicò una perorazione a favore di Palladio in un librino intitolato Architecture of Humanism nel quale commentava così le parole di Ruskin: «L’odium theologicum è venuto a stimolare le controversie tecniche dell’arte. […] I poeti e i professori della costruzione hanno dichiarata questa architettura sterile per l’immaginazione, assurda per l’intelletto: ora la si scopre ripugnante alla coscienza e pericolosa per l’anima» (esiste una traduzione dell’Architettura dell’umanesimo a opera di Elena Croce, edita da Dedalo di Bari, da cui prendiamo questa e le altre citazioni).

Nell’avversione per chiese e palazzi rinascimentali non si tratta quindi soltanto di una faccenda di gusto, nella fattispecie del gusto romantico, «v’è anche la tendenza a giudicarla dal punto di vista etico». Nell’isola britannica prende corpo un possente movimento d’opinione che in nome della morale puritana attacca l’architettura e l’arte del Rinascimento italiano, il suo significato cattolico. «Il vecchio puritanesimo del secolo XVII – scrive Scott –, fatto un calcolo complessivo dell’influenza dell’arte sulla vita, l’aveva condannata ed esclusa dalla sua repubblica con altrettanta fermezza e meno cortesia di quella usata da Platone contro i poeti. Il puritanesimo del secolo XIX tentò invece, frenando l’arte e innalzandone la dignità, di governare le sue manifestazioni, di guidare i passi errabondi dell’impulso creativo, e anche di interpretare la sua storia». Ne venne fuori un culto della cristianità precedente la Riforma e il rifiuto più netto dell’arte e della civiltà contro cui era insorto Lutero: la Roma dell’umanista Leone X, le mirabilia del Rinascimento, la provvidenziale compresenza di tanti geni in una stagione. Raffaello, idealizzato e trasfigurato da Winckelmann e poi dai romantici, diventa lo spartiacque. Dopo di lui il déluge, ovvero la Controriforma. Scott è stupito dal fatto che, agli occhi dei neo-puritani, «l’architettura romana rappresenti la Chiesa di Roma», ma è davvero tanto ingenua una tale sovrapposizione?

«Empi», «perversi», «insinceri»: si tratta degli artisti manieristi come dei loro committenti, ecclesiastici e principi romani. Per l’«arte gesuitica» poi lo sdegno è speciale. Inoltre, un motivo di ‘classe’ intensifica l’odio: l’architettura del Rinascimento ha radici nell’aristocrazia, naturale quindi che dopo l’Ottantanove anche l’arte debba subire un processo di democratizzazione. Come poteva, dice Scott, sopportarsi un’architettura che «aveva esaltato principi e servito papi, sosteneva la subordinazione del particolare al disegno, dell’artigiano all’architetto, della coscienza all’autorità, del capriccio alla civiltà, della volontà individuale al controllo organizzato, tutte cose che riuscivano odiose alla filosofia della rivoluzione», ed ecco che i borghesi protestanti reagiscono con il fiele etico, con gli eterni sospetti nei confronti della bellezza, con la paura del denaro ostentato senza troppe ipocrisie. L’esperimento neo-gotico, il collettivo che anticipa la forma settaria delle avanguardie, si presta meglio alle utopie del capitalismo. Generalizzando la presunta comprensione dell’arte medioevale da parte del contadino – secondo una facile raffigurazione in voga nel tempo – si voleva adesso che tutta l’arte fosse alla portata dei contadini e degli operai dei nuovi complessi industriali, si pretendeva di offrire al popolo «i privilegi della cultura senza richiedere la pazienza che la cultura richiede».

Come avrebbero reagito i diretti interessati, i Michelangelo e i Palladio, buoni cristiani, di fronte agli attacchi etici dei puritani moderni? Sicuri della dottrina cattolica, non avrebbero dato peso a tali accuse, ritenendole probabilmente nient’altro che ossessioni ereticali. E magari se fosse loro capitata l’occasione di osservare le opere di questa congrega neo-gotica, per esempio certi quadri di Ruskin esposti nella mostra di questi giorni alla Gnam, avrebbero sorriso della sua capacità di trasformare le splendenti creature di Botticelli in figure afflitte. La pia confraternita, sapiente nell’arte degli ornamenti, non riusciva a rendere credibili i personaggi che dipingeva: c’era, al contrario dei volti eloquenti ritratti dai cinquecenteschi, un qualcosa di disumano, di meccanico, di immobile; truccati per avere un’espressione, risultavano sempre incerti nel sesso, talvolta grevi.

I mazziniani faranno da sponda alle accuse di corruzione lanciate da Ruskin e dai suoi sodali verso la civiltà italiana. Disposti anche essi a rinunciare alla grande architettura, alla grande arte, scaturite dalla civiltà papista, che cosa restava di notevole nella penisola? Forse quel poco che la rendeva simile agli altri paesi europei già modernizzati, per i quali gli apostoli del Risorgimento si struggevano. Un bell’affare: come aveva notato Dostoevski nel suo Diario di uno scrittore, erano riusciti a svendere un giardino paradisiaco, patria di tutti gli europei, per un piccolo Stato, calco di quello francese.
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[Si veda su questo «Almanacco», anche come preambolo alla mostra della Gnam, «Nazareni e Preraffaelliti»
Come antidoto invece ai puritani inglesi è sempre utile Chesterton (su «Almanacco», «Venere e Maria secondo Chesterton», http://almanaccoromano.blogspot.com/search/label/Venere%20e%20Maria%20secondo%20G.%20K.%20Chesterton]

lunedì 21 febbraio 2011

La penisola dei festini

~ PAESAGGI ITALIANI NELL’OTTICA
DEI MORALISTI PROTESTANTI ~

La delectatio morosa accompagna i giornali e tutti gli altri media di Europa mentre sguazzano sulle vicende pruriginose che i magistrati italiani mettono in mostra e in piazza. E la stampa nostrana, in particolare quella che agita con particolare foga le bandierine tricolori, approfitta della curiosità che l’Italia sempre suscita all’estero quando si parla di peccato, per enfatizzare questo interesse e invocare, onde «non farci ridere dietro», la fine della nostra ‘eccezione’. È in corso infatti una furiosa battaglia per cancellare definitivamente l’antico aspetto del Belpaese, per appiattirlo alla neutralità dell’Europa delle banche, per estirpare l’italica memoria con la vergogna. Nel paese cattolico per eccellenza, nella patria quindi dei confessionali, si vuol ridurre tutto a sanzione legale, dimenticando la sapiente arte della comprensione e del perdono, il sorriso umanista dei migliori direttori di coscienza di fronte alle anime agitate dagli scrupoli. «Non siamo angeli, abbiamo un corpo»: così Teresa d’Avila ammoniva le sue consorelle; i puritani si illudono invece che si possa sorvolare sull’aspetto fisico, sulla pesantezza dell’essere, senza neppure l’ausilio dei sacramenti.

Questo «Almanacco» persevera perciò nel ricordare come la questione risalga a molti secoli addietro, alla battaglia culturale dei protestanti contro i «corrotti papisti». Le guerre di religione son finite da un pezzo ma i pregiudizi dietro ai quali i Lanzichenecchi saccheggiavano Roma sopravvivono. In un libro di Federico Zeri intitolato significativamente La percezione visiva dell’Italia e degli italiani (Einaudi, 1989) – dove peraltro partendo dall’Ytalia affrescata da Cimabue, si capisce e si vede nelle numerosissime immagini che accompagnano il testo come una nazione e un popolo esistessero ben prima dei miseri centocinquant’anni celebrati in pompa magna – leggiamo della maniera con cui i sospettosi moralisti rappresentavano la penisola:

«Questi del Cinquecento avanzato sono del resto i tempi in cui l’immagine degli italiani sortisce in pittura, e specie oltralpe, quei tratti di licenziosità, condotta ambigua, tradimento, secondo cui essi sono stati a lungo e sono ancora noti un po’ ovunque. Il periodo del dramma elisabettiano, dei suoi loschi, sanguinosi imbrogli, così spesso localizzati a Venezia o Verona, a Roma o a Napoli, coincide con la diffusione in Europa della commedia dell’arte: anche questa contribuisce a rifinire la tipologia eterodossa dell’Italia e dei suoi abitanti. E ancora, viaggiatori e pittori venuti dal Nord, affascinati da certi aspetti, singolari ai loro occhi, della vita italiana, cominciano a estrarre dalla trama complessa del reale certi dati, sui quali prende a cristallizzarsi un cliché irreale e persino assurdo, ma non per ciò privo di una lunghissima vitalità. Fu specialmente Venezia a venir sottoposta a questo processo di mitizzazione, quale scenario di perenne godimento sensuale, di balli e di festini, di evasioni dalla norma di condotta; e in ciò, l’Europa del Nord trovava una conferma all’immagine a tinte forti che dell’Italia, rimasta cattolica e poi controriformata, era stata già da decenni fornita dal protestantesimo» (pp. 25-26).

Si sta parlando di città delle meraviglie, nel massimo splendore del Rinascimento, ma i polemici puritani le dipingono con i colori dell’Inferno. Peggio sarà quando l’Europa protestante e capitalistica si allontanerà da Roma per la propria strada. Allora sarà la volta dei grandi scenari da incubo che «ben figurerebbero in un’edizione illustrata di un qualche Gothic Romance inglese…», dice ancora Zeri, l’Italia «quale teatro di orrori agghiaccianti» nella rappresentazione pittorica e letteraria. Il ‘Paese dei festini’ diverrà il centro della Romantik che ripropone il ‘viaggio in Italia’ sub specie peccaminosa. Ogni tanto bisogna andare a rileggersi quelle pagine che impalpabilmente incidono ancora sull’opinione pubblica europea del XX ed evidentemente del XXI secolo.

sabato 19 febbraio 2011

La tirannia del puritanesimo

~ L’ITALICA INCOMPATIBILITÀ CON LE SÈTTE MORALISTICHE ~

Se un guitto sale sul palco per recitare la parte di un maestro, i giornali lo acclamano come un autentico docente e convincono il pubblico che la cultura dei comici sia l’unica ormai all’orizzonte. Anche se la lectio ad usum plebis ricorda pateticamente l’addestramento dei balilla nel ventennio fascista, con ossessivo odio dello «straniero» e miserabile esaltazione della patria che fa diventare vanto «italiano» gli imperatori romani. Con baldanza squadristica si riduce il «mistero italiano» disegnato dalla Provvidenza a un episodio nazionalistico dell’Ottocento, a una vicenda balcanica. E il medesimo lessico sciatto e ripetitivo che serviva a ingannare le platee su Dante viene trasposto per elogiare il paroliere di un inno assai infelice; nel frattempo il contadino che stroppia i versi danteschi ha preso un contegno da arrogante professorino. Perfino un gioco innocente come il vecchio festival delle canzonette, che anche Giorgio de Chirico raccontava nelle sue Memorie di seguire divertito, diventa la passerella dei tristi figuri del moralismo, ossia di quanto c’è di più alieno nella italica identità. La Commedia dell’Arte dimentica le sue maschere e introduce pallidi e sdegnati puritani. Ma uno dei migliori elogi che il falso maestro avrebbe potuto rivolgere al suo paese è proprio la nostra incompatibilità con il puritanesimo. Va detta e ripetuta questa caratteristica, mentre una feroce campagna cultural-politica cerca di cancellare millenni di storia e, per partigianeria irriducibile, assimilarci forzatamente ad altri popoli, ad altri mondi.

Savonarola, che semmai anticipò di molto i fenomeni quaresimali del Cinquecento protestante, dovette lottare anima e corpo per farsi accettare con la sua pronuncia emiliana dall’orecchio elegante dei fiorentini, imperando da quelle parti un antico senso estetico che non faceva sconti ai predicatori biblici. Quindi anche per innato spirito fazioso delle nostre genti conquistò popolo, filosofi ed artisti, portandoli a quel falò delle vanità dove bruciarono i tesori dell’Umanesimo. Fin da allora infatti l’estremismo moraleggiante, l’eresia profetizzante, si poneva contro i più straordinari frutti della italica civiltà, quella aurea stagione che poi prese il nome di Rinascimento, la migliore arte della storia che ben convisse con il cristianesimo romano.

Il puritanesimo vero, invece, scaturito dal calvinismo in terra britannica, nacque in spregio a Roma, proprio per gli scrupoli sugli «usi romani» rimasti nel nuovo sistema liturgico anglicano. Purificare la Chiesa e la società da ogni macchia ‘papista’, dall’«orribile meretrice» romana, fu l’intento del puritanesimo. Gli abiti liturgici in primis, «i cenci dell’anticristo romano», dovevano essere rifiutati. Partendo da questa avversione verso Roma, la «affettività antiromana» di cui si accorse Carl Schmitt, il puritanesimo avrebbe influito sul modo di pensare, sui costumi, sulla politica, sul teatro, sul comportamento, sul vestire. Abiti neri, teste rasate o comunque coi capelli mozzati: non bastava il sacerdozio universale, si tentava anche un monachesimo universale, e siccome tutti possono diventare santi ma non tutti gli umani sono portati a una vita ascetica, si dovette imporre, con la peggiore tirannia, le regole più severe, svuotare il mondo delle sue meraviglie, abolire lo sfarzo, la bellezza, il piacere. Giochi, danze, divertimenti furono esclusi dalla vita cristiana. Si arrivò a chiudere tutti i teatri. Una civiltà mortifera. Bibbia e lavoro, una vita borghese per accumulare denaro. Sempre con l’incubo di essere tra i reprobi, con il terrore del Giudizio Universale che tormentava l’infanzia di John Bunyan, sottoposti a un perenne processo, a una inquisizione metafisica senza tregua. Del resto alla Chiesa protestante, assembleare, era attribuita un’ampia giurisdizione sul comportamento morale dei privati, l’invidia e la rivalità devono avere eccitato terribilmente gli animi.

Si imponeva anche una uguaglianza radicale ma dividendo l’umanità in due rigidissime classi: da una parte i puritani, i migliori, gli eletti; dall’altra gli infedeli, i corrotti, i dannati. Fuori dal mondo puritano, fuori dal proprio mondo non c’era che perversione, e ai perversi andava riservato soltanto odio. I migliori padri di famiglia, i più amorevoli, si trasformarono nei peggiori aguzzini degli avversari. Un modello per i totalitarismi dell'avvenire.
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Il comportamenti della militanza moralistica si ripetono nei secoli: idolatria della legge (biblica) scritta, farisaica, della lettera; rigetto dell’interpretazione, della sapienza scaturita dai secoli, che solo i «corrotti papisti» potevano osare di mettere accanto alla Verità scritturale; improvvisazione mistica della gente del popolo, degli autoproclamatisi profeti che si ritrovano su un pulpito senza alcuna preparazione, alcuna cultura, laddove il sacerdote cattolico è formato anzitutto nel diritto canonico; un fragoroso agitare i princìpi per poi comportarsi con grande spregiudicatezza pur di far fuori l’avversario («Parigi val bene una messa» è d’altronde una conclusione protestante, e i puritani furiosamente anti-episcopali accettavano la carica vescovile da Elisabetta onde evitare che finisse in mani cattoliche); mancanza di sorriso.

Così nella battaglia puritana la musica d’organo e le immagini furono eliminate dalla liturgia; secoli dopo Friedrich Schiller, il protestante Schiller, fa dire a un suo personaggio nella Maria Stuarda queste battute troppo dimenticate dal mondo latino:«Avevo vent’anni, regina, ed ero stato educato nella rigida osservanza del dovere, ed avevo assorbito col latte della nutrice un odio senza limiti per il papato, quando un desiderio impetuoso mi attrasse verso il Continente. Lasciai le umili stanze dove predicano i puritani, abbandonai la patria, e percorsi a volo d’uccello la Francia. Desideravo ardentemente giungere in Italia, di cui avevo sentito tanto parlare. Era l’epoca del Grande Giubileo, le vie erano affollate di pellegrini, le immagini sacre erano cinte di fiori, e si aveva l’impressione che tutta l’umanità avesse iniziato un mistico pellegrinaggio in direzione del Cielo. Io stesso rimasi coinvolto nella folla dei fedeli che mi trascinò fino a Roma. Cosa non provai allora, regina, quando vidi innalzarsi davanti ai miei occhi nel loro fulgore le colonne e gli archi di trionfo, quando la sublime maestà del Colosseo abbagliò il mio sguardo, e il meraviglioso spirito dell’arte mi svelò i suoi incanti e i suoi prodigi! Non conoscevo il potere ammaliatore dell’arte. La Chiesa riformata che mi aveva educato detesta l’allettamento dei sensi e rifiuta le immagini, tributando onore alla nuda parola priva dell’involucro del corpo. Cosa non sentii in seguito, una volta penetrato dentro le chiese, quando dal cielo scese ad avvolgermi l’onda divina della musica, quando una schiera tumultuosa di immagini si staccò veemente e prodiga dai muri e dal soffitto e di fronte ai miei sensi sopraffatti dall’estasi io vidi fremere ed agitarsi ciò che di più sublime e nobile esiste sulla terra! Quando ammirai i simboli e le immagini del Divino, il saluto dell’angelo, la nascita di Nostro Signore, la Madre di Dio, la Trinità scesa in terra, la Trasfigurazione che ardeva del suo stesso fulgore, e il Papa nella sua magnificenza cantare la messa solenne e benedire le folle! Paragonato a questo, cos’è lo splendore dell’oro e delle pietre preziose di cui si addobbano i sovrani della terra? Solo lui è cinto dall’aureola divina. Il Cielo, regno della verità, è la sua dimora, perché quei simboli e quelle visioni non appartengono a questo mondo».

La dolce vita romana, che scatenava turbamenti nei pensieri dei puritani, non era soltanto peccato, si ebbe anzi una dolce vita nella Controriforma, una dolce vita cattolica, un cristianesimo equilibrato che sottolineava come il prodigio dell’incarnazione fosse avvenuto nel mondo terreno, nel mondo dei sensi. Il teatro musicale dell’oratorio, l’architettura barocca, la scultura e la pittura somme di quel periodo sono qui a testimoniarlo. Certo, anche nella penisola cattolica ci furono brevi ondate di braghettonismo, di personali tormenti, di tendenze ascetiche, ma basterebbe riflettere su quella Galleria farnesiana dei Carracci – aperta al pubblico in questi giorni –, sulla donna discinta scolpita ai piedi di Paolo III in San Pietro (e che stupì Montaigne nel suo viaggio in Italia), sui corpi trionfanti che riempiono i Palazzi Apostolici (non c’è museo al mondo con più nudi, dice il direttore dei Musei Vaticani) per capire che nella nostra tradizione si affermò un cristianesimo ben diverso dal fanatismo spettrale degli spiritualisti. Nel mondo cattolico, la Maddalena – che per un errore di interpretazione fu confusa con la prostituta di cui parla il Vangelo – diventava una santa a cui ricorrere per i peccati della carne, una santa che scultori e pittori rappresentavano nella sua fisicità seducente, appena velata da lunghi capelli, e che il clero poneva sugli altari. Nella città santa invasa dalle cortigiane, come si chiamavano a quel tempo, veniva dannato il peccato, non le peccatrici.

martedì 15 febbraio 2011

La contraffazione universale

~ RILEGGENDO WIND. ~ QUARTA E ULTIMA
PUNTATA: LA MECCANIZZAZIONE DELL’ARTE ~

Come neutralizzare gli «effetti conturbanti dell’arte»? Seguendo per tre puntate Edgar Wind nella sua raccolta di saggi Arte e anarchia (Adelphi) abbiamo visto anzitutto i pericoli che l’arte comportava quando era al centro della civiltà occidentale, quindi i più recenti fenomeni che l’hanno resa innocua: l’art pour l’art e il culto del frammento, il feticismo della forma e il feticismo del dettaglio, la cultura fatta a pezzi, il paesaggio di macerie, l’Apocalisse senza figure. In questo ultimo sguardo al garbato discorso dello studioso tedesco sfioreremo la «meccanizzazione dell’arte». Boccioni la invocava con l’entusiasmo dei futuristi per ogni dono della modernità e ne ordinava il culto agli adepti della sua setta: «L’uomo si evolva verso la macchina!». Le Corbusier, quando già se ne vedevano bene gli effetti, si eccitava in modo ridicolo: «L’uomo (quello che crea la macchina) agisce come un dio, ossia nella perfezione». Wind non si occupa delle nuove fedi, il suo libro non è un’invettiva contro la modernità, registra semplicemente come talvolta la macchina appiattisca l’arte. Scorge addirittura «un’inquietante affinità tra l’“arte pura” e le esigenze della meccanizzazione», dal momento che le ‘forme pure’ «sono più facili da meccanizzare».

Le macchine hanno semplificato talmente l’arte che gli artisti si son dovuti inventare degli ostacoli, infliggersi delle difficoltà penitenziali, autocostringersi in limiti artificiali per sostituire quelli tradizionali annullati dalla tecnologia (ma pure, va detto, per la libertà assoluta, senza più il pungolo di geniali committenti). Naturalmente è storia antica, già Federico da Montefeltro, per esempio, non riusciva a leggere un libro a stampa, gli sembrava una dissacrazione, mentre i primi libri stampati cercavano disperatamente di assomigliare ai manoscritti e talvolta vi si aggiungeva una colorazione a mano per rendere le iniziali più vicine alle miniature: di fronte a questi nuovi prodotti che si offrivano come surrogati, il duca di Urbino subdorava un intento truffaldino. Nell’ultimo secolo comunque gli interventi delle macchine si moltiplicarono all’infinito, la tecnologia offrì tutti i servizi agli artisti e rese l’arte una faccenda banale. La prima a gettare nel caos le tecniche della rappresentazione fu la fotografia: sconvolse la pittura eppure per tutto l’Ottocento si presentò come una pittura meccanica, una pittura degradata. Fu poi la volta del cinema, teatro degradato, successivamente della televisione, cinema degradato, e così via nel circolo vizioso della generale degradazione, mentre proliferava l’imitazione dell’antico, lo pseudo-antico, la contraffazione universale. Alcuni cineasti del secolo scorso dipingevano a mano la pellicola, la coloravano in maniera antinaturalistica, per negarne la meccanicità, gli ingegneri degli apparecchi stereo pretendevano riprodurre con l’‘alta fedeltà’ la sala da concerto e John Cage combatteva la macchina introducendo il caso nello sviluppo dei suoni… È la storia della cultura dei Cinquanta e Sessanta, prima cioè di finire nella accettazione del bluff come unico orizzonte del Contemporaneo. In quegli anni ancora si restava turbati dall’ingresso delle macchine sulla scena culturale e si provava a misurarsi con esse. Wind, che scrive in quell’epoca, sottopone le sue riserve in proposito.

Parlando della musica riprodotta, nota che l’incisione su disco sviluppa «uno stile suo proprio». E spiega: «certe rilevanti idiosincrasie del fraseggio, per esempio, che possono sbalordire e fare impressione nella sala da concerto, irritano invece se si ascoltano spesso. Di conseguenza, la registrazione tende a eliminarle, mirando a ottenere una rifinitura tecnica tale da permettere l’ascolto continuo e ripetuto». Soltanto una sottolineatura dei mutamenti nascosti, della percezione addomesticata e quindi della edulcorazione dell’arte. La uniformità meccanica addestra l’orecchio come l’occhio. Il compositore ha cominciato a puntare «a uno stile di esecuzione musicale adatto al montage e alla esecuzione stereofonica; così come il linguaggio meccanizzato del cinematografo ha avuto un’influenza decisiva su certi stili di letteratura teatrale e di recitazione, subordinando la gamma dell’espressione umana alle possibilità dello schermo». Discorsi di altri tempi, cui non siamo più abituati, nonostante il sistema si sia ben rafforzato e faccia incrociare generi e discipline a maggiore gloria del mercato (romanzi scritti con un occhio già al soggetto cinematografico, film ideati per essere suddivisi nelle serate televisive: sono trovate assai note), ma non ci si scandalizza più, proprio perché, direbbe Wind, la cultura non provoca ormai alcun scandalo.

Wind getta uno sguardo anche alle arti minori, gli rubiamo una bella osservazione: «I coltelli, le forchette e i cucchiai aerodinamici non possono non disturbare l’atto del mangiare, dal momento che ce ne rendono inutilmente consapevoli». Ce ne accorgiamo ancora o proviamo un confuso fastidio senza capire il perché?

Ma è nella pittura (in quel tempo si chiamava ancora così) che appare più evidente il marchio della riproducibilità: «che il nostro modo di vedere l’arte abbia subito un mutamento provocato dalla riproduzione, è ovvio. I nostri occhi sono oggi molto più pronti a cogliere qugli aspetti della pittura e della scultura che con maggiore efficacia la macchina fotografica riesce a mettere in evidenza». Jean Clair aggiungerà, decenni dopo, che la riproduzione fotografica esclude proprio quanto c’è di ‘artistico’ in un quadro, mentre ogni gesto idiota della body art, una volta riprodotto nella foto, viene enfatizzato, diventa icona, come nella reclamistica della pop art. Questa era la vera «perdita dell’aura» che inorgogliva le avanguardie. Mai mettendo in luce, però, che si stava sviluppando – come scrive Wind – «un’immaginazione pittorica e scultorica decisamente tesa verso la fotografia», una sua appendice fumosa, con il risultato di raggiungere una «indiretta compiutezza» solo attraverso la riproduzione meccanica. L’odierno Google Art Project, per cui i direttori dei massimi musei parlano innocentemente di possibilità di «vedere» online i quadri che essi conservano, come se si trattasse davvero di una «visione» davanti allo schermo che informa coi pixel, è il coronamento di un tale svuotamento culturale. L’arte non ha più una casa, un tempio, si diffonde nel profano e, dopo il passaggio nel museo cartaceo di Malraux, entra nel museo virtuale, diventa compiutamente profana (e del tutto inutile). Ciononostante, negli ultimi decenni, coloro che si fregiano del nome di artisti, hanno lavorato quasi esclusivamente per esporre i loro prodotti in un qualche museo, opere nate morte per essere subito seppellite.

Anche l’antico viene visto ormai attraverso il filtro delle nostre macchine. Ecco l’ingegner Viollet-le-Duc che credeva di far risorgere con la tecnologia l’arte medioevale delle cattedrali dando invece vita al «gotico ottocentesco». Le metodologie attuali intorno al restauro, casuistiche e variabili a seconda delle stagioni filosofiche, non impediscono al nostro presente di imporre il suo segno sulla ripulitura dell’arte, falsificandola quindi un poco. «L’idea che un dipinto del Quattrocento, per fare un esempio, possa essere riportato con sicurezza scientifica al suo pristino stato, come se cinquecento anni di esistenza non avessero lasciato su di esso traccia alcuna, è naturalmente un assurdo, sia dal punto di vista chimico, sia dal punto di vista storico». Proprio come la traduzione ha impressa la sua data o su un disco si sente il fruscio dell’epoca, anche la ripulitura sarà caratterizzata dalla sua «ombra storica». E dal momento che, come si accorse Jünger negli anni Trenta, il paesaggio moderno è continuamente in restauro, appunto grazie alla tecnologia in perenne aggiornamento, la falsificazione del passato si intensifica.

«Bisogna scoraggiare le belle arti» andava dicendo Degas, preoccupato della brutta piega che le questioni culturali stavano prendendo. Adesso i missionari della cultura la propongono come rimedio ai mali del mondo, senza rendersi più neanche conto di come spesso essa sia lo specchio suggestivo di quel male.

(4. - fine)

sabato 12 febbraio 2011

I mariti di Donna Prassede

~ SUL MARTIRIO PICCOLO BORGHESE DELLA CULTURA ~

«Chiunque non faccia apprendere un lavoro manuale a suo figlio,
si comporta come se ne volesse fare un brigante»
........................................................................................................E. R. JEHUDAH

Spesso è capitato di ascoltare delle persone che rivendicano stipendi più alti per un diploma di laurea strappato in gioventù, come fosse una sofferenza patita da compensare coi soldi. Se si obietta loro: «ma in fondo fu un privilegio e un piacere», restano perplessi. In ogni caso incorniciano la pseudo pergamena quasi si trattasse di una medaglia al valore, ne menano vanto, se autori di un qualche libretto menzionano la laurea nel risvolto di copertina, apprezzano addirittura il titolo di dottore nonostante sia ormai concesso a porci e cani. Si presentano come martiri della cultura, schiacciati dal suo peso, vocati a quel sacrificio. Mai che appaiano contenti, che si sappiano divertire con libri, arte, musica, che riescano a parlarne con giubilo.
.
Il medesimo vittimismo per un simile sacerdozio culturale ci è parso notare nella recente adunata dei neopuritani: abbiamo la casa piena di libri, gridavano i passionisti della carta stampata, restiamo fino a notte fonda a leggere. Gusto piccolo borghese: espongono le loro librerie imbarcate, lo shopping domenicale alle Feltrinelli, i titoli tediosi inflitti ai loro pargoli saccenti, facendone anzitutto una questione di quantità, dimenticando che Spinoza ebbe nella sua stanza poco più di centocinquanta volumi, confondendo spesso la noia col sapere, sempre quindi ostentando la cultura come un elemento di distinzione, mai compatendo chi, dedito ai soldi – secondo la ripartizione della Repubblica platonica –, non può godere delle belle lettere perché deve far girare i quattrini e l’economia che sostenta tutti. Insomma, parlano spudoratamente in pubblico di quel che dovrebbe essere una sopraffina beatitudine, notturna e diurna, un esercizio segreto («libri e puttane si portano a letto!», ammoniva Benjamin), e soprattutto non un merito da appuntarsi in petto nei pubblici comizi. Che cosa c’è di più sguaiato di questo uso delle cose dello spirito e della morale? Gioca coi fanti ma lascia stare i santi: giocatori scurrilissimi nella italica tradizione son stati vantoni per conquiste femminili e ricchezze, talvolta per cernie giganti pescate e cervi cacciati, rodomontate di pasti pantagruelici, di bevute infinite, ma millantare letture è proprio da miserabili. «Per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo», Don Ferrante, il marito di donna Prassede, la dama delle buone intenzioni dagli esiti disastrosi, mise su «una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta», collocata in scaffali e palchetti della sua biblioteca descritta attentamente dal Manzoni al fine di narrare la mediocrità di certi eruditi: ecco una celebre eccezione. Ce ne è un’altra invero: i liceali frustrati, gli adolescenti che si consolavano con i versi poetici perché la bella di turno era ammaliata dal più ignorante. I seguaci della sinistra abbandonata dalla Fortuna sembrano ispirarsi a tali farsesche figure.

martedì 8 febbraio 2011

Le dame ipocrite

~ KRAUS SMASCHERA IL CRONISTA FICCANASO
CHE ALZA DAVANTI ALL’OPINIONE PUBBLICA
LE SOTTANE DELLA VITA ~

«Via la mano brutale, infame sbirro!
Te stesso frusta, non quella puttana!
Tu bruci dalla voglia di far con lei
Ciò per cui la punisci!»
SHAKESPEARE, Re Lear, IV,6

Indignato per la condotta giudiziaria e il trattamento giornalistico di un clamoroso processo viennese primo Novecento, e non riuscendo a dare espressione letteraria alla sua collera, Kraus cercava in Shakespeare la parola decisiva sulla «morale che ha reso possibile e gonfiato quel processo». Poi, nel giornale che pubblicava da solo, «Die Fackel», cominciò a sferrare colpi accorti ai giudici e ai giornalisti, smontò con eleganza la macchina truce dell’opinione pubblica.

«Stanno accadendo cose di fronte a cui il linguaggio dello sdegno ammutolisce», diceva in un incipit. Anche noi, un po’ turbati dall’ipocrisia epidemica, ricorriamo alle sue parole, già tanto utili quando a Roma inaugurarono in un solo giorno addirittura due musei del contemporaneo (v.«Almanacco romano», 2 giugno 2010, «Un’esperienza estetica alla toilette»). Le citazioni son tratte da Morale e criminalità (trad. di B. Cetti Marinoni, Bur, 1976).

«Chi è uso per mestiere a mettere in guardia dai pericoli che lo sviluppo di una stampa d’opinione venale procura alla generale civiltà e al bene delle nazioni; chi si batte per la sopravvivenza di tutte le forze conservatrici di fronte all’irruzione di un’orda priva di tradizioni; chi preferisce perfino lo stato di polizia – e non solo in senso estetico – all’affermarsi del dispotismo del giornalume; chi riconosce con franchezza d’aver abbracciato in tutti i campi del pubblico dibattito, se non altro per risentimento, il partito dei cattivi contro i peggiori, e anzi d’aver abbandonato qualche volta la buona causa per disgusto dei suoi paladini, può sperare che si giudichi insospettabile, e pura espressione di un convincimento, anche una confessione che a parecchi può giungere inattesa».

«Quando gli uomini hanno facoltà di emettere giudizi su altri uomini dovrebbero tener sempre presenti i limiti della loro conoscenza».

«Proprio gli spiriti conservatori, tacciati di ‘mentalità clericale’, anziché spingere la giustizia dello stato a sorvegliare le segrete vie della psiche non dovrebbero avere altra aspirazione se non di badare che accanto al potere terreno, che punisce, conservi un po’ di spazio anche il rappresentante di quello ultraterreno, che ammonisce».

«Partito dall’idea di infliggere una sanzione allo scandalo provocato dalla pubblica immoralità, il legislatore è incappato nel sofisma che l’immoralità provoca pubblico scandalo. E quando il pubblico scandalo s’è avuto sul serio come risultato del perseguimento penale dell’immoralità privata, il giudizio, tutto preso dalla ricerca dei dati di fatto, aveva ormai perso la capacità di distinguere tra causa ed effetto».

«Con la ‘morale’ il codice non c’entra, c’entra solo il pettegolezzo di provincia».

«Il legislatore in veste di cronista ficcanaso che alza davanti all’opinione pubblica le sottane della vita, la giustizia ridotta alla parte di un domestico indiscreto che origlia alle porte delle camere da letto e spia attraverso il buco della serratura!».

«Nel regno eterno degli impulsi sessuali, che sono più antichi del bisogno di ipocrisia, il legislatore si muoverà sempre con impaccio».

«Morale […] è la difesa delle mezzane dalla concorrenza sleale degli editori di giornali, che esercitano il mestiere tra rischi molto minori».

«"Al commissariato di polizia di Mariahif è stata inoltrata contro una giovane e bella attrice, al momento priva di scritture, una denuncia anonima secondo cui essa esercitava di nascosto la prostituzione. In seguito a ciò il commissariato ha svolto delle indagini, ha fatto sorvegliare l’attrice e ha convocato un gran numero di persone che l’avevano frequentata. Ma benché tutti questi testimoni scagionassero l’accusata, il commissario di polizia ha condannato ugualmente l’attrice a quarantott’ore di arresto per ‘oltraggio abituale al pudore’. I padroni di casa dell’attrice avevano dichiarato che non era accaduto assolutamente nulla di contrario alla morale: era vero che spesso parecchi signori s’erano trovati in visita da lei nello stesso momento, ma ciò era sempre avvenuto in loro presenza […]”. [Questo l’articolo di un giornale dell’epoca e questo il commento di Kraus:] Viene da chiedersi in che secolo viviamo quando si sente che una donna ha dovuto rassicurare le autorità dichiarando che i suoi visitatori non erano soli con lei nella stanza, che insieme a lei hanno solo conversato e non han fatto altro che potesse indisporre il signor commissario. Cosa ci stiano a fare al mondo i poliziotti, dunque, lo si capisce non soltanto quando restano ignoti i ladri e gli assassini; ma che ci stiano lo si può solo spiegare col fatto che di tanto in tanto succede sempre qualcosa di “atto ad offendere gravemente il senso del pudore”».

Si parla della Vienna di cent’anni fa.

venerdì 4 febbraio 2011

Il bello in frantumi

~ RILEGGENDO WIND SUI «PERICOLI DELLA CULTURA».
~ TERZA PUNTATA: IL CULTO DEL FRAMMENTO ~

Torniamo per la terza volta su un libro di Edgar Wind, Arte e anarchia (Adelphi), a leggere tra le righe una immagine della cultura più minacciosa di quanto normalmente si sia portati a credere. Non si tratta in questo caso delle vecchie lamentazioni sulla società ‘cattiva’ che viola la cultura benefica, neppure della mercificazione capitalistica di questa virtuosa attività spirituale, insomma dell’allarme spesso lanciato dagli intellettuali sulla cultura in pericolo, bensì – sulla scia di Platone – dei pericoli che la cultura porta con sé, non essendo affatto innocua e inerme. E se è vero che attualmente il «sacro timore» non l’avvolge più, ciò deriva dal fatto che arte, letteratura e musica svolgono ormai una funzione ornamentale, annacquata rispetto al mondo antico dove occupavano il posto centrale. Spodestata dalla scienza, la cultura umanistica sembra ricorrere al carattere ‘sacro’ soltanto per conservare due vecchi privilegi: la libertà di dire l’indicibile (ma non essendo più in gioco la verità, quel che non si può dire è essenzialmente l’osceno, etimologicamente il melmoso); i guadagni fuori da ogni ragionevolezza del mercato. In questa puntata vedremo altri modi con i quali son stati limati gli artigli della cultura tradizionale.

Antesignano del comico dei nostri giorni che fa la arguta parodia dello spacciatore d’arte televisivo, William Hogarth alle soglie del moderno aveva già messo in burletta le fumose chiacchiere di curators e critici che alimentano i voluminosi cataloghi. Su un quotidiano del tempo, l’artista satirico raccontava del modo di truffare il pubblico credulone: «Signore, vedo che lei non è un connoisseur, questo quadro, glielo posso assicurare, è un Alesso Baldminetto seconda maniera, cioè la migliore; arditamente dipinto, e assolutamente sublime…». Naturalmente il nome storpiato di un artista italiano gioca sull’assonanza con il vero, storicamente vero, Alesso Baldovinetti, si orecchia l’erudizione, mentre le maniere si susseguono per confondere il compratore (forse c’è sempre l’inganno nella maniera), anche prima degli imbonitori televisivi il personaggio di Hogarth dice le stesse battute dei nostri battitori elettronici e dei nostri paladini del Contemporaneo, ricorre ai medesimi ridicoli pretesti estetici. «Poi, dopo aver sputato in un angolo buio del quadro – prosegue la lunga citazione di Hogarth riportata da Wind – [il ciarlatano] lo strofina con un fazzoletto sporco, salta nell’angolo opposto della stanza e da lontano esclama estasiato: “E guardi un po’ questo particolare, se non è sorprendente! Un collezionista potrebbe tenerlo in casa per un anno, prima di incominciare a scoprire la metà delle bellezze che vi si nascondono!”». I papi erano mecenati esigenti, sapevano quel che volevano dai massimi artisti del Rinascimento, l’acquirente piccolo-borghese si nutre di sentito dire e si lascia intimidire facilmente dai paroloni. Il Pappagone della Transavanguardia ha fatto la sua fortuna con un linguaggio colorito quanto approssimativo, come l’indimenticabile ‘servitore’ del commendator Peppino De Filippo. Per evitare gli inganni, ecco allora una lungo serie di studiosi che mettono a segno dei metodi onde accertare l’arte autentica e distinguerla dai falsi, proprio mentre tutta l’arte rischia di diventare falsa. Giovanni Morelli, con mosse lombrosiane, trovò il bandolo della matassa nel dettaglio, altri ricorreranno alla tecnologia, l’occhio sapiente essendo ormai poco diffuso. Anzi, dal momento che l’arte diventa una merce nella quale investire, piuttosto che un oggetto di diletto, c’è bisogno di garanzie per rassicurare il compratore incolto. I dettagli preziosi che assicurano la autenticità e l’attribuzione stabiliscono pure «quanto vale». Ma, al di là dell’aspetto sociologico, che Wind non sfiora neppure, questo concentrarsi sul dettaglio da parte di Morelli diventa la «traccia dell’“originale perduto”». Ossia, il suo culto del frammento, «assurto a vera firma dell’artista, è una notissima eresia romantica». Wind ha trovato un’altra faccia di questo lungo addomesticamento della cultura: la sua frantumazione.

Il metodo morelliano conduceva a privilegiare il disegno sull’opera pittorica realizzata, dopo di lui sempre più si andrà alla ricerca della sinopia, dello schizzo iniziale, del bozzetto. In tal modo, ma non per ‘colpa’ di Morelli, «l’immediatezza, feticcio romantico, – scriveva Praz – di cui sono sottospecie l’impressionismo e la scrittura automatica, una volta assunta a supremo criterio di giudizio, ha fatto sì che non solo vengano condannate intere epoche artistiche come il neoclassicismo, ma che dei grandi artisti neoclassici, si salvino solo gli schizzi, gli abbozzi, gli spunti come quelli che conservano qualche scintilla di quel fuoco divino che poi la rielaborazione smorzerebbe».(Gusto neoclassico). Canova patì infatti le conseguenze di tale romanticismo, i suoi bozzetti furono preferiti alle statue. Il «culto romantico dello spasimo» isolava il particolare e portava le arti verso un permanente «stato di crisi». E siccome anche «la poesia è il linguaggio di uno stato di crisi» (Mallarmé) e le crisi sono brevi, «il poema lungo – sosteneva il critico britannico A. C. Bradley – è un’offesa all’arte». Stefan George nella sua traduzione della Commedia dantesca procedeva, all’opposto di Borchardt, spezzando l’opera in una serie di brevi poemetti, in modo, riteneva, di cogliere il poetico e lasciare da parte «l’immenso edificio del mondo-Stato-Chiesa» (impressionante assonanza con le crociane distinzioni tra intuizione lirica e l’impoetica struttura). La pittura romantica di genere storico, con le sue grandi tele equivalenti al poema lungo e soprattutto al melodramma, sembra una eccezione ma, come il melodramma, risulta comunque un’arte ormai scarsamente raffinata, più adatta al gusto popolare. ‘Non finito’ e abbozzo si impongono nell’arte degli ultimi due secoli anche per rileggere i maestri del passato. Inutilmente Vasari testimonia che Michelangelo raccomandò in punto di morte di bruciare schizzi e cartoni «per non apparire se non perfetto», la perfezione essendo ormai una virtù sconosciuta agli ultimi moderni. E il frammentario si accompagna al capriccio – il cubismo è un immenso capriccio, dice Wind – echi della trionfante Insensatezza.

Il reverendo William Gilpin, l’ideatore della formula del «pittoresco», riteneva che per ridare vitalità a un monumento d’architettura palladiana, occorreva servirsi della «mazza piuttosto che del cesello: dobbiamo buttare giù metà della costruzione, rovinare l’altra metà e infine sparpagliare e ammucchiare intorno le membra mutilate». Mutilare la figura umana e poi di seguito mutilare tutto il visibile sembra essere la parola d’ordine degli ultimi due secoli, l’iconoclastia attuale ne ha fatto un cliché. Perfino la fotografia, anzi soprattutto la fotografia, per cancellare il suo peccato originale di essere mimetica, deve frantumarsi, cancellare la sua rappresentazione, automutilarsi.

Quel gusto della spontaneità che distruggeva le superfici pittoriche per cercarvi dietro i pentimenti dell’artista, il primo abbozzo, l’istante dell’ispirazione, andava poi a fare a pezzi le statue affinché ne restassero evocativi frammenti, particolari che si prestavano pure alla allegoria di medioevale tradizione, e infine devastava il giardino all’italiana dove regnava il Logos per imporre quello all’inglese, natura ideata in modo selvaggio e ruderi artefatti. Wordsworth sintetizza: «una sete degradante di stimoli violenti». Gusto del frammento e gusto del barbarismo del resto vanno d’accordo. Non è un caso che la Kabbalah ebraica uscirà dai suoi millenari segreti per diventare breviario estetico della cultura contemporanea: una guida per muoversi in un mondo in frantumi.

«Vollard scherzosamente asseriva di aver visto Rodin che faceva a pezzi delle statue per ricavarne frammenti», racconta Wind, mentre Rilke, assistente spirituale dello scultore in gioventù, sognava una Eleonora Duse che recitasse senza braccia. Aveva cominciato C. D. Friedrich a cancellare il volto, i filosofi francesi alla moda finirono con il predicare nell’ultima parte del Novecento la soppressione totale dell’essere umano, come una figurina sulla sabbia. In mezzo, gli urli espressionisti, la riscoperta dei frammenti dell’incompiuto Woyzeck, i drammaturghi tedeschi che concepivano un teatro di espressioni di una o due sillabe gridate, Schönberg che musicava questi istanti di dolore. Un immenso repertorio di frammenti la cultura di oggi, quasi si fosse al day after della grande catastrofe. L’Apocalisse sa ancora raccontare in una forma composta, in una storia lunga e articolata, in immagini saldamente collegate; l’arte del nostro tempo si vuole già oltre la fine del mondo, post-escatologica, post ogni cosa.

Arte da camera, musica da camera, letteratura da camera, intimissima, privata: la cultura dei frammenti si emargina da sola, mai più gli affreschi, le statue, i monumenti, le opere complete, conchiuse. Si definisce «leggera» certa musica (in contrapposizione a quella «forte», come la chiama Quirino Principe che sdegna le debolezze estetiche), ebbene ormai c’è anche un’arte leggera, una cultura leggera, che dominano l’Occidente.

(3. – continua)

domenica 30 gennaio 2011

La scarpa gotica

~ RILEGGENDO EDGAR WIND SUI «PERICOLI DELLA CULTURA».~ SECONDA PUNTATA: L’ART POUR L’ART ~

«Niente porta più sicuramente alla più perfetta barbarie
di un attaccamento esclusivo allo spirito puro…»
........................................................................................PAUL VALÉRY

Sulla scia di Edgar Wind, dicevamo nella scorsa puntata che la cultura è un passepartout per entrare pesantemente nelle casse pubbliche e per ottenere qualsiasi libertà, ma questa fonte di privilegi ha perduto strada facendo il suo legame con la vita umana. Sempre più astratta, si presenta ingannevolmente come la quintessenza del Bene e del Buongusto. La leggenda che Cultura e Bene vadano a braccetto ha ricevuto nel Novecento non pochi colpi, soprattutto quando si son visti alcuni tra i suoi migliori esponenti finire per esempio nelle contrade nazi-fasciste, magari per abbaglio: da Benn a Heidegger, da Jung a Schmitt, da Marinetti a Sironi, da Pirandello a Pound, tanto per citare i primi grossi nomi che vengono alla mente, e per smentire la formula consolatoria che essa se ne stia sempre dalla parte ‘giusta’. Quanto all’eleganza di cui si ammanterebbe, basta entrare in una libreria e vedere i suoi prodotti più in luce sui banconi: titoli triviali, con doppi sensi, nell’inglese del gergo mondialista: ogni divetta, ogni fantasma televisivo, ogni giornalista pubblica il suo libro di successo, bisogna faticare molto per rinvenire una copertina promettente, e maggiore fatica è necessaria per prendere in mano un bel libro. Nella percezione della maggioranza la cultura continua a essere considerata quanto mai oblativa benché non nasconda affatto i vili interessi che le si accumulano intorno, tra i pochi anzi che riescono ad animare sempre il mercato. Nessun disinganno può mandare in crisi quel belletto che serve a mascherare masse assai rozze e che è venduto loro come un deodorante dello spirito.

Senza ricette, Wind prova a spiegare l’inflazione spaventosa di questa parola, l’indebolimento culturale degli ultimi tempi, la insipienza dell’arte resa definitivamente «innocua». La «sublime indifferenza» per le passioni umane e il culto della forma hanno sicuramente contribuito a raffinare la storia dell’arte, hanno aperto nuove frontiere alla sensibilità, l’hanno ripulita dal sentimentalismo, però a furia di purificare l’arte otteniamo una attività che sconfina con l’inutile. Purismo e distruzione vanno di pari passo. Resa leggera, tutta spirituale, perché mai l’arte dovrebbe coinvolgere seriamente qualcuno? Gide la chiamava «une peinture décérebrée», scervellata, morta, in anticipo su quello che si vede nelle fiere di oggi. Per Wind la causa prima sta nella ricerca dell’art pour l’art.

Della follia e della morte cui conduce un’arte fine a se stessa, narrò splendidamente Balzac nel suo racconto Le Chef-d’œuvre inconnu (v. su questo «Almanacco» La morte e il diavolo nascosto nell’artista) in cui un pittore annichilisce la sua opera per purificarla d’ogni soggetto. Più o meno contemporanei del romanziere francese, i romantici tedeschi predicavano la dissoluzione della poesia e della pittura nella musica. Mallarmé che dichiarava «la Destruction fut ma Béatrice» è già un artista come quello rappresentato nella tragica storia balzachiana. Tra i critici che conducono verso quest’arte spoglia d’ogni funzione vitale, basta ricordare Wölfflin e la sua osservazione sull’essenza dello stile gotico evidente in una scarpa appuntita come in una cattedrale. Così dicendo, spiega Wind, «egli aveva scoperto che quanto più un soggetto è carico di emozione religiosa, tanto maggiori sono gli ostacoli che si frappongono all’apprensione puramente visiva». Si tratta quindi di spogliarlo di ogni emozione, di ridurlo a segno, a particelle minime di segno sulle quali poi si costruirà la semiotica. Procede da simili teorie, dalla scarpa posta sul piedistallo che fu delle cattedrali, il feticismo estetico imperante.

Ortega y Gasset, tentato da eleganti paradossi, non si accorse di quel che stava crescendo nell'orto della sua «arte disumanizzata», gli sembrava semplicemente una buffoneria sofisticata, remota dal pubblico popolare, un gioco aristocratico intraducibile, non riuscì a prevedere quell’«appetito di solennità» per cui vieppiù gli installatori e provocatori, i comici del contemporaneo, tengono tanto alla fatale parola: «arte». D’altronde è ormai soltanto una simile parola che permette la trasmutazione di una merce qualsiasi in un oggetto estetico di grande prezzo, per il godimento delle masse che si piegano devote di fronte a un misterioso feticcio che produce magicamente soldi dal nulla. E nella celebrazione enfatica della giovinezza il saggista spagnolo tralasciava l’affermazione della «emotività adolescenziale» che a lungo andare diventa cliché stucchevole e insopportabile (ragione in più del ridicolo che suscitano le persone mature chine su tali giocattoli).

Il timore della consonanza in Schönberg, il gusto iconoclastico nelle arti figurative, la ossessione per il dettaglio: questo lo spettacolo di un’arte che ha rinunciato ai suoi «compiti vitali». A furia di cercare l’assoluto, a scapito della visione sensuale che loda il mondo empirico, accade, alla maniera dell’uomo che volle farsi angelo di Pascal, che ci si ritrovi nella prosaicità più meschina. Invece, come ricorda Paolucci nel catalogo della mostra appena aperta a Forlì sul suo maestro di angeli, «la Bellezza che incarna l’idea ha da essere assoluta e allo stesso tempo naturale: così pensava Melozzo. La bellezza abita l’empireo dei supremi Veri e tuttavia è calata nella storia, è riconoscibile nelle donne e negli uomini che vivono sotto il cielo». Baudelaire avrebbe concordato «il bello è fatto di un elemento eterno, invariabile […], e da un elemento relativo, legato alle circostanze, e che sarà, se si vuole, di volta in volta o contemporaneamente, l’epoca, la moda, la morale, la passione. Senza questo secondo elemento che è come […] l’aperitivo del dolce divino, il primo elemento risulterebbe indigeribile […], inappropriato alla natura umana». Prezioso equilibrio tra «esperienza reale ed esperienza vicaria» che i mistici dell’arte, i sacerdoti della nuova religione estetica (ma anche, dall’altra parte, i teorici dell’engagement) hanno distrutto.

Un altro pericolo della cultura che i suoi cantori ignorano o dimenticano. Ma se il male estetico attuale non è il frutto del complotto di eccentrici e scellerati, si tratta di una faccenda «più profonda di qualsiasi capriccio individuale». Di conseguenza non la si può rendere reversibile con una semplice decisione. Se vogliamo che l’arte torni a una funzione più centrale nella nostra vita – conclude Wind – bisogna anzitutto che la nostra vita cambi».

(2. – continua)

mercoledì 26 gennaio 2011

Le forbici di Platone

~ RILEGGENDO EDGAR WIND SUI PERICOLI DELLA CULTURA. ~ PRIMA PUNTATA: L’ATROFIA CONTEMPORANEA ~

C’è un ministro della Repubblica che rischia d’essere cacciato dal governo con l’accusa di «aver speso poco» per la cultura. Un tanto al chilo: si è capito che le faccende sublimi, da Platone a Hofmannsthal, sarebbero per l’opinione pubblica corrente un fatto di soldi. Più si spende più cresce il livello culturale. Un assai volgare liberalismo si è impadronito anche dell’opposizione nominalmente di sinistra. Ma forse questa smania di investimenti muove soprattutto dalle preoccupazioni delle camorre che ruotano intorno al mercato dell’arte e dello spettacolo, dei miracolati dell’industria culturale di Stato, più semplicemente degli occupati in quel settore. Della povertà immaginativa non si fa mai cenno in simili discussioni sui bilanci dello spirito. Al bonario ministro dei ‘tagli’, a questo Scissorhands fiabesco, sicuramente poco adatto a lavorare nel ginepraio dei furbi, dedichiamo le nostre modeste riflessioni a puntate sui pericoli della cultura.

Nel 1963, alla radio della Bbc, trasmisero sei conferenze di Edgar Wind, storico dell’arte berlinese che insegnava a Oxford. Ventotto minuti ciascuna, molto sintetiche dunque pur affrontando i grandi temi del pensiero occidentale: aveva lavorato con le forbici anche lui. Raccolte sotto il titolo di Arte e anarchia le conversazioni divennero un libro, tradotto in italiano da Adelphi, che riassume con il tono delle lezioni britanniche e l’erudizione dei professori tedeschi le questioni che ritornano più insistentemente in questo «Almanacco». Cominciamo dalla prima: la paradossale perdita di peso della cultura nel momento in cui essa è più diffusa del pane, a tal punto che viene considerata innocua, anzi benefica, come un qualsiasi piatto di pasta, e invocata sulle barricate come un tempo la farina. Ci si è dimenticati nel frattempo del timore sacro che avvolgeva questa speciale attività umana, l’abbiamo svuotata del suo carattere oscuro e addirittura minaccioso, per ingenuità illuministica la spargiamo come fosse un disinfettante. Platone che se ne intendeva maggiormente dei gazzettieri che ci circondano sospettava di tutto quel che deriva dalla umana immaginazione spinta dai dèmoni. La sospettava e nello stesso tempo la considerava, al punto «da pensare che un uomo potesse venir mutato dalle cose che immaginava», ci ricorda Wind. E, come è noto anche a chi non ha letto Platone, riteneva che «l’arte mimetica fosse una pratica estremamente pericolosa, e propose alcune leggi curiose, in base alle quali l’imitazione mimica di personaggi stravaganti o malvagi veniva vietata». Così Wind evoca le forbici platoniche della censura, una parola che risulta impronunciabile nel nostro tempo. Ma lo squisito professore berlinese paragona la censura alla potatura – di nuovo le forbici, i tagli! – mettendo in evidenza la contraddittoria attività del censore (e del potatore): ridare vigore a quel che si taglia, rischiando peraltro di rovinar tutto se si intacca la radice. Però, senza potare, senza rinvigorire, senza censura alcuna – come se quello che dice l’arte fosse innocuo, inutile, infante – si avrà l’atrofia contemporanea, dove l’arte è uno smisurato parco giochi che invade vanamente ogni dove. Dei giudici americani, citati da Wind, che evidentemente negli anni Quaranta davano ancora peso all’arte, sentenziarono che «tanto più un libro è tedioso, tanto più la sua oscenità andrebbe scusata», mentre «quanto maggiore è l’arte tanto maggiore è la sua forza nociva». Oggi, ancor più che ai tempi di Wind – è già passato mezzo secolo dai Sessanta – l’arte è una specie di bollino che permette ogni libertà. Ma un mondo senza limiti, senza censure, perde in credibilità, è condannato a una eterna marginalizzazione. Al centro della scena regna infatti la scienza.

Prima di Wind, era chiaro già a Hegel. L’arte diventava nel linguaggio dei romantici un’esperienza «interessante», la nuova parola-chiave dell’epoca. Ora un oggetto «interessante» suscita una attenzione effimera, in breve perde di interesse, è legato alla medesima legge della moda. Hegel si accorse dunque che l’arte aveva perso «quello stretto legame che in passato aveva avuto con le energie centrali dell’uomo». Il filosofo dialettico scrisse: «Per noi l’arte non è più il modo supremo con cui la verità si crea un’esistenza…». La verità, incomprensibile ma venerata nel nostro mondo, è quella delle scienze. Gli artisti sono degli intrattenitori, magari un po’ sciamani per sostituire la liturgia abbandonata dalle chiese.

Resa eunuca, l’arte ha perduto la sua sinistra potenza, si presenta come un gingillo. Confusa con il «tempo libero» dei carcerati del lavoro, con il turismo, con la gita e le pastarelle domenicali, diviene una pappa, una melensa apertura a tutte le provocazioni, sorbite con rassegnazione, perché già si sa che il gioco consiste proprio nello spostare l’asticella sempre più su ma senza mai rischiare di cadere, l’arte è ormai senza rischio. Di atto gratuito in atto gratuito, si può arrivare, come nel romanzo di Gide, all’omicidio, ma senza timore né tremore: anch’esso reso ornamentale dal velo estetico.

Platone sarebbe stato d’accordo con i giudici americani: «le nature deboli sono difficilmente capaci di molto bene e di molto male». Il grande artista sconvolge l’ordine sociale e il cuore dell’uomo, è davvero pericoloso come il grande criminale; senza per questo sovrapporre le due figure. Invece nell’Ottocento tedesco si provò ad accostarli: l’artista rinascimentale e Cesare Borgia. Burckhardt parlò dello «Stato come opera d’arte», alla sua scuola Nietzsche, eccitato da tale sovrapposizione, arrivò a confondere Tiziano con Borgia. Ma Burckhardt era meno platonico di quanto sembri e gli capitò di pronunciare una frase agli antipodi di quella succitata sulle nature deboli. O meglio, Wind gliela aggiusta così, e sembra un’anticipazione di quanto detto da Hannah Arendt sui nazisti: la mediocrità «come la vera forza diabolica di questo mondo». Non ci si può bloccare in tale antitesi. Baudelaire, citatissimo in queste conferenze, sembra sciogliere il nodo: «la passione frenetica dell’arte è un cancro che divora il resto». Non si tratta cioè di una passione neutra, la frenesia artistica è già mossa dai dèmoni, i grandi artisti e i mediocri son guidati ugualmente da tale «divina pazzia». Non si scherza con la energia della immaginazione, non a caso le singole arti si chiamano discipline, serve una serie di tecniche e un addestramento onde tenere a bada la fiamma della fantasia. Ci si muove tra l’eccesso e l’atrofia, tra la possente forza barbarica e la forma civilizzatrice. Zolla, che Wind probabilmente non conosceva, compilerà in quegli stessi anni, una Storia del fantasticare in cui – come scrive Grazia Marchianò – «dopo aver esplorato a fondo la fantasticheria nella psiche e nell’esperienza comune, nella storia del costume e nelle letterature in Occidente, denunciava con vibrante vigore il falso legame tra imaginatio vera e fantasticheria (day dreaming), e l’impostura della loro contaminazione perpetrata nel tempo moderno. Alimentato dalla pubblicità e dall’uso deformante dei media, il fantasticare al galoppo ha reciso secondo Zolla la percezione della differenza, nota alle società tradizionali, tra l’archetipo affiorante dall’imaginatio vera e i deliri del sogno a occhi aperti». In questa sarabanda infernale, l’autore del romanzetto sentimentale e il grande artefice surrealista si aggrappano allo stesso modo alla fantasia indisciplinata.

«Ma quali precauzioni prendiamo, nella nostra odierna, tumultuosa vita artistica, per non lasciarsi dominare da tali forze, oppure per non soffocarle? Che cosa dovrebbe fare la nostra economia artistica per evitare sia l’eccesso sia l’atrofia», si domanda a un certo punto Wind in punta di piedi. Forse la prima precauzione sarebbe quella di arrestarsi dubbiosi sulla soglia del panculturalismo imperante, sulla diffusione coatta dell’arte. I vecchi sospetti sulla sua mercificazione evitavano almeno le ridicole apologie del mercato degli ex rivoluzionari.

«Il direttore di orchestra Kussevitzky era solito affermare che di musica non ce ne sarà mai abbastanza: più musica viene eseguita, più musica viene ascoltata, tanto meglio per tutti. È chiaro, mi sembra, che le cose sono andate proprio come voleva lui. In nessuna epoca della storia è stata offerta al pubblico, e ascoltata dal pubblico, tanta musica come oggi; e probabilmente lo stesso vale per la letteratura», ammette l’autore. Adorno avrebbe detto indignato che la signorina di buona famiglia che suonava il piano con i pochi spartiti che circolavano nelle case della media borghesia aveva una conoscenza della musica e un godimento estetico infinitamente superiori del feticista della tecnologia stereo che colleziona stanze di dischi. E altrettanto si potrebbe affermare per la letteratura: i viaggiatori nei treni metropolitani che leggono un romanzo al giorno hanno sicuramente minore esperienza letteraria del poeta-contadino. Si è condannati al ruolo di consumatori. Spesso si prenotano mostre e concerti e si pagano i libri con una stessa card ‘culturale’. Ma il divoratore di cultura non reagisce più, non reagiva già ai tempi di Wind: «siamo inondati di mostre, ci rimpinzano di libri d’arte; e questi immensi aggregati di immagini disponibili vengono assorbiti con un’avidità e, posso aggiungere, con un grado di intelligenza che avrebbero certamente sbalordito altre generazioni, meno adattabili della nostra. È diventato ormai rarissimo il caso della persona che, messa di fronte a un linguaggio pittorico per lei insolito, si permetta di deriderlo, come se fosse lo scherzo di un buffone che non sa disegnare […]; ma questa resa all’arte, quasi senza condizioni, sembra altrettanto allarmante». Non c’è più né sacro timore né resistenza dell’intelligenza. Si dice sì a tutto e il tutto non dice più niente.

«Siamo molto inclini all’arte, ma l’arte non ci tocca molto profondamente, ed è per questo che ne possiamo assorbire tanta, e di tanti, tanti generi diversi». Valéry trovava impossibile il museo dove l’eloquenza di troppi quadri diversi frastornava: come leggere più libri simultaneamente. L’eclettismo imperante è segno di indifferenza. Il pubblico è diventato immune all’arte, ha un vaccino, dal contatto con essa non deve temere più nulla, non corre più alcun rischio: può assorbirne in grande quantità. Lo scandalo allora dovrebbe scuotere, ricordare l’antico timor sacro che essa suscitava, ma ridotto a un riflesso condizionato ha perso il suo ruolo pericoloso. Adesso, da un secolo e più, è finanziato dallo Stato democratico, rivolto a tutti, come l’istruzione.

L’arte è diventata un onnipresente ornamento di un mondo assai brutto. Bene farebbe il ministro a usare ogni giorno le forbici platoniche.

(1.- continua)

lunedì 24 gennaio 2011

L'amore tridentino

~ UNA VECCHIA LETTERA SU ANNIBALE CARRACCI~

Una email del 2007, resoconto a una amica in Andalusia di una mostra senza gloria per un gloriosissimo artista, Annibale Carracci, rimasta nella memoria del computer, viene ritirata fuori per consolare gli sventurati che si sono recati a una mostra ben peggiore: «Palazzo Farnèse» (sic, col cognome francesizzato nell’alma città di Roma), invenzione del legato di Sarkozy per celebrare nella sua ambasciata la ‘douce France’ pure con papa Paolo III e i suoi nipoti. Non si tratta infatti di una normale visita del Palazzo – salvo il fine settimana restano chiuse al pubblico addirittura le stanze dei Fasti farnesiani – bensì, ricorrendo all'enfasi dell'evento, di un’occupazione di alcuni ambienti della dimora cardinalizia con enormi e sgraziati contenitori neri dove allestire le consuete vetrinette di monete, copie di quadri, calchi di statue, fotografie. Niente che valga un viaggio apposito, a parte l’opportunità di vedere la Galleria Carracci (con le finestre rinserrate in pieno giorno, con l’illuminazione artificiale) e altre poche (purtroppo) opere sparse di Annibale. La vecchia lettera può allora risultare più opportuna di una recensione: con il linguaggio diretto dello scambio epistolare si parla di quella famiglia di artisti che dette luce e colore alla Riforma cattolica.

25 gennaio 2007 -. Stasera son stato all’inaugurazione di una mostra onesta di Annibale Carracci in tournée a Roma proveniente da Bologna. Nel Chiostro del Bramante, disinfettato del sentore di plastica del polacco-americano pop precedente, ma con una diffusa puzza comunque nelle cellette che mal si prestano a spazio per esposizioni, dunque benché il naso offeso, l’occhio una volta tanto viene accarezzato. Nella prima sala, una sfilata di autoritratti. Quando la si fa lunga sull’introspezione dei protestanti nordici in generale e di Rembrandt in particolare, si dovrebbe esser subito smentiti da simili pregevoli opere. Ma certo, qui non si prova l’imbarazzo del racconto intimo, non si sentono i miasmi dell’interiorità, non si vede la smorfia di chi vuol mettere in scena l’anima. Semplicemente un bel giovanotto bolognese si specchia provando una posa seducente, elementare la psicologia, elaboratissima la superficie. Carracci si presentava baldanzoso con quell’accento emiliano che confonde nelle s e nelle c per cui alcuni trascrissero Annibale Carrazzi.

Fino alla morte prematura, neanche cinquantenne, causata da grossa depressione, si dipinse, sfiorando perfino le forme della decomposizione fisica. Nelle sale seguenti, ancora maggiore la cura nel riprendere i corpi nello spazio naturale, il magistrale senso di equilibrio che si riscontra per esempio nel Bevitore arrovesciato. Italiano a dispetto di tutti i manierismi di contemporanei suoi e naturalmente anche dei realismi ‘quattrocenteschi’ di quel Merisi tanto esaltato oggi. Faccio un inciso. Con le desolanti metafore di cui si pasce il giornalismo, tutti i divulgatori ripetono per illustrare l'esposizione: «l’altra metà del cielo del Seicento romano»; oppure ricorrendo alla frase ready made: «non solo Caravaggio fu il Seicento»; insomma, per parlare di Annibale alle porte della nostra Roma scordarella, citano il nome più di moda, l’eccitatore romantico dell’accoppiata pittoresca arte & delitto, colui che è caro al pubblico imbelle del Terzo millennio anche per avere probabilmente accoppato un amico ed essere asceso così nell’empireo dei ‘trasgressori’. In tal modo, l’erede più puro di Raffaello deve ricevere luce di riflesso dal pittore specializzato nel cliché delle ombre, da chi «non faceva mai uscire all’aperto del sole alcuna delle sue figure», come osservava Giovan Pietro Bellori. Si inventa, per facilitare la ricezione, un Seicento tutto dominato dal Lombardo, come piacque pensare nella metà del secolo scorso a un pugno di storici e critici. A tal punto simile ricostruzione diventa luogo comune nei suoi seguaci che il leggendario disegnatore bolognese deve essere rammentato per specchio merisiano, dal momento che la perfezione delle composizioni, l’invenzione eccelsa sviluppata nelle trionfali sale farnesiane, la colta e articolata disposizione, la filiazione dal classico, la sapienza nella fiaba mitologica nulla sembrano valere più agli occhi catarattici dei miei contemporanei.

Torniamo alla nostra storia, alla nostra mostra. Il maggiore dei Carracci giunse a Roma, scoprì Raffaello, e si cimentò con la sua gloria. Aveva visto i Veneti, conosceva bene i suoi compaesani, a cominciare dallo squisito Correggio, si dedicò a sintetizzare la grande arte della penisola. Riassumere Raffaello Michelangelo e Tiziano, e rilanciare: un progetto augusto. Ovvero, la Scuola italiana. Oggi, abbiamo l’Italia unita da una staterello ma non una scuola pittorica, forse neppure musicale, mentre già all’alba del Seicento la straordinaria eccellenza della pittura italiana, bene articolata in numerosissime sotto-schole, era chiara agli occhi di Annibale e del mondo.

Cattolico di Bologna, città della Controriforma, fu fedele alla idea di Bellezza. Poca gente alla mostra e distratta: nessun quadro li colpiva particolarmente né aneddoti picareschi. L’autore non era un superuomo, semplicemente un artista al servizio di un signore, artista in livrea come lo fu J. S. Bach o Hölderlin (geni che non ebbero bisogno delle piccole libertà e licenze in cui annegano le mezze tacche); non fu neppure sospetto di omosessualità.

A chi va in cerca di emozioni, come se fosse al cinema o allo stadio, Cesare Garboli docet: «Destituire il fatto d’arte di qualsiasi referente psicologico e esistenziale». Oggi invece ci si sguazza in quest’aria calda emotiva. C’è una ragione precisa e importante nell’esaltazione moderna dell’emotività. Nella scomoda mostra si afferra comunque bene la nobile impresa di Annibale nel formare un linguaggio aulico che oltrepassasse soggettività ed emozioni, anche dipingendo ritratti e autoritratti. Pose eroiche, paesaggi eroici. In quelle sue lunette Aldobrandini (celeberrima la Fuga in Egitto della Galleria Doria Pamphili) mise a punto il paesaggio romano del Seicento, fu maestro diretto di Domenichino e indiretto di Poussin e Lorrain. Ovvero aprì la via del ritorno al classico come quella del barocco per cui gli sono allievi altresì Pietro da Cortona, Rubens, Bernini e Borromini. Per la solennità che assume il paesaggio, Cesare Brandi parlava di «epica della pittura più che ecloga». Cosicché si può dire che stavamo ammirando quadri controriformisti...

I ‘classici’ non si erano mai permessi troppi eccessi di sperimentalismo, nell’arte meridionale non si concepivano quelle composizioni di fiori e frutta che poi presero il nome poco allegro di ‘nature morte’, invenzione audace dei nordici, e da noi del Caravaggio appunto. Ma nella tela stupenda dedicata a Venere e Satiro – con il tizianesco prato erboso e il dettaglio burlesco del piccolo Eros che spinge la lingua fuori per la libido di cotanto corpo che lo sovrasta – il semianimalesco personaggio agita una coppa con uva che, opportunamente isolata, sarebbe una perfetta ‘natura morta’, epperò il Bolognese non se la sente di liberarsi dal racconto, ne fa un elemento prezioso della fiaba. Così come mi capitò di vedere in una mostra viennese di Dürer delle tavolette del maestro tedesco nel cui retro erano dipinte delle vere e proprie composizioni astratte, più geniali di quelle dei seguaci del Blaue Reiter, che restavano tuttavia fatto privatissimo, esperimento da tenere nascosto, essendo la missione del pittore quella di narrare storie attraverso le immagini, anzi secondo i precetti della Riforma tridentina per il nostro Carracci, ‘letteratura per illetterati’. Il soggetto protestante in quel rappel à l’ordre cinquecentesco sembrava scomparire dalle nostre parti. Ma oggi siamo così luteranizzati da essere incapaci di apprezzare una simile arte gaudiosa.

I tedeschi insistono che il protestantesimo «uccise la leggenda e il miracolo insiti nell’arte medievale cattolica», e davvero provò a toglierle la migliore aura, ma poi il sagace naturalismo è ancora affar nostro, proprio di Annibale che a Palazzo Farnese lo libera da un secolo di manierismi, anche attigui in quelle stanze. E se in schematico gioco si volesse riassumere: Caravaggio provò a rappresentare con una singolare fedeltà il dolore e la bruttura umana, ma Annibale si dedicò a una più difficile impresa: rendere con esattezza su tela e soprattutto sui muri la gioia e la beltà, un anticipo di Paradiso, un insegnamento diretto, da sperimentare fisicamente, secondo i precetti tridentini. E senza eccessive chiacchiere e teorie, come recita quel detto attribuitogli: «i pittori avessero a parlare con le mani». L’arte non è un criptogramma, un rebus che ha bisogno di mozziconi di parole. Cominciarono alla fine del Settecento, nelle prime pagine dell’Emilia Galotti, quando Lessing arriva a sostenere, anche se nella forzatura di una battuta (e forse sulla falsariga di una polemica michelangiolesca): «Quanto va perduto nel tragitto che va dall’occhio al braccio e poi al pennello di un pittore! […] O non pensate, forse, principe, che Raffaello sarebbe stato il più grande genio pittorico vivente se per disgrazia fosse nato senza mani? Non lo credete?». L’estetologo illuminista si confonde con i successori romantici nel culto alemanno dell’interiorità. Adesso, tutti senza mani gli artisti. Il sogno dei tedeschi è realizzato. Raro il lavoro artigianale delle mani e ancor più raro quello per ottenere bellezza, ché talvolta ci si affatica nell’atelier per rievocazione del travaglio manuale ma senza mirare al risultato della perfezione estetica, in un’inutile elaborazione certosina fine a se stessa, celebrazione narcisistica del lavoro anacronistico.

Con la Riforma protestante scompariva progressivamente il livello oggettivo e ontologico, tutto si svolgeva sul piano morale, affettivo e sentimentale (mi sentivo peccatore, ora mi sento salvato); la ragione e la volontà restavano fuori dal convertito. La salvezza era ridotta a un’esperienza sostanzialmente individuale ed emozionale.

Intorno alla salvezza come procedimento ragionevole, sorretto dagli esempi degli antichi, imprestati dai miti fuori del tempo, e reso icastico dalla pittura che discendeva da Raffaello e dagli altri grandi, provò ad allestire un’architettura dipinta Annibale Carracci con i suoi sodali nella Galleria farnesiana. Salvezza cattolica che riassumeva il discorso platonico sull’amore, lo integrava con la poesia latina di Ovidio per poi tradurvi l’annuncio della resurrezione dei corpi, il vangelo della redenzione del mondo fisico. Soffitto come un cielo, che a sua volta si apre in guisa di rideau teatrale, dove l’amore sublime si incrocia con quello terreno e lo riscatta. Carnalità della religione romana, carnalità della pittura italiana, contra la spettralità delle anime vaganti di sapore nordico. Nonostante la presenza platonica, si osa non dar peso eccessivo a quei timori del filosofo greco sul mimetismo artistico che spinge gli umani a un’imitazione peccaminosa. Sembra cioè spirare nella sala del severo palazzo una brezza erotica a coinvolgere i presenti, sedotti da quelle figure. E forse è vero, in quale altro luogo le visioni degli dèi e delle dee trascinano così direttamente lo spettatore in una corrente impetuosa che conduce a un trionfo d’Amore? Immagini dell’amore tridentino che la pubblicistica post-risorgimentale osò ridurre a una fosca caricatura: epoca funerea e puritana, sostenevano, ascetica e inquisitoria. L’epoca di Annibale Carracci e di Pierluigi da Palestrina.

Se mai ti capitasse di visitarla, nei prossimi giorni, al tuo ritorno, tieni in mente anche un incipit di rara bravura dell’Italo Calvino spesso celebrato a sproposito; sembra alludere a quei paesaggi barocchi, a quelle città celesti che incombono nei saloni romani sulle nostre teste: «Se allora mi avessero domandato che forma ha il mondo avrei detto che è in pendenza, con dislivelli irregolari, con sporgenze e rientranze, per cui mi trovo sempre in qualche modo come su un balcone, affacciato a una balaustra, vedo ciò che il mondo contiene disporsi alla destra e alla sinistra a diverse distanze, su altri balconi o palchi di teatro soprastanti o sottotanti, d’un teatro il cui proscenio si apre sul vuoto…» (Dall’opaco).

lunedì 17 gennaio 2011

Arso vivo

~ NOTE IN MARGINE A UN VOLUME SUL PENSIERO VEDICO ~

L’uomo sull’altare è una locuzione che evoca il sogno illuminista di sostituire Dio, offrendo all’adorazione la creatura mortale; le cinquecento pagine circa che compongono L’ardore di Roberto Calasso fanno intravedere invece l’uomo sull’ara sacrificale, ucciso in olocausto per gli dèi. La conoscenza religiosa in questo libro dove si parla dell’India vedica e dell’«innominabile attuale» è ormai presentata in forma di letteratura, vi figurerebbe bene in esergo un noto racconto jiddish: «Quando il Baal-Schem si trovava di fronte a un compito difficile, andava in un certo luogo del bosco, accendeva un fuoco e meditava pregando, e sempre fu eseguito quel che egli aveva deciso. Una generazione dopo, quando il Magghid di Meseritz si trovò di fronte al medesimo compito, andò allo stesso posto del bosco e disse: “Accendere il fuoco noi non possiamo più, ma le preghiere possiamo ancora dirle”, e quel che desiderava divenne realtà. Ancora una generazione più tardi, Rabbi Moshé Leib di Sassov, di fronte a un analogo impegno, andò anche lui nel bosco e disse: “Non siamo più in grado di accendere il fuoco e non conosciamo più le meditazioni segrete che fan parte della preghiera, ma il posto del bosco dove tutto questo avvenne lo conosciamo, e questo dovrebbe bastare”. E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione dopo, Rabbi Israel di Richine si trovò di fronte al medesimo dovere, si sedette sulla sua poltrona dorata nel suo castello e disse: “Il fuoco non siamo più in grado di accenderlo, le preghiere non sappiamo più dire e neppure conosciamo più il posto preciso, ma possiamo tuttavia raccontare il fatto come in realtà è avvenuto”…». Così, spenti da tempo immemorabile i fuochi vedici, un letterato del terzo millennio d. C. prova a raccontarli. Non a caso, facendosi cronista di riti impossibili incrocia più volte Kafka.

Pierre Klossowski preferì tradurre un libro cinese, il Jeou-P’ou-T’ouan, ou La Chair comme tapis de prière di Li-Yu, scrittore oscuro del XVIII secolo, forse lavorando su un testo tedesco, congetturando assai, alla maniera di Ezra Pound che ridava vita ai classici confuciani, per offrire una versione personale del buddhismo, virato – viene da sospettare – nella teologia perversa delle Lois de l’hospitalité. Ben più neutro sembra essere il punto di vista dell’Ardore, il suo autore ha già sciolto diverse rigidezze filologiche per narrare in modo piano degli dèi greci come degli idoli moderni. Non è comunque lecito relegare il suo palinsesto in sette tomi, ruotanti tutti intorno al tema del sacrificio, sotto la categoria del «sincretismo», ché la fede qui non è in causa.

Alla maniera di una novella, l’incipit rimanda a popoli antichissimi, assai più antichi dei nostri antichi, nella cui civiltà l’invisibile prevaleva sul visibile, mentre la loro vita veniva avvolta da un reticolo fittissimo di riti, di formule, di prescrizioni. Ogni capofamiglia era tenuto a celebrare innumerevoli cerimonie private quotidianamente, a santificare – anche se il termine è approssimativo in questo caso – ogni atomo dello spazio e del tempo. «La loro mente pullulava di immagini» ma non scolpivano né ritagliavano figure del proprio Olimpo. Non lasciarono memoria di conquiste e di imperi, soltanto scritti liturgici, inni, racconti della divinità. Ci si riferisce ai Veda ma sembra che in filigrana appaiano i kabbalisti dell’Europa orientale, il loro arcipelago di comunità di frenetici del culto, di maniaci dell’etichetta religiosa; senza storia né politica. (Quando più avanti ci viene offerta un’altra immagine, quella della comunità ebbra con al centro l’animale legato al palo e forse un uomo, una vittima comunque pronta per il sacrificio, non c’è bisogno di scivolare nella Storia e magari pensare ai notturni tedeschi illuminati dai bagliori preordinati da Leni Rifenstahl, spunta piuttosto un ricordo letterario, il Bergroman di Hermann Broch, «romanzo religioso», secondo il suo autore: in un villaggio tirolese, un medico si astrologa per fermare l’epidemia pagana, per trovare un vaccino amuletico, ma non riesce a interrompere un sacrificio umano che ricompone la comunità; Girard lo chioserebbe facilmente.)

L’ultimo capitolo del libro è un sermone sull’«innominabile attuale» che nomina molte cose perfino troppo attuali, quasi nelle cadenze della moda, messo a confronto con il pensiero Veda. Nell’esposizione il cristianesimo finisce con l’essere un’eco dissonante dei remoti Arya o un’arroganza dei moderni. Si accenna magari al ‘liberarsi dal mondo’ che risuona ossessivo nel pensiero indiano e lo si accosta al motivo della salvezza cristiana, lasciando nel fondo quella radicale differenza tra la liberazione dal mondo e l’evangelica liberazione del mondo. Gli Stoici volevano liberarsi dal corpo, i seguaci di Gesù pretendevano liberare il corpo dalla morte.

Colui che officia il sacrificio vedico identifica morte e tempo, ignora l’eternità come tempo che non distrugge, non brucia. La liturgia cui ci ha abituati e legati il cattolicesimo – quella che incantava Cristina Campo – consacra il tempo, lo sottrae alla corsa furiosa, rispecchia l’eterno presente del Cielo.

Ricorrendo a Guénon, si parla dell’«odio del segreto» su cui si sarebbe fondato l’Occidente. E gli Arcana imperii? Fuori del cerchio magico del mentale, dello spazio gnostico, esiste il cerchio mondano con i nodi gordiani politici dove si andò a incarnare il Dio biblico.

Talvolta si mostra qualche assonanza con il cristianesimo, la «kenosis» paolina per esempio a proposito dello «svuotamento» di Prajapati; stranamente non c’è menzione esplicita delle tante figure kabbaliste che meglio risponderebbero alla cosmologia gnostica. Ed ecco la creazione come artigianato come processo che si fa e si disfa, senza gesto fatale e sovrano, opere demiurgiche dunque, al punto che non ci stonerebbero la rottura dei vasi, i mondi malriusciti e la fuoriuscita del Male.

Come si concilia l’estrema interiorità e la ritualità esasperata che caratterizza i Veda? Il rito, il gesto, la parola sacramentale sono per eccellenza atti esteriori, cui si addice il «mistero palese», una formula goethiana citata nel libro, una cifra dell’Occidente (che potrebbe smentire un’altra volta Guénon). La risposta che ci viene data ha la forma di una clessidra, la parte superiore e quella inferiore sono perciò equivalenti, interiorità ed esteriorità, invisibile e visibile la riempiono, nella strozzatura passa «il granello di senape unpanişadico (ed evangelico)». Su quella strozzatura si fissarono i romantici tedeschi che, portando a termine l’èra protestante, annegavano nell’interiorità e cancellavano definitivamente i riti millenari, anche i pochi sopravvissuti alla Riforma, degenerati nelle cerimonie private, i tè in salottini Biedermeier del Pietismo. Ma poi Novalis sapeva dire squisitamente della nostalgia dell’universo liturgico nella Catholica.

La rilkiana «Herzens Verschwendung», la dissipazione del cuore, rappresentava l’elegante processo di interiorizzazione che spettava al poeta e ai suoi amici. Oggi un simile esercizio si è diffuso a tal punto da risultare ordinario. Si prova imbarazzo per ogni esteriorità, per l’aspetto fisico, per i corpi. Questi non hanno più speranza di redenzione, ci si affanna a cancellarli. La sapienza dell’Adelphiano gli evita certi tranelli mentre l’insipienza degli adepti di un corrivo Oriente nelle periferie del mondo li porta a consolarsi facilmente con lo yoga pubblicizzato alle fermate della metro.

Così in una pagina si ammette, raccontando un mito, quel che nascondono tutti gli spiritualisti in voga: «Gli uomini sarebbero sì diventati immortali, ma senza il corpo. Quelle erano le spoglie per sempre abbandonate a Morte. E questo è il punto che ha sempre reso dubbia ogni promessa di immortalità. Gli uomini infatti preferivano quel loro corpo caduco agli splendori dello spirito. Diffidavano delle anime disincarnate, entità vagamente tediose e sinistre. Così il compromesso tra gli dei e Morte fu percepito come un inganno» (L’ardore, Adelphi, p. 114). Un tale inganno nell’ultimo secolo, cerebrale, spiritico e spiritista, è rimasto di nuovo in ombra, ma un esegeta del Rosa Tiepolo conosce la speranza dei corpi cui la pittura italiana ha assicurato una gloriosa incarnazione.

«Morte non muore», «Morte che sta dentro l’immortale», formule vediche che testimoniano l’arduo confronto con il tema supremo, fanno pensare alle dialettiche piroette di Hegel. Una delle tante intrusioni del nostro tempo, dell’«innominabile attuale» nella lettura di un libro sul pensiero religioso di tremila anni fa. Capiterà all’autore, in un altro punto del racconto, alle prese con i riti dei bramhana, di scrivere del «misero stato» della liturgia cattolica, conseguente al Concilio Vaticano II. Inserisce però tale approdo in un «progressivo, crudele alleggerimento dei gesti e delle parole intrecciate ai gesti» che contrassegnerebbe la storia bimillenaria della Chiesa di Roma. La meticolosa codificazione gregoriana – della liturgia e della musica – o quella tridentina sarebbero passaggi-chiave di una spoliazione del rito? Se i Brahmana sono «uno degli esempi più antichi di prosa indoeuropea», i loro eredi moderni sono allora i sacerdoti universali di luterana ascendenza, gli uomini della strada, i padri di famiglia, i pompieri dell’arte che compiono riti minuziosi per riprodurre la più piatta quotidianità, inconsapevoli di celebrare riti ma fieri di maneggiare la prosa.

L’art pour l’art sarebbe quel che resta del rito, si farebbe forte nel suo campo della formula sacramentale «ex opere operato». Ma audace è l’accostamento: solo nella recente pretesa dell’arte di essere la religione del nostro tempo – e nella conseguente autoproclamazione degli artisti – può darsi una qualche efficacia di simili riti. Forse non metteva in guardia su questo punto il Kafka della Colonia penale, pur seguace di Flaubert, spiegando il tramonto della liturgia estetica?

Certo è che, affine ai riti segreti dell’arte per l’arte, è tutta la religiosità moderna, quel generico sentire che rifiuta la rivelazione e i suoi dogmi per prediligere un rituale confuso, cerimonia celibe, dedicata a un «destinatario assente». Questo sì che risulta discendere dall’operare vedico tradotto dai nostri contemporanei.

Il moderno disprezzo per gli antichi riti sembra produrre il declino estetico: «il gesto libero era sempre più goffo, più impreciso, rispetto al gesto canonico». Ci si riferisce all’ ‘espressionismo’ che ha travolto l’’Occidente da più di un secolo?

La conoscenza di sé degli umani non può essere mai del tutto esaltante: si giubila guardandosi, ma spingendo lo sguardo più a fondo si resta atterriti quando ci si accorge che il sé non è appunto immortale come la 'sostanza degli dèi'. Il culto gnostico della conoscenza dice soltanto la prima parte, contempla la superficie divina degli umani. Incarnare tale superficie divina, tale forma divina: questo è il problema del cristianesimo.

In un altro punto del racconto il tempo, più simile all’eterno, sembra rimandare a un continuo che allontanerebbe la morte. La personificazione della Grande Avversaria riesce a infilarsi soltanto nelle fessure temporali, soltanto dove viene meno la continuità. Alla radice della consacrazione del mondo c’è il tentativo di garantirne il continuum. E il brusio che avvolge la liturgia dei misteri dimostrerebbe la preferenza per l’indistinto.

«Ciò che l’uomo vuole imitare è soprattutto il processo con cui si conquista la divinità. Ed è altamente significativo, che per farlo in modo efficace, l’uomo voglia imitare la ‘forma’ dei gesti compiuti dagli dèi. Questo diventerà, un giorno, il fondamento di quell’attività sovrana che è l’arte» (p. 292). In che giorno la liturgia diventò arte? Non è sospetto che sia così a ridosso del tempo in cui i sarti cominciarono a chiamarsi ‘creatori’ e i senza talento ‘creativi’?

Il gesto rituale è sicuramente imitazione dei gesti divini, ripetizione di quanto fece il Dio autore della Genesi.

Vittima e nudità. Meditando su questa relazione non si sfiora soltanto il fondamento di molti nascondimenti viziosi, si scopre la paura che accompagna il nudo vanamente ricoperto di ideologie libertine, o peggio della naïveté salutista, si ritrova l’essenza dell’arte cristiana. L’animale con gli abiti è buffo, l’essere umano senza vesti è drammatico. Eloquente quella nudità che segna la vittima. Casomai c’è da interrogarsi sui nudi spesso rassicuranti e possenti, che non pare tradiscano riferimenti alla vittima, della pittura rinascimentale.

Ritorna regolarmente in vari passi, pur senza dare troppo nell’occhio, la questione dell’arte, come se questo volume ricorresse al pretesto vedico per affrontare l’immane svolta nella storia umana dell’art pour l’art. Basterebbe ricordare subito che questo salto metafisico ha poi prodotto, nella purezza estetica abbacinante, una paradossale non-arte, resti desolanti di un sacrificio.

La Bibbia si interpone spesso nella ricostruzione del sapere Veda che l’autore mette a fondamento del nostro mondo. «Noè aveva celebrato un olocausto, dove l’animale veniva totalmente bruciato. Più che perdere la vita, scompariva dalla scena terrestre» (p. 328). Sarà per questa ansia di sparire definitivamente, poco sperando nella resurrezione della carne, che in Occidente avanza la pratica di incenerire i cadaveri. Quanto alla parola religiosa scelta per indicare una carneficina laica, non si può non concordare con quanto è scritto nel capitolo finale sull’inquietante tempo attuale: «…quell’impresa nella quale gli Ebrei erano stati le vittime, veniva designata con il termine [olocausto] che gli Ebrei stessi, in quanto officianti, avevano usato per certe cerimonie gradite a Jahvè. L’immensità di quel malinteso fu il segno che la storia era entrata in una fase dove la commistione e l’equivocazione fra l’arcaico e l’attuale si sarebbero spinte molto lontane, più che mai prima» (p. 437). (In questo «Almanacco» non troverete una sola volta riportata la parola biblica per raffigurare uno sterminio moderno e confondere così le cose.)

I riti cosiddetti laici sono il succedaneo di quelli religiosi. I sacrifici per la patria, per le ideologie rivoluzionarie e reazionarie, per la scienza e il progresso prendono il posto di quelli offerti agli dèi. Manca perciò il patto con la divinità, il fumo sale verso un cielo vuoto. Milite ignoto e dio ignoto.

Se il divino «fosse esistente» – si chiede con tono burocratico il resocontista che pur ha trascorso la vita nei pressi del regno sovrumano, a seguirne tracce ed epifanie – come si spiegherebbe la sua accettazione di continui atti cruenti? Girard obietterebbe che soltanto la Bibbia offre una risposta, che lì è scritto che Dio non gradisce quell’ardore che arrostisce talvolta gli umani, che un angelo discese dal cielo per fermare con enfasi l’azione di Abramo. Ma Girard in questo libro è dannato tra coloro che mostrano la «baldanza del demistificatore», frutto della laicizzazione occidentale. La teoria della violenza diffusa che si scatena sul capro espiatorio, l’innocenza della vittima nascosta dai miti e dagli dèi, sarebbe un rifiuto della metafisica, la conseguenza della società secolarizzata. Eppure lo scandalo biblico tra tutte le religioni, già rilevato da Nietzsche, non è confinabile negli ultimi tempi, attraversa i secoli, muove guerra agli dèi e ai miti da millenni. È il partito della vittima ben prima di Girard. Prova a rovesciare la tesi dei Brahmana per cui «il mondo si fonda sul sacrificio che si compie quando il sovrappiù di energie disponibili viene bruciato» (p. 434). L’entropia come metafisica?

Léon Bloy proponeva altre soluzioni del mistero della sostituzione o, meglio, lo inseriva in un diverso contesto. Il romanziere francese scorgeva spesso nei necrologi e nel giro delle amicizie parigine delle figure di mediatori, di intercessori, che offrivano la loro vita affinché qualcun altro restasse ancora su questa terra a redimersi. Ma in tale fede nella sostituzione lo scrittore cattolico seguiva l’insegnamento della Chiesa per cui ogni fedele che sale al cielo diviene avvocato per coloro che stanno quaggiù, e soprattutto i meriti dei singoli sono patrimonio della Chiesa tutta, dei morti e dei vivi, che essa ridistribuisce secondo i bisogni. Per Bloy dunque non solo il sacrificio della vita permetteva altre vite, ma tutti i piccoli sacrifici quotidiani salvavano anime distanti e magari future. Nella modernità sconsacrata, la superstizione immagina gli umani alla mercé di un Moloch ingordo che bisogna placare con vite umane. Si deve mantenere un equilibrio tra i due mondi come ci fosse un malthusianesimo metafisico (gli antropologi dei prossimi millenni interpreteranno in tal senso le montagne di feti abortiti?).

Beninteso, solo nell’accezione redistributiva di Bloy, all’interno di un’unica Chiesa che abbraccia la terra e l’aldilà, la teoria della compensazione universale sfugge alla magia. Nei Vangeli, Gesù ammonisce a non stabilire un rapporto di causa effetto tra le colpe e i mali fisici, tra le colpe e la morte (ed evidentemente anche tra i meriti e la salute): «In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per avere subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo”» (Lc, 13, 1-5) Il medesimo insegnamento si ricava da Gv 9,3. Inoltre, simili testimonianze evangeliche sembrano dissolvere il metodo calvinista di ricavare i segni della benevolenza divina dal buon raccolto ottenuto nella vita. Prima dei Vangeli, il grido di Giobbe esprime lo sdegno per la vita beata concessa su questa terra ai malvagi e le sofferenze imposte a non pochi giusti: non c’è alcun rapporto tra virtù e vantaggio mondano, alcun legame magico.

Perfino l’Islam, che talvolta assume ancora maschere sanguinarie, nasconde sul modello kosher il sangue dell’animale macellato. Incruento appare il mondo post-cristiano che ha bandito il sacrificio pur moltiplicando le vittime. Il Glossatore di riti e miti Veda, arrivato alle ultime pagine del libro, non può non denunciare l’occultamento del supremo sacrificio: «Venne il momento in cui Lutero non riuscì a contenersi e, con la sua connaturale veemenza, dichiarò che intendere la messa come sacrificio era “l’abuso più empio (impiissimus ille abusus)” e ogni insegnamento in tal senso produceva “mostri di empietà (monstra impietatis). Quel momento segnò lo spartiacque, nella storia occidentale del sacrificio. […] Ma altrettanto inflessibile fu la Chiesa romana. Qui non si trattava di deprecare o rivendicare le indulgenze, questione riconducibile a vizi umani, troppo umani. Qui era in gioco l’intera liturgia, quindi l’intelaiatura stessa della vita religiosa. Così, quarantadue anni dopo che Lutero aveva pronunciato le sue terribili parole, il giorno 17 settembre 1562 il Concilio di Trento promulgò nove canoni, il primo dei quali così suonava: “Anatematizando chi dirà che nella messa non si offerisca vero e proprio sacrificio a Dio”, mentre il terzo condannava con puntigliosa fermezza “chi dirà che la messa sia sacrificio di sola lode o ringraziamento o nuda commemorazione del sacrificio della croce, e non propiziatorio, overo giovi solo a chi lo riceve e non si debbe offerire per li vivi, per i morti, per li peccati, pene, satisfazzioni et altri bisogni”. Non era dunque soltanto la negazione del sacrificio a essere rigettata ma anche quella forma di eufemizzazione che consisteva nel trasformare la messa nella commemorazione di un sacrificio. Perché commemorare non è compiere, non appartiene più all’ambito dei gesti che agiscono. Qui riaffiorava, dopo tante dispute vane, l’arcana e arcaica sapienza della Chiesa romana, la sua capacità di riconoscere dove era in gioco un fondamento della sua stessa esistenza» (pp. 446-447). Tocca a un letterato sedotto dai gesti essenziali ricordare quello che i vescovi hanno dimenticato; e citare Stefan Orth che ha concluso una sua recente indagine con queste parole: «molti cattolici sono [ormai] d’accordo con il verdetto e le conclusioni del riformatore Martin Lutero, secondo il quale parlare di sacrificio della messa sarebbe “il più grande e tremendo orrore” e una “maledetta idolatria”». L’allora cardinale Joseph Ratzinger riportava la medesima citazione di Stefan Orth e avvertiva: «non ho certo bisogno di aggiungere che io non appartengo a questi “molti cattolici”» che concordano con Lutero nel rifiuto del sacrificio. Il relatore di riti vedici chiosa a sua volta il teologo Orth: è «come se la pressione del mondo obbligasse la Chiesa a ritirarsi anche da questa dottrina. Senza la quale però l’intero edificio di San Pietro non potrebbe che cedere» (p. 448). Si dà però il caso che adesso anche il papa regnante la pensi così. E a differenza di quanto viene detto nelle pagine successive dell’Ardore, il sacrificio testimoniato dal Vangelo non è relegabile a una «condanna a morte ribadita da un plebiscito». Dopo avere esteso all’estremo i confini della forma sacrificale, la si vuol negare proprio a quella morte in cui la vittima agonizzante parla, ribadisce la sua innocenza in nome di Dio e si offre al Padre per l’intera umanità?