domenica 6 novembre 2011

Il tempo delle fogne

~ DEI DOVERI DI UN SINDACO ~

I più candidi, davanti alle immagini televisive di inondazioni e morte, fantasticano di un mondo beato in cui i diluvi e i terremoti, la siccità e la grandine, possano essere previsti e risolti dall’uomo. Hanno dimenticato le invocazioni dei nostri vecchi, le Rogazioni, a Dio naturalmente («rogamus te, Domine»), che comprendevano processioni propiziatorie, penitenze e preghiere: «a fulgure et tempestate, libera nos, Domine». Ancor più candidi, anzi decisamente stolti quelli che credono addirittura che nell’uomo sia la causa di tali flagelli, e non per via dei peccati commessi contro il Cielo bensì per quei gas che produciamo noi, creature assai indaffarate sulla Terra. La modernità ha tante colpe ma forse non è riuscita a cambiare il clima, quello muta per imperscrutabili ragioni tanto è vero che, appunto, nelle antichissime Rogazioni già si pregava contro le inondazioni e calamità varie che minacciavano di frequente il Belpaese, anche prima degli eccessi antropici. E prima ancora di essere ‘cristianizzati’, simili riti venivano praticati dai contadini pagani, convinti fin da allora che fosse meglio confidare nella protezione divina che in quella civile. Il fatto poi che le Rogazioni si siano diffuse maggiormente nell’Italia del Nord mostra come le alluvioni fossero più frequenti in quei luoghi, allora come adesso, allora lette come segni dell’Apocalisse imminente e oggi, dimentichi, come sintomi del Global Warming.

Ma se le burrasche non sono sempre domabili, le colpe dei pubblici amministratori non vanno per questo perdonate. Scandalizza alquanto, anzi, che si spendano i quattrini dell’erario in spettacoli e cultura ludica piuttosto di investire nella manutenzione delle fogne. A Roma due settimane fa i tombini ostruiti vomitavano acqua ma il sindaco andava sperperando il denaro in cassa per una inutile festicciola del cinema, per il rito burino del tappeto rosso nell’Auditorium senza glamour. Oggi, in altre città, i sindaci che si improvvisano mecenati delle arti effimere vedono i cadaveri dei loro concittadini trascinati dalla mota. Ben vengano allora i 'tagli alla cultura', come questo «Almanacco» ripete da tempo, che si colga l’occasione della congiuntura grama per ripensare certe imprese. L’amministratore è richiamato al suo mestiere prosaico, lo si ricordava in un pezzo dello scorso anno («Kraus e la moltiplicazione dei musei romani»), dove evocando le invettive del feroce viennese, si argomentava: «gli assessori che dovrebbero occuparsi di vetture pubbliche e di traffico, di illuminazione e di spazzatura, fanno, diciamo così, gli esteti con il loro gusto impiegatizio...». Nel fango affondano adesso i sogni del sindaco estetizzante, nel fango il culturame degli assessori.

sabato 29 ottobre 2011

Uno sgorbio è uno sgorbio

~ IL CARDINALE OTTAVIANI E FRANCIS BACON ~

Il porporato dal tono popolare, figlio di un fornaio trasteverino, difensore della tradizione, «carabiniere della fede», inviso agli estremisti del Concilio, il cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), sapeva pronunciare parole di verità pure su quanto accadeva nel campo dell’arte ai tempi suoi, riuscendo perfino ad anticipare le attuali tendenze del cosiddetto contemporaneo. Da ragazzo, aveva spinto il carretto per aiutare il padre nella consegna dei pani a domicilio ma, per quel consueto miracolo ‘democratico’ dell’organizzazione cattolica, la miseria non gli aveva impedito studi severi e una formidabile ascesa sociale che lo aveva condotto a guidare il Sant’Uffizio, a decidere cioè dell’ortodossia cattolica nel mondo agitato del secolo scorso. Leggiamo sul blog «Cordialiter» una pagina tratta da Il baluardo, una raccolta ormai introvabile di interventi dell’Eminenza trasteverina anteriori al 1961, dove, rivolgendosi evidentemente a degli artisti, diceva in modo schietto e forte quello che critici ed estetologhi nascondono:

«Cari figli, mi rallegro con voi della vostra arte la quale ha saputo essere arte dei nostri giorni e non mero ricalco di moduli passati, creazione e non scopiazzatura, scoperta nuova e non rispolveratura scolastica; e tuttavia ha saputo stare, con tanta comprensione e bellezza, accanto alla preghiera. Così il vostro esempio giovasse tra coloro che si danno a credere, con qualche inesplicabile e indecifrabile sgorbio, di fare arte! Eppure, con tanto poco si fanno scrupolo, di ingiuriare la Chiesa e darle dell’arretrata. Non dico nulla d’altri che presumono popolare la Chiesa di mostruosità, degnissime nel miglior caso, di semifolli, non però di Dio, del popolo e della nostra civiltà. Ricordatevi, quando l’arte non sa stare con la preghiera, non sa pregare, è un brutto segno, è segno che, forse, non è nemmeno arte; ma puro inganno o di sé o degli altri o di sé e degli altri insieme. Ma oggi, più che altro, il pericolo è costituito piuttosto da coloro che, non sapendo raggiungere in arte la bellezza, vogliono emergere con la mostruosità, con la stranezza, emula della caricatura e dell’arte dei primitivi con lo scempio delle cose e delle persone sante».

Possiamo immaginare come sarebbe considerata oggi una simile asserzione, vescovi e preti in prima fila mostrerebbero imbarazzo e accennerebbero a penosi risolini. Ma Ottaviani non si inchinava davanti alle mode, sufficientemente dotto, anzi maestro di dottrina, da non sentirsi in soggezione di fronte ai linguaggi sofisticati, e si poteva permettere di definire «sgorbi» gli sgorbi, senza le timidezze dei parvenus. Anche un perverso pittore irlandese, un eroe del modernismo, era così famoso da non dover nascondere le proprie debolezze nelle frasi intorcinate. Francis Bacon, dialogando con il confratello in pittura Graham Sutherland, ammetteva infatti: «Come mai i pittori del Rinascimento italiano sono così superiori a noi? Lo sono in tutto, ma sotto un profilo compositivo noi, rispetto a loro, siamo addirittura ridicoli. Ci ho pensato a lungo, Graham, deve essere perché loro credevano negli Angeli». Non si tratta del culto angelico new age, l’irlandese sta affermando che la pittura tradizionale era di gran lunga superiore alla loro perché intimamente religiosa, per la precisione cattolica; «l’arte che non sa pregare», sospettava il cardinale con maggiore prudenza del pittore, «forse non è nemmeno arte». Se ne dovrebbero ricordare quelli per cui tutto è uguale, avanguardia e tradizione, senza gerarchie; soprattutto se ne sarebbe dovuta ricordare la direttrice della Galleria Borghese che qualche tempo fa mise insieme in un’unica mostra il miscredente Bacon e il Caravaggio che agli angeli credeva proprio, senza notare quel «ridicolo» di cui parlava con onestà il novecentesco (evidentemente la curator non aveva neppure sfogliato il libro di Giorgio Soavi su Bacon, da cui noi traiamo questa citazione).

giovedì 27 ottobre 2011

Lo spirito di Assisi

~ IL FRATE INTRANSIGENTE CHE VOLEVA PREDICARE
IL VANGELO A TUTTI, PERFINO AGLI ANIMALI ~

Che cosa, meglio di una pagina dei Fioretti, può illuminarci sul cosiddetto spirito di Assisi che il mondo, il linguaggio mondano, tende a trasformare in stucchevole bambocciata o in poetica stilizzazione liberty? Oggi i rappresentanti delle religioni di tutta la terra convergono nel paese umbro per mostrarsi miti e dialoganti, Francesco in questa rievocazione dei suoi primi seguaci apparirà tra loro come un intollerante predicatore che pone ai moderni un tema imbarazzante: Extra Ecclesiam nulla Salus, fuori della Chiesa di Roma non c’è salvezza.

«Il Santo Francesco istigato dallo zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di Babilonia. E giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui, imperò che nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò quelli suoi eletti compagni a due a due in diverse partì di Saracini a predicare la fede di Cristo…» (dal cap. XXIV).

Il santo non si accontentò di questo incontro con un potente della terra, né di avergli strappato una concessione che valeva il duro viaggio, valutò con realismo la difficile situazione e con coraggio insistette per «salvare» l’anima del feroce sovrano, in un duello d'amore, la carità di Assisi essendo quella cristiana della verità, non del cortigiano che per adulazione incensa la fede altrui. Così, in questa appassionata missione per convertire il mondo, entra in scena il prodigio (un altro elemento dimenticato dai moderni).

«Alla perfine, veggendosi santo Francesco non potere fare più frutto in quelle contrade, per divina revelazione sì dispuose con tutti li suoi compagni di ritornare tra i fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da lui. E allora gli disse il Soldano: "Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora: imperò che, se costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me con tutti li tuoi compagni, e conciò sia cosa che tu possa ancora fare molto bene, e io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte tua e la mia; ma insegnami com’io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m’imponi". Disse allora santo Francesco: "Signore, io mi parto ora da voi, ma poi ch’io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de’ miei frati da’ quali tu riceverai il santo battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m’ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo ti sciogli d’ogni impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di Dio, ti muovi apparecchiato a fede e divozione". E così promise di fare e fece».


giovedì 20 ottobre 2011

La bella dimestichezza

~ BUONI CONSIGLI PER RESISTERE
A QUELLO CHE SI SPACCIA PER ARTE ~

È difficile essere «antimoderni», arduo muoversi sul crinale tra il ‘ritorno’ all’arcaismo pre-cristiano e il gusto sottile della décadence. Quelli raccolti nel rifugio online del «Covile» hanno provato a parlarne in una riunione conviviale a Firenze. Ora cominciano a pubblicare la trascrizione di quei discorsi. C’è chi ha raccontato il fastidio di vedere la trasandatezza della scena urbana e dei suoi attori, lo scontento di incontrare gli «erranti indottrinati», ovvero le masse del turismo trascinate da guide urlanti, più in generale «lo spettacolo desolante della modernità», ricordando però come «il mutamento, il progresso, non abbia necessariamente un esito nichilista» (Stefano Borselli); e chi ha stilato una specie di catalogo per resistere alle provocazioni degli intrattenitori miliardari che si ammantano del nome di arte. Questi buoni consigli vogliamo diffonderli. L’«Almanacco» sa che il numero dei suoi lettori è notevolmente inferiore a quello dei lettori del «Covile» ma per i pochi amici che ancora non conoscono l’aperiodica rivista elettronica ripropone le parole conclusive di Gabriella Rouf (e naturalmente rinvia alla lettura integrale degli interventi sul n. 660 di www.ilcovile.it ).

«Occorre […] agire nella convivialità, realizzare nel concreto le condizioni umane, integrali, sane, spontanee, del produrre e godere dell’arte; scoprire ed amare l’arte nel quotidiano, nella normalità della vita, nella sua integrazione visiva e pratica nei percorsi degli uomini; visitare i luoghi con acutezza di sguardi ma larghezza di tempi, ed eventualmente i musei, cercando di proiettarne le opere all’esterno per lo meno con l’immaginazione; non frequentare normalmente mostre ed eventi, e nel caso esprimere critiche e dissenso, ma privilegiare le collezioni permanenti e l’arte diffusa sul territorio (spesso ahimè non accessibile oppure resa tale solo dalla disponibilità dei volontari); comprare un’opera che ci piace, incoraggiare gli artisti che ci piacciono, fidandoci del nostro gusto, perché se un buon effetto può avere la pessima fama dell’ambiente artistico ufficiale, è nel rafforzarci nel nostro intuito, visto che degli “esperti” non ci si può certo fidare! Riscoprire la gioia di portarci a casa una piccola scultura, come di trovare in una chiesa una dolcissima Madonna, venerata sull’altare, magari con gli abiti ottocenteschi, mentre tante altre, in certi casi sottoposte a dissennati restauri, se ne stanno squallidamente ed ossessivamente in fila in una sala (ci può essere - salvo la distruzione - un danneggiamento specifico peggiore?). Sostenere l’artigianato artistico, le tradizioni artigianali, i cui confini con l’arte erano un tempo sfumati, e che talvolta oggi appaiono suggestivi rifugi di saperi antichi e raffinati. Raccogliere notizie, documentazione, opere di artisti del Novecento misconosciuti ed emarginati dal trionfo delle avanguardie. Agire pertanto per ricostituire concretamente un mercato indipendente ed anticonformistico, che applichi un discernimento sulla qualità (pur nella pluralità dei gusti personali)».

Per concludere con un’originale replica a chi, sulle orme del saggio di Benjamin, si tormenta da decenni e astrusamente sulla ‘scomparsa dell’aura’. Alle elucubrazioni germaniche si risponde con la tradizione italica, con la familiarità toscana per ogni aspetto del bello: «La nostra arte non ha bisogna dell’‘aura’, perché partecipa di una millenaria dimestichezza con la manipolazione creatrice di ideale bellezza, fatta propria e resa integralmente umana dal cristianesimo, affermatasi come valore collettivo e civico, segno identitario e pervasivo di territori e città, con un’inesauribile ricchezza simbolica. Se guardiamo alle quantità, le presenze di AC [arte contemporanea] e bruttezze novecentesche che ci appaiono così disturbanti, sono insignificanti, imbarazzanti nella loro miseria: è l’effetto amplificatorio dei media disciplinatamente al servizio di chi paga che falsa le proporzioni».

lunedì 17 ottobre 2011

La guerra morale

~ QUANDO L’INDIGNAZIONE PROVOCA
UNA VIOLENZA APOCALITTICA ~

L’indignazione allegra è un non senso. Si può genericamente protestare col sorriso ebete, ma indignarsi presuppone una increspatura della fronte, un aggrottare le sopracciglia, un corrucciare il volto, un’aria arcigna, una voce irata, un tremore fisico, il corpo stesso infatti vien chiamato in causa da quel moto del cuore e della mente. Talvolta provoca la bava alla bocca; la bile chiamerebbero in causa quelli della bio-politica. La collera si accompagna allo sdegno ed esige una reazione dura. Che sono dieci o mille bidoni della spazzatura in fiamme di fronte allo scandalo della finanza che gioca con l’esistenza di uomini e di donne? Che sono delle automobili distrutte, i fuoristrada odiati dai modernisti invidiosi, di fronte alla retrocessione della Grecia? Così si dicono i ragazzi che credono nell’assoluto della giustizia terrena, e purtroppo anche alcuni frati, alcune suore, altrettanto creduli. Che sono tre rapine o una violenza sessuale di fronte a un reparto di oncologia infantile? A cercare delle proporzioni esatte si esce dall’umano. E l’indignazione, portata alle estreme conseguenze, esige che la vita quotidiana sia interrotta bruscamente dal momento che non è degna d’esser vissuta. Non c’è alcun bisogno della favoletta dell’uomo nero che si cala il cappuccio e sopraggiunge nel bel mezzo di una processione di anime belle a produrre violenza nello stupore generale dei processionanti. Dei video ripropongono i veementi manifestanti che sputano addosso al guru radicale reo di aver insozzato la nobile protesta delle opposizioni aventiniane: non sono abbigliati di nero, non mascherati, soltanto aggressivi, spaventosamente minacciosi; il trovarsi di fronte a un ottantenne non li porta ad abbassare il tono truce, anzi si appigliano all’età, «vecchio schifoso» gli urlano. È un continuo ripetere «venduto», un riaffermare la propria identità di ‘incorrotti’ ed un’evocazione di escrementizi insulti vari. Mai un «mea culpa, mea maxima culpa». Son feroci i ragazzotti che si battono in nome della morale, è tutta un’ordura il mondo e in special modo i nemici che non appartengono alla schiera degli eletti (si veda nel blog di Magister come reagiscono anche a Mario Tronti che vuole dialogare con Ratzinger: il teorico operaista di un tempo dovrebbe «esser messo in un centro di igiene mentale» urlano i militanti al computer). A quel punto, suggerirebbe Manzoni, con il suo uso di mondo, «non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti». C’è sempre una scintilla come quella che provocò la romanzesca rivolta di Renzo. Le parole urlate in piazza diventano fatti in men che non si dica.

La statuetta dell’Immacolata finita in pezzi nella strada dove è passato il corteo degli «indignati» è eloquente nel web dove troneggia. Un gruppo di ragazzi ha sfondato le porte di un’antica chiesa di martiri e ha preso a sprangate un crocefisso e una madonna. Mandanti sono le dame che si indignano sui futili social network per le presunte evasioni fiscali della Chiesa di Roma di cui nulla capiscono. I ragazzi si sono limitati a eseguire e a lasciare una scritta con gli slogan untorelli di Facebook.

Eccitati dalle televisioni di mezzo mondo, benedetti da imprenditori, editori, magistrati e banchieri imbonitori, i giovanotti modaioli, lettori del pamphlet di un novantenne eccentrico, innamorati della primavera egiziana (con relative stragi di cristiani) e chissà anche dell’autunno siriano con massacri di bambini, attenti a rifare le pose del globalismo, si sono incamminati come in centinaia di città di tutto il mondo, in piena ortodossia del pensiero unico e con buona volontà. Ma, Carl Schmitt ce lo ha insegnato, le guerre mosse dalla morale sono violentissime e interminabili. Se per i re imparentati tra loro le mosse belliche erano dentro una strategia politica, ossia avanzare di pochi chilometri e firmare subito un compromesso, dalla Rivoluzione francese in poi il nemico diventa assoluto, «qu’un sang impur abreuve nos sillons» canta sacrificale la Marsigliese, Napoleone ordina le grandi stragi, la prima guerra mondiale moltiplica le stragi napoleoniche e riprende l’uso poco nobile di coinvolgere donne e bambini, la seconda è un insieme di stragi, il tradimento delle virtù militari, centrale è lo sterminio di donne, bambini ed ebrei, i disarmati per definizione, dopo di che i vincitori processano gli sconfitti e li condannano a morte. L’indignazione non conosce l’armistizio del compromesso.

Altro è lo sprezzo letterario, la sprezzatura di cui parlava Cristina Campo: gli irriconciliati con il mondo sono anzitutto irriducibili alle seduzioni facili della politica. «Prima d’ogni altra cosa sprezzatura è infatti una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza», spiegava la scrittrice, «ma attenzione, non la si conserva né trasmette a lungo se non sia fondata, come un’entrata in religione, su un distacco quasi totale dai beni di questa terra, una costante disposizione a rinunciarvi se si posseggono…». Avvertiva inoltre la aristocratica Cristina che chi vuole attingere a questa musica della misura deve mostrare «l’umor lieto. Ciò significa, tra l’altro, capacità di volare incontro alla critica con impeto sorridente, con la graziosa enfasi dell’incuranza di sé: un tratto che troviamo tanto nei precetti dell’educazione mistica quanto in quelli della scienza mondana» (Con lievi mani).

La politica dunque mal si apparenta con lo sdegno morale. L’Italia dei Cinquanta, con le fiammate in piazza contro l’America o per Trieste, conobbe queste esplosioni di rabbia popolare ben guidate, cioè sotto controllo, dove chi convocava le adunanze era in grado di prevedere con una buona approssimazione se ci sarebbe scappato il morto. Un minuto dopo gli organizzatori sapevano anche come fermarsi e come trarre profitto da quel sangue sul selciato, come barattarlo con un ministero o una vittoria elettorale. Cinici, non irresponsabili. Ma i ragazzi convocati dalla rete virtuale vanno allo sbando contro le banche, contro la finanza, contro gli affari, contro la Borsa… Se le parole hanno un peso, trattasi di bomba atomica fatta esplodere contro l’Occidente. Saranno parole in libertà, chiacchiere che già definire anarcoidi sarebbe un complimento, ribellioni adolescenziali, umori, ma nel momento che prendono corpo in piazza non possono non essere violente.

«Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva». È ancora Manzoni a parlare della sommossa seicentesca, e naturalmente neppure la distruzione di automobili e vetrine dei negozi e delle banche aiuta oggi a superar la crisi, questa essendo una di quelle sottigliezze metafisiche che evidentemente neppure un governatore della Bce ci arriva, per cui si mette a lusingare i giovani, confondendo loro ancor più le idee. Dalle rivolte del Maghreb in poi, sono i laureati che non trovano lavoro adeguato alle loro ambizioni a indignarsi: l’industria culturale non ce la fa ad assorbirli tutti, per fortuna non riesce a gonfiarsi più di tanto, a trasformare il mondo in un museo o in una scuola. Tra i vecchi marxisti e le nuove ‘sinistre Beautiful’, nessuno che discuta in termini adeguati di una gioventù che si rifiuta di far lavori artigianali, pure molto richiesti, di questa ‘dignità’ che non si sporca le mani, invero assai simile alla superbia piccolo-borghese, e invece ancora a metterla in modo ottocentesco sul «pan che manca», gli scioperi, i disoccupati, le bandiere rosse…

A New York, l’altro giorno, i gendarmi del messianico presidente nero erano in assetto antiguerriglia davanti a dei protestanti pacifici i quali, appena superata una linea di confine imposta dalle autorità democratiche alla loro protesta, son stati caricati dalla polizia a cavallo che travolgeva anche vecchine e bimbi al collo di genitori pazzerelli. Nei giorni precedenti il ‘presidente buono’ aveva fatto arrestare centinaia di giovanotti per una escursione davanti al tempio della Borsa. Ma noi siamo un paese cattolico, anche se ci fanno a pezzi la Madonna non diventiamo mai estremisti della legalità, non crediamo stoltamente nella assolutezza della giustizia terrena, finiamo sempre per provare un sentimento di indulgenza, comprendiamo addirittura la stupidità dei teppisti, ossia dei peccatori, senza indignarci più di tanto. E loro, i rivoltosi, confidano da sempre in questa comprensiva indulgenza. Qui manca la spietatezza puritana che pur da qualche anno si vorrebbe imporre anche nel Belpaese. Dio ce ne guardi.

sabato 15 ottobre 2011

La nostra patrona

~ TERESA D’AVILA CHE NON SI CREDEVA UN ANGELO ~

«Un po’ di stupido stupore in questa nostra epoca ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe opportuno, e anzi direi, indispensabile?». Se lo chiedeva qualche tempo fa, il saggio Raffaele La Capria e certo a tutti farebbe bene assistere allo spettacolo che si svolse sotto gli occhi candidi delle carmelitane spagnole, ovvero i colloqui appassionati tra la loro fondatrice Teresa e Giovanni della Croce: pare che i corpi dei due santi si sollevassero qualche centimetro da terra.

Oggi la Chiesa cattolica celebra la festa liturgica di Teresa d’Avila, la santa non contagiata dai docetismi, dalle gnosi che negano lo «scandalo della crocefissione di Dio», la donna mistica che è il più potente antidoto alle insulsaggini della New Age. Nel racconto autobiografico in cui descrive le sue visioni ci parla anche della fisicità di Cristo: straordinaria iconofila, cercava le immagini del Dio fatto uomo. «In tutta la mia vita […] non potendo aver [Cristo] così profondamente scolpito nell’anima come desideravo, volevo avere sempre innanzi agli occhi il suo ritratto e la sua immagine» (XXII, 4). Del resto lei conosceva bene «la superbia dell’anima», perciò pur aspirando alla purezza spirituale da rggiungere al culmine del «cammino della perfezione» era consapevole che «il Creatore deve essere sempre cercato attraverso le creature» (XXII, 8). Temeva che dimenticando la «sacra umanità» di Cristo, «l’anima cammini, come suol dirsi, per aria», cioè «priva di appoggio», «mentre la pratica di rappresentarci il Signore sotto figura di uomo, per noi uomini, finché viviamo, è molto importante» (XXII, 9). Un altro figlio di questa Spagna di visionari, l’eccelso Luis de Góngora invocava molta poetica zavorra per non volar via tra le nuvole col mal d’aria in una instabile mongolfiera, ammonendo: «Tome tierra, que es tierra el ser humano», come chiudeva regalmente il suo sonetto funebre Sul sepolcro della contessa di Lerma, «Tocchi terra, che terra è l’essere umano». Suor Teresa di Gesù, anticipando Pascal e rovesciando le figurine bigotte delle monache aveva scritto: «noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Volerla fare da angeli, mentre siamo ancora sulla terra, è una vera pazzia» (XXII, 10).

«Abbiamo un corpo»: chi meglio di Teresa, con i suoi tanti tormenti fisici, poteva dirlo? Per questa ‘fisicità’ santificata fu derisa da molti suoi contemporanei e derisa dai moderni, sottoposta alle elucubrazioni della psicoanalisi e perfino la sua immagine, la superba statua berniniana a Santa Maria della Vittoria, subì il medesimo affronto. Per questo è adesso invocata come patrona di coloro che son «ridicolizzati per la loro pietà». Che il cattolicesimo minoritario e perseguitato dagli sfottò si rivolga a lei mentre una cultura unica a carattere universale porta al trionfo il laicismo globale, laici senza più ecclesiastici, che è come dire bianco senza più nero, un vacuo da incubo. Che protegga i vescovi affinché non si lascino intimidire dal risolino progressista. Che si possa resistere con il suo aiuto alla satira sguaiata che circonda noi, amici dell’‘oscurantista’ Ratzinger, di fronte agli 'illuminati', gli irradiati dai riflessi della tv-color.

Teresa è anche protettrice della Spagna, ben più utile alla penisola pentagonale del protervo muro tirato su dall’orribile Zapatero per fermare i disperati dell’Africa. Non è quello il pericolo principale per i cattolici, almeno secondo la santa che si indignò quando le raccontarono del colonialismo spagnolo nelle Americhe. Ma si trattò di una mistica indignazione, senza furori adolescenziali, né chiasso, né violenza. Ne parlò direttamente alla sacra umanità del suo Dio.

mercoledì 12 ottobre 2011

La decadenza dell'omelia

~ UNA PRECE PER I BUONI PREDICATORI ~

Solo il Cielo può salvare i fedeli cattolici italiani dalle brutte omelie che si moltiplicano ogni domenica. Arrivano al microfono – quanti microfoni crepitano sull’altare, sembra un palcoscenico rock – con il tono confidenziale degli intrattenitori televisivi, talvolta provano a dialogare con il popolo di Dio a colpi di battute, poi spesso parroci e viceparroci si incamminano per la strada della ‘cultura’, questo idoletto moderno onnipresente, ovverosia ammoniscono con la filologia appresa in seminario onde estirpare i sentimenti più semplici. Una volta, nel giorno dell’Epifania, se ne ascoltò uno che smontava tutte le ipotesi tradizionali sulla figura dei Re Magi, facendola proprio lunga con svariati riferimenti linguistici all’aramaico, greco ed ebraico, citazioni che scendevano sulla piccola folla di anziani ben più punitive del latinorum soppresso, e l’oratore sembrava provare un gusto cattivello a toglier di mezzo le credenze apprese davanti al presepio, per concludere quindi che i tre santi viaggiatori altri non erano che dei migranti, perseguitati allora da Erode come attualmente dal governo in carica a Roma. E la scorsa domenica, a commentare il Vangelo del giorno, quello degli invitati alle nozze (Matteo 22, 1-14), un povero prete si incartava talmente nel suo sermone da sostenere e ripetere in un discorso zoppicante che «Dio è bontà e non giudica», un’amorevolezza melensa che non teneva in alcun conto il finale di quella stessa parabola: «Allora il re ordinò ai servi: legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (severissima sentenza del sovrano-giudice), e senza arrossire per la patente contraddizione con quel che egli pronunciava subito dopo quando, andando a un altro microfono per proclamare il Credo, ripeteva le parole solenni: «di là verrà a giudicare i vivi e i morti». Dalle chiese in tali casi si esce davvero sconcertati. Nonostante le immancabili spruzzatine di etica domenicale, si apprende che Dio «non giudica»: che senso avrebbe allora il mondo? L’unico giudice sarebbe forse la singola coscienza? Avrà fatto tardi la notte anche il prete per leggere Kant?

Raccontano che Ratzinger da cardinale dicesse agli amici: «Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica». Da papa deve dare una mano alla Provvidenza affinché l’eloquenza torni in auge nei seminari. Ma la preparazione dei preti attuali è una faccenda complicata, risultando l’influenza della «Repubblica» più evidente di Tommaso d’Aquino e soprattutto più facile. Ci si abbandona all’onda del pensiero unico, si parla il medesimo linguaggio di tutti, e il cattolicesimo viene caratterizzato solo per un’eccedenza di atteggiamento caritatevole, di mansuetudine che sfuma nella resa. Bisogna pregare perché i testimoni del Vangelo non si confondano con gli ipocriti oratori dell’Onu o dell’Unesco; un tempo anche il predicatore invocava l’Onnipotente appena salito sul pulpito. A proposito di quella tribuna: si usa assai il termine «pulpito» soprattutto in senso metaforico, ma la predica non viene più da lì. Sopravvivono inutilmente i pergami nelle chiese antiche, costellati di eccellenti raffigurazioni e ornamenti simbolici che potrebbero aiutare ancora oggi a dare ordine al discorso omiletico.

Si dirà che il don Camillo di Guareschi, i tanti don Camillo della nostra infanzia non erano dei Bossuet e non di rado facevano dal pulpito pesanti allusioni politiche, ma almeno non trasformavano la predica in una lezioncina da università della ‘terza età’ (che è la stagione finale e non dovrebbe riempirsi di vano nozionismo). In quel tempo pacelliano di sicuro il modello non era l’omiletica del pietismo rivolta a far affiorare quell’interiorità che oggi ritorna in noiosissimi setting da parrocchia, trastulli del quietismo attuale. In ogni caso la decadenza dei sermoni, nella liturgia riformata che tanto esalta la parola, è un segno impressionante.

sabato 8 ottobre 2011

I versi della pietas

~ CHI CANTA LA BELLEZZA DEL MONDO E CHI LO SDEGNO
CHI NELLA REGOLA E CHI NELLA TOTALE INCURIA ~

I poeti, i poeti. Possono masticare l’amarezza come Emile Cioran, accarezzare la disperazione; o soffiare sul vento di ribellione con il loro sbuffo bambinesco, come in molti fanno; o rendere elastiche le leggi economiche, deridere i corpi e lanciare in aria lo spirito. Il giocare al ‘fanciullino’ mentre si ostenta il moderno è però particolarmente snervante. Si intruppano con i movimenti emotivi, quasi l’ingegneria della mente non riguardasse gli scrittori in versi. Esser matto diventa una qualità nel salottino poetico, dimenticando lo sguardo truce e «la bava dei miei spasimi» (della terribile Elektra hofmannsthaliana). Talvolta hanno la spudoratezza di ripetere lo slogan abusato del «provare l’impensabile»: secoli di science fiction dimostrano che le fantasie pedestri non incroceranno mai la realtà, piuttosto mimano in modo squinternato l’hic et nunc.

Integralismo espressivo, scarno e scarmigliato come spesso l’espressionismo storico e metastorico. Innamorati del vago, sospettosi dell’immobile dal momento che adesso quello che sta a fondamento risulta impoetico, paladini di un lirico puritanesimo per cui è scandaloso accentare la forma a scapito dei contenuti, il moralismo pare suonare bene nel canto dell’indignazione. In gran ribasso invece i ‘capricci dell’innamorato’. Ormai è quasi un secolo che, liberatisi dalle odiate «costruzioni formali», rischiando ogni volta di confondere la poesia con le prediche (peraltro senza più costrutto retorico), innalzano laudi della licenza in panegirici che sanno piuttosto di filastrocca. Addio al formale dominio di Mallarmé, al rigore matematico del Cimitière marin, al metodo leonardesco, al piacere della precisione; invero lontano anni-luce anche dalle prose scientifiche del sifilopatologo e Dichter. Un continuo sfottò del simmetrico perché sarebbe troppo facile, da verseggiatori, addirittura la ripugnanza verso il finito: non fa fine quanto l’aere sfuggente. Il secolo scorso, allegri agnostici, ora cupi gnostici. Riprovazione a piene mani, disprezzo, a calcolare cioè quanto si valga su un ipotetico mercato che hanno in testa.

Poeti senza più tecnica, in genere, senz’arte, soltanto buone intenzioni, nient’altro che un tono da poeti, una posa neppure tanto delicata. Nelle cittadine d’altri tempi, soprattutto al Nord, c’era chi gridava ogni notte allo scoccare delle ore, per soddisfare gli insonni in attesa, forse per mostrare quotidianamente la potenza dell’organizzazione sociale che né le tenebre né la stanchezza umana riuscivano ad inficiare. Uguale è l’intervento urlato dei nostri battitori sentimentali, medesima sciatteria nell’intonazione.

I politici son meno liberi e per questo meno amati. Su di loro pesa la responsabilità della vita di sudditi o cittadini. Impoetici amministratori delle nostre malattie e del nostro denaro, dell’oggi tribolato e delle speranze per uscirne fuori. Governare non è bello esteticamente, ma almeno nell’italico paese resta un gusto forte di fazione, di casta: chi dirige i pubblici affari assume i colori purpurei della potenza, ha il suo sublime, niente a che vedere con l’eurocratico travet. Ogni tanto qualche teorico della politica sa scoprire poeti meno irresponsabili. Carl Schmitt, per esempio, ne raccomandò qualcuno; e non si sentì a disagio neppure nel trascrivere in forma lirica i suoi sessant’anni compiuti durante la prigionia (in Ex captivitate salus), ma appariva ormai un vinto, impolitico per necessità. Goethe, invece, che era un politico attivo, scrisse per vincere lo smarrimento del cuore anche nel ruolo aulico che ricoprì alla corte del duca di Sassonia-Weimar-Eisenach e nell’operare prosaico di responsabile nel corso degli anni alla viabilità, alle miniere, alla pubblica amministrazione, agli affari militari (già, come Valéry fu un funzionario del ministero della Guerra e Rimbaud vendette armi in proprio, il pacifista non essendo affatto sinonimo di poeta).

Pazzo ma non depresso, felice dello spettacolo della vita, miserrimo senza lamentazioni, Robert Walser arriverà a scrivere: «È chiaro che il mondo, come corre voce, continuerà a essere bello, altroché, e le più rosee speranze continueranno a fiorire».

mercoledì 28 settembre 2011

Epicurei da bar

~ BANALITÀ PREMIATE CON IL NOBEL
AL COSPETTO DELLA MORTE ~

Càpita di passare un giorno in ospedale a distrarre degli amici con qualche chiacchiera e, aggirandosi per quei giganteschi castelli del patire e della paura, provare ancora una volta la sensazione del limite, l’esperienza della dipendenza fisica, la nostalgia della vita piena. Intorno, la bruttezza dei corpi, che è un mistero doloroso lancinante. Sul calar della sera, in quel luogo sinistro dove si incrociano macchine fantasiose e sangue, tecnologia e rantoli, chimica dei farmaci e batticuore, si è raggiunti da una telefonata che annuncia la morte di un parente in un altro ospedale della città, ecco la tristezza che non si accontenta di consolazioni mediocri. Si legge allora su una copia abbandonata del «manifesto», quotidiano del materialismo senza drammi, una frase in neretto: «La morte? La morte non è nulla. Prima si esisteva e poi si smette di esistere, è tutto qui...». Tutto qui? Almeno il libertino sapeva che quello che conta su questa terra riguarda un simile, sostanzioso, passaggio: prima e poi, il godimento del mondo e le tenebre senza fine. Se il buio eterno vi sembra poco, recitate pure la parte degli epicurei moderni, ma «crepa!» sarà allora un grido augurale, come una «buonanotte». Farete pure la figura degli eroi ma viene il sospetto che forse lo spettacolo del creato non vi abbia mai commosso sul serio. Quello che ai primi filosofi dell’Occidente serviva come protezione da pensieri troppo tormentosi, adesso che da duemila anni è scoppiato lo scandalo cristiano di fronte alla morte, ed è squillato il buon annuncio della vita eterna, appare come un giochino verbale irritante rispetto al grave tema, un estremo arcaismo per dispetto, non più ingenuo, soltanto sciocco. Così la macroscopica stoltezza di tanti recenti premi Nobel della letteratura non si smentisce: anche il portoghese che lo vinse nel 1998 può pronunciare impunemente in un’intervista pubblicata postuma questa frase che ferisce le sofferenze più intime degli umani. E i giornali devoti dell’ovvietà la riportano come un evangelo nello stesso numero in cui trafficano con l’etica dei vescovi riguardo ai peccatori al governo: non sanno che le peggiori nequizie del mondo sono appena un riflesso dell’apparente trionfo della morte. «Tutto qui» riassume il laicismo tracotante, lo sberleffo dell’insolente di fronte a chi giace, la battuta per farsi bello con l’epicureismo da bar.

giovedì 22 settembre 2011

Una rossa aureola

~ LA MOSTRA VATICANA DI CARLO MATTIOLI ~

Qualche giorno fa in Vaticano si è inaugurata una mostra encomiabile, ed è raro ormai che ciò accada nello Stato più piccolo e più ricco di arte sulla terra. Si snoda negli spazi difficili del Braccio di Carlo Magno la retrospettiva dal titolo ossimorico, «Una luce d’ombra», del pittore Carlo Mattioli (1911-1994). Pittore che dipingeva davvero (e disegnava) anche sul finire del Novecento, periodo di eclisse per le arti visive; pittore miope che vedeva bene le cose vicine e non tentava di catturare l’invisibile, pittore dunque della migliore tradizione italica, quella che ha raffigurato il creato e ne ha celebrato la meraviglia. Basterebbe questo per spiegare perché la capitale della cultura cattolica gli rende un doveroso omaggio. C’è inoltre l’occasione del centenario della nascita che opportunamente si presterebbe per confronti e bilanci, il pretesto ufficiale però è un altro. Il legame tra l’artista modenese-parmense e la berniniana piazza San Pietro che lo celebra adesso urbi et orbi nasce dal ricordo di uno dei suoi Crocifissi dell’ultima fase, donato a papa Montini in un anniversario importante. Viene subito da sottolineare allora che quest’estate, in un’occasione simile, a Benedetto XVI è toccato in sorte ben altro regalo.

A luglio l’«Almanacco» fu a lungo incerto se affrontare la penosa esposizione di doni ‘artistici’ a Ratzinger intitolata pomposamente «Lo splendore della verità» (la maggior parte di coloro che erano stati invitati a mostrare i loro capricci estetici non credeva in alcuna verità): che colpo al cuore vedere in quella parodia dello showroom contemporaneo, già parodistico di suo, il segno del decadimento della cultura cattolica. La committenza unica al mondo – dal momento che per secoli i rappresentanti del Dio incarnato nell’umano chiedevano agli artisti di mettere in scena questo universo divino – sembrava avere abdicato definitivamente al proprio compito e si accontentava di scarti, annaspando tra i sottogeneri, alla ricerca di qualche stentato motivo spirituale se non spiritista, all’opposto della dottrina cristiana e della storia del bello. Roba per lo più da festival provinciale, nessun nome che conta nelle mode attuali, men che mai un gigante inattuale, nessun risalto neppure nei media che enfatizzano ogni sussulto di questo mondo. Perfino il dotto cardinale Ravasi non trovava di meglio nel discorso di apertura che citare Henry Miller, come un liceale pruriginoso d’altri tempi.

Invece, per ricordare Mattioli, anche Sua Eminenza è salito su di tono ed ha evocato Goethe, la sua teoria dei colori. Si stava parlando di uno dei ‘grandi’ del Novecento: dietro una parvenza di modestia e timidezza, c’era un elegante signore, alto e magro, che si misurava con secoli della nostra storia dell’arte, non per citazionismo intellettuale, per passione e per antico talento (apparteneva a una famiglia di decoratori), che riportava su povere tavole quella gloriosa pittura. «Si tenne lontano dalle beghe del tempo», ha detto con semplicità uno degli organizzatori della mostra, non scrisse manifesti, non polemizzò né teorizzò infatti, dipinse appunto in un’aulica provincia, e fu circondato da una corte di amici poeti e prosatori eleganti. Non gli imbonitori del contemporaneo, non i curators, i monatti delle merci, bensì Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Vittorio Sereni, Giorgio Soavi, Cesare Garboli, Oreste Macrì, Giovanni Testori, Carlo Bo, Roberto Longhi, Roberto Tassi…(negli anni Novanta anche James Hillman gli renderà omaggio, dedicandogli uno sguardo critico, The practice of Beauty, 1994). Quasi tutti i sodali sospendevano il tempo, ignoravano l’ansia dell’avanguardia, incrociavano la letteratura con la rappresentazione plastica (nella mostra vaticana, frammenti di quei discorsi scandiscono le sale, i temi dell’artista, i suoi ciclici capitoli). Anche alcuni pittori fecero parte dell’eletta schiera, a cominciare da Giorgio de Chirico, che Mattioli effigiò in una di quelle «introspezioni fulminee» (Garboli) che più che alle caricature fanno pensare ai sintetici ritratti di Gian Lorenzo Bernini. Da una parte, insomma, scorreva la vita piatta dei moderni – ritmata dai flussi e riflussi, dalle innovazioni e dalle ripetizioni, dalle ondulazioni del mercato – descritta perfettamente dal Guy Debord riportato sul n. 658 del «Covile» online quando dice «degli ignoranti mistificati che si credono istruiti, e dei morti che credono di votare», «tenuti nell’analfabetismo modernizzato e nelle superstizioni spettacolari», «nel consumo ostentato del nulla», «infelici spettatori [che fanno] incetta di surrogati»; dall’altra, lo splendore di una piccola capitale, residuo prezioso di altri mondi, quel che resta della tradizione, la provincia felice che ancora non ha sparso al vento l’eredità, che nasconde misteriose fragranze senza marca. Questa più o meno la vita al ‘Circolo di lettura e di conversazione’ di Parma, l’hortus conclusus dove l’arte vien su bene. E in luogo dei viaggi esotici ai Tropici, vacanze sulle grandi spiagge della Versilia, spiagge messe in scena senza mare (come annuncia il libro dell’Apocalisse), gite sul Po, paesaggi padani, paesaggi toscani, paesaggi dell’arte italiana. Screpolature, muri assolati, ocra, tanto ocra in tutte le sue tonalità, dal giallo al marrone passando per ogni gradazione di rosso sangue. E passioni familiari ben più attraenti dei cliché balthusiani delle fanciulle in fiore sempre uguali, sulla tela prendevano corpo infatti le trepidazioni e gli stupori di un nonno.

Ne riparleremo su questo «Almanacco» di Mattioli, ma fin d’ora, annunciando la mostra, consigliandola con calore (attenzione, dura poco, chiude il 13 novembre), vogliamo riassumere i motivi del perché di tanto infervoramento. Già prevediamo le perplessità di qualche lettore: un pittore che dipingeva eppure si mescolava ai linguaggi fratti del suo tempo. Forse non era neppure una scelta, piuttosto un’influenza, un contagio, lo Zeitgeist è un Leitmotiv che si infila anche negli eremi, che tenta anche gli spiriti più severi, che convince anzi proprio i più isolati: se vuoi comunicare con gli umani devi ricorrere a questo medium attuale, devi usare il loro linguaggio, le inflessioni quotidiane, «le parole della massaia al mercato» diceva Lutero per spiegare la sua traduzione biblica. Così si vedranno nei quadri di Mattioli tanti segni del tempo suo, comprese magari «le crepe e le ferite» di Burri o le spartizioni della tela di Rothko, o prima ancora le folgorazioni picassiane, e gli innumerevoli tic estetici dei Sessanta e dei Settanta, ma mentre tutta questa semiotica insensata (eccezion fatta per il Malagueño, s’intende) si compiaceva di essere fine a se stessa, nichilistico svuotamento dell’arte, Mattioli ricorreva di volta in volta agli spunti materici o astrattisti per dipingere, senza alcun collage, paesaggi della migliore tradizione, le terre e le acque, i colli, le pinete, i campi di lavande, la natura e la maniera; qualcuno lo farà risalire alle formelle romaniche che aveva fissate nella mente fin dall’infanzia modenese. Immagini dove il colore, elaborato con superba maestria, è ancora il fattore decisivo. Vi si ritrova «la gioia per l’occhio» di cui parlava Delacroix. «In niente romantico» (Tassi), sarà spesso inquieto, non triste come i pessimisti del contemporaneo, per cui l’uomo nuovo delle loro utopie si è già cambiato in incubo. Mattioli fu il Maestro dei Notturni, chiari, calmi, lunari.

E poi ci sono i crocefissi. Ecco l’altro punto: un’arte sacra è possibile anche per noi. Quando un tal Serrano, per ottenere una fama da starlette, immerge un crocifisso nell’urina e poi chiede venia, scrivendo recentemente al «Corriere della Sera» per argomentare le sue buone intenzioni, richiamandosi naturalmente allo scandalo cristiano, forse otterrà la comprensione dei preti più dialoganti, magari una committenza dei cappuccini di San Giovanni Rotondo, ma chi ha senso estetico e poca tolleranza replicherebbe volentieri a calci in bocca onde far cessare quel piagnucolio dei provocatori di mestiere, dei piccoli Erostati melliflui, dei bestemmiatori che vogliono anche il consenso clericale. In questo secolo si è appeso di tutto sulla croce, rivoluzionari e puttane, banditi e animali (sarebbe proprio il caso di crocifiggere per qualche ora, appena legati, gli pseudo-artisti in una originale performance); invece Mattioli provò a raffigurare la vittima divina su una tavola. Assi recuperate, crepate, talvolta con delle fenditure profonde, per dipingere a olio o a tempera il Cristo morto. La tradizione del Christus patiens accosta un novecentesco a Giunta Pisano, lo spasimo diviene moderno, meno canonico, stereotipato, più informale. Sempre accompagna questi crocifissi un’aureola rosso fuoco, o un sole, o una fiamma di vita.

Narrava Testori: «Sulla scena dell’arte italiana Mattioli ha avuto un’apparizione lenta: se n’è stato chiuso, per anni, quasi in disparte, ammiratissimo da pochi; poi la porta del suo studio s’aprì al vento della fama, e dentro vi si videro terrestri e insieme ‘nubiche’, solive e insieme lunari meraviglie». Si racconta che quando morì, negli ultimi scampoli del XX secolo, il popolo di Parma lo accompagnò al cimitero come si faceva per i grandi artisti di un tempo. Inimmaginabile il lutto collettivo per un installatore.

Un appunto va però fatto. Almeno nel giorno del vernissage, un frastuono musicale di ‘sottofondo’, costringeva a tapparsi le orecchie per vedere il pittore del silenzio.

martedì 20 settembre 2011

Il gusto di Porta Pia

~ PICCOLI ORRORI ESTETICI A 141 ANNI DALLA BRECCIA ~

C’era una volta, nel rione Colonna, la chiesa di San Silvestro in Capite, chiamata così, pare, perché conservava la reliquia della testa di san Giovanni Battista, quella che fu portata su un vassoio a Salomè e su cui pittori, scrittori e gente di spettacolo fantasticarono sempre. Accanto alla chiesa, sorgeva un monastero di suore con un bel chiostro. Dopo l’arrivo dei bersaglieri a Porta Pia, ennesimo segno delle piccole violenze inflitte dai 'piemontesi' alla Roma cristiana, i conquistatori trasformarono il convento in un grande palazzo delle poste secondo i più vieti canoni dei revivals rinascimentali e, passata la moda, restò la bruttura, proprio come accade per tutti quegli interventi all’insegna dell’effimero che infliggiamo all’antica metropoli. La piazza ottocentesca che si apriva di fronte al principale ufficio postale della città sembrava un piatto cortile condominiale, ma nel Novecento si caratterizzò come una stazione urbana di trasporti pubblici a cielo aperto, un luogo cruciale dove gli strilloni andavano ad annunciare cose che si spacciavano per apocalittiche e adesso ci apparirebbero insulse, come quasi tutto quel che si scrive sui giornali. Ed ecco che questa estate gli amministratori della città hanno deciso di investire denaro e interesse per un simile posto. Roma cade a pezzi, la crisi economica impazza, ma i dirigenti capitolini si occupano di Piazza San Silvestro. Sarà una operazione di restyling – si congettura – , un aggiustamento di questa nostrana Piccadilly, che come la piazza londinese gode di una felicissima posizione pur non avendo nulla di buono da mostrare, un centro nevralgico della rete dei trasporti, dove magari si vorranno enfatizzare le pensiline, renderle più old fashion con molta ghisa, aggiungere sedili, aprire (magari tra cento anni) un ingresso che colleghi alla metropolitana della vicina piazza di Spagna, ritoccare l’illuminazione, sottolineare il carattere di stazione nel centro della città… Oppure – si fantastica – vorranno scavare una super-stazione sotterranea per gli autobus extraurbani imitando New York che riesce a fare uscire i suoi pullman da Manhattan, e a lasciarsi alle spalle la metropoli in pochi minuti, percorrendo lunghissimi sottopassaggi. Macché, le autorità hanno deciso che piazza S. Silvestro è bella – e solo per questo andrebbero rimossi dal loro incarico – e va perciò liberata dai bus che vi sostano. L’unico servizio cui era adatto questo moderno quadrilatero adiacente al Corso e a Piazza di Spagna viene smantellato.

La Domus Area è intransitabile per mancanza di fondi, ma il comune sperpera i nostri soldi per San Silvestro, sconvolge il traffico nel centro storico, poi si accorge che sta venendo fuori qualcosa di molto più sgraziato di prima, e allora chiede consigli ai suoi luminari, ci si inventa strada facendo le più ridicole soluzioni, si parla così di un luogo per concerti en plein air. Vorrebbero aprire una cavea, ma ormai la pavimentazione è fatta e quindi i concertisti si dovranno accontentare di una superficie. E uno si chiede: ma perché non tenere i piccoli concerti a Villa Borghese, come era tradizione, come avviene nelle ville di mezza Europa, e anche degli Usa, senza palchi speciali e senza buttar denaro pubblico? Perché l’attuale missione dei sindaci e degli assessori municipali è di «portare la cultura» a chi se ne straimpipa. Proporre la musica in piazza in mezzo allo shopping, portare la cultura a domicilio, in borgata o ai Parioli, senza mai riflettere su quanto andava prescrivendo astutamente l’inventore della psicoanalisi: si deve pagare, e pagare profumatamente, i quarantacinque minuti sul lettino davanti al guru silente, altrimenti nessuno darà peso e credito a quelle strane chiacchiere. Perché mai allora la cosiddetta cultura deve essere distribuita come fosse acqua da bere, senza richiedere un minimo sforzo e interesse? Perché non incamminarsi nei viali del parco, a piedi naturalmente, magari portandosi da casa una seggiolina e uno spartito, come si vide in paesi anglosassoni, preparandosi spiritualmente, interrompendo il flusso quotidiano, per godere di un concerto campestre?

Scriviamo di questa autentica castroneria di Piazza San Silvestro nel giorno fatale del Venti settembre, centoquarantunesimo anniversario della conquista savoiarda di Roma. Nei precedenti duemila anni circa di Stato pontificio, equivoci estetici come quello raccontato forse non se ne ebbero. Sciaguratissime scelte si contarono certamente – i papi non sono infallibili in campo urbanistico – committenze che ferirono Bernini o Borromini, barbarie addirittura, interessi privatissimi dei principi romani, rivalità feroci tra cardinali, eccetera eccetera, però mai nella sua lunga storia Roma aveva visto il piccolo borghese al comando. Arrivò nel 1870 attraverso la breccia di Porta Pia, e i nuovi quartieri innalzati sull’Esquilino sono ancora là a testimoniare del misero sentire e della boria impiegatizia. Si costruirono a ridosso dei Fori imperiali boulevards in sedicesimo, edifici modestissimi con tanti fronzoli, eclettismi invidiati alle altre capitali europee viste in viaggio di nozze. Dietro l’Impero di cartapesta, il fascismo tradiva il medesimo gusto, lo racconta superbamente Gadda nel suo Pasticciaccio. I film in bianco e nero del dopoguerra mostrano invece la difficoltà e la paura di quei piccolo-borghesi di fronte alla calata di proletari e baraccati. Guardia e ladro, Totò e Aldo Fabrizi, i sogni dell’Americano a Roma. Così fu ridotta la capitale del mondo. Mancava però la presa del potere ufficiale del piccolo borghese, senza mediazioni del personale politico, senza ideologia. Ed ecco il sindaco attuale che incarna fisicamente quel tipo, che a Natale mette strani pupazzi sulla cordonata del Campidoglio, che illumina i palazzi michelangioleschi con le lampade a neon (amministratore condominiale risparmiatore), che rimette in moto sagre dopolavoristiche, Carri di Tespi, che organizza pajate della riconciliazione in piatti di carta a piazza Montecitorio, che elemosina modifiche al garage dell’Augusteo e si fa ridere dietro da un volgare architetto americano, che pota gli alberi – ordinaria amministrazione – e permette che i suoi insudicino l’intera città con manifesti plaudenti al «nuovo Rinascimento»…

Si potrebbe riempire un volume di malinconiche gesta del piccolo borghese con la fascia tricolore, del trionfo del gusto meschino. Grazie, liberatori del Venti settembre, grazie.

sabato 17 settembre 2011

Il santo che oscurò il Concilio

~ I PRODIGI FANNO BELLA LA CHIESA D’OGNI TEMPO ~

Si arresero alle peggiori forme del moderno. Con le migliori intenzioni del mondo, naturalmente, al fine di aggiornare la religione di Cristo, di lucidarla con l’illuminismo, di arricchirla con la terrena ‘questione sociale’ (che facesse da contrappeso al Cielo), di renderla attraente per il pubblico della televisione, per i consumatori di cultura a fascicoli e di psicoanalisi, per il popolo che cominciava a firmare cambiali, per le vestali del Progresso, per i fans del rock e i lettori di Sartre, per i recenti inurbati e i crescenti inurbani; al fine di rendere accettabile anche ai cattolici ‘adulti’ il catechismo e i prodigi biblici, ai liberali un Dio intollerante, ai socialisti lo sfarzo della religione di Roma, i disgraziati preti degli anni Sessanta/Settanta si prodigarono nel buttare a mare le più preziose formule liturgiche e la prosa latina che le rivestiva; tradirono così l’arte millenaria e la musica altrettanto millenaria, tolsero l’aureola ai santi che non possedevano il certificato filologico, si lasciarono suggestionare dalla desolazione protestante, si illusero fosse un’arte nuova (con lo spirituale incorporato), si piegarono di fronte ai totalitarismi del dopoguerra – non solo con i regimi che opprimono i suoi fedeli, come la Chiesa aveva sempre fatto, trattando saggiamente con i tiranni, cercando di strappare dalle loro grinfie il più gran numero di vittime –, bensì intrattenendosi stavolta con ideologi senza potere, complici e nunzi di quei mascalzoni; aprirono infine le porte a massoni, garibaldini, a tutte le sètte, chiedendo scusa a ciascuno di loro, autolesionismo impressionante, confondendo pericolosamente cristianesimo e masochismo; svendettero o regalarono la tradizione agli antiquari, se ne vergognarono, si inebriarono con gli argomenti dei nemici; camminarono in punta di piedi, clero timidone e laici con il complesso di inferiorità verso i miscredenti: per donare un maggiore appeal della Chiesa finirono per sopprimerla, per cancellare il sacrificio della messa, per riscrivere i libri sacri in traduzioni penose.

Sepolto il secolo, strappata l’identità cattolica a colpi di ‘pastorali’, estirpata la sontuosità dei riti, le chiese si sono svuotate come neppure la peggiore mente anticlericale avrebbe saputo fare e prevedere. Adesso per un paradosso provvidenziale l’unico che attira le folle, invocato, amato, riconosciuto, venerato, è padre Pio da Pietrelcina, santo che fa miracoli, che dissolve le ermeneutiche intellettuali, che consola i malati, i moribondi, i sopravvissuti. Santo inattuale, anzi ‘reazionario’, che confonde gli scienziati, che teme Satana ma lo affronta, che ammonisce i peccatori e che indica loro il Paradiso, promettendo di aspettarli uno a uno sulla temibile soglia finale. Santo della Chiesa prima del Concilio, che riunifica il popolo di Dio, colti e incolti, illuminati e spenti, sani e malandati, alla maniera dei grandi del Medioevo, di Francesco e Antonio. Frate stigmatizzato, frate del prodigio.

Seguìto, nella classifica del gradimento universale, da un parroco polacco che, a sua volta, confidò in padre Pio, che incoraggiò i cattolici e li spronò come facevano i condottieri di un tempo. Santo che, tra l’altro, consegnò il comunismo europeo al Museo dei grandi crimini ormai lontani.

domenica 11 settembre 2011

L'amore della immortalità

~ ANCHE SENZA ESSERE CRISTIANI NON CI SI ARRENDE
FACILMENTE ALLA DAMA DEL NICHILISMO:
LA RESURREZIONE RACCONTATA DA MIGUEL DE UNAMUNO ~

«Di conseguenza, è naturale che si ami l’immortalità insieme al bene
se è vero che l’amore è amore di possedere il bene per sempre. Da ciò
consegue come necessario che l’amore sia anche amore dell’immortalità
»

Platone,
SIMPOSIO

Oggi che dei teologi sedicenti cattolici mettono in dubbio la resurrezione di Cristo che garantisce la resurrezione della carne di tutti gli umani, potrà sorprendere come all’inizio del secolo moderno per eccellenza, nel primo Novecento ‘laico’, Miguel de Unamuno, lo scrittore e pensatore spagnolo che annunciava l’«agonia del cristianesimo», riflettesse poi sull’antica fede nell’immortalità. Dal saggio Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli, del 1913, nella edizione Rinascimento del libro, Firenze, 1944, riportiamo alcuni passi, tratti tutti dal IV capitolo, «L’essenza del cattolicesimo».

«La fede nell’immortalità dell’anima […] bisogna dire che è una specie di sottinteso, di supposto tacito, nell’Evangelo, ed è la situazione di spirito di molti di coloro che oggi lo leggono – situazione opposta a quella dei cristiani fra i quali scaturì il Vangelo, – che loro impedisce di comprenderlo. […] Scaturì il cristianesimo da una confluenza di due grandi processi spirituali, giudaico ed ellenico, ognuno dei quali era arrivato per parte sua, se non alla definizione esatta, alla esatta ansia di un’altra vita. Non fu tra i giudei né generale né chiara la fede in un’altra vita; ma li portò ad essa la fede in un Dio personale e vivo. […] La fede nel Dio personale, nel Padre degli uomini, porta con sé la fede nell’eternizzazione dell’uomo individuale». Una tale fede non c’è ancora in Omero, che chiude una civiltà, che precede il regno spirituale di Apollo. «”Nessun popolo venne sulla terra così sereno e soleggiato come il greco, nei giorni giovanili della sua esistenza storica…” [notava Pfleiderer] ma nessun popolo cambiò così completamente la sua nozione sul valore della vita. […] Così, ognuno per parte sua, giudei e greci, arrivarono alla vera scoperta della morte […]. La scoperta dell’immortalità, preparata dai processi religiosi giudaico-ellenistici, fu specificamente cristiana». La teologia della resurrezione fu opera di Paolo: «l’importante per lui era che Cristo si fosse fatto uomo, e fosse morto e resuscitato». Innumerevoli passi delle sue epistole confermano questa sintesi del pensiero paolino. «Partendo da questo punto si può affermare che chi non crede nella resurrezione carnale di Cristo potrà essere filocristo, ma non specificamente cristiano. […] Il fine della redenzione fu, nonostante le apparenze per deviazione etica del dogma, propriamente religioso, di salvarci dalla morte piuttosto che dal peccato, o da questo in quanto implica la morte».

«Dopo Paolo si successero gli anni e le generazioni cristiane lavorando intorno a quel dogma centrale e alle sue conseguenze, per assicurare la fede nell’immortalità dell’anima individuale, e venne il Concilio Niceno, e con esso quel formidabile Atanasio, il cui nome è già un emblema [è formato infatti dall’alfa privativo e dalla parola thànatos, morte, senza morte, immortale ndr], incarnazione della fede popolare. Atanasio era un uomo di poca erudizione e di molta fede, e soprattutto di fede popolare, e pieno d’ansia di immortalità. E si oppose all’arianesimo, che come già più tardi il protestantesimo unitariano e il sociniano minacciavano, per quanto senza saperlo né volerlo, le basi di quella fede. Per gli ariani, Cristo era prima di tutto un maestro, e un maestro di morale, l’uomo perfettissimo, pertanto garanzia che tutti possiamo arrivare alla somma perfezione; ma Atanasio sentiva che Cristo non poteva farci dèi se prima non si fosse fatto Dio egli stesso, se la sua divinità per partecipazione non avesse potuto parteciparla. “Non è che Cristo – diceva – essendo uomo si è fatto poi Dio, se non che essendo Dio si è fatto uomo per poi meglio deificarci”. […] Il Cristo atanasiano o niceno, che è il Cristo cattolico, non è il cosmologico né, in realtà, l’etico, è l’eternador, il deificatore, il religioso».

«Fra i protestanti, il Gesù storico soffre sotto lo scalpello della critica, mentre il Cristo cattolico, il Cristo veramente storico, vive nei secoli, mallevadore della fede nell’immortalità. […] A Nicea riportarono dunque la palma, come in seguito la riportarono in Vaticano, gli idioti – prendendo la parola nel suo senso primitivo ed etimologico – gli ingenui, i vescovi rozzi e testardi, rappresentanti del genuino spirito umano, del popolare, di quel che non vuole morire, dica quello che vuole la ragione, e cerca la garanzia più materiale e possibile, per il suo desiderio di immortalità. Quid hoc ad aeternitatem? [che cosa serve tutto questo di fronte all’eternità? potrebbe essere una traduzione ndr] Ecco la domanda capitale». E il Credo finisce con quel resurrectionem mortuorum et vita venturi saeculi […] O come dice il Catechismo, con gli stessi corpi e con le stesse anime che ebbero. La felicità dei beati non sarà del tutto perfetta, fino a che essi non ricupereranno i loro corpi: questa è dottrina cattolica ortodossa. […] E a questo dogma centrale della resurrezione in Cristo e per Cristo corrisponde pure un sacramento centrale, l’asse della pietà popolare cattolica, e cioè il sacramento dell’Eucarestia. In esso si somministra il corpo di Cristo che è il pane di immortalità. È il sacramento genuinamente realista, dinglich, si direbbe in tedesco, e che non è gran violenza tradurre materiale, il sacramento più genuinamente ex opere operato, sostituito tra i protestanti col sacramento idealista della parola. Si tratta, nel fondo, e lo dico con tutto il rispetto possibile, ma senza voler sacrificare l’espressione della frase, di mangiare e di bere Iddio, l’Eternizador, di alimentarsi di Lui. […] Lo specifico religioso cattolico è l’immortalità, e non la giustificazione alla maniera protestante. Questa è piuttosto etica. Ed in Kant, il cui protestantesimo, per quanto dispiaccia agli ortodossi, trasse le sue ultime conseguenze, la religione dipende dalla morale, e non questa da quella, come nel cattolicesimo. […] Il protestantesimo, assorto nel fatto della giustificazione, presa in un senso più etico, benché in apparenza religioso, finisce per neutralizzare e quasi cancellare l’escatologico, abbandona la simbolica nicena, cade nell’anarchia confessionale, nel puro individualismo religioso e in una vaga religiosità estetica, etica o culturale. […] La vocazione terrena e la fiducia passiva in Dio dànno la loro volgarità religiosa al luteranesimo, che fu sul punto di naufragare nell’età dell’illuminamento, dell’Aufklärung…».

«Per parte mia, non concepisco la libertà di un cuore né la tranquillità di una coscienza che non siano sicure della loro perdurabilità dopo la morte». I teologi protestanti si affannano invece a parlare di remissione dei peccati. «La nuova apologetica psicologica fa appello al miracolo morale, e noi, come i giudei, vogliamo dei segnali, qualche cosa che si possa afferrare con tutte le potenze dell’anima e con tutti i sensi del corpo». L’arte forse serve proprio a quello.

mercoledì 7 settembre 2011

Lettera senza postino

~ LO SCIOPERO NELL’EPOCA DEL WEB ~

Se un giorno fu un mezzo di riscatto, oggi lo sciopero risulta particolarmente odioso. I deboli si contavano, provavano a mostrare un po’ di forza, il contropotere di un solo giorno. Adesso è ottocentesco revival, una vacanza senza festa, una vacanza che si pagano i poveri scioperanti e che non godono, a maggior gloria dei dirigenti sul palco. Si cambiano le maschere, lo ‘sfruttato’ è anche il cittadino attento al Pil, il votante, il consumatore, il tifoso del tricolore. La dialettica hegeliana servo/padrone illude per poco, la grande prova dei titani il giorno dopo si riduce a un comunicato con delle percentuali poco credibili, ed è tutto. Ovvero, piccoli egoismi rivendicati all’interno di un cinismo generale, sbadigli di fronte alle bandiere che bloccano il traffico. Un rito stanco che non incide, nessun ministro indietreggia per una manifestazione sindacale, fa più effetto un sondaggio. Scomparsa l’aura sovversiva che fantasticava l’ingegner Georges Sorel, un «consigliere della confusione» (Lenin), lo sciopero in Italia è benedetto dalla Costituzione, azione simbolica dunque, performance costosissima per tutti e sempre uguale, ha perso ormai ogni suggestione, perfino quella della scampagnata solidale, ha perso anche i padroni delle fabbriche preoccupati per le ore sottratte alla produzione, i padroni passionali che assoldavano i crumiri, ha perso il nemico, dissolto nei managers apatici, negli amministratori delegati, mercenari che non si interessano più di tanto alle giornate sprecate. Ma oggi lo sciopero ha di fatto un altro nemico: spezza le gambe agli ultimi della terra. I vecchi che devono recarsi in ospedale, che attendono una radiografia o un intervento, che hanno davvero le ore contate: per loro una giornata buttata via è decisiva. I forzati dei mezzi pubblici di trasporto, gli immigrati d’ogni dove che corrono per le città a vendere il loro lavoro considerano lo sciopero un incomprensibile evento vòlto a immiserirli. E in notti invernali si vedono camerieri e sguatteri intontiti dalla fatica che non credono ai loro occhi: il bus che li porta nei quartieri dove abitano ai margini della metropoli, a chilometri di distanza, stavolta non passa, le forze progressiste hanno pensato bene di tagliare quella corsa, di tenere per protesta l’autista a casa o di farlo sfilare il giorno dopo in corteo. A scuola invece è la consueta baldoria, non causa vittime, ma questa inutilità dell’astensione dal lavoro provoca qualche dubbio sul senso attuale di una simile istituzione. Comunque, guerricciole tra poveri che fino a qualche anno fa – quando il telefono era una risorsa assai cara – coinvolgevano anche i solitari in attesa di una lettera o gli ansiosi in attesa di notizie. Adesso non più, liberi dagli scioperi che ritardavano la posta già tanto in ritardo, le email contraggono il tempo ed eliminano i postini. Il web dà il colpo di grazia allo sciopero, lo rende definitivamente inattuale, quel che passa nella rete aggira le burocrazie sindacali, nelle poste e nella comunicazione, nel commercio e nell’intrattenimento. Fa pensare al lavoro operaio come a un residuo arcaico e ai dirigenti del sindacato come a dei sacerdoti egizi.

domenica 4 settembre 2011

Quando i laici gridano al sacrilegio

~ IL TEMPO DELLE FESTE E DEI PONTI ~

I laici hanno strepitato alla sola ipotesi di spostare la festività del Primo Maggio e di due altre ricorrenze civili, i parroci invece, consapevoli delle difficoltà economiche del momento, hanno lasciato scivolare le celebrazioni dei santi patroni alla domenica seguente. Se ancora qualcuno dubitasse che le feste laiche – che gli hebertisti e i giacobini inventarono per i loro culti spettacolari, che i bolscevichi adattarono in Russia, i socialdemocratici tedeschi ripresero negli anni di Weimar e i nazisti affidarono alla regia di Leni Riefenstahl – sono una traduzione di quelle religiose, un succedaneo della liturgia, adesso, davanti alla protesta trepidante per le «feste civiche» rese mobili, forse se ne farebbe una ragione. La sola ipotesi che il due giugno, anniversario della vittoria a un referendum, possa essere santificato il quattro viene considerata dai vocianti un insopportabile sacrilegio. La scansione tempo sacro e profano, tempo della festa e tempo del lavoro, è alla base di ogni religione. L’interruzione dello scorrere ordinario dei giorni, del sempre uguale, l’irrompere dello straordinario, apre le porte al trascendente, ecco perché anche i ‘dissacratori’ avvertono confusamente che con il calendario non si scherza.

Per il Primo Maggio hanno protestato in tanti ma pochissimi saprebbero dire il perché di una data tanto sacra. Né si capisce bene quale lavoro si celebri, se la fatica inumana della fabbrica, la maledizione del travaglio salariato, o quello artigianale, libero. E neppure si può argomentare che in mezzo mondo il «lavoro» si commemora in date diverse: il «May Day», la pioggia di rose in Walter Crane e negli affiches russi, la tradizione di poco più di un secolo che allude però al «Ver Sacrum», basta per ritenere quella data inviolabile, coperta da un tabù, appunto.

Uno spolverio sinistro la avvolge nel Problema di Aladino (Adelphi), allegro romanzo tanto citato da questo «Almanacco», in cui Ernst Jünger narra beffardo: «Era un venerdì, Primo Maggio. In tutta Europa questo è un giorno di feste e di misteri. A Würzburg il diavolo traversava la città in una suntuosa carrozza. Sul Brocken danzavano le streghe; nella valle del Bode appariva Brunilde. Le anime dei morti si aggiravano spettrali sui fiumi, campane sotterranee rintoccavano. Da noi in Slesia c’è un detto: “Chi alla mezzanotte di quel giorno vede cadere una stella, scavi nel suo giardino: troverà un tesoro”. Adesso erano diventati d’obbligo i cortei, ma il giorno era rimasto, perché ogni regime vive del mito, seppure in forma attenuata. Nella folla doveva agire un ricordo che, dopo che le bandiere erano state arrotolate, la sospingeva all’aperto, dal vero signore della festa».

Nel tempo cattolico le feste dei santi danno un senso al calendario, lo rendono umano e lo glorificano: il dies mortis corrisponde al dies natalis nello splendore dell’Aldilà, all’accoglienza in Paradiso, le ricorrenze collegano Terra e Cielo, colorano le stagioni, offrono spiegazioni della varie facce della natura, prendono a prestito le scadenze della flora, i caratteri del clima, segnano il passaggio in questo mondo, talvolta nelle contrade protette dai santi in questione, di uomini e donne il cui il ricordo si è mantenuto nei secoli, ebbene, nonostante tutto ciò la Chiesa, che conosce l’arte del compromesso perché padroneggia davvero il tempo, sa venire a patti con le esigenze civili. Perfino una festa solennissima e millenaria come l’Epifania fu soppressa negli anni Settanta (e poi riammessa, anni dopo, per far contenti i venditori di giocattoli) senza troppo scandalo. Viene il sospetto che i laici e i loro sindacati covino in cuor loro il Culto Supremo del Ponte (frequentando le biblioteche romane, si è spesso disturbati dalle chiacchiere dei dipendenti che sembrano concentrarsi nelle strategie per costruire vacanze infrasettimanali, per viaggi-lampo in qualche isola esotica, per povere evasioni dal carcere del ‘tempo libero’).

giovedì 1 settembre 2011

Sola televisione

~ I NUOVI DOGMI MOLTO POP DEI PROTESTANTI ~

La parabola è nella fase discendente e svuota il cristianesimo; l’acme fu raggiunto quando Lutero si attestò sulla «sola Scriptura», mandando al rogo le interpretazioni dei sapienti, l’autorità della élite che è più equilibrata e assennata del singolo. Così l’invenzione del sacerdozio universale mise a diretto contatto la Sacra Scrittura e l’individuo solo, consacrato dal protestantesimo alla sua solitudine. La scrittura strappata agli apostoli viventi, i successori dei Dodici, diventava un feticcio, morta come tutte le carte costituzionali affidate al loro formalismo, una «tomba imbiancata», avrebbe detto Gesù. Il dogma della scrittura si imponeva da allora sull’Occidente: diffidenti verso tutto e tutti, senza più fede nella istituzione divina affidata a Pietro, senza più fiducia negli umani, senza più capacità di discernimento tra la comunità apostolica e i falsi profeti, confusi dal nichilismo di una simile mancanza di fondamento, ci si condannava al culto filologico, alla scienza linguistica, al decriptare le parole antiche secondo le procedure moderne del genere poliziesco. D’altra parte, l’esegesi di massa, affidata alle fantasie e alla cultura dell’estremo individualismo, produceva una macchina spaventosa, quella degli sceriffi che fanno giustizia del mondo a colpi di citazioni bibliche. «Un semplice laico armato con le Scritture è più grande del papa», dirà Lutero, per incoraggiare i suoi a rompere con la tradizione millenaria. La norma dunque è nella carta scritta, basta leggere, diranno gli ingenui protestanti. Basta annotarsi un versetto dunque per distruggere le più sublimi leggi del Magistero ecclesiastico che non si accordano con le fisime dell’interprete di turno. Il luogo della verità non è più nell’istituzione Chiesa ma nel «libero esame». Anche l’autorità di molti pastori e predicatori è personale, e discende dalla loro preparazione o da un qualche carisma, non da una investitura gerarchica.

Durò poco. Le scienze ‘laiche’ provocarono nuovi dubbi ai fedeli della «sola Scriptura», il Pietismo già sembrava diventare l’altra faccia dell’illuminismo, umanizzando ulteriormente la teologia, «situando [Dio] all’interno dell’autocoscienza sovrana dell’uomo» (Karl Barth). Nei salotti settecenteschi dei seguaci di Nikolaus Ludwig von Zinzendorf la parola scritta diventava parola interiore, sfuggente. Quindi fu la volta del contesto, della ricerca archeologica, storica, linguistica, seguendo positivismo e storicismo. Una questione accademica, una comparazione tra libri, e piccoli Erostrati moderni si affannano ancora oggi a incendiare i Vangeli, magari per attirare l’attenzione del professor Ratzinger. Fatto è che se adesso si leggono in Paolo, l’eroe del protestantesimo, parole di fuoco sugli omosessuali, basta invocare subito i «pregiudizi patriarcali del tempo» come fanno i valdesi in una recente polemica interna, per ridurre la Scrittura ispirata da Dio a documento di un’epoca lontana, démodé, inutilizzabile anche quando parla con estrema chiarezza, da sostituire con le decisioni prese attraverso il «consenso maturo e rispettoso raggiunto dalla chiese locali». Ovvero, l’ultima parola non spetta più a Dio, le sue leggi scritte sono anzi invecchiate, bensì all’assemblea locale, alla pubblica opinione. La Scrittura è suscettibile di un nuova interpretazione fornita da un magistero senza tradizione però, senza sapienza, senza mandato apostolico; soltanto una chiacchiera come in televisione, che riecheggia il senso comune. Qualcun altro anche dalle parti cattoliche, per quanto assimilabile di fatto al protestantesimo contemporaneo, nega addirittura la resurrezione. Il teologo da autogrill, per esempio, che vende i suoi libri come un comico, si richiama alla televisione: se ci fosse stata una telecamera davanti al sepolcro di Cristo, si chiede, avremmo potuto credere alla scena raffigurata da Piero della Francesca, con il Vincitore della morte che si leva sul sepolcro come un atleta? Insomma, al posto della «sola Scriptura» per i neo-protestanti c’è ormai «sola televisione».

giovedì 25 agosto 2011

Il Messia non si vende

~ L’ALTERNATIVA DELL’ARTE SACRA ~

Nella noticina dello scorso 8 agosto («Solo un ‘regnum gratiae’ ci può salvare») dicevamo dell’infimo ruolo dell’arte nell’epoca del funzionalismo capitalista. L’attività che accostava in modo particolare l’uomo a Dio, la bellezza generata non dal capriccio individuale bensì dall’imitazione della liturgia paradisiaca (si veda la Commedia di Dante), in un mondo all’insegna del mercato diventa comunicazione, orpello del processo comunicativo, enfasi pubblicitaria del mondo delle merci. Il Bauhaus lanciò il programma per l’allucinato svuotamento dell’arte, la moda piccolo borghese del design, la grafica per caratterizzare un prodotto, per sedurre un consumatore, l’esprit de géométrie senza più il conforto dell’esprit de finesse; Guy Debord ne denuncerà il gretto risultato finale. Il trionfo della macchina richiede che tutto, anche la casa e l’anima umana, sia riconducibile alla sua disciplina, onde sfruttare l’energia meccanica che è il suo unico scopo su questa terra. Perciò, si sottolineava in quello scrittarello, l’arte della nostra epoca è condannata a essere brutta (e c’è qualcuno tanto autolesionista da compiacersene). Ma perché, ci domandiamo oggi, anche l’arte sacra, cattolica – da cui nacquero i massimi capolavori nella storia dell’Occidente, dal Medioevo in poi – si deve piegare a una simile condanna? Perché, per esempio, le decorazioni, il logo, l’altare di Madrid dove le folle dei giovani hanno pregato con il papa devono obbedire alla maledizione dell’universo mercificato? Anzi, perché un logo per tale raduno, non bastava la croce, si doveva forse vendere qualcosa? Si doveva comunicare col tono sintetico e nevrotico della réclame? Eppure la buona notizia cristiana non appartiene al linguaggio delle news, è una faccenda che attraversa i secoli, che parla solenne, che annuncia nientedimeno che la sconfitta della morte, non si tratta di un consiglio etico, di un invito new age, di un brand spirituale da lanciare. Non è uno spettacolo, anche se i più devoti cronisti della televisione dei vescovi parlavano l’altro giorno di palco invece che di altare, ara del sacrificio. Certi preti si assoggettano ai peggiori dettami del marketing considerandosi i pr di Cristo, ma il Messia non si vende, è un dono. L’arte sacra dunque non può essere il riflesso di quanto accade nel mondo, soprattutto quando questo ha tagliato le radici con la tradizione e vive angosciosamente solo le oscillazioni economiche, le contorsioni demoniache dei soldi. Meglio sarebbe se si presentasse come l’unica alternativa a quel ‘contemporaneo’ asservito al denaro, e parlasse di un altro tempo: l’eterno.

lunedì 8 agosto 2011

Solo un «regnum gratiae» ci può salvare

~ SI PUÒ USCIRE DALLA SUB-CULTURA ATTUALE? ~

Tutti leggono, dalla mattina alla sera, nella metropolitana e sulle spiagge, e spendono assai nelle librerie, informandosi attraverso le recensioni e le presentazioni nella rete e sui giornali – piccole, continue evasioni senza respiro nel contemporaneo, roba da carcerati a vita – , ma chi sfoglia ancora Dante o Ariosto, Tommaso d’Aquino o Guicciardini? Anche più ristretta schiera quella di coloro che li meditano. Ecco perché George Steiner, pure in una intervista su «la Repubblica» del 25 luglio, tornava a parlare ormai di «una sub-cultura odierna». E alla intervistatrice che, perplessa, forse in quanto adepta dello spirito della testata, chiedeva: «perché si ostina a ripetere che l’idea di cultura è andata in pezzi?», Steiner spiegava con pazienza: «Sono i fatti a provarlo. In paesi come l’Inghilterra, la Francia e l’Italia, la scuola primaria e secondaria è in una crisi gravissima. Quand’ero giovane, le università tedesche costituivano una garanzia per la vita intellettuale europea e statunitense. Poi non è più stato così. Oggi nelle università occidentali, e anche in Italia, ci sono alcuni docenti notevoli, ma in generale è tramontato il prestigio della ricerca e della trasmissione di cultura universitaria. Gli studenti più validi di Cambridge finiscono a lavorare in Borsa o nelle grandi banche, e considerano la politica come qualcosa di ridicolo e corrotto. Per non parlare della decadenza del mestiere d’insegnante».

Gli fa eco Jean Clair. Il «Corriere della Sera» dell’otto agosto riporta un’anticipazione del suo ultimo libro, L’inverno della cultura, dove i giochi del contemporaneo vengono dannati definitivamente; vi si parla di «degenerazioni dell’arte contemporanea»: «la discesa dall’high culture alla low culture è una discesa agli inferi», i suoi protagonisti conoscono solo le tecniche del marketing. Un’altra anticipazione del testo polemico di Clair è offerta in rete da «Il Covile», numero 653. «L’arte contemporanea – vi si legge – è la storia di un naufragio e di uno sprofondamento». Sacrosante reazioni di nobili figure a situazioni insopportabili. I giornali però, inclini a conclusioni a effetto, propendono per l'ipotesi di una prossima fine di questo infernale gioco, quasi si trattasse di una moda sconfitta ormai dalla noia. Si dovrebbe essere meno ottimisti. Davanti ai restauri contemporanei di un ufficio postale anni Trenta, di fronte alle soluzioni standard, omologate, un’amica ci diceva realista che questa specie di arte attuale non può che essere così, funzionale al sistema che non concede deroghe. Ovvero, l’arte del capitalismo estremo non può che essere brutta. L’arte di massa in una società definitivamente nichilista non ha più neppure delle tracce di bellezza. Soltanto l’avvento di un «regnum gratiae» potrebbe modificare l’estetica.

All’inizio del Novecento c’era ancora chi sosteneva che «per un uomo di cultura la peggiore immoralità sarebbe quella di accettare i parametri della sua epoca» (Hugo Ball, Die Flucht aus der Zeit). Per Carl Schmitt la parola «contemporaneo» suonava come «complice dell’epoca meccanicistica», perché colui che crede di dover andare col tempo si è già da sé escluso dalla cerchia degli spiriti indipendenti (si veda l’ediz. italiana di Aurora boreale, un saggio di Schmitt tradotto per le Edizioni scientifiche italiane e ricco di apparati a cura di S. Nienhaus). Intanto si andava diffondendo il dogma che economia, finanza e arte si riconciliassero tra loro. Oggi l’economia senz’anima rivolge ovunque i suoi artigli, facendo intorno a sé il deserto.

mercoledì 27 luglio 2011

L'intervista

~ CONSIGLI IN RITARDO MA SEMPRE VALIDI
PER REAGIRE ADEGUATAMENTE
A UN GAZZETTIERE CHE TI ENTRA IN CASA
E SI PERMETTE DEGLI INSULTI ~

«Confesso una certa curiosità mentale mentre mi avvio all’appuntamento col professor Roberto De Mattei, l’uomo che con le sue idee – professate in varie sedi e occasioni – ha vinto l’Oscar del ridicolo. Che linea tenere, che domande rivolgergli, in una parola che cosa ci si aspetta da un signore che, con tutti i distinguo, ha sostenuto tesi balzane e in ogni caso antiscientifiche, come il creazionismo, l’immutabilità delle specie, la datazione della Terra a soli 15-20 milioni di anni fa? Se insieme al taccuino avessi con me un bel ‘tapirone d’oro’, la questione potrebbe risolversi in pochi attimi. Ma in fondo, De Mattei non è un caso umano, è un affare più complicato: un uomo solo (o quasi) che sostiene certe idee. Non basta questo per farne un eroe della resistenza ottusa?». Avete mai letto su «Repubblica» un’intervista con un simile incipit? I gazzettieri di solito sono molto deferenti verso chi concede loro lo scambio di qualche battuta, e sempre rispettosissimi delle idee dell’intervistato, anche le più matte e violente, anche quando porgono il microfono ai più feroci assassini, ai canari della cronaca, agli sterminatori della famiglia, ma stavolta si tratta di uno studioso cattolico che «sostiene certe idee». Allora, «che linea tenere?», si arrovella il giornalista, fedele alla linea di ideologica memoria. Prova a ricorrere alla volgarità, evoca quegli attrezzi agitati dalla tv Mediaset, l’organizzazione a delinquere del capo del governo, i suoi arcana imperii con i quali lobotomizza gli italiani, evidentemente anche il giornalista è ormai lobotomizzato se cita un tale manganello elettronico nelle pagine culturali che sono la crème cui si nutrono gli intellettuali italiani. In nome di quella cultura, distribuisce quindi «oscar del ridicolo», lo consegna personalmente al paziente professore, che risponde mansueto alle sue domande insolenti.

Rileggete, per favore, quel ‘cappello’ all’intervista apparsa qualche tempo fa su «Repubblica» e che l’inattuale «Almanacco» ha scoperto per caso solo adesso. Dove altro mai si è visto tanto sprezzo per le idee di qualcuno? Il fatto è che questo qualcuno ha pronunciato «tesi antiscientifiche» a insindacabile parere del gazzettiere che parla a nome della Scienza. Anche un collaboratore di quel giornale, celebre per scrivere dei libri copiando dai libri degli altri, sostiene opinioni antiscientifiche, corroborate dalla filosofia esistenzialista che certo non concesse mai granché al pensiero calcolante, ma nessuno oserebbe attaccarlo con insulti grevi, anzi le pagine del quotidiano bilioso si sono aperte spesso alla divulgazione del pensiero heideggeriano, sicché i poveri lettori bigotti dello scientismo si appassionano anche per il filosofo di Meßkirch producendo una grande confusione nelle proprie teste. Allora la colpa gravissima del professore in questione è di essere antiscientifico e cattolico. Come può ricoprire la carica di vice-presidente del Cnr, di un istituto cioè che si occupa di ricerca, di apertura, di metodo antidogmatico? Anatema dunque per chi si permette di citare Salviano, un erudito del V secolo, piuttosto che il giovanotto quasi omonimo, star della fuffa culturale in televisione, anatema per chi ritiene addirittura, insieme ad antichi autori cristiani, che l’impero romano sia venuto giù per la corruzione dei costumi (discutibile tesi condivisa pure da un pagano come Giovenale, il poeta che metteva in scena la fine del mondo causata da omosessuali e donne lascive), anatema per questo eccentrico che non vuole piegarsi alla vulgata del pensiero unico di cui il quotidiano in questione è l’organo ufficiale.

Gli aggettivi «ottuso» e «ridicolo» non si possono però usare impunemente ad personam. Il professore gentile con gli intervistatori dovrebbe far tesoro del comportamento di uno scrittore cattolico che in situazioni del genere rispondeva colpo su colpo. Ecco il testo-modello dell’intervista apparsa sull’«Intrasigeant» del 2 maggio di cento anni fa esatti, intitolata «A casa di Léon Bloy».

«Arrampicatomi rapidamente sulla Collina [di Montmartre], mi fermai incerto al numero 40 della via del Chevalier-de-la-Barre, e confesso che fu con una certa apprensione che suonai al campanello del temibile antro. L’affabilità ben nota di Léon Bloy mi toglie ogni velleità di vantare una accoglienza calorosa; venne lui stesso ad aprire la porta, prese il mio biglietto da visita senza neppure leggerlo e mi chiese che c… venivo a fare a casa sua. – Per intervistarvi, caro Maestro! A queste parole, Léon Bloy si precipitò su un randello che probabilmente tiene sempre appeso alla maniglia della porta e fischiò a un molosso che arrivò ringhiando per mettersi al suo fianco. Poi lesse il mio biglietto, mi esaminò con curiosità accorgendosi della mia aria costernata, cominciò a sorridere, posò il randello, allontanò il cane e con una voce così dolce da procurarmi i brividi alla schiena mi disse: - Signor Toussaint, il vostro nome mi disarma. Sono un devoto, lo sanno tutti, e il richiamo di tutti i santi evocati dal vostro nome mi fa pensare al giorno dei morti. Entrate pure, uscirete vivo. Voi sembrate ignorare che io non mi presto a quelle luriderie che voi chiamate interviste, e che all’appellativo di ‘caro maestro’ preferisco i peggiori oltraggi. Tuttavia, per una volta, e soltanto per riguardo al vostro nome, vi ascolto.

– Si dice che stiate per lasciare Montmartre. Perché questo abbandono? – Perché ho avuto precise informazioni che Parigi sta per saltare in aria; e dal momento che devo ancora irritare i miei contemporanei non voglio servire da combustibile all’incendio che si prepara, e temo proprio che voi siate uno dei primi ceppi da ardere. – Che cosa pensate della Chiesa e dei suoi rapporti con il governo? – Non so che cosa intendiate per Chiesa, non tenterò di illuminarvi sull’argomento; la vita è troppo corta! Quanto al governo, sarò più esplicito. Da quarant’anni la Francia è governata da persone a cui nessuno affiderebbe il suo portamonete. – Vi interessa l’aviazione? Seguite i progressi degli aereoplani e dei dirigibili? – Appassionatamente! Ogni giorno vengo a sapere con la più grande soddisfazione che uno di questi acrobati si è fracassato la testa. – Avete un’opinione sulla questione marocchina? Temete una guerra per i vostri compatrioti? – Gli unici marocchini che conosco sono quelli delle rilegature, ma preferisco di gran lunga la pelle di scrofa per le mie edizioni di lusso. Quanto alla guerra imminente, l’aspetto con impazienza, persuaso che sarà sterminatrice e che il numero degli imbecilli – voi mi capite, signore – diminuirà considerevolmente. – E la giovane letteratura? – Non esiste la giovane letteratura, ci sono soltanto delle persone di talento e delle canaglie… Mentre diceva le ultime parole, mi fissò, aggiungendo: - Non so a quale delle due categorie apparteniate… Fu la sua ultima parola; la pazienza si stava esaurendo e il molosso, sorpreso dalla lunga cordialità del padrone, dava segni di impazienza. Presi la fuga» (da Il pellegrino dell’assoluto, Città nuova editrice, pp.175-176). Lo stesso Bloy annota nel suo diario: «divertente intervista messa su da Brou e da me stesso per liberarmi dall’incubo di un giornalista scatenato che non volevo far entrare in casa». Che i professori cattolici imitino il letterato che predicava la santità alla portata di tutti e comprino molossi o altri cani cattivi.

sabato 16 luglio 2011

Cerimonia funebre

~ PREZIOSI FRAMMENTI LETTERARI
NEL GIORNO DELLE ESEQUIE DI OTTO D’ASBURGO ~

Gabriella Bemporad con signorile sottotono le chiamava «note», senza alcun titolo, e le apponeva in guisa di postfazione a testi bellissimi che traduceva dal tedesco; vi concentrava le ultime stille di un’eleganza ormai introvabile nella consuetudine editoriale. In una di queste, che accompagnava l’hofmannsthaliano romanzo Andrea o I ricongiunti (Andreas oder die Vereinigten), a proposito della geografia culturale che aveva come poli Vienna e Venezia scriveva: «il più singolare luogo geometrico dei congedi e delle nuove partenze». Oggi a Vienna, dopo tredici giorni di lutto, ci si accomiata dall’ultimo imperatore, riconosciuto nella sua maestà solo dagli esuli, nobili ed ebrei.

La nobiltà è una maschera – spiegava la eccelsa germanista – evita la rude socievolezza dell’homo homini lupus. L’ingenuità dei repubblicani dal volto nudo, dell’uomo senza passato che perciò deve rinunciare anche alle meraviglie sperimentate nell’infanzia, conduce al puritanesimo triste, senza ornamenti (o con ornamenti rubati ai re spodestati). I riconciliati con il passato, con la tradizione, con il mondo aureo, possono credere alla sapienza delle fiabe.

Della scrittura del Maestro delle maschere diceva: «la pagina – che pure narra incertezze e angosce esistenziali e le intuizioni confuse […] – appare difesa da una superficie liscia come uno specchio, priva di crepe o spiragli, da un fluire ininterrotto ma mai turbinoso […]. La materia appare pacificata…». La forma – politica, imperiale, e letteraria – rappacifica. La signora fiorentina parlava con garbo di «quel felice componimento delle dissonanze che è il fine della narrazione». Estraneo adesso ai più che trafficano con la scrittura e con il pensiero.

E celebrando la «sobrietà del ricco», la «semplicità del raffinato», l’amica di Cristina Campo sempre in quella stessa Nota citava una frase di Hofmannsthal nella parte incompiuta dell’Andreas, riferita al Cavaliere di Malta: «Mania di perfezione: immaginare splendide feste conduce a non trovare perfetta alcuna festa, salvo le esequie di un monaco certosino».

Avvolta nella bandiera imperiale giallo-nera, la salma dell’ultimo imperatore senza impero, di un fantasma imperiale, è tornata a Vienna. Il corteo funebre si snoderà nel centro storico della città per portare Otto nella cripta imperiale dei Cappuccini, dove dal 1633 sono sepolti più di cento suoi antenati. Al termine del tragitto – raccontano i cronisti – l’araldo busserà con la mazza alla porta della chiesa. Dall’interno, come è sempre avvenuto nei secoli, un cappuccino chiederà: «Chi vuole entrare?». L’araldo risponderà: «Otto d’Asburgo, erede al trono d’Austria e d’Ungheria, dei regni di Boemia, Croazia, Dalmazia, Slavonia, Galizia, delle contee di Gorizia e Gradisca...». «Non lo conosco» dirà il frate. L’araldo ci proverà di nuovo annunciando «l’erede al trono di Austria e Ungheria». E riceverà un altro rifiuto. Alla fine annuncerà semplicemente: «Otto, un povero peccatore». E la porta della chiesa si aprirà all’ultimo Asburgo, che ha vissuto la fine dell’impero. Barocco asburgico, particolarmente funereo.

A pochi passi dalla Cripta, c’è la chiesa di Sant’Agostino, l’imperiale Augustinerkirche, il tempio che conserva i cuori asburgici e dove si celebrarono le nozze di Sissi con Francesco Giuseppe e quelle di Maria Luisa con Napoleone Bonaparte nemico dei re. Lì Antonio Canova, in un’èra rivoluzionaria, senza fondamento, innalzò una sepoltura tragica, tradusse in scabro moderno il barocco lugubre degli Asburgo. La giovane Maria Cristina si avvia sola, patetica, verso il mistero cupo del tenebrosissimo Ade. La si vorrebbe abbracciare e confortarla con la «lux perpetua» che invochiamo nel Requiem. La piramide del mondo pre-cristiano però accenna a morti pagane. Forse Canova vi ha messo in scena il contrappasso per l’egoismo moderno.

In un balenio di spirito aristocratico, di irriproducibile, di unico, Sacramozo, personaggio dell’Andreas che «conosce la potenza dell’azione creatrice» dice: «il rapporto più sacro è quello tra apparenza e sostanza – e come viene incessantemente ferito! si può pensare che Dio l’abbia nascosto tra aculei e spine –. Noi possediamo un arsenale di verità, forte abbastanza da ritrasformare il mondo in un pulviscolo di stelle, ma ogni arcanum è chiuso in un crogiolo di ferro, per colpa della nostra durezza e della nostra stolidità, dei nostri pregiudizi, della nostra incapacità di concepire l’irripetibile».