mercoledì 20 maggio 2015

L'epoca della leggerezza

~ IL SECOLO SANGUINOSO
SI AMMANTA DI GRAZIA LUDICA ~ 
~  «IL ‘900», II PUNTATA ~ 

Diari lontani per cercare il bandolo del secolo scorso. Per la puntata precedente cliccare qui.

TROMPE-L’OEIL - Un Curtius splendidamente sintetico: «… in tutti i paesi d’Europa gli artisti della giovane generazione producono oggi, in sorprendente unanimità e come se si fossero passati una parola d’ordine, un’arte che scandalizza i più vecchi e che non è capita nemmeno dai critici meglio disposti, tanto che questi credono di trovarsi di fronte a una farsa gigantesca che unisce Europa e America come in una congiura […]. L’arte, per così dire, non viene presa sul serio, è sparito tutto il pathos religioso di cui si era circondato il godimento estetico da duecento anni in qua […]. Per il nuovo sentimento vitale, l’arte possiede la sua grazia e il suo incanto quando è gioco e gioco soltanto. Questo spostamento di accento nel campo estetico corrisponde alla nuova coscienza, al gioioso sentimento di festa che si è sostituito all’etica del lavoro del XIX secolo. […] Oggi preferiamo tra i valori dell’azione quelli che sono del tipo dello sport, cioè del puro lusso. […] «Anche nella politica […] si è manifestata una tendenza à la baisse. Oggi si fa meno politica che nel 1900. Nessuno si aspetta più la salvezza dalla politica: non riusciamo più a capire come ai tempi dei nostri nonni si potessero drizzare barricate per formule costituzionali […]. Libertà non è più per noi una parola inebriante. Ortega crede per questo che si sia conclusa l’èra delle rivoluzioni: le utopie politiche hanno perso la loro forza d’attrazione, noi riusciamo a penetrare oltre il loro carattere chimerico e alla politica delle idee succede una politica delle cose e degli uomini. Ma soprattutto la politica sparisce dal primo piano degli interessi umani, diventa un mestiere come un altro, indispensabile ma senza accenti patetici: non si muore più per le idee politiche». Ogni frase dello scritto citato, talvolta le singole parole, si accomodano così bene ai nostri giorni, li riassumono disinvoltamente e garantiscono di un passaggio definitivo, confermando le convinzioni raggiunte a fatica negli ultimi tempi, che è terribile scoprire la data di questa pagine: 1924. Una data tanto remota – precedente le liturgie surrealiste e la tirannia del georgiano sulla Russia – sconvolge infatti ogni certezza storica, ogni diagnosi di media durata sulle tendenze del mondo. Adesso sappiamo. In quell’anno 1924 si credevano leggeri e desacralizzati, dovevano precipitare nell’Inferno, schiacciati da massi carismatici. L’arte ludica sarà sconfessata dal realismo imposto dagli assolutismi montanti, dalle culture di regime, dalla gravità espressionistica delle vittime, dalla indicibilità delle stragi che non trovava più una forma decente per rappresentarsi, dalla fuligginosa letteratura dei rimorsi, dalle teorizzazioni ricorrenti dell’engagement. L’ideologia della festa che doveva sostituire l’etica del lavoro verrà affossata qualche anno dopo, di fronte ai rischi di immiserimento scaturiti dalla crisi del ’29, operai d’acciaio saranno celebrati a Mosca come a Berlino – mentre a Parigi ci si limiterà ai poveri ma belli del Front populaire, poi le fabbriche che si accenderanno nel delirio bellico e l’ethos del lavoro finirà nel cartiglio all’ingresso dei Lager. Le «utopie politiche hanno perso la loro forza di attrazione», scrive Curtius: non gli faceva velo l’acutezza, era la storia che stava tirando un brutto scherzo ai credenti del progresso. Ci si accostava leggeri alle più micidiali macchine politiche e mezza Europa sarebbe finita stritolata nei loro ingranaggi, schierata in utopici fronti di lotta, pronta a sacrificare vite umane, città, memoria, tutto quanto di umano era possibile offrire. In qualche modo, costretta a farlo. Milioni di morti con le divise ideologiche, con i contrassegni di diversi colori a marchiare le vittime: politica e morte trovarono un connubio che nessun machiavellico aveva mai teorizzato in sì sproporzionate misure. D’ora in poi, dopo aver letto l’inganno ottico di Curtius, tutte le cautele sono legittime. E infatti da mezzo secolo in qua sono state ripetutamente avanzate. Sogghigna il negatore del semplicismo progressista, sa che i richiami dell’inumano son sempre più forti di ogni ragionamento. Ma il quadro tracciato dall’attento filologo non era un vaneggiamento fantasioso, più probabilmente si confuse soltanto la prova generale con la ‘prima’.

Nonostante tutto, «revisionista» è un bell’attributo.   

UN RUMENO A PARIGI - È possibile mantenersi ‘buoni’ facendo i complici di Stati tirannici tanto efferati quanto quelli novecenteschi? Esistono complici in ‘buona fede’? che cos’è la buona fede in politica? Che ‘buono’ poteva mai venire da certe complicità con la Russia o con la Germania? Anche di simili cose parlava il giovane Cioran quando, esule rumeno disoccupato a Parigi, scriveva «a un amico lontano» rimasto dall’altra parte della cortina di ferro, parlando di «due tipi di società»: «la vostra parzialità nei confronti di quella dell’Occidente, di cui voi non distinguete con chiarezza i difetti, dipende da quella distanza: inganno ottico e nostalgia dell’inaccessibile. […] Che da lontano voi ne abbiate una visione mirabolante è del tutto naturale: dal momento  che io la conosco da vicino è mio dovere combattere le illusioni che potreste avere al suo riguardo. Non che mi dispiaccia del tutto – sapete il mio debole per l’orrido – ma il dispiego di insensibilità che essa esige per essere sopportata va al di là delle mie risorse di cinismo. Si può dire che le ingiustizie vi abbondano: per la verità è la quinta essenza dell’ingiustizia. Solo gli sfaccendati, i parassiti, gli esperti in turpitudine, i piccoli e grandi porci profittano dei beni che essa mette a disposizione dell’opulenza di cui si inorgoglisce; delizie e abbondanza di superficie. Sotto il brillante che mette in mostra si nasconde un mondo di desolazione di cui vi risparmio i dettagli. Senza l’intervento di un miracolo, come spiegare il fatto che non si riduca in polvere sotto i nostri occhi, e che non la facciano saltare in aria immediatamente? ‘La nostra non è migliore. Al contrario’, mi obietterete. Lo ammetto. È proprio questa la faccenda. Ci muoviamo davanti a due tipi di società intollerabili. E, quel che è grave, gli abusi della vostra permettono a questa di perseverare nei suoi, e di opporre assai efficacemente i propri orrori a quelli che si praticano da voi. La critica decisiva che si può muovere al vostro regime è di avere distrutto l’utopia […]. La borghesia ha compreso il vantaggio che ne poteva trarre contro gli avversari dello statu quo; il ‘miracolo’ che la salva, che la preserva da una distruzione immediata, è proprio lo scacco dell’altra parte, lo spettacolo di una grande idea sfigurata, il disinganno che ne è risultato e che, impadronendosi degli spiriti, finisce per paralizzarli». Il depresso con «il debole per l’orrido» spiega la ferocia del mondo. Intanto il suo interlocutore, l’«amico lontano», adesso ha un nome, era Costantin Noica, torturato nelle galere di Ceausescu e tradotto negli ultimi tempi anche in Italia. A leggere le pagine sulle sue prigioni, sulla brutalità da Ludus Dacicus, viene il dubbio che l’analisi di Cioran manchi di equilibrio. Ci si convince che il rumeno con «il debole per l’orrido» doveva restarsene in patria e magari finire nelle stanze di tortura del regime se voleva sperimentare qualcosa veramente forte invece di fare il turista a Parigi per godersi lo spettacolo dell’Apocalisse sui boulevards. Si resta pure meravigliati dell’attenzione per le utopie sfigurate che mai ci saremmo aspettata da un tipo che si rappresentò sempre come un bruto nichilista. Ma adesso che quegli staterelli sadici son venuti giù in presa diretta nessuno naturalmente si mette a fare confronti tra cinismo a Ovest e a Est. Solo gli sciocchi potevano pensare che dalle ceneri del comunismo sarebbe nato un mondo più buono. Non ricordavano come l’idealismo europeo fu travolto dalla conquista armata del pragmatismo democratico degli Stati Uniti vincitori. 

TECNICI - Nel secolo che ormai finisce quante persone si potevano incrociare in Europa che avevano maneggiato armi proprie e improprie, uccidendo «innocenti» o «colpevoli», uno solo o tanti, in imprese belliche non sempre ufficiali. Non soltanto i tecnici delle docce fatali. Anonimi omini, magari pensierosi, talvolta con la benedizione del pensiero dominante, talvolta maledetti dalle maggioranze. La retorica pubblica continuava a emettere sentenze che raggiungevano anche le coscienze.

SDOLCINATURE -  Negli ultimi decenni la Chiesa di Roma ha lasciato circolare l’idea che l’amore divino sia di grana terrena, ossia assai sentimentale. Contro il cattolicesimo potrebbe tornare l’accusa ricorrente di scivolare nel paganesimo: gli abitanti dell’Olimpo, si racconta, erano mossi da passioni erotiche e in qualche caso da innamoramenti pedestri. Ma i numi pagani conoscevano anche le crudeltà, gli inganni, le turpitudini. Il probo Dio cristiano viene ridotto a un essere esclusivamente sentimentale, con le smancerie del peggiore bigottismo, imagerie per pie popolane ottocentesche.  In confronto i salotti del pietismo mostravano almeno sentimenti più fieri. In quei circoli si fremeva di santo orgoglio, sopravviveva qualche lampo della ferocia luterana e ogni tanto si sfiorava il sublime. La leziosaggine di tanta teologia cattolica attuale è soltanto un magistero tardo romantico.

GALATEI - Per imporre un tabù è richiesta una energia religiosa che manca al liberalismo. Resta un divieto da manuale di buona creanza affinché non sia espressa in pubblico, come faccenda di gusto, la predilezione per una razza o per una nazione.

LAVORI SPORCHI - «Commercio, Musica Operistica, Cupido, Pubblicità, Manifatture, Libertà di Parola, Suffragio Universale, Gastronomia, Igiene Personale, Concerti Balneari, Parto Indolore, Astronomia per il Popolo», un florilegio dei valori democratici messa a punto dall’ebreo commerciante, pubblicitario, Leopold Bloom nell’Ulysses di Joyce. Bloom, sobriamente pravo, mostra i suoi talloni d’Achille nel masochismo e nel feticismo. La psicologia si è scarsamente occupata delle perversioni del democratico.

SUFFRAGIO ELETTORALE - Si lesse per la prima volta in chiesa la parola «suffragio», sulla cassetta delle elemosine: «in suffragio delle anime del Purgatorio». È perciò sempre risuonato come «sollievo per la società», una carità cristiana per soccorrere la società febbricitante, un aiuto per bloccare la paura che fonda la politica. Ma, per via delle anime dell’Aldilà, evoca anche una folla di fantasmi, la insondabile Opinione Pubblica che irrita e scandalizza gli amanti della concretezza.

NEL REGNO OSCURO - Chi non fu mai stregato dai bagliori della destra estrema? E chi resistette sempre alla commozione delle parole d’ordine di sinistra, almeno al loro suono, senza sondarne il senso? Nelle faccende politiche nulla è più inutile degli scongiuri. Sappiamo pure quanto le tentazioni sataniche – le passioni scriteriate, la violenza sottile, la facilità ludica, la carnalità grossolana – siano talvolta irresistibili. Se Heidegger e Jung hanno ceduto per qualche tempo alle seduzioni della ideologia tedesca del Terzo Reich, i più comuni mortali saranno maggiormente esposti alla politica demagogica. Ogni volta che qualcuno impreca contro lo stupidità delle folle che si lasciano ingannare dai tiranni, nasconde a se stesso quello strano erotismo che vibra nei movimenti di massa, nei loro gesti collettivi e pesanti. Tutti sanno per scontata confidenza con le passioni amorose come se ne possa finire stremati e istupiditi ripetute volte, guarirne e ricadere innamorati, dal momento che «il cuore ha le sue ragione che la ragione non conosce», secondo quanto recita Pascal. Il naso di Cleopatra non appartiene alla Bellezza né alle cose ragionevoli, eppure è noto che travolse la storia come tanti nasini alla parigina non riuscirono mai. Anche il più severo democratico non può negarsi una discesa nel «regno oscuro», una immersione nello ctonio, a osservare la parte nascosta della società, a indovinare i capricci plebei, a conoscere le pulsioni malsane degli elettori. Chi si mette ai voti non può distinguere tra sani e malati, tra colti e ignoranti, tra geni e ottusi. Al contrario del sistema aristocratico che delega il comando ai valorosi, ai puri, ai sani, ai virtuosi che sanno resistere a ogni tentazione ed esercitano con spirito superiore la sovranità, senza badare ai propri interessi, senza vili egoismi. Ma dal momento che la democrazia liberale esalta l’egoismo del mercato, l’armonia che paradossalmente ne scaturisce, perché ci si deve immaginare i politici di quel mercato, gli arconti che lo sovraintendono, estranei al vigoroso egoismo che lo ispira, insensibili alla corruzione del denaro?

LA PAROLA-CHIAVE  - «Complesso» è l’aggettivo dietro il quale si nascondono tutti gli apologeti dell’attuale sistema occidentale che non vogliono affrontare i drammi contemporanei. Fate domande su argomenti delicati, sfiorate i tabù sui quali si regge la democrazia, le contraddizioni angosciose, e il paladino di turno vi risponderà che «la questione è più complessa». Non si può semplificare, non si può attingere alla semplicità evangelica del «sì sì, no no». Ma va allora detto che la complessità del regno di questo mondo di oggi non si riduce neppure agli schemi marxisti, a quelli keynesiani, insomma alle teorie di un tempo che ancora potevano essere tradotte nella divulgazione per il popolo. Il quale, più estraneo che mai a quanto scorre davanti ai suoi occhi, ai paesaggi storici stravolti, al tempo e spazio modificati, ai corpi nuovi perfino e alla biologia che li racconta,  nonostante l’istruzione di massa e le lauree e l’acculturazione perenne, costruisce  proprio con i vecchi strumenti appresi (e con una insolita arroganza per via degli studi fatti) dei modelli arcaici, una rozza fede nel bene e nel male, l’idea fissa di contare senza remore il denaro altrui, il culto dell’invidia sociale, senza più rispetto per il mistero che ancora ieri circondava il potere e che evitava ai sudditi la spiacevole (e falsa) sensazione d’essere costantemente derubati.    

COMPROMESSO STORICO CON I DÈMONI - Lontano dalle polemiche contingenti e avendo visto i risultati nel lungo periodo, l’impresa di Konrad Adenauer nella Germania del dopoguerra appare degna di rispetto. Non solo e non tanto per la ricostruzione di un paese vinto e raso al suolo – anche il regime precedente aveva realizzato opere titaniche in questo campo –, quanto per essere riuscita ad abbassare la febbre dopo la catastrofe. Arduo in un paese che subiva la sua seconda sconfitta storica in pochi anni, perdendo ogni residua speranza ma coltivando per forza di cose odi, rancori e lutti. Adunare una folla di furiosi e modularla in una politica paziente nonostante una parte della patria fosse ancora più marcatamente schiacciata dai vincitori e occupanti in armi, nonostante quel pezzo di Germania fosse separato e circondato da frontiere che apparivano muri di prigione con tanto di filo spinato e torrette di guardia; evitare sommovimenti suicidi e mantenere una dignità nazionale con i vincitori che volevano anche impartire lezioni di etica, fu un’opera virtuosa. Nel 1945 non c’era stata nessuna conversione e neppure quelle furibonde fiammate insurrezionali per i morti i bombardamenti e la fame che si ebbero nelle città del Nord d’Italia. Sgomenti davanti alla autoeliminazione dei capi, restavano fedeli alla Germania; spararono fino all’ultimo colpo nei villaggi dove entravano i carri armati nemici. Non ebbero la disinvoltura degli italiani che, addossate le colpe ai duci idolatrati fino a poco prima, si tolsero le divise brune e con abiti o stracci primaverili corsero incontro festanti alle truppe anglo-americane che chiamavano confidenzialmente gli Alleati. E a Ovest della Germania non ci fu neppure il rito ipocrita che nella Deutsche Demokratische Republik segnava in nome di Fichte, prontamente aggregato al socialismo moderno, la purificazione del passato. Fu però imposta alla Repubblica di Adenauer l’altrettanto ipocrita «denazistificazione», i corsi serali di democrazia, inutili come le prediche forzate agli ebrei nel ghetto di Roma sotto i papi, e come quelle soltanto umilianti. Senza palingenesi vere, dunque, Adenauer si sobbarcò il lavoro sporco che i socialdemocratici si potettero risparmiare, traghettò milioni di seguaci dei dèmoni nel nuovo mondo. Molte voci stigmatizzarono il fatto che questo nuovo mondo avesse i caratteri della potenza d’oltreoceano vincitrice della guerra. La diversità europea, d’altronde, era stata rasa al suolo in quei pochi ma terribili anni di combattimento. Il vecchio cancelliere riuscì a impedire la rinascita di un partito di rancorosi. Evitò pure di favorire élites già scremate, già «dalla parte giusta», attingendo invece nel fangoso impasto di masse inarticolate e costrette a essere  silenziose dalle disposizioni della «resa incondizionata» (proibito parlare pubblicamente di quello che era successo, censurati anche i libri dei poeti, quelli di Benn per esempio). In questa zona della sanguinaria vecchia Europa il ruolo dei partiti era comunque diverso dalle macchine elettorali americane, negli Stati Uniti non si contrapponevano il partito rivoluzionario e quello conservatore, il partito cristiano e quello laico…

ATTESE - La «sinistra» italiana si considera tra i vincitori anche senza aver vinto mai una competizione elettorale. È un destino, un vento del progresso che spinge da quella parte. Tentano la scalata da circa un secolo, con immense aspettative, che renderebbero deludente qualsiasi governo.

LINGUA RIEDUCATA - Il 1945 appare uno spartiacque anche per certe parole. È provvisoriamente sospesa l’aggressività verbale, compreso il tono aristocratico con il suo seguito di altezzosità. Chi cambiava la divisa o chi tornava da Mosca si adattava al nuovo linguaggio, sostenendo talvolta di averlo già parlato in passato, sia pure in codice. Ma c’era chi riteneva di subire adesso una censura metafisica e non parlò quasi più. Ezra Pound fu l’icona di questi uomini silenti. Scrisse tuttavia ancora cose notevoli che resistettero alla rieducazione imperante. Molti altri si mostravano miti, avviavano un ciclo cortese. Non mancò chi spendeva parole di circostanza per le vittime. Gli scrittori comunque non videro passare indenne la lingua da questa frontiera temporale. Cominciarono molti eufemismi su su fino alle attuali misericordiose circonlocuzioni per ogni malformazione fisica, spirituale e sociale. Finisce qui l’interminabile età della Tracotanza, ultima pratica dell’Ancien Régime sopravvissuto per due secoli al suo crollo. Non c’è più dispregio per persone, categorie, classi sociali, nazioni, razze. Un filosofo hegeliano moderato e avversario della reazione argomentava la sua estetica, ancora nel pieno Ottocento, esprimendosi così: «il cretino è ancora più brutto del negro perché alla deformità della figura aggiunge l’ottusità dell’intelligenza» (Karl Rosenkranz). Non diverso era il tono dell’agitprop comunista nei confronti del borghese, insulti che ustionavano, con condimento di minacce fisiche. Si era visto Lombroso marchiare le «facce da delinquente», la signora umiliare i servitori, Thomas Mann attaccare il cancelliere croceuncinato ricorrendo allo scherno del nobiluomo stizzito dal plebeo: «affetto dall’isteria del dégénéré inférieur», era la diagnosi. Se si considera che, negli anni precedenti la guerra, alla antica tradizione boriosa si era aggiunta una scuola attiva di violenza verbale, una campagna pubblicitaria per accumulare disprezzo su alcuni, va rilevato che il passaggio d’epoca fu impressionante, nessuno da allora in poi osò più dire in pubblico «degenerato inferiore». La catastrofe era stata così vertiginosa che ai più parve opportuno smetterla anche con le affermazioni guascone. Una espiazione all’insegna della discrezione. Che scivolò nell’èra mediocre.

FORTUNE - La ricchezza è meno effimera di un tempo, diciamo dell’Ottocento. Arriva magari in una generazione, quindi in genere con maggiore rapidità, e difficilmente sparisce con altrettanta prontezza. Tende casomai a consolidarsi. Le disastrose rovine, i fallimenti che puntellavano le trame dei romanzi, sono stati smussati da un liberalismo più moderato. Il cinismo del libero mercato pare atterrire anche i suoi assertori. Il trionfo del liberalismo appartiene ormai al XIX secolo.  Allora, imprenditori e finanzieri stavano al gioco, esposti alle minacciose conseguenze della potentissima roulette, mettevano in conto il tonfo del fallimento, proprio come era nel conto la morte, sempre lunatica. Nei romanzi balzachiani ci sono le devastazioni del mercato, i suoi capricci, che si accompagnano a quelli della morte e dell’amore. In seguito, forme di socialismo compromesso hanno corrotto questi eroi schierati al simbolico tavolo verde. Passati gli eroi che osavano sfidare la spietatezze delle libere avventure del denaro, che combattevano la guerra infinita della concorrenza, adesso ci si accontenta e si cercano pubbliche protezioni contro l’imprevedibilità della Fortuna.

LA DEA MODERATA - Nelle Eumenidi di Eschilo, parte finale dell’Orestea, Apollo sopraggiunto al tribunale popolare appena istituito da Atena pronuncia questa battuta illuminante: «I ceppi c’è chi li slaccia, c’è sempre mezzo di porre rimedio, di sciogliere». Contro la fatalità monarchica, contro i responsi arcaici scritti nella pietra, la fluidità del potere del demos, mercuriale. Successivamente, un’Atena con l’acutezza brillante di una dama settecentesca, elogia la moderazione: «Né senza una guida, né sotto un tiranno: questo, o cittadini, lo Stato che vi consiglio. Coltivatelo gelosi. Non abolite del tutto la paura dalla vostra cerchia. Chi al mondo si mantiene probo se non l’invade la paura?». Nel momento in cui la dea stabilisce una nuova giurisprudenza e nuove istituzioni, mentre stringe un accordo con Peitho, divinità della persuasione, del consenso, per fare accettare i cambiamenti alla città, proprio in quel mentre viene evocata la paura. Millenni prima di Hobbes è intorno a questo sentimento che si fondano gli accordi politici. Atena lo rivela spregiudicatamente, anzi consiglia il buon uso della paura come farà Jung con i suoi accoliti. Paura perché si sta distruggendo un pezzo di tradizione. Cambiano le leggi, le abitudini, la morale, e ci si sente tutti un po’ sacrileghi. Atena prende parte al giudizio e si esprime a favore di Oreste e, grazie alla parità di voti favorevoli e contrari, l’imputato può essere assolto. Prevale il nuovo diritto, la decisione – la conta dei voti – in luogo della verità. Al ‘giudizio di Dio’ che consacra il verdetto ecco invece un conteggio di voti, un trucco metodico per impedire un ulteriore spargimento di violenza. La sentenza del tribunale però non annulla quella delle Erinni, il coro fosco dei rimorsi, dei motivi morali. La verità politica, la decisione pubblica,  non va confusa con gli scrupoli, con i fantasmi delle angosce, i dolori dei pentimenti, la «segreta plebaglia dei dèmoni», come la chiama Omero.

LE IMPERFEZIONI DEMOCRATICHE - Gli apologeti del sistema democratico avrebbero potuto, a metà Novecento, argomentare così: il nostro lavoro consiste nel condurre i barbari in città. Allora, nelle città imbarbarite, si perderanno le belle forme e nel caos – non più rappresentabile dal partito unico come avviene per un elettorato armonico – si annunceranno dissonanze, morbi, deformità, leghe minacciose. È il kantiano «male necessario». Il semplicismo dei rivoluzionari, proprio della civiltà antica, pretendeva rovesciare, mettere a testa in giù, la società minata da una qualche corruzione, per bonificarla e riedificarla al contrario. Un uso impropriamente politico dell’avvertimento evangelico «gli ultimi saranno i primi». Il laborioso processo avviato dai moderati si accontenta di squilibrare e di riequilibrare su una enorme bilancia impersonale, al posto di un rapido intervento chirurgico. La democrazia si vuole sempre imperfetta, all’opposto della società immaginata dai filosofi. L’apologia di uno strumento che non funziona pienamente, in opposizione a un perfetto strumento cruento, è una buona allegoria di questo sistema. Lo illustra con gran gusto del paradosso lo scrittore cattolico Gilbert Keith Chesterton nella sua raccolta di piccoli saggi sul tema del «bello del brutto». Dove si legge una difesa del «coltello che taglia male»: «un coltello non è mai cattivo se non in rare occasioni, per esempio quando viene piantato con destrezza e precisione nel bel mezzo della schiena di qualcuno. Il coltello più scadente e meno affilato che abbia mai fatto a pezzi una matita, invece di appuntirla, è una cosa buona in quanto coltello». Da qui la scarsa avvenenza compensata dall’efficacia nei momenti di inclusione sociale al trapasso di epoca. Resta il fatto che in caso di legittima difesa c’è bisogno di un coltello che tagli e offenda per non rischiare il peccato di inefficienza nei momenti della città in pericolo.

Si impara a scuola che la rappresentazione comica è connaturata alla classe media. La democrazia, come il borghese, l’homo oeconomicus, rischia spesso il ridicolo.

VIRTÙ DELLA FRODE - Impensabile nel Medioevo cavalleresco il seguente insegnamento che, alle origini del mondo moderno, ci impartisce lo scandaloso Hobbes: «La forza e la frode sono, nello stato di guerra, due virtù cardinali». In contrapposizione all’aristocratico «onore», il filosofo inglese apre la schiera dei nuovi filosofi politici, senza tradizione, senza nobiltà d’origine. Onore è virtù da soldato, sostiene Hobbes, e solo una società a misura di soldato, una società militarizzata, può essere fondata sull’onore. Quella degli uomini qualunque, che si costituisce proprio per evitare la guerra, dunque incapace di esercitare l’arte delle armi, si impadronisce invece dell’arte della politica, che sa come l’uomo civile, in mancanza della protezione militare, fugge nel momento del pericolo. Il mondo borghese perciò si costituirebbe, secondo Hobbes, per evitare i momenti di pericolo, per rendere il senso dell’onore completamente inutile. Inquietante questo «onore» agitato adesso dalle plebi italiche che mai ne ebbero uno e inquietante la questione morale glorificata in un tempo senza più morale.

PREISTORIA UMANA – Schopenhauer, non il materialista di Treviri, in un dialogo sulla religione: «Ognuno ammetterà che una razza la quale, secondo le indicazioni concordi di tutti i dati fisici e storici, non conta finora più di cento volte la vita di un uomo di sessant’anni, si trova ancora nella sua infanzia». Se il laicismo – come si è rivelato nell’ultimo secolo – è il surrogato della religione, allora si tratta, come tutti i succedanei, di roba economica, prodotti poveri per epoche povere.

ANALOGIE  - I rari dissidenti nella Germania in guerra, quei conservatori irritati per l’aspetto plebeo che aveva preso l’ex armata prussiana, ne descrivevano i caratteri infernali attribuendone la causa al demos imperante. Chissà se qualcuno di questi signori si era imbattuto nel passo di uno scritto di Max Weber, che risaliva all’indomani del primo conflitto mondiale ma trattava dell’Atene classica: «Al tempo della democrazia […] la guerra, che poteva sovvertire tutte le posizioni economiche dei proprietari, era un fenomeno cronico e si intensificò fino ad assumere un carattere di estrema brutalità in contrasto con la condotta delle guerre combattute dai cavalieri […]. Ogni battaglia vinta aveva quasi sempre per conseguenza il massacro di tutti i prigionieri: ogni conquista di città significava la morte e la schiavitù di tutti i suoi abitanti». Demos e guerra totale, impressionante binomio su cui meditò l’allievo cattolico di Weber, il Carl Schmitt per il quale i più retrogradi e spietati mezzi saranno sempre bene accetti pur di evitare l’abominio della guerra totale. Inorridirebbe a sentir parlare, come si fa oggi, di «guerra etica» o «guerra umanitaria», la più inumana impostazione di un conflitto, necessaria antesignana della guerra totale. Comunque, anche senza Weber, avevano tutti assistito alla Guerra mondiale che aveva partorito dal suo seno la Rivoluzione bolscevica, l’interminabile spietatezza  messa in campo per «cambiare il mondo».

TIRANNIE -  Ancora con la guida di Weber, a gettare uno sguardo nella violenta strategia delle masse che vogliono emanciparsi. Nell’antichità i diseredati attendevano l’affermazione del tiranno come i loro eredi sperano nella macchina burocratica rivoluzionaria. In ogni caso una medicina molto amara, un risvolto tragico che si è via via attenuato, corretto dall’ottimismo borghese, incipriato di progressismo. Un tempo pretendevano una sospensione della legge, una vendetta storica che comportava una ecatombe, l’annientamento del modo di vivere dell’avversario. La disperazione sociale si scontrava con l’agio borghese in un duello mortale. A Roma chi negava il diritto di voto per i liberti argomentava il suo rifiuto agitando il pericolo che dal suffragio dei parvenus uscisse una tirannide. Nel nostro secolo le due massime tirannie occidentali hanno conquistato il favore popolare e la maggioranza elettorale. A un certo punto la timocrazia pareva il destino d’Europa. La «bourgeoisie plebea» è una categoria weberiana per i liberti a Roma. Calza meravigliosamente alla borghesia di fine millennio, del secondo millennio dell’èra cristiana.

CONTROTEMPI - Il contrasto tra la frenesia del tempo effimero della rivolta e quello lento, troppo lento per i giovani, della politica realista. Ovvero, i giorni concitati per la follia della sommossa e quelli disperati della infinita ripetizione.

DUBBI - Nonostante lo sciupio attuale di lodi per il dubbio, i dogmi hanno resistito, soprattutto quelli infondati. La glorificazione dell’incertezza è uno dei manierismi contemporanei.

IN UNA VITA - Hans Blumenberg, mentre dispiega intorno alla bachiana Passione secondo Matteo un virtuosistico apparato di digressioni teologiche, erudizione biblistica, filosofia del Novecento, che fa da basso continuo alla singolare composizione dove il cielo di una liturgia luterana, di una liturgia privata, e la terra dell’arte umana si incrociano – si lascia scappare questa frase: «Fintanto che gli uomini avranno soltanto una vita da vivere, essi saranno inclini a credere che proprio nella loro vita debba realizzarsi ciò che ha significato e che cambia il mondo. Il potenziale di attesa è perciò sempre grande abbastanza […] per apocalissi di ogni sorta». Soprattutto da giovani, va aggiunto. Poi ci si concede una dilazione: se non è dato loro di scorgere l’alba del nuovo, certamente toccherà ai figli un simile privilegio. È la speranza più pura. Spesso confortata dai segni di immense trasformazioni che scandiscono il corso delle generazioni. Ma i fedeli di moltissime sette (quelle politiche comprese) hanno percepito la realizzazione di tali mutamenti come qualcosa di drammatico, di apocalittico appunto: «il mondo ha perduto la giovinezza, i secoli stanno diventando vecchi», si legge in una Apocalisse apocrifa. Un futuro slegato da ogni continuità stringe il cuore. Un futuro segnato da un duello cosmico e definitivo potrà pure inorgoglire ma getterà chiunque nel panico. I figli del XX secolo hanno vissuto con questo doppio sentimento: orgoglio luciferino (o prometeico) e terrore angoscioso. Quando in età matura perdono quella illusione di una esperienza esclusiva riscoprono gioie domestiche. In luogo delle macerie rivoluzionarie, si ristabilisce un orizzonte lontano che spegne l’angoscia, un paesaggio rigoglioso di dettagli, da decifrare pacatamente, una prospettiva graduata all’infinito, dove perdersi.

BACI - Aveva ragione l’architetto dell’Effimero nella Città Eterna quando la sera movimentata in cui cambiarono i connotati al suo partito diceva al telefono: «era meglio che avesse cambiato nome quando fu costruito il Muro di Berlino, non adesso che lo abbattono…». Si difendevano i truccatori del vecchio comunismo: «bisognava salvare il buon nome, l’onore di milioni di persone oneste che lo avevano votato». Già, in Italia i fiancheggiatori del bolscevismo erano per definizione «bonari», rischiavano però di essere travolti dai russi «cattivi» che stavolta si arrendevano alla realtà. Qualche perplessità fu avanzata sulla operazione in genere e, in particolare, sulla liquidazione gestita dai capi. Non si era più al 1956. Allora, di fronte agli atroci rapporti provenienti da Mosca che smentivano mezzo secolo della sua propaganda, i rossi condottieri, sempre colti e sprezzanti, dichiararono con innocenza da scolaretti «noi non sapevamo». Adesso la sterminata bibliografia sull’argomento che non ha aperto loro gli occhi può precipitare su quelle teste e così punirli per essersi mostrati a braccetto con dei mostri, per avere baciato sulla bocca Breznev. Non fosse che per quello, andavano epurati.

BANDIERE - Il crollo dell’Ottantanove ha lasciato sul campo due specie di vinti. Quelli che hanno fatto fronte al cambiamento di rotta e agli eventuali castighi per le scelleratezze compiute, subito indossando una diversa livrea o abbandonandosi ai rimorsi, fuori dalla scena pubblica; e quelli che, complici dei misfatti ‘orientali’, nel resto d’Europa, con dei distinguo e dei dissensi ma dalla stessa parte, finsero di non essere chiamati in causa. Non afferrarono che un unico destino li trascinava all’Inferno. Idea di Ghino (nobile e bandito), un vessillo rosso fu invece esposto alle finestre di un palazzo romano nelle stesse ore in cui sulle torri del Cremlino le vecchie bandiere venivano ammainate. Pareva rappresentare un eccentrico epilogo – fuori dal suo centro vitale, nella capitale cattolica, dunque nella estrema periferia del mondo industriale – alla maggiore epica dei tempi moderni. Non conteneva nessuna solidarietà bolscevica quella bandierina che in pochi notarono, annunciava soltanto che la campana a morto per il socialismo dell’Est suonava anche per quello dell’Ovest. Noi non fummo i cani da guardia dei patti di Jalta – pareva ricordare come una lapide su una tomba – ma ci aspetta la medesima sorte. Una sconfitta di tal fatta comportava la catastrofe per tutti coloro che avevano agitato qualcosa di rosso.

Chi si richiama alla Rivoluzione ormai (anno 1995) lo fa più che altro per un atteggiamento dello spirito, senza sentirsi per questo un funzionario politico, un «rivoluzionario di professione» come si diceva un tempo. Generico disprezzo per il punto di vista conservatore e generica predilezione per il tempo nuovo, costante Ereignis, l’evento heideggeriano, mescolato all’ottimismo insufflato dalla réclame  consumista.
  
LO STATO ESTINTO - Contrappasso alla statolatria tedesca. L’unico paese occidentale che ha visto per  ben due volte a distanza di pochi decenni scomparire lo Stato in virtù di un decreto è stata la Germania. Non soltanto infatti la DDR – ossia la vecchia Prussia e i suoi dintorni restaurata dai carri armati di Mosca e abbattuta nel 1989 –, già nel 1947 una ordinanza dei vincitori stabiliva: «Lo Stato prussiano è sciolto con tutto il suo governo e le sue strutture amministrative».

PURGATORI - I cristiani in tutte le sfumature protestanti e perfino una parte dei cattolici considerarono le aberrazioni del socialismo incarnato in Russia come dei peccati veniali rispetto a quelli che si commettevano nella dovizia occidentale. Dal momento che l’opulenza era annoverata tra i frutti satanici, quelle società miserrime e puritane, incatenate alla purezza del quanto basta, risultavano un esperimento «interessante». Non mancarono le critiche alle «offese alla dignità umana», linguaggio curiale per dire di campi di lavoro forzato e di corpi seviziati in stanze nascoste, ma la sostanza era accettabile, ammirevole l’ascesi sociale senza Dio. Di questo dettaglio non si diedero pena, non sembrava pensassero che a quei derelitti avevano tolto anche il premio celeste.

PATRIE - Una volta tanto la parola d’ordine da gridare nelle piazze conteneva un fondo di verosimiglianza soprattutto se coniugato al passato: «Il proletariato non ha nazione…». Non aveva infatti case resistenti al tempo, dimore amate, tombe di famiglia, un passato dolce da custodire e talvolta da rimpiangere, ricordi di nonni imperiosi, di campagne dorate e indolenti, di infanzie vanitose, di antichi sogni. I suoi eredi, tra qualche decennio, per difendere l’onore di villette senza storia scopriranno forse una forma di nazionalismo spurio nelle battaglie con gli africani sbarcati da poco.
(2. - continua)

venerdì 8 maggio 2015

1989

~ DIARI LONTANI
PER CERCARE IL BANDOLO
DEL SECOLO SCORSO ~
~  I PUNTATA ~ 

È il centenario della nostra Grande Guerra e 101 anni dall’avvio del primo conflitto sul teatro del mondo intero, anche se la violenza portata in Europa e fuori d’Europa da Napoleone già aveva un carattere globale. Un secolo di guerra intestina e contro tutti, ovvero quando la Modernità depose il tono mondano della belle époque ottocentesca e mostrò il volto di Medusa. Ora siamo distanti circa mezzo secolo dal furioso 1968 e un secolo appunto dalla prima Guerra mondiale, cosicché è assai facile capire come, in quell’anno fatidico della giovinezza dei vecchi attuali, la guerra delle trincee che pareva di altri millenni, faccende di nonni bellicisti, produceva più o meno l’effetto che la insurrezione dei nonni pacifisti asserragliati nelle università può produrre sui ragazzi di oggi. Ovvero le varie facce della Mobilitazione Totale. E poi c’è un altro numero magico, il 1989, doppiamente magico dal momento che rievoca l’anno della Rivoluzione francese e quello che dissolve la Rivoluzione russa e le sue conquiste militari in mezza Europa, il frutto più innovativo della guerra. Abituati dalla ossessiva attualità a uno sguardo da miopi, ci si dimentica di un tempo, non troppo remoto, in cui queste date hanno fatto tribolare il genere umano.

Càpita che per una specie di ‘pulizie di Pasqua’, estese anche al pc, si rinvengano diari lontani, taccuini di appunti, che nei pressi dell’Ottantanove e del lustro successivo provavano a riflettere in forma di frettolose annotazioni su quel secolo a cui siamo ancora così attaccati. Le trascriviamo senza correggere nulla col senno di poi, anche se il raro lettore forse si stupirà di toni e riferimenti eccentrici rispetto a quelli che si trovano abitualmente su questo «Almanacco».


REDENZIONE LIBERTY - Nei contorni sfumati di un passaggio d’epoca, all’alba del XX secolo e nel suo avvento segreto, si sviluppò una strana attesa di una prossima redenzione che si accompagnò ai tumulti socio-politico-militari. Tikkun è il termine cabalistico variamente tradotto con redenzione, appunto, restituzione, riparazione, riforma, ristabilimento dell’armonia perduta. Quest’ultimo intento farà da sottofondo al volontariato guerriero di molti giovani squisiti nel 1914 (si veda per esempio quanto scriveva Franz Marc intorno alla necessità del sacrificio per ricomporre l’Europa). Fino ad allora il termine ‘redenzione’ aveva designato in Occidente, fuori dal campo letterario, soltanto l’impresa divino-umana di Gesù Cristo. Finì nei libri dei marxisti per indicare l’indicibile dell’impresa esclusivamente umana. Un’altra variante, del resto, «Regno di Dio», passò via Hegel alle utopie politiche. La vibrazione spirituale che muoveva si materializzò nelle forme sfatte, monumentali e livide dell’Art Nouveau. L’immagine della Grande Madre –  sfuggita dalle bizzarre ricerche di Bachofen e coniugata con le rivolte di donne come con le paure di Weininger – diventa un altro mito lunare che consolerà i moribondi della Grande Guerra, gli artisti tedeschi, i più puri giovani mediterranei. Redenzione femminile dall’oppressione paterna, dalla schiavitù prussiana, dalla famiglia borghese. Le teorie freudiane ne faranno una faccenda ebraica di padri usciti dal ghetto e diventati troppo rigidi per avere introiettato la Kultur germanica, eccesso di zelo degli emancipati. In Die Schlafwandler (I sonnambuli) Broch delineò questi passaggi, in Der Tod des Vergil (Morte di Virgilio) diverranno il tema di un infinito poema sinfonico, che prende la forma di romanzo, svolto in chiave dolente. Kafka fu il profeta: la fine del mondo dei padri stava arrivando. L’universo prussiano della precisione era in panne. Da quei meccanismi inceppati verranno fuori immagini mostruose.

C’era chi al prussianesimo contrapponeva la dolcezza cattolica dell’Impero asburgico. Dopo il grande fratricidio europeo, nel 1918 già si rimpiangeva l’autorità femminile di Vienna. Un maestro dell’avanguardia come Schönberg – finito esiliato in California – confidava a un Brecht incontrato al supermercato la sua speranza di una restaurazione dell’Impero. L’altro profugo, con i suoi slogan lirici, non lo capiva. Ma ancora nei Cinquanta Broch avrebbe voluto ricostituire lo Stato asburgico sulle macerie dell’Europa sconfitta.

La cultura occidentale – dopo le singole e potenti fiammate cattoliche dei primi decenni del XX (Péguy e Chesterton per dire dei più popolari) – abbandonerà le chiese cristiane e si accosterà sempre più, in modo esplicito, alla gnosi. D’altronde, con l’irruenza del soggettivismo che conquista l’epoca moderna si finisce tutti gnostici, si fa della gnosi senza saperlo.

Con la complicità delle filosofie e delle religioni orientali, importate come antidoto all’industrialismo,  una utopia ricorrente fu quella della «Terra che torna amica». I maestri esoterici si guardavano bene dai corrivi esotismi: «il pericolo che minaccia il mondo è l’induismo… C’è oggi una specie di acqua di rigovernatura religiosa, mista di ingredienti cristiani e indiani», sosteneva per esempio Stefan George in un colloquio.

Un opuscolo come Die verfluchte Kultur (La civiltà maledetta) – invettiva di Theodor Lessing che si accanisce contro la civiltà europea, colpevole di distruggere la natura, l’ambiente umano, per avidità di progresso, per fede cieca nel tempo lineare dello sviluppo – è un esempio della nuova religione apocalittica nell’Occidente anni Venti, carte di un duello con la tecnica nella «Germania degli ingegneri», dando il la a tanta filosofia teutonica anche assai distante dagli auspici dello scrittore ebreo. Scriveva Lessing: «Da quattrocento anni il cosiddetto uomo caucasico è in procinto di assoggettare la terra […]. Da molto tempo è stata spazzata via e fatta scomparire l’intera fauna europea. […] Oltre a questo contro gli animali quale altro inaudito delitto contro il prato e il bosco […]. La Società per azioni di Copenhagen per l’esercizio economico della pesca alla balena macellò nell’ultimo anno 300.000 balene […]. Si uccidono ogni anno milioni di foche…». Nulla di nuovo sotto il sole di questo secolo. Alcune di tali litanie diventeranno più tardi discorsi ‘politici’.

Ultimi giorni dell’umanità: è stata questa la sensazione ricorrente per buona parte del secolo. Una esperienza terribile quanto esclusiva, almeno dopo il millenarismo medioevale, dove hanno sguazzato le culture estreme e le sottoculture più popolari. E intanto, linea tremolante all’orizzonte, la riconciliazione annunciata, la «Terra che torna amica», che si apre mollemente: nasce da qui quella voluttà funerea di sepoltura accogliente che si accompagna ai desideri liberty di liberazione.

Regno delle Madri spostato da Vienna a Mosca, dalla Dublino joyciana alla Oxford esoterica degli happy few. A Gerusalemme invece il sionismo strappa i legami materni che resero pavidi i figli del ghetto nella diaspora.

SOGNI RICONGIUNTI - «Per ‘rinnovamento’ non intendo in alcun modo un cambiamento graduale, la somma totale di piccole modificazioni: intendo qualcosa di improvviso e di enorme, qualcosa che non sarebbe in alcun modo assimilabile a una progressione, ma piuttosto a una trasformazione, a una metamorfosi» (Martin Buber). «Senza la tentazione di ‘fare violenza al regno dei cieli’ il futuro non è affatto un futuro ma solo un passato trascinato per una lunghezza infinita e proiettato in avanti.  Infatti senza questa anticipazione l’istante non è eterno, bensì qualcosa che si trascina perennemente oltre sulla lunga strada maestra del tempo» (Franz Rosenzweig). E, con minimalismo, Lukács nella Teoria del romanzo cerca di redimere almeno la letteratura: «L’ironia dello scrittore è la mistica negativa delle epoche senza Dio». C’è una idea apprezzabile di ‘novità’, passiva e poco enfatica,  che si ritrova in Kokoschka: «La maggior parte di coloro che venivano per farsi un ritratto erano ebrei. Si sentivano meno sicuri che il resto dell’establishment viennese e quindi erano più disponibili alla novità e più sensibili alle tensioni e alle pressioni che accompagnavano il decadimento del vecchio ordine…». Insicurezza, paura. Il trapasso era segnato dalla catastrofe. Un cambiamento ancor più del solito sotto l’egida della morte. Impensabile all’epoca dei Lumi e anche nel gaudente Ottocento. La redenzione liberty che sostituirà la fede religiosa richiede non un semplice atto di assenso, esige il sacrificio della vita, l’etica del sacrificio. La Rivoluzione mitica getta milioni di cadaveri in pasto alla Storia. Una rivoluzione che ha i colori del socialismo, anche nelle sue vesti nazionaliste, di «destra» estrema. «Destra» e «sinistra» rivaleggiavano in fatto di anticapitalismo, di rappresentanza dei salariati. I teorici di ambo le parti erano fieri di ripetere che nel loro schieramento si trovava il migliore socialismo. Oggi simili miti sono usciti di scena. Mancano parole e pensieri per definire l’onnipotenza del mercato mentre le ricette socialiste, dopo la disintegrazione del modello bolscevico, appaiono fuori corso.  

Quanta impazienza rivoluzionaria nella destra europea, quanta accondiscendenza letteraria d’ogni parte verso questa impazienza simbolo di giovinezza, contrapposta al calcolo degli odiati politici, quanto estatica ammirazione, sull’altro fronte, per la forza pagana dei bolscevichi capace anche di strappare il vecchio mondo dalle sue radici religiose. I rivoluzionari d’ogni colore puntavano al rischio supremo. Una guerra da combattere in città, distruggendone il cuore antico, le sue abitudini rilassate, una bella guerra dell’arte, del gusto, una crociata contro le vecchie delizie della vita, le dimore tranquille, le prose lente, i gesti solenni.

I conservatori erano i nemici, non come figura sociale ma come atteggiamento dello spirito. Irritava quel loro vivere nel presente, senza proiezioni nel futuro. Bottegai grandi e piccoli, come si diceva con fastidio per il commercio, per lo scambio (Hermes, colui che separa per ricongiungere diversamente, rottura della comunità, conflitto, spada mercuriale, spirito penetrante; questa sequenza nutrì pure l’avversione per gli ebrei – l’alato ai piedi sembrava la più semitica delle divinità olimpiche), salvo poi arruolare sotto le proprie bandiere i più incarogniti commercianti. Secondo lo schema, i conservatori potevano sopravvivere soltanto nella prosaica e perfida Inghilterra (ignorando il duro spirito aristocratico che animava e lustrava l’imperialismo dei suoi mercanti, quello che conquistò il globo terrestre).  Così la guerra culturale per il trionfo della tradizione, in nome della fedeltà alle radici e al sangue, passava per una rivoluzione come mai se ne videro. Céline non profetizzava altro che stragi stragi stragi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il sentimento liberty parve resistere soltanto tra i letterati: si appoggiò al pauperismo delle ultime plebi e in Italia si contrappose per lo più alla religione ufficiale che allora si rinvigoriva nelle élites uscite sbandate dalla sconfitta. Trascinò con sé le utopie delle origini, il naturalismo, le affezioni ‘verdi’, la rivolta delle donne, il gusto femminile, il cristianesimo eretico, il pathos dell’omoios in tutte le sue declinazioni, a cominciare dall’omofilia. L’estetismo fu sempre il suo sigillo. Ci volle un sentimento struggente per resistere alle suggestioni del presente, alle comodità dell’epoca con cui si tentava di dimenticare il sangue versato, che offriva una quantità sconvolgente di merci, che coniava il termine ‘benessere’ per quasi tutti in Europa. Novelli monaci di fronte alle sataniche tentazioni del più rapido arricchimento della storia, alla sospetta epifania della opulenza. La redenzione liberty, benché logora, restava sullo sfondo con il suo secolare tono ascetico. Addestrava ancora a fissare il lato negativo del mondo.

La Rivoluzione si fece bella con il gesto mitico, «il cambiamento in sé diventando quel che conta» (Valéry). Per chi è immerso nell’inferno qualsiasi segnale di metamorfosi sarà rincuorante, ma una simile politica di disperazione conduce i suoi militanti a misurarsi ripetutamente con la roulette russa. E a ogni tentativo ci si aspetta un proiettile in testa.

La sensazione che i giorni apocalittici siano imminenti si trascina per un secolo. Come capitò ai primi cristiani che attesero di giorno in giorno Gesù vindice, mentre si consumavano generazioni e generazioni. La luce opaca trapassava nel buio. Né il vociare dei veggenti rischiarava il futuro prossimo. Anni dopo anni si ridusse a «doxa sinistrorsa», come la definì Foucault, maestro della piccola scolastica parigina.

Stili di vita e di lotta: la trasgressione come gradino nella scala dell’ascesi. Pierre Klossowski scruta con i suoi occhi luciferini la metafisica della sessualità: «non si può essere trasgressivi nell’atto carnale se questo non è vissuto come atto spirituale». Per secoli la Chiesa di Roma si opponeva a un tale uso disinvolto dei doni dello Spirito Santo finché, negli ultimi tempi, per semplificazione dei teologi contemporanei, il Paraclito è scambiato con lo Zeitgeist.

La Rivoluzione si rivela ormai come una fiammata, una giornata frenetica sempre sconfitta il giorno dopo dalle abitudini prosaiche. In una pagina Heine seppe tirare fuori tutta la mestizia di questa conclusione: le armate napoleoniche avevano interrotto per un giorno l’eterna calma della Germania di allora, ma all’indomani «si tornava a scuola». Contro la Rivoluzione francese e le sue tante appendici si muoveva invece un rivolgimento sotterraneo e disteso nel tempo lungo, formato di momenti impercettibili, senza squilli di tromba né tribunali né vendette né giorni di gloria. Non confondeva, quel procedere dei conservatori, l’Apocalisse con la politica, la fine del mondo con la propria depressione psichica. Si perdeva il passaggio cruciale, rischiando di affogare nella monotonia apparente. Ci si affidava però allo sguardo che sapeva cogliere crepe sottilissime quanto vertiginose. L’autentico novum non era il negativo del presente. Al termine delle innumerevoli digressioni dell’odissea politica anche Itaca appare definitivamente cambiata. Nella letteratura fiabesca la formula «e vissero felici e contenti» doveva tentare di esorcizzare il lavorio del tempo che qualsiasi racconto avrebbe reso evidente.

L’artificio a cui ricorre la Rivoluzione – secondo la riflessione di Burke –, alla lunga non regge più: la natura, questa potenza reazionaria, si affaccia in aria di sfida.

La tabula rasa apocalittica appare nel caso politico un trucco retorico. Tocqueville riteneva che al successo rivoluzionario avessero contribuito «dieci generazioni», ma allora gloria al lavoro secolare e spesso anonimo delle dieci generazioni piuttosto che alla concitata giornata del 14 luglio.

Il suo carattere di unicità che la consacra giorno festivo, giubilare, tempo carismatico, impedisce per ciò stesso di parlare di «rivoluzione permanente», impossibile incatenare un evento speciale al tempo ordinario. Ma, per un secolo, permanente fu l’attesa.

Il malcontento cosmico oggi sembra rientrato (o degenerato in piccole voglie). Resta Armageddon, la minaccia nucleare (che corrisponde come potenza al raduno di tutti gli eserciti profetizzato da Giovanni) ma non è più immagine né letteratura e, silenziosa, clandestina, non riesce più a incutere terrore, fa parte degli album nostalgici dei Cinquanta, con i manifestanti anglosassoni in fila educata, buffi con i loro cartelloni contro la Bomba H.

UNA SPECIE DI NEMESI - Gli eroi dell’ultima guerra schierati con la parte vincitrice sono stati visitati in vecchiaia dalle Gorgoni della Storia che, con le sue riscritture, vuole riordinare le passioni degli umani. Nessuno, neanche il tempo, toglie il merito a coloro che oltre a battersi con valore salvarono donne, bambini e vecchi dagli oltraggi, ma pare che l’epos risuoni meno trionfale. A furia di raccogliere testimonianze, l’indicibile viene detto, e perciò banalizzato. Negli scaffali finiscono anche i libri dell’altra parte  e addirittura in Israele si pubblica Mein Kampf, reso innocuo dalla diversità del mondo attuale. Accadde lo stesso, negli anni Sessanta, ai vecchi che da giovani erano stati in trincea. Talvolta venivano irrisi per avere partecipato alla Grande Guerra, criticati come patriottardi, talvolta magari sbeffeggiati semplicemente perché inattuali, ma più in generale era il nemico austriaco che aveva perduto ogni credibilità in fatto di ferocia. Nel migliore dei casi, c’era imbarazzo per l’ossessivo insistere dei vecchi su una questione che, per quanto tragica, appariva superata per sempre. I nipotini, invaghiti di Klimt, non davano peso al più grande duello con la morte della storia moderna, duello affrontato dai loro nonni screditati.

SCHIAVI - «Nel capitalismo? Tutto è schiavitù», confidò Kafka in un colloquio. Ma nelle pagine-chiave del Capitale Marx: «… i vecchi organismi sociali [quelli pre-capitalistici] sono, sotto il rapporto di produzione, infinitamente più semplici e più intellegibili che la società borghese, ma essi hanno per base l’immaturità dell’uomo individuale, di cui la storia non ha, per così dire,  ancora tagliato il cordone ombelicale che lo unisce alla comunità naturale di una tribù primitiva, o a condizioni di dispotismo e di schiavitù». In ogni caso, osservazioni di altre epoche, come quelle che mettevano in luce la brutalità demoniaca dell’America nella storia di Rossmann. Ormai il capitalismo sembra diventato una potenza naturale. E in molti, soprattutto tra i marxisti di un tempo, sembrano rimpiangere i rapporti di produzione «più semplici e più intellegibili».

BILANCI - Dice l’uomo della strada o la donna del bus: «Questo secolo ha avuto tante cose brutte ma anche tante belle scoperte…», mai collegando le une alle altre, mai subordinando le prime alle seconde in un rapporto di causa ed effetto.

NOVECENTO - Anche il migliore illuminismo del secolo fu agitato da maghi neri, febbricitanti, stregati dal mistero, beffardi: Kraus, Valéry, Jung…

ARTE FUNESTA – Ancora Klossowski, in Un si funeste désir, libro volto ad arruolare Sade tra gli arcangeli velati, parla dell’abbandono da parte dell’Occidente del «regno del Logos» e della conseguente «rottura dell’equilibrio a spese della vita e della fecondità, a favore delle potenze della morte rappresentate dall’arte e da una dissociazione tra sentimento e linguaggio». Le «potenze della morte» celebrate nel culto estetico segnano in modo speciale questo secolo. Da Mallarmé in poi l’arte diventa liturgia funebre per essiccare la vita in un rito primitivo, cannibalico.

LA PAURA  - «Le nostre opinioni su quanto ci circonda, ma anche su noi stessi, cambiano tutti i giorni. Viviamo in un periodo di transizione. Forse, se noi non affrontiamo meglio di quanto abbiamo fatto fino a ora i nostri compiti più profondi, questo periodo durerà fino alla fine del mondo. Eppure, quando si sta nello stanzino buio, non bisogna, come i bambini, mettersi a cantare per la paura. Fingere di sapere come dobbiamo comportarsi quaggiù è appunto cantare per la paura: puoi sgolarti da far cadere il soffitto, ma è paura e nient’altro! D’altronde io sono persuaso che stiamo correndo al galoppo» (Robert Musil). Affinità con quanto andava dicendo con il suo tono professorale il fondatore della psicoanalisi: «Sappiamo bene quanta poca luce la scienza abbia potuto proiettare sin qui sull’enigma di questo mondo, ma tutto il chiasso dei filosofi non può farci nulla […]. Quando il viandante canta nell’oscurità smentisce la sua paura ma non vede perciò più chiaro». Jung, in una lettera del 1945 al pastore Buri: «la ringrazio di cuore per avermi inviato il Suo scritto sul superamento della paura mediante la religione. […] La creatura che perde il sentimento della paura è destinata alla morte. I primitivi che sono ‘curati’ dai missionari per la loro paura dei demoni, naturale e giustificata, degenerano. In Africa ne ho visti parecchi, checché ne dicano i missionari. Chi ha paura ha sempre i suoi motivi. Ci sono non pochi pazienti in cui bisogna infondere la paura che, per un intorpidimento dell’istinto, li ha abbandonati. Una persona che non ha più paura si trova sull’orlo del precipizio. Si possono curare le persone senza causare dei danni solo quando si trovano in uno stato patologico di paura eccessiva. In secondo luogo, per quanto riguarda le religioni, in parte esse liberano dalla paura, in parte la generano, come fa persino il cristianesimo, ed è giusto che sia così, perché alcuni uomini in questo mondo hanno troppo, e altri invece troppo poco. Liberarsi semplicemente dalla paura è una vera e propria assurdità. […] Come terapeuta non tento mai di liberare i pazienti dalla paura. Al contrario, li conduco sino al motivo profondo che spiega come essa sia giustificata. […] Il far derivare la paura dalla rimozione è una costruzione nevrotica, apotropaica, inventata a beneficio di tutti i vili: è una mitologia pseudoscientifica, in quanto considera inadeguato un istinto biologico fondamentale…».

Canetti aveva visto giusto quando parlava di Céline come di un impaurito: quei racconti tremebondi, il balbettio che produce puntini e puntini di sospensione, la processione degli agonizzanti che si snoda nei passages della Parigi ormai solo capoluogo del secolo, secolo della paura che non ha più un nome, dei pavidi privi di protezione, delle audacie di massa effimere che poi suscitano tanti rimorsi…

LA SALUTE DI GOETHE - Come Montaigne, per Sergio Solmi, incarna la nostra nostalgia della salute (forse solo dalle paludi del decadentismo, nel febbrile stato di disordine, si può invocare la salute), così Goethe, estremo classico nel moderno, attento curatore del proprio ruolo di magister vitae, si presta in maniera altrettanto superba all’ufficio asclepieo. Paraclito, consola i moderni, fa il demonologo delle nostre angosce, a cominciare da quelle della vecchiaia, che lenisce con galanteria settecentesca: «’Lustrum’ è una parola straniera! / Ma se diciamo: abbiamo portato / otto o nove ‘lustri’/ e goduto e vissuto / e qualche volta amato / chi ansioso cerca l’uguale / sarà oggi dei nostri». Goethe eccelle tra i poeti, che in genere distendono il velo nero del rimpianto, ed elogia invece la longevità, amerebbe raggiungere il secolo, trova che «a ottant’anni possiede vantaggi che non vorrebbe cambiare con quelli dell’età meno avanzata» (ricorda in un saggio Curtius), si spinge ad abbracciare i millenni, ragiona per secoli piuttosto che  per decenni. Alla sua scuola Ernst Jünger sembra averlo superato ed eccede – come tutti gli epiloghi anche se di rango –, spingendosi fino alle ère geologiche, negli scenari dove la sua figura si impicciolisce al punto che perde ogni dolore umano e ogni morale (affine come funzione terapeutica a quella del dottor Benn), ma poi nei bilanci del novantesimo compleanno (nell’anno 1985) sembra ossessionato dalla durata della sua fama:  si conforta con la gloria postuma  che gli deriva dall’avere dato il proprio nome a un insetto che resisterà dunque «tanto quanto il sistema di Linneo», più a lungo della celebrità letteraria; si preoccupa della possibile fine di Omero: pochi millenni: niente. E se Omero scompare dalla memoria umana, figuriamoci Jünger. Una disperata fiducia nella sopravvivenza affidata a un’opera, a un nome. Materialismo magico per consolare dello sbiadirsi della gloria. Altri elementi terapeutici: le soffitte «dove il tempo passa più inavvertito», gli orologi a sabbia… Ma farmaci furono anche il distacco dal pathos storico ostentato nei Diari dell’occupazione di Parigi. Gli esercizi di stile che permettono di non soccombere alla febbre devastante: l’eleganza è tonificante e abbassa la temperatura. La salute di Jünger: chi scrive in modo davvero algido raggiunge i cento anni e li oltrepassa. A Venezia qualcuno vuole rovinargli la festa forse infastidito dalla sua condanna di tutti i massacri. Ancora nel 1979 un buon germanista fiorentino, pur diretto allievo di Heidegger, si indignava per l’accostamento jüngeriano della macelleria tedesca con quella del «dispotismo asiatico» che il professore chiosava con preoccupazione: «si tratta – diceva con linguaggio di quei tempi – del campo socialista». Nella bizzarra festa in Laguna un vecchio senza tempo sbucato dal tunnel degli orrori del secolo potrebbe essere attaccato dagli appassionati del «dispotismo asiatico», tanto pateticamente innocenti da non possedere neanche un briciolo di quella crudeltà che pure li esalta.  Un altro professore, un saggio antichista di Bari, pretende da Jünger una pubblica ammissione delle stragi germaniche a danni del popolo ebraico. Ma nei Diari si trovano numerose testimonianze di prima mano sull’argomento, e tutte fornite spontaneamente, senza alcun ricatto od obbligo di legge, perché l’autore si voleva fedele alle regole militari cavalleresche che quelle stragi violavano. I suoi libri così sono la migliore smentita a chi mette in dubbio i tentativi di sterminio. Vi si racconta che in alcuni villaggi polacchi, perfino dei tedeschi, finiti nei ghetti ad acquistare a buon prezzo le case degli ebrei ma sbagliando forse i tempi, furono scambiati per discendenti di Mosè e avviati ai campi delle carneficine. Alle loro veementi e poi tragiche proteste i militari avevano risposto: «Da queste parti tutti negano di essere ebrei». Quanto a un non lontano incontro pubblico tenutosi a Roma e a cui allude il professore, chi ebbe la ventura di esserne testimone ricorda bene le parole del letterato tedesco: a Parigi venne a sapere della eliminazione degli ebrei in corso «nelle zone orientali»; tra gli altri, disse con aria grave, suo figlio – l’amato figlio perso sulle scogliere di marmo italiane, in una impresa punitiva con cui pagò una eroica denuncia –  gli aveva scritto in proposito da quei luoghi infernali…

LA PAURA/2 - «Con le altre paure terrestri getteremo lungi da noi anche la paura del tempo: il presente diventa per noi sempre più misterioso e chiaro invece il presagio di una presenza superiore»: Hofmannsthal riassume e intreccia le questioni della paura, del tempo mitico e della redenzione.

L’AVVENIRE SCANDINAVO - Se da ragazzo si obiettava che nel Nord d’Europa c’erano dei sistemi politici che evitavano il sangue e le cattive maniere, trattando in fin dei conti abbastanza bene i cittadini, in famiglia ribattevano con il luogo comune conservatore: quanti suicidi lassù! Un sistema che produce tanti morti di noia, di vuoto, di routine, di piattezza borghese (che scandalizzava Kierkegaard), di socialismo pantofolaio, di materialismo soffocante che fa arricchire gli psicoanalisti… I morti di eroina, anche nelle stamberghe di Palermo, erano di là da venire. Si replicava in quei lontanissimi tempi: alla luce della ragione sobria (non dei Lumi, generica clarté) si trovava non tanto un paradiso scandinavo quanto un giardino d’inverno, un modello da prendere in considerazione, un posto da preferire agli italici purgatori se non inferni. Poi le critiche conservatrici alla sicurezza sociale ben si adattarono ai gusti adolescenziali per il precariato e prepararono il terreno alla feroce irrisione comunista della socialdemocrazia. Domani, di moderatismo in moderatismo, si potrebbe arrivare a costruire un adattamento mediterraneo di quella gabbia di sicurezza sociale. Addio ai sogni, coltivati in provincia, di sconvolgere il mondo con il ‘caso italiano’? Al macero la irriducibilità machiavellica, il realismo cattolico, la teatralità meridionale, l’ideologia della dolce vita?

PASCAL PATRONO DEL MODERNISMO - I nani scalzano i giganti: «la nostra vista ha maggiore estensione [di quella degli antichi che] non conobbero  quanto noi che vediamo più di loro», sosteneva Pascal. Il cristianesimo prende definitivamente coscienza della sua importanza storica, il Nuovo Testamento si contrappone all’Antico, gli evangelisti smentiscono Bernardo di Chartres, scendono dalle spalle dei profeti e camminano sulle proprie gambe. È solo un problema di occhi, dunque, non di punto di vista da cui si guarda. Il novum è davvero il cristianesimo? L’Eternità si incarna così nel Moderno, nelle mode, nella effimera spazzatura dei grandi eventi. Talvolta lo stile arcaicizzante è soltanto una forma di pudore.

DRAPPELLI SULLA SPIAGGIA - La concezione militare dell’«avanguardia», rilanciata al cabaret svizzero dei dadaisti, fatta propria dalla strategia bolscevica in parallelo con la guerra estetica degli artisti del Novecento, si perpetua nelle comitive elette che frequentano le migliori stazioni balneari del Mediterraneo. La coscienza di anticipare i tempi, di avere ragione contro le smentite del presente, porta questi militanti sui generis a prediligere un motto: «Il tempo sarà dalla nostra parte» (versione laica di quella divisa che si fregia di Dio al posto del tempo). Certezza di incorporare, benché occultato, un qualcosa di sacro, forse l’anima segreta della storia che un giorno o l’altro verrà fuori e stupirà gli ignavi. La religione del futuro (niente a che vedere con il Futurismo) che diventa l’oppio del presente. L’illusione che le chiacchiere sulla spiaggia spostino le pesanti faccende del mondo.   

BIG BANG - Le origini povere, sembra, del pomposo ateismo moderno: stadio supremo dell’Illuminismo o scarto delle procedure tecnologiche? Comunque un simile affrancamento dalle potenze celesti avviene senza un libro basilare, Marx e Darwin trattano la faccenda in modo marginale. Neppure una data quindi che segni la presunta emancipazione del genere umano, il trionfo dell’opera di Prometeo. Date, libri e pensatori espliciti ce ne sono a schiera per l’avvento del teismo mentre per il più impegnativo ateismo ci si deve accontentare di personaggi minori, di allusioni, di frammenti da ricostruire come nelle rivelazioni religiose. L’ateismo occidentale (lasciamo da parte quello orientale, imposto con la forza dallo Stato e precipitato poi con esso) sembra allora essersi affermato come un movimento di opinione, una fede generica che in pochi saprebbero argomentare dignitosamente, una pigrizia mentale, forse conseguenza della faciloneria morale in voga. Un tedesco ha scritto che la strada che porta a Dio nei nostri tempi si è persa «in una smisurata lontananza». Una specie di sentiero del bosco, tracce difficili, impenetrabili alla storia. E già questa rappresentazione mette in crisi il cattolicesimo che si vuole dentro la storia degli uomini.   
(1. - continua)

domenica 19 aprile 2015

L'avvenire d'oltretomba

~ IL MONDIALISMO E LE MACCHINE
AL POSTO DEI «MERCENARI DELLA GLEBA»
NEI MÉMOIRES DI CHATEAUBRIAND ~

Era il 1841 quando, nel XLIII Livre dei Mémoires d’Outre-tombe, Chateaubriand muoveva ai progressisti alcune obiezioni che paiono abbozzare i caratteri del mondo attuale o quantomeno le sue tendenze più perniciose. Appena delle domande appuntate, delle frecce di realismo che colpiscono le utopie uscite dalla Rivoluzione e alla base della futura ideologia di sinistra. Un titoletto dei capitoli da cui si cita è «L’avvenire - Difficoltà di comprenderlo». Lui lo aveva afferrato bene, lui «l’incantatore», come lo chiamavano in famiglia, non si era lasciato incantare dalle promesse della sua epoca. Gli tornava insistentemente nella mente la vecchia madre in prigione, il fratello e la cognata che finiscono sul patibolo, ghigliottinati, la morte crudele dei familiari dunque, le teste che rotolano per la gloria del progresso impediscono di credere alle «magnifiche sorti» che ancora abbindolano i nostri contemporanei. Una curiosità: il Visconte citava l’esempio di Omero per esaltare la individualità letteraria quando i suoi confratelli romantici ricorrevano ai poemi omerici come a una testimonianza eccelsa della creatività collettiva.

Quando la macchina a vapore sarà perfezionata, quando unita al telegrafo e alla ferrovia, avrà fatto sparire le distanze, non saranno solo le merci a viaggiare ma anche le idee. […] Supponete che le braccia siano condannate al riposo per la molteplicità e varietà delle macchine; ammettete che un mercenario unico – la materia – rimpiazzi i mercenari della gleba e della domesticità, che ne farete allora del genere umano disoccupato? […] L’uomo è meno schiavo dei suoi sudori che dei suoi pensieri. […] La percezione del bene e del male si oscura man mano che si rischiara l’intelligenza. […] Il mondo attuale, il mondo senza autorità consacrata sembra posto tra due impossibilità: l’impossibilità del passato e l’impossibilità dell’avvenire. […] Nel mondo materiale gli uomini si associano per il lavoro, una moltitudine arriva prima, e attraverso strade diverse, alle cose che cerca; delle masse di individui innalzeranno le piramidi […]. Ma nel mondo morale accade forse la stessa cosa? Si coalizzino pure mille cervelli, non comporranno mai il capolavoro che esce dalla testa di Omero [...]. La follia del momento è di arrivare alla unità dei popoli e di trasformare l’intera specie umana in un solo uomo, e va bene; ma una volta acquisite le facoltà generali non verranno forse a mancare i sentimenti privati? Addio alle dolcezze domestiche. Addio agli incanti della famiglia […] L’uomo non ha bisogno di viaggiare per crescere, già porta dentro di sé l’immensità. […] chi non possiede dentro di sé questa melodia, la cercherà invano nell’universo. Sedetevi sul tronco d’albero abbattuto in fondo al bosco: se nel profondo oblio di voi stessi, se nell’immobilità, nel silenzio, non troverete l’infinito, sarà inutile smarrirvi sulle rive del Gange.

Che cosa sarà una società universale senza singoli paesi, né francese, né tedesca, né inglese,  né tedesca, né spagnola, né portoghese, né italiana, né russa, né tartara, né turca, né persiana, né indiana, né cinese, né americana o, meglio, che sarà di volta in volta tutte queste società? Che ne risulterà per le sue intelligenze, i suoi costumi, le sue scienze, la sua arte, la sua poesia? Come entrerà nel linguaggio questa confusione di bisogni e di immagini prodotti sotto diversi cieli [,,,], sotto quale legge  unica se ne starà una simile società? Come troverete posto su una terra ingrandita dalla potenza dell’ubiquità e ridisegnata nelle piccoli proporzioni di un globo sondato dappertutto?

Stanchi della proprietà privata, volete fare dello Stato un proprietario unico che distribuisce alla comunità, divenuta mendicante, una parte misurata sul merito di ogni individuo? Chi giudicherà dei meriti? Chi avrà la forza, l’autorità, di fare eseguire gli arresti? Chi farà valorizzare questa banca di immobili viventi? Tenterete l’associazione del lavoro? Che cosa apporterà il debole, il malato, il pigro, lo sciocco nella comunità gravata dalla loro inettitudine? […] Al fondo di questi diversi sistemi rimane un rimedio eroico, esplicito o sottinteso […]. L’uguaglianza [assoluta] condurrebbe non soltanto alla servitù dei corpi ma anche alla schiavitù delle anime: si tratta niente di meno di distruggere l’ineguaglianza morale e fisica degli individui […]. Chi non ha proprietà non è indipendente […]. La proprietà in comune fa somigliare la società a un monastero alle porte del quale degli economi distribuiscono il pane […]. L’eguaglianza completa, che presuppone la sottomissione completa, riproduce la più dura servitù.
(capp. 2-6, passim)

sabato 11 aprile 2015

Colore viola

~ SE UNA VOLTA ALL’ANNO VELASSIMO 
LE IMMAGINI E BENEDICESSIMO I SENSI ~   

Se il cristianesimo è tra gli ‘inventori’ del tempo lineare, nel segno dell’attesa lancinante del ritorno di Cristo, c’è tuttavia in questa religione un tempo ciclico, ed è quello dove le feste ritornano, e con esse la divinità si manifesta nelle sue distinte forme, e con esse i fedeli la celebrano nelle sue distinte forme, tali feste coincidendo con le stagioni dell’anno e con le ore del sole; talvolta, come per stabilire dove cada la Pasqua, anche con le facce, le fasi, della luna. L’anno liturgico è frutto di questa concezione. Quando, come di recente accade, la liturgia viene umiliata, sottoposta cioè all’attualità più caduca, perde quel confortevole simbolismo dove anche la natura e le sue metamorfosi partecipano al sacro calendario. Però il risveglio di primavera, il rifiorire della natura nei giorni della Pasqua, è appena un ornamento armonico, una bella illustrazione del mistero, un privilegio del vecchio continente dove il cristianesimo elaborò il suo messaggio, ché l’evento pasquale si rinnova pienamente anche tra i ghiacci perenni, anche agli antipodi del nostro emisfero. 

Nella Settimana santa appena conclusa, in quella che si sta svolgendo nel culto ortodosso, nel cuore cioè dell’anno liturgico cristiano, si addensano i simboli e viene a congiungersi l’Antico e il Nuovo Testamento, l’annuncio messianico, la morte del Dio fatto uomo, la vittoria sulla morte del Dio fatto uomo. Si muore un po’ tutti nel triduo pasquale, si sperimenta un corpo a corpo con la morte, insieme a Cristo si vince il duello. Ecco un tempo ciclico che non somiglia all’eternità malvagia immaginata dai pagani. La luce pasquale è quella lietissima che, come nei migliori sogni degli umani, si accende nelle paradisiache scene di Dante e del pittore domenicano, dell’Angelico, con i giardini di quaggiù che si perfezionano nel cielo, là dove si viene accolti da una folla di angeli e beati, musica circolare, contrappunti vertiginosi, sante e santi  bellissimi, toni soavi e discorsi mirabili, acuti ma senza alcunché di oscuro, e incontri, continui incontri di antenati, fino a gradi sconosciuti, in tutti ritrovando però un segno, una somiglianza commovente, se la parola non fosse lassù inopportuna, comportando lacrime sia pure figurate… La festa di Pasqua apre a tali mondi. Vane le critiche di parte bizantina alla liturgia cattolica per un presunto ‘eccesso di dolorismo’. C’è il dolore e c’è la gloria, il modo minore e il modo maggiore.

La mania attuale di smussare ogni asperità della religione, la rilettura del Vangelo «alla luce del mondo», in luogo del confronto tra la luce evangelica e le tenebre del mondo, distrugge anche quegli elementi che proprio i mondani cercano invano: il riflesso metafisico nell’universo corporale. Digiuni e atti penitenziali, esercizi ascetici, frugalità che si alterna alla pienezza, astinenze dalle carni per potere consumare in altri giorni gli agnelli senza sentimento di colpevolezza, colore viola e colore bianco. Tempi di mortificazione e tempi di resurrezione. Anche i bambini nei loro giochi si impongono la penitenza per compensare l’errore, il peccato che ha violato l’ordine ludico. Nulla osterebbe, neppure le disposizioni postconciliari in proposito, che la vecchia usanza di velare le immagini venisse ripresa anche nelle chiese dove si ha in uggia il latino. Sarebbe come minimo un’opera di bonifica. Pierre Klossowski prima di tutti, aveva scritto che l’iconoclastia contemporanea non distrugge le immagini, le moltiplica all’infinito. Avrebbe aggiunto Baudrillard: ne distrugge perciò il senso. Una pausa nell’anno, nella nostra fantasia, nella nostra percezione, sarebbe allora un rito collettivo in grado di aiutare a cogliere il senso della pittura e della scultura occidentali, a marcarne i confini. Forse tornerebbe utile anche agli illustrissimi porporati che preannunciano padiglioni vaticani per le fiere dell’arte aniconica, quasi si fosse obbligati ai precetti veterotestamentari e coranici, dimentichi di quanto hanno predicato loro stessi sulla centralità del corpo nel cattolicesimo.   

Tutto l’anno ormai l’immagine viene ferita e offesa dalle pratiche estetiche contemporanee, il rito cattolico propone invece una cancellazione provvisoria, penitenziale, limitata ai giorni del massimo lutto, affinché se ne goda con maggiore consapevolezza nella gioia pasquale. E così per la musica: le armonie e le polifonie e la sonorità, perfino quelle delle campane e dei campanelli, si sospendono il giovedì santo per riapparire nella notte del sabato, rompendo finalmente quel lungo e terribile silenzio. Nel nichilismo della musica colta di oggi il silenzio si impone sempre, eterno lutto dei sensi, il cattolicesimo lo trasforma in un esercizio spirituale, in un'opera di misericordia, in una meditazione sul vuoto che ci attornia e su come l’arte ci possa ancora consolare.
 

sabato 4 aprile 2015

Il guerriero

 ~ LETTERA DA ROMA NEI GIORNI
DELL’AGONIA DI KAROL MAGNUS ~
 
‘Lettere dimenticate nel computer’ è una specie di rubrica che in qualche occasione l’«Almanacco» ripropone tirando fuori e pubblicando emails rimaste nella memoria del nostro elettrodomestico. Dieci anni fa, il 2 aprile, moriva Giovanni Paolo II e questo scritto, in prima persona e con i caratteri della conversazione, anche della confidenza, racconta a un interlocutore lontano l’atmosfera di quelle ore in cui tramontava uno dei  più lunghi pontificati della storia bimillenaria della Chiesa.
… L’altra sera, proprio mentre cominciava l’agonia del romano pontefice, a cena quel poveretto ripeteva le banalità sul papa ‘conservatore’ (ma Emanuele Severino: il papa non può non conservare, ordinare, Giovanni Paolo si è spinto al massimo nell’apertura…), sul ‘ritorno a Trento’, come fosse possibile tornare anche solo a Pio IX. Inutile ripetergli che il cattolicesimo della mia infanzia era già irrepetibile, Pio XII non avrebbe capito che le folle dei papaboys, con lo spirito e le forme protestanti e un certo candore, diciamo così, nordico, appartengono ormai alla Chiesa di Roma. Di fronte alla star mondiale polacca, Eugenio Pacelli, pur proteso verso il mondo dolentissimo, in posa tra le macerie di San Lorenzo, con la veste bianca macchiata di sangue, a farsi icona delle rovine della guerra, o ad atteggiare la figura ieratica per cartoline popolari, e pur ricevendo quotidianamente alla sua corte i principi veri del mondo e quelli cinematografici, i divi dello sport e i divi ancor più effimeri della politica, secondo antiche gerarchie (ai suoi funerali, gli eredi dell’Impero austro-ungarico verranno prima dei capi di Stato al potere, prima di ogni altro sovrano), si concedeva alle folle con sapiente parsimonia. Moltissima radio, rari cinegiornali, televisione una volta all’anno. Pontefice neobarocco, qualche volta assisteva alle messe solenni (a Natale e a Pasqua, ma non sempre), rarissimamente celebrava di persona. Da bambino mi capitò di andare con mio padre in Vaticano, era la mia prima volta, attraversammo i cortili rinascimentali, poi una serie di corridoi, dove gli svizzeri e altri gendarmi ci sbarravano il passo (eravamo in ritardo), infine scostammo una pesante tenda verde (è successo più di mezzo secolo fa ma l’immagine resta netta) e mi ritrovai nella Cappella Sistina. Sicuramente sarò stato preparato a questo singolare luogo, all’arte di Michelangelo, ma io fui colpito da altro: lì tra i ceri e l’incenso, tanto incenso, c’era un magrissimo papa, vedevo il papa, che era come dire vedevo Dio. Il Giudizio dipinto non mi si fissò in mente quel giorno. Il vicario di Dio celebrava messa e al celebrante una volta tanto si addiceva il troppo abusato aggettivo di carismatico. In vita mia, due ne ho visti di veramente dotati di carisma: papa Pacelli e padre Pio quando celebrava messa, ma anche quando allontanava le donne ciarliere come un eremita del deserto.
Nel 1982, quando l’Italia vinse a calcio la Polonia, molta gente dei quartieri nei dintorni di piazza san Pietro si recò in moto e in auto con i tricolori a rumoreggiare davanti alle auguste finestre dei sacri palazzi. Uno sfottò da Don Camillo  e Peppone, roba da curati di campagna, il papa non era più impenetrabile, altro che i  faraonici  flabelli che si agitavano, ancora nei Cinquanta,  accanto al trono del sommo pontefice, ventagli di bianche piume di pavone issate su aste dorate a simboleggiare la gloria. In una parrocchia di periferia vidi Wojtyla abbracciare con slancio la signora delle pulizie del mio palazzo, donna operosa che trovava il tempo di far parte del consiglio parrocchiale. In confronto anche il suo predecessore lombardo, il Montini della piccola nobiltà bresciana, era un Giulio II quanto a sprezzo.
Tanto distanti cerimoniali, Pierluigi da Palestrina sciaguratamente sostituito da canzoncine orride, non impedivano la continuità della tradizione apostolica. Del resto, anche l’agonia del severo Pacelli finì in pasto ai media, con il suo archiatra stoltissimo (tutti i medici dei pontifici del Novecento non sembrano granché, un tempo si ricorreva ai medici della comunità ebraica romana, gesto di reciproca fiducia) che scattava foto a Pio XII in pigiama e le vendeva ai magazines Usa. Simbolico evento, cui si aggiunse l’imbalsamazione riuscita male che produsse l’esplosione della salma, nella notte, sul catafalco seicentesco a San Pietro: il corpo esibito di fronte al mondo, il corpo dolorante, il corpo cadaverico (e in quel caso anche disintegrato). Che cosa c’è di più cattolico? In un’epoca in cui gli spiritualismi d’origine protestante avevano già preso piede nel mondo, i papi cattolici ricordavano in prima persona la fisicità di questa religione. Pio XII e il Polacco. In mezzo, si riaffermarono gli angelismi conciliari che erano l’altra faccia dell’umanesimo ateo (Pascal docet). L’arte non paga di aver sostituito la religione, adesso si permetteva di istruire i padri conciliari. Kandinskij era più popolare di Tommaso d’Aquino. Al massimo – si concedeva – i cattolici carezzavano maggiormente i simboli, ma con diffidenza, ci si raccomandava, perché un teologo protestante come Bultmann, in gran voga, metteva in guardia: «Per la fede cristiana l’idea di bello non ha alcun significato formativo della vita; essa vede nella bellezza  la tentazione di una falsa trasfigurazione del mondo…» (appunti da Glaube und Verstehen che mi ritrovo in tasca). E poi Kandinskji e il suo astrattismo, era l’icona della modernità, dell’aggiornamento come si diceva allora, e nessuno idolatrò tanto una idea di moda quanto i monsignori degli anni Sessanta e Settanta. Venne Giovanni Paolo II e brandì la croce nella prima cerimonia in piazza san Pietro, a rivederlo ora sembra uscito da un film russo, un pope guerriero. Avanzava verso la folla, ruppe i cordoni della polizia, con il pastorale a forma di croce agitato come un bastone, finché con pianeta e mitria, incontrò il suo pubblico… La Chiesa stava in una situazione peggiore che al momento della scissione del monaco sassone. L’eresia luterana era penetrata nella Curia. Un terzo dei preti e delle suore aveva abbandonato i conventi, spesso per qualche misero accoppiamento che si voleva benedire con un matrimonio riparatore. Quanto insistettero i cortigiani perché il papa polacco acconsentisse al superamento della castità sacerdotale, o comunque permettesse i matrimoni dei preti che volevano restare cattolici: altrimenti, si diceva, scapperanno tutti. Un quarto di secolo dopo, è vero il contrario, restando fedele alla tradizione ha ritrovato il consenso maggiore. Ma allora i teologi si lasciavano incantare dagli umanesimi più ovvi, dal pansessualismo freudiano, dalla sociologia. Il cosiddetto ecumenismo mascherava una idea fissa: Lutero aveva ragione, la Chiesa di Roma torto. Su tutta la linea. Perfino l’ateismo aveva maggiore credito della tradizione cattolica. E questo non tra i fedeli smarriti, ma tra i cardinali e i vescovi. Ci si dimentica facilmente di quell’epoca. Nell’anno santo del 1975, per esempio, si discusse a lungo se tenere o meno il giubileo, ci si vergognava di simili celebrazioni. Paolo VI si impuntò, ma un filosofo cattolico ufficiale come Jean Guitton – uno dei due laici ammessi al Concilio – scrisse una pessima profezia: probabilmente tra venticinque anni non ci saranno più dei giubilei (tra le righe si capiva che non ci sarebbe stata neppure più la Chiesa di Roma). Era sensazione comune che la Chiesa si sarebbe dissolta nel culto dell’umanità preconizzato da Auguste Comte. Oggi, rozza, polonizzata, un po’ meno romana, ma ancora gigantesca, la Chiesa cattolica riafferma, grazie a Wojtyla, la sua vittoria sulla eterna gnosi. Il corpo è più che mai al centro della religione derivata dall’ebraismo. Proprio per questo le differenze sessuali vengono marcate a dispetto degli spirituali che tutto vorrebbero annullare (omosessualità, donne sull’altare: è il sacerdozio universale di Lutero, la Parola interiore e suprema che cancella l’aspetto fisico), proprio per questo si assiste all’insistente, esasperante attenzione per feti, cellule staminali, ecc. Lì è il sacro, il consacrabile, il kasher, guardatevi dall’eclettismo in nome dell’anima, parola che non esisteva nella lingua di Gesù, sembra dire la Chiesa wojtylana. Anche questa agonia sta a ricordare che spirito, nella tradizione giudaico cristiana, è anche il soffio vitale che esce dalla bocca umana, fisico anch’esso. Quando il camerlengo batterà i colpi del suo martelletto sulla fronte del pontefice, quando nello specchio il fiato non apparirà più, vuol dire che, come Gesù sulla croce, egli ha emesso il suo spirito. Non resta che la resurrezione dei corpi.
Dunque, prima affinità con il papa aristocratico, lo spettacolo del corpo. Il vangelo è già una forma di divulgazione di massa, di spettacolare messa in scena della promessa più intima di Dio ad Abramo, l’ebraismo annunciato alle genti del pianeta. Ecco perciò quel civettare con i media, che ha valenze teologiche. Ieri sera il critico tv del «Corriere della Sera» nonché docente cattolico all’università proponeva un suggestivo schema: appena pochi decenni fa, concepivamo il corpo di carne e di sangue da una parte e, dall’altra, la sua rappresentazione. Ora il duplicato della rappresentazione si confonde con il corpo fisico, lo scambio è quasi totale, affidato alla riproduzione anonima del digitale. Un altro trionfo dei corpi, si potrebbe dire, che tanto esaltava il teorico cattolico Marshall McLuhann. Lui, che andava a messa prima delle sue lezioni, sapeva bene della cattolicità di questi media e avrebbe potuto annunciare il papa polacco come un destino delle sue analisi.
Seconda affinità: la lotta al comunismo che voleva distruggere la Chiesa. Uno la iniziò, l’altro la vinse.
Terza affinità: gli ebrei, la 'vicinanza' con gli ebrei. Oggi si dice che Giovanni Paolo sia stato il primo papa a pregare in una sinagoga. Ignoriamo se Simone detto Pietro non frequentasse più (non aveva l’avversione di Paolo per i suoi ‘correligionari’ di un tempo), e resta una questione importante. Sappiamo però che nella cattedrale cattolica di Berlino – regnante Pio XII – si pregava ogni pomeriggio, durante lo sterminio, per gli ebrei perseguitati, e tali preghiere provocarono l’arresto e la deportazione dei celebranti. Sappiamo che von Galen, il cardinale fieramente antinazista che predicava dal pulpito contro le teorie hitleriane, era un missionario di Pio XII e, qualche settimana  fa, ho scoperto che Wojtyla lo stava per canonizzare…
Tra poco, ci sarà l’annuncio alla città di Roma che il suo vescovo è morto. L’Urbe deve essere ancora la prima, la città privilegiata, la nuova Gerusalemme. Stanotte era chiaro che la cultura latina, nonostante le architetture vaticane, si è molto imbastardita. Una influenza europea-orientale ben maggiore di quella fiamminga sotto papa Adriano, l’ultimo papa straniero, quando pure i pittori della sua corte disegnavano il Colosseo goticheggiante perché così lo percepivano. Ma l’imbastardimento (non il sincretismo) è il segno più sicuro del cattolicesimo, è la commistione delle razze che trionfava nella Roma imperiale e in quella papale, suscitando anche nei tempi moderni lo sdegno di Chamberlain, genero di Wagner, luterano senza più cristianesimo…