giovedì 10 luglio 2014

«In opprimente beatitudine»

~ QUANDO LA CAPITALE CATTOLICA
SI OPPONEVA AL MONDO / 2  ~
~ DAL DIARIO DI KARL EUGEN GASS ~

Più che un viaggiatore fu uno studente in Italia, Karl Eugen Gass (1912-1944), allievo prediletto di Curtius, venuto a completare le sue ricerche alla Normale di Pisa e successivamente a Roma per lavorare come bibliotecario di eccellenza a Palazzo Zuccari presso la Hertziana; infine strappato alla città eterna dalle vicende belliche e spedito dalla Germania nazional-socialista a combattere nel Nord Europa dove perse la vita.

Ma non scendeva nella penisola soltanto per perfezionare i suoi studi di romanistica o per calcare le orme dei grandi tedeschi. Nelle prime pagine del suo Pisaner Tagebuch (Diario pisano, 1937-1938, a c. di M. Marianelli, Pisa 1989) lo aveva scritto esplicitamente in una specie di programma: «qui in Italia sarà mio compito specifico riflettere su quella realtà che è la Chiesa nel nostro mondo d’oggi» (p. 9). Lui era protestante ma, nel contrasto tra «il mondo d’oggi» e il cristianesimo bimillenario, alla Chiesa cattolica anzitutto guardava.

Del resto così sintetizzava l’umanesimo che venerava e che tentava di ricostruire storicamente: «l’intento pio di non lasciare inutilizzato nulla di quella preziosa eredità che nel breve respiro della nostra storia i migliori e i più giusti tra noi hanno accumulato, per restituirla come possesso vivo all’epoca attuale» (p. 36). Chi meglio della Chiesa di Roma – affermò una volta Hofmannsthal – sarebbe stato l’aureo tramite tra l’antico e l’attuale? L’Andreas hofmannsthaliano era uno dei due libri iniziatici del suo pellegrinaggio. L’altro scritto che guidava Gass in questo regno del passato era il saggio di Borchardt sulla Villa, il mai troppo celebrato discorso che introduceva le distinzioni fondamentali tra germanico e italico sulla natura (alla luce di una religione venata di paganesimo latino): Villa e Andreas, i due  testi che meglio introducono nel Novecento l’animo tedesco all’italico approdo. In quel tempo, Borchardt lavorava, a modo suo, a una «scienza del medioevo» che nell’animo del giovane bene si accordava con il «medioevo latino» del suo maestro alsaziano, ma l’eccentrico ebreo-tedesco disse subito, nel loro primo incontro, di conoscere appena il nome di Curtius.

Sugli italiani, Gass rovesciava critiche e giudizi taglienti, come capita ai giovani che guardano con sguardo acuto un mondo ammaliante quanto alieno. Talvolta esagerava, secondo il solito andazzo tedesco per il quale, anche sotto le bombe che distruggevano la Germania, Curtius sosteneva che solo i tedeschi fossero capaci di «pensare in senso storico», mentre Heidegger riteneva addirittura che solo i tedeschi sapessero pensare; Gass si limitava ad argomentazioni polemiche come quando, per avversione a Croce, accusava la filosofia italiana di «astrattezza», quasi dimenticando che l’Idealismo fu invenzione tedesca e altrettanto germanico è il vocabolario filosofico moderno, vòlto a tradurre l’‘indicibile’, anche nel gergo che si vuole ‘esistenzialista’; più tardi comunque renderà omaggio al nostro filosofo (e a sua volta Croce lo gratificherà con una recensione siglata con le iniziali «b.c.» su «La Critica», recensione, in verità alquanto maligna, del testo di una conferenza tenuta all’Hertziana dal giovane studioso [anno 1940, n. 38]). Qua e là tornava infatti il vizio teutonico per cui l’Italia è adorabile ma gli italiani costantemente da correggere, per cui meglio sarebbe affidare il Belpaese alle mani dei tedeschi quasi che la penisola germanizzata potesse mantenere in tal contorto modo quel fascino che i tedeschi sono i  primi ad apprezzare. Curtius stesso glielo ripeteva spesso: Roma ma non gli italiani (non c’era che Hofmannsthal a rivendicare l’onore dell’italianità e un po’ di sangue lombardo). Se filosofi e politici arrivarono a concepire teoricamente una simile conquista del Sud, i letterati non vantavano primati e non auspicavano occupazioni militari, pretendendo soltanto di sottoporre alla propria scienza quei poeti e artisti italici che altrimenti sarebbero stati incomprensibili, a parer loro, nell’arruffato, dilettantesco, impressionistico pensiero degli indigeni. Insomma, ormai i tedeschi sembravano essere gli unici in grado di comprendere i grandi italiani. Anche i francesi, benché «amabili» e scintillanti, non fosse altro per via dei venerati Rivarol e Baudelaire, apparivano a Gass comunque confinati in un girone inferiore: a loro, nonostante «la buona volontà, certe esperienze debbono restare inaccessibili» (p. 44). Non restava che la Germania, l’ultima arrivata nel gran teatro culturale d’Europa, a perfezionare l’eredità tramandata nei millenni: la poesia tedesca del suo evo migliore, il mezzo secolo tra 1780 e il 1830, poteva – dirà l’allievo di Curtius – arricchire incomparabilmente i latini in fatto di umanità.

Questo andava elaborando nelle sue carte, distaccandosi da quella eletta schiera dei normalisti italiani che di lì a poco rifulgeranno nelle maggiori università dell’Occidente, fiutando però la levatura di Contini, compiacendosi di romitaggi romantici, di confraternite germaniche, di Bruderschaft, piuttosto indifferente davanti a quelle stanze progettate dal Vasari e offerte generosamente in prestito agli studenti benché più simili a una augusta dimora che a un collegio universitario. Anche nell’arte italiana, intorno alla quale mostrava subito un notevole intuito, cercava percorsi personali e solitari (sebbene molti siano i nomi warburghiani) . Ma Pisa, le città e i paesaggi italiani, e soprattutto Roma trasformeranno i suoi pensieri, le teorie della scuola di Curtius perfino, la sua stessa vita.

A Firenze, nella chiesa dell’Annunziata, assiste a una messa solenne della notte di Natale. Il latino che vi risuona, il ruolo ieratico del sacerdote, lo portano a impegnarsi per fare «della sua stessa vita un servizio divino» (p. 121). Appena entrato nel tempio fiorentino, si lamenta, come spesso i tedeschi, per la freddezza dell’architettura italiana, mancando delle decorazioni che tanto incantano i nordici, alla maniera dei viennesi che, al termine del più gustoso pasto, pretendono come piccoli golosi il décor dei dolcetti finali, un poco di panna lì, un poco di stucchi qui. Si interroga pertanto sulla sontuosità dell’Annunziata e «su che mai questa chiesa» potesse rappresentare per un ragazzo povero «di precoce sensibilità o per una ragazzina forse cresciuta in un ambiente totalmente privo di bellezza, nel gelo, nella sporcizia, nell’indigenza. Certo, un interno come questo deve comunicar loro una sorta di rapimento mistico e insieme la convinzione che esista un mondo più nobile e soprattutto più bello, dai colori più smaglianti, dai profumi più intensi, che sta oltre il mondo di fuori, oltre la lugubre strada invernale percossa dal vento freddo e così pungente. E quale mai dovrà apparire ai loro occhi l’ordine delle sfere, e la realtà del mondo spirituale! Senza dubbio saranno cose ben diverse da quell’interiorità protestante che in nome della purezza del divino rifiuta ogni forma di trasfigurazione di questo nostro mondo creaturale, rigetta ogni possibilità di potenziare, di spiritualizzare questa nostra potente esistenza terrena, fidando, in tutta schiettezza e in tutta umiltà, nell’opera redentrice della pura fede. Sviluppandosi, gli istinti si divaricheranno necessariamente e nessuno potrà più ignorare se lui stesso o i suoi antenati si siano inginocchiati davanti al fulgore scarlatto di una corona di candele o davanti a uno spoglio altare di legno. Solo perché era cattolico Baudelaire potrà scrivere le Fleurs du Mal» (pp.150-151). [Come nel precedente articolo di questo «Almanacco», ritroviamo Baudelaire frutto della liturgia cattolica: qui]. Rapida metanoia in una mezzanotte santa: tra l’Introibo e il Deo gratias di una messa di Natale, le iniziali preoccupazioni degli eterni pauperisti, quelle preoccupazioni che discendono dal puritanesimo protestante, trovano nello splendore del millenario rito le più vivide risposte. Una pagina, sia detto tra parentesi, che dovrebbe esser consigliata all’attuale capo della Chiesa cattolica affinché sia liberato dalle più estenuanti credenze nei luoghi comuni imperanti. Si eviterebbe così anche di strappare ai popoli meridionali la loro più immarcescibile fede nel fasto e nelle processioni taumaturgiche benché intrise di paganesimo e talvolta di peccaminose abitudini, affinché per presunzione di adunare una comunità angelica, eticamente corretta e soggetta alle laiche leggi, non si uccida, nei tormenti dell’umana natura, la residua speranza cristiana di salvezza.
      
Viandante in Italia come si è tutti viandanti nel breve soggiorno su questa terra, Gass giunse a Roma. Se il maestro in umanesimo aveva poca dimestichezza con la città dei suoi studi, la ammirava prevalentemente nei libri e si era lasciato prendere di tanto in tanto dagli estetici sortilegi fascisti, l’allievo che qui venne a soggiornare, a studiare e a lavorare considerava la romanità fascista una violenza alla tradizione, solo quella cattolica essendo l’erede della civiltà imperiale e medioevale. Iniziava il suo diario romano secondo le prescrizioni di Winckelmann, volgendo cioè gli occhi al cielo, raccontando quindi ai compatrioti che non avevano mai valicato le Alpi i colori incredibili dell’atmosfera locale, la luce unica. Questi «Appunti degli anni romani. 1939-1942» sono contenuti in un volume di traduzioni che contiene l’epistolario con Curtius, le lettere alla moglie, gli appunti sparsi, i diari di guerra, una sorprendente raccolta di articoli sulla letteratura italiana del suo tempo e un raro ritratto dell’autore schizzato dal primo dei due curatori: E. R. Curtius - K. E. Gass, Carteggio e altri scritti, a cura di Stefano Chemelli e Mauro Buffa, La Finestra editrice, 2009 (un prezioso volume che deprediamo copiosamente e raccomandiamo ai nostri pochi lettori insieme all’intero catalogo delle nobili edizioni che si apparecchiano nella tridentina Lavìs).   

«La verità, che davanti a me sta l’unica città europea nella quale si può parlare di una unità della nostra storia», così s’apre il suo diario, celebrando quell’unità «fruttuosa» più alla periferia che non al centro. Però «non si sta seduti come uno spettatore davanti a una ribalta, ma ci si sente sopraffatti, al centro di un ambito di scene in costante pericolo…». Sopraffatti, in pericolo: provare a raccontarlo oggi ai turisti compiaciuti! Né il ventenne tedesco contrappone al canto della gloria passata il grido di spavento, come accadde ai padri fondatori della scienza delle emozioni, a cominciare da Jung che crollò atterrito alla stazione di Zurigo appena acquistato un biglietto ferroviario per Roma. Con tono fermo Gass afferra i caratteri dello scontro in atto: «La preferenza dei tedeschi per Roma è difficilmente comprensibile poiché c’è appena una seconda città che impersona così tanto tutte le forze antitedesche» (p. 159). La battaglia tra Roma e la Germania, il cattolicesimo come  il vero avversario della violenza imperiale: possiamo leggere in questa chiave l’ostilità del nunzio Pacelli e poi papa con il nome di Pio XII verso il socialismo tedesco che vuole dominare l’Europa?  Ostilità di un dotto uomo latino che ben conosce l’avversario. Già Pio II, ben prima della ribellione luterana, teneva d’occhio la continua rivolta della cristianità germanica ammaestrando sul carattere fruttuoso del potere romano proprio per la periferia nordica.

In quella medesima epoca novecentesca Carl Schmitt scrutava le forme del dominio cattolico, il fenomeno del conclave per cui il «pastore abruzzese» democraticamente eletto diviene il signore assoluto dell’universo spirituale, sottolineando soprattutto quel perenne umore antiromano che si respirava più che mai nel mondo moderno, quella insofferenza per la forma.      

Aggiungeva Gass, subito dopo la messa in scena del nuovo scontro Chiesa e Impero germanico, che proprio del presente stava parlando: «La tensione fondamentale carica del peso del destino della storia recente, tra l’antica tradizione che continua a vivere e la forza del popolo germanico tendente al dominio, diviene solo a Roma un problema che si autoimpone. Visto dalla Germania e da ogni giovane nazione il conflitto non ha mai una realtà pienamente valida, sebbene venga conosciuto dolorosamente nei suoi effetti, poiché l’antichità sembra qualcosa di morto, passato, superato, e tutto il diritto vitale viene assegnato ai popoli del nord. A Roma invece il mondo antico si mostra nella sua potente realtà che non è tramontata perché la sua concezione politica, l’impero romano […] ha trovato nella chiesa cattolica un esponente del suo bene spirituale. L’originale sentimento del luogo a Roma è quello del centro» (160). Ne consegue che se quel «centro» viene sottoposto alla periferia del mondo non si tratta di una santa umiliazione o di un francescanesimo arrabattato, bensì dello sconvolgimento della teologia politica, della distruzione dell’universalismo cattolico. Postilla infatti il visitatore della Roma anni trenta: «In esso [centro] alberga l’unità e la durata, alla periferia appartengono le molteplici forme della testimonianza. Chi si dedica all’universale è di casa a Roma: il sacerdote e l’artista. Invece Mussolini e la sua politica nazionale si trovano in una Roma fittizia del tutto eccentrica. […] Da nessuna parte si fa riferimento in maniera così forte al nucleo religioso di tutta la filosofia della storia, nel punto sul quale la storia diventa tribunale» (p. 160). Passando al crepuscolo accanto al Colosseo, anche in autobus, ne proverà la soggezione sublime e allo stesso modo con cui aveva parlato di «sopraffazione» e di «pericolo» dirà  quasi in un verso: «L’ora lascia battere il cuore in opprimente beatitudine» (p. 165).

Il Venerdì santo si trova ad assistere ai preparativi di una cerimonia in gregoriano nella chiesa fine ottocento di Sant’Anselmo all’Aventino, un’abbazia benedettina fondata sul sogno restauratore di un nordico visionario, il belga dal nome germanico, Ildebrando. «Nella vuota neomoderna spoglia chiesa sta un monaco nero davanti al pulpito e canta il testo in modo antico e modulato. A parte nel banco siedono un anziano maestro, un secondo scolaro e un religioso che gusta la scena con un sorriso pieno di comprensione. Di tanto in tanto il maestro interrompe per correggere, per dare suggerimenti tecnici, o anche per cantare egli stesso con una voce magnifica. Ẽ un tedesco. Il volenteroso scolaro dopo un po’ viene congedato con poche parole di incoraggiamento, con cortese urbanità ma anche con tutta la durezza di un’elaborata disciplina. Ẽ come se mi fosse stato tolto improvvisamente un velo e l’essenza spirituale della vita dei religiosi e dei monaci, per un attimo, mi è visibile» (p. 166). In quella stessa chiesa dove Gass vedeva plasticamente il rapporto maestro allievo che fonda l’umanesimo, tre decenni dopo una donna illustrava magistralmente la disciplina liturgica ancora in auge, e per l’ultima volta, tra quei monaci: Cristina Campo.

La domenica di Pasqua spettava alla basilica di San Pietro. Gass era capace di dar nome a quella possente calma che si respirava nelle forme ‘classiche’ di Michelangelo e di Bernini: «un sentimento di felicità che è miracolosamente reso possibile con una sicura consapevolezza di sovranità» (corsivo nostro). Qui avvertiva «la sensazione che il tesoro conservato nella chiesa con i suoi beni spirituali e religiosi è insostituibile, una ricchezza che spero nessuno dissipi a cuor leggero» (p. 167). Il ragazzo preoccupato per il dissolvimento della tradizione simbolica e materiale che adesso si realizza con il plauso della allegra opinione pubblica veniva da un paese che sarà successivamente considerato d’estrema barbarie. Si deve essere davvero ostinati per continuare a credere al progresso.

Capiva quel ragazzo che «gli italiani a differenza dei francesi hanno un gran gusto – hanno in tutte le idolatrie della forma il senso  di sopra e sotto per la costruzione del tutto, senso universale religioso-metafisico» (p. 168). I francesi infatti, i moderni per eccellenza, aboliscono le frontiere sopra/sotto, i romani, i fedeli alla Chiesa di Roma, ne restano gli eterni custodi.

Il soggiorno nella capitale cattolica si interrompe per via della guerra. Gass che aveva concepito pur nella massima tensione morale la vita come «festa continua» si prepara alla morte per la patria. Strada facendo un altro maestro, forse più adatto a quell’avventura, si fa avanti: Ernst Jünger.  Ma Roma non scompare. Diviene talvolta un sogno. O il modello.     .

In giro per l’infernale Europa bellica, «se si viene da Roma, è penoso constatare come quasi tutte le costruzioni siano delle imitazioni, qui la cupola di San Pietro, là una del Borromini» (p. 251), avrebbe potuto aggiungere l’onnipresente Pantheon.

In una pagina del «Diario di guerra»: «Sentita ora un’inquieta nostalgia per l’Italia, come se lì ci fosse una patria, non oggetti d’arte in particolare, bensì l’essere mediterraneo. Conosciute là le nobili radici della vita, la sua semplice e però dotta bellezza» (p. 199). Conosciute là, a Roma, «la città nella sua più sensorea realtà, colori, odori,  gusto che davano uno sfondo all’esistere, come non c’è più in Germania» (p. 211). «Da quando l’antichità è divenuta a Roma così evidente, ancor più della letteratura mi parla la sua presenza» (p. 205).

Il 4 giugno 1944, gli anglo-americani entrano a Roma. Gass scrive alla moglie il 10 dello stesso mese: «Davanti a me c’è la tua lettera di lunedì, scritta dopo che hai saputo la notizia della presa di Roma. Mi ha molto toccato che ti abbia colpito così tanto. Innanzi tutto è consolante che la città sia  risparmiata. Di fronte al suo patrimonio, chi la possiede per un periodo è quasi indifferente: il suo più grande mistero è quello di durare nel tempo. La città circondata dalle sue mura è come una potente urna attraverso la quale la corrente del tempo scorre eterna e senza fine. Di fronte a questa potente esistenza, antichissima e appena attenta al piccolo animale umano, c’è la malinconia delle rovine private di ogni sgomento: la cosa singola è caduta e passata, la connessione del tutto rimane tuttavia inviolata. Perciò Roma è un tale simbolo sacro della nostra patria europea […]. Come si spiega il mistero che il paesaggio romano ti instilla una tale nostalgia di casa, come nessun’altra città può? Sta di fatto che a Roma ogni pietra ti spinge fuori del piatto grigiore quotidiano: si vive in un mondo per il quale valgono misure diverse dalle solite, quelle di una più alta, benedetta, umanità. […] Ci sono posti su questa terra nei quali la dimensione degli dèi e dei loro eroi è diventata realtà» (pp. 292-293). Due giorni dopo, in un’altra lettera alla moglie, raccontava di una Roma che tornava a visitarlo in sogno, su un tram «sporco e sconquassato» che usciva da Porta del Popolo e percorreva la Via Flaminia tra ville rinascimentali e gli «squallidi edifici sontuosi della Roma umbertina»…

In un altro scambio epistolare con Ilse, la donna che aveva sposato nella capitale cattolica: «Devo ancora riflettere su quanto per noi Roma fosse piena di presente» (p. 304). Ultima immagine che lo sottraeva per degli istanti al trionfo della morte tra i ragazzi europei. Qualche settimana più tardi restava ucciso in Olanda.

giovedì 19 giugno 2014

Resistenza romana

~ QUANDO LA CAPITALE CATTOLICA
SI OPPONEVA AL MONDO ~
  ~ DAL DIARIO DI JULIEN GREEN ~

Nel paludoso terreno del Nuovo Mondo fondato principalmente sulle fortune pecuniarie anche la Chiesa cattolica, e già molto prima del pasticcio conciliare – lo si è visto nel precedente articolo dell’«Almanacco» con il reportage anni Trenta di Mario Soldati – cedeva ai sincretismi, ne pareva quasi costretta dai meccanismi della modernità. Però va pure sottolineato che, nei medesimi anni,  l’alma città di Roma restava eroicamente al di sopra della mischia del Novecento. Nonostante che, dal 1870 in poi con l’invasione italiana del più antico stato d’Occidente, l’Urbe si spaccasse in due, nonostante la convivenza forzata della città santa con la città dei massoni prima e con la città dei fascisti dopo, nonostante l’annacquamento dell’universalismo millenario per il veleno nazionalistico iniettato nelle sue vene urbane, la Roma più piccola per estensione, asserragliata nella valle dove fu sepolto Pietro, era quella  a cui si guardava da tutto il pianeta. Svettava sulle miserie dell’epoca, mostrava autorità, bellezza, saggezza, sapienza. E una dignità unica con la quale resisteva alle cadenze del nuovo, alle attrazioni del precipizio. La capitale della forma era, allora, del tutto indifferente agli espressionismi montanti.

Roma restava avvolta dal mistero e si ammantava di oscuri significati simbolici. Ne approfittavano anche importanti letterati, pronti a scendere nei sotterranei vaticani per evocare ed equivocare quei segreti dell’eternità, speculandoci romanticamente, giocando in modo facile sull’accostamento del sublime al tenebroso, al complotto sinistro, magari per mano gesuita o di monaci arcaici, come già avevano fatto, sia pure con maggiore rigore, gli autori primo Ottocento del Viaggio in Italia, a cominciare dal magico Hoffmann nel suo Elisir del diavolo. Manteneva, inoltre, l’oppido cattolico forti legami con le antiche religioni pagane, dal momento che i sagaci padri della Chiesa avevano strappato le cose buone alle credenze idolatriche per accoglierle nel patrimonio apostolico. In pieno Novecento, dunque, capitale del culto, corte degli emissari del trascendente, incaricati dal Dio incarnato di tenere i rapporti tra Cielo e Terra, di rappresentare quella incarnazione nella storia, di ospitare il vicario del Verbo fatto uomo, ovvero colui che ne continua l’opera sua su questo mondo, nella lunga attesa del suo ritorno, disbrigando gli affari correnti e straordinari, talvolta atroci, dell’umanità, cancellando e perdonando il male umano, indicando il culto angelico, anticipando quaggiù, sulla tomba del «Principe degli Apostoli», come si amava ancora dire, le liturgie del Paradiso. Che effetto poteva fare tutto ciò a un letterato parigino turbato dal mistero della carne?  

Convertitosi a sedici anni dal protestantesimo alla religione di Roma, cattolico entusiasta fu Julien Green, eroico come molti convertiti; eppure a venti se ne allontanò, l’attrazione omosessuale parendogli più prepotente. Ci mise del tempo per rientrare nell’alveo cattolico, per misurarsi con le proprie tentazioni, per vivere in modo aristocratico l’omofilia, per conciliare il gusto dell’universo maschile con la morale di Roma. Quando nel 1935 scende sulle rive del Tevere è dunque  critico verso la rigidezza di questa religione fedele ai precetti biblici. Diffidente verso la veneranda istituzione. Eppure se apriamo il suo Diario al volume che va dal 1935-1939 (traduz. italiana di Libero de Libero, Mondadori, 1946) leggiamo il racconto di una seduzione. All’epoca del viaggio, il mondo si incamminava nella via crucis del nuovo conflitto mondiale, il secondo in pochi anni. Basta qualche riga del suo taccuino per ritrovare col senno di poi le anticipazioni di quel suicidio europeo. Notiziole che precedono leggere il rimbombo della più devastante guerra mai combattuta su questa terra. «6 febbraio 1936. - Ciapaiev, film russo che si proietta al Panthéon. Episodio della guerra fra russi bianchi e rossi. Il pubblico applaude con trasporto il massacro dei soldati bianchi. Ciò mi ha disgustato e me ne sono andato prima della fine protestando a voce alta. Sono dell’opinione che tanto qui come altrove la folla è proprio sinceramente incivilizzabile» (p. 49). Oppure, passando dal cinema alla realtà: «24 luglio 1936. - Da una settimana è scoppiata la “rivolta spagnola contro il bolscevismo”. Notizie scoraggianti. Ieri alcuni comunisti hanno decapitato tre gesuiti e ne hanno portato in giro le teste su vassoi d’argento, tra gli applausi di una folla delirante.  Un po’ dovunque, villaggi saccheggiati, chiese in fiamme e preti sgozzati» (p. 56). E spostandoci nell’isola britannica dove pure regna ancora la pace: «9 ottobre 1936. - In questa settimana l’Adelphi Terrace è scomparsa; un po’ della civiltà inglese che se ne va. A Londra tutto quanto ha più di cento anni è minacciato. Si sventrano giardini pubblici, si demoliscono chiese» (p. 60). I bombardamenti completeranno l’opera.

Lontanissima se non dal mondo – come diceva del suo eremitaggio un monaco del Monte Athos – dalle banalità del mondo, dai discorsi inconcludenti, dai progetti nichilisti, appariva Roma. «11 aprile 1935.-  A Roma. Ẽ ridicolo non essere completamente felice qui. […] Stamane a San Pietro. Troppo oppresso per capire, per vedere anche. Tutto in questo edificio tende a sbalordire, a intimidire il visitatore…» (p. 15). Si agitano i fantasmi puritani, i dubbi tormentosi del protestantesimo dell’infanzia.  Torna l’eterno sospetto che la città sia rimasta la capitale del paganesimo, secondo la più scontata delle interpretazioni. Un gigantesco problema per le anime semplici, Il frate sassone se ne afflisse nel suo convento agostiniano come nella sede di Pietro. La Babilonia, la Grande Prostituta. Ribelli e senza speranza non ne afferravano i caratteri straordinari: il «general intellect» dell’ultraterreno, la centrale strategica della conquista del Paradiso.

«4 aprile. - In San Pietro per la cerimonia delle Palme. Il clero attraversa la basilica in tutta la sua lunghezza dentro una nebbia di incenso. Due cori si rispondono, quello della processione e quello d’una tribuna nei pressi dell’altar maggiore. Effetto stupendo.  […] Non posso fare a meno di pensare che in tutto ciò ci sia un ricordo del Tempio, poiché la Chiesa è la memoria dell’umanità» (p. 15). Nel cuore della corte suprema dove risiedevano i custodi della tradizione e, allo stesso tempo, gli araldi di quel nuovo assoluto che è il messaggio evangelico.

«17 aprile. - A San Giovanni in Laterano. C’erano canti  che mi hanno commosso a tal punto da farmi cadere in ginocchio insieme a tutti. […] Ero andato a guardare il soffitto dorato e i grandi mosaici, e quella liturgia m’ha scombussolato» (pp. 15-16). L’arte come squisito pretesto, l’aperitivo di cui parlava Baudelaire.

La liturgia della Settimana santa  non aveva ancora subìto la riforma/semplificazione dei primi anni Cinquanta. Molti dettagli dei tanti riti accessori che si svolgevano nella basilica vaticana  sono dimenticati ormai anche dai più vecchi di noi. «18 aprile. - Giovedì santo. In San Pietro a veder lavare l’altare. Tale cerimonia richiama molta gente e noi siamo entrati con difficoltà. Intorno a noi si parla a squarciagola. In un angolo della basilica una fila interminabile di fedeli passa sotto la lunga ferula d’un canonico semisvenuto per la stanchezza: è un grosso vecchio pallido, vestito di moerro porpora con ermellino; la sua mano stanca fa un gesto incerto per inclinare la ferula penitenziale sul capo di tanta gente. Somiglia, sul trono, a un funzionario romano in un affresco di Piero della Francesca. Frattanto i ceri si spengono e l’ultimo salmo ha termine. La folla fluisce verso il grande altare barocco del Bernini. Enorme baccano. I fedeli si mettono allegramente a chiacchierare; i canti vanno da un punto all’altro della basilica, si rispondono, si richiamano e sembrano cercarsi come ciechi. Si versa acqua sull’altare, dopo che uno strepito di tuono ha annunciato che Cristo è stato catturato. Il clero si dirige allora verso l’altar maggiore. Tre vescovi prima, poi il cardinal Pacelli asciugano l’altare con strofinacci di paglia fissati a delle bacchette. Seguono altri prelati (fra essi un parente del re di Sassonia), canonici e beneficiati, alla fine ragazzi del coro che non interessano nessuno. […] Il cardinale passa proprio in quell’istante. Ha una dignità stupenda, con grandi occhi fissi e un che di strabico nello sguardo. Faccio appena in tempo a riconoscerlo, poiché cammina svelto e scompare quasi subito. Dietro un filare di ceri accesi, un prete da una tribuna mostra il velo della Veronica e la Sacra Spina. Proprio a me vicino, un giovane ecclesiastico prega, con gli occhi chiusi, il volto esangue, piuttosto simile al ritratto di San Benedetto Labre che ho visto, il giorno prima, a Palazzo Corsini. […] Esco e mi ritrovo sotto il colonnato del Bernini, incantato e insieme sconcertato. Ma che m’aspettavo? Speravo forse che il cielo s’aprisse?» (p. 16). C’è un gioco di rimando con l’arte: dai palazzi e dai musei i personaggi dei dipinti si specchiano nei prelati e nei fedeli che animano i riti. Si ripetono le mirabilia Urbis che mossero milioni di pellegrini. Il «vecchiarel canuto e stanco» di Petrarca che «viene a Roma, seguendo ‘l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassú nel ciel vedere spera». Ossia quella reliquia della Veronica la cui ostensione oggi avviene nel disinteresse di turisti perplessi, accecati dalle immagini del digitale.

« [A Frascati, nella Villa Mondragone, allora noviziato dei gesuiti]. Dalla finestra scorgo l’immensa pianura bluastra in mezzo alla quale Roma fa una grande macchia rosa. Ho pensato agli allievi e ai professori che sbadigliano dinanzi a quel paesaggio meraviglioso» (p. 20). Al Pincio c’è «una gioia tale nell’aria che non ho potuto resistere a lungo al contagio».  Nella chiesa sulla Via Appia contempla il san Sebastiano cui il tempio è dedicato: «sta sdraiato sotto un altare in una di quelle pose voluttuose che giustificano il malumore dei protestanti a Roma, ma è bellissimo. Troppo bello. Ẽ un Apollo che fa degnamente il paio con la Santa Teresa in Santa Maria della Vittoria. Il dio pagano s’è infilato in una chiesa pagana per dormire tranquillamente sotto l’altare del suo rivale» (p. 21).  Ancora patemi d’animo nel separare le forme pagane da quelle cristiane. E se invece  l’incarnazione consistesse nel prendere oltre che l’involucro umano anche le forme pagane, la beltà degli antichi trasfigurata dalla promessa biblica, dalla Rivelazione?

Già si parlava di capitale dell’immateriale, ma era proprio così? I corpi avevano un ruolo essenziale in questa santa religione. «7 maggio. - Roma. San Bonaventura, non lontano dall’arco di Tito, è una chiesa piuttosto insignificante, ma che cela sotto i suoi altari, singolari reliquie. Bisogna chiedere la sagrestano un lume e lui vi darà un candeliere del quale ci si deve contentare. Coricato in una bara di vetro, sotto il primo altare, uno scheletro in perfetto stato ostenta una posa elegante della quale non si osa sorridere: ha le gambe incrociate e con un gomito riposa su un cuscino rosso, la testa vuota s’appoggia su una mano delicatamente piegata. Ẽ vestito pressappoco come un cantante in un’opera del diciottesimo secolo: il torace chiuso in una corazza di tulle e di ricamo d’oro, il cranio impennacchiato di piume bianche un po’ grigie, le rotule ornate di roselline. Ẽ San Floriano martire, che hanno bardato in quel modo duecento anni orsono.

«Una donna gli sta dirimpetto sotto il secondo altare, vestita invece d’un grazioso abito azzurro di re di rose rosse che avrebbe incantato Nattier. Nella sua mano guantata di tulle argenteo un fiore di vetro che lei sembra odorare. Per sostenere il peso della testa calva e grinzosa, il suo braccio si appoggia con civetteria su dei cuscini rosa che appena preme. Chi è? Non hanno saputo dirmelo.

«Finalmente, sotto l’altar maggiore, una mummia spaventosa in un abito da bigello, e quella cosa tutta calcinata dal tempo è quanto resta di San Leonardo, morto nel 1751» (pp. 25-26). E qualche giorno dopo: «22 maggio. - Tornato a San Bonaventura per osservare più attentamente i santi barocchi. Non si guarda mai così da vicino senza che qualcosa vi sfugga. San Floriano porta, in verità, una corona di rose, e ai suoi piedi sta il casco d’argento adorno di fasce da lutti; con una mano regge una specie di palma di carta su cui è scritto il suo nome. La santa che gli sta dirimpetto si chiama Colomba; la gonna è orlata di rosa turca;  i suoi guanti di filigrana d’argento somigliano a guanti che portano le nostre donne oggidì. Così come sono, l’uno e l’altra, quanto sarebbero piaciuti a Baudelaire» (p.32). Ma se oggi Baudelaire si arrampicasse fino a questo conventino campestre in mezzo al Foro Romano resterebbe deluso: dappertutto cartelli che enfatizzano una ‘spiritualità francescana’ piuttosto sentimentale; i corpi morti, nell’attesa beata della resurrezione, restano ormai nascosti agli occhi dei fedeli. Lo scandalo cristiano va occultato per rispetto delle mode e del mondo.

Infine. «Ieri sera, al cinema di piazza Barberini. Nell’intervallo il soffitto s’apre in due come una porta scorrevole. Appare allora, sopra di noi, palazzo Barberini con le sue finestre severe, chiuso in un sogno da cui noi siamo esclusi…» (p. 32).     

Trent’anni dopo l’universo cattolico era stravolto. Roma resisteva con sempre maggiori cedimenti. Ma restava pur sempre fondata su un basamento granitico per opporsi al mondo; la rocca, la pietra ne fu l’epitome. Green, tornato da lungo tempo alla religione cattolica per restarvi fedele fino alla morte, assisteva smarrito alla protestantizzazione dei ‘papisti’. Ma osava parlare ancora negli anni Ottanta di «bile protestante». Eccentrico nella cultura del tempo. La Riforma non conquistava più i cuori dei suoi fedeli ma irretiva i teologi cattolici, l’aveva vinta sulle loro timidezze. Ci si vergognava infatti della gloria, del mistero. Guardando indietro, Green si accorgeva che un «mezzo arianesimo» aveva ispirato i maestri della sua infanzia, compresa la venerata madre: non riuscivano proprio ad adorare il Cristo Dio, a piegarsi davanti al Crocefisso. Per loro Dio era una sostanza e Gesù un’altra; ovvero, un uomo straordinario, non di più. La stessa critica che Newman rivolgeva all’anglicanesimo. Adesso quella «mezza eresia» si diffondeva tra vescovi, preti e catechisti post-conciliari. Per Green i dubbi giovanili erano superati. Quel che aveva visto nelle basiliche romane lo mantenne soggetto allo splendore cattolico per tutta la sua lunga vita di novantotto anni. I rapimenti dell’anima e del corpo avevano fatto cadere i pregiudizi e le diffidenze. Le abitudini pigre erano abbattute dalla bella forma. Al momento della riforma liturgica sottoscrisse l’appello romano di Cristina Campo e quello britannico di Agatha Christie. Nel suo L’expatrié. Journal 1984-1990 (Ẽditions du Seuil, 1990), alla data  1° ottobre 1989 annotava: «Questa mattina, messa a Chaumont, sulle rive della Loira. La chiesa, della fine del XIX secolo è in stile gotico, senza mistero. Ma la messa – oh, meraviglia – è detta come si deve all’altar maggiore. I bambini del coro sono in bianco dalla testa ai piedi. In latino i canti, il simbolo di Nicea; il prete giovane, alto e largo di spalle, celebra la messa in modo tale che mi vedo di nuovo nella Chiesa cattolica verso la quale sono andato con grande slancio di fiducia e di amore all’età di sedici anni. Tutte le parole dell’officiante arrivavano distintamente fino a noi e ho potuto notare che al momento della consacrazione, ha pronunciato quelle parole che di solito, non so perché, vengono omesse e che riguardano le mani del Salvatore: “in sanctas et venerabiles manus suas”. I fedeli cantavano in modo conveniente come nei tempi passati. Non sono integralista, e lo sottolineo, poiché l’integralismo ha preso una piega politica e si è separato dalla Chiesa, ma apprezzo il beneficio di una messa che ci è restituita senza per questo separarci da Roma. Sono stato così contento che ho chiesto di conoscere il prete di questa indimenticabile domenica ed egli ha avuto la grande gentilezza di recarsi da me. Ẽ un bretone dal colorito vivo e chiaro. Mi dice che la messa non gli provoca alcun problema con il suo vescovo, il quale mantiene saggiamente un atteggiamento equilibrato. L’effetto sui fedeli è stupefacente. Come me, come molti altri, si sentono perfettamente a casa in questa messa classica. Ricordo al mio interlocutore l’origine dell’altare nella sua forma attuale: Edoardo VI era ferocemente avverso alla messa cattolica, qualificata come sacrilega e blasfema nei trentanove articoli del  Libro della preghiera comune. Benché giovane – morì a sedici anni di un cancro alla gola –, era di una intelligenza molto superiore e di un senso politico acuto. Aveva dunque capito che per abbattere la Chiesa in Inghilterra si doveva colpire la messa. In maniera assai logica, ordinò allora, per sopprimere il sacrificio, la distruzione degli altari, che venivano rimpiazzati da un modesto piccolo tavolo posto accanto al coro. Noi tutti abbiam visto quel tavolinetto…» (p. 499).    

giovedì 20 marzo 2014

Riti americani

~ SE LA CHIESA DI ROMA DIVENTA OLTREOCEANO
UNA SETTA PROTESTANTE. ~
 RACCONTAVA NEGLI ANNI TRENTA MARIO SOLDATI …~

Pare ad alcuni cattolici d’esser giunti alla definitiva e completa protestantizzazione della Chiesa di Roma, una resa al verbo di Lutero di cui si incolpa il Concilio novecentesco e la cultura che ne è scaturita in questi ultimi decenni. Così è invalsa l’abitudine di mettere la sbarra che separa l’epoca in quei primi anni sessanta che videro l’assemblea universale dei vescovi rincorrere in modo patetico il mondo moderno. E sarà pure una giusta periodizzazione purché non si dimentichi strada facendo che il disorientamento moderno aveva inferto duri colpi alla Chiesa anche nella prima metà del Novecento, nonostante la forma resistesse, nonostante la corazza d’oro della tradizione contribuisse a darle un residuo fiato. E anzi, ben più indietro, già sul finire del XVIII secolo si erano verificati crolli mai visti nella sua millenaria storia, crolli delle architetture dottrinarie e istituzionali, crolli seguìti dall’arresto di cardinali e quindi del papa stesso, con la deportazione del pontefice, l’abbattimento del potere romano, la riforma del clero intrapresa dai vescovi passati dalla parte dell’impero, la dissoluzione della universalità cattolica sostituita dal nuovo mondo conquistato delle armate rivoluzionarie. Furono episodi storici, parentesi tragiche cui seguì il ritorno dei papi a Roma, la restaurazione della sovranità petrina, la riaffermazione in chiave dogmatica delle verità cattoliche, ma l’impianto era ormai fragile: a Chateaubriand bastò assistere a una messa pontificale del papa per avvertire un senso di morte nei Palazzi Apostolici. D’altronde, di lì a poco si registrarono altre devastazioni, il papa fu di nuovo imprigionato nel suo Vaticano, questa volta dalle truppe di uno staterello come il Regno dei Piemontesi. L'Europa non reagì. Insomma, neppure la fulgida ostinazione del beato Pio IX e dei suoi immediati successori nell’arroccarsi contro le lusinghe della modernità produsse frutti troppo proficui. L’isolamento di Roma, cioè, era più profondo di quanto apparisse in superficie, lo stesso termine ‘cattolicesimo’ copriva differenze notevoli, equivoci, avversioni segrete, semplici incomprensioni.

Senza approfondire la faccenda dal punto di vista teologico e filosofico – l’«Almanacco» si arresta sulla soglia della cultura cattolica, ne raccoglie appena qualche spunto storico –, ci piace portare la testimonianza di un letterato italiano negli anni trenta del Novecento, trascrivere la sua inquietudine di fronte alle metamorfosi della Chiesa di Roma oltreoceano. Benché educato dai gesuiti, anzi con una giovanile vocazione a entrare nella Compagnia, Mario Soldati in quegli anni si dichiarava agnostico, eppure nel suo brillantissimo America primo amore leggiamo un singolare capitoletto intitolato «Cattolici americani» dove si avverte che lontano da Roma, alla periferia esistenziale del mondo, anche la religione ‘papista’ viene contraffatta, suscitando la reazione del giovanotto che veniva dal Vecchio Continente. Qui in Europa, alla fine del Novecento, c’era chi provava scandalo  per il sincretismo degli «incontri di Assisi», e perfino un dottissimo prefetto del Sant’Uffizio se ne dichiarò perplesso;  negli Usa simili adunanze erano scontate sin dagli anni della fondazione.

(Del racconto di Soldati riportiamo alcuni passi, con le tante maiuscole dell’autore, con i suoi vezzi di tradurre ‘street’ con l’italo-americano ‘strade’, dalla edizione Einaudi del 1945.)


«Mi ritrovai di passaggio a New York la mattina dell’otto dicembre: alcuni lettori penseranno subito che è la data dell’Immacolata Concezione, festa di precetto, obbligo di Messa. Mi era compagna una persona praticante. Lasciammo l’albergo Newyorker per andare alla più vicina Chiesa Cattolica, a 33 Strade. Ma giungemmo nel momento che la Messa era finita e ci scontrammo sulla soglia coi fedeli che uscivano avviandosi frettolosi al lavoro: l’America è un paese protestante e l’otto dicembre non è festa. La persona che mi accompagnava era seccata, non c’erano Messe fino alle 10, la mattina andava a soqquadro. Ma ecco si avvicina un signore grasso, occhialuto, tipico yankee, e orologio alla mano come per dare lo start in una competizione sportiva e per dire all’amico ritardatario che il treno parte tra cinque minuti: “C’è una Messa qui, all’angolo di 51 Strade e Settima Avenue, andate giù due blocchi, girate a sinistra, state attenti, la Chiesa non ha facciata, c’è una reclame luminosa, Padri Francescani, entrate dalla porticina…” […].

«L’entrata della Chiesa era proprio come nella descrizione. In fondo al tratto di 33 Strade compreso tra l’Ottava e la Settima, dopo garages, tipografie, case di spedizioni, traffico di camions, operai in tuta che attendevano ai primi lavori del mattino: una réclame al neon, azzurra e vermiglia: The Capuchins – Franciscan Fathers – Roman Catholic Church.

«L’interno: pilastroni e ogive a fasciature complicate, stile gotico inglese, lo stesso delle chiese protestanti salvo il colore: una generale rivestitura di stucchi bianchissimi invece del nudo e cupo cemento. E sorprendevano, agli altarini laterali, le tradizionali statue di biscuit colorato, di San Giuseppe, dell’Addolorata, del Sacro Cuore, mazzi di fiori finti, i grandi piatti di stagno dove una moltitudine di candelotti infilati ardevano a varie altezze.

«Conosciamo da anni le chiese cattoliche degli States. Eppure, ogni volta, il primo istante che lasciamo il marciapiede avventuroso e l’atmosfera violenta di una via di una città americana per entrare in una chiesa cattolica, ritrovarsi faccia a faccia con la vecchia iconografia transoceanica pare un goffo anacronismo, un assurdo macabro.

«Ricordiamo che […] gli Stati Uniti da soli danno più soldi all’Obolo di San Pietro di tutto il resto del mondo cattolico messo insieme. […]
                                                                       
«… il Cattolicesimo, in America, se volesse conservare lo spirito di Roma, se volesse essere un vero Cattolicesimo, ci starebbe come i cavoli a merenda e cioè non ci starebbe affatto. Per vivere deve trasformarsi sotto l’influenza della religione americana, diventare in sostanza una specie di setta protestante. Intendiamoci bene:  nulla di cambiato, nulla di eretico nel dogma e nelle formule. E i cattolici americani sono, quanto ad adempimento delle pratiche, infinitamente più esatti dei nostri. Probabilmente sono anche molto più buoni, più casti, più ordinati, più caritatevoli. Commettono molto meno peccati. Ma è più cattolico lo stile di una bagascia di Trastevere che quello di una monaca di Chicago. Gratta gratta, ha più fede quella di questa.

«Non si arrabbi la Propaganda Fide. Tra il 1583 e il 1610 il padre Matteo Ricci S.J. convertiva trionfalmente i cinesi inventando un rito cattolico-cinese. Sulle sue orme, tra il 1605 e il 1656 il padre Roberto de’ Nobili conquistava il Maduré. E tra il 1672 e il 1693 il padre Juan de Britto il Malabar. A poco a poco tutta la Cina, la Concina e l’India furono in mano dei gesuiti, che non contrastavano, ma soltanto modificavano il culto locale, e si facevano passare in India per bramini e saniassi, in Cina per bonzi.

«Frattanto, in Europa, i giansenisti menavano scandalo. I francescani e domenicani protestavano presso il Vaticano. E lungo tempo fu dibattuta la questione. Finché, nel 1742 (bolla Ex quo singulari) e nel 1744 (bolla Omnium sollicitudinum) Benedetto XIV proibì, sotto pena di scomunica, le cerimonie cinesi e i riti malabraici.

«I gesuiti obbedirono. E furono cacciati dall’India e dalla Cina, che tornarono a Brama e Confucio, perché di Brama e Confucio erano rimaste, nonostante da un secolo e mezzo invocassero la Madonna e ottemperassero irreprensibilmente alle pratiche essenziali della nostra religione. Benedetto aveva capito questo, e aveva preferito non annoverar pecorelle nella lontana Cina che accogliere sotto il proprio manto tutto un gregge di buonissime e zelantissime che però non erano vere pecorelle, bensì il frutto dei geniali trucchi dell’ardente Compagnia di Gesù. Ma si vede che nel secolo XVIII l’Obolo di San Pietro poteva fare a meno dei mandarini.

«Un ciabbattìo mi riscuote: è entrato il celebrante. Tutti i fedeli, come un sol uomo, si levano. L’accolito, premendo alcuni bottoni, fa suonare campanelle elettriche simili ai segnali orari delle nostre radio. All’Introito tutti s’inginocchiano; al Vangelo si levano; al Laus tibi Christe siedono, ecc. compiendo queste manovre con una simultaneità meccanica, che da noi non troviamo neppure nei noviziati. Così si comunicano e così si confessano. Immaginiamo i peccati standardizzati che dicono. E del resto i sacerdoti americani non possono capire, classificare e perdonare che delle colpe, come dire? regolari. Un fervente cattolico europeo soffrirebbe a confessarsi da un prete americano: lo troverebbe, indipendentemente da severità e indulgenza, disumano.

«Inversamente, i cattolici americani che vengono a Roma, non credono ai loro occhi: stentano a riconoscere nel nostro il loro stesso Cattolicesimo, nella Chiesa romana la Romana Chiesa; e devono compiere veri sforzi di buona volontà per non tornarsene a casa con la convinzione che il Vaticano sia culla di scandali ed eresie. Generalmente se la cavano con la teoria delle minoranze.

«“Siccome in Italia e in Francia tutti sono cattolici, si capisce che saranno cattolici non solo i buoni, ma anche i cattivi cittadini, i ladri, i libertini, le ragazze non tanto serie. Ma in America, al nostro paese, c’è la concorrenza coi protestanti e noi cattolici dobbiamo per forza mantenere una perfetta condotta morale, se vogliamo sostenere che la nostra religione è la sola vera. Oh! certamente… i cattolici americani sono i migliori cattolici di questo mondo!”.

«Sono frasi che ho fonografate, dopo la Messa di mezzogiorno, uscendo dalla Basilica di San Giovanni in Laterano. Era d’estate: per tutto il tempo della Messa, all’altare dove si stava celebrando, due ragazzini seminudi ornarono i gradini della balaustra. Scherzavano, giocavano, si muovevano snelli e graziosi come bestiole, facevano le boccacce ai fedeli. Le pie signore americane erano al colmo dell’indignazione. […] Chi non ricorda i putti di Raffaello ai piedi della Madonna Sistina? Il mento in mano, i gomiti puntati, guardano distratti il pubblico con una innocenza che gli occhi delle vecchie miss, dietro le lenti e la grata delle dita incrociate, non ne hanno il più piccolo riflesso.

«Roman Catholic! La scritta al neon mi fa pena. Non per altro che per la tradizione, il decoro, la nostalgia di una fede che fu la mia. E mi fa pena la restrizione mentale e pittoresca di questi Capuchins (Cappuccini) che, per non contravvenire alla regola d’ordine e insieme non offendere troppo i gusti americani, portano pizzettini curatissimi e si  rasano ogni mattina collo e gote.

«Oh i bei barboni di via Veneto e del mio Monte! Dalla sagrestia odorosa di muffa e di incenso secolare, sotto un cartello oblungo, nero e oro, dove è ancora il Silentium dei pomeriggi del soleggiato Seicento, appaiono qua e là per gli stalli del coro, nella penombra marrone solcata da raggi polverosi, i solenni fratoni in preghiera. Volti scolpiti dalle gioie e dalle sofferenze della vita; orbite scavate in fondo a cui brillano le pupille come dal segreto abisso dei confessionali; barbe fluttuanti che paiono nascondere il bene e il male componendoli in nobili armonie: nei cappuccini italiani vive ancora, se non l’anima e la dottrina, un nostalgico fantasma della Controriforma.

«Antica pace e verità, sommerse, come un ricordo della prima puerizia, nel fluire disordinato di tre secoli. Mai più potremo, a volta a volta, peccare e pentirci: uccidere chi ci è odioso sulla soglia di un convento e súbito, entrati, con sincere lacrime sentirci assolti. O San Pietro, primo degli Apostoli, caduti sono da tempo i Tuoi altari. Sotto il colonnato che Bernini Ti dedicò, ormai gli spazzini del governatorato puliscono accuratamente ogni mattina. La morale ha fatto passi da gigante. C’è una gran vigilanza: le serve a Te care più non osano nascondersi col focoso soldato tra colonna e colonna, le dolci sere di primavera. E le pellegrine americane arricciano il naso quando vedono i nostri Cappuccini: pensano al bagno quotidiano.

«Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, il celebrante sull’altare aspira l’h di hodie. Glabri maggiordomi in tight passano stendendo tra i banchi le rosee mani: esigono da ogni fedele un quarto di dollaro. I cattolici poveri, in America, non possono entrare in tutte le  Chiese cattoliche. Devono andare nelle loro chiese per i poveri diavoli, nelle chiese dei gangsters  perseguitati: delle mogli e delle sorelle dei gangsters, i giorni pericolosi che soltanto più la Madonna di Pompei può far la grazia e salvare Tony dalla mitraglia dei nemici o dalle manette della polizia federale.

«Gli organizzatori, i dirigenti del Cattolicesimo americano sono corrotti fino in fondo dallo spirito  protestante. Nella maggioranza dei casi le forme sono salve e non possiamo intentare un processo alle intenzioni. Ma quando, sui giornali della domenica, la pagina riservata alla pubblicità dei Culti riunisce insieme ad una quarantina di sette protestanti e alle sette ebraiche e a quelle massoniche, l’annunzio delle funzioni Roman Catholic, dove questi due grandi esclusivi attributi sono stampati nello stesso carattere di certe abominevoli aberrazioni come Christian Science o i vari crocchi dei Teosofi – allora la nostra inconscia dignità cattolica si ribella, vincendo gli scetticismi: invochiamo da Roma provvedimenti disciplinari. Scomunicare, il Successor di Piero dovrebbe, scomunicare quegli eretici.

«Proibire, il giorno della commemorazione dei Caduti in Guerra, proibire al Sacerdote cattolico di intervenire alla cerimonia e di recitare il nostro De Profundis accanto al borbottio del rabbino e all’enfasi del ministro episcopale. Proibire alle università dei Gesuiti (perfino i Gesuiti sono sradicati) di farsi réclame reclutando i migliori giocatori di foot-ball. Scatenare ancora una volta la potenza dell’anatema. Forse. Lo trattiene la paura di non far colpo. Ma è certo che più aspetta, peggio è. Verrà un giorno che ci sarà obbligato. Ma forse sarà troppo tardi». (pp.179-185)

domenica 23 febbraio 2014

Beauty is difficult

~ SANREMO SECONDO GIORGIO DE CHIRICO, 
LA «PICCOLA BELLEZZA» DI RAFFAELE LA CAPRIA,
PIÙ UN GESTO DI STIZZA DI PARISE E UN VERSO DI POUND:
PER ESORCIZZARE LE CHIACCHIERE ALLA MODA ~

L’Italia melanconica di questi tempi è tormentata da un’orda di comici che esonda dai palcoscenici, non limitandosi a metter su spettacolo come a loro si confà. Moltiplicatisi alla maniera delle cavallette, sono dappertutto ad avviare una risata meccanica e scontata, a rincorrere il linguaggio coatto, a portare in scena il realismo digitale (quello che già ci urta continuamente nella vita). Forse sarebbe meglio piangere. Ma fossero almeno soltanto corrivi stimolatori di riso: si presentano anche come guide politiche, statisti, moralisti e perfino estetologi. Il calembour diviene l’aforisma fatale. I pastori della Chiesa di Roma danno per primi il cattivo esempio. In odio alla forma, si affidano alle battutacce. Manca però quasi sempre la gioia del cuore. 

Saccenti, privi di ironia, allucinati nella fede nichilista. Nell’epoca dell’armonia proibita, del maggior scempio della bellezza in nome della giustizia, quando cioè il pensiero unico rivendica la vendetta storica della sofferenza, della imperfezione, della miseria materiale, sulle elevate sfere della bellezza, sulla sua aristocratica aura, un festival di canzonette imbastisce monologhi screanzati, apologie sospette di un bello che è già una merce, non a caso destinata a essere messa in vendita alle masse di turisti. Si spaccia per «grande bellezza» il rimbombo della peste quotidiana, e la sua ipertrofia è scambiata per barocco. Diventa senso comune quella che dovrebbe essere una aberrazione. Incapaci di accostarsi alla difficile e sfuggente «piccola bellezza». Sanremo che intratteneva con le melodie e le rime popolari gli italiani semplici diviene un pulpito per sermoni laici e saputelli. Ma il genio di Giorgio de Chirico, che non aveva certo paura di sfiorare simili manifestazioni, vi individuava, mezzo secolo fa, una tribuna pateticamente modernista e scriveva nell’ultima pagina delle Memorie della mia vita (Rizzoli, 1962): «Proprio ieri alla televisione ho seguito la terza ed ultima serata del Festival della Canzone a Sanremo. […] Assistendo a quella trasmissione pensai che in fatto di Festival della Canzone si assiste allo stesso fenomeno della pittura astratta. Come per la pittura astratta, vecchia di più di mezzo secolo e che i moderni critici sostengono e presentano, sia per ignoranza sia per malafede, come una tipica espressione del tormento e dell’ansia della nostra epoca, così anche le canzoni monotone in cui una parola viene non cantata ma urlata e ripetuta innumerevoli volte le si vuol presentare come un fenomeno ultramoderno, forse pensando che anche esse esprimano il tormento e l’ansia del nostro tempo…». Intanto è passato il pop a rendere pari arte e canzonette. Una risata le ha seppellite. Ora, nell’epoca della insensatezza compiuta e ricercata, le compagnie di comici si accingono a insegnare il verso giusto del mondo. Pop anche il nuovo primo ministro e addirittura il vescovo di Roma. 

Di che stupirsi? Sono decenni che la forma comica ci accompagna in quella corsa affannata che chiamiamo progresso. La democrazia non può che prediligere il tono basso e greve. Non la farsa che trascina corpi e menti in una mistica gioconda, bensì la burla intellettuale e verbosa di un popolo che è passato per la scuola dell’obbligo sempre più ampliata, capace di esaurire l’antica vis. La forma del volgare agghindata con astruserie. Già negli anni settanta c’era chi se ne turbava. Raffaele La Capria rievoca il suo amico Parise nel ritrattino Ricordo di Goffredo: «Mi sembra di sentire ancora la sua voce una sera che mi diceva: “Sai, c’è da essere seriamente preoccupati. Hanno letto tutto Proust! Parlano di Joyce, di Freud! Citano Heidegger! Sono moderni. Rimbaud l’hanno preso alla lettera, il faut être absolument moderne!, e loro lo sono, assolutamente, ciecamente, costi quel che costi. Ieri al tavolo di De Feo una se ne esce con la sineddoche e la metonimia, e De Feo tutto rosso: Questo no, per favore questo non me lo dovete fare! Sono moderni e aggiornati, hanno letto Barthes, sanno tutto sullo strutturalismo sulla lingua e la parola…”. Ma di che stai parlando, gli domandavo. “Dei cretini. Ha ragione Flaiano, oggi sono pericolosi perché sono intelligenti…”». Sono moderni e preparati i presentatori di festival. Sono cretini e pericolosi. In special modo quando parlano della bellezza. «Cultura» è il nome del brand popolarissimo. 

Su questo tema assai delicato accostiamo l’orecchio ad altre parole di La Capria, maestro della discrezione. «Siamo abituati ad accontentarci del surrogato in luogo della cosa (del design in luogo della bellezza, della moda in luogo dell’eleganza, della copia in luogo dell’originale)», scriveva in Letteratura e salti mortali. Il surrogato è il principale feticcio. Un tabù l’avvolge. Solo l’inserviente di una ditta di pulizie ha la forza ingenua di portare alla discarica una installazione cartacea spacciata per opera d’arte, come è accaduto nei giorni scorsi a Bari. L’imbarazzo di assessori e curatori suscita risate omeriche. 

Che è successo alla bellezza? È forse andata irrimediabilmente perduta? Lo scrittore napoletano, il creatore di una «piccola bellezza», si è posto tali domande in un breve testo che ha il coraggio di intitolarsi «Nostalgia della Bellezza» (con tanto di maiuscola). Una espressione di un poeta apre la riflessione: «“Beauty is difficult”, lo ha scritto Pound. Ed è difficile perché contiene, come sapeva bene Baudelaire, un elemento eterno e invariabile la cui percentuale è indefinibile, e uno relativo (all’epoca, al gusto, alla morale, alla sensibilità del tempo) senza il quale il primo non potrebbe essere percepito». Ai nostri tempi, purtroppo, il secondo annienta il primo. Se tutto ciò che è bello «sembrava toccato dalla grazia divina», adesso sembra sformato dal relativo. L’«Ideale della Bellezza» si sperde così in mille rivoli, in mille sentieri che non portano più da nessuna parte, e i custodi di tali misteri affermano allora, «come capi di una setta suicida», che in fondo a quei sentieri «c’è solo la morte, la morte dell’Arte, e con competenza, con distacco, dottamente disquisiscono di quando “il vecchio accademico regno del Bello crollò”». In verità negli ultimi tempi dottrina e competenza sono diventati un gergo, e modi rozzi accompagnano gli annunci mortuari degli estetologi. 

Però è vero che un qualcosa di mortifero, di luttuoso, si percepisce. «Nello scontro tra una tradizione consunta e una modernità insolente ha vinto la Bruttezza». Giusta la maiuscola per questa potenza che si impone, anche con varie maschere seducenti, nelle nostre esistenze. «La Bellezza per essere apprezzata richiede doti e disposizioni che i nuovi arrivati non hanno». Ragion per cui i musei contemporanei, le mostre, le performanze, come le curatele, i trattati, le critiche, le réclames, finiscono per diffondere la Bruttezza, per renderla amabile. Per confondere in maniera tragicomica il gusto. Tutto l’apparato sembra ispirarsi a una grande beffa boccaccesca. Terribile però pensare che i burlatori sono la gente di lettere e d’arte mentre vittima ne è il popolo consumatore. 

Non passa giorno che il venditore di merci estetiche non citi la celebre frase di Dostoevskij sulla redenzione per via estetica. La Capria ritiene che lo scrittore russo non si riferisse all’estetismo dei suoi tempi e tanto meno a quello di oggi, tutt’altro: egli «aveva intuito in anticipo il rapporto da restaurare tra la Bellezza e la morale, cioè tra la Bellezza e la difesa della profanata sacralità del mondo. e tutto questo faceva parte della sua religiosità». Non è semplice per noi, abituati alla bellezza rinascimentale che contiene cinismo e amoralità, seguire Dostoevskij e la cultura russa ortodossa. Ma anche i più perversi dei nostri manieristi sapevano di quella sacralità del mondo che solo il moderno osò profanare e sradicare. «Chi divide non potrà mai contemplare in tutta la sua pienezza la misteriosa armonia che regge il mondo e lo sottrae alla non-esistenza, al nulla». Bisogna tener fermo questo armonico universo ‘cattolico’ quando si parla di bellezza. «La scienza non ammette il mistero, la poesia sì. Perciò è divina, perciò ha a che fare col sacro. E con la Bellezza». Se l’arte si allontana dal mondo consacrato e quindi dalla bellezza, si assiste alla «necessità di spiegare l’Arte» come «non si era mai avvertita con tanta insistenza». E «la spiegazione, una volta, prima del moderno, era implicita nel mistero e nell’emozione che proveniva dall’opera. Bastava guardarla e poi si cercava di spiegare perché se ne era stati colpiti. […] Oggi all’improvviso è avvenuto il contrario: prima si spiega perché l’opera è significativa e poi se ne è colpiti. Non era mai avvenuto che le teorie intorno a un’opera fossero così pressanti e impositive». La Capria cita a sua volta Baudrillard che parla di «un racket mentale» esercitato dal discorso sull’Arte. È aumentata enormemente «la quantità di concettualizzazioni e teorie che come una nebbia si infittiscono intorno a un’opera o tendenza artistica, fino all’“insignificanza scaturita dall’ipercomunicazione” e dalla verbalizzazione impropria». 

 «Scrive George Steiner – prosegue La Capria –: “Esiste la lingua, esiste l’Arte, perché esiste l’altro”. Ma se è vero che oggi l’Arte può fare a meno del pubblico e passa direttamente dall’artista al museo, allora dov’è l’altro, e di che cosa parliamo quando parliamo dell’Arte?». Forse direttamente del rapporto merce/denaro, si potrebbe rispondere.

 In questa «nostalgia della Bellezza» non si pensi che venga facile e allegro irridere ai manierismi intellettualoidi del Contemporaneo. La Capria lo ammette: «“Te piace ‘o presepio?” “Nun me piace!”. Non credo che il personaggio di De Filippo che dice “nun me piace” sia contento della propria ostinazione. Neppure io sono contento della mia, di fronte a tanta arte moderna, quando sono costretto a puntare i piedi e a dire: “Nun me piace!”. Ma perché vogliono farmi sentire in colpa per tutto questo, quando invece sono io la vittima del loro abuso di potere?». Potrebbe concludersi qui, con la denuncia degli abusi di potere dei ciarlatani della cultura, con la denuncia dello «spirito dispotico del tempo». Ma in un altro saggio della stessa raccolta (Lo stile dell’anatra, Mondandori, 2001) La Capria, scende nei dettagli, evidenzia le cause precise di un tale disastro spirituale, «fonte di infinite tragedie e inaudite crudeltà»: «la maledizione del nostro secolo è la separazione della mente dal cuore».

martedì 11 febbraio 2014

L'undici febbraio

~ COME I FEDELISSIMI DELLA TRADIZIONE
CADONO VITTIME DELLA MODERNITÀ ~

Osservando di questi tempi il partito tradizionalista del cattolicesimo, che si esplica soprattutto nei commenti e note ai blog oltreché naturalmente negli articoli stessi chiosati (grande penetrazione nell’apparato mediatico, scarsissima invece nell’editoria e nelle università), viene da pensare a una somiglianza impressionante con il Partito radicale. Vi si agitano infatti diritti del fedele che neppure il Vaticano II ha mai tanto invocato, linguaggio dell’Assemblea Costituente che seppelliva l’Ancien Régime, con promozione di atti simbolici di ribellione, manifestazioni di piazza, raccolte e conta di firme, occupazioni di chiese, preghiere protestatarie, critiche irriverenti all’autorità. Senti chi parla, diranno di questo «Almanacco» che negli ultimi mesi ha lasciato da parte le questioni dell’arte per concentrarsi sull’argentino divenuto vescovo di Roma, lamentandosi senza mezzi termini dei modi rozzi esibiti sulla cattedra di Pietro, dell’abbraccio mortale con il mondo mediatico (e non sono affatto questioni estetiche). Una piccola quanto sostanziale differenza però ci pare sussista: è vero, andiamo ripetendo che il bianco pastore che ci è capitato rappresenta una vera iattura, ma diamo anche per scontato che Dio ce l’ha dato e noi ce lo dobbiamo tenere. Questo papa non ci piace: è lecito affermarlo nell’inusuale modo schietto, ce lo consente l’informalità imposta dal diretto interessato che predilige il pop, come andiamo dicendo dall’inizio di questa storia (ben prima del vescovo di Lincoln nel Nebraska, che quella subcultura americana mostra di conoscere). Non è la prima volta nelle bimillenarie vicende della Chiesa che dal Conclave viene fuori una infausta scelta, l’eletto magari è un brav’uomo ma inadeguato al ruolo, con fedeli e clero borbottanti a mezza bocca, mentre i più santi hanno il coraggio di Caterina (v. l’«Almanacco» del 21 luglio 2013, «Invettive amorose per il papa»), che esortava direttamente il papa a non cedere allo spirito del mondo. La Catholica non confonde l’obbedienza con il culto rivolto alla divinità, nonostante i flabelli che accompagnavano la sedia gestatoria del «Cristo in terra». La santa senese ce lo ha insegnato: che il pontefice sia riverito con i titoli di «signor nostro» e «dolce padre», ma al contempo gli sia rammentata la sua natura umana.

Altro invece il giudizio teologico che ciascun fedele vuole pronunciare quasi fosse un perfetto luterano, precipitando il papa che non corrisponde al suo sentire nell’inferno dell’eresia. Sennonché  è il papa che decide dalla cattedra petrina chi è eretico, non il fedele a casa, davanti a un computer, che con un clic ambirebbe scomunicare il vicario di Cristo. Tragicomico il modo con cui viene aggirata la dipendenza dei cattolici dal loro pontefice: se questi non dice quello che noi vogliamo sentirci dire, se riteniamo che sbagli l’interpretazione del Vangelo, ci spostiamo rapidamente dal côté dei lefebvriani o se proprio ci fa arrabbiare dai cosiddetti sedevacanzisti. Gli irruenti individui non si piegheranno all’obbedienza, roba d’altri tempi. Che ne sanno loro dei patimenti terribili che vissero i cattolici, preti e laici, che non capivano – o capivano troppo bene – il loro pastore, che vedevano il papa schierarsi contro la propria patria o città o casato, che si trovavano i loro pensieri messi all’indice, e le sudate carte riempite con le migliori intenzioni del mondo silenziate perché prive dell’imprimatur, condannate a restare nei cassetti; che ne sanno di questo piegarsi di fronte alla autorità di Roma, anche se la ragione e la scienza spingevano nella direzione opposta; che importa del dramma di Galileo  Galilei quando, in qualità di cattolico, accetta di non affermare quel che la gerarchia ecclesiastica gli proibisce di affermare. Oggi, basta ascoltare la voce della coscienza, secondo l’insegnamento di Kant, che non è un padre della Chiesa, e se non si è d’accordo con il papa, si passa a un’altra ‘Chiesa cattolica’, più piccola. C’è un ‘fai da te’ della tradizione, il liberalismo selvaggio ha colpito anche in questo schieramento. L’importante è che l’individuo abbia sempre i pieni poteri, i più svariati diritti, la soddisfazione d’ogni desiderio. Più radicali di così. Meno cattolici di così. 

Se non viene concessa una santa messa nel rito latino – fatto senz’altro deplorevole, sia ben chiaro, anzi suicida – viene subito ingaggiata una piccola guerra civile nel cattolicesimo. Mai offrendo la sofferenza provata nel vedere certe messe celebrate in modo sguaiato come espiazione delle nostre colpe, alla vecchia maniera cristiana per cui ogni dolore che ci viene incontro va benedetto e accolto, bensì organizzando alla maniera dei politici  campagne di dissenso e battaglie giuridiche. Vi immaginate i santi fondatori della nostra storia se ogni volta che non ricevevano da papi miopi l’approvazione della regola di un nuovo ordine avessero aperto una  contesa contro quel papa, considerandolo un diavolaccio o l’Anticristo che preannuncia l’Apocalisse? Qualcuno si comportò così, è vero, ma lo annoveriamo ancora adesso tra gli scellerati eresiarchi, non tra i modelli cattolici. A Padre Pio da Pietrelcina neppure quando gli strapparono i penitenti – né quando, peggio ancora, Giovanni XXIII permise che si collocasse il registratore nel confessionale per sacrileghe intercettazioni – uscì mai una sola parola di dissenso, un accenno alla persecuzione della gerarchia ecclesiastica. Soffrì in silenzio. Rimproverò anzi, e in modo severo, quei laici che zitti non volevano restare e, a cominciare dal focoso Emanuele Brunatto,  partivano come Don Chisciotte in sua difesa, all’attacco di vescovi depravati.

Né i laici o i circoli cattolici pensarono mai nel passato, per fedeltà alla tradizione che a loro fosse parsa violata, di abbandonare la Chiesa di Roma quando vi ravvisarono somma corruzione, papi simoniaci, teologie traballanti, ingiustizie palesi, tradimento della missione cristiana. Neppure i peggiori annunci della degenerazione del clero che i pastorelli di La Salette raccontarono di aver udito dalla Madonna apparsa loro prevedevano una fuoriuscita dalla Chiesa cattolica. Roma sarebbe stata sempre più devastata dai demòni, vescovi e preti avrebbero dimenticato Dio e la Chiesa avrebbe vissuto «una crisi molto profonda», non si parlava però di scissioni, di abbandoni. «Il Santo Padre soffrirà molto», casomai, «Dio non sarà più onorato», «il maligno entrerà in ogni casa», «molte grandi città saranno bruciate e quasi distrutte, altre inghiottite dai terremoti. Tutti crederanno che sia giunta la fine», ma i giusti resteranno nella Chiesa perseguitata anche dall’alto della gerarchia. Né le parole del cardinal Ratzinger pronunciate al Palatino con sinistro rimbombo durante la Via Crucis della Pasqua 2005, sulla «navicella di Pietro [che] sembra stia affondando», prevedeva l’abbandono della santa nave dei peccatori per più agili barchette. E men che mai negli anni dell’infanzia e della giovinezza di noi più vecchi, sotto il regno di Pio XII, i critici del progressismo pacelliano – e ce ne furono – di fronte alla riforma liturgica della Settimana Santa, per esempio, affidata al giovane e promettente Bugnini, lo stesso che ideerà poco tempo dopo il Novus Ordo, si permisero di affrontare il sommo pontefice quasi fosse un nemico. Si obbediva e si mugugnava, come si è fatto per i secoli dei secoli, in attesa che i misteriosi tornanti della Provvidenza rivelassero sempre grandi consolazioni.

Si obietterà: i progressisti non disobbediscono forse ai papi che non gli sono simpatici? Sicuramente, ma non c’è da meravigliarsi, vista la ammirazione che nutrono per l’ideologia protestante. Coerenti con il loro pensiero, mettono in discussione il primato di Roma, la potestà assoluta del pontefice: tutto perciò si tiene. Per il luteran-cattolico (mostro bicefalo contemporaneo), conta quel che è scritto nel Vangelo e quel che dètta l’interpretazione della propria coscienza. Il resto complicherebbe la vita del cristiano. Ma che un fedele alla tradizione cattolica si richiami in prima persona al testo evangelico e ne rigetti l’interpretazione del papa quando questa non coincide con la sua: ecco un vero paradosso moderno. Il modo di concepire l’io rispetto all’autorità, ai più che – secondo l’insegnamento della tradizione – possiedono di per sé maggiore autorevolezza del singolo, l’abbandono dello spirito di osservanza, del rapporto discepolo/maestro, questo è lo stile moderno che si affaccia anche nel campo dei suoi avversari. Progressisti e tradizionalisti mostrano altrettanta intolleranza reciproca perché è in ballo l’affermazione di idee soggettive, prive cioè della saggezza antica che tempera, comprende, conosce la fragilità della natura umana, e dunque perdona spesso. Invece ormai è come se il sapere diffuso bastasse a sottrarre il fedele al magistero gerarchico, producendo un incrocio tra ribellismo protestante e gnosi. E a sua volta il magistero ha perduto l’aura di rispetto, non la esigono più i vescovi, su su fino a quello supremo, né rispettosi si mostrano i fedeli, fenomeno affine a quello che si riscontra nelle università dell’Occidente, svuotate della deferenza, dell’ordine di importanza, costrette a mimare il discorso democratico in cui tutti mettono bocca senza che alcuno possa chiedere in nome di quale competenza si intervenga.

Così l’elemento tragico viene ignorato dai due opposti interpreti del cattolicesimo: da chi opina cioè che basti andare incontro al mondo moderno perché prima o poi appaia l’armonia nascosta tra il messaggio evangelico e la società umana, che insomma gli ostacoli derivino solo dalle arretratezze, ragion per cui si tratterebbe di superare in una interminabile e affannosissima corsa i famosi «ritardi»; dall’altro polo intanto si è convinti che l’armonica civiltà cristiana (medioevale o tridentina, ottocentesca o semplicemente pacelliana) si ricostituisca ignorando il Moderno, mettendolo tra parentesi, mai misurandosi con un simile negatore dei dogmi cattolici, neppure per un vero esorcismo. Questa ultima posizione, ai nostri occhi almeno, risulta sicuramente più praticabile purché si scelga il minoritarismo come destino, riducendosi ad anacoreti, a eletti, a invisibile setta, decidendo di abbandonare i popoli d’Occidente e d’Oriente alla loro idolatria del consumo. Il proselitismo davvero non è più all’ordine del giorno per Roma? Finito, almeno per il prossimo secolo, il rapporto con la scena pubblica, con il potere politico che fece da contrappunto alla Catholica per tutta la sua storia? Una religione della interiorità, dunque? E tutto ciò, di grazia, cosa avrebbe a che vedere con la tradizione cattolica?

Se il Concilio è corso incontro al mondo ed è rimasto stritolato nelle braccia del Moderno chi, anche sul piano genericamente culturale, ha offerto invece una risposta all’altezza dello scontro? Là dove anche il marxismo, che pure ne era figlio legittimo, è stato devastato dalle forme subdole dell’avversario, atte a rendere innocua l’immane violenza con cui voleva rivoluzionare quel mondo, potrebbero forse uscirne incolumi i preti d’altri tempi , che chiudono gli occhi di fronte a quelle sottili lusinghe e che a occhi chiusi lanciano loro anatemi? Qualche suggestione viene dalla Chiesa ortodossa che mantiene la ‘liturgia di sempre’ anche per fedeli post-sovietici ormai asserviti alle merci. Ma l’Occidente è ancora il più moderno, pratica da tempo il culto nichilista del tramonto, mentre laggiù sembra sia ancora in corso l’accumulazione selvaggia dell’ottimistica fede borghese.

Il sentimentalismo di derivazione romantica, l’emotività costante come una febbre maligna che ci accompagna nello schierarci sulla scena mediatica fa sì che venga lasciato in ombra il gesto inspiegabile, e imperdonabile, del papa che suscitò speranze e dispensò consolazioni straordinarie. Proprio colui che parve tornare a combattere i pericoli più minacciosi del mondo moderno ne cadde poi vittima con quelle dimissioni che pareggiarono il pontificato romano agli altri uffici secolari. Non fu forse questa la causa scatenante di tutte le rivalse dei conciliarismi più accesi? Il cedimento tragico all’onnipotenza del Moderno? E come è stato spiegato negli ambienti della tradizione? Alla maniera più corrente ai nostri tempi, con la forma del ‘giallo’, del mistero poliziesco, non divino. Non bastarono le liturgie tornate alla dignità delle cose celesti né il motu proprio che permetteva di sottrarre la messa alle fantasie dei moderni, né le teologie sottili, né la distanza dalla vulgata conciliare: tutto fu reso vano da quel papa pensionato, dal titolo di ‘emerito’ rubato agli ambienti dell’università, dalla convivenza con un altro papa. La compresenza di due papi fece più male della collegialità spinta. L’11 febbraio 2013 è una data tremenda. La venerazione per il mite pontefice tedesco resta, ma il turbamento prodotto dalla sua rinuncia rappresenta un colpo terrificante alla Chiesa di Roma già nel caos. Il tripudio dei laici progressisti come dei ‘cattolici adulti’ per l’abbandono di Benedetto, per la sua attuale clandestinità, fa il paio con il successivo tripudio per il nuovo vescovo di Roma venuto dagli antipodi.

Che un gruppo di laici con qualche sparuto prete del giro pretenda di stabilire se un papa è ortodosso o meno è faccenda decisamente moderna, un frutto velenoso del Novecento. L’altra faccia del Modernismo. Lo spirito conciliare spinse tanto in questa direzione che anche i suoi più decisi avversari ne hanno accettato le conseguenze. È umano infatti che si voglia influenzare la gerarchia con il proprio sapere, il proprio gusto, la voce della propria coscienza, ma la tradizione insegna che sarà necessario poi inchinarsi di fronte al consenso dei superiori (parola ormai dimenticata). Perché anche la libertà di movimento dei laici ha un limite, quel limite sempre irriso dal mondo protestante: le regole ante Concilio prevedevano addirittura che lo scritto di un cattolico a causa di una sfumata interpretazione, per qualche pagina appena poco accetta al papa o ai suoi cardinali, potesse destare l’attenzione del Sant’Uffizio ed essere quindi sottratta d’imperio all’occhio cattolico di tutto l’orbe. Quante pie anime furono ferite dall’esser messe con i loro libri in quell’elenco. Quanta indignazione provocava un simile esercizio di umiltà tra i superbi e saccenti protestanti. Se l’Argentino restaurasse l’Index librorum prohibitorum, con le norme di sempre, quanti scritti nostri, compresi quelli dell’«Almanacco», vi finirebbero seduta stante. Signori, questo è il cattolicesimo come si è tramandato nei secoli. Liberi di costruirne un altro, di credere che il Vaticano sia diventato la Nuova Babilonia – secondo le indicazioni del frate sassone –, ma insopportabile il dentro-fuori l’Ecclesia, avendo come riserva un cattolicesimo lillipuziano, a misura dei desideri di ciascuno, una setta per la Rifondazione del cattolicesimo, quello dell’anno zero, dell’azzeramento della storia, tralasciando il particolare che l’incarnazione è avvenuta nella storia e la questione cruciale del cattolicesimo costantiniano sta in quel rapporto con la storia del mondo. I primi successori di Pietro non ebbero paura di venire a patti con l’Impero dei persecutori, con la Roma dei pagani. Altrimenti sarebbero rimasti degli eremiti che attendono il ritorno di Cristo nascosti tra le piccole schiere dei prescelti, in opposizione furiosa al costantinianesimo, ai papi con il triregno in capo, all’organizzazione giuridica della Chiesa romana.

Tuttavia sappiamo benissimo che la ideologia contemporanea è più subdola di quella dei crocifissori. E conosciamo la debolezza della cultura cattolica di fronte alla modernità incantatrice, è il nostro rovello. Proviamo allora a sentire una parola meno pessimista da uno scrittore che si trovò a vivere all’alba di questa modernità, all’inizio del lungo duello tra cultura laica (scienza, politica, economia, arte) e cattolicesimo. Nella parte seconda delle Osservazioni sulla morale cattolica, rimasta inedita fino alla superba edizione di quell’opera curata da Romano Amerio, Alessandro Manzoni affronta l’argomento dello «Spirito del secolo» pur precisando subito: «Un’accusa che si fa comunemente ai nostri giorni alla Religione cattolica è ch’ella sia in opposizione collo spirito del secolo. Questa accusa può in un senso essere dalla Religione ricevuta come un elogio: se per spirito del secolo s’intende la tendenza violenta ad alcune cose transitorie come beni da ricercarsi per sè, l’amore e l’odio insomma delle creature non diretto ai fini voluti da Dio, la Religione si protesta, come sempre si è protestata, nemica di questo spirito; e quando venisse a far tregua con esso, allora si potrebbe trovarla in contraddizione e diffidare di essa. Guai alla Chiesa se ella facesse un giorno pace col mondo! se desistesse dalla guerra che il Vangelo ha intimata, e che ha lasciata alla Chiesa come la sua occupazione e il suo dovere; ma questo timore non può mai esser fondato, perché l’espressa parola di Gesù Cristo assicura il contrario». Erano trascorsi pochi anni da quando un papa imprigionato e deportato a Parigi aveva chinato il capo di fronte al re dei rivoluzionari, incoronandolo imperatore: più pace col mondo di questo simbolico atto! Però la fede di Manzoni lo teneva lontano dai circoli dell’umor nero, dagli apocalittici per gusto del negativo. La fede e la ragione sapevano fargli intuire che la Catholica non è arrivata alla meta per simili gesti atroci. Né – si potrebbe dire oggi – l’Onu che sembrò divenire sotto Paolo VI la succursale della Santa Sede ha assicurato quella tregua con i papi che tutti temevamo: quando uno meno se lo aspetta, ecco arrivare una nuova dichiarazione di guerra alla Chiesa cattolica, nonostante il clima mieloso che i laici hanno recentemente inaugurato, ben ricambiati, con il vescovo di Roma. 

Il nostro equilibratissimo romanziere, il cattolico che non peccava mai di estremismo malgrado il romanticismo di fondo, riteneva che il mondo non fosse comunque tutto da dannare, ché la storia mostrava come il cristianesimo avesse a tal punto modificato e migliorato gli umani costumi che il regno di quaggiù non era più un semplice sinonimo dell’inferno. Delle distinzioni andavano fatte. «Uno dei caratteri dello spirito predominante di tutti i secoli è una forte persuasione di alcune idee che degenera in tirannia di opinione, che condanna chi lo contraddice a passare per ignorante o per male intenzionato». E più avanti, riecheggiando simile «tirannia»: «Queste idee predominanti in un’epoca si chiamano di moda vocabolo che dovrebbe per sè renderle sospette perché significa: essere determinato a seguire un sentimento o un uso dell’autorità, escluso l’esame».  Adesso siamo ricolmi di tale moda, totalitarismo dell’opinione che impedisce l’«esame». Ma l’esame della ragione, il dialogo con i moderni, non era affatto escluso dal devoto amico di Rosmini. Inutile lasciarsi chiudere in una riserva. La cultura cattolica vuole conquistare la storia.

Al capitolo VII di quella Seconda parte delle Osservazioni, Manzoni affronta le «controversie tra cattolici», un altro tema caldo ai nostri giorni. «V’ha delle controversie inevitabili: condannarle tutte sarebbe lo stesso che dire che allorquando un errore si manifesti, bisogna permettergli di diffondersi senza combatterlo. Se non si disputasse che contro l’errore, quale cristiano potrebbe condannare una guerra sì necessaria, desiderare che si deponessero le armi della fede, che si venisse nella Chiesa ad una pace che non sarebbe l’opera della giustizia e della verità?». Non era un irenista. Ci sono punti indiscutibili, «valori non negoziabili» li chiamano i giornali. «Certo non bisogna sacrificare la verità a nessuna cosa, nemmeno alla concordia», però si lasci disputare chi è addentro alle questioni teoriche, quelli che son meno esperti si limitino «a pregare per gli uni e per gli altri, e chi dubiterà che le dispute non diminuiranno di quantità, di intensità e di durata?». Non ci si lasci andare alla mimesi delle discussioni parlamentari e degli show televisivi. Non si prenda l’andazzo mondano, il tono moderno – aggiungerebbe forse oggi. Nei confronti delle persone che «errano nella fede», i cristiani si comportano in modo diverso: «la carità obbliga ad amarli, a compatirli, a pregare per loro e a dissentire da loro». «Invece di denunziargli al giudizio altrui, avvicinatevi a loro, interrogategli, e vedrete forse che invece di gridare contro di essi, non vi resta che a piangere sopra di voi». Alle prese con le trappole moderne, dove la bella tradizione viene facilmente inghiottita, c’è da piangere tutti.

Il saggio Don Lisander si raccomanda,  e pare rivolgersi  alla nostra rete di disperati della forma antica: non si tratta di una polemica letteraria che può prendere le espressioni più feroci, qui si parla di Dio. «Voi credete di poter fare quello che compete alla Chiesa, di condannare gli erranti, e più ancora, voi credete di poterlo fare senza quelle formalità indispensabili, che la Chiesa stima essenziali all’esercizio della sua autorità sui suoi figli […] Voi fate il giudizio, e lo applicate, voi portate la sentenza senza autorità, e senza processo, voi pretendete secondare le intenzioni della Chiesa, ma chi ve le ha rivelate, chi vi ha costituito giudice?». (A. Manzoni, Osservazioni sulla morale cattolica, Ricciardi editore, Milano-Napoli, MCMLXI, vol. II, pp. 413 e passim).
 

venerdì 10 gennaio 2014

Gli altri gesuiti

~ OLTRE GLI SCHEMI DEL GIORNALISMO
SUI BUONI E I CATTIVI NELLA CATHOLICA ~

Per grazia divina il cattolicesimo, benché fondato sui dogmi, non è un monolite, non si adegua per sua natura al pensiero unico. L’osservatore esterno evoca i gesuiti trascinando una catena di luoghi comuni. Tutti tolleranti, abili nel compromesso, i machiavellici del papa, tutti a invocare la clemenza assoluta e a nascondere il giudizio irato di Dio, a camuffare perfino l’Inferno. Tutti arrendevoli con l’avversario, disponibili alla resa sia pure per salvare il salvabile. Con parole attuali, insomma, sempre progressisti e addirittura spesso di sinistra, quanto meno riformisti. Questo «Almanacco» ha recentemente raccontato la paradigmatica missione in Cina della Compagnia nel Cinque-Seicento, nel post-concilio tridentino dunque, e ha ritirato fuori la faccenda a bella posta, affinché non si disperasse dell’avvenire della Chiesa per dei motivi contingenti. Ovverossia a causa della distruzione subitanea delle antiche regole per opera di un supremo pastore venuto dall’Argentina, il primo gesuita a salire sul trono di Pietro contro le regole della Societas che vietano anche il titolo vescovile (ma Bellarmino fu cardinale e a fine Novecento la nouvelle théologie gesuitica fu rivestita di porpora). Insomma, se ne videro in vari secoli di simili travagli per la Chiesa, la navicella resta miracolosamente a galla. Però i giornalisti semplificano in modo esagerato: è un gesuita, tranquilli, lo schema prevede una evangelizzazione tartufesca, rientra nella norma, si è sempre visto così nella storia del loro ordine, di che v’allarmate? Come se Iňigo l’hidalgo, il fondatore, il basco tenace, fosse annoverabile tra i pacifici pronti alla trattativa. Ancora trentenne, Ignazio il gentiluomo affidava l’onore soltanto alla spada. A caccia di eretici, appena a Roma, denunciò alle autorità un illustre agostiniano per sospetto luteranesimo.

Come se i gesuiti non fossero stati i cavalieri dell’ortodossia. E anche la longa manus di Roma che si impadroniva delle menti e dei cuori dei sovrani del mondo per renderli sottomessi al potere petrino (i sovrani del mondo ottenendo però, un brutto giorno, lo scioglimento della Compagnia ignaziana). Crociati sempre all’attacco, come don Chisciotte quando le crociate erano già state abbandonate da secoli. Non si arresero mai. Mandata a casa la Compagnia, qualcuno entrò perfino nella loggia massonica pur di salvaguardare l’organizzazione al servizio del papa, senza cedere allo spirito dei tempi.

Come se poi in America Latina non avessero tentato di civilizzare gli indios che praticavano il cannibalismo, ben altra carta da quella giocata nella raffinatissima Cina, proteggendoli comunque dal potere politico con il quale spesso si scontrarono armi alla mano (si veda le cosiddette Reducciones in Paragauy). Come se nell’Ottocento non fossero stati gli abili difensori delle ragioni del potere temporale di Roma contro i «risorgimenti» dello sciovinismo, diventando in tal modo l’oggetto della denigrazione di Vincenzo Gioberti e dei cattolici liberali. Da qui la secolare diffamazione durata fino all’avvento dell’Argentino. Se negli ultimi tempi «La Civiltà Cattolica» è diventata una rivista da sbandierare per gli allegri demolitori della tradizione cattolica, va ricordato che essa fu un baluardo contro il modernismo. Lo stesso nome del mensile smentiva gli eccessi dell’inculturazione. Nel secolo primo della modernità, il XIX dell’èra cristiana, la rivista chiamava a raccolta contro i liberali. Furono i suoi redattori gesuiti a lanciare il «Sillabo», il Concilio Vaticano I, quella assise cioè che affermò l’infallibilità papale, la restaurazione della filosofia tomistica, la restaurazione in generale. Nel Novecento «La Civiltà Cattolica» si impelagò qua e là anche con discutibili politiche pur di tenere a bada liberalismi e socialismi internazionali. Uno come padre Messineo orientò da destra i cattolici italiani e prese di mira Jacques Maritain che pure si era formato sul cattolicesimo medioevale e aveva militato nell’Action française. Per oltre un secolo, i teorici della inculturazione si scatenavano su quelle pagine in una virulenta polemica antigiudaica. Difesero il generalissimo Franco e si batterono contro la Germania nazista.

Negli anni Quaranta, confratello di padre Michel de Certeau, che salvava pure Freud, e di padre Hans Urs von Balthasar che nutriva qualche dubbio sulle masse di dannati all’Inferno, era l’americano di origine irlandese padre Leonard Feeney, che sosteneva essere la salvezza una esclusiva dei battezzati secondo il rito di Santa romana Chiesa, annunciando per tutti gli altri le fiamme dell’Inferno. Vale la pena rammentare quella storia sepolta in America, senza più grande eco dalle nostre parti. Docente al seminario gesuita di Boston e cappellano di Harvard, padre Feeney con un gruppo di suoi confratelli e fedeli arrivò a negare, negli anni Quaranta, la validità del «battesimo di sangue» e del «battesimo di desiderio»: solo l’acqua lustrale somministrata con il rito latino apriva le porte del Paradiso. Regnando Pio XII, la singolare posizione dell’ultrà tradizionalista finì rubricata nella disobbedienza a Roma e padre Feeney venne inquisito dal Santo Offizio. La storia si fece paradossale: «extra Ecclesiam nulla salus» era la bandiera del gesuita harvardiano che disobbediva alla gerarchia di quella Chiesa salvifica. E paradossale era il fatto che lo scrittore britannico Evelyn Waugh – uno che la conversione al cattolicesimo l’aveva fatta davvero, il brillante conservatore che morirà sulla porta della chiesa dove aveva assistito alla messa in latino ormai introvabile negli anni del post-concilio – si incaricasse di diffondere una pessima pubblicità intorno all’ortodossia rigorista del gesuita, definito bisognoso di un esorcismo per un evidente caso di possessione demoniaca. Il puritanesimo del cappellano di Harvard non poteva piacere al romanziere. E la disobbedienza ‘puritana’ non piacque neppure al papa che, dopo un regolare processo, incaricò l’allora giovane monsignor Ottaviani di inviare una lettera di scomunica. Che benedizione trovare in quel documento l’atteggiamento compassionevole del papa che ribadisce il dogma ma nel medesimo tempo mostra la elasticità cattolica, il buonsenso tradizionale, quando si rivolge alla umanità. Qualcuno potrebbe confonderla con lo spirito che anima la Dignitatis humanae, eppure la differenza netta che salta agli occhi del lettore attento mostra quanto caricaturale fosse il ritratto della Chiesa pacelliana a opera di molti padri del Concilio. Non c’erano le tenebre da una parte e la luce della tolleranza dall’altra. Nella Chiesa cattolica di sempre regnava la comprensione, il discernimento, la misericordia.

Nei tempi del dopoguerra, gesuiti furono gli incaricati di approntare una specie di servizi segreti della Santa Sede, nel momento che l’Europa orientale veniva inghiottita dalla Russia bolscevica; gesuiti formavano la guardia del corpo di Pio XII nella battaglia mondiale contro il comunismo, così come lo erano stati in quella contro il nazionalsocialismo; composto da gesuiti era anche il drappello di giovani incaricato dal papa di tenere a bada la tecnologia della comunicazione che allora si impennava, travolgendo le coscienze. Confratelli di padre Pierre Teilhard de Chardin, che voleva mixare alla francese Darwin e lo Spirito Santo, e di padre Rahner, che confidava nei «cristiani anonimi» (cristiani inconsapevoli come il Jourdain di Molière che faceva la prosa senza saperlo), erano i gesuiti Paolo Dozza, rettore della Gregoriana, e padre Pietro Boccaccio, giovane docente di lingua ebraica e aramaica, che raggiunsero il record del proselitismo: la conversione del rabbino capo di Roma, Israel Zolli, battezzato col nome di Eugenio Pio (in riconoscenza verso Pio XII). E il mite padre Felice Cappello, anche lui un prete nell’ordine di Ignazio, l’insigne maestro di diritto canonico e popolarissimo «confessore di Roma», acclamato santo in vita dalle folle che lo attendevano per il sacramento della penitenza nella chiesa dedicata al fondatore, riuscì a ottenere la conversione in punto di morte di due personaggi celeberrimi, Curzio Malaparte che, già fascista, si era lasciato sedurre dalla rivoluzione comunista cinese, e Concetto Marchesi che univa l’erudizione latina con il marxismo. Gesuiti i teologi Daniélou e de Lubac che provocarono il Vaticano II (de Lubac provò pure a difendere il Teilhard panteista, giurando che era un figlio devoto del magistero ecclesiastico) ma che poi espressero seri timori sugli effetti perniciosi del postconcilio.

Un esercizio della memoria questo, un elenchetto cui i lettori potrebbero aggiungere chissà quanti nomi, giusto per riportare in auge le sfumature, la varietà del cattolicesimo ben orchestrata da Roma, i difficili equilibri che rischiano di saltare quando – come è successo l’altro giorno – nella chiesa madre della Compagnia, durante una pubblica cerimonia, il predicatore sudamericano che indossava il pallio papale diceva: «noi gesuiti».