domenica 19 aprile 2015

L'avvenire d'oltretomba

~ IL MONDIALISMO E LE MACCHINE
AL POSTO DEI «MERCENARI DELLA GLEBA»
NEI MÉMOIRES DI CHATEAUBRIAND ~

Era il 1841 quando, nel XLIII Livre dei Mémoires d’Outre-tombe, Chateaubriand muoveva ai progressisti alcune obiezioni che paiono abbozzare i caratteri del mondo attuale o quantomeno le sue tendenze più perniciose. Appena delle domande appuntate, delle frecce di realismo che colpiscono le utopie uscite dalla Rivoluzione e alla base della futura ideologia di sinistra. Un titoletto dei capitoli da cui si cita è «L’avvenire - Difficoltà di comprenderlo». Lui lo aveva afferrato bene, lui «l’incantatore», come lo chiamavano in famiglia, non si era lasciato incantare dalle promesse della sua epoca. Gli tornava insistentemente nella mente la vecchia madre in prigione, il fratello e la cognata che finiscono sul patibolo, ghigliottinati, la morte crudele dei familiari dunque, le teste che rotolano per la gloria del progresso impediscono di credere alle «magnifiche sorti» che ancora abbindolano i nostri contemporanei. Una curiosità: il Visconte citava l’esempio di Omero per esaltare la individualità letteraria quando i suoi confratelli romantici ricorrevano ai poemi omerici come a una testimonianza eccelsa della creatività collettiva.

Quando la macchina a vapore sarà perfezionata, quando unita al telegrafo e alla ferrovia, avrà fatto sparire le distanze, non saranno solo le merci a viaggiare ma anche le idee. […] Supponete che le braccia siano condannate al riposo per la molteplicità e varietà delle macchine; ammettete che un mercenario unico – la materia – rimpiazzi i mercenari della gleba e della domesticità, che ne farete allora del genere umano disoccupato? […] L’uomo è meno schiavo dei suoi sudori che dei suoi pensieri. […] La percezione del bene e del male si oscura man mano che si rischiara l’intelligenza. […] Il mondo attuale, il mondo senza autorità consacrata sembra posto tra due impossibilità: l’impossibilità del passato e l’impossibilità dell’avvenire. […] Nel mondo materiale gli uomini si associano per il lavoro, una moltitudine arriva prima, e attraverso strade diverse, alle cose che cerca; delle masse di individui innalzeranno le piramidi […]. Ma nel mondo morale accade forse la stessa cosa? Si coalizzino pure mille cervelli, non comporranno mai il capolavoro che esce dalla testa di Omero [...]. La follia del momento è di arrivare alla unità dei popoli e di trasformare l’intera specie umana in un solo uomo, e va bene; ma una volta acquisite le facoltà generali non verranno forse a mancare i sentimenti privati? Addio alle dolcezze domestiche. Addio agli incanti della famiglia […] L’uomo non ha bisogno di viaggiare per crescere, già porta dentro di sé l’immensità. […] chi non possiede dentro di sé questa melodia, la cercherà invano nell’universo. Sedetevi sul tronco d’albero abbattuto in fondo al bosco: se nel profondo oblio di voi stessi, se nell’immobilità, nel silenzio, non troverete l’infinito, sarà inutile smarrirvi sulle rive del Gange.

Che cosa sarà una società universale senza singoli paesi, né francese, né tedesca, né inglese,  né tedesca, né spagnola, né portoghese, né italiana, né russa, né tartara, né turca, né persiana, né indiana, né cinese, né americana o, meglio, che sarà di volta in volta tutte queste società? Che ne risulterà per le sue intelligenze, i suoi costumi, le sue scienze, la sua arte, la sua poesia? Come entrerà nel linguaggio questa confusione di bisogni e di immagini prodotti sotto diversi cieli [,,,], sotto quale legge  unica se ne starà una simile società? Come troverete posto su una terra ingrandita dalla potenza dell’ubiquità e ridisegnata nelle piccoli proporzioni di un globo sondato dappertutto?

Stanchi della proprietà privata, volete fare dello Stato un proprietario unico che distribuisce alla comunità, divenuta mendicante, una parte misurata sul merito di ogni individuo? Chi giudicherà dei meriti? Chi avrà la forza, l’autorità, di fare eseguire gli arresti? Chi farà valorizzare questa banca di immobili viventi? Tenterete l’associazione del lavoro? Che cosa apporterà il debole, il malato, il pigro, lo sciocco nella comunità gravata dalla loro inettitudine? […] Al fondo di questi diversi sistemi rimane un rimedio eroico, esplicito o sottinteso […]. L’uguaglianza [assoluta] condurrebbe non soltanto alla servitù dei corpi ma anche alla schiavitù delle anime: si tratta niente di meno di distruggere l’ineguaglianza morale e fisica degli individui […]. Chi non ha proprietà non è indipendente […]. La proprietà in comune fa somigliare la società a un monastero alle porte del quale degli economi distribuiscono il pane […]. L’eguaglianza completa, che presuppone la sottomissione completa, riproduce la più dura servitù.
(capp. 2-6, passim)

sabato 11 aprile 2015

Colore viola

~ SE UNA VOLTA ALL’ANNO VELASSIMO 
LE IMMAGINI E BENEDICESSIMO I SENSI ~   

Se il cristianesimo è tra gli ‘inventori’ del tempo lineare, nel segno dell’attesa lancinante del ritorno di Cristo, c’è tuttavia in questa religione un tempo ciclico, ed è quello dove le feste ritornano, e con esse la divinità si manifesta nelle sue distinte forme, e con esse i fedeli la celebrano nelle sue distinte forme, tali feste coincidendo con le stagioni dell’anno e con le ore del sole; talvolta, come per stabilire dove cada la Pasqua, anche con le facce, le fasi, della luna. L’anno liturgico è frutto di questa concezione. Quando, come di recente accade, la liturgia viene umiliata, sottoposta cioè all’attualità più caduca, perde quel confortevole simbolismo dove anche la natura e le sue metamorfosi partecipano al sacro calendario. Però il risveglio di primavera, il rifiorire della natura nei giorni della Pasqua, è appena un ornamento armonico, una bella illustrazione del mistero, un privilegio del vecchio continente dove il cristianesimo elaborò il suo messaggio, ché l’evento pasquale si rinnova pienamente anche tra i ghiacci perenni, anche agli antipodi del nostro emisfero. 

Nella Settimana santa appena conclusa, in quella che si sta svolgendo nel culto ortodosso, nel cuore cioè dell’anno liturgico cristiano, si addensano i simboli e viene a congiungersi l’Antico e il Nuovo Testamento, l’annuncio messianico, la morte del Dio fatto uomo, la vittoria sulla morte del Dio fatto uomo. Si muore un po’ tutti nel triduo pasquale, si sperimenta un corpo a corpo con la morte, insieme a Cristo si vince il duello. Ecco un tempo ciclico che non somiglia all’eternità malvagia immaginata dai pagani. La luce pasquale è quella lietissima che, come nei migliori sogni degli umani, si accende nelle paradisiache scene di Dante e del pittore domenicano, dell’Angelico, con i giardini di quaggiù che si perfezionano nel cielo, là dove si viene accolti da una folla di angeli e beati, musica circolare, contrappunti vertiginosi, sante e santi  bellissimi, toni soavi e discorsi mirabili, acuti ma senza alcunché di oscuro, e incontri, continui incontri di antenati, fino a gradi sconosciuti, in tutti ritrovando però un segno, una somiglianza commovente, se la parola non fosse lassù inopportuna, comportando lacrime sia pure figurate… La festa di Pasqua apre a tali mondi. Vane le critiche di parte bizantina alla liturgia cattolica per un presunto ‘eccesso di dolorismo’. C’è il dolore e c’è la gloria, il modo minore e il modo maggiore.

La mania attuale di smussare ogni asperità della religione, la rilettura del Vangelo «alla luce del mondo», in luogo del confronto tra la luce evangelica e le tenebre del mondo, distrugge anche quegli elementi che proprio i mondani cercano invano: il riflesso metafisico nell’universo corporale. Digiuni e atti penitenziali, esercizi ascetici, frugalità che si alterna alla pienezza, astinenze dalle carni per potere consumare in altri giorni gli agnelli senza sentimento di colpevolezza, colore viola e colore bianco. Tempi di mortificazione e tempi di resurrezione. Anche i bambini nei loro giochi si impongono la penitenza per compensare l’errore, il peccato che ha violato l’ordine ludico. Nulla osterebbe, neppure le disposizioni postconciliari in proposito, che la vecchia usanza di velare le immagini venisse ripresa anche nelle chiese dove si ha in uggia il latino. Sarebbe come minimo un’opera di bonifica. Pierre Klossowski prima di tutti, aveva scritto che l’iconoclastia contemporanea non distrugge le immagini, le moltiplica all’infinito. Avrebbe aggiunto Baudrillard: ne distrugge perciò il senso. Una pausa nell’anno, nella nostra fantasia, nella nostra percezione, sarebbe allora un rito collettivo in grado di aiutare a cogliere il senso della pittura e della scultura occidentali, a marcarne i confini. Forse tornerebbe utile anche agli illustrissimi porporati che preannunciano padiglioni vaticani per le fiere dell’arte aniconica, quasi si fosse obbligati ai precetti veterotestamentari e coranici, dimentichi di quanto hanno predicato loro stessi sulla centralità del corpo nel cattolicesimo.   

Tutto l’anno ormai l’immagine viene ferita e offesa dalle pratiche estetiche contemporanee, il rito cattolico propone invece una cancellazione provvisoria, penitenziale, limitata ai giorni del massimo lutto, affinché se ne goda con maggiore consapevolezza nella gioia pasquale. E così per la musica: le armonie e le polifonie e la sonorità, perfino quelle delle campane e dei campanelli, si sospendono il giovedì santo per riapparire nella notte del sabato, rompendo finalmente quel lungo e terribile silenzio. Nel nichilismo della musica colta di oggi il silenzio si impone sempre, eterno lutto dei sensi, il cattolicesimo lo trasforma in un esercizio spirituale, in un'opera di misericordia, in una meditazione sul vuoto che ci attornia e su come l’arte ci possa ancora consolare.
 

sabato 4 aprile 2015

Il guerriero

 ~ LETTERA DA ROMA NEI GIORNI
DELL’AGONIA DI KAROL MAGNUS ~
 
‘Lettere dimenticate nel computer’ è una specie di rubrica che in qualche occasione l’«Almanacco» ripropone tirando fuori e pubblicando emails rimaste nella memoria del nostro elettrodomestico. Dieci anni fa, il 2 aprile, moriva Giovanni Paolo II e questo scritto, in prima persona e con i caratteri della conversazione, anche della confidenza, racconta a un interlocutore lontano l’atmosfera di quelle ore in cui tramontava uno dei  più lunghi pontificati della storia bimillenaria della Chiesa.
… L’altra sera, proprio mentre cominciava l’agonia del romano pontefice, a cena quel poveretto ripeteva le banalità sul papa ‘conservatore’ (ma Emanuele Severino: il papa non può non conservare, ordinare, Giovanni Paolo si è spinto al massimo nell’apertura…), sul ‘ritorno a Trento’, come fosse possibile tornare anche solo a Pio IX. Inutile ripetergli che il cattolicesimo della mia infanzia era già irrepetibile, Pio XII non avrebbe capito che le folle dei papaboys, con lo spirito e le forme protestanti e un certo candore, diciamo così, nordico, appartengono ormai alla Chiesa di Roma. Di fronte alla star mondiale polacca, Eugenio Pacelli, pur proteso verso il mondo dolentissimo, in posa tra le macerie di San Lorenzo, con la veste bianca macchiata di sangue, a farsi icona delle rovine della guerra, o ad atteggiare la figura ieratica per cartoline popolari, e pur ricevendo quotidianamente alla sua corte i principi veri del mondo e quelli cinematografici, i divi dello sport e i divi ancor più effimeri della politica, secondo antiche gerarchie (ai suoi funerali, gli eredi dell’Impero austro-ungarico verranno prima dei capi di Stato al potere, prima di ogni altro sovrano), si concedeva alle folle con sapiente parsimonia. Moltissima radio, rari cinegiornali, televisione una volta all’anno. Pontefice neobarocco, qualche volta assisteva alle messe solenni (a Natale e a Pasqua, ma non sempre), rarissimamente celebrava di persona. Da bambino mi capitò di andare con mio padre in Vaticano, era la mia prima volta, attraversammo i cortili rinascimentali, poi una serie di corridoi, dove gli svizzeri e altri gendarmi ci sbarravano il passo (eravamo in ritardo), infine scostammo una pesante tenda verde (è successo più di mezzo secolo fa ma l’immagine resta netta) e mi ritrovai nella Cappella Sistina. Sicuramente sarò stato preparato a questo singolare luogo, all’arte di Michelangelo, ma io fui colpito da altro: lì tra i ceri e l’incenso, tanto incenso, c’era un magrissimo papa, vedevo il papa, che era come dire vedevo Dio. Il Giudizio dipinto non mi si fissò in mente quel giorno. Il vicario di Dio celebrava messa e al celebrante una volta tanto si addiceva il troppo abusato aggettivo di carismatico. In vita mia, due ne ho visti di veramente dotati di carisma: papa Pacelli e padre Pio quando celebrava messa, ma anche quando allontanava le donne ciarliere come un eremita del deserto.
Nel 1982, quando l’Italia vinse a calcio la Polonia, molta gente dei quartieri nei dintorni di piazza san Pietro si recò in moto e in auto con i tricolori a rumoreggiare davanti alle auguste finestre dei sacri palazzi. Uno sfottò da Don Camillo  e Peppone, roba da curati di campagna, il papa non era più impenetrabile, altro che i  faraonici  flabelli che si agitavano, ancora nei Cinquanta,  accanto al trono del sommo pontefice, ventagli di bianche piume di pavone issate su aste dorate a simboleggiare la gloria. In una parrocchia di periferia vidi Wojtyla abbracciare con slancio la signora delle pulizie del mio palazzo, donna operosa che trovava il tempo di far parte del consiglio parrocchiale. In confronto anche il suo predecessore lombardo, il Montini della piccola nobiltà bresciana, era un Giulio II quanto a sprezzo.
Tanto distanti cerimoniali, Pierluigi da Palestrina sciaguratamente sostituito da canzoncine orride, non impedivano la continuità della tradizione apostolica. Del resto, anche l’agonia del severo Pacelli finì in pasto ai media, con il suo archiatra stoltissimo (tutti i medici dei pontifici del Novecento non sembrano granché, un tempo si ricorreva ai medici della comunità ebraica romana, gesto di reciproca fiducia) che scattava foto a Pio XII in pigiama e le vendeva ai magazines Usa. Simbolico evento, cui si aggiunse l’imbalsamazione riuscita male che produsse l’esplosione della salma, nella notte, sul catafalco seicentesco a San Pietro: il corpo esibito di fronte al mondo, il corpo dolorante, il corpo cadaverico (e in quel caso anche disintegrato). Che cosa c’è di più cattolico? In un’epoca in cui gli spiritualismi d’origine protestante avevano già preso piede nel mondo, i papi cattolici ricordavano in prima persona la fisicità di questa religione. Pio XII e il Polacco. In mezzo, si riaffermarono gli angelismi conciliari che erano l’altra faccia dell’umanesimo ateo (Pascal docet). L’arte non paga di aver sostituito la religione, adesso si permetteva di istruire i padri conciliari. Kandinskij era più popolare di Tommaso d’Aquino. Al massimo – si concedeva – i cattolici carezzavano maggiormente i simboli, ma con diffidenza, ci si raccomandava, perché un teologo protestante come Bultmann, in gran voga, metteva in guardia: «Per la fede cristiana l’idea di bello non ha alcun significato formativo della vita; essa vede nella bellezza  la tentazione di una falsa trasfigurazione del mondo…» (appunti da Glaube und Verstehen che mi ritrovo in tasca). E poi Kandinskji e il suo astrattismo, era l’icona della modernità, dell’aggiornamento come si diceva allora, e nessuno idolatrò tanto una idea di moda quanto i monsignori degli anni Sessanta e Settanta. Venne Giovanni Paolo II e brandì la croce nella prima cerimonia in piazza san Pietro, a rivederlo ora sembra uscito da un film russo, un pope guerriero. Avanzava verso la folla, ruppe i cordoni della polizia, con il pastorale a forma di croce agitato come un bastone, finché con pianeta e mitria, incontrò il suo pubblico… La Chiesa stava in una situazione peggiore che al momento della scissione del monaco sassone. L’eresia luterana era penetrata nella Curia. Un terzo dei preti e delle suore aveva abbandonato i conventi, spesso per qualche misero accoppiamento che si voleva benedire con un matrimonio riparatore. Quanto insistettero i cortigiani perché il papa polacco acconsentisse al superamento della castità sacerdotale, o comunque permettesse i matrimoni dei preti che volevano restare cattolici: altrimenti, si diceva, scapperanno tutti. Un quarto di secolo dopo, è vero il contrario, restando fedele alla tradizione ha ritrovato il consenso maggiore. Ma allora i teologi si lasciavano incantare dagli umanesimi più ovvi, dal pansessualismo freudiano, dalla sociologia. Il cosiddetto ecumenismo mascherava una idea fissa: Lutero aveva ragione, la Chiesa di Roma torto. Su tutta la linea. Perfino l’ateismo aveva maggiore credito della tradizione cattolica. E questo non tra i fedeli smarriti, ma tra i cardinali e i vescovi. Ci si dimentica facilmente di quell’epoca. Nell’anno santo del 1975, per esempio, si discusse a lungo se tenere o meno il giubileo, ci si vergognava di simili celebrazioni. Paolo VI si impuntò, ma un filosofo cattolico ufficiale come Jean Guitton – uno dei due laici ammessi al Concilio – scrisse una pessima profezia: probabilmente tra venticinque anni non ci saranno più dei giubilei (tra le righe si capiva che non ci sarebbe stata neppure più la Chiesa di Roma). Era sensazione comune che la Chiesa si sarebbe dissolta nel culto dell’umanità preconizzato da Auguste Comte. Oggi, rozza, polonizzata, un po’ meno romana, ma ancora gigantesca, la Chiesa cattolica riafferma, grazie a Wojtyla, la sua vittoria sulla eterna gnosi. Il corpo è più che mai al centro della religione derivata dall’ebraismo. Proprio per questo le differenze sessuali vengono marcate a dispetto degli spirituali che tutto vorrebbero annullare (omosessualità, donne sull’altare: è il sacerdozio universale di Lutero, la Parola interiore e suprema che cancella l’aspetto fisico), proprio per questo si assiste all’insistente, esasperante attenzione per feti, cellule staminali, ecc. Lì è il sacro, il consacrabile, il kasher, guardatevi dall’eclettismo in nome dell’anima, parola che non esisteva nella lingua di Gesù, sembra dire la Chiesa wojtylana. Anche questa agonia sta a ricordare che spirito, nella tradizione giudaico cristiana, è anche il soffio vitale che esce dalla bocca umana, fisico anch’esso. Quando il camerlengo batterà i colpi del suo martelletto sulla fronte del pontefice, quando nello specchio il fiato non apparirà più, vuol dire che, come Gesù sulla croce, egli ha emesso il suo spirito. Non resta che la resurrezione dei corpi.
Dunque, prima affinità con il papa aristocratico, lo spettacolo del corpo. Il vangelo è già una forma di divulgazione di massa, di spettacolare messa in scena della promessa più intima di Dio ad Abramo, l’ebraismo annunciato alle genti del pianeta. Ecco perciò quel civettare con i media, che ha valenze teologiche. Ieri sera il critico tv del «Corriere della Sera» nonché docente cattolico all’università proponeva un suggestivo schema: appena pochi decenni fa, concepivamo il corpo di carne e di sangue da una parte e, dall’altra, la sua rappresentazione. Ora il duplicato della rappresentazione si confonde con il corpo fisico, lo scambio è quasi totale, affidato alla riproduzione anonima del digitale. Un altro trionfo dei corpi, si potrebbe dire, che tanto esaltava il teorico cattolico Marshall McLuhann. Lui, che andava a messa prima delle sue lezioni, sapeva bene della cattolicità di questi media e avrebbe potuto annunciare il papa polacco come un destino delle sue analisi.
Seconda affinità: la lotta al comunismo che voleva distruggere la Chiesa. Uno la iniziò, l’altro la vinse.
Terza affinità: gli ebrei, la 'vicinanza' con gli ebrei. Oggi si dice che Giovanni Paolo sia stato il primo papa a pregare in una sinagoga. Ignoriamo se Simone detto Pietro non frequentasse più (non aveva l’avversione di Paolo per i suoi ‘correligionari’ di un tempo), e resta una questione importante. Sappiamo però che nella cattedrale cattolica di Berlino – regnante Pio XII – si pregava ogni pomeriggio, durante lo sterminio, per gli ebrei perseguitati, e tali preghiere provocarono l’arresto e la deportazione dei celebranti. Sappiamo che von Galen, il cardinale fieramente antinazista che predicava dal pulpito contro le teorie hitleriane, era un missionario di Pio XII e, qualche settimana  fa, ho scoperto che Wojtyla lo stava per canonizzare…
Tra poco, ci sarà l’annuncio alla città di Roma che il suo vescovo è morto. L’Urbe deve essere ancora la prima, la città privilegiata, la nuova Gerusalemme. Stanotte era chiaro che la cultura latina, nonostante le architetture vaticane, si è molto imbastardita. Una influenza europea-orientale ben maggiore di quella fiamminga sotto papa Adriano, l’ultimo papa straniero, quando pure i pittori della sua corte disegnavano il Colosseo goticheggiante perché così lo percepivano. Ma l’imbastardimento (non il sincretismo) è il segno più sicuro del cattolicesimo, è la commistione delle razze che trionfava nella Roma imperiale e in quella papale, suscitando anche nei tempi moderni lo sdegno di Chamberlain, genero di Wagner, luterano senza più cristianesimo…
 

sabato 28 marzo 2015

La lunga epochè


~ NEI GIORNI DI MORTIFICAZIONE 
E IN QUELLI DI GLORIA. ~  
DIGRESSIONI DI QUARESIMA ~

Gli umani si industriano nella vita per risolvere il problema della morte. Per rimuoverlo, allontanarlo o almeno occultarlo. Magari soltanto distrarsene. Chi riempie la casa di  pacotilla e l’esistenza di fatuo non teme forse tutto quanto evoca lo spazio vuoto? O su un piano più alto, i letterari che costruiscono le storie per dipanare le sorti (degli esseri romanzati) a loro piacimento, non provano appunto a dominare quell’osceno vuoto? Proprio come tremila anni fa, si ha paura e si tessono inganni per vincere la morte alla maniera di Odisseo, come tremila anni fa si tenta di manipolarla alla maniera di Omero, o chi per lui, che distribuisce vittorie e sconfitte, violenza e sangue, hybris e capitolazioni, quasi l’artista delle parole fosse un dio potente che dall’Olimpo rimesta i destini degli sventurati umani. Così anche noi, comuni mortali, giochiamo oggi a passare dal ruolo di personaggio a quello di drammaturgo, e viceversa.

Strada facendo si sono persi però i contorni della fine corporale (ne ha scienza tutta sua solo la casta sacerdotale dei medici). Una lunga epochè. O meglio, una specie di anestetizzazione anche della curiosità del dopo (perfino dove non lo si nega). Definitivo seppellimento di tale curiosità è segnato dal pensiero heideggeriano che condanna la creatura a questo limbo, che detta la finitudine sinistra, che spegne le ultime resistenze vitali, arrovesciando come certe religioni orientali la vita nella morte. Ci si inebria di quell’angoscia che ci farebbe provare davanti alla morte il medesimo sentimento del sublime davanti alla rovine della storia o meglio davanti allo spettacolo drammatico della natura. Pare un cristianesimo monco, un tetro e continuo ammonimento quaresimale senza che mai sopraggiunga la Pasqua. Raccontano che il giovane Heidegger tentò di entrare in un noviziato gesuita e fu assai deluso di non essere accolto nella Compagnia, ma quel ‘cristianesimo senza la Pasqua’, anche per l’influsso che il filosofo ebbe sui suoi ripetitori teologi, sui mancati suoi confratelli nell’ordine ignaziano, che peraltro abbondano nel versante esistenzialista, diventò nel nostro tempo la cifra di un malinconico magistero cattolica. Non si predica più la Pasqua dal momento che non si annuncia più nelle omelie la resurrezione dei corpi, non ci si gloria per la sconfitta della morte. Resta il gaudio dell’Exultet  e di altri inni liturgici e testi biblici che benché recitati in vernacolo, quanto spesso in modo fiacco, privi di commento come sono o addomesticati nelle prediche alle peggiori banalità, non colpiscono l’immaginazione del popolo di Dio. Subentra un soffuso docetismo per cui anche i cattolici adesso si intimidiscono a parlare delle sofferenze fisiche di Cristo, e la Passione si trasfigura in un progressivo distacco dalla carne. Certo questo silenzio non è solo frutto equivoco del pensatore di Messkirk, da prima del suo avvento la disperazione luterana che evita l’articolazione razionale nelle domande decisive era diffusa in Occidente ed eclissava la gioia radiosa del tomismo. Dimenticato il santo domenicano che spiega come la vita sulla terra abbia il suo senso in quella celeste, la sua giustizia, le sue vittorie. In quell’architettura, il corpo fa parte dell’essenza dell’uomo, non può sparire come fosse un dettaglio.
 
Nulla di più scontato del fatto di morire, almeno per chi ti sopravvive. Si ripete il gesto che tutti gli umani prima di noi hanno compiuto. Ma nulla di più eccentrico del fatto di morire per chi lo esperimenta in prima persona. Non gli era mai capitato in vita e mai più gli capiterà. Vorrebbe che almeno il mondo intero riecheggiasse questo istante cruciale mentre, soprattutto in un ospedale, nessuno ci fa caso, anzi se lo aspettano, lo hanno previsto, forse anche favorito, talvolta per non vedere soffrire perfino i familiari se lo augurano. Fuori dall’architettura tomistica, la solitudine della morte è estrema, la fine corporale necessariamente violenta.

Lontanissimo dai pensieri dell’Aquinate, un giovane di venticinque anni conosceva però in modo precoce la terribile verità del dolore, il fatto di come esso ti renda «incapace di svolgere dei pensieri» ma «ti riveli molte cose. L’obbrobrio di tutte le cose». Da qui il rifiuto del mondo, l’evangelico rifiuto del mondo, e la scelta del Cristo in lotta con la morte. Con questa sapienza dolorifica scriveva dunque Sergio Quinzio delle martellanti lettere al fratello, poi uscite in stampa con il titolo di Diario profetico, dove troviamo una specie di scommessa pascaliana benché priva dell’elegante distacco proprio dell’aristocratico scienziato francese, anzi con mistici accenti che infastidirebbero i teologi: «La conquista del regno è un salto che si deve fare per disperazione, in quel punto in cui non avendo più nulla al mondo su cui contare si è costretti a contare solo su ciò che è opposto al mondo. […] Il punto in cui non ci sostiene più nessun valore e appoggio umano, neppure un cieco e vago sogno esitante. Solo Gesù Cristo, solo l’abbandonato, il senza sangue, il senza amici, il senza Dio, è la consolazione promessa: ‘Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi’ (Mt, 11, 28)». Un simile giovanotto non poteva credere alle favole moderne sulla morte raccontate dagli scienziati, dai filosofi, dagli artisti contemporanei e perfino da preti troppo sensibili ai mali sociali (insensibili all’avvertimento che «il Regno non è di questo mondo»); favole concepite per sedare, in modo che non si urli più come nei secoli bui per quel decomporsi della vita terrena, implorando Dio con il terrore negli occhi affinché gli fosse risparmiata la terribile prova, secondo quanto fece lo stesso Cristo tra gli ulivi alla vigilia della sua Passione, mostrandosi invece docili e ragionevoli, succubi delle spiegazioni illuministe, della ‘morale’ di simili favole. Cosi provò allora Quinzio a definire la somma pena umana: «La morte non è il ‘naturale’ e pacifico epilogo della vita e non è una delle infinite tranquille peregrinazioni da pianeta a pianeta. È un oscuro dramma e una maledizione nella putrefazione, come l’intuito sente, o sentirebbe se non fosse distratto dalle molte piccole inutilità quotidiane» (nell’edizione Adelphi, pp.  65-75 passim). È con il tono fosco dei profeti dell’Antico Testamento che Quinzio copre di abominio le formule attuali della morte quale conclusione naturale, della macchina che si consuma e si rompe, o della morte fantascientifica che si apre a reincarnazioni in altre epoche, a metempsicosi dei buddismi alla moda; urla perciò come i personaggi biblici, prima delle traduzioni greche, platoniche, le ragioni dei corpi, scommette sulla loro vittoria in durissime battaglie, tutto al contrario delle visioni facili degli spiritisti che evitano con i peggiori escamotages di pensare alla corruzione fisica. Il tempo di Quaresima prova a fare a meno delle «piccole distrazioni quotidiane» ma non per essere dannati alla solitudine della morte, agli eroismi senza virtù e con molte parole dei nichilisti moderni, al rifiuto preconcetto delle domande sull’«ora della nostra morte». Si conclude infatti con la promessa della Pasqua, la grande consolazione della Pasqua: ecco il vero eroe che solleva il marmo tombale ed esce vincitore secondo l’immagine di Piero della Francesca.

mercoledì 18 marzo 2015

Jünger il prognostico


~ BEN PIÙ TERRIBILI DELLE DUE GUERRE MONDIALI 
SONO I CAMBIAMENTI CON I QUALI  LA TECNOLOGIA  
STRAVOLGE LA VITA E LA MORTE ~

Si erano appena consumate le stragi della Guerra mondiale n.2, e già gli schieramenti in campo si andavano riformando nella società civile. Almeno nella parte occidentale d’Europa, ché in quell’altra i carri dell’Armata rossa procedevano alla occupazione militare, ridisegnando le carte geografiche, disdegnando le magne carte costituzionali, reprimendo le chiacchiere parlamentari e private. A Ovest invece si chiacchierava molto. Grandi speranze alimentavano discorsi e scritti che, a seconda delle fedi, puntavano alla vittoria finale planetaria o, tra i vinti, alle vendette della storia, ai corsi e ricorsi. Pareva così che fosse all’ordine del giorno, in Italia come in Francia, il bolscevismo affermatosi in Russia e uscito vincitore al suo primo scontro internazionale,  oppure l’americanizzazione definitiva che avrebbe instaurato per sempre la democrazia nell’aristocratica Europa, o il cattolicesimo neobarocco (il primo a dissolversi repente), e più in generale il successo dello scientismo sul pathos cruento del primo Novecento, la pace in terra o la catena delle faide che non doveva finire mai. Qualcuno in Italia si attardava su temi già secolari come monarchia e repubblica mentre nei paesi si radunavano le folle in piazza per assistere ai duelli verbali tra un prete e un professore marxista su ateismo ed esistenza di Dio.

E simili aspettative dominarono i decenni successivi fino a invadere il tardo Novecento, ad apparire come unico orizzonte nel quale ci formammo e maturammo, confondendoci alquanto, noi e le generazioni dei nostri padri e dei nostri figli. Finché quel vociare ormai rituale andò a sbattere sul muro che segnava la frontiera dei secoli, accorgendosi così, quasi tutti, che il Novecento era proprio finito, secolo lunghissimo nella seconda parte, interminabile, ripetitivo, ruminante slogan, strascicando intere esistenze per agitare all’estremo temi di un’ideologia già sepolta a Jalta.   

Neppure tra i reduci napoleonici e i loro avversari durò tanto, anzi sarebbe suonato ridicolo in quel secolo borghese e pratico mettere in scena negli anni ottanta dell’Ottocento un antibonapartismo militante o vedere britannici, tedeschi e russi concelebrare solennemente la vittoria di settant’anni prima a Waterloo (e il rientro a Parigi della salma dello sconfitto, vent’anni dopo, era un funerale di fantasmi). Peggio ancora, sarebbe risultato inimmaginabile un giovanotto del secondo Ottocento guardare al proprio mondo con gli occhi del generale còrso. Invece, come se la guerra civile europea del Novecento si fosse conclusa prima del previsto, nel XX secolo avanzato la si proseguiva in altre forme, senza fine, dal momento che la violenza giustizialista non può trovare un aggiustamento, una pace, considerata sempre iniqua. In pieno Novecento, dunque, parve rinascere il romanticismo politico (che non era mai morto, naturalmente), e già nel 1945 cominciarono ad attendersi rinascite d’ogni genere. Una riforma agraria nel Sud d’Italia era vissuta come la palingenesi, una indipendenza nazionale nell’Africa e nell’Asia erano altrettante palingenesi, la democratizzazione forzata d’Europa, con marchio Usa, appariva la più pop e festosa delle palingenesi.

Invece un combattente valoroso, un eroe delle due guerre mondiali – nelle trincee e negli assalti in quella della gioventù; saggio Ulisse che preparava la pace in quella della maturità –, autore di romanzi cavallereschi che incantavano il tempo e lo sospendevano, prosatore classico delle piante dei cristalli e della zoologia studiata a Napoli, memorialista delle innumerevoli battaglie vissute e interprete della nuova violenza, tornato al suo villaggio e dismessa la divisa della Wehrmacht, si applicò a confrontare la propria intelligenza e il proprio sapere con le questioni di quel tempo ma in modo così acuto che oggi siamo noi i primi a sorprenderci: le vecchie palingenesi si sono sgonfiate, il mondo degli storici e degli storicisti, degli statalisti e dei liberali è come scomparso, i temi agitati per più di mezzo secolo rotolano impiccioliti e insensati verso l’abisso del nichilismo, mentre certe pagine di Ernst Jünger trattano di quello che appena comincia a prendere forma davanti ai nostri occhi.

Aveva invero già dato prova di saper decifrare il moderno. I suoi saggi raccolti in Das abenteuerliche Herz, Il cuore avventuroso, 1929, fissavano il mondo nell’epoca della riproducibilità tecnica. Tre anni dopo ritraeva la figura nuova che tutto dominava: Der Arbeiter. Nel dopoguerra prese a riflettere sul ciclo che si apriva – come Vico e come Spengler parlava di cicli – e non soltanto per effetto del conflitto mondiale, ben più ampie erano le voragini che inghiottivano la tradizione, si intravedevano paesaggi ‘nietzscheani’: era la meditazione An der Zeitmauer, Al muro del tempo (lo citeremo nella traduzione Adelphi, 2000). Jünger sintetizzava Spengler: «‘a partire dal Duemila’, dovremo vivere allora in un’epoca di pace mondiale, in città smisurate […].  Per la prima volta ci sarebbe una sola mano a reggere il globo terrestre; non esisterebbero più ‘margini’, nel senso antico» (p. 77). E aggiungeva che non si trattava solo della impressionante accelerazione subìta dalla storia nell’ultimo secolo e mezzo, era inquietante «constatare come questo accumularsi di fatti presenti senza dubbio anche una sfumatura di qualità. Le cose divengono in tale misura sorprendenti che mancano di eguali» (p. 78). Di fronte a questi avvenimenti mai visti, che si accumulano nello spazio ridottissimo di un anno, quando una sola novità vagamente simile richiese decenni, viene il sospetto che la durata stessa cambi misura, che cambi anche il «tempo del destino». In tali prodigiosi mutamenti, Jünger mette in guardia quanti non si rendono conto di quel che sta accadendo, di chi si ostina a sognare il nazionalismo o l’internazionalismo, la lotta di classe o di razza, l’umanesimo integrale o l’economicismo assoluto: non avete notato come «la specie cominci a trasformarsi visibilmente, sia in sé sia nel rapporto fra i sessi, e in un modo inusitato tanto nella diacronica storica quanto nella sincronia etnografica» (pp. 78-79)? Altro che i femminismi folcloristici delle suffragette britanniche rivenduto con la democrazia a tutti i popoli d’Europa. La tecnologia sta modificando ruoli millenari.

Nonostante la versione Adelphi si rifaccia a quella tedesca del 1981, Al muro del tempo fu pubblicato la prima volta nel 1959, scritto tra il 1956 e il 1958. Impressionante: negli anni cinquanta bonari e familistici (almeno in Occidente), mentre i marxisti hegeliani si accanivano con quelli kantiani, i cultori della dialettica svergognavano i neoempiristi, i seguaci del mito erano ghettizzati dai razionalisti, e in quella che era stata la patria dell’arte si giostrava tra neorealisti ed astrattisti, Jünger parlava della procreazione tecnologica, della fecondazione artificiale, dei figli senza padri, della onnipotenza della scienza medica, delle radiazioni, della vita e della morte sottratte alla natura. Erano questioni, dirà, ben più gravi, ben più sconvolgenti delle stragi belliche appena concluse. «Cominciano a diventare ingannevoli anche le parole che costituivano il fondo inalienabile dell’agire umano e dei contratti – come ‘guerra’ e ‘pace’, ‘popoli’, ‘Stato’, ‘famiglia’, ‘libertà’, ‘diritto’» (p. 85). Il racconto storico diviene parzialmente impotente e ha bisogno di appoggiarsi alla teologia, alla mitologia, alla demonologia.

«L’uomo non dovrà forse compiere sacrifici ancora maggiori di un tempo, non sarà costretto a lasciarsi alle spalle qualcosa di ancora più grande – e, da ultimo, la sua stessa umanità?» (p. 100). Senza il compiacimento di Foucault per la dissoluzione dell’uomo nelle pagine finali di Les mots et les choses, il diagnostico tedesco avverte che la nuova èra in cui siamo entrati richiede sacrifici umani. 

Le visioni apocalittiche spaventavano e consolavano al contempo. In chiave religiosa, «la prospettiva della ‘fine di tutte le cose’ può suscitare un grande sollievo, un potente senso di liberazione». Per i cristiani significava che il Regno di Dio stava per realizzarsi. Ma «all’atmosfera da fine dei tempi, così come si è sviluppata ai nostri giorni, manca qualsiasi adeguato contrappeso» (pp. 148-149). «Ben triste» è la fine del mondo senza una metafisica, quando la «fantasia è già atrofizzata» (pp. 152-153). In quel tempo, nel nostro tempo, «anche l’arte vedrebbe sciolto quel nodo che la lega alla libertà, potrebbe diventare prodotto della tecnica» (p. 167). Il senso che qui Jünger presagiva – in anni in cui da noi ci si scontrava nelle Osterie di Piazza del Popolo tra i seguaci di Guttuso e quelli di Turcato – adesso è visibile in ogni museo contemporaneo. Ma questo è un discorso che qui merita solo un cenno.

Finalmente il trattato tocca gli argomenti che diverranno politici mezzo secolo più tardi e che allora erano appena noti agli scienziati della ricerca segreta nei laboratori. Facendo tesoro dei primi segni, scrive: tutti questi «esperimenti – trasfusioni, trapianti, trasformazioni – non solo si estendono fino ai rami superiori dell’albero genealogico, ma hanno anche conseguito importanza pratica. Abbiamo giardini che non solo vengono irrorati d’acqua ma altresì irradiati, al fine di produrre mutazioni. Si incomincia a esercitare le dita con la genetica, sia pure da principianti, così come le si esercita sulla tastiera di un pianoforte» (pp. 225-226). Nazisti e bolscevichi avevano già strimpellato su quel pianoforte. Nel dopoguerra sono i primi sintomi di una inquietante tecnologia biologica. Mettendo sotto la lente tali sintomi ne scorge subito le conseguenze per l’uomo e per le concezioni umaniste. «Oggi la ragion di Stato viene considerata qualcosa di abietto, anche là dove la si mette in pratica, mentre alla ragione che si basa sull’esperimento non si pone resistenza alcuna. Oggi la legge ci difende con maggior vigore da una perquisizione domiciliare che non da una radioscopia totale» (p. 228). Soltanto dalla vecchia Chiesa di Roma venne subito, già con Pio XII, un incoraggiamento alla resistenza verso «ciò che è degradante».  «La natura è in procinto di infrangere anche le barriere del diritto; sempre più frequenti sono i casi in cui considerazioni tecniche e biologiche prevalgano su quelle giuridiche» (p. 226). Se non fosse stato per la barriera innalzata dal cattolicesimo, in modo particolare da un papa polacco, il diritto si sarebbe limitato a registrare le pretese della ingegneria genetica con argomenti dell’apologetica illuministica che pure appare un oggetto di antiquariato rispetto ai frutti abnormi della scienza attuale. In quegli anni cinquanta in cui si agitavano le bandiere di una libertà ingenua per salvaguardarsi da soprusi ottocenteschi, Jünger mostrava tra i primi le minacce tecnologiche ai nostri corpi.

Quando sopraggiunse la stagione delle interminabili Dionisie, in cui la politica si faceva araldo della sessualità, la parodia colpiva la politica classica, la critica provava a smontare la scienza onnipotente, e i corpi venivano in primo piano, insomma quando ci si volse alla cosiddetta «sfera della vita», al prefisso «bio», piuttosto che al denaro, ai salari o alle proprietà, si sfiorò per forza di cose il tema che intesseva Jünger, ma lo si riportò alla questione delle rivendicazioni (ancora vendette, come vuole l’etimologia), ai pianti sulle discriminazioni e, su questa china, si diventò paradossalmente apostoli della tecnologia, mitizzata come la forza capace di riportare giustizia, di compensare le disparità imposte dalla natura. Erano del resto quelle feste di piazza, quegli assembramenti eccitati, quelle adunanze violente, liturgie senza religione, paganesimi che pretendevano fare a meno del sacrificio, che anzi ambivano a dissacrare, mancando loro proprio la terribilità del sacro.

Nella «terra senza confini», esposta freddamente dallo scrittore tedesco, nella globalizzazione universale dove vengono strappate le radici, gli scienziati costruiscono l’uomo nuovo. Non si tratta però dell’antico sogno dei rivoluzionari, dell’uomo che taglia i ponti con la borghesia, dell’uomo che dimentica le abitudini ciniche dell’arricchimento per affratellarsi a tutti gli sventurati della terra, né dell’eroe che si ribella all’appiattimento democratico e neppure di chi rovescia i millenari valori cristiani per affermare un egoismo dispotico; è l’uomo che viene fecondato artificialmente, che si rende autonomo dalla natura,  lo spettro che agita l’Occidente. La paura che provoca è tuttavia compensata dalla autorità prestigiosissima della scienza, per cui l’opposizione che suscita è «più debole e disorientata di quanto si potrebbe supporre». Il nomos stesso, la legge e il legiferare, vi si piega confuso. Eppure «il principio che anima questo nuovo tipo di riproduzione […] è più gravido di conseguenze, per il nostro destino, di quanto non lo siano state due guerre mondiali,  prodottesi nel medesimo arco di tempo in cui si cominciò a praticare» la fecondazione artificiale (p. 231). Mezzo secolo dopo, cioè adesso, quando già i bambini che frequentano la scuola sono talvolta un frutto di tale intervento, i libri di storia e gli insegnanti la fanno lunga sulle guerre e si guardano bene dal mettere al centro di questa nostra epoca la questione della vita e della morte trasformate dalla tecnologia. Un tabù sotterraneo magari impedisce di parlarne, più probabilmente manca la capacità di percepire il colpo decisivo inferto all’umanità da un simile mutamento della specie.

Non è solo un problema di stato civile, di certificati, benché su quelle carte comincino ad apparire forti contraddizioni. Sensibili ai diritti di tutti, compresi quelli assai dubbi degli animali, non ci accorgiamo delle scandalose diseguaglianze dell’epoca. «Il diritto ad avere un padre – spiega Jünger – precede quanto si ha il diritto di esigere da un padre. Un diritto questo, sancito non solo dalla legge ma anche dalla natura. […] a essere in gioco qui non sono né bontà né cattiveria, né legittimità né illegittimità del padre; a essere in gioco sono, in assoluto, il padre e il suo atto di procreazione» (p. 234). In luogo delle leggi di natura, la tirannia dei desideri senza alcun freno, dell’egoismo individuale che gioca con i possenti strumenti degli scienziati (messi magari a disposizione dalla sanità pubblica). Se finora si nasceva dall’amore o quanto meno dall’eros, adesso è la volta della sperimentazione al servizio del desiderio. Pare poco generoso verso i bisogni fisici e sentimentali degli adulti solitari riflettere su questi temi: «ogni essere umano vuol sapere da chi discende. […] Negargli l’informazione o, addirittura, dargliene una falsa non è lecito» (p. 234). Quanti osano ripetere simili osservazioni all’amica che ha deciso di farsi inseminare da uno sperma senza uomo o alla coppia di maschi che schiavizzano un utero per fecondare un essere umano figlio del capriccio?

Jünger non era un esteta del trionfo del nulla, non raccontava, a maggior gloria dell’espressionismo, il romanzo del fenotipo e i bagliori che fuoriescono dai laboratori di genetica, come il medico-poeta Gottfried Benn, e non era neppure un profeta, non chiamava alla conversione (profeta era Ivan Illich), non si poneva problemi morali, riteneva che spettasse al saggio annunciare quanto stava accadendo, descrivere l’«inquietante» che scuoteva il genere umano, il giudizio sarebbe venuto successivamente. Ora però il mondo preferisce evitare anche la descrizione del mutamento genetico, limitandosi a celebrare la licenza sconfinata resa possibile dall’artificiale.

Osservando pittura e scultura del suo tempo, Jünger sapeva cogliere quello che sfuggiva alla critica fatua: «nell’arte contemporanea l’avversione nei confronti della testa ricorre con tale frequenza che è lecito annoverarla tra i sintomi generali» (p. 239). Anche qui insomma si riverberava il disumano, l’orrido dell’epoca tecnologica.
   

martedì 24 febbraio 2015

Anticlimax

~ ISTINTI GENERALI DELLA SOCIETÀ:
IL SETTECENTO TRA GODURIE LIBERTINE
E FURORI MORALISTICI. ~ APPUNTI SPARSI ~

Pathos contrapposto a Bathos, pietà, compassione versus riso di scherno, comunque scadimento, anticlimax (nel senso moderno dell’accostamento dissacrante alto/basso, ossia dal sublime al ridicolo). Nel 1764, William Hogarth aveva intuito molto del moderno. Soltanto un inglese poteva creare un’icona così potente come l’opera appunto titolata Bathos, con le stigmate precoci delle vignette dei comics e dei cartoons; nella parte inferiore della scena, collezioni di oggetti, antiquariato di strumenti dell’arte del passato finiti nella polvere, quasi spazzatura. Una atmosfera  apocalittica ma prosaica, «un modo di affondare», come recita il sottotitolo, di scivolare nel baratro. Del resto, l’altro titolo, Finis, alludeva sia alla prossima morte del disegnatore (fu la sua ultima incisione) sia alla fine del tempo che il moderno – dissolvendo la tradizione – comporta. E un altro artista inglese, Joshua Reynolds, poteva vantare la Parodia della Scuola di Atene (1751), dipinto romano che precede di qualche tempo la ripetizione estenuante delle Stanze di Raffaello da parte di pittori pellegrini del Grand Tour. Al posto dei filosofi c’era il consesso dei borghesi. Ma il trionfo del contemporaneo richiede di trasformare lo sfondo: in luogo delle raffaellesche architetture classiche le forme ogivali, l’universo gotico, l’ambiente dove si eleva l’uomo nordico, l’uomo moderno.  

Le tombe di Canova rovesciano quelle di Bernini. Nel Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, le figure si avviano alla soglia fatale, entrano in uno spazio buio, dove il nero, in contrasto con il candido marmo, inghiotte  i personaggi. Ade di gusto massonico come la piramide che lo inquadra. Invece, nel sepolcro ideato da Bernini in memoria di papa Alessandro VII,  per esempio, fuoriesce la Morte nel drappo di marmo rosso. La terra e gli inferi – oltreché naturalmente il paradiso – sono nel Seicento delle figure piene di dettagli e noi possediamo immagini ‘realistiche’ dello spirituale. Questa è la testimonianza cattolica, l’evangelo barocco che viene tradito definitivamente dopo l’Ottantanove. Talvolta anche da Canova, massima autorità artistica della Roma dei papi.

Ricominciare da capo, ossessivo Leitmotiv sulle ceneri della tradizione. «Se mi si ordinasse un nuovo universo, avrei la follia di intraprenderlo». Giovan Battista Piranesi sfidava proprio la follia nel generoso progetto. Nessuno gli diede alcun incarico, il geniale architetto dovette accontentarsi di disegnare sogni e una chiesetta esoterica sull’Aventino. Una qualche affinità con Nietzsche che scontava in solitudine la sua volontà di rifare l’uomo. La Ricostruzione futurista dell’universo ne era una tarda e rumorosa appendice.

Il Settecento fu straziato al cavalletto (lo strumento di tortura, non quello di pittura), squarciato tra godurie libertine e furori moralistici. Gotico e Classico, Romano e Greco, indeterminatezza del sublime e chiarezza del disegno ‘italiano’, mistero e illuminismo, forma piena e forma ascetica. Piranesi li raccolse tutti in una medesima immagine, si trattasse dei camini o delle architetture fantastiche. Schinkel fece soltanto l’eclettico. Intanto, tra i pre-raffaelliti d’ogni scuola, la ‘perfezione’ rinascimentale doveva essere depurata dalla corruzione del virtuosismo (che loro reputavano) senz’anima; la ‘rozzezza’ medievale arricchita dal platonismo (che loro reputavano) raffaellesco. Comunque, anche per ragioni più generali, per sottile avversione dell’epoca, rifiutavano o mettevano tra parentesi o meglio ancora correggevano vistosamente la prospettiva com’era stata codificata nel Rinascimento italiano. Pre-raffaellismo infatti significa anche questo.

Delightful horror. Il brutto, il rude, l’adiposo, lo smisurato entravano nell’estetica del sofisticato Settecento: il macigno Shakespeare era rotolato fuori dell’isola britannica, e nel Continente, in primis nella Francia ancora classica, aveva un effetto dirompente. E naturalmente, la scoperta del Bardo a distanza di secoli dalla sua morte produceva anche molti equivoci.

Schiller spiegherà nel saggio Intorno al sublime che dentro una simile esperienza estetica c’è «dolore e godimento»: ecco una delle prime teorizzazioni dell’algolagnia (sfuggita al trattato di Mario Praz). Collocando la polarità dominazione/sottomissione su un piano storico, si può schematizzare: assolutismo del Settecento, pieno dominio su cose e persone:  Sade ne è l’epitome.  Il piacere visto dalla parte della classe dirigente dell’ancien régime. Democrazia dell’Ottocento, soggetto kantiano (imputato, giudice e boia al contempo): Sacher Masoch ne è l’epitome. Il piacere visto dalla parte della folla. Il sadismo era in qualche modo legato al mondo della tradizione, «un bastardo del cattolicesimo» lo chiama Huysmans in À rebours, ma quando il cristianesimo era ormai irriso e ridotto a rito mondano. All’opposto, il primo masochismo, che ancora non si chiamava così, è confessato timidamente da Jean-Jacques Rousseau, padre del nostro evo volgare, apostolo della democrazia: «L’essere alle ginocchia di un’amante imperiosa, l’obbedire ai suoi ordini, l’aver motivo di chiederle perdono erano per me dolcissimi godimenti…». Nell’epoca laica, positivista e anonima il dottor Masoch predicherà senza rossori il culto dell’assoggettamento. «Un istinto generale della società», per usare la terminologia di Leibniz. Hans Sedlmayr ricostruirà in campo artistico questa attrazione umana per la degradazione, il piegarsi alle forme più basse, il rifiuto dell’esercizio aristocratico del potere per inginocchiarsi poi, atterriti, davanti a ogni suo feticcio (cfr. il suo Perdita del centro).

Philipp Otto Runge dice esplicitamente che nella pittura vuole evadere dalla religione «nata» dal cattolicesimo così come si guarda bene dalla Storia. Quindi istituisce in arte il culto del paesaggio. E torna a contemplare la natura, come sempre quando le rivoluzioni falliscono. Però nella degenerazione rivoluzionaria si vuol mantenere saldo il sacro principio ispiratore e quindi resta una profonda attesa: dalla natura verrà la soluzione messianica che gli uomini non seppero darsi. Poi il paesaggio, ovvero il teatro dei pantesimi, la scena prediletta del sublime, l’infinito in cui affogare in mancanza di Dio, diventano man mano scenette riposanti e pittoresche per interni di case Biedermeier.

Paesaggi con rovine. Al progressismo illusorio dei Lumi si oppone il dato di fatto che sta avanzando solo il numero dei morti tumulati su questa terra, le tombe appesantiscono il nostro globo, si moltiplicano gli scacchi all’orgoglio umano. Appena un escamotage sarà quello di incenerire i corpi.

«Paganesimo delle immagini» era la vecchia accusa di tutti gli iconoclasti alla Chiesa di Roma, però la vera idolatria si ha quando l’arte, liberata da ogni vincolo, si erge come una nuova religione, religione idolatrica, appunto, politeista.   

Secondo alcuni è Goya a lasciare da parte a un certo punto i grandi condottieri nelle scene belliche per occuparsi,  primo artista, delle anonime vittime.  Ouverture del Novecento, della sua seconda parte, quando in seguito ad avvenimenti più criminali che guerrieri, si mise al centro la figura della vittima, si fece storia delle vittime, lasciando scendere un’ombra sui vincitori. Affondava così l’impianto classico. Non più le ragioni dei potenti, il modello della storiografia romana. Sopraggiungeva il ‘classico colpevolizzato’ degli ultimi decenni del secolo appena tramontato. Per rappresentare le vittime, piuttosto che l’arte del periodo aureo, ci vorrebbe quella paleocristiana, l’umiltà dei bassorilievi catacombali. Anche la letteratura classica è sospetta. Un sonetto o un romanzo sono quasi un delitto, solo lo sperimentalismo ha il diritto dalla sua parte, si sosterrà. Spariscono i trionfi, le architetture imponenti, i templi per il Deus Dominus. La Chiesa di Roma rinuncerà alla sua millenaria liturgia gloriosa.

I dipinti di Goya dedicati ai vinti si limitarono a celebrare i fucilati, i matti, i mostri. Fino ad allora le vittime anonime erano glorificate in quanto martiri della fede: soffrivano quaggiù i peggiori tormenti ma, mentre i loro aguzzini erano ancora al lavoro, si aprivano i cieli fulgidi per accoglierli in trionfi sontuosi, incoronati con le palme della vittoria. I martiri moderni, da Goya in poi appunto, risultano maggiormente dolorosi, senza alcun premio, senza neppure l’aldilà gaudioso. Inquietanti.

 

mercoledì 4 febbraio 2015

Buffoni

~ PICCOLI DUBBI SULL’ONNIPOTENZA 
DELLA SATIRA ~  


«Ben sogliono gli uomini schernire quello che non intendono»
                                                                        J. W. Goethe, Faust

Circa un mese fa, l’Occidente segnava con molta enfasi la sua estrema trincea dove si asserraglia, dove fissa il suo intoccabile caposaldo, il suo tabù, quel che resta del sacro: la buffoneria. La linea della civiltà si arrocca dunque sulle pernacchie. Chiama libertà la licenza di sghignazzare su quasi tutto; che cosa c’è di più nichilista e corrivo? Nel «quasi» si nasconde l’inganno: libertà assoluta di bestemmiare la divinità, avendo perduto il timor sacro, ma assoluta proibizione  di sfiorare i nuovi idoletti laici. Provate a celebrare per burla la mafia, o a dire semplicemente davanti a quei criminali paesani e arcaici un «chi sono io per giudicare?». Subito si invocherà una legge apposita che commini anni di galera per una simile opinione o tentennamento ideologico. E sarebbe difficile travestire quegli apprezzamenti sdruccioli come satira perché lo statuto di questa, come tutta l’arte e la letteratura contemporanee del resto, è sfuggente, ovvero sottomesso alle mode e alle politiche vincenti. Chi imbrattasse il patetico Diario della sventurata Anna Frank o dietro alla elastica nozione di satira ripetesse ogni giorno attacchi virulenti alla democrazia fino a impiccarla alle sue contraddizioni sarebbe criminalizzato senza attenuanti.  Nella gara meschina tra la blasfemia da una parte e gli infiniti temi che ogni fantasia malata può elaborare contro il pensiero unico dall’altra, si rasenta la idiozia compulsiva, niente a che vedere con la libertà.

A milioni, in generosa partecipazione mossa dal cristiano buonsenso per una strage incommensurabile con l’impertinenza, si è fatta di un giornalino una bandiera. Che il giornalino contenga la Trinità raffigurata in un atto di sodomia è accettato e smuove risatine anche tra i preti. Ah, ah, che sbellicamento. Cacchette sparse su quanto fino a ieri era considerato più prezioso al mondo. La fase escrementizia dell’infanzia, secondo il dott. Freud. Un americano immette sul mercato estetico molto proficuo un Cristo immerso nella orina, scandaletto facile, seguito comunque da elucubrazioni e tormenti, onde strappare qualche dollaro in più e uno status di artista (atei e nichilisti sì ma sempre tanto invidiosi di quel ruolo quasi divino). Gli occidentali non soffrono più per tali offese, sono cristiani adulti. Hanno elaborato anche una teoria assai zoppicante sulla faccenda confusa della satira: sarebbe il caso di ricorrere alla violenza polemica soltanto quando questa attacca i potenti e i simboli dei potenti. Dimenticano che per ogni parte in conflitto i potenti sono semplicemente gli avversari. Dimenticano soprattutto, quando enunciano questi escamotages, che la vittima per eccellenza, la vittima divinizzata è Gesù (dimenticano o nascondono il pensiero di René Girard a tal riguardo). Se la cavano con la spiegazione che la divinità cristiana è ben al di sopra degli scherzi, che non si lascia toccare dagli insulti e in ogni caso certi teologi contemporanei non vogliono più saperne delle ferite al Dio incarnato, della passione di Cristo, della sofferenza del Dio umanizzato che si rinnova al di là del tempo. Con questi trucchi intanto, la satira prende il posto dell’arte, diventa onnipotente, e i buffoni sono i nuovi sacerdoti, i nuovi maestri di morale, i nuovi commentatori di Dante e nunzi a modo loro del bello, i nuovi politici, le nuove guide. Si ascoltano filosofi celebrare la sacralità della libertà d’espressione (in un mondo in cui non viene riconosciuto altro sacro inviolabile), l’espressione santa essendo ormai solo quella dell’arte comica. Oggi la satira è critica più o meno feroce in nome della demagogia, i comici pantocratori sono maestri di populismo come nessun altro tiranno mai.  L’attuale culto della satira dichiara inutile perdersi nella riflessione, nel ragionamento, nella elaborazione filosofica, basta uno sberleffo, una parolaccia, un insulto, una bestemmia che, come un sorso di vino di troppo, una sniffata di cocaina, faccia venir giù il mondo. Il pensiero che si impone al nostro tempo sempre a quell’obiettivo mira: annullare il creato, renderlo indifendibile, infondato.

I disegnetti degli ilari bestemmiatori, infatti, sono roba da osterie d’antan, sgorbi osceni sui muri delle periferie, rozzi pensieri, forme ancora più rozze. Un satirico italiano, intervistato appo i fattacci parigini, celebra l’immediatezza delle vignette del suo giro, loda il taglio del nodo gordiano verbale, rammenta la ricerca spasmodica e mistica di un colpo che faccia a meno di pensieri e logica, che spezzi sintassi e concetti, che prescinda da ogni criterio, e così enumerando pare evocare proprio quella sventagliata di mitra che taglia la testa al toro e agli umani, che è più veloce di ogni battuta, più eloquente, più diretta di ogni schizzo caricaturale.

Prima ancora di discettare sull’islam però, sarebbe il caso di riflettere sulle cose sacre che restano nel nostro mondo. Non si parli di scontro di civiltà, e neppure di incontro, dal momento che ogni giornalista televisivo vi spiegherà con aria di sufficienza che la civiltà è una sola. Ohibò. Civiltà unica che si specchia nel pensiero unico. Nella religione unica, quella laica. Guai a chi provi a restare fuori a questa unicità. Guai a chi non rida delle vignette dei martiri. A chi non si identifichi con la loro stupidità. Si può discutere, e ridicolizzare beninteso, il pensiero di Tommaso d’Aquino, il pensiero di Ibn Arabi, di Maimonide, si può decostruire la cultura occidentale, si può mettere alla berlina  la Bibbia e il Corano, duemila anni di cattolicesimo con i suoi dogmi, più di duemila anni di formalismo farisaico, ma non si può non piegarsi a quell’atto di libertà che sarebbe lo sberleffo dei buffoni.

Civiltà unica, pensiero unico.  Rigidità impressionante. Neppure nel medioevo imperiale, teocratico e assoluto, erano proibiti i varchi come nell’Occidente democratico e laico. Apparvero così scandalizzati dal discorso piano del papa teologo  a Ratisbona, adesso lo ripetono in versione commerciale. L’islam si deve laicizzare, grida il direttore del giornale più modaiolo d’Europa. In Occidente non è più ammesso il sacro. Che si convochino le processioni laiche come quella di Parigi che pareva la versione postmoderna del giacobino culto dell’Essere Supremo. Le religioni risultano ormai sanguinarie. Un vecchio semiologo che scrive romanzi di successo propone senza remore l’abolizione delle religioni. Se i cattolici provano vergogna come  quasi tutti gli occidentali a difendere l’aspetto sacro del cristianesimo che spendano una parola almeno per quello dei nostri diretti concorrenti che si richiamano al Libro (sacro, appunto), non sproloquino solo per il loro benessere fisico e per i loro salari e diritti vari (la Chiesa di Roma non è un sindacato).

Sempre volgarizzando al massimo il discorso di Ratzinger si parla di illuminismo come si trattasse dell’accumulazione del capitale che permette di accedere alla rivoluzione industriale. Resta in ombra il fatto incontrovertibile che la critica illuminista nasce in seno alla civiltà cristiana, alle sue distinzioni tra sacro e profano, tra clero e laici, tra umani fatti a immagine di Dio. Ci si deve invece mettere in fila – impone l’opinione pubblica – e acquistare anche a caro prezzo il biglietto per diventare in breve tempo illuministi. Nel prezzo c’è la distruzione delle singole culture, della tradizione familiare, della propria storia. Naturalmente nelle chiacchiere giornalistiche si ignora la dialettica dell’illuminismo, la ricostruzione a opera di Adorno e compagni della faccia totalitaria dei Lumi, dell’annientamento di etnie, culti e culture che tentano di resistere alla sua ideologia progressista. Nessuno osa più ricordare alla maniera dei pensatori francofortesi che la luce abbagliante dell’illuminismo produsse le ombre dolorose nel Lager.

La coabitazione forzata tra popoli e culture distanti, che la globalizzazione economica impone (con mascherature a vario titolo filantropiche), riduce l’illuminismo a un corso rapido di desacralizzazione del mondo, di cancellazione delle immagini della rivelazione divina a favore di un sincretismo astratto su cui già si era cimentata la massoneria borghese. Resta l’adattamento più o meno forzato al vuoto, il protestantesimo del tutto laicizzato cui si dovrebbero piegare anche i popoli del nord-Africa e del medio-oriente. Perché meravigliarsi della attrattiva per i più giovani della lotta cruenta, delle armi pesanti? La sociologia la fa lunga con la disoccupazione nelle periferie, non sa nulla di queste ferite al cuore ben più gravi, dello scoramento in solitudine senza il conforto del paradiso.

Si dice candidamente medioevo quando si parla dell’islam, come se fossero speculari i secoli del nostro feudalesimo o dei Comuni e i secoli del Califfato arabo. Nella civiltà unica e appiattita è infatti poco corretto sottolineare il sorriso che segnò da noi la letteratura e l’arte, proibito poi ricordare lo spirito di tolleranza del cristianesimo pre-illuminista per cui già allora sarebbe apparsa aberrante una strage causata da uno scherzo stupido. Abituati a battersi il petto in quanto occidentali, a vedere il bicchiere mezzo vuoto, a scandalizzarsi proprio in quanto occidentali e cristiani per le teste tagliate (piuttosto che trovare motivo di vanto di essere usciti per primi dalle crudeltà religiose), si abbandonano all’oblio tante cose. Per esempio Giovanni Boccaccio, narratore di storie mondane, che parlava nelle chiese o anche, sulla sua scia,  i Racconti di Canterbury in cui i pellegrini criticavano preti e frati. O  Dante che poteva mettere all’Inferno il papa regnante, non impiccare soltanto il profeta Maometto con le sue budella.

venerdì 26 dicembre 2014

Natale 2014


Intercettazioni involontarie. Camminando per una strada di Roma giunge alle spalle la voce concitata di una coppia che litiga con la tensione accumulata nel tempo di festa, quando il tempo di festa è gestito dai mercanti che spingono all’ossessione dell’accaparramento di cose inutili. E le minuzie provocano sconquassi. Lei: «io ci tengo al mio diritto a essere felice…». Lui risponde in un romanesco frusto e cinematografico: «allora torna para para alla tua indipendenza». Così scivolò nel grottesco la pomposa dichiarazione dei diritti proclamata al tramonto incandescente del Settecento. Così l’Illuminismo finisce in parodia triviale. Così gli attuali ripetitori di quelle pretese, i catechisti delle umane prerogative, tra cui papi e concili moderni, si ritrovano a smerciare «diritti alla felicità» senza riderci su.

Tutto il contrario di quanto contempliamo nel presepio. Il rovesciamento delle gerarchie umane per opera divina avviene senza forza, senza politica, senza contratti né dunque cartigli di diritti e di doveri. Un miracolo del dono. Un gesto generoso di Dio che è persona e non astrazione spinoziana. Un sacrificio dello splendore divino. Una scelta dell’«umano troppo umano» nell’oscurità del popolo minoritario per eccellenza, dei miseri, degli impolitici, degli arcaici: ebrei, pastori. Nel cuore del mondo, nel luogo politico supremo, nell’Impero di Roma Dio si incarna – secondo il Vangelo – ma tra gli estranei allo spirito del tempo. Nessuna agitazione sociale, nessun chiacchiericcio dei diritti. La favola della felicità su questa terra è estranea alla scena del presepio. Vi si intravede invece, come molti artisti dipinsero espressamente, la croce del sacrificio. È solo attraverso la morte di Dio che tutte le creature risplendono di una luce che arroventa e incenerisce ogni carta delle regole, che toglie fondamento a ogni giustizia umana, che abbacina i credenti nella legittimità del moderno. La luce della vittima, direbbe Girard, che smentisce il dogma del pensiero unico per cui tutte le religioni hanno uguale dignità.

lunedì 24 novembre 2014

Illuminismi

~ APPUNTI SU DISVELAMENTI E DESENGAÑOS.
PROVANDO AD ANTICIPARE DI UN SECOLO
LA FILOSOFIA DELLA LUCE E DELLE TENEBRE ~

Chi ha detto che il migliore illuminismo sia comparso nel XVIII secolo? Mostrare ai fratelli-lettori, ai complici più o meno ipocriti, gli inganni della vita, del tempo, delle passioni, della carne, le torture del dolore, i disvelamenti dell’agonia, le crudezze che nessun evangelo laico può cancellare: questa è musica barocca, cioè i migliori discorsi del XVII secolo. Si citi Lorenzo Magalotti. Si legga con sgomento il verso di Francisco de Quevedo: «Ehi, della vita! Nessuno risponde?». Che l’eccelso suo traduttore, Vittorio Bodini così chiosa: «Par di vedere e sentire [Quevedo] battere alle nude porte dell’esistenza». Le piacevolezze del Rinascimento sventrate, il desengaño dell’umanesimo sceneggiato magistralmente. Dopo, nel secolo successivo, si indirizzò la lampada su questioni ben più meschine, si fece luce su contrasti domestici, liti tra servi e padroni, si snodarono questioni tra mortali. Un soggetto umano gonfiò il petto in modo ridicolo. E il filosofo lo illuminò compiaciuto. Bastava non lasciarsi stordire da quelle illuminazioni improvvise nelle spesse tenebre: i primi ‘illuministi’, i seicenteschi, si erano misurati con l’immenso potere della Morte, i successori su quelli redimibili di un sovrano mortale anch’esso.

Con il Settecento va in pezzi l’umanesimo cattolico e si affaccia lentamente un teismo strisciante che fa saltare il compromesso romano: ecco affermarsi la divinità astratta, il corpo dei libertini senza Dio e un Dio senza corpo.  Cade così l’intero ordine universale, la salda gerarchia al sommo della quale dominava Dio di cui l’uomo diventava metafora sulla terra, governando la natura, il creato visibile (animali e piante). Dio astratto e uomo astratto si guardano ora a distanza, pallidi, spolpati. Nasce in quel tempo il culto della natura, la deificazione di una forza oscura. Nel ritorno alla  religione antica, l’uomo perde i suoi poteri e viene sottomesso ai suoi istinti. Non bastano tutti gli artifici settecenteschi a fare da diga, l’istinto selvaggio, la forza naturale si impone. Religione antica dei villaggi, paganesimo secondo ragione filologica. In effetti sempre la religione latina (e greca) celebrò i boschi e le divinità che lì si nascondevano, mentre dall’Oriente viene il legame con  il deserto biblico, l’altare di Jahweh privo di fronde, la spoliazione delle divinità boschive. Il grande compromesso, allora, faceva convivere a Roma religione pagana e cristianesimo, equilibrio tra i due poli del bosco e del deserto, dei miti e dei riti, mediazione di Cristo, che è visto al contempo come Apollo e figlio di Jahweh.

Anche questa nuova fede nelle «grazie della selvatichezza», che si affermerà nell’evo moderno, e che fungeva da contrappunto ai Lumi,  aveva avuto un profeta seicentesco. Quando il conte di Shaftesbury introduce al nuovo culto della natura e vagheggia un ambiente incontaminato, rifiutando Bernini e considerando Pietro da Cortona «corruttore del gusto» (per estasiarsi davanti all’‘orrido’ di Salvator Rosa), non solo riporta in auge la religione dei barbari che già nel nord Europa protestante aveva ripreso forza, ma aggiunge un altro elemento distruttivo: dal bosco sacro è scomparso il nume, né Apollo né Diana vi si aggirano più, né s’incontra il cervo con la croce sul capo che apparve a sant’Eustachio, adesso è la natura stessa, la forza selvaggia, a essere onnipotente. Un panteismo che schiaccia l’essere umano: da allora la creatura dovrà piegarsi a questo potere misterioso, alla matrigna che non parla il linguaggio razionale, alla despota misteriosa, senza altra finalità che la sua crescita insensata. I poeti troveranno un ruolo: agghindare la forza bruta. In luogo dell’artificio si giocherà all’artificiosissima naturalezza (Rousseau diverrà il maestro di tali imbrogli). Ma per interpretare la divinità oscura c’è bisogno di una tecnica altrettanto anonima: la scienza, unica via per capire (diagnosticare) i risultati di una potenza divina senza nous. L’uomo allora si trasforma in servitore-interprete, creatura agitata da una forza oscura. Non solo perde lo status di figlio di Dio, ma anche il conseguente ruolo di coordinatore dell’universo, di rappresentante di Dio in terra (se il papa infatti ne era il vicario supremo, l’autorità politica ne rappresentava il potere terreno, e così via fino al padre che riecheggiava il sole divino nella famiglia). In tal modo viene a mancare il patto biblico, la certezza che i poteri umani abbiano un fondamento al di là del tempo e dei suoi capricci, la possibilità di costruire una tradizione. La morte dell’umanesimo, dell’atteggiamento cattolico cioè che rifiuta l’annullamento (bizantino e gotico) della creatura davanti al creatore, che riprende il braccio di ferro con l’angelo della tradizione ebraica e il gusto terreno dei pagani, trapassa a un certo punto nella divinizzazione dell’uomo che è tutt’altra cosa. Bisogna attendere che si srotolino il Settecento e l’Ottocento, sperimentare tutta la miseria dell’umano senza più la controparte del Dio unico, con il bosco sacro ormai svuotato degli dèi e ridotto a contraltare del mondo meccanico, l’accumulo di dati scientifici che quanto più si applica alla natura tanto più lascia insoddisfatti sulle domande ultime, quelle che maggiormente contano; bisogna avere intrapreso in massa la corsa verso il nulla, immersi in continue distrazioni organizzate per non vedere quello che ci aspetta, bisogna avere sciolto i legami con la natura (venerata insensatamente nel weekend come incontaminata, come vergine) e con il cielo (abbandonato con iattanza) e soffrire di solitudine cosmica, bisogna avere sceso tutti i gradini della abiezione per poter finalmente, con un coup de théâtre, procedere alla deificazione dell’uomo. Ma è un dio ottocentesco, risibile ed eclettico, mascherato, travestito in tutti i ruoli mitici. Un dio che si è candidato e autoproclamato, come nelle repubbliche. Un dio impotente, parodia delle debolezze di Cristo. La kenosis regalmente scelta dal Cristo-Dio diviene nell’uomo triste necessità. Ma un dio bizzoso: gran parte dei fiumi di sangue del XX secolo scorre su altari laici per i  suoi puntigli.

Profeti confusi. Il ritorno di Zarathustra apre la via ad altri profeti. Esortano soltanto, tutti. Predicatori come nelle sètte protestanti. La questione morale da due secoli tende a ridurre la religione a un faccenda etica. E già Félicité de Lamennais si lamentava (prima dell’apostasia): «Può concepirsi una religione nella quale non si sappia positivamente né ciò che si deve credere, né ciò che si deve praticare? Una  religione, insomma, che non abbia né simboli né comandamenti? Una religione che, come regola di condotta e di fede, dica agli uomini: ‘Io non so positivamente se esiste un Dio, se gli è dovuto un culto, né qual culto gli è dovuto. Non so positivamente se l’anima è immortale, se la giustizia divina le riserba in un’altra vita pene e ricompense, né quale sarà la durata di queste ricompense e di queste pene, la natura delle quali m’è completamente ignota. Io non so positivamente se il creatore dell’uomo, chiunque esso sia, gli abbia imposto dei doveri o l’abbia lasciato totalmente padrone del suo credere e delle sue azioni. Io non so positivamente se esiste qualche cosa di reale in ciò che si chiama delitto e qualche cosa di reale in ciò che si chiama virtù» (Saggio sull’indifferenza in materia di religione). Nel frattempo non soltanto i critici della religione positiva lasciavano inevase queste domande ineludibili, persino la gerarchia cattolica, i catechismi e i confessori glissavano tra i terribili interrogativi. Ci si consolava con il ritornello delle incertezze, con la glorificazione del dubbio e la dannazione del dogmatismo, facile escamotage per ridurre anche il cattolicesimo romano ad ordinaria, umana, saggezza.

La divinizzazione dell’uomo subentra perché l’ateismo radicale è insopportabile. Ci si incorona da soli, sulla falsariga di Napoleone imperatore. Ma almeno quel gesto fu ratificato solennemente, la cerimonia consacrata dalla presenza (sia pur forzata) del  papa, mentre la deificazione dell’uomo – che detronizza il Dio-uomo – avviene alla chetichella, senza nome, con numerosi eufemismi, manca perfino della data. C’è poi un continuo tirarsi indietro, grandi rifiuti, ‘non sumus digni’, non abbiamo forza, fragili siamo, non ci inganniamo, creature impaurite, che nascondiamo i timori con le forme divine. Poco più poco meno di due secoli fa. Ora siamo alle dimissioni di massa. Il fascino, l’orgoglio di esser Dio si è perso da tempo, suona ‘ottocentesco’, resta il privilegio di autoassolversi da tutte le responsabilità. Ma anche qui, che immani sensi di colpa, soprattutto dopo che la «morte di Dio» ha prodotto la «morte di Satana». L’uomo resta solo a inorgoglirsi di piccoli successi come di piccole colpe. Un ex abate di san Benedetto scrisse qualche anno fa, avendo strappato la veste monacale, un librino sull’inesistenza del diavolo. Aveva condito lo scritto di dotte citazioni della patristica come della cultura contemporanea, ma quello che sfuggiva all’ilare monaco era il senso del male: gli stermini storici gli sembravano frutto di scandalose nequizie sociali; non si rendeva conto che ogni morte, la più ‘naturale’, è già un male insopportabile. Nessuno dovrebbe accettare come naturali morte e malattie.

L’altro è nel frattempo diventato l’ossessivo specchio della desolazione di ciascuno. Aiutare il prossimo a risolvere i suoi problemi sperando così di superare i propri: a questo si riduce l’atteggiamento religioso del nostro tempo. Sempre più confuso con l’azione sociale e la politica, meglio: una politica ridotta ad azione sociale. In una conversazione con i suoi allievi del dicembre 1930, Wittgenstein tagliava corto:  «Bene è ciò che Dio ordina» (Lezioni e conversazioni). Ma poi la sua filosofia agli antipodi di quella tomistica non avrebbe saputo indicare come capire e seguire gli ordini divini.