venerdì 19 luglio 2013

Tristi arti

~ FLAUBERT E I SIMPSON PER DISTOGLIERE
DA UNA VISITA ALLA BIENNALE,
NONOSTANTE IL PADIGLIONE DI SUA EMINENZA ~

«Il Corriere della Sera» in un sussulto encomiastico ha pubblicato una stroncatura del pensiero critico conservatore, quello che resiste agli ultimi colpi inflitti dalla Modernità (sia pure in modo maldestro per i troppi traumi subìti). E con la confusione delle polemiche giornalistiche si strizzava l’occhio al lettore, cercandone la complicità dal momento che prendeva di mira l’intellettuale (che invero è una figura progressista) e ne sottolineava con facile gioco l’aspetto macchiettistico, il tutto per ripetere quella «glorification historique de tout ce qu’on approuve», come sintetizzava, al solito splendidamente, Flaubert a Louise Colet, una delle prime volte in cui provò a parlare all’amante del suo Dictionnaire des idées reçues. Del resto che altro può fare il più venduto dei giornali italiani se vuole mantenere il suo gigantesco pubblico? Deve appunto dimostrare che «le maggioranze hanno sempre ragione e le minoranze torto», immolando democraticamente «i grandi a tutti gli imbecilli, i martiri a tutti i carnefici, e questo in uno stile spinto all’eccesso» (citiamo sempre della lettera flaubertiana che risale al 1853). Anche nelle pagine culturali si ritrova la stessa «apologia dell’umana canagliata». È ancora il romanziere a spiegarlo: «Così, per letteratura, il che verrà facile, stabilirò [nel Dictionnaire] che il mediocre, risultando alla portata di tutti, è il solo legittimo, e che bisogna dunque disonorare ogni genere di originalità come pericolosa, insensata, ecc.». Figurarsi nelle arti che non si vogliono più belle, nel visivo che pretende tralasciare il legame con i sensi (vista compresa) per saltare nel concettuale: probabilmente Flaubert troverebbe troppo malinconico un dizionario di tali gesti e ancor più delle parole che li commentano.

Se un giornalone ambisce a cancellare ogni soffio critico, un piccolo «Foglio» può rilanciare, replicando ai venditori del progressismo; magari per evitare d’essere accomunato ai cavillosi messi alla berlina dal «Corriere», Alfonso Berardinelli replica concordando con il fastidio provato da tutti nei confronti delle contorsioni intellettuali e perciò taglia corto, forse un po’ troppo corto per i nostri gusti, secondo un metodo leggermente avanguardistico, definitorio, assertivo, proclamante alla maniera dei ‘manifesti’ di un tempo, ma la sostanza è sottoscrivibile: «in materia di belle arti sono così ‘moderno’ da ritenere che dopo il 1960 nessun artista, in nessuna delle arti tradizionali (letteratura, musica classica o d’avanguardia, pittura e scultura) abbia superato un regista come Stanley Kubrick. Ma non riesco a considerare graffiti e tatuaggi come una novità artistica e di costume paragonabili alle avanguardie di primo Novecento, per quanto potessero scivolare ogni tanto in una geniale imbecillità. […] Mi pare per esempio che una serie televisiva come ‘I Simpson’ sia superiore al novanta per cento dell’arte (suppostamente d’élite) offerta al pubblico della Biennale di Venezia».

Discutibile la data cui fa risalire l’inizio del male contemporaneo, discutibile coinvolgere direttamente la letteratura e la musica, ma come non essere d’accordo sul fatto che viviamo in un periodo di arti fragili e tristi in ogni campo, con risultati estetici assai miseri. Checché ne pensi l’Eminenza culturale del Vaticano che ha voluto partecipare alla «canagliata» veneziana, una visita alla Biennale è esercizio frustrante, volto a ingannare i semplici che, convinti dagli altri media della nefandezza televisiva, dello strumento che l’altro ieri li alfabetizzò, accorrono in cerca di nuove forme di pellegrinaggio, di altri feticci da venerare.

lunedì 15 luglio 2013

Lo scimmione intelligente

~ L’OLTRAGGIO È ALLA CULTURA CATTOLICA ~

A tal punto si è affermata la dittatura del comico, la guerra della satira, la cultura dello scherzo stupido, che un senatore italiano ha prima oltraggiato una donna ministro – dimentico della regola che le signore di qualsiasi sangue siano non si insultano (villanzone longobardo!) – e poi si è scusato dicendo di celiare, credendo così di rifugiarsi in una enclave al riparo delle buone maniere. Dall’altra parte, chi difende la dama offesa, mostrando grande scandalo, dimentica che per i paladini del darwinismo – in gran schiera tra gli scandalizzati – la somiglianza con lo scimmione non è un’offesa bensì una verità scientifica, un dogma del sapere, l’icona che trionfa sulle arcaiche immagini bibliche. È dal tempo dell’illuminismo che si è messa in ombra la scena del Dio creatore dell’uomo «a sua immagine e somiglianza», scena raffigurata con somma virtù da Michelangelo nella Cappella Sistina, per sostituirla con un laboratorio dove gli scienziati procedono alla misurazione dei crani, dei nasi e della distanza degli occhi, via via fino ad arrivare agli incroci delle razze come se ne era parlato soltanto nei trattati di zoologia, teorizzando in modo lieve e allegro di uno «scimmione intelligente» che per qualche misterioso accidente governa l’universo ma che negli ultimi tempi, per paura di concedere ancora qualcosa alla metafisica, è visto sempre più come il frutto, al pari di altri animali, dell’onnipotente ambiente e delle formule chimiche, a loro volta risultato dell’evoluzione genetica. In quel sinistro laboratorio sembra esserci pure Kant, nonostante che per retaggio cristiano gli restasse ancora un’idea politica dell’eguaglianza, ma poi nell’osservazione della natura, nella libera ricerca scientifica, nella confusione tra animali e umani, veniva fuori la classifica delle razze (a quella negra, per il filosofo della coscienza, toccava l’ultimo posto). Anche in questo campo Kant ebbe un’influenza spaventosa sulla modernità. Sarebbe bastata un affermazione del medioevale Tommaso d’Aquino per vanificare questi razzismi biologici: «Natura fecit omnes homines acquales in libertate, non autem in perfectionibus naturalibus». La cultura cattolica lo ripete da millenni, quel che conta è la scelta evangelica, il verbo e il sacramento che liberano dalla necessità naturale – a cominciare dalla morte –, non le presunte perfezioni di una razza o dell’altra, non la bellezza o la bruttezza che la natura distribuisce malignamente. Ma ormai perfino sui banchi della scuola primaria si apprende che la comune origine è nello scimmione, l’antenato dunque un orango, logico se ne colgano le somiglianze. Lo sgarbo selvaggio naturalmente esisteva anche nel mondo pre-moderno e il sempliciotto faceva un facile accostamento ricorrendo all’epiteto di scimmia ma le similitudini animalesche non contenevano ancora il veleno biologico che i positivismi anticattolici hanno diffuso sulla terra. Perciò oggi una battuta si trasforma in uno sfregio.

Le battute però hanno una loro pesantezza di pietre anche quando sono pronunciate dai comici, i nuovi sacerdoti dell’etica laica e democratica attuale. I loro sermoni grevi vengono invece considerati sempre magistrali, ogni sboccata caricatura, ogni vile improperio è subito citato dai giornali come fosse una nuova apposizione riferita alla vittima dello sberleffo, offesa che in circostanze extra-buffonesche provocherebbe querele, condanne, riparazioni. Ma nell’inferno della risata (i Padri del deserto si immaginavano che nel Regno di Satana si imponesse una ridarella continua e demente), in quel ‘sacro’ capovolto che esige più rispetto di quello vero, nessuno osa mai prendersela per non incorrere nel peccato mortale di mancanza di ironia, nessuno salvo in certi peccati speciali, ovvero quelli che la sinistra considera tali. Basta per esempio che il comico abbia ‘generalizzato’ o come in questo caso che non si tratti di un comico bensì di un politico. E avanza l’idea ‘forte’ del «contesto», che nelle architetture intellettuali dei progressisti è tutto. Così se trovi un orinatoio in un negozio di sanitari è appunto un orinatoio, ma nel contesto di un museo e con la firma di Duchamp appare come un’opera d’arte; se un attore sghignazza su una deputata bellina e la ribattezza puttana è l’incarnazione della Vox populi, se un politico parla della bruttezza di una sua collega risulta un mascalzone maleducato. Anche la darwiniana «struggle for life and death» una volta tolta dal contesto biologico dove è considerata scienza purissima e trasportata sul piano sociale diventa «darwinismo sociale», espressione che a quelli del 'contesto' suona come una parolaccia.

giovedì 11 luglio 2013

Fiori nel Mediterraneo

~ SI CONCEDA A DEI DONCHISCIOTTESCHI
DI RICORDARE LE ALTRE VITTIME
DEL MARE CHE CI CIRCONDA ~

«In questa pietà popolare si guadagna in sensibilità e si perde in visione. Se sentivano meno, altre epoche vedevano di più, anche se vedevano con l’occhio cieco, profetico, insensibile dell’accettazione, vale a dire della fede. Ora in assenza di questa fede siamo governati dalla tenerezza. Una tenerezza che da tempo, staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas».
Flannery O’Connor, A Memory of Mary Ann, 1961

«Negli ultimi tempi, secondo Giovanni, gli uomini saranno “con parvenza di pietà ma rinnegatori di quel che ne è l’essenza vera” (2 Tm 3,5). E infatti mai come ora si riconoscono diritti a tutti, si nega la schiavitù, si parla della nobiltà dell’uomo, di giustizia di pace di libertà di fratellanza».
Sergio Quinzio, Diario profetico, 1958


Dedicando un po’ del lento tempo estivo alla rilettura del Don Chisciotte, si era giunti questo lunedì 8 luglio – ovvero proprio nel giorno in cui i media macinavano barchette, fuggiaschi, naufragi – ai capitoli XXXIX-XLI della prima parte del romanzo, dove si interrompono le avventure del folle hidalgo per narrare le più tragiche storie dei prigionieri di guerra, delle vittime dei saccheggi, dei bottini umani che a quel tempo i musulmani facevano tra i cristiani (talvolta con la complicità o la concorrenza di qualche cristiano). Cervantes conosceva la materia: arruolatosi da giovane nella guerra benedetta dal papa, era finito per capriccio della fortuna nelle mani dei mori subito dopo aver vinto la battaglia di Lepanto. Cinque anni nelle galere, remando in catene nelle navi facili al capovolgimento, di volta in volta venduto dai mercanti islamici di carne umana, dalla Grecia ad Algeri, sognando di tornare nel mondo cristiano. Uno dei massimi scrittori della letteratura che chiamiamo universale, un campione del canone occidentale, patì le sofferenze di decine di migliaia di uomini e donne che trascorsero parte della loro vita in cattività presso i nordafricani d’altra religione. Dal XVI secolo al XIX si contano un milione di martiri cristiani, un milione di morti. Nessuno lancia più un fiore per loro nelle acque mediterranee. Nessun pastore celebra il ricordo degli eroi che resistettero al rinnegamento della verità evangelica, gesto che avrebbe permesso loro un ritorno tra gli umani, secondo le regole ‘tolleranti’ dell’islam. Per lenire tali sofferenze perciò, per strappare quei giovani europei alle umiliazioni, alle violenze, ai ricatti, san Giovanni de Matha, seguendo le indicazioni degli angeli – raccontano gli agiografi – fondò la compagnia dei trinitari, con la missione di liberare gli schiavi cristiani. «In exitu Israël de Aegypto» è il salmo che cantavano i prigionieri appena liberati tornando in patria e andando a ringraziare solennemente Dio nelle chiese. Cervantes fu salvato proprio da un frate di san Giovanni de Matha. Francesco d’Assisi volle conoscere questo intrepido fondatore: gli diventò amico, condivise la missione, quell’amore per i fratelli in Cristo. In altra occasione, Francesco che non era un predicatore di sentimentalismo invocò battesimi di sangue, propose ordalie: non varcò il mare per compiacere i mori ma per testimoniare il vangelo anche presso di loro. Un fiore per il santo provenzale e un fiore per Francesco d’Assisi. E un fiore per san Pietro Nolasco, che organizzò l’ordine dei mercedari con il medesimo scopo di sottrarre uomini alla schiavitù islamica. Ma Braudel ricorda nel suo smisurato studio del Mediterraneo che anche prima di Maometto, dalle rive africane partivano attacchi di pirati pagani contro l’Europa e soprattutto contro la penisola italica che si distendeva verso quei lidi. Quante guerre e quanti morti nelle acque che i visionari ‘multietnici’ immaginano come un laghetto alpino, un pelago di dialoganti. Nel Novecento le fantasie degli europei che non inseguivano la modernità atlantica tornarono a concentrarsi sul bacino dove sorsero le nostre civiltà, sui loro dèi, le loro leggi, i traffici mentali che ci inorgoglirono. Da Ortega y Gasset, che ritrovava le abitudini socratiche anche sulle lontane coste spagnole, a Gottfried Benn che si inebriava delle colonie doriche e dei loro «cori oscuri». Anche chi stravedeva per gli islamici e ne venerava il monoteismo esemplare, il cattolico Louis Massignon arabista eccelso, pregando nelle notti mediterranee accanto all’eremita del deserto Louis de Foucauld (beatificato da Benedetto XVI), leggeva la storia tra i bagliori mistici e pensava a una missione silenziosa per far maturare i germi cristiani nascosti nel mondo musulmano.

Cervantes dunque fa dire a un nobile prigioniero che nel giorno della vittoria di Lepanto – in chiave autobiografica appunto sta parlando –, mentre si gioisce per la liberazione di quindicimila cristiani, viene fatto schiavo. Comincia una piccola serie di tormenti consueti nella condizione di schiavitù. I mori ‘tolleranti’, secondo la prassi dei rapitori ancora adesso in corso, premevano sui rapiti affinché scrivessero ai parenti per chiedere un riscatto, una somma cospicua che permettesse di riavere il giovanotto tenuto per anni alla catena, forzando magari un po’ le cose con tagli delle orecchie o delle mani che intenerivano chi in patria piangeva la loro sorte. I più poveri non avevano speranza, i più fieri non si piegavano al ricatto. La decapitazione o l’impalamento era il rischio di chi provava a fuggire. Ma c’era anche chi rinnegava la religione cristiana e diventava aguzzino dei suoi ex correligionari, occupando in poco tempo ruoli importanti, per la gioia degli apologeti degli ottomani che potranno farci riflettere ancora oggi sul potere multietnico che laggiù vigeva. Il narratore alla catena ricorda invece che «sebbene qualche volta, anzi quasi sempre, ci tormentasse la fame e non avessimo di che coprirci, nulla ci addolorava tanto come l’udire e il vedere ogni momento le orribili e inaudite crudeltà che il mio padrone [il rinnegato] commetteva sui cristiani». Cervantes inventa per la storia incastonata nelle avventure del cavaliere della Mancia un piccolo miracolo mariano e un piccolo miracolo d’amore a prima vista. Evangelizzazioni sottovoce di schiave cristiane che si rivolgono alle loro giovani padrone, lacrime di pentimento dei rinnegati, furbizie di altri rinnegati che desideravano tornare in patria e avevano bisogno di testimonianze scritte dei loro prigionieri per vantare un po’ di umanità, come nelle vicende dei campi della guerra mondiale, come nelle prigioni sovietiche. Dimenticata del tutto questa epopea mediterranea, questa epopea cristiana, cancellata dall’album dei ricordi, mentre già nella scuola elementare si riempie la testa dei bambini con le Crociate da dannare, senza un accenno a quell’ardimento per difendere i confini della geografia biblica, senza fornire le spiegazioni ideali che furono accampate nei secoli, riducendo invece tutto, come si fa oggi in ogni campo, a una faccenda di soldi. E senza avvertire grandi e piccini che una simile autoflagellazione dell’occidente, ovvero tanto spirito critico così introvabile altrove deriva pure da quel cristianesimo che ci ricorda a ogni piè sospinto di essere tutti peccatori, «mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa», come recita il messale tridentino, che prescrive anche di accompagnare le parole del Confiteor con il gesto di percuotersi il petto.

Ci si è dimenticati nel frattempo che, secondo il verbo coranico, cristiani ed ebrei erano una sottospecie umana e per questo dovevano pagare tanti soldi in cambio della sopravvivenza. Così che quella che oggi chiamano miracolo della tolleranza pare a dire il vero più uno scambio mafioso, mentre i cristiani che volevano convertire tutti perché volevano salvare tutti i viventi di questo mondo sono bollati come fanatici. Ci siamo dimenticati che i nostri eroi, El Cid, Orlando e i suoi nobili Paladini (su cui formammo, spettatori dei burattini, il nostro senso dell’onore), insieme a tutti i divini personaggi di Ludovico Ariosto, combattevano in difesa di questa riva. Quanti Gano di Magonza con abituccio culturale si vedono in giro. Dimentichi anche del catalano Raimondo Lullo, il gigantesco logico medioevale, l’autore dell’Ars magna, il maestro di Pico della Mirandola e di Leibniz, l’anticipatore delle intelligenze artificiali, il geniale alchimista che percorse le coste mediterranee per predicare una crociata filosofica, e che fu a stento sottratto al linciaggio dalle parti di Tunisi, tra gli ‘inventori’ della tolleranza (come insegna il dogma delle banalità contemporanee). Per i morti di Otranto, per il massacro degli ottocento salentini, ci volle l’arte barocca di Carmelo Bene in Nostra Signora dei Turchi; papa Ratzinger li volle santi ma rendendone nota la canonizzazione insieme all’annuncio delle sue dimissioni da pontefice, questa clamorosa notizia fece subito ridiscendere l’oblio su quelle povere ossa. Dimenticata allora anche da Roma la lunga pagina della persecuzione cristiana nel Mediterraneo, si conceda a dei donchisciotteschi, come son tutti gli scribacchini dei blog, di renderle omaggio con un fiore.

«Voi non siete del mondo… per questo il mondo vi odia» (Gv 15,19). Si provi pure a mitigare l’odio terribile, si venga a compromesso, secondo il realismo romano, ma quando quel mondo riecheggia le nostre parole, quando plaude perché il cattolico parla come il laico più corrivo, perché celebra il medesimo rito, qualche dubbio sarà legittimo nutrire sullo snaturamento della Chiesa.

venerdì 21 giugno 2013

Viva l'Italia

~ LA CATTOLICITÀ DEL BELPAESE
SECONDO PARISE ~


Dopo avere abbozzato una scena romana di via della Croce, con un cieco alla fisarmonica, il forno con l’odore di pane fresco, i marinai che ascoltano il cieco che suona Verdi, e «su tutto, sopra l’angolo un vecchio capitello papalino con una Madonnina e una lampada, sopra questo il cielo d’Italia», Goffredo Parise se ne usciva con una espressione forte: «Mi fanno schifo e noia quelli che continuamente parlano male dell’Italia, cretini, che girino pure il mondo e un quadretto così, un De Pisis purissimo non lo troveranno in nessun luogo» (da «Lettere inedite» a Omaira Rorato, in I movimenti remoti, «Marka 32», pp. 50-51).

Hai voglia a far le file ai musei, a non perdersi una mostra, mancano gli occhi. Gli ultimi cafoncelli al termine delle loro vacanze all’estero affermano convinti che il tal paese o il talaltro è «dieci vent’anni avanti a noi». Pizzardoni della storia e della civiltà, hanno come orizzonte il pensiero unico e provano orrore per le meraviglie che gli fanno eccezione. Lo snobismo di chi ha perduto ogni eleganza, perfino quella degli umili, spinge costoro a vergognarsi dell’Italia. Comici, giornalisti, studenti in Erasmus sottomessi agli ospiti, pigri mentali in genere servono al forestiero il piattino con gli intingoli che predilige: mafia, camorra, corruzione dei politici, strapotere della Chiesa di Roma. Senza timidezze ma senza indignazioni, Parise smentì con grande allegria simili superstizioni. Gli bastò riprendere a parlare del bello nell’epoca dei sociologismi, quando sembrava scomparso, in quei Settanta che passano per i peggiori del Novecento. E mise insieme bello, Italia e cattolicità. I corvi annunciavano la fine della letteratura, lui replicò pubblicando proprio nel decennio grossolano la prima parte di Sillabari. E vi si veda la voce Italia: dovrebbe esser letta con leggerezza in tutte le scuole, almeno una volta all’anno, come una Magna Charta (indispensabile in particolare per i ragazzi che vogliono ottenere la cittadinanza di questo eccentrico popolo). Tali incanti, in affinità con le piccole prose di Raffaele La Capria, apparivano anche negli articoli per i giornali, dove lo scrittore veneto sapeva ricondurre gli smemorati dei Settanta, colonizzati e ideologizzati, ai piaceri del Belpaese. In forma di chiacchiere con i lettori, sul «Corriere della Sera» tenne una rubrica settimanale che brilla ancora oggi, sottratta come era alle mode funeste del tempo. Attingiamo copiosamente al libro che raccoglie queste conversazioni: Verba volant, con il sottotitolo editoriale «Profezie civili di un anticonformista» (Firenze, 1998) in modo che, una volta tanto, si parli del nostro paese senza sangue alla testa e respiro ansimante per pacchiane questioni di soldi.

«Questo è il mio Paese»

A un lettore che prova tristezza per preti e monache:
«‘Preti e monache’, incluse campane domenicali e vecchie che vanno a messa all’alba non soltanto mi piacciono ma mi danno gioia, guardi un po’. Perché questo è il mio Paese, con preti, monache, campane domenicali e vecchie che vanno a messa all’alba. Vede, signor Ravaioli, noi italiani, battezzati o no, non possiamo non essere cattolici. Lo siamo da troppi anni e l’impasto di amministrazione cattolica di cui siamo fatti è ormai fisico, lo spirito essendo volato via al tempo della Riforma e Controriforma al di là delle Alpi e degli oceani. A noi sono rimaste le pompe, le statue e le statuette, i pepli dei comunicandi e dei cresimandi, i confetti, le bomboniere e la pietà dei preti e delle monache. È poco rispetto all’Idea di Dio (invisibile)? Non è poco. […] Siamo un paese di atei, signor Ravaioli, che crede appunto in ciò che vede e che tocca, che crede nelle immagini dei santi, nei riti, nei parroci, insomma in tutto ciò che abbiamo visto fin dall’infanzia» (p.35).

«… Questo mio Paese è l’Italia molto bella dei più, non il meschinissimo Paese dei meno: quello dei meno è un Paese dove non si nasce, non si mangia, non si ama, non si vive e non si fa nessuna cultura. Dove non si respira nemmeno l’aria, perché prima bisogna ‘fiutare le arie che tirano’ e solo dopo si respira. Questo non è il mio Paese: il mio Paese è l’Italia piena di calore animale, quella ignorata dai poveri snob, dove mi piace vivere e scrivere» (p.129).

La povertà

Trentacinque anni fa, durante un’altra crisi economica c’erano come oggi, a contraddire i profeti si sventure, «i capannoni pieni di gente che si getta sul cibo». E anche Parise si chiedeva: «La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbe sciopero per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati sull’acquisto insensato di oggetti e di cibo». Molte le assonanze, dunque, a cominciare dal terrore di diventare poveri. «Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e religioso al tempo stesso. […] Questo denaro deve cascare dal cielo e dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. […] La povertà, si cominci a impararlo, è un segno distintivo e infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere, che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro Paese» (pp. 75-79). Tutt’altra storia le giaculatorie sulla ‘cultura’ come mezzo per far soldi: qui si insegna la strada per la bella povertà.

La scuola

Come risolvere il contrasto tra la cultura scolastica basata sulla lettura dei libri e quella televisiva basata sullo sguardo distratto?
«Questa frattura italiana è per il momento insanabile nonostante il velocissimo processo di integrazione in corso. Fino a quando la vecchia Italia, museificata, mummificata (o distrutta, che è lo stesso) avrà cessato di esistere come corpo vivo» (pp. 97-98). Forse questo momento è arrivato, la museificazione è completata, la distruzione di una penisola vivacissima quasi realizzata. Allora i ‘tagli’ ai bilanci del culturame non sono una disgrazia contro cui inveire.

«Non siamo in America dove non c’è cultura umanistica che affonda nel passato e dove il paesaggio e la realtà giornaliera coincidono perfettamente». Già, è un dettaglio che dimenticano tutti coloro che anche da noi sbandierano una americanizzazione della cultura del Belpaese. Si dovrebbe far sapere agli assessori competenti che, «essendo il nostro Paese molto vecchio, permangono in molti suoi abitanti […] alcuni frammenti di ‘cultura umanistica’: cioè autoctona, locale. Questi frammenti non si apprendono nelle scuole classiche, bensì stanno nascosti in una specie di sacca culturale pre-storica e pre-politica, che ci portiamo appresso dal nostro passato agricolo, popolare, paesano e cattolico. Questi frammenti si trovano nei contadini, quelli che ancora ci sono, negli operai (che furono contadini), in certa aristocrazia decaduta e in certa media borghesia del sud, che la sa lunga. Per fare un brevissimo esempio, anche la mafia è, a suo modo, uno di questi frammenti. […] La prima fonte di informazione per un contadino di fronte a un estraneo (straniero alla famiglia, al paese, alla regione) è la faccia. Quando si diceva ‘diffidenza contadina’ nei confronti di estranei, in realtà si diceva ‘cultura contadina’» (p. 100).

Sulla Biennale, basta una parola:
«Gli snob mi rimproverano perché essi fanno parte di un’altra società, quella oligarchica del pas de chale. Ce ne sono molti di sinistra, tra gli snob, perché anche la sinistra italiana, quella oligarchica e antidemocratica, ha i suoi pas de chale, le sue parole difficili, i suoi comportamenti apartheid: basterebbe guardare la nuova Biennale» (p. 127).

La Chiesa (1)

Quando un Gesù attualizzato in jeans finì sulla copertina di un settimanale cattolico, producendo gli entusiasmi dei bigotti post-conciliari, Parise scrisse: «È lo spirito e l’aspetto della intera Chiesa cattolica, il simbolo dell’autorità carismatica e pastorale che viene leso». Perché riportare il mistero divino al livello del linguaggio pubblicitario, atto a far soldi, fa sì che «la lesione si produce proprio là dove maggiore è, oggi, la debolezza della Chiesa: nella sua autorità, il suo fascino. Come dire che la Chiesa cattolica […] riconosce le leggi commerciali e potentissime del consumo materiale come leggi utili a cui obbedire, quanto meno, di cui servirsi. L’abolizione definitiva dell’autorità temporale (il Papa a Tormarancio) auspicata da Pasolini, o al contrario, il ripristino del potere temporale (parte diretta nell’amministrazione del nostro Paese) auspicata da me, hanno infinitamente più autorità spirituale che il compromesso commerciale con i tempi. […] Pensare, anche soltanto pensare, che la figura del Cristo debba essere ‘attualizzata’ per raggiungere e penetrare uno strato più vasto di consumatori è segno e annuncio, da parte di chi lo pensa, di una profonda crisi […]. Come dire: dobbiamo inventare qualcosa per rilanciare un prodotto poco richiesto. Il prodotto poco richiesto sarebbe la figura e la parola di Cristo» (pp. 145-146).

La Chiesa (2)

Anche se ne frattempo il prestigio del clero è scivolato giù (ne converrebbe oggi anche Parise) e perfino la parola ‘papa’ è occultata con imbarazzo, suona comunque attuale il rapporto schizzato in queste righe tra Italia e Chiesa romana. «Ho detto che non sono religioso, che non credo in Dio, e lo ripeto, ma non ho mai detto né scritto che non credo all’efficienza della Chiesa cattolica. Per prima cosa è la sola organizzazione amministrativa (anche se di anime) che gode immenso prestigio nel mondo; e di questo ogni italiano deve essere fiero. Poi credo nella Chiesa cattolica per la sua efficienza culturale, per la sua attenzione, non soltanto spirituale, ma umanistica e scientifica: infinitamente superiore, anche nel più umile dei suoi servi, a quella del più dotto uomo politico democristiano. Poi credo nella sua onestà, nella sua rettitudine, nella sua saggezza che ha sempre agito non soltanto ad maiorem Dei gloriam, ma anche a maggior gloria del Paese in cui vive […]. Non cesserò mai di ripetere che il solo altissimo prestigio del nostro Paese nel mondo è dovuto alla presenza fisica della Chiesa cattolica e del suo Princeps a Roma, in Italia. All’infuori di questo prestigio, per l’Italia, non c’è altro. C’è la mafia, alcuni prodotti alimentari, un po’ di canzoni. Ma questo non è prestigio internazionale, questa è bancarella. […] Tra il prestigio internazionale della Chiesa cattolica e quello della bancarella di prodotti folkloristici c’è un’immensa, incolmabile differenza di stile. Anzi, non c’è nemmeno differenza, perché lo stile sta da una parte sola. E lo stile si vede dalla qualità e dalla quantità di rispetto con cui gli altri Paesi guardano a noi. Uno stile da così lungo tempo avvezzo al potere che si è fuso con esso, uno stile depurato con i secoli da volgarità e scorie, dall’esercito dei parvenus politici da cui siamo afflitti noi laici» (pp. 164-165).

Matrimonio all’americana

Ai tempi di Parise non si aveva ancora l’ossessione delle nozze finalizzate alla reversibilità delle pensioni, prescindendo dal sesso. Ma già l’agitazione per il matrimonio all’americana, all’insegna del divorzio, con un contratto di riserva, pareva inaccettabile allo scrittore che non ragionava secondo modelli importati. Per far durare a vita il matrimonio c’è bisogno di celebrarlo sull’altare: «non sarei contrario al sacramento del matrimonio» – osservava – altrimenti non era granché convinto del contratto civile. Perciò quando gli aedi del divorzio predicarono la civiltà di un tale rimedio, egli si esercitò nel lanciare strali ironici. «Ritengo il divorzio l’altra faccia del matrimonio, cioè di un assurdo contratto, e burocratico e tribale, che tende alla cristallizzazione (vogliamo dire indissolubilità?) di un sentimento infinitamente dissolubile come l’amore» (p. 231).

E al professor Calogero, un laicissimo docente di filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, che chiedeva: «non sarebbe l’Italia almeno un poco più felice se fosse infelice come gli Stati Uniti d’America?», rispondeva: «No, Calogero, non auguri al nostro Paese la terribile infelicità americana. È grande. Non la auguri, né in generale né in particolare per matrimonio e divorzio. Matrimonio economico e divorzio ancora più economico. Anche qui non ho spazio per descrivere la spettacolare e squallida Las Vegas, che ha un edificio per il divorzi e, sulla strada a fianco, per i divorziati novelli e novelli sposi, un attrezzatissimo servizio chiesette per varie tasche con cartelli che dicono “happy marriages only 50 $”. […] No, Calogero, restiamo in Italia, con tutti i nostri difetti e la nostra (quando c’è) ancora bellissima e decrepita e difettiva felicità». (pp. 232-233).

Quanto alle mode sessuali, basta una frase per cancellare il Kitsch delle parate chiassose sui propri gusti intimi. Contrapponendo agli agitati «problemi del sesso» il «mistero del sesso», Parise scriveva della «finta omosessualità di massa (quella vera è aristocratica, rara, molto privata e disprezza i ‘problemi del sesso’» (p. 12).

Inocularsi la morte

Il paese della dolce vita si è adesso appassionato della ‘dolce morte’ di marca nordico-protestante. Anche in questo caso Parise si accorgeva prima degli altri di quanto incubava e spiegava con pacatezza il suo dissenso, smontando le elucubrazioni sinistre che prendevano a diffondersi. Nella risposta al lettore apologeta del suicidio, c’è un tono ammirato della vita che pare uscito dal migliore cattolicesimo italiano.

«La sirena filosofica ci dice che la morte volontaria è un atto di coraggio e invece è un atto di viltà, […] è un orribile affare di carne morta, un fagotto di stracci, di pallore, di atteggiamenti del volto stravolti, ripugnanti e immobili che, se riuscissimo a immaginarseli, basterebbe a trattenerci dall’azione. […] Se lei vedesse il corpo di un suicida: aleggia intorno a quel corpo, all’espressione del volto, delle mani e delle gambe, come una bruttezza criminale che difficilmente ispira pietà agli uomini: la sirena filosofica ha cessato di cantare la sua superbia, i colori sono i grigi, i terrei, i rosso sporchi, molto peggiori nella loro essenza di qualunque altro colore della morte involontaria e naturale […] Quando si guardano quei colori, si guardano per contrasto i colori della vita e, pur sapendo che un giorno essa finirà, si è (con spavento) felicissimi di vivere oggi, forse domani, forse dopodomani e così via. Di vivere la vita qualunque essa sia, felice o infelice, povera o ricca, sana o malata» (p.57).

Agli italiani che adesso non si limitano a scegliere il suicidio ma vogliono la legge dalla loro parte, chiedono l’assistenza dello Stato al loro gesto, le parole di Parise faranno un certo effetto: non si tratta infatti, a sentire lui, di un diritto come un altro.

«Quanto all’istituto per la morte volontaria e indolore, mi pare una cosa molto più orribile perfino del suicidio […]. Mi figuro una specie di clinica dove una persona disperata […] viene gentilmente accolta da asettiche infermiere, accompagnata in una cameretta a lato di corridoi lucenti di cera e deserti, e lì, tra i sorrisi delle infermiere, dopo essere stata lungamente e inutilmente sconsigliata, le viene fatto firmare un atto di rinuncia alla vita. Poi come in un sogno, è preparata in qualche modo (forse con un’iniezione?) a un tiepido relax, forse tra le musiche. Al relax, dolcemente, senza alcun dolore ma inesorabilmente, come all’avvicinarsi di un sonno profondo (da cui ci si illude, come ogni notte, di risvegliarsi) segue il sonno definitivo, la fine di tutto. Le sembra giusto e generoso tutto questo?».

Infine, un tocco affettuoso, ché il Belpaese non dovrebbe conoscere le livide condanne del ‘peccatore’ proprie del puritanesimo.
«Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata per telefono una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è data di vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perché imprevedibile come il tempo), e che è tutto quello che abbiamo». (pp. 57-57).

martedì 11 giugno 2013

Tramonto italiano

~ BEATI QUEI POPOLI
CHE NON HANNO BISOGNO
DI TURISMO ~

Si era concentrati nella lettura di un libro su un tram romano non più sferragliante come un tempo, quando il gommoso fluire venne disturbato da un chiacchiericcio con cadenze siciliane: «la cultura... la cultura», ripeteva il mantra. Cosicché finimmo nolenti a intercettare le conversazioni di due boss dei cosiddetti beni culturali in viaggio di lavoro nella capitale, con frasi reboanti sugli affari che controllavano. Uno dei due teneva tra le mani un volumone che incuriosiva per la mole: che tema meritava mai tanto peso, quale trattatista poteva permettersi di ingombrare quanto un bagaglio? Il titolo, Mafie, faceva subito intendere di che razza di passionisti dell’ovvio si trattasse. Il principale nel grado burocratico si lamentava con l’altro per la Cappella Palatina di Palermo, di cui sembrava avesse una qualche responsabilità amministrativa, che gli dava non pochi grattacapi. Era il prete che celebrava la messa a procurargli il maggior fastidio, sottraendo ai turisti quella mezzoretta così preziosa, ma sembrava irritato anche dai palermitani che la domenica si volevano sposare in quell’aureo tempio invece di avere a cuore gli incassi della biglietteria posta  all’ingresso della chiesa. Il prete era malvisto perché voleva pregare nel luogo di preghiere, le coppie perché pretendevano di far benedire in una sala delle meraviglie le loro nozze sottraendo così molti soldi alla «cultura». Ancora una volta questa appariva come uno dei peggiori feticci contemporanei, esigendo continui sacrifici delle cose più sacre. Ma è anche vero che forse a Palermo non conoscono la formula per mischiare liturgia e turismo in voga a Roma sul sagrato della basilica petrìna, dove i pellegrini si rivelano essenzialmente dei gitanti, ragion per cui recentemente li si accontenta riducendo al minimo i sacri riti e ampliando l’entertainment, anche con opportuni discorsetti al livello dei viaggiatori in brache corte, e con gesti che fanno fuori la solennità, a maggior gloria del tutto compreso.

Che severità, obietterete, si deve pur mangiare. «Prostituzione intellettuale», secondo la lezione di un elegante lusitano, e si finisce per confondere la seduzione dell’arte con l’adescamento: si mette a disposizione il più squisito e vulnerabile lascito degli avi nostri al voyerismo internazionale. A metà Ottocento, Gustave Flaubert scriveva in una lettera da Napoli  di bambinetti e bambinette proposti da padri e madri alle stazioni delle carrozze per danarosi passeggeri stranieri; il commercio infantile adesso è più nascosto, non si fanno scrupolo invece i prosseneti delle opere d’arte. La chiamano risorsa la triste pratica di commerciare la bellezza. A sentir giornali ed esperti, la Grande Proletaria non pare possedere altre chances per sopravvivere. Non si posa ammirato e stupefatto sulla bellezza quello sguardo profano, ottusamente distratto, intriso di turpitudine, senza più riverenza per le testimonianze del passato; le guide, cieche tra i ciechi, si limitano a tener serrata la mandria. Il commercio dei secoli è inconfondibile segno di decadimento. Rubate alla quotidianità, le chiese non servono più a Dio e ai suoi fedeli, bensì ai visitatori estranei che pagano per guardare. Un tale traffico lo chiamano cultura quando sarebbe più appropriato il termine simonia. Povera Italia ridotta a un museo perché quelle opere esposte non sa più crearle, perché non riesce a ideare la taumapoietica, perché ha dimenticato i segreti del bello e deve accontentarsi di rivendere quello ereditato.

A Roma, Firenze e Venezia, dilaga il «colera turistico» (Manlio Brusatin) e tutta la penisola è contagiata dal morbo senza preci e immagini taumaturgiche che ottengano il miracolo della guarigione. Tutti osti e camerieri, hostess e ciceroni, autisti e museificatori: chi progetta ancora senza mettersi nello specchio dello spaccio turistico? I nostri borghi nacquero per egoistica dolce vita, al massimo per competere con il paese accanto. I visitatori allora, i giovani aristocratici del Grand Tour, erano accolti alla tavola dei signori per scambiare quattro chiacchiere sugli affari del mondo non per smerciar loro emozioni. Quelli che confidano nella «cultura» si rammaricano invece che il Sud non sia all’altezza del servizio turistico, destinando con cinismo, e con l’avallo delle autorità governative, una parte cospicua e già sfortunata della penisola repubblicana a questa nuova attività ancillare, senza più prevedere un futuro minimamente dignitoso dove magari si sappia costruire una Cappella Palatina del nostro tempo. Certo, ben poco di quel che firmano oggi con iattanza - nell’architettura come nel  ‘visivo’ - potrà tornare utile ai nostri figli nel caso malaugurato che finissero anche essi in una crisi paralizzante e volessero superarla ricorrendo al mestiere dei padri, ovvero di avvilire e svendere le proprie arti. Meglio essere conquistati dai Normanni o dagli Angioini - intrecciando tra indigeni e invasori amorose invenzioni - che essere sottoposti all’effimero dominio di chi lascia dietro di sé soltanto rifiuti.

Il pubblico funzionario sul tram sembrava avere in mente l’idea più balorda: il Belpaese costretto a sostentarsi con la propria bellezza, cioè con la più impalpabile delle ricchezze. La Cappella Palatina umiliata a opera da tre soldi ma contando le monete raccolte con l’occhio avido di Scrooge McDuck. Per pompare denaro un ospedale diventa un museo e la casa di Dio un sito a pagamento. Magari tra un po' venderanno tutto direttamente  a chi sa sfruttare meglio le italiche uova d’oro (liberalismo da Mackie Messer) e per dire messa si ricorrerà a qualche garage, secondo lo pseudo francescanesimo alla moda. Intanto, a furia di apporre un prezzo a ogni angolo delle città d’arte e di far pagare le nostre memorie, succede che pure a un italiano in giro per la casa davvero comune càpiti di dover versare somme insostenibili; lo si notava con dolore giorni fa a Siena:  per vedere duomo e palazzo comunale, l’ex ospedale e la torre cittadina, a otto euri in media, magari con una scarna famiglia,  egli dovrà sborsare una banconota da cento. E in sovrappiù essere travolto dalle folle di profani vocianti, che vogliono soltanto agitare i loro smartphone e scattare. Che ne sanno le masse di Caterina Benincasa?

sabato 6 aprile 2013

Noi poveri

~ LA RICCHEZZA DI UNA PAROLA
TROPPO ABUSATA ~

Il denaro come unico argomento: si torna sempre là insistentemente quando dalle tribune più elevate si accenna alla povertà. Uno dei padroni del mondo intervenendo sulle scelte del conclave vaticano si riempie la bocca dell’espressione «ultimi della terra». Un padroncino italiano, il direttore del quotidiano dei modaioli, fa eco al presidente degli Stati Uniti e sproloquia a sua volta degli «ultimi». Che ne sanno i milionari dei poveri? Sono del tutto incompetenti coloro che gareggiano per essere i primi. Però non risparmiano due parole condiscendenti a chi non somiglia affatto a loro, l’importante è la diffusione globale dei beni materiali, per cui li si diffonde nella testa degli umani come il vero Bonum, magari dimenticando di aprire il portafoglio. Sarebbe meglio mettessero mano ai soldi piuttosto che sperperare locuzioni di retorica dozzinale che non serve a nessuno e irrita chi è a caccia di sostentamento. Insomma, diano da mangiare agli affamati e da bere agli assetati ma non la facciano lunga con le chiacchiere.

Un saggio ebreo ci ricordava come ai nostri giorni tutto ciò è nient’altro che un surrogato della religione: «il materialismo dialettico ha preso il posto dell’attributo divino della giustizia, la psicoanalisi il posto dell’attributo della misericordia e Dio onnipotente è stato bandito da entrambi» (Scholem). Da più di duecento anni è in corso un messianismo secolare, puntualmente i messianismi finiscono in catastrofe, e i diseredati ci rimettono tutto.

Un cattolico miserabile (alla Hugo) dell’Ottocento, lo scrittore Léon Bloy, riempiva di insulti solenni e violenti le signore della beneficenza, arrivando a innalzare un inno al Cielo quando un loro mercatino, il Bazar della carità, andò a fuoco e nell’incendio rimasero bruciate più di cento persone. Le carni bianche delle pie dame arrostite producevano l’esaltazione di quel santo bruto, con grande scandalo dei cristiani tiepidi e degli anticlericali uniti e sconvolti per il fatto che il feroce tradizionalista non piangesse con tutta la Francia per un simile disastro. Anche a quei tempi, infatti, guai a parlare di castigo divino, del Povero che non si accontenta delle briciole. Oggi il letterato apocalittico immaginerebbe dei roghi accendersi simultaneamente nelle redazioni di molti giornali e televisioni per queste speculazioni sentimentali sulla sofferenza, per il francescanesimo d’accatto che si sparge a piene mani, per questa bestemmia sguaiata delle vite dolorosissime. Che Dio risparmi a noi, poveri a vario titolo, le chiacchiere sui poveri che riempirono i salotti negli anni Sessanta e che adesso, chiusi i salotti, rischiano di tornare, ormai vocio universale, osceno rumore di fondo, ad assordare chi già deve far fronte alle proprie disgrazie.

Più utile, ricordare i significati biblici della parola in questione, come faceva, in un’introduzione della sua antologia I mistici, Elèmire Zolla, erudito nient’affatto cristiano ma conoscitore dei significati nascosti nei libri sacri, capace di accostamenti insoliti, di guizzi analogici, di intuizioni preziose:

«In ebraico esistono otto vocaboli diversi per ‘povero’, perciò esistono otto possibili variazioni di significato a seconda che si intenda del povero il desiderio, l’incertezza, la tristezza, l’avvilimento, la dolcezza, l’umiltà, l’autonomia e via distinguendo. Il pitocco del testo greco corrisponde al povero come profeta della minoranza sofferente, oppure ‘povero’ è l’appartenente a una santa confraternita (secondo Graetz e Renan in tal senso si ha da intendere il significato di “povero” in Isaia e nei Salmi)? […]. I Settanta tradussero con lo stesso termine della seconda beatitudine il “povero” dei Salmi, cioè con “mansueti”, “dolci”, talché, forzando il senso greco, questo πτωχός può essere l’opposto dell’uomo duro, avaro, che vuole possedere e acquistare per se stesso soltanto. A questo punto ci si domanda: le varie beatitudini sono un elenco di qualità diverse o di sinonimi?

La filologia dei santi aggiunge interpretazioni quante ne vogliono le infinite esigenze dell’anima; e la più spontanea per il mistico è quella che ravvisa nella povertà di spirito la notte oscura, ossia l’immobilità e aridità penose che straziano l’anima per prepararla alle nozze con Dio.

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi nella prima delle sue Quaranta giornate suggerisce una diversa esegesi: “Allo Spirito Santo ero legata col Voto di Povertà. Non però che l’anima si abbia conformità essendo lo Spirito Santo pieno di tutti i Tesori e Ricchezze Celesti, ma m’intendevo essere in quel modo che Jesu disse nell’Evangelio: ‘Beati pauperes spiritu’, e Beate a quell’anime che conoscono e sanno ricevere e conservare delle ricchezze e tesori di esso Spirito” […]. Ancora s’aggiungano alla lista imperfettissima, san Francesco di Sales, che nell’introduzione al Traité de l’amour de Dieu scrisse: “Ce que notre Seigneur a dit: ‘Bienheureux sont le pauvre d’esprit’, est grandement amplifié et déclaré selon le grec: ‘Bienheureux sont les mendiants d’esprit’”, e san Giovanni della Croce, che nella Salita al Monte Carmelo, XXIX, 3, dice: “Estinguendo il gaudio vano, l’uomo diventa povero di spirito, cioè senza compiacimenti. […]

… povero di spirito, fra i tipi del Mediatore, è il buffone, come nella tradizione cristiana fra’ Ginepro e san Filippo Neri, i “pazzi di Cristo” russi. I poveri, nell’antico Israele erano naturalmente sovvenuti dai ricchi, talché ricchi e poveri parimenti potevano ringraziare la loro “posizione”, in quanto essa formava la base dell’elemosina, della liberalità e dell’umiltà, e d’altri beni comuni. La largizione più frequente dei ricchi era il diritto di spigolatura, come si osserva nel libro di Ruth, perciò il “povero” era colui che nella società ebraica viveva ancora come nell’età dell’oro matriarcale degli spigolatori, senza industria, accettando il rischio che questo comportava. Il povero aveva un suo tipo di perfezione da raggiungere (e il Cristo dirà che esso è anche l’unico, senza concedere nulla al provvido padre di famiglia) e simile al povero è colui che non bada alle esegesi farisaiche, il povero di spirito. […]
A considerare la teoria mistica della respirazione (vd. l’Esicasmo) s’intende πνευμα anche in senso sacramentale, cioè letterale: poveri di spirito, di alito, son coloro che, per una gran risata o un profondo pianto, hanno espirato completamente e non hanno immagazzinato dentro di sé fiato». (I mistici, Bur, 1976, vol. II, pp.221-224). Un buon antidoto, queste parole effervescenti, alla venefica piattezza sociologica.

sabato 30 marzo 2013

La bellezza del corpo

~ FLORILEGIO PATRISTICO
NELLA PASQUA
DELLA RESURREZIONE CARNALE ~

«Caro salutis est cardo»
TERTULLIANO, De resurrectionis carnis, 8

«La carne è il cardine della salvezza», scriveva Tertulliano sfidando gli gnostici. Anche se cristiani, i ‘platonici’ non amano il corpo, disprezzano l’aspetto materiale del mondo e lo fuggono in ascetismi che negano una parte del creato, che impoveriscono la stessa incarnazione di Dio. Gli apologeti del cristianesimo insistono sulla fisicità del messaggio evangelico. Il corpo non è un accessorio accidentale bensì lo strumento della redenzione. Metodio di Olimpio (250 circa - 311), nel suo dialogo dedicato alla Resurrezione, fa dire al personaggio ortodosso: «L’uomo per natura viene giustamente detto non un’anima senza il corpo ma un tutt’uno prodotto dall’unione tra anima e corpo in un’unica forma di bellezza». La religione cattolica è sola nel celebrare la bellezza fisica. Bellissima è la Pasqua che commemora la fuoriuscita dalla tomba del Dio fatto uomo e ucciso dagli uomini. Il Dio incarnato risorge e assicura agli umani la resurrezione della carne. Metodio, come molti padri della Chiesa, è incantato dal corpo umano, «la più amabile delle forme, della quale, come di immagine, si serve persino la divinità stessa». Ireneo di Lione (130-202), nel quinto libro dell’Adversus haereses parla della bontà della carne, quella realtà sommamente fragile e precaria che riceve la vita divina e che la seconda persona della Trinità destina alla gloria della risurrezione. Ireneo – scriveva Joseph Ratzinger – rivendicava «la santità della materia, del corpo, della carne» (e l’espressione «santità della materia» suona scandaloso all’orecchio degli spiritualisti). Argomentava il santo martire nel suo trattato contro gli eretici: «Come il beato Apostolo dice nella sua lettera agli Efesini: ‘Siamo membra del suo corpo formati dalla sua carne e dalle sue ossa’ (5,30), indicando con queste parole non un certo uomo spirituale e invisibile, perché lo spirito non ha né ossa né carne, ma l’organismo veramente umano, composto di carne nervi e ossa, il quale è nutrito dal calice, che è il suo sangue, ed è fortificato dal pane, che è il suo corpo».

Con tono esultante, Gregorio di Nissa annuncia nel suo primo Discorso sulla Resurrezione: «ecco giunto il regno della vita e sconvolto il potere della morte». È la Pasqua, e il «più grande privilegio di questo giorno di grazia è di avere distrutto le angosce della morte», dice parlando dalla sua Cappadocia del IV secolo dei nostri tormenti contemporanei. Tommaso d’Aquino spiegherà dolcemente: l’anima separata dal corpo è in una situazione «contraria alla natura» (Contra Gentiles). Tutti gli asceti alla moda, i ‘buddisti’ ai quali sembra normale separare anima e corpo e sottomettere il secondo alla prima, i perversi ‘corretti’ che vogliono umiliare i segni corporali davanti all’astrazione capricciosa del «genere», dovrebbero riflettere su un tale pensiero realistico. La natura umana, nella logica tomistica, spinge alla resurrezione. I morti, velati di mestizia, attendono con noi la ricongiunzione con il corpo nel giorno finale. Il paolino «primogenito dei morti» è, secondo Ambrogio, «la primizia di quelli che si sono addormentati» (De excessu Fratris).

«Se non esiste la risurrezione dei morti, neanche Cristo è risuscitato!», scrive Paolo in un celebre passo di una sua epistola (1Cor 15, 13). La Pasqua è garanzia della sconfitta della morte, non del suo aggiramento con le soluzioni filosofiche, «la verità della resurrezione non può essere compresa senza la carne e le ossa, senza il sangue e le membra», diceva san Girolamo. La decomposizione del corpo prodotta dalla Falciatrice è allora un passaggio doloroso ma un passaggio soltanto, un inganno. Del suo superamento cristiano ci parla tutta la liturgia e in particolare quella del triduo pasquale. Anche l’arte se ne fa piccola banditrice (e risulta così sempre cristiana). Buona Pasqua, dunque.

martedì 19 marzo 2013

L'ultima incoronazione

~ LA PIÙ SOLENNE CERIMONIA
DELLA CHIESA DI ROMA
NEL RACCONTO DI TADEUSZ BREZA ~

«Vivo un papa, se ne fa un altro»: c’è chi, deformando un proverbio, prova a mettere in evidenza il carattere enigmatico degli avvenimenti cui assistiamo in questi giorni. Distante anni luce dalla cerimonia odierna, «senza forza né splendore, sciatta e un po’ piagnucolosa», come scrive Pietro De Marco in un eccellente commento sull’edizione fiorentina del «Corriere della Sera» (nei prossimi giorni lo troverete online sul «Covile» n. 744), quella che qui rievoca Tadeusz Breza (1905-1970), scrittore polacco e direttore dell’Istituto polacco a Roma negli anni pacelliani, era il trionfo della forma. Seguiva la morte di Pio XII e per l’ultima volta si chiamò rito dell’incoronazione. Dopo il Concilio, pagine come queste potrebbero suscitare brividi di orrore negli animi semplici che se la prendono con la mondanità, con la sua appariscenza, piuttosto che con il mondo. La lotta cristiana al mondo, del resto, si presenta ben più complicata.
Scriveva dunque Breza, rappresentante diplomatico di un paese a quei tempi comunista, nel suo diario che si permette qualche accenno polemico e politico:

«Roma, 3 novembre ‘58
L’incoronazione del papa è fissata per domani. F. dice che il Sacro Collegio dei Maestri delle Cerimonie Apostoliche al completo ha supplicato un piccolo rinvio, non sentendosi la forza di allestire nello spazio di una sola settimana una cerimonia di quella mole, la più solenne di quante la Chiesa conosca. Ma Giovanni XXIII si è impuntato: vuole lasciarsi quanto prima alle spalle questo periodo di transizione, questa specie di tappa che si conclude soltanto con l’incoronazione. Per la curia essa rappresenta uno sforzo inumano, sia dal lato liturgico che da quello cerimoniale, a causa dell’enorme afflusso a Roma di delegazioni e di personalità, tra cui molte ex-teste coronate e pretendenti al trono che vengono a rendere omaggio al nuovo papa.

Le cose sarebbero un po’ più semplici per quel che riguarda i patriarchi, i vescovi e i metropoliti giunti a Roma, se non fosse per il loro numero che è enorme. Bisogna dividerli tutti gerarchicamente, assegnando a ciascuno il suo posto preciso nella Basilica e nel corteo, poiché si tratta di un mondo terribilmente suscettibile in fatto di prestigio. Basta un piccolo sbaglio, ed ecco crearsi dei rancori che si trascinano per anni e anni. [...]

Roma, 5 novembre ‘58
Una cerimonia fantastica! Ci alziamo alle cinque del mattino per essere in S. Pietro il più presto possibile: abbiamo dei biglietti per una tribuna piuttosto buona ma siccome i posti non sono numerati, chi arriva prima si prende i migliori, vicino alla ringhiera. Entriamo dall’Arco delle Campane con in mano il nostro permesso personale per assistere alla Coronazione. Il servizio d’ordine è perfetto. C’è un’infinità di Svizzeri, di Guardie e di Gendarmi, e noi passiamo in continuazione dagli uni agli altri. Sono appunto le sei e mezzo, ma tutte le piazze, piazzette, stradine e passaggi dietro alla Basilica sono già gremiti di macchine. Ne scendono magnifici prelati, signori dalle uniformi e dai frac costellati di decorazioni, e signore dalle toilettes con velo cosparse di brillanti. Corrono tutti come matti, incalzati dai ciambellani e dai monsignori del cerimoniale, che in questo momento badano più al fatto che non si creino ingorghi che al protocollo.

La cerimonia comincia con una messa, intercalata dall’omaggio reso al nuovo papa dai cardinali e dai canonici di S. Pietro; poi viene l’incoronazione e infine il corteo e la solenne benedizione dalla loggia esterna alla folla accalcata nella piazza. L’intera cerimonia dura cinque ore, ed è qualcosa di assolutamente unico nel suo genere: una solennità grandiosa, travolgente. Ne usciamo intontiti, accecati e assordati dai torrenti di luci, di suoni e di colori. Migliaia di luci, fanfare, inni: le pareti della basilica sono parate di chilometri di stoffa purpurea, resa cangiante dai galloni dorati; cortei sempre più straordinari avanzano nei loro costumi multicolori. Ogni particolare ha un suo preciso significato liturgico molto antico e, la maggior parte delle volte, estremamente complesso. Ad illustrarcelo è un monsignore con il quale Zosia e io abbiamo attaccato discorso, e che ci spiega volta per volta questa o quella finezza. Ma il frastuono delle trombe e dei brani di musica sinfonica, ora di Palestrina ora di Gounod, il quale tra l’altro è l’autore dell’inno dello stato vaticano dalla melodia vagamente operistica, ci impedisce di afferrare il significato mistico degli avvenimenti che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. Penso però che anche se mi riuscisse seguire tutte le spiegazioni, e anche se non mi sentissi frastornato dalla stanchezza, la proporzione tra l’ammirazione che provo per la forma e l’indifferenza che sento per il contenuto non ne uscirebbe affatto alterata. Non perché il contenuto mi sia estraneo: a Roma si impara ad ammirare ogni specie di antichità, non soltanto quella etrusca e latina. Se parlo di indifferenza, quindi, è solo perché qui la forma sovrasta imperiosamente il contenuto. Una forma travolgente, splendida, prepotente. Zosia, sempre più controllata, spalanca tanto d’occhi: le torna in mente una frase di Emerson, che ripete sottovoce: “La religione di un’epoca è la poesia di un’altra”.

Ma subito tace, perché in quello stesso momento da dietro l’altar maggiore spunta il corteo culminante della cerimonia, che si dirige verso la porta della Basilica. La folla non capisce più nulla: urla, batte le mani. Il papa la benedice dall’alto della sedia gestatoria, portata a spalla dai bussolanti in tunica rossa. Il corteo avanza lento, splendente, cangiante. Sfilano gli ordini, i capitoli, i cardinali, i grandi Maestri degli ordini cavallereschi, i dignitari vaticani dal costume diverso a seconda dell’epoca in cui fu creata la loro carica. Poi per mezz’ora sotto i nostri occhi sfila un interminabile fiume di mitre. Alcuni la portano in testa: sono i vescovi assistenti al Soglio, altri invece la portano in mano stretta contro il petto: sono quelli privi del titolo di assistenti al Soglio.
Ma portate in mano o sulla testa, di mitre ce ne sono non so più di quante specie diverse. Il monsignore ci indica quale mitra è preziosa, quale aurifregiata, e quale semplice, spiegandoci chi, quando e in quali circostanze vi abbia diritto. Poi, toccando le infule col dito, tanto ci passano vicino, ci inizia ai misteri della forma di questi solenni copricapo vescovili che, secondo le parole della formula consacrativa, devono servire ai vescovi, veri soldati, “da elmo protettivo… in modo che chi se ne adorna e la testa che se ne riveste appaiano terribili ai nemici della verità”. Terribile, a dire il vero, non ce ne sembra nessuna: alcuna hanno una forma insolita, e sono le mitre dei metropoliti e dei patriarchi di riti diversi da quello romano, come il rito melchita, copto, maronita, caldeo o armeno.

Anche il fiume di mitre finisce, al pari delle altre sezioni del corteo, composto prima dei porporati, dei cavalieri e dei dignitari, poi dei delegati ufficiali di sessanta stati e governi che hanno inviato delegazioni ufficiali per la cerimonia, e infine di altre due sezioni, le ultime ormai, scortate dai monsignori del cerimoniale e dagli ufficiali della Guardia Palatina. Quando è apparsa la prima di queste sezioni ho provato una sensazione strana. Fino a quel momento i membri del corteo erano persone vive, semplicemente rivestiti di costumi storici per l’occasione; ma questa nuova ondata di personaggi vestiti in abiti normali, di foggia odierna, sembrava una processione di fantasmi sbucati fuori da qualche ripostiglio: si sarebbe detto il finale di La Pazza di Chaillot. Per prima avanzava l’imperatrice austro-ungarica Zita, detronizzata quarant’anni fa. Poi nell’ordine secondo il quale furono spodestati, Ruprecht di Baviera, Federico di Sassonia, Giovanna di Bulgaria e altri ancora. Dopo di loro venivano i pretendenti al trono, seguiti dalle loro famiglie.

Il nostro monsignore ne riconosceva solo uno ogni tanto. Volta per volta lo sentivamo ripetere: Aosta, Asburgo, Borbone, Bonaparte, Braganza, Coburgo-Gotha, Savoia, e una volta persino Hohenzollern. Dopo questa sezione storica ne è sfilata un’altra, particolarmente curata dal protocollo vaticano, e composta di soli uomini: altri frac, altre decorazioni. Si trattava delle delegazioni ufficiali inviate a Roma dai grandi organismi internazionali come l’Onu e le varie derivazioni, e dai grandi enti europei: Mercato Comune d’Europa, Consiglio d’Europa, Comunità del Carbone e dell’Acciaio e Pool Atomico europeo.

Usciamo. Sulla piazza della Basilica ci troviamo circondati da ogni parte da un mare di gente. Alla luce del sole i colori delle divise e dei paramenti sacri si accendono, facendosi ancora più vividi. Una parte del corteo con il papa e i cardinali si reca nella Sala delle benedizioni, mentre il resto, tra cui anche il fiume di mitre, di cavalieri di Malta, di signori decorati e di Svizzeri in elmo e corazza scintillante, si schiera sulla scalinata monumentale della Basilica. Passa un altro quarto d’ora: adesso si ha veramente l’impressione di assistere a una colossale scena di massa di un’opera lirica, a un tutti di proporzioni gigantesche» (da Il portone di bronzo, Feltrinelli, 1962, pp.429-430; 432-434).

lunedì 18 marzo 2013

Le scimmie del rito

~ IL FEDELE E LO SPETTATORE
SECONDO IGOR STRAVINSKIJ ~

Le Sacre du Printemps ha cento anni. All’inizio del secolo scorso, il sacro, questo termine assai ambiguo portato trionfalmente in scena dagli antropologi, conquistava l’arte profana ma, per fortuna dei primi novecenteschi, la sacra liturgia era ancora ben salda, non confondibile con le copie empie, nonostante Wagner. In quel tempo, gli artisti si volevano sacerdoti e rubavano al rito, soprattutto cattolico. Nell’ultimo mezzo secolo invece anche la liturgia si è messa a rubacchiare alle miserabili rappresentazioni dei profani. Igor Stravinskij, autore del Sacre (il balletto che mostrava i sacrifici umani dei pagani), aveva chiara coscienza di tale confusione, correva l’anno 1935, e scriveva in Cronache della mia vita questa pagina illuminante:

«Non voglio parlare della musica di Parsifal, né di quella di Wagner in generale; oggi è troppo lontano da me. In tutta questa faccenda ciò che mi disgusta è lo spirito elementare che l’ha dettata, il principio stesso di collocare uno spettacolo d’arte sullo stesso piano dell’azione sacra e simbolica che costituisce il servizio religioso. In verità questa commedia di Bayreuth, col suo ridicolo cerimoniale, non è forse una semplice scimmiottatura incosciente del rito sacro?

Mi si contrapporranno forse i misteri del Medioevo. Tali manifestazioni avevano però come base la religione e come sorgente la fede. Per il loro spirito non si allontanavano dal seno della Chiesa che, anzi, le proteggeva. Si trattava di cerimonie religiose al margine dei riti canonici, e se presentavano qualità estetiche, esse erano solo un elemento accessorio e involontario che non ne ledeva la sostanza. Queste cerimonie erano dovute al bisogno imperioso dei fedeli di vedere gli oggetti della loro fede incarnati in modo tangibile, a quello stesso bisogno che creò nelle chiese le immagini e le statue.

Sarebbe veramente ora di finirla, una volta per tutte, con questa inetta e sacrilega concezione dell’arte come religione e del teatro come tempio. L’assurdità di questa misera estetica può essere agevolmente dimostrata col seguente argomento.
Non si può immaginare un fedele che assuma una attitudine critica di fronte all’uffizio divino. Vi sarebbe contradictio in adjecto, il fedele cesserebbe di essere fedele. L’atteggiamento dello spettatore è esattamente opposto; esso non è condizionato né dalla fede, né dalla cieca sottomissione. A teatro si ammira o si respinge; ciò richiede innanzi tutto un giudizio; non si accetta se non dopo aver giudicato; anche incoscientemente. Il senso critico ha dunque una parte essenziale. Confondere questi due ordini di idee, significa dar prova di mancanza assoluta di discernimento oltre che di cattivo gusto. Ci si può forse stupire di una simile confusione ai nostri tempi in cui la trionfante laicità, col degradare dei valori spirituali e con l’avvilire il pensiero umano, ci conduce irrimediabilmente a un totale abbrutimento? Si direbbe tuttavia che ci si renda conto del mostro che il mondo sta per partorire; si constata, con dispetto, che l’uomo non potrebbe vivere senza un culto. Allora si tenta di raffazzonarne qualcuno ricavato dal vecchio arsenale rivoluzionario, e con ciò si crede di far concorrenza alla Chiesa!» (traduzione di Albero Mantelli, Feltrinelli, 1979, pp.40-41).

martedì 12 marzo 2013

Un badante per il papa

~ CI SCRIVE ACCORATO UN LETTORE ~

In questi giorni terribili, ho ricevuto varie telefonate e messaggi d’ogni genere tramite tutto l’armamentario della comunicazione attuale: le persone più lontane dalla Chiesa di Roma erano quelle che mi dicevano del loro turbamento di fronte al gesto papale. Anche i più agguerriti nemici della Catholica non possono negare che nel mondo contemporaneo così piatto, nel globetto dei piccoli diritti, dei capricci, dei desideri irresponsabili, c’è un’unica eccentrica istituzione, la Chiesa che parla (che dovrebbe parlare) della morte e della vita, dell’apoteosi della carne sottratta alla fine umiliante, della sensualità del mondo (che non va confusa con le banalizzazioni correnti, che va anzi contrapposta alle astrattezze gnostiche), della parola evangelica che risuona eterna più dell’arte, dell’immensa questione del peccato (che non è la caricatura proposta dai laici)... Ebbene, l’11 febbraio questa eccentricità ha ricevuto un altro duro colpo. La sacralità del pontefice è stata ridotta a una faccenda di età e di dimissioni, come per un qualsiasi leader politico. Anche a San Pietro, la vecchiaia estrema è stata sottratta alla vista, come si fa nei condomini di mezzo mondo occidentale, imprigionata con qualche badante. Ecco la gioia dei peggiori: finalmente anche quell’angolo della terra che non segue la regola del così fan tutti è stato ridimensionato. Perché poi il sapiente professor Ratzinger si sia piegato alle regole secolari resta per me un mistero doloroso.

Un papa nascosto come succede ai vecchi nel mondo dei consumi: dopo aver creato per loro migliaia di prodotti, a cominciare da quelli farmaceutici e sanitari, li si cancella dallo spazio pubblico. Non sono belli da vedere, agghindati con quelle tute plasticose, con quei cappellini ridicoli, con le scarpe da ginnastica colorate come i ragazzotti, perché bisogna fare sport fino alla fine, frequentare le palestre più delle chiese, correre goffamente ogni giorno. Li si inganna con gli eufemismi, «terza età» non è quella gioachimita dello Spirito ma una categoria di compratori di merci senza glamour. A sentire la pubblicità, creme e chirurgia plastica garantirebbero una giovinezza perenne, ma poi, zac, d’improvviso arriva la condanna all’isolamento, segregati con una persona cui spesso è arduo anche comunicare per via della lingua straniera: nascosti e in silenzio. C’erano una volta patriarchi e matriarche che vivevano in case affollate nell’ossequio dei discendenti e anche nella rabbia malcelata di nuore e generi – perché no? – in attesa di eredità, comunque c’era vita, affetti e animosità; adesso anche per i papi sembra affacciarsi la singolare pena della morte anticipata in vita, della casa-tomba.

Prigionieri che escono soltanto per le innumerevoli analisi prescritte da medici pilateschi che si affidano alle macchine, trascinati da una Asl all’altra, per una continua sperimentazione sui loro corpi fragili, sciupio di quei pochi giorni che restano per infilarsi in stanze d’ospedale con luci artificiali a sottoporsi alle scansioni computeristiche dell’interno del corpo. Non si curano i vecchi, si mantengono in vita per il trionfo dei primari.

San Giuseppe già sul letto di morte in divina compagnia, Sant’Anna grinzosissima, Padre Pio con la bianca barba e piagato nel corpo erano i loro eroi e amici, i santi vecchi che testimoniano nella gloria degli altari che la decadenza fisica comporta compensi d’altro tipo, in un universo armonico e bello; e se le forze venivano a mancare, miracoli potevano sempre accadere: Abramo e Sara, carichi di secoli, figliarono addirittura. Ma la memoria è debole a quest’età, lontano dalle chiese e dalle immagini dei santi (che del resto cominciano a scarseggiare anche nelle chiese nuove delle periferie), durante le ore vuote nelle sale di attesa dei medici di base ci si riempie la testa di nomi enigmatici di farmaci, di malanni, di terrore dei corpi cui hanno asportato l’anima. Il dolore è ormai senza riscatto. E senza la consolazione celeste.

I «supercrip» come li chiamano in inglese, i superzoppi, come si traduce in italiano, sono coloro che afflitti da qualche invalidità puntano a eguagliare i ‘normali’, son riconosciuti come eroi perché imitano bene i sani. La Chiesa invece ha sempre affermato che i corpi dei vecchi e dei malati hanno qualcosa di divino proprio in quanto testimoni della sofferenza, sono sacri. Con buona pace di Nietzsche, il rovesciamento dei valori è lì, i vecchi e i malati hanno un posto più in alto nella gerarchia rispetto ai giovani e ai validi. Anche l’essere umano con il più schifoso dei morbi merita la venerazione dei santi. E i corpi sacri dei papi continuavano a esser sacri anche quando si decomponevano tra le infermità, anche quando si deturpavano per qualche accidente fisico, anche quando si intorpidivano per la decrepitezza.

«A sua immagine»: il privilegio che divinizza l’uomo vale soprattutto per storpi, malati, vecchi. Il Cristo con il volto massacrato dalle torture, che invoca il Padre perché il corpo si sente abbandonato, è addirittura la migliore rappresentazione del Dio incarnato, l’emblema del cattolicesimo, quel crocifisso che non a caso irrita tanti moderni con il mito della salute…

E. F.

venerdì 8 marzo 2013

Il papa debole

~ UNA SINGOLARE PREVISIONE
DEL CONTE DE MAISTRE ~

Nel 1816, il fiero nemico della modernità, il teorico della restaurazione cristiana, il conte savoiardo Joseph-Marie de Maistre pubblicava Du Pape, un trattato ultramontanista, un’apologia del primato del pontefice romano. In quel libro, oggi considerato scandaloso, si legge questa acuta quanto singolare previsione che trova conferma l’11 febbraio del 2013 con la rinuncia di Ratzinger. La riproduciamo dalla edizione italiana (Del Papa, Napoli, 1822, a pagina 149):

«… e lungi che nel momento attuale abbiano a temersi gli eccessi del potere spirituale, deesi al più presto temere dell’opposito, cioè che i Papi manchino della necessaria forza a sostenere l’immenso carico che viene loro addossato, e per soverchio piegare non perdano finalmente la forza e l’abitudine a resistere».

mercoledì 6 marzo 2013

Il papa nascosto


~ I MEDIA NON LO CERCANO
E NON ALMANACCANO SU QUELLO CHE VERRÀ ~

Uno pseudo situazionista (in realtà un dirigente della televisione di Stato), forte della sua competenza nel campo, preconizzava a metà febbraio che, arrivati all’ultima domenica del mese, l’Angelus d’addio di Benedetto XVI avrebbe oscurato le elezioni politiche italiane: forse – affermava più o meno il guru televisivo – l’eco delle parole pronunciate dal balcone del Palazzo apostolico sarà così grande, così forte il pathos per l’ultima apparizione del papa tedesco, che il giorno dopo i telegiornali si dimenticheranno di annunciarci il risultato del voto. Previsioni sbagliate. Da noi, i ludi elettorali hanno sbaragliato l’evento pontificio. Ma anche sulla stampa straniera, l’abbandono sofferto del trono di Pietro non suscita adeguato clamore. Manca il suggello della morte per chiudere un pontificato e archiviarlo come si fa da secoli. Nel codice mediatico, somiglia in modo impressionante a una soluzione da fiction.

Il gesto ratzingeriano del nascondimento, dopo lo stupore iniziale, ha prodotto piuttosto imbarazzo e successivamente silenzio. Non si poteva ripetere all’infinito gli aggettivi «coraggioso» e «umile». Giornali e televisioni hanno preferito parlare dei loro argomenti prediletti: sesso e denaro. Inutile spiegare anche ai poveri fedeli come si tratti di una riduzione della Chiesa bimillenaria alle esclusive misure del mondo, con i vaticanisti travestiti da cronisti della ‘rosa’ o della ‘giudiziaria’. Si vedono i cattolici praticanti pendere dalle labbra della «Repubblica» quasi il quotidiano modaiolo fosse un pio curato, senza una sana indignazione per le sciocchezze che pubblica ogni mattina su un universo che le è proprio estraneo, anche se appunto tale sciocchezzaio scandalistico è collocato in taglio basso.

Il papa (emerito o meno) sta nascosto ma i giornalisti non provano neanche a cercarlo, i paparazzi non si appostano per sorprenderlo, e certo non si tratta di rispetto. Semplice disinteresse. Folle di fotografi e operatori urlanti – secondo le sempiterne scene della Roma felliniana – si precipitano addosso ai giovani eletti della setta politica che si diffonde come un virus sulla penisola. A Castelgandolfo, dove l’agonia di Pio XII provocò la prima, irruenta, invasione dei media, adesso regna il silenzio.

C'è una chiacchiera dominante sui bus e nei bar; per i vicoli della città eterna gli artigiani parlano sull’uscio delle loro botteghe, assai inoperose di questi tempi, e non si interrogano sul sovrano sparito dall’urbe, sullo strano conclave alle porte, bensì ricapitolano quelle balordaggini sopraggiunte nel Parlamento italiano, e si captano frasi volanti, intrise di uno Zeitgeist maleducato: «i partiti si sono trasformati in organismi di potere…», dicono con aria di saperla lunga, pretendendo che la politica sia un’opera di beneficenza, un’attività di volontariato...

Storici e cardinali ripetono sempre che la fine del potere temporale rappresentò per la Chiesa di Roma una vera liberazione, sottratta alle catene mondane, agli impacci politici, alle distrazioni materiali, ma neppure la Chiesa del beato Pio IX fu considerata dagli accaniti anticlericali del tempo alla maniera negativa con la quale si guarda in queste ore a quella attuale. Nessuno allora la dipingeva come un’accolita di pederasti e di banchieri loschi. Al più si polemizzava con l’aspetto ideologico, le si rovesciavano addosso le accuse dell’illuminismo vecchio di un secolo, si ricorreva alle argomentazioni di Kant sulla coscienza, si duellava a colpi di dogmi scientifici, si usavano le armi filologiche per contraddire un passo evangelico, si considerava il papato come la causa della particolarità italiana, prendendosela con la cultura controriformista, con il manierismo e con il barocco, talvolta addirittura con il Rinascimento. La colpa era di Machiavelli e dei gesuiti: dispute elevate, in fondo. Adesso, di fronte a un Vaticano privato da oltre un secolo del potere politico, sottratto al gioco delle grandi potenze, un Vaticano angelico – «dagli eunuchi per il Regno» (secondo Matteo 19,12) al Regno degli eunuchi – , uno staterello apolitico, si addita la Santa Sede come il più turpe esempio di umanità. La figura del papa e quelle dei cardinali sono accostate anzitutto al sesso imperdonabile (o che almeno alla Chiesa cattolica non si perdona), quella pedofilia che viene enfatizzata e lodata nel mondo pagano dei greci, anche sui libri di scuola, e in modo esplicito. Si dà poi dei mafiosi riciclatori ai responsabili delle istituzioni economiche vaticane, avvolgendo la Chiesa con un’altra parola tabù: mafia. Infine, il ritiro della scomunica per i vescovi seguaci di monsignor Lefebvre (naturalmente la scomunica che i papi del Concilio trovavano fuori luogo per i potenti persecutori dei cristiani va mantenuta per i fedeli minoritari della liturgia millenaria!) provoca un’altra macchia fondamentale per la curia ratzingeriana, niente di meno che il negazionismo (per colpa di un vescovo lefebvriano che aveva idee balzane sulla storia della seconda guerra mondiale). Nessuno si fa scrupoli di fronte al negazionismo del comunismo né qualcuno chiede se non meritino una scomunica o quanto meno un ammonimento i monsignori mediorientali benedicenti le masse assatanate che vogliono fare strage di ebrei in ‘Terrasanta’, spesso trasportando nelle loro auto diplomatiche di nunzi le armi per i terroristi che fanno il tiro al bersaglio sull’israeliano. Oggi non si distingue più, come ancora si faceva in tempi ‘risorgimentali’, tra la Santa Sede e la Chiesa, la centrale cattolica è vista come una banda di politicanti e il piccolo Stato come uno scandaloso tradimento del Vangelo. L’«affettività antiromana» di cui parlava Carl Schmitt è diventato confuso cosmopolitismo che appiattisce tutte le città dell’Occidente.

I media cercano solo il nuovo o il presunto tale e seppelliscono cinicamente ogni traccia del passato, organizzano l’oblio. Isolano le frasi, spezzettano la vita, parcellizzano il sapere e lo rendono merce. Il loro novum è l’opposto di quello lieto annunciato dai cristiani. I media sono assertivi, urlanti, aggressivi, ansiogeni, vendono slogan, incantano il mondo; l’horror ha la maggiore attrazione. Nei momenti critici delle riunioni di redazione, entra il cronista di ‘nera’ promettendo ai colleghi la «bella notizia»: un orribile delitto con particolari macabri da mettere in prima pagina. La medesima logica sovraintende alla rinuncia di un papa, alla preparazione di un conclave. Per i palati assuefatti ci vuole l’attacco blasfemo alla religione dell’amore, al Cristo che difende gli innocenti, all’unico libro che celebra la vittima. Se poi non bastasse il giornalismo d’assalto c’è magari, in guisa più salottiera, il vangelo della Passione 'demitizzato' su Radiotre da un pastore protestante che con sussiego da studentello secchione fa diventare la Coena Domini una cenetta tra amici, mentre la conduttrice ride divertita al pensiero dei retrogradi che prestano fede alla storia del pane e del vino. Nessuno scandalo, per carità, è solo banalità del male, trionfo dei luoghi comuni, forse semplice mancanza di fantasia. Anche per questo motivo, è impossibile capire dai giornali quello che sta accadendo nella valle dove Pietro fu crocefisso dai romani.

giovedì 28 febbraio 2013

Alle otto della sera


~ LA SPARIZIONE DEL PAPA
NELLA PERCEZIONE DEI MODERNI ~

Da secoli il papa sembra sparito nella percezione dei moderni, una interminabile sede vacante. In tempi più recenti i media propongono una specie di leader impolitico che si batte per la pace mondiale. Nell’ultimo anno del Settecento, dopo che il pontefice romano, fatto prigioniero e deportato in Francia dai napoleonici, era morto in esilio, Novalis, proprio durante una drammatica sede vacante, deprecava questi tempi moderni, rimpiangeva l’universalità cattolica, scriveva un librino, Die Christenheit oder Europa, poetica apologia del papato come chiave di volta della rigenerazione dell’Occidente. Il letterato romantico ricostruiva l’Europa del medioevo e la forma politica che contraddistingueva la Chiesa di Roma, la monarchia assoluta del successore di Pietro e la possibilità per tutti di accedere alla «corporazione» del clero:

«Erano belli, splendidi tempi quelli in cui l’Europa era una terra cristiana, in cui un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo umanamente configurata, e un unico grande interesse comune univa le province più remote di questo vasto reame spirituale. – Senza grandi possessi terreni, un solo capo supremo dirigeva e unificava le grandi forze politiche. – Una numerosa corporazione [ossia, il clero], cui ognuno aveva accesso, gli era immediatamente sottoposta, ne eseguiva i cenni e si adoperava con ogni zelo a consolidarne la benefica potenza».

Il poeta tedesco usava toni fiabeschi per rievocare l’universo cattolico:
«Con quale serenità si lasciavano le belle riunioni nelle chiese misteriose, ornate di edificanti immagini, piene di dolci vapori e animate da una musica santamente edificante! [...] Giustamente il saggio Capo supremo della Chiesa si opponeva al temerario sviluppo delle facoltà umane a scapito del sentimento religioso [...]. Alla sua corte si radunavano tutti gli uomini saggi e venerandi d’Europa. Ogni tesoro vi affluiva: la distrutta Gerusalemme si era vendicata e Roma stessa era diventata Gerusalemme, la residenza sacra del regno divino in terra. I príncipi presentavano le loro controversie davanti al Padre della Cristianità, ponevano spontaneamente ai suoi piedi le loro corone e la loro magnificenza, e stimavano addirittura loro gloria il concludere la sera della loro vita, come membri di quest’alta congrega, in divine contemplazioni tra le solitarie mura di un chiostro. Come questo governo, questo ordinamento, fosse benefico, e quanto fosse consono all’intima natura degli uomini, lo mostrò la potente ascesa di tutte le altre forze umane, lo sviluppo armonioso di tutte le facoltà, l’incredibile altezza raggiunta da alcuni uomini nei vari campi delle scienze umane e delle arti, e il commercio di prodotti spirituali e materiali fiorente per ogni dove, nella sfera d’Europa e fino alle Indie lontane. Questi erano, nella loro essenza, i luminosi segni dei tempi genuinamente cattolici o genuinamente cristiani».

Benché cresciuto nella cultura pietista, Novalis prendeva le distanze dalla ribellione luterana:
«Questo grave scisma interno, accompagnato da guerre devastatrici, fu un segno notevole del danno che la cultura arreca al senso dell’invisibile, o almeno del danno temporaneo di un certo grado di cultura. [...] A buon diritto gli insorti si chiamarono Protestanti, in quanto protestavano solennemente contro ogni pretesa d’interferenza nelle coscienze di una potestà incomoda e, in apparenza illegittima. [...] Divisero la Chiesa indivisibile e disertatono empiamente dall’universale comunità cristiana, attraverso la quale, e nella quale soltanto, era possibile la vera e durevole rinascita. La condizione di anarchia religiosa deve essere solo passeggera, poiché la necessità di consacrare unicamente a quest’alta missione un gran numero d’uomini, e di rendere questo numero d’uomini indipendenti dalla potenza terrena in considerazione di questo loro stato, acquista efficacia e validità permanenti. [...] È percio che la storia del Protestantesimo non sarà larga di nessuna grande e splendida apparizione del sovraterreno [...]. Già ben presto si nota l’inaridirsi di ogni senso del sacro; l’interesse mondano ha già preso il sopravvento, il senso artistico ne soffre per simpatia, e solo raramente scaturisce qua e là una schietta ed eterna scintilla di vita».

E insistendo sulle forme moderne che aggrediscono il papato:
«Il risultato del modo di pensare moderno lo si chiamò filosofia, in essa comprendendo tutto ciò che è contrario all’antico, e in primo luogo, quindi, ogni idea contraria alla religione. L’odio personale inizialmente nutrito per la fede cattolica si trasforma a poco a poco in odio per la Bibbia, per la fede cristiana e alla fine addiritura per la religione. Di più: l’odio per la religione si estese molto naturalmente e conseguentemente a tutti gli oggetti dell’entusiasmo, sconsacrò fantasia e sentimento, morale e amore dell’arte, speranze e tradizioni; a stento conservò l’uomo a capo della gerarchia degli esseri naturali [...]. In Germania [...] si cercò di conferire all’antica religione un senso più aggiornato, più raionale, più corrivo, facendo scomparire accuratamente ogni traccia di miracolo e di mistero. [...]. In Francia si è fatto molto per la religione, togliendole il diritto di cittadinanza e lasciandole solamente il diritto di ospitalità».

Ma Novalis si soffermava anche sulla reazione cattolica alla ribellione protestante, sottolineando il ruolo della Compagnia di Gesù, di quei fedelissimi del papa, che un giorno, il papa stesso, costretto dalle potenze mondane, scioglierà per debolezza:
«Tutti gli incanti della fede cattolica divennero nelle mani di questa società [la Societas Jesu, l’ordine fondato da Ignazio di Loyola] anche più potenti, i tesori delle scienze rifluirono nelle celle dei suoi adepti. E costoro cercarono con vari mezzi di riconquistare nelle altre parti del mondo, nel lontano Occidente e Oriente, ciò che era andato perduto in Europa, e di appropriarsi e far valere la dignità e la missione apostolica. E non rimasero indietro neanche nella ricerca della popolarità, ben sapendo quanto Lutero avesse dovuto alle sua arti demagogiche, alla sua conoscenza del volgo. Dovunque fondarono scuole, penetrarono nei confessionali, salirono alle cattedre e occuparono le stamperie, divennero poeti e filosofi, ministri e martiri e, nell’immensa distesa di terre che dall’America va oltre l’Europa in Cina, attuarono il più meraviglioso accordo tra l’azione e la dottrina».

Concludeva Novalis con una specie di appello:
«L’antica forma cattolica [...] era Cristianesimo applicato, divenuto vivo. La sua onnipotenza nella vita, il suo amore per l’arte, la sua profonda umanità, l’inviolabilità dei suoi matrimoni, la sua filantropica espansività, il suo amore per la povertà, per l’obbedienza, per la fedeltà, lo fanno riconoscere come pura religione», ma «la sua forma contingente è come annientata, l’antico papato giace nella tomba, e Roma per la seconda volta è in rovina. Non deve finalmente cessare il Protestantesimo, e far posto a una nuova Chiesa più duratura? Le altre parti del mondo attendono la riconciliazione e la resurrezione dell’Europa, per aderire ad essa e farsi concittadini del regno di Dio. Non dovrebbe l’Europa veder di nuovo una fiorita di anime veramente sante, non dovrebbero tutti i veri congiunti nella fede sentire incontenibile il desiderio di vedere il cielo in terra e di radunarsi a intonare santi cori?» (da Cristianità o Europa, Einaudi, 1942, pp. 4-26).

mercoledì 27 febbraio 2013

Il papa eremita

~ DOVE DEVE STARE IL CUSTODE
DEL DEPOSITO DELLA FEDE? ~

Oscurato da risibili risultati elettorali in Italia, l'atto definitivo del pontificato di Benedetto XVI si avvia alla sera nella distrazione dei suoi romani. Degli interpreti intelligenti di questo epilogo provano a leggere le frasi di addio contenute nell’ultimo Angelus pubblico di Benedetto come la migliore spiegazione di quel suo gesto misterioso di rinuncia: il pontefice, allo stesso modo di Pietro nel Vangelo della Trasfigurazione, si vorrebbe dedicare alla contemplazione, e lascerebbe ad altri il compito del pastore. Difficile da accettare. Forse è la conclusione del papato degli ultimi centocinquanta anni senza più il potere temporale, senza più la parte terrena, anzi così spirituale da divenire incomprensibile (o sospettato delle peggiori nequizie), che si presenta come una comunità di angeli o quanto meno di monaci in un piccolissimo regno che pur somiglia tanto al resto degli altri stati. E un giorno il monaco si fa eremita. Ma non si rimane papa anche giacendo in un ospedale o chiuso in una prigione o riparato in una cella di preghiera? «Pasci le mie pecorelle», è vero, dice Gesù a Pietro, eppure in questa epoca della visibilità assoluta anche un anacoreta potrebbe rappresentare una grande figura di papa (un qualche cenobio è scovabile pure nella valle vaticana, e san Benedetto da Norcia benché in fuga dalla societas secolare – «ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio» – seppe poi far da guida a molte anime). Un modello ascetico, agli antipodi dell’universo mediatico, sarebbe già una forma pastorale, un insegnamento silenzioso. Perché contrapporre nettamente la ricerca spirituale al ministero petrino?

In un’intervista di undici anni fa allo storico cattolico Giorgio Rumi (1928- 2006) – sulla rivista «30giorni» (anno 2002, n. 5) – , parlando della lunga malattia di Giovanni Paolo II, si diceva come il papa non fosse la star costruita dai media, come anche un vecchio malato potesse, nell’eremitaggio della sofferenza, rappresentare Cristo su questa terra:

«La sovraesposizione mediatica contribuisce a distorcere tutto. Lo si vede bene in questo stillicidio morboso di notizie e dibattiti sulla salute del Papa regnante . […] La funzione propria del ministero del papa è custodire il deposito della fede. Questo, il papa può farlo anche dal suo letto di ammalato. Se poi vuole andare a trovare i cento cattolici in Azerbaigian, per confermarli nella fede, anche questo può farlo pure in carrozzella. Invece, l’esposizione mediatica ha reso impensabile il fatto che un papa possa esercitare il suo ministero anche se è chiuso in una stanzetta, lontano dai riflettori. Anche se non assume un profilo da personaggio. Sembrano tutti scandalizzati, sconvolti perché non è più giovane e aitante. Vedo una certa crudeltà diffusa in come viene trattato l’argomento dei malanni del Papa. Quasi ci fosse l’auspicio di allontanarlo. Invece di rispettarlo come un padre a cui si vuol bene, e che rimane padre, anche se è vecchio e malato».

venerdì 22 febbraio 2013

Vigor animae

~ NOTE IN MARGINE A UNA PAROLA-CHIAVE
DEL TESTO DELLA RINUNCIA DEL PAPA ~

Perplessi ancora o forse ancora più perplessi nell’approssimarsi dell’ora finale del papato ratzingeriano, si torna a leggere le poche parole che sconvolgono la storia del ministero pontificio, la frase in latino che fa tremare la Cattedra di Pietro celebrata proprio oggi in tutte le chiese dell’orbe, cathedra appunto, trono, seggio dei sapienti in origine, non tavolo office, non poltrona girevole design, posto di comando per – Dio ci scampi – manager della fede. L’occhio cade su una delle righe centrali dello scarno discorso di addio, laddove si argomenta che per condurre la navicella di Pietro «etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam», che in italiano suona: «è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». Sulla debolezza fisica nella vecchiaia lasciamo sproloquiare gli editorialisti che addirittura confondono pontefici e politici (questi ultimi si abbarbicano laicamente al potere e, vegliardi, non ritengono di doversi distaccare dalle miserie della vita per riflettere in limine sulle cose dello spirito; il papa all’opposto sta lì a indicare Dio, è giusto che lì rimanga anche nel travaglio della malattia, anche moribondo, ché la sua religione ha per simbolo appunto un uomo in atroce agonia, son dunque ruoli che non si possono confrontare; altro è l’interrogarsi sulla legittimità del politico alla luce del gesto di Benedetto, cui accenna con grazia Agamben). Sulla diminuzione del «vigore dell’animo» detta a chiare lettere si resta invece attoniti. E incessantemente si medita, magari in maniera nervosa e sommaria, su quella strana vicenda di mezzo secolo fa, quando la Chiesa di Roma sembrò spogliarsi della sua tradizione, abbandonare la forza d’animo per una simulazione della chenosi divina.

Forse due insigni gesuiti degli anni Cinquanta avrebbero potuto gettare acqua gelida sul fuoco dell’ottimismo facilone che divorava la Chiesa alla vigilia del Concilio. Ovvero, padre Felice Cappello, circondato dalla fama di santità ancora in vita, e padre Virginio Rotondi, che convertirono sul letto di morte Curzio Malaparte al cattolicesimo, avrebbero dovuto informare i loro confratelli di quel che c’era scritto nei libri del convertito, romanzi e saggi a quei tempi ancora all’Indice. Quanti equivoci sarebbero stati così evitati. Lo scrittore pratese aveva raccontato con immagini indimenticabili la morte dell’Europa: cadaveri che figliavano cadaveri, generazioni uscite dai giorni dell’odio di due guerre civili e mondiali al contempo, sotto il segno di Caino, stragi come non si erano mai viste nella lunga storia umana, puzzo di carogne, mutazioni antropologiche, l’asservimento ai vincitori di turno, l’abiezione, lo spegnimento definitivo della joie de vivre che aveva brillato in Occidente per secoli. Altro che la bellezza del creato sempre cantata dal cattolicesimo, si finiva in un nichilismo variamente agghindato di mistica del dubbio, di verità approssimative e indicibili, di un generico sentimentalismo assai sciatto. Se i vescovi che si adunarono speranzosi a Roma avessero avuto chiaro questo orrore in testa non si sarebbero lasciati andare all’ingenua ammirazione del mondo del dopoguerra, al frettoloso recupero di una belle époque ormai scomparsa. Se poi si aggiungeva a una sì sinistra prospettiva il fatto che una parte consistente d’Europa era finita in un regime dove regnava l’ateismo, i primi stati al mondo costituzionalmente atei e persecutori della religione (ma questa seconda caratteristica si ripeteva nei secoli), c’era da supplicare il Cielo non da assoggettarsi alla Terra.

Chissà, i reverendi padri conciliari si lasciarono abbindolare dalle fatue distrazioni degli ex combattenti, dal gergo giovanile che urlava la sua utopia, dalle rivoluzioni che promettevano molto facendo il verso a quelle, culturali e politiche, del primo Novecento. Si registrò la mancanza totale del realismo tradizionale, probabilmente per non guardare una scena troppo spaventosa, per mettere tra parentesi le immagini macabre, per venir meno del coraggio, così come si preferì non dare più importanza alla immensa prigione comunista che si estendeva da Berlino all’Asia, sorvolando sulle torture di vescovi e fedeli non per antica abitudine alla trattativa diplomatica bensì per un amore vagamente sconsiderato che oggi si direbbe «new age», privo di fermezza, di forza morale.

Né ci si accorse che gli intellettuali erano magari ancora alla ricerca della bonaventuriana «perfezione cristiana» e che avendo la Chiesa tralasciato tale tema e rincorso tutte le ideologie presenti sul mercato, i più seri si interessavano al marxismo (nella versione della scolastica sovietica come nelle fantasie sofisticate degli occidentali) oppure, stanchi del materialismo capitalista, ricorrevano al ‘fai da te’ sublime della gnosi, non avendo più un mysterium rivelato di fronte al quale inginocchiarsi. Già da allora e forse da prima dell’assemblea conciliare non ci si poteva accontentare della debolezza spirituale predicata da Roma negli ultimi tempi, la ragionevolezza del mondo avendo poco a che fare con la ragione tomistica.

Se era invecchiata la cultura cattolica, se aveva subìto seri colpi con l’avvento della modernità, se di fronte all’attacco era ripiegata in un puritanesimo più di scuola protestante, se si era chiusa, arroccata – come si diceva con sprezzo, senza un minimo di comprensione e di misericordia – in attesa di tempi migliori, non si può dire che il «sacrosanto concilio» ebbe echi rilevanti nella cultura del secondo Novecento, a parte il chiasso giornalistico, in particolare nell’attenta quanto strumentale riflessione della pubblicistica italiana di sinistra. O forse nei residui di un protestantesimo già sconfitto e necessariamente dialogante. Ma intellettuali, letterati, pensatori, artisti, quel po’ che rimaneva, se ne fuggirono, perfino verso altre religioni, si pensi al successo del buddismo. La nuova arrendevolezza della Chiesa di Roma non riusciva ad attrarre nessuno.

Quali scrittori si possono accostare al Vaticano II così come si dice di quelli, nobilissimi, del Tridentino? E quali pittori, e quali filosofi, e soprattutto, visto l’argomento, quali santi? Piuttosto che produrre una propria cultura ci si accontentò di scopiazzare quella degli altri (con grandi prestiti dal protestantesimo) e adattare alla meglio i propri dogmi a quelli imperanti. Si accorsero insomma i vescovi radunati in Vaticano che quel frettoloso accostarsi al mondo, alle ragioni del mondo, alla sua cultura del tutto secolarizzata, li portava dritti dritti, e nonostante puritanesimi di marca protestante e pauperismi di marca socialista, verso la cultura che si stava affermando in quel tempo, ossia la cultura dei consumi? Anche del consumo ideologico, facile, imposto dalle mode. Eppure fino ad allora c’era stato un grosso limite al consumismo nascente: il cattolicesimo. Sia perché il mondo cattolico – come scriveva Goffredo Parise – veniva considerato «troppo carico di cultura, troppo carico di doveri culturali; non facilmente smerciabile né apprendibile né recettibile», sia perché «il mondo cattolico possiede una cosa impossibile da consumare: il mistero. Il mistero è il nemico numero uno della consumabilità, perché non si tocca e non ha alcuna immediata utilità. È proprio l’opposto della consumabilità» (Nuovo potere e nuova cultura, in Opere, i Meridiani Mondadori, vol. II, p. 1408). E anche, andrebbe aggiunto, «nemico» di quella comunicazione totale, presuntuosa, corriva, che contraddistingue disgraziatamente la Chiesa post-conciliare.

In luogo dell’imago Coeli si scelse l’imago mundi ma arrivando tardi, ridicolmente tardi, quando il mondo aveva perduto la sua tragica e luminosa grandezza per divenire un globetto unificato dall’economia, dai soldi come unico orizzonte, dalla produzione per la produzione, dalla magnifica ricchezza di questa terra trasformata in merci, dalla parodia come solo canone, anche nei rapporti umani…

Sesso e denaro: non riescono a vedere altro i giornali dietro alla vicenda vaticana. I più tenebrosi sospettano ancora la massoneria (i medesimi sospetti che a sinistra nutrono per la cellula denominata «P2», come se davvero quelle vecchissime congreghe avessero un qualche rilievo oggi). Gli affari dello spirito e dei corpi, della ragione e della speranza umane, la volontà di vincere la morte, il giusto orgoglio di essere a immagine di Dio, il sogno paradisiaco: questi sono i temi cattolici che nutrirono gli ingegni rinascimentali come dell’epoca barocca e di altre stagioni gloriose. E adesso? Dopo mezzo secolo di melassa altruista senza fede nella propria resurrezione, di ascesi senza Paradiso, di liturgia senza Cielo, arriva questa rinuncia. Non a caso si dice rassegnare le dimissioni, c’è in quel gesto una certa rassegnazione e un dismettere, un buttar via, un lasciar andare, un abbandono. Un consegnarsi nelle mani altrui. Di chi, in questo caso? Quanto è purtroppo consumabile la rinuncia ratzingeriana, quanto sembra appartenere al linguaggio del mondo, alla logica del benessere, alla vecchiaia da redimere con i farmaci, al culto pernicioso della giovinezza.