giovedì 19 giugno 2014

Resistenza romana

~ QUANDO LA CAPITALE CATTOLICA
SI OPPONEVA AL MONDO ~
  ~ DAL DIARIO DI JULIEN GREEN ~

Nel paludoso terreno del Nuovo Mondo fondato principalmente sulle fortune pecuniarie anche la Chiesa cattolica, e già molto prima del pasticcio conciliare – lo si è visto nel precedente articolo dell’«Almanacco» con il reportage anni Trenta di Mario Soldati – cedeva ai sincretismi, ne pareva quasi costretta dai meccanismi della modernità. Però va pure sottolineato che, nei medesimi anni,  l’alma città di Roma restava eroicamente al di sopra della mischia del Novecento. Nonostante che, dal 1870 in poi con l’invasione italiana del più antico stato d’Occidente, l’Urbe si spaccasse in due, nonostante la convivenza forzata della città santa con la città dei massoni prima e con la città dei fascisti dopo, nonostante l’annacquamento dell’universalismo millenario per il veleno nazionalistico iniettato nelle sue vene urbane, la Roma più piccola per estensione, asserragliata nella valle dove fu sepolto Pietro, era quella  a cui si guardava da tutto il pianeta. Svettava sulle miserie dell’epoca, mostrava autorità, bellezza, saggezza, sapienza. E una dignità unica con la quale resisteva alle cadenze del nuovo, alle attrazioni del precipizio. La capitale della forma era, allora, del tutto indifferente agli espressionismi montanti.

Roma restava avvolta dal mistero e si ammantava di oscuri significati simbolici. Ne approfittavano anche importanti letterati, pronti a scendere nei sotterranei vaticani per evocare ed equivocare quei segreti dell’eternità, speculandoci romanticamente, giocando in modo facile sull’accostamento del sublime al tenebroso, al complotto sinistro, magari per mano gesuita o di monaci arcaici, come già avevano fatto, sia pure con maggiore rigore, gli autori primo Ottocento del Viaggio in Italia, a cominciare dal magico Hoffmann nel suo Elisir del diavolo. Manteneva, inoltre, l’oppido cattolico forti legami con le antiche religioni pagane, dal momento che i sagaci padri della Chiesa avevano strappato le cose buone alle credenze idolatriche per accoglierle nel patrimonio apostolico. In pieno Novecento, dunque, capitale del culto, corte degli emissari del trascendente, incaricati dal Dio incarnato di tenere i rapporti tra Cielo e Terra, di rappresentare quella incarnazione nella storia, di ospitare il vicario del Verbo fatto uomo, ovvero colui che ne continua l’opera sua su questo mondo, nella lunga attesa del suo ritorno, disbrigando gli affari correnti e straordinari, talvolta atroci, dell’umanità, cancellando e perdonando il male umano, indicando il culto angelico, anticipando quaggiù, sulla tomba del «Principe degli Apostoli», come si amava ancora dire, le liturgie del Paradiso. Che effetto poteva fare tutto ciò a un letterato parigino turbato dal mistero della carne?  

Convertitosi a sedici anni dal protestantesimo alla religione di Roma, cattolico entusiasta fu Julien Green, eroico come molti convertiti; eppure a venti se ne allontanò, l’attrazione omosessuale parendogli più prepotente. Ci mise del tempo per rientrare nell’alveo cattolico, per misurarsi con le proprie tentazioni, per vivere in modo aristocratico l’omofilia, per conciliare il gusto dell’universo maschile con la morale di Roma. Quando nel 1935 scende sulle rive del Tevere è dunque  critico verso la rigidezza di questa religione fedele ai precetti biblici. Diffidente verso la veneranda istituzione. Eppure se apriamo il suo Diario al volume che va dal 1935-1939 (traduz. italiana di Libero de Libero, Mondadori, 1946) leggiamo il racconto di una seduzione. All’epoca del viaggio, il mondo si incamminava nella via crucis del nuovo conflitto mondiale, il secondo in pochi anni. Basta qualche riga del suo taccuino per ritrovare col senno di poi le anticipazioni di quel suicidio europeo. Notiziole che precedono leggere il rimbombo della più devastante guerra mai combattuta su questa terra. «6 febbraio 1936. - Ciapaiev, film russo che si proietta al Panthéon. Episodio della guerra fra russi bianchi e rossi. Il pubblico applaude con trasporto il massacro dei soldati bianchi. Ciò mi ha disgustato e me ne sono andato prima della fine protestando a voce alta. Sono dell’opinione che tanto qui come altrove la folla è proprio sinceramente incivilizzabile» (p. 49). Oppure, passando dal cinema alla realtà: «24 luglio 1936. - Da una settimana è scoppiata la “rivolta spagnola contro il bolscevismo”. Notizie scoraggianti. Ieri alcuni comunisti hanno decapitato tre gesuiti e ne hanno portato in giro le teste su vassoi d’argento, tra gli applausi di una folla delirante.  Un po’ dovunque, villaggi saccheggiati, chiese in fiamme e preti sgozzati» (p. 56). E spostandoci nell’isola britannica dove pure regna ancora la pace: «9 ottobre 1936. - In questa settimana l’Adelphi Terrace è scomparsa; un po’ della civiltà inglese che se ne va. A Londra tutto quanto ha più di cento anni è minacciato. Si sventrano giardini pubblici, si demoliscono chiese» (p. 60). I bombardamenti completeranno l’opera.

Lontanissima se non dal mondo – come diceva del suo eremitaggio un monaco del Monte Athos – dalle banalità del mondo, dai discorsi inconcludenti, dai progetti nichilisti, appariva Roma. «11 aprile 1935.-  A Roma. Ẽ ridicolo non essere completamente felice qui. […] Stamane a San Pietro. Troppo oppresso per capire, per vedere anche. Tutto in questo edificio tende a sbalordire, a intimidire il visitatore…» (p. 15). Si agitano i fantasmi puritani, i dubbi tormentosi del protestantesimo dell’infanzia.  Torna l’eterno sospetto che la città sia rimasta la capitale del paganesimo, secondo la più scontata delle interpretazioni. Un gigantesco problema per le anime semplici, Il frate sassone se ne afflisse nel suo convento agostiniano come nella sede di Pietro. La Babilonia, la Grande Prostituta. Ribelli e senza speranza non ne afferravano i caratteri straordinari: il «general intellect» dell’ultraterreno, la centrale strategica della conquista del Paradiso.

«4 aprile. - In San Pietro per la cerimonia delle Palme. Il clero attraversa la basilica in tutta la sua lunghezza dentro una nebbia di incenso. Due cori si rispondono, quello della processione e quello d’una tribuna nei pressi dell’altar maggiore. Effetto stupendo.  […] Non posso fare a meno di pensare che in tutto ciò ci sia un ricordo del Tempio, poiché la Chiesa è la memoria dell’umanità» (p. 15). Nel cuore della corte suprema dove risiedevano i custodi della tradizione e, allo stesso tempo, gli araldi di quel nuovo assoluto che è il messaggio evangelico.

«17 aprile. - A San Giovanni in Laterano. C’erano canti  che mi hanno commosso a tal punto da farmi cadere in ginocchio insieme a tutti. […] Ero andato a guardare il soffitto dorato e i grandi mosaici, e quella liturgia m’ha scombussolato» (pp. 15-16). L’arte come squisito pretesto, l’aperitivo di cui parlava Baudelaire.

La liturgia della Settimana santa  non aveva ancora subìto la riforma/semplificazione dei primi anni Cinquanta. Molti dettagli dei tanti riti accessori che si svolgevano nella basilica vaticana  sono dimenticati ormai anche dai più vecchi di noi. «18 aprile. - Giovedì santo. In San Pietro a veder lavare l’altare. Tale cerimonia richiama molta gente e noi siamo entrati con difficoltà. Intorno a noi si parla a squarciagola. In un angolo della basilica una fila interminabile di fedeli passa sotto la lunga ferula d’un canonico semisvenuto per la stanchezza: è un grosso vecchio pallido, vestito di moerro porpora con ermellino; la sua mano stanca fa un gesto incerto per inclinare la ferula penitenziale sul capo di tanta gente. Somiglia, sul trono, a un funzionario romano in un affresco di Piero della Francesca. Frattanto i ceri si spengono e l’ultimo salmo ha termine. La folla fluisce verso il grande altare barocco del Bernini. Enorme baccano. I fedeli si mettono allegramente a chiacchierare; i canti vanno da un punto all’altro della basilica, si rispondono, si richiamano e sembrano cercarsi come ciechi. Si versa acqua sull’altare, dopo che uno strepito di tuono ha annunciato che Cristo è stato catturato. Il clero si dirige allora verso l’altar maggiore. Tre vescovi prima, poi il cardinal Pacelli asciugano l’altare con strofinacci di paglia fissati a delle bacchette. Seguono altri prelati (fra essi un parente del re di Sassonia), canonici e beneficiati, alla fine ragazzi del coro che non interessano nessuno. […] Il cardinale passa proprio in quell’istante. Ha una dignità stupenda, con grandi occhi fissi e un che di strabico nello sguardo. Faccio appena in tempo a riconoscerlo, poiché cammina svelto e scompare quasi subito. Dietro un filare di ceri accesi, un prete da una tribuna mostra il velo della Veronica e la Sacra Spina. Proprio a me vicino, un giovane ecclesiastico prega, con gli occhi chiusi, il volto esangue, piuttosto simile al ritratto di San Benedetto Labre che ho visto, il giorno prima, a Palazzo Corsini. […] Esco e mi ritrovo sotto il colonnato del Bernini, incantato e insieme sconcertato. Ma che m’aspettavo? Speravo forse che il cielo s’aprisse?» (p. 16). C’è un gioco di rimando con l’arte: dai palazzi e dai musei i personaggi dei dipinti si specchiano nei prelati e nei fedeli che animano i riti. Si ripetono le mirabilia Urbis che mossero milioni di pellegrini. Il «vecchiarel canuto e stanco» di Petrarca che «viene a Roma, seguendo ‘l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassú nel ciel vedere spera». Ossia quella reliquia della Veronica la cui ostensione oggi avviene nel disinteresse di turisti perplessi, accecati dalle immagini del digitale.

« [A Frascati, nella Villa Mondragone, allora noviziato dei gesuiti]. Dalla finestra scorgo l’immensa pianura bluastra in mezzo alla quale Roma fa una grande macchia rosa. Ho pensato agli allievi e ai professori che sbadigliano dinanzi a quel paesaggio meraviglioso» (p. 20). Al Pincio c’è «una gioia tale nell’aria che non ho potuto resistere a lungo al contagio».  Nella chiesa sulla Via Appia contempla il san Sebastiano cui il tempio è dedicato: «sta sdraiato sotto un altare in una di quelle pose voluttuose che giustificano il malumore dei protestanti a Roma, ma è bellissimo. Troppo bello. Ẽ un Apollo che fa degnamente il paio con la Santa Teresa in Santa Maria della Vittoria. Il dio pagano s’è infilato in una chiesa pagana per dormire tranquillamente sotto l’altare del suo rivale» (p. 21).  Ancora patemi d’animo nel separare le forme pagane da quelle cristiane. E se invece  l’incarnazione consistesse nel prendere oltre che l’involucro umano anche le forme pagane, la beltà degli antichi trasfigurata dalla promessa biblica, dalla Rivelazione?

Già si parlava di capitale dell’immateriale, ma era proprio così? I corpi avevano un ruolo essenziale in questa santa religione. «7 maggio. - Roma. San Bonaventura, non lontano dall’arco di Tito, è una chiesa piuttosto insignificante, ma che cela sotto i suoi altari, singolari reliquie. Bisogna chiedere la sagrestano un lume e lui vi darà un candeliere del quale ci si deve contentare. Coricato in una bara di vetro, sotto il primo altare, uno scheletro in perfetto stato ostenta una posa elegante della quale non si osa sorridere: ha le gambe incrociate e con un gomito riposa su un cuscino rosso, la testa vuota s’appoggia su una mano delicatamente piegata. Ẽ vestito pressappoco come un cantante in un’opera del diciottesimo secolo: il torace chiuso in una corazza di tulle e di ricamo d’oro, il cranio impennacchiato di piume bianche un po’ grigie, le rotule ornate di roselline. Ẽ San Floriano martire, che hanno bardato in quel modo duecento anni orsono.

«Una donna gli sta dirimpetto sotto il secondo altare, vestita invece d’un grazioso abito azzurro di re di rose rosse che avrebbe incantato Nattier. Nella sua mano guantata di tulle argenteo un fiore di vetro che lei sembra odorare. Per sostenere il peso della testa calva e grinzosa, il suo braccio si appoggia con civetteria su dei cuscini rosa che appena preme. Chi è? Non hanno saputo dirmelo.

«Finalmente, sotto l’altar maggiore, una mummia spaventosa in un abito da bigello, e quella cosa tutta calcinata dal tempo è quanto resta di San Leonardo, morto nel 1751» (pp. 25-26). E qualche giorno dopo: «22 maggio. - Tornato a San Bonaventura per osservare più attentamente i santi barocchi. Non si guarda mai così da vicino senza che qualcosa vi sfugga. San Floriano porta, in verità, una corona di rose, e ai suoi piedi sta il casco d’argento adorno di fasce da lutti; con una mano regge una specie di palma di carta su cui è scritto il suo nome. La santa che gli sta dirimpetto si chiama Colomba; la gonna è orlata di rosa turca;  i suoi guanti di filigrana d’argento somigliano a guanti che portano le nostre donne oggidì. Così come sono, l’uno e l’altra, quanto sarebbero piaciuti a Baudelaire» (p.32). Ma se oggi Baudelaire si arrampicasse fino a questo conventino campestre in mezzo al Foro Romano resterebbe deluso: dappertutto cartelli che enfatizzano una ‘spiritualità francescana’ piuttosto sentimentale; i corpi morti, nell’attesa beata della resurrezione, restano ormai nascosti agli occhi dei fedeli. Lo scandalo cristiano va occultato per rispetto delle mode e del mondo.

Infine. «Ieri sera, al cinema di piazza Barberini. Nell’intervallo il soffitto s’apre in due come una porta scorrevole. Appare allora, sopra di noi, palazzo Barberini con le sue finestre severe, chiuso in un sogno da cui noi siamo esclusi…» (p. 32).     

Trent’anni dopo l’universo cattolico era stravolto. Roma resisteva con sempre maggiori cedimenti. Ma restava pur sempre fondata su un basamento granitico per opporsi al mondo; la rocca, la pietra ne fu l’epitome. Green, tornato da lungo tempo alla religione cattolica per restarvi fedele fino alla morte, assisteva smarrito alla protestantizzazione dei ‘papisti’. Ma osava parlare ancora negli anni Ottanta di «bile protestante». Eccentrico nella cultura del tempo. La Riforma non conquistava più i cuori dei suoi fedeli ma irretiva i teologi cattolici, l’aveva vinta sulle loro timidezze. Ci si vergognava infatti della gloria, del mistero. Guardando indietro, Green si accorgeva che un «mezzo arianesimo» aveva ispirato i maestri della sua infanzia, compresa la venerata madre: non riuscivano proprio ad adorare il Cristo Dio, a piegarsi davanti al Crocefisso. Per loro Dio era una sostanza e Gesù un’altra; ovvero, un uomo straordinario, non di più. La stessa critica che Newman rivolgeva all’anglicanesimo. Adesso quella «mezza eresia» si diffondeva tra vescovi, preti e catechisti post-conciliari. Per Green i dubbi giovanili erano superati. Quel che aveva visto nelle basiliche romane lo mantenne soggetto allo splendore cattolico per tutta la sua lunga vita di novantotto anni. I rapimenti dell’anima e del corpo avevano fatto cadere i pregiudizi e le diffidenze. Le abitudini pigre erano abbattute dalla bella forma. Al momento della riforma liturgica sottoscrisse l’appello romano di Cristina Campo e quello britannico di Agatha Christie. Nel suo L’expatrié. Journal 1984-1990 (Ẽditions du Seuil, 1990), alla data  1° ottobre 1989 annotava: «Questa mattina, messa a Chaumont, sulle rive della Loira. La chiesa, della fine del XIX secolo è in stile gotico, senza mistero. Ma la messa – oh, meraviglia – è detta come si deve all’altar maggiore. I bambini del coro sono in bianco dalla testa ai piedi. In latino i canti, il simbolo di Nicea; il prete giovane, alto e largo di spalle, celebra la messa in modo tale che mi vedo di nuovo nella Chiesa cattolica verso la quale sono andato con grande slancio di fiducia e di amore all’età di sedici anni. Tutte le parole dell’officiante arrivavano distintamente fino a noi e ho potuto notare che al momento della consacrazione, ha pronunciato quelle parole che di solito, non so perché, vengono omesse e che riguardano le mani del Salvatore: “in sanctas et venerabiles manus suas”. I fedeli cantavano in modo conveniente come nei tempi passati. Non sono integralista, e lo sottolineo, poiché l’integralismo ha preso una piega politica e si è separato dalla Chiesa, ma apprezzo il beneficio di una messa che ci è restituita senza per questo separarci da Roma. Sono stato così contento che ho chiesto di conoscere il prete di questa indimenticabile domenica ed egli ha avuto la grande gentilezza di recarsi da me. Ẽ un bretone dal colorito vivo e chiaro. Mi dice che la messa non gli provoca alcun problema con il suo vescovo, il quale mantiene saggiamente un atteggiamento equilibrato. L’effetto sui fedeli è stupefacente. Come me, come molti altri, si sentono perfettamente a casa in questa messa classica. Ricordo al mio interlocutore l’origine dell’altare nella sua forma attuale: Edoardo VI era ferocemente avverso alla messa cattolica, qualificata come sacrilega e blasfema nei trentanove articoli del  Libro della preghiera comune. Benché giovane – morì a sedici anni di un cancro alla gola –, era di una intelligenza molto superiore e di un senso politico acuto. Aveva dunque capito che per abbattere la Chiesa in Inghilterra si doveva colpire la messa. In maniera assai logica, ordinò allora, per sopprimere il sacrificio, la distruzione degli altari, che venivano rimpiazzati da un modesto piccolo tavolo posto accanto al coro. Noi tutti abbiam visto quel tavolinetto…» (p. 499).    

giovedì 20 marzo 2014

Riti americani

~ SE LA CHIESA DI ROMA DIVENTA OLTREOCEANO
UNA SETTA PROTESTANTE. ~
 RACCONTAVA NEGLI ANNI TRENTA MARIO SOLDATI …~

Pare ad alcuni cattolici d’esser giunti alla definitiva e completa protestantizzazione della Chiesa di Roma, una resa al verbo di Lutero di cui si incolpa il Concilio novecentesco e la cultura che ne è scaturita in questi ultimi decenni. Così è invalsa l’abitudine di mettere la sbarra che separa l’epoca in quei primi anni sessanta che videro l’assemblea universale dei vescovi rincorrere in modo patetico il mondo moderno. E sarà pure una giusta periodizzazione purché non si dimentichi strada facendo che il disorientamento moderno aveva inferto duri colpi alla Chiesa anche nella prima metà del Novecento, nonostante la forma resistesse, nonostante la corazza d’oro della tradizione contribuisse a darle un residuo fiato. E anzi, ben più indietro, già sul finire del XVIII secolo si erano verificati crolli mai visti nella sua millenaria storia, crolli delle architetture dottrinarie e istituzionali, crolli seguìti dall’arresto di cardinali e quindi del papa stesso, con la deportazione del pontefice, l’abbattimento del potere romano, la riforma del clero intrapresa dai vescovi passati dalla parte dell’impero, la dissoluzione della universalità cattolica sostituita dal nuovo mondo conquistato delle armate rivoluzionarie. Furono episodi storici, parentesi tragiche cui seguì il ritorno dei papi a Roma, la restaurazione della sovranità petrina, la riaffermazione in chiave dogmatica delle verità cattoliche, ma l’impianto era ormai fragile: a Chateaubriand bastò assistere a una messa pontificale del papa per avvertire un senso di morte nei Palazzi Apostolici. D’altronde, di lì a poco si registrarono altre devastazioni, il papa fu di nuovo imprigionato nel suo Vaticano, questa volta dalle truppe di uno staterello come il Regno dei Piemontesi. L'Europa non reagì. Insomma, neppure la fulgida ostinazione del beato Pio IX e dei suoi immediati successori nell’arroccarsi contro le lusinghe della modernità produsse frutti troppo proficui. L’isolamento di Roma, cioè, era più profondo di quanto apparisse in superficie, lo stesso termine ‘cattolicesimo’ copriva differenze notevoli, equivoci, avversioni segrete, semplici incomprensioni.

Senza approfondire la faccenda dal punto di vista teologico e filosofico – l’«Almanacco» si arresta sulla soglia della cultura cattolica, ne raccoglie appena qualche spunto storico –, ci piace portare la testimonianza di un letterato italiano negli anni trenta del Novecento, trascrivere la sua inquietudine di fronte alle metamorfosi della Chiesa di Roma oltreoceano. Benché educato dai gesuiti, anzi con una giovanile vocazione a entrare nella Compagnia, Mario Soldati in quegli anni si dichiarava agnostico, eppure nel suo brillantissimo America primo amore leggiamo un singolare capitoletto intitolato «Cattolici americani» dove si avverte che lontano da Roma, alla periferia esistenziale del mondo, anche la religione ‘papista’ viene contraffatta, suscitando la reazione del giovanotto che veniva dal Vecchio Continente. Qui in Europa, alla fine del Novecento, c’era chi provava scandalo  per il sincretismo degli «incontri di Assisi», e perfino un dottissimo prefetto del Sant’Uffizio se ne dichiarò perplesso;  negli Usa simili adunanze erano scontate sin dagli anni della fondazione.

(Del racconto di Soldati riportiamo alcuni passi, con le tante maiuscole dell’autore, con i suoi vezzi di tradurre ‘street’ con l’italo-americano ‘strade’, dalla edizione Einaudi del 1945.)


«Mi ritrovai di passaggio a New York la mattina dell’otto dicembre: alcuni lettori penseranno subito che è la data dell’Immacolata Concezione, festa di precetto, obbligo di Messa. Mi era compagna una persona praticante. Lasciammo l’albergo Newyorker per andare alla più vicina Chiesa Cattolica, a 33 Strade. Ma giungemmo nel momento che la Messa era finita e ci scontrammo sulla soglia coi fedeli che uscivano avviandosi frettolosi al lavoro: l’America è un paese protestante e l’otto dicembre non è festa. La persona che mi accompagnava era seccata, non c’erano Messe fino alle 10, la mattina andava a soqquadro. Ma ecco si avvicina un signore grasso, occhialuto, tipico yankee, e orologio alla mano come per dare lo start in una competizione sportiva e per dire all’amico ritardatario che il treno parte tra cinque minuti: “C’è una Messa qui, all’angolo di 51 Strade e Settima Avenue, andate giù due blocchi, girate a sinistra, state attenti, la Chiesa non ha facciata, c’è una reclame luminosa, Padri Francescani, entrate dalla porticina…” […].

«L’entrata della Chiesa era proprio come nella descrizione. In fondo al tratto di 33 Strade compreso tra l’Ottava e la Settima, dopo garages, tipografie, case di spedizioni, traffico di camions, operai in tuta che attendevano ai primi lavori del mattino: una réclame al neon, azzurra e vermiglia: The Capuchins – Franciscan Fathers – Roman Catholic Church.

«L’interno: pilastroni e ogive a fasciature complicate, stile gotico inglese, lo stesso delle chiese protestanti salvo il colore: una generale rivestitura di stucchi bianchissimi invece del nudo e cupo cemento. E sorprendevano, agli altarini laterali, le tradizionali statue di biscuit colorato, di San Giuseppe, dell’Addolorata, del Sacro Cuore, mazzi di fiori finti, i grandi piatti di stagno dove una moltitudine di candelotti infilati ardevano a varie altezze.

«Conosciamo da anni le chiese cattoliche degli States. Eppure, ogni volta, il primo istante che lasciamo il marciapiede avventuroso e l’atmosfera violenta di una via di una città americana per entrare in una chiesa cattolica, ritrovarsi faccia a faccia con la vecchia iconografia transoceanica pare un goffo anacronismo, un assurdo macabro.

«Ricordiamo che […] gli Stati Uniti da soli danno più soldi all’Obolo di San Pietro di tutto il resto del mondo cattolico messo insieme. […]
                                                                       
«… il Cattolicesimo, in America, se volesse conservare lo spirito di Roma, se volesse essere un vero Cattolicesimo, ci starebbe come i cavoli a merenda e cioè non ci starebbe affatto. Per vivere deve trasformarsi sotto l’influenza della religione americana, diventare in sostanza una specie di setta protestante. Intendiamoci bene:  nulla di cambiato, nulla di eretico nel dogma e nelle formule. E i cattolici americani sono, quanto ad adempimento delle pratiche, infinitamente più esatti dei nostri. Probabilmente sono anche molto più buoni, più casti, più ordinati, più caritatevoli. Commettono molto meno peccati. Ma è più cattolico lo stile di una bagascia di Trastevere che quello di una monaca di Chicago. Gratta gratta, ha più fede quella di questa.

«Non si arrabbi la Propaganda Fide. Tra il 1583 e il 1610 il padre Matteo Ricci S.J. convertiva trionfalmente i cinesi inventando un rito cattolico-cinese. Sulle sue orme, tra il 1605 e il 1656 il padre Roberto de’ Nobili conquistava il Maduré. E tra il 1672 e il 1693 il padre Juan de Britto il Malabar. A poco a poco tutta la Cina, la Concina e l’India furono in mano dei gesuiti, che non contrastavano, ma soltanto modificavano il culto locale, e si facevano passare in India per bramini e saniassi, in Cina per bonzi.

«Frattanto, in Europa, i giansenisti menavano scandalo. I francescani e domenicani protestavano presso il Vaticano. E lungo tempo fu dibattuta la questione. Finché, nel 1742 (bolla Ex quo singulari) e nel 1744 (bolla Omnium sollicitudinum) Benedetto XIV proibì, sotto pena di scomunica, le cerimonie cinesi e i riti malabraici.

«I gesuiti obbedirono. E furono cacciati dall’India e dalla Cina, che tornarono a Brama e Confucio, perché di Brama e Confucio erano rimaste, nonostante da un secolo e mezzo invocassero la Madonna e ottemperassero irreprensibilmente alle pratiche essenziali della nostra religione. Benedetto aveva capito questo, e aveva preferito non annoverar pecorelle nella lontana Cina che accogliere sotto il proprio manto tutto un gregge di buonissime e zelantissime che però non erano vere pecorelle, bensì il frutto dei geniali trucchi dell’ardente Compagnia di Gesù. Ma si vede che nel secolo XVIII l’Obolo di San Pietro poteva fare a meno dei mandarini.

«Un ciabbattìo mi riscuote: è entrato il celebrante. Tutti i fedeli, come un sol uomo, si levano. L’accolito, premendo alcuni bottoni, fa suonare campanelle elettriche simili ai segnali orari delle nostre radio. All’Introito tutti s’inginocchiano; al Vangelo si levano; al Laus tibi Christe siedono, ecc. compiendo queste manovre con una simultaneità meccanica, che da noi non troviamo neppure nei noviziati. Così si comunicano e così si confessano. Immaginiamo i peccati standardizzati che dicono. E del resto i sacerdoti americani non possono capire, classificare e perdonare che delle colpe, come dire? regolari. Un fervente cattolico europeo soffrirebbe a confessarsi da un prete americano: lo troverebbe, indipendentemente da severità e indulgenza, disumano.

«Inversamente, i cattolici americani che vengono a Roma, non credono ai loro occhi: stentano a riconoscere nel nostro il loro stesso Cattolicesimo, nella Chiesa romana la Romana Chiesa; e devono compiere veri sforzi di buona volontà per non tornarsene a casa con la convinzione che il Vaticano sia culla di scandali ed eresie. Generalmente se la cavano con la teoria delle minoranze.

«“Siccome in Italia e in Francia tutti sono cattolici, si capisce che saranno cattolici non solo i buoni, ma anche i cattivi cittadini, i ladri, i libertini, le ragazze non tanto serie. Ma in America, al nostro paese, c’è la concorrenza coi protestanti e noi cattolici dobbiamo per forza mantenere una perfetta condotta morale, se vogliamo sostenere che la nostra religione è la sola vera. Oh! certamente… i cattolici americani sono i migliori cattolici di questo mondo!”.

«Sono frasi che ho fonografate, dopo la Messa di mezzogiorno, uscendo dalla Basilica di San Giovanni in Laterano. Era d’estate: per tutto il tempo della Messa, all’altare dove si stava celebrando, due ragazzini seminudi ornarono i gradini della balaustra. Scherzavano, giocavano, si muovevano snelli e graziosi come bestiole, facevano le boccacce ai fedeli. Le pie signore americane erano al colmo dell’indignazione. […] Chi non ricorda i putti di Raffaello ai piedi della Madonna Sistina? Il mento in mano, i gomiti puntati, guardano distratti il pubblico con una innocenza che gli occhi delle vecchie miss, dietro le lenti e la grata delle dita incrociate, non ne hanno il più piccolo riflesso.

«Roman Catholic! La scritta al neon mi fa pena. Non per altro che per la tradizione, il decoro, la nostalgia di una fede che fu la mia. E mi fa pena la restrizione mentale e pittoresca di questi Capuchins (Cappuccini) che, per non contravvenire alla regola d’ordine e insieme non offendere troppo i gusti americani, portano pizzettini curatissimi e si  rasano ogni mattina collo e gote.

«Oh i bei barboni di via Veneto e del mio Monte! Dalla sagrestia odorosa di muffa e di incenso secolare, sotto un cartello oblungo, nero e oro, dove è ancora il Silentium dei pomeriggi del soleggiato Seicento, appaiono qua e là per gli stalli del coro, nella penombra marrone solcata da raggi polverosi, i solenni fratoni in preghiera. Volti scolpiti dalle gioie e dalle sofferenze della vita; orbite scavate in fondo a cui brillano le pupille come dal segreto abisso dei confessionali; barbe fluttuanti che paiono nascondere il bene e il male componendoli in nobili armonie: nei cappuccini italiani vive ancora, se non l’anima e la dottrina, un nostalgico fantasma della Controriforma.

«Antica pace e verità, sommerse, come un ricordo della prima puerizia, nel fluire disordinato di tre secoli. Mai più potremo, a volta a volta, peccare e pentirci: uccidere chi ci è odioso sulla soglia di un convento e súbito, entrati, con sincere lacrime sentirci assolti. O San Pietro, primo degli Apostoli, caduti sono da tempo i Tuoi altari. Sotto il colonnato che Bernini Ti dedicò, ormai gli spazzini del governatorato puliscono accuratamente ogni mattina. La morale ha fatto passi da gigante. C’è una gran vigilanza: le serve a Te care più non osano nascondersi col focoso soldato tra colonna e colonna, le dolci sere di primavera. E le pellegrine americane arricciano il naso quando vedono i nostri Cappuccini: pensano al bagno quotidiano.

«Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, il celebrante sull’altare aspira l’h di hodie. Glabri maggiordomi in tight passano stendendo tra i banchi le rosee mani: esigono da ogni fedele un quarto di dollaro. I cattolici poveri, in America, non possono entrare in tutte le  Chiese cattoliche. Devono andare nelle loro chiese per i poveri diavoli, nelle chiese dei gangsters  perseguitati: delle mogli e delle sorelle dei gangsters, i giorni pericolosi che soltanto più la Madonna di Pompei può far la grazia e salvare Tony dalla mitraglia dei nemici o dalle manette della polizia federale.

«Gli organizzatori, i dirigenti del Cattolicesimo americano sono corrotti fino in fondo dallo spirito  protestante. Nella maggioranza dei casi le forme sono salve e non possiamo intentare un processo alle intenzioni. Ma quando, sui giornali della domenica, la pagina riservata alla pubblicità dei Culti riunisce insieme ad una quarantina di sette protestanti e alle sette ebraiche e a quelle massoniche, l’annunzio delle funzioni Roman Catholic, dove questi due grandi esclusivi attributi sono stampati nello stesso carattere di certe abominevoli aberrazioni come Christian Science o i vari crocchi dei Teosofi – allora la nostra inconscia dignità cattolica si ribella, vincendo gli scetticismi: invochiamo da Roma provvedimenti disciplinari. Scomunicare, il Successor di Piero dovrebbe, scomunicare quegli eretici.

«Proibire, il giorno della commemorazione dei Caduti in Guerra, proibire al Sacerdote cattolico di intervenire alla cerimonia e di recitare il nostro De Profundis accanto al borbottio del rabbino e all’enfasi del ministro episcopale. Proibire alle università dei Gesuiti (perfino i Gesuiti sono sradicati) di farsi réclame reclutando i migliori giocatori di foot-ball. Scatenare ancora una volta la potenza dell’anatema. Forse. Lo trattiene la paura di non far colpo. Ma è certo che più aspetta, peggio è. Verrà un giorno che ci sarà obbligato. Ma forse sarà troppo tardi». (pp.179-185)

domenica 23 febbraio 2014

Beauty is difficult

~ SANREMO SECONDO GIORGIO DE CHIRICO, 
LA «PICCOLA BELLEZZA» DI RAFFAELE LA CAPRIA,
PIÙ UN GESTO DI STIZZA DI PARISE E UN VERSO DI POUND:
PER ESORCIZZARE LE CHIACCHIERE ALLA MODA ~

L’Italia melanconica di questi tempi è tormentata da un’orda di comici che esonda dai palcoscenici, non limitandosi a metter su spettacolo come a loro si confà. Moltiplicatisi alla maniera delle cavallette, sono dappertutto ad avviare una risata meccanica e scontata, a rincorrere il linguaggio coatto, a portare in scena il realismo digitale (quello che già ci urta continuamente nella vita). Forse sarebbe meglio piangere. Ma fossero almeno soltanto corrivi stimolatori di riso: si presentano anche come guide politiche, statisti, moralisti e perfino estetologi. Il calembour diviene l’aforisma fatale. I pastori della Chiesa di Roma danno per primi il cattivo esempio. In odio alla forma, si affidano alle battutacce. Manca però quasi sempre la gioia del cuore. 

Saccenti, privi di ironia, allucinati nella fede nichilista. Nell’epoca dell’armonia proibita, del maggior scempio della bellezza in nome della giustizia, quando cioè il pensiero unico rivendica la vendetta storica della sofferenza, della imperfezione, della miseria materiale, sulle elevate sfere della bellezza, sulla sua aristocratica aura, un festival di canzonette imbastisce monologhi screanzati, apologie sospette di un bello che è già una merce, non a caso destinata a essere messa in vendita alle masse di turisti. Si spaccia per «grande bellezza» il rimbombo della peste quotidiana, e la sua ipertrofia è scambiata per barocco. Diventa senso comune quella che dovrebbe essere una aberrazione. Incapaci di accostarsi alla difficile e sfuggente «piccola bellezza». Sanremo che intratteneva con le melodie e le rime popolari gli italiani semplici diviene un pulpito per sermoni laici e saputelli. Ma il genio di Giorgio de Chirico, che non aveva certo paura di sfiorare simili manifestazioni, vi individuava, mezzo secolo fa, una tribuna pateticamente modernista e scriveva nell’ultima pagina delle Memorie della mia vita (Rizzoli, 1962): «Proprio ieri alla televisione ho seguito la terza ed ultima serata del Festival della Canzone a Sanremo. […] Assistendo a quella trasmissione pensai che in fatto di Festival della Canzone si assiste allo stesso fenomeno della pittura astratta. Come per la pittura astratta, vecchia di più di mezzo secolo e che i moderni critici sostengono e presentano, sia per ignoranza sia per malafede, come una tipica espressione del tormento e dell’ansia della nostra epoca, così anche le canzoni monotone in cui una parola viene non cantata ma urlata e ripetuta innumerevoli volte le si vuol presentare come un fenomeno ultramoderno, forse pensando che anche esse esprimano il tormento e l’ansia del nostro tempo…». Intanto è passato il pop a rendere pari arte e canzonette. Una risata le ha seppellite. Ora, nell’epoca della insensatezza compiuta e ricercata, le compagnie di comici si accingono a insegnare il verso giusto del mondo. Pop anche il nuovo primo ministro e addirittura il vescovo di Roma. 

Di che stupirsi? Sono decenni che la forma comica ci accompagna in quella corsa affannata che chiamiamo progresso. La democrazia non può che prediligere il tono basso e greve. Non la farsa che trascina corpi e menti in una mistica gioconda, bensì la burla intellettuale e verbosa di un popolo che è passato per la scuola dell’obbligo sempre più ampliata, capace di esaurire l’antica vis. La forma del volgare agghindata con astruserie. Già negli anni settanta c’era chi se ne turbava. Raffaele La Capria rievoca il suo amico Parise nel ritrattino Ricordo di Goffredo: «Mi sembra di sentire ancora la sua voce una sera che mi diceva: “Sai, c’è da essere seriamente preoccupati. Hanno letto tutto Proust! Parlano di Joyce, di Freud! Citano Heidegger! Sono moderni. Rimbaud l’hanno preso alla lettera, il faut être absolument moderne!, e loro lo sono, assolutamente, ciecamente, costi quel che costi. Ieri al tavolo di De Feo una se ne esce con la sineddoche e la metonimia, e De Feo tutto rosso: Questo no, per favore questo non me lo dovete fare! Sono moderni e aggiornati, hanno letto Barthes, sanno tutto sullo strutturalismo sulla lingua e la parola…”. Ma di che stai parlando, gli domandavo. “Dei cretini. Ha ragione Flaiano, oggi sono pericolosi perché sono intelligenti…”». Sono moderni e preparati i presentatori di festival. Sono cretini e pericolosi. In special modo quando parlano della bellezza. «Cultura» è il nome del brand popolarissimo. 

Su questo tema assai delicato accostiamo l’orecchio ad altre parole di La Capria, maestro della discrezione. «Siamo abituati ad accontentarci del surrogato in luogo della cosa (del design in luogo della bellezza, della moda in luogo dell’eleganza, della copia in luogo dell’originale)», scriveva in Letteratura e salti mortali. Il surrogato è il principale feticcio. Un tabù l’avvolge. Solo l’inserviente di una ditta di pulizie ha la forza ingenua di portare alla discarica una installazione cartacea spacciata per opera d’arte, come è accaduto nei giorni scorsi a Bari. L’imbarazzo di assessori e curatori suscita risate omeriche. 

Che è successo alla bellezza? È forse andata irrimediabilmente perduta? Lo scrittore napoletano, il creatore di una «piccola bellezza», si è posto tali domande in un breve testo che ha il coraggio di intitolarsi «Nostalgia della Bellezza» (con tanto di maiuscola). Una espressione di un poeta apre la riflessione: «“Beauty is difficult”, lo ha scritto Pound. Ed è difficile perché contiene, come sapeva bene Baudelaire, un elemento eterno e invariabile la cui percentuale è indefinibile, e uno relativo (all’epoca, al gusto, alla morale, alla sensibilità del tempo) senza il quale il primo non potrebbe essere percepito». Ai nostri tempi, purtroppo, il secondo annienta il primo. Se tutto ciò che è bello «sembrava toccato dalla grazia divina», adesso sembra sformato dal relativo. L’«Ideale della Bellezza» si sperde così in mille rivoli, in mille sentieri che non portano più da nessuna parte, e i custodi di tali misteri affermano allora, «come capi di una setta suicida», che in fondo a quei sentieri «c’è solo la morte, la morte dell’Arte, e con competenza, con distacco, dottamente disquisiscono di quando “il vecchio accademico regno del Bello crollò”». In verità negli ultimi tempi dottrina e competenza sono diventati un gergo, e modi rozzi accompagnano gli annunci mortuari degli estetologi. 

Però è vero che un qualcosa di mortifero, di luttuoso, si percepisce. «Nello scontro tra una tradizione consunta e una modernità insolente ha vinto la Bruttezza». Giusta la maiuscola per questa potenza che si impone, anche con varie maschere seducenti, nelle nostre esistenze. «La Bellezza per essere apprezzata richiede doti e disposizioni che i nuovi arrivati non hanno». Ragion per cui i musei contemporanei, le mostre, le performanze, come le curatele, i trattati, le critiche, le réclames, finiscono per diffondere la Bruttezza, per renderla amabile. Per confondere in maniera tragicomica il gusto. Tutto l’apparato sembra ispirarsi a una grande beffa boccaccesca. Terribile però pensare che i burlatori sono la gente di lettere e d’arte mentre vittima ne è il popolo consumatore. 

Non passa giorno che il venditore di merci estetiche non citi la celebre frase di Dostoevskij sulla redenzione per via estetica. La Capria ritiene che lo scrittore russo non si riferisse all’estetismo dei suoi tempi e tanto meno a quello di oggi, tutt’altro: egli «aveva intuito in anticipo il rapporto da restaurare tra la Bellezza e la morale, cioè tra la Bellezza e la difesa della profanata sacralità del mondo. e tutto questo faceva parte della sua religiosità». Non è semplice per noi, abituati alla bellezza rinascimentale che contiene cinismo e amoralità, seguire Dostoevskij e la cultura russa ortodossa. Ma anche i più perversi dei nostri manieristi sapevano di quella sacralità del mondo che solo il moderno osò profanare e sradicare. «Chi divide non potrà mai contemplare in tutta la sua pienezza la misteriosa armonia che regge il mondo e lo sottrae alla non-esistenza, al nulla». Bisogna tener fermo questo armonico universo ‘cattolico’ quando si parla di bellezza. «La scienza non ammette il mistero, la poesia sì. Perciò è divina, perciò ha a che fare col sacro. E con la Bellezza». Se l’arte si allontana dal mondo consacrato e quindi dalla bellezza, si assiste alla «necessità di spiegare l’Arte» come «non si era mai avvertita con tanta insistenza». E «la spiegazione, una volta, prima del moderno, era implicita nel mistero e nell’emozione che proveniva dall’opera. Bastava guardarla e poi si cercava di spiegare perché se ne era stati colpiti. […] Oggi all’improvviso è avvenuto il contrario: prima si spiega perché l’opera è significativa e poi se ne è colpiti. Non era mai avvenuto che le teorie intorno a un’opera fossero così pressanti e impositive». La Capria cita a sua volta Baudrillard che parla di «un racket mentale» esercitato dal discorso sull’Arte. È aumentata enormemente «la quantità di concettualizzazioni e teorie che come una nebbia si infittiscono intorno a un’opera o tendenza artistica, fino all’“insignificanza scaturita dall’ipercomunicazione” e dalla verbalizzazione impropria». 

 «Scrive George Steiner – prosegue La Capria –: “Esiste la lingua, esiste l’Arte, perché esiste l’altro”. Ma se è vero che oggi l’Arte può fare a meno del pubblico e passa direttamente dall’artista al museo, allora dov’è l’altro, e di che cosa parliamo quando parliamo dell’Arte?». Forse direttamente del rapporto merce/denaro, si potrebbe rispondere.

 In questa «nostalgia della Bellezza» non si pensi che venga facile e allegro irridere ai manierismi intellettualoidi del Contemporaneo. La Capria lo ammette: «“Te piace ‘o presepio?” “Nun me piace!”. Non credo che il personaggio di De Filippo che dice “nun me piace” sia contento della propria ostinazione. Neppure io sono contento della mia, di fronte a tanta arte moderna, quando sono costretto a puntare i piedi e a dire: “Nun me piace!”. Ma perché vogliono farmi sentire in colpa per tutto questo, quando invece sono io la vittima del loro abuso di potere?». Potrebbe concludersi qui, con la denuncia degli abusi di potere dei ciarlatani della cultura, con la denuncia dello «spirito dispotico del tempo». Ma in un altro saggio della stessa raccolta (Lo stile dell’anatra, Mondandori, 2001) La Capria, scende nei dettagli, evidenzia le cause precise di un tale disastro spirituale, «fonte di infinite tragedie e inaudite crudeltà»: «la maledizione del nostro secolo è la separazione della mente dal cuore».

martedì 11 febbraio 2014

L'undici febbraio

~ COME I FEDELISSIMI DELLA TRADIZIONE
CADONO VITTIME DELLA MODERNITÀ ~

Osservando di questi tempi il partito tradizionalista del cattolicesimo, che si esplica soprattutto nei commenti e note ai blog oltreché naturalmente negli articoli stessi chiosati (grande penetrazione nell’apparato mediatico, scarsissima invece nell’editoria e nelle università), viene da pensare a una somiglianza impressionante con il Partito radicale. Vi si agitano infatti diritti del fedele che neppure il Vaticano II ha mai tanto invocato, linguaggio dell’Assemblea Costituente che seppelliva l’Ancien Régime, con promozione di atti simbolici di ribellione, manifestazioni di piazza, raccolte e conta di firme, occupazioni di chiese, preghiere protestatarie, critiche irriverenti all’autorità. Senti chi parla, diranno di questo «Almanacco» che negli ultimi mesi ha lasciato da parte le questioni dell’arte per concentrarsi sull’argentino divenuto vescovo di Roma, lamentandosi senza mezzi termini dei modi rozzi esibiti sulla cattedra di Pietro, dell’abbraccio mortale con il mondo mediatico (e non sono affatto questioni estetiche). Una piccola quanto sostanziale differenza però ci pare sussista: è vero, andiamo ripetendo che il bianco pastore che ci è capitato rappresenta una vera iattura, ma diamo anche per scontato che Dio ce l’ha dato e noi ce lo dobbiamo tenere. Questo papa non ci piace: è lecito affermarlo nell’inusuale modo schietto, ce lo consente l’informalità imposta dal diretto interessato che predilige il pop, come andiamo dicendo dall’inizio di questa storia (ben prima del vescovo di Lincoln nel Nebraska, che quella subcultura americana mostra di conoscere). Non è la prima volta nelle bimillenarie vicende della Chiesa che dal Conclave viene fuori una infausta scelta, l’eletto magari è un brav’uomo ma inadeguato al ruolo, con fedeli e clero borbottanti a mezza bocca, mentre i più santi hanno il coraggio di Caterina (v. l’«Almanacco» del 21 luglio 2013, «Invettive amorose per il papa»), che esortava direttamente il papa a non cedere allo spirito del mondo. La Catholica non confonde l’obbedienza con il culto rivolto alla divinità, nonostante i flabelli che accompagnavano la sedia gestatoria del «Cristo in terra». La santa senese ce lo ha insegnato: che il pontefice sia riverito con i titoli di «signor nostro» e «dolce padre», ma al contempo gli sia rammentata la sua natura umana.

Altro invece il giudizio teologico che ciascun fedele vuole pronunciare quasi fosse un perfetto luterano, precipitando il papa che non corrisponde al suo sentire nell’inferno dell’eresia. Sennonché  è il papa che decide dalla cattedra petrina chi è eretico, non il fedele a casa, davanti a un computer, che con un clic ambirebbe scomunicare il vicario di Cristo. Tragicomico il modo con cui viene aggirata la dipendenza dei cattolici dal loro pontefice: se questi non dice quello che noi vogliamo sentirci dire, se riteniamo che sbagli l’interpretazione del Vangelo, ci spostiamo rapidamente dal côté dei lefebvriani o se proprio ci fa arrabbiare dai cosiddetti sedevacanzisti. Gli irruenti individui non si piegheranno all’obbedienza, roba d’altri tempi. Che ne sanno loro dei patimenti terribili che vissero i cattolici, preti e laici, che non capivano – o capivano troppo bene – il loro pastore, che vedevano il papa schierarsi contro la propria patria o città o casato, che si trovavano i loro pensieri messi all’indice, e le sudate carte riempite con le migliori intenzioni del mondo silenziate perché prive dell’imprimatur, condannate a restare nei cassetti; che ne sanno di questo piegarsi di fronte alla autorità di Roma, anche se la ragione e la scienza spingevano nella direzione opposta; che importa del dramma di Galileo  Galilei quando, in qualità di cattolico, accetta di non affermare quel che la gerarchia ecclesiastica gli proibisce di affermare. Oggi, basta ascoltare la voce della coscienza, secondo l’insegnamento di Kant, che non è un padre della Chiesa, e se non si è d’accordo con il papa, si passa a un’altra ‘Chiesa cattolica’, più piccola. C’è un ‘fai da te’ della tradizione, il liberalismo selvaggio ha colpito anche in questo schieramento. L’importante è che l’individuo abbia sempre i pieni poteri, i più svariati diritti, la soddisfazione d’ogni desiderio. Più radicali di così. Meno cattolici di così. 

Se non viene concessa una santa messa nel rito latino – fatto senz’altro deplorevole, sia ben chiaro, anzi suicida – viene subito ingaggiata una piccola guerra civile nel cattolicesimo. Mai offrendo la sofferenza provata nel vedere certe messe celebrate in modo sguaiato come espiazione delle nostre colpe, alla vecchia maniera cristiana per cui ogni dolore che ci viene incontro va benedetto e accolto, bensì organizzando alla maniera dei politici  campagne di dissenso e battaglie giuridiche. Vi immaginate i santi fondatori della nostra storia se ogni volta che non ricevevano da papi miopi l’approvazione della regola di un nuovo ordine avessero aperto una  contesa contro quel papa, considerandolo un diavolaccio o l’Anticristo che preannuncia l’Apocalisse? Qualcuno si comportò così, è vero, ma lo annoveriamo ancora adesso tra gli scellerati eresiarchi, non tra i modelli cattolici. A Padre Pio da Pietrelcina neppure quando gli strapparono i penitenti – né quando, peggio ancora, Giovanni XXIII permise che si collocasse il registratore nel confessionale per sacrileghe intercettazioni – uscì mai una sola parola di dissenso, un accenno alla persecuzione della gerarchia ecclesiastica. Soffrì in silenzio. Rimproverò anzi, e in modo severo, quei laici che zitti non volevano restare e, a cominciare dal focoso Emanuele Brunatto,  partivano come Don Chisciotte in sua difesa, all’attacco di vescovi depravati.

Né i laici o i circoli cattolici pensarono mai nel passato, per fedeltà alla tradizione che a loro fosse parsa violata, di abbandonare la Chiesa di Roma quando vi ravvisarono somma corruzione, papi simoniaci, teologie traballanti, ingiustizie palesi, tradimento della missione cristiana. Neppure i peggiori annunci della degenerazione del clero che i pastorelli di La Salette raccontarono di aver udito dalla Madonna apparsa loro prevedevano una fuoriuscita dalla Chiesa cattolica. Roma sarebbe stata sempre più devastata dai demòni, vescovi e preti avrebbero dimenticato Dio e la Chiesa avrebbe vissuto «una crisi molto profonda», non si parlava però di scissioni, di abbandoni. «Il Santo Padre soffrirà molto», casomai, «Dio non sarà più onorato», «il maligno entrerà in ogni casa», «molte grandi città saranno bruciate e quasi distrutte, altre inghiottite dai terremoti. Tutti crederanno che sia giunta la fine», ma i giusti resteranno nella Chiesa perseguitata anche dall’alto della gerarchia. Né le parole del cardinal Ratzinger pronunciate al Palatino con sinistro rimbombo durante la Via Crucis della Pasqua 2005, sulla «navicella di Pietro [che] sembra stia affondando», prevedeva l’abbandono della santa nave dei peccatori per più agili barchette. E men che mai negli anni dell’infanzia e della giovinezza di noi più vecchi, sotto il regno di Pio XII, i critici del progressismo pacelliano – e ce ne furono – di fronte alla riforma liturgica della Settimana Santa, per esempio, affidata al giovane e promettente Bugnini, lo stesso che ideerà poco tempo dopo il Novus Ordo, si permisero di affrontare il sommo pontefice quasi fosse un nemico. Si obbediva e si mugugnava, come si è fatto per i secoli dei secoli, in attesa che i misteriosi tornanti della Provvidenza rivelassero sempre grandi consolazioni.

Si obietterà: i progressisti non disobbediscono forse ai papi che non gli sono simpatici? Sicuramente, ma non c’è da meravigliarsi, vista la ammirazione che nutrono per l’ideologia protestante. Coerenti con il loro pensiero, mettono in discussione il primato di Roma, la potestà assoluta del pontefice: tutto perciò si tiene. Per il luteran-cattolico (mostro bicefalo contemporaneo), conta quel che è scritto nel Vangelo e quel che dètta l’interpretazione della propria coscienza. Il resto complicherebbe la vita del cristiano. Ma che un fedele alla tradizione cattolica si richiami in prima persona al testo evangelico e ne rigetti l’interpretazione del papa quando questa non coincide con la sua: ecco un vero paradosso moderno. Il modo di concepire l’io rispetto all’autorità, ai più che – secondo l’insegnamento della tradizione – possiedono di per sé maggiore autorevolezza del singolo, l’abbandono dello spirito di osservanza, del rapporto discepolo/maestro, questo è lo stile moderno che si affaccia anche nel campo dei suoi avversari. Progressisti e tradizionalisti mostrano altrettanta intolleranza reciproca perché è in ballo l’affermazione di idee soggettive, prive cioè della saggezza antica che tempera, comprende, conosce la fragilità della natura umana, e dunque perdona spesso. Invece ormai è come se il sapere diffuso bastasse a sottrarre il fedele al magistero gerarchico, producendo un incrocio tra ribellismo protestante e gnosi. E a sua volta il magistero ha perduto l’aura di rispetto, non la esigono più i vescovi, su su fino a quello supremo, né rispettosi si mostrano i fedeli, fenomeno affine a quello che si riscontra nelle università dell’Occidente, svuotate della deferenza, dell’ordine di importanza, costrette a mimare il discorso democratico in cui tutti mettono bocca senza che alcuno possa chiedere in nome di quale competenza si intervenga.

Così l’elemento tragico viene ignorato dai due opposti interpreti del cattolicesimo: da chi opina cioè che basti andare incontro al mondo moderno perché prima o poi appaia l’armonia nascosta tra il messaggio evangelico e la società umana, che insomma gli ostacoli derivino solo dalle arretratezze, ragion per cui si tratterebbe di superare in una interminabile e affannosissima corsa i famosi «ritardi»; dall’altro polo intanto si è convinti che l’armonica civiltà cristiana (medioevale o tridentina, ottocentesca o semplicemente pacelliana) si ricostituisca ignorando il Moderno, mettendolo tra parentesi, mai misurandosi con un simile negatore dei dogmi cattolici, neppure per un vero esorcismo. Questa ultima posizione, ai nostri occhi almeno, risulta sicuramente più praticabile purché si scelga il minoritarismo come destino, riducendosi ad anacoreti, a eletti, a invisibile setta, decidendo di abbandonare i popoli d’Occidente e d’Oriente alla loro idolatria del consumo. Il proselitismo davvero non è più all’ordine del giorno per Roma? Finito, almeno per il prossimo secolo, il rapporto con la scena pubblica, con il potere politico che fece da contrappunto alla Catholica per tutta la sua storia? Una religione della interiorità, dunque? E tutto ciò, di grazia, cosa avrebbe a che vedere con la tradizione cattolica?

Se il Concilio è corso incontro al mondo ed è rimasto stritolato nelle braccia del Moderno chi, anche sul piano genericamente culturale, ha offerto invece una risposta all’altezza dello scontro? Là dove anche il marxismo, che pure ne era figlio legittimo, è stato devastato dalle forme subdole dell’avversario, atte a rendere innocua l’immane violenza con cui voleva rivoluzionare quel mondo, potrebbero forse uscirne incolumi i preti d’altri tempi , che chiudono gli occhi di fronte a quelle sottili lusinghe e che a occhi chiusi lanciano loro anatemi? Qualche suggestione viene dalla Chiesa ortodossa che mantiene la ‘liturgia di sempre’ anche per fedeli post-sovietici ormai asserviti alle merci. Ma l’Occidente è ancora il più moderno, pratica da tempo il culto nichilista del tramonto, mentre laggiù sembra sia ancora in corso l’accumulazione selvaggia dell’ottimistica fede borghese.

Il sentimentalismo di derivazione romantica, l’emotività costante come una febbre maligna che ci accompagna nello schierarci sulla scena mediatica fa sì che venga lasciato in ombra il gesto inspiegabile, e imperdonabile, del papa che suscitò speranze e dispensò consolazioni straordinarie. Proprio colui che parve tornare a combattere i pericoli più minacciosi del mondo moderno ne cadde poi vittima con quelle dimissioni che pareggiarono il pontificato romano agli altri uffici secolari. Non fu forse questa la causa scatenante di tutte le rivalse dei conciliarismi più accesi? Il cedimento tragico all’onnipotenza del Moderno? E come è stato spiegato negli ambienti della tradizione? Alla maniera più corrente ai nostri tempi, con la forma del ‘giallo’, del mistero poliziesco, non divino. Non bastarono le liturgie tornate alla dignità delle cose celesti né il motu proprio che permetteva di sottrarre la messa alle fantasie dei moderni, né le teologie sottili, né la distanza dalla vulgata conciliare: tutto fu reso vano da quel papa pensionato, dal titolo di ‘emerito’ rubato agli ambienti dell’università, dalla convivenza con un altro papa. La compresenza di due papi fece più male della collegialità spinta. L’11 febbraio 2013 è una data tremenda. La venerazione per il mite pontefice tedesco resta, ma il turbamento prodotto dalla sua rinuncia rappresenta un colpo terrificante alla Chiesa di Roma già nel caos. Il tripudio dei laici progressisti come dei ‘cattolici adulti’ per l’abbandono di Benedetto, per la sua attuale clandestinità, fa il paio con il successivo tripudio per il nuovo vescovo di Roma venuto dagli antipodi.

Che un gruppo di laici con qualche sparuto prete del giro pretenda di stabilire se un papa è ortodosso o meno è faccenda decisamente moderna, un frutto velenoso del Novecento. L’altra faccia del Modernismo. Lo spirito conciliare spinse tanto in questa direzione che anche i suoi più decisi avversari ne hanno accettato le conseguenze. È umano infatti che si voglia influenzare la gerarchia con il proprio sapere, il proprio gusto, la voce della propria coscienza, ma la tradizione insegna che sarà necessario poi inchinarsi di fronte al consenso dei superiori (parola ormai dimenticata). Perché anche la libertà di movimento dei laici ha un limite, quel limite sempre irriso dal mondo protestante: le regole ante Concilio prevedevano addirittura che lo scritto di un cattolico a causa di una sfumata interpretazione, per qualche pagina appena poco accetta al papa o ai suoi cardinali, potesse destare l’attenzione del Sant’Uffizio ed essere quindi sottratta d’imperio all’occhio cattolico di tutto l’orbe. Quante pie anime furono ferite dall’esser messe con i loro libri in quell’elenco. Quanta indignazione provocava un simile esercizio di umiltà tra i superbi e saccenti protestanti. Se l’Argentino restaurasse l’Index librorum prohibitorum, con le norme di sempre, quanti scritti nostri, compresi quelli dell’«Almanacco», vi finirebbero seduta stante. Signori, questo è il cattolicesimo come si è tramandato nei secoli. Liberi di costruirne un altro, di credere che il Vaticano sia diventato la Nuova Babilonia – secondo le indicazioni del frate sassone –, ma insopportabile il dentro-fuori l’Ecclesia, avendo come riserva un cattolicesimo lillipuziano, a misura dei desideri di ciascuno, una setta per la Rifondazione del cattolicesimo, quello dell’anno zero, dell’azzeramento della storia, tralasciando il particolare che l’incarnazione è avvenuta nella storia e la questione cruciale del cattolicesimo costantiniano sta in quel rapporto con la storia del mondo. I primi successori di Pietro non ebbero paura di venire a patti con l’Impero dei persecutori, con la Roma dei pagani. Altrimenti sarebbero rimasti degli eremiti che attendono il ritorno di Cristo nascosti tra le piccole schiere dei prescelti, in opposizione furiosa al costantinianesimo, ai papi con il triregno in capo, all’organizzazione giuridica della Chiesa romana.

Tuttavia sappiamo benissimo che la ideologia contemporanea è più subdola di quella dei crocifissori. E conosciamo la debolezza della cultura cattolica di fronte alla modernità incantatrice, è il nostro rovello. Proviamo allora a sentire una parola meno pessimista da uno scrittore che si trovò a vivere all’alba di questa modernità, all’inizio del lungo duello tra cultura laica (scienza, politica, economia, arte) e cattolicesimo. Nella parte seconda delle Osservazioni sulla morale cattolica, rimasta inedita fino alla superba edizione di quell’opera curata da Romano Amerio, Alessandro Manzoni affronta l’argomento dello «Spirito del secolo» pur precisando subito: «Un’accusa che si fa comunemente ai nostri giorni alla Religione cattolica è ch’ella sia in opposizione collo spirito del secolo. Questa accusa può in un senso essere dalla Religione ricevuta come un elogio: se per spirito del secolo s’intende la tendenza violenta ad alcune cose transitorie come beni da ricercarsi per sè, l’amore e l’odio insomma delle creature non diretto ai fini voluti da Dio, la Religione si protesta, come sempre si è protestata, nemica di questo spirito; e quando venisse a far tregua con esso, allora si potrebbe trovarla in contraddizione e diffidare di essa. Guai alla Chiesa se ella facesse un giorno pace col mondo! se desistesse dalla guerra che il Vangelo ha intimata, e che ha lasciata alla Chiesa come la sua occupazione e il suo dovere; ma questo timore non può mai esser fondato, perché l’espressa parola di Gesù Cristo assicura il contrario». Erano trascorsi pochi anni da quando un papa imprigionato e deportato a Parigi aveva chinato il capo di fronte al re dei rivoluzionari, incoronandolo imperatore: più pace col mondo di questo simbolico atto! Però la fede di Manzoni lo teneva lontano dai circoli dell’umor nero, dagli apocalittici per gusto del negativo. La fede e la ragione sapevano fargli intuire che la Catholica non è arrivata alla meta per simili gesti atroci. Né – si potrebbe dire oggi – l’Onu che sembrò divenire sotto Paolo VI la succursale della Santa Sede ha assicurato quella tregua con i papi che tutti temevamo: quando uno meno se lo aspetta, ecco arrivare una nuova dichiarazione di guerra alla Chiesa cattolica, nonostante il clima mieloso che i laici hanno recentemente inaugurato, ben ricambiati, con il vescovo di Roma. 

Il nostro equilibratissimo romanziere, il cattolico che non peccava mai di estremismo malgrado il romanticismo di fondo, riteneva che il mondo non fosse comunque tutto da dannare, ché la storia mostrava come il cristianesimo avesse a tal punto modificato e migliorato gli umani costumi che il regno di quaggiù non era più un semplice sinonimo dell’inferno. Delle distinzioni andavano fatte. «Uno dei caratteri dello spirito predominante di tutti i secoli è una forte persuasione di alcune idee che degenera in tirannia di opinione, che condanna chi lo contraddice a passare per ignorante o per male intenzionato». E più avanti, riecheggiando simile «tirannia»: «Queste idee predominanti in un’epoca si chiamano di moda vocabolo che dovrebbe per sè renderle sospette perché significa: essere determinato a seguire un sentimento o un uso dell’autorità, escluso l’esame».  Adesso siamo ricolmi di tale moda, totalitarismo dell’opinione che impedisce l’«esame». Ma l’esame della ragione, il dialogo con i moderni, non era affatto escluso dal devoto amico di Rosmini. Inutile lasciarsi chiudere in una riserva. La cultura cattolica vuole conquistare la storia.

Al capitolo VII di quella Seconda parte delle Osservazioni, Manzoni affronta le «controversie tra cattolici», un altro tema caldo ai nostri giorni. «V’ha delle controversie inevitabili: condannarle tutte sarebbe lo stesso che dire che allorquando un errore si manifesti, bisogna permettergli di diffondersi senza combatterlo. Se non si disputasse che contro l’errore, quale cristiano potrebbe condannare una guerra sì necessaria, desiderare che si deponessero le armi della fede, che si venisse nella Chiesa ad una pace che non sarebbe l’opera della giustizia e della verità?». Non era un irenista. Ci sono punti indiscutibili, «valori non negoziabili» li chiamano i giornali. «Certo non bisogna sacrificare la verità a nessuna cosa, nemmeno alla concordia», però si lasci disputare chi è addentro alle questioni teoriche, quelli che son meno esperti si limitino «a pregare per gli uni e per gli altri, e chi dubiterà che le dispute non diminuiranno di quantità, di intensità e di durata?». Non ci si lasci andare alla mimesi delle discussioni parlamentari e degli show televisivi. Non si prenda l’andazzo mondano, il tono moderno – aggiungerebbe forse oggi. Nei confronti delle persone che «errano nella fede», i cristiani si comportano in modo diverso: «la carità obbliga ad amarli, a compatirli, a pregare per loro e a dissentire da loro». «Invece di denunziargli al giudizio altrui, avvicinatevi a loro, interrogategli, e vedrete forse che invece di gridare contro di essi, non vi resta che a piangere sopra di voi». Alle prese con le trappole moderne, dove la bella tradizione viene facilmente inghiottita, c’è da piangere tutti.

Il saggio Don Lisander si raccomanda,  e pare rivolgersi  alla nostra rete di disperati della forma antica: non si tratta di una polemica letteraria che può prendere le espressioni più feroci, qui si parla di Dio. «Voi credete di poter fare quello che compete alla Chiesa, di condannare gli erranti, e più ancora, voi credete di poterlo fare senza quelle formalità indispensabili, che la Chiesa stima essenziali all’esercizio della sua autorità sui suoi figli […] Voi fate il giudizio, e lo applicate, voi portate la sentenza senza autorità, e senza processo, voi pretendete secondare le intenzioni della Chiesa, ma chi ve le ha rivelate, chi vi ha costituito giudice?». (A. Manzoni, Osservazioni sulla morale cattolica, Ricciardi editore, Milano-Napoli, MCMLXI, vol. II, pp. 413 e passim).
 

venerdì 10 gennaio 2014

Gli altri gesuiti

~ OLTRE GLI SCHEMI DEL GIORNALISMO
SUI BUONI E I CATTIVI NELLA CATHOLICA ~

Per grazia divina il cattolicesimo, benché fondato sui dogmi, non è un monolite, non si adegua per sua natura al pensiero unico. L’osservatore esterno evoca i gesuiti trascinando una catena di luoghi comuni. Tutti tolleranti, abili nel compromesso, i machiavellici del papa, tutti a invocare la clemenza assoluta e a nascondere il giudizio irato di Dio, a camuffare perfino l’Inferno. Tutti arrendevoli con l’avversario, disponibili alla resa sia pure per salvare il salvabile. Con parole attuali, insomma, sempre progressisti e addirittura spesso di sinistra, quanto meno riformisti. Questo «Almanacco» ha recentemente raccontato la paradigmatica missione in Cina della Compagnia nel Cinque-Seicento, nel post-concilio tridentino dunque, e ha ritirato fuori la faccenda a bella posta, affinché non si disperasse dell’avvenire della Chiesa per dei motivi contingenti. Ovverossia a causa della distruzione subitanea delle antiche regole per opera di un supremo pastore venuto dall’Argentina, il primo gesuita a salire sul trono di Pietro contro le regole della Societas che vietano anche il titolo vescovile (ma Bellarmino fu cardinale e a fine Novecento la nouvelle théologie gesuitica fu rivestita di porpora). Insomma, se ne videro in vari secoli di simili travagli per la Chiesa, la navicella resta miracolosamente a galla. Però i giornalisti semplificano in modo esagerato: è un gesuita, tranquilli, lo schema prevede una evangelizzazione tartufesca, rientra nella norma, si è sempre visto così nella storia del loro ordine, di che v’allarmate? Come se Iňigo l’hidalgo, il fondatore, il basco tenace, fosse annoverabile tra i pacifici pronti alla trattativa. Ancora trentenne, Ignazio il gentiluomo affidava l’onore soltanto alla spada. A caccia di eretici, appena a Roma, denunciò alle autorità un illustre agostiniano per sospetto luteranesimo.

Come se i gesuiti non fossero stati i cavalieri dell’ortodossia. E anche la longa manus di Roma che si impadroniva delle menti e dei cuori dei sovrani del mondo per renderli sottomessi al potere petrino (i sovrani del mondo ottenendo però, un brutto giorno, lo scioglimento della Compagnia ignaziana). Crociati sempre all’attacco, come don Chisciotte quando le crociate erano già state abbandonate da secoli. Non si arresero mai. Mandata a casa la Compagnia, qualcuno entrò perfino nella loggia massonica pur di salvaguardare l’organizzazione al servizio del papa, senza cedere allo spirito dei tempi.

Come se poi in America Latina non avessero tentato di civilizzare gli indios che praticavano il cannibalismo, ben altra carta da quella giocata nella raffinatissima Cina, proteggendoli comunque dal potere politico con il quale spesso si scontrarono armi alla mano (si veda le cosiddette Reducciones in Paragauy). Come se nell’Ottocento non fossero stati gli abili difensori delle ragioni del potere temporale di Roma contro i «risorgimenti» dello sciovinismo, diventando in tal modo l’oggetto della denigrazione di Vincenzo Gioberti e dei cattolici liberali. Da qui la secolare diffamazione durata fino all’avvento dell’Argentino. Se negli ultimi tempi «La Civiltà Cattolica» è diventata una rivista da sbandierare per gli allegri demolitori della tradizione cattolica, va ricordato che essa fu un baluardo contro il modernismo. Lo stesso nome del mensile smentiva gli eccessi dell’inculturazione. Nel secolo primo della modernità, il XIX dell’èra cristiana, la rivista chiamava a raccolta contro i liberali. Furono i suoi redattori gesuiti a lanciare il «Sillabo», il Concilio Vaticano I, quella assise cioè che affermò l’infallibilità papale, la restaurazione della filosofia tomistica, la restaurazione in generale. Nel Novecento «La Civiltà Cattolica» si impelagò qua e là anche con discutibili politiche pur di tenere a bada liberalismi e socialismi internazionali. Uno come padre Messineo orientò da destra i cattolici italiani e prese di mira Jacques Maritain che pure si era formato sul cattolicesimo medioevale e aveva militato nell’Action française. Per oltre un secolo, i teorici della inculturazione si scatenavano su quelle pagine in una virulenta polemica antigiudaica. Difesero il generalissimo Franco e si batterono contro la Germania nazista.

Negli anni Quaranta, confratello di padre Michel de Certeau, che salvava pure Freud, e di padre Hans Urs von Balthasar che nutriva qualche dubbio sulle masse di dannati all’Inferno, era l’americano di origine irlandese padre Leonard Feeney, che sosteneva essere la salvezza una esclusiva dei battezzati secondo il rito di Santa romana Chiesa, annunciando per tutti gli altri le fiamme dell’Inferno. Vale la pena rammentare quella storia sepolta in America, senza più grande eco dalle nostre parti. Docente al seminario gesuita di Boston e cappellano di Harvard, padre Feeney con un gruppo di suoi confratelli e fedeli arrivò a negare, negli anni Quaranta, la validità del «battesimo di sangue» e del «battesimo di desiderio»: solo l’acqua lustrale somministrata con il rito latino apriva le porte del Paradiso. Regnando Pio XII, la singolare posizione dell’ultrà tradizionalista finì rubricata nella disobbedienza a Roma e padre Feeney venne inquisito dal Santo Offizio. La storia si fece paradossale: «extra Ecclesiam nulla salus» era la bandiera del gesuita harvardiano che disobbediva alla gerarchia di quella Chiesa salvifica. E paradossale era il fatto che lo scrittore britannico Evelyn Waugh – uno che la conversione al cattolicesimo l’aveva fatta davvero, il brillante conservatore che morirà sulla porta della chiesa dove aveva assistito alla messa in latino ormai introvabile negli anni del post-concilio – si incaricasse di diffondere una pessima pubblicità intorno all’ortodossia rigorista del gesuita, definito bisognoso di un esorcismo per un evidente caso di possessione demoniaca. Il puritanesimo del cappellano di Harvard non poteva piacere al romanziere. E la disobbedienza ‘puritana’ non piacque neppure al papa che, dopo un regolare processo, incaricò l’allora giovane monsignor Ottaviani di inviare una lettera di scomunica. Che benedizione trovare in quel documento l’atteggiamento compassionevole del papa che ribadisce il dogma ma nel medesimo tempo mostra la elasticità cattolica, il buonsenso tradizionale, quando si rivolge alla umanità. Qualcuno potrebbe confonderla con lo spirito che anima la Dignitatis humanae, eppure la differenza netta che salta agli occhi del lettore attento mostra quanto caricaturale fosse il ritratto della Chiesa pacelliana a opera di molti padri del Concilio. Non c’erano le tenebre da una parte e la luce della tolleranza dall’altra. Nella Chiesa cattolica di sempre regnava la comprensione, il discernimento, la misericordia.

Nei tempi del dopoguerra, gesuiti furono gli incaricati di approntare una specie di servizi segreti della Santa Sede, nel momento che l’Europa orientale veniva inghiottita dalla Russia bolscevica; gesuiti formavano la guardia del corpo di Pio XII nella battaglia mondiale contro il comunismo, così come lo erano stati in quella contro il nazionalsocialismo; composto da gesuiti era anche il drappello di giovani incaricato dal papa di tenere a bada la tecnologia della comunicazione che allora si impennava, travolgendo le coscienze. Confratelli di padre Pierre Teilhard de Chardin, che voleva mixare alla francese Darwin e lo Spirito Santo, e di padre Rahner, che confidava nei «cristiani anonimi» (cristiani inconsapevoli come il Jourdain di Molière che faceva la prosa senza saperlo), erano i gesuiti Paolo Dozza, rettore della Gregoriana, e padre Pietro Boccaccio, giovane docente di lingua ebraica e aramaica, che raggiunsero il record del proselitismo: la conversione del rabbino capo di Roma, Israel Zolli, battezzato col nome di Eugenio Pio (in riconoscenza verso Pio XII). E il mite padre Felice Cappello, anche lui un prete nell’ordine di Ignazio, l’insigne maestro di diritto canonico e popolarissimo «confessore di Roma», acclamato santo in vita dalle folle che lo attendevano per il sacramento della penitenza nella chiesa dedicata al fondatore, riuscì a ottenere la conversione in punto di morte di due personaggi celeberrimi, Curzio Malaparte che, già fascista, si era lasciato sedurre dalla rivoluzione comunista cinese, e Concetto Marchesi che univa l’erudizione latina con il marxismo. Gesuiti i teologi Daniélou e de Lubac che provocarono il Vaticano II (de Lubac provò pure a difendere il Teilhard panteista, giurando che era un figlio devoto del magistero ecclesiastico) ma che poi espressero seri timori sugli effetti perniciosi del postconcilio.

Un esercizio della memoria questo, un elenchetto cui i lettori potrebbero aggiungere chissà quanti nomi, giusto per riportare in auge le sfumature, la varietà del cattolicesimo ben orchestrata da Roma, i difficili equilibri che rischiano di saltare quando – come è successo l’altro giorno – nella chiesa madre della Compagnia, durante una pubblica cerimonia, il predicatore sudamericano che indossava il pallio papale diceva: «noi gesuiti».

venerdì 20 dicembre 2013

I riti cinesi

 ~ LA «NUOVA MISSIONE» NEL SEICENTO ~ 
~ E NEL TEMPO ATTUALE ~ 

Tutto era diverso, salvo il tono della polemica, con accuse furenti da una parte e dall’altra. Nel fuoco della battaglia la Compagnia di Gesù, intenta alla «nuova missione» in Cina. I soldati di Ignazio mettevano da parte la evangelizzazione in virga ferrea e procedevano alla conquista delle anime. Non portavano laggiù la Chiesa dallo sfarzo barocco, gli echi delle glorie religiose e militari (Lepanto aveva segnato un’epoca), della precisione dottrinale (che noi chiamiamo controriformistica). Appena un po’ d’arte, quella trasportabile in bagagli leggeri, e le mirabilia coltivate da padre Athanasius Kircher nella sua Wunderkammer del Collegio Romano. In punta di piedi, umili (a parte l’erudizione da sfoggiare sobriamente), con grande incantamento per gli indigeni da convertire, sorpresi anche dal grado altissimo di una civiltà finora estranea al nostro mondo, come se nel tempo d’oggi si scoprisse su Marte un impero eccelso per ordinamento, pensiero, costumi e tecnologia. La controversia era già moderna: come tradurre il discorso evangelico in lingue aliene al mondo chiuso del Mediterraneo dove il cristianesimo sorse? Come tradurre – ripeterà la cultura moderna, compreso un Concilio convocato appositamente nel Novecento – il messaggio antico nel linguaggio di popoli così distanti temporalmente dall’epoca che vide il passaggio di Cristo su questa terra? E come adattare la liturgia sistemata da un papa romano del VI secolo ai popoli orientali o alle genti del terzo millennio? I missionari gesuiti posero la domanda e proposero la risposta con la massima indulgenza, sfumando sia l’identità cattolica sia quella del mondo orientale. Permisero manomissioni liturgiche, presero in prestito gesti e abiti dai culti locali, elaborarono cerimonie sacre a misura dei neofiti in tutto l’Oriente, i cosiddetti riti cinesi, i riti giapponesi, i riti malabarici (in India), ammisero la venerazione di Confucio, giurando trattarsi di un atto laico, di celebrazioni culturali, disobbedirono a Roma convinti di aver scoperto una universalità cristiana ancora più grande di quella predicata in Occidente. Probabilmente scattava anche la curiosaggine degli intellettuali che spesso li porta alla fascinazione per una novità. Tanto fu il riguardo per gli usi del popolo cinese, che le stesse questioni morali sembravano perdere la loro solidità nel mitico regno del Catai.

La guerra ai gesuiti missionari scoppiò nel Seicento. C’era sullo sfondo la saldezza dottrinaria raggiunta nel Concilio di Trento, c’era la fede millenaria scossa dalla Riforma protestante ma ricomposta dalla Controriforma, c’era lo spirito d’obbedienza e il principio d’autorità, il senso della gerarchia, le regole della Societas stessa che imponeva all’orgoglio umanista di trasformarsi «perinde ac cadaver»; la modernità faceva appena la sua prima comparsa, neonata, quindi, accattivante e promettente, con un volto assai meno spietato di quello che abbiamo poi conosciuto. La questione al centro di questa guerra in seno alla Catholica anticipava il motivo attuale, l’ansia postconciliare su come avvicinare la Chiesa cattolica al mondo secolarizzato, il cristianesimo della tradizione e la modernità che in modo virulento taglia i ponti con il passato. Si trattava dei prodromi, diverso il contesto. Tra le varie cose inimmaginabili ai tempi della diatriba ce ne è anche una avvenuta dianzi, che modifica ulteriormente il quadro della Chiesa di Roma: nessuno si sognava di vedere eletto papa un gesuita, avendo la Societas il suo «papa nero», ossia il Generale della Compagnia (grado militare del corpo speciale posto al servizio del pontefice), potente come un papa, abbigliato in nero come un semplice prete. 

L’uomo è «naturaliter christianus», sosteneva agli albori Tertulliano. I gesuiti in Cina ripresero questa ipotesi, la rafforzarono con una rappresentazione della civiltà cinese quasi fosse un mondo paradisiaco che aveva i contenuti evangelici nella sua trama. Ergo, Sina est naturaliter christiana. Offre l’assist Tertulliano anche agli evangelizzatori dei nostri giorni.

Parliamo di una «nuova missione», dell’esperimento audace, del teatro cinese – secondo gli accusatori, in primis giansenisti – che mettono in scena i reverendi padri gesuiti in un impero sconosciuto e lontano, al riparo dagli sguardi sospettosi del vecchio mondo. È infatti loro il monopolio dell’informazione cinese nei confronti dell’Occidente, loro sono i soli conoscitori della lingua, a loro appartengono le prime grammatiche che stampano in Europa forgiando nel piombo gli ideogrammi, loro sono gli interlocutori dei mandarini, di scienziati e letterati della sofisticatissima civiltà orientale che, pur senza traccia del Vangelo, appare mirabile e autentica concorrente dei regni cristiani, loro i cortigiani, talvolta anche gli amici, dell’Imperatore, del mitico sovrano con i caratteri divini. Le relazioni di viaggio, le traduzione di libri, sacri e non, le lettere, le opere che i confratelli al Collegio Romano compilano collazionando le carte dei missionari, formano una letteratura eccitante nel XVII e XVIII secolo. Le menti curiose consideravano quei documenti molto più avvincenti dei romanzi. Nel racconto dei gesuiti, i pagani cinesi assumevano i tratti cristiani. 

Confucianesimo e buddismo vengono assimilati alle filosofie, armonizzati con il cattolicesimo. Anzi, Confucio diviene un san Paolo cinese, un apostolo delle genti orientali. La Cina è una specie di immenso specchio dell’Occidente. La differenza cristiana si affievolisce. I missionari gesuiti son così convinti del genio del cristianesimo che non possono incontrare un mondo raffinatissimo come quello dell’Impero celeste senza immaginarlo in qualche modo cristiano. Del resto, il Doctor Eximius, padre Francisco Suárez S.J., sosteneva che l’atto di fede è relativo alla differenza di tempi e d’ambiente. L’indulgenza ottenuta dai pagani ‘classici’ poteva esser estesa a queste elegantissime genti orientali. Si concedevano anche qualche contraffazione storica per inventarsi un cristianesimo nascosto per millenni nel popolo cinese. Veniva in aiuto il geniale padre Kircher, decifratore a modo suo dei geroglifici egizi e dei misteri cinesi. Profuso negli studi sinologici, il Turingiano rinveniva dei cristiani nestoriani che si sarebbero spinti fin laggiù, a seminare chicchi evangelici. Ecco spiegate le virtù della civiltà cinese. Ma c’era chi ricostruiva viaggi apostolici in quelle terre, conferendo peraltro alla lingua cinese un primato che contraddiceva il racconto biblico, esaltando anche la morale di chi agli occhi di Roma era solo un pagano da salvare. E in terra di missione risultavano maestri di gentilezza, di cerimoniosità, di cortigianeria, conquistavano il cuore mondano, AMDG, naturalmente, in conformità con il motto della Societas. Sia detto tra parentesi, in allusione alle questioni del tempo nostro, non è proprio aggiustabile il rapporto tra Compagnia di Gesù e francescanesimo (il santo di Assisi evangelizza in altro modo: si presenta davanti al sultano e gli ordina di cambiar vita). Non è un caso che i cappuccini furono i più duri avversari delle missioni della Societas. La radicalità evangelica, la scabra parola biblica, la profezia che urla nel deserto son cose estranee a quei dialoganti con i saggi confuciani. Per la particolare mondanità della Compagnia non si predica l’ascetismo dei frati agli aristocratici interlocutori (lo si pratica in privato, riservato ai reverendi padri nel segreto delle loro stanze). 

La guerra dell’Occidente all’Impero cinese per assicurare la libertà d’azione dei missionari non convinceva i gesuiti. Qualcuno di loro parlava esplicitamente di «guerra ingiusta» (Josè de Acosta, per esempio). 

Il duca Louis de Rouvroy de Saint-Simon (appena una lontana parentela con l’utopista dell’èra industriale) scrive nel capitolo 51 dei suoi Mémoires: «Le polemiche dalla Cina cominciano a far scalpore, si parla delle cerimonie di Confucio e degli antenati, ecc., che i gesuiti concedono ai loro neofiti e che le Missioni straniere proibiscono ai loro: i primi sostengono che esse abbiano un carattere puramente civile, gli altri che siano superstiziose e idolatriche». Un riassuntino in punta di pettegolezzo, l’accenno al duello tra i gesuiti e i parigini delle Missioni estere, che tralascia i risvolti teologici. 

Se i gesuiti concedevano ai cinesi convertiti di perseverare nella venerazione di Confucio e degli antenati, se i riti cinesi non si limitavano al rispetto delle tradizioni locali ma investivano la liturgia cattolica, il nome di Dio che i colti missionari traducevano nel lessico del confucianesimo, l’immagine di Cristo che, per non spiacere al delicato gusto dei mandarini, ripulivano del sangue della Passione e perfino della morte per crocefissione, esaltando invece il corpo celeste della Resurrezione, se adattavano cioè il cattolicesimo romano all’ottica degli ‘infedeli’, è perché stavano mettendo a punto quella «inculturazione» che è croce e delizia dei tempi nostri ma che già i primi cristiani, senza troppo indulgere alle questioni di metodo, avevano di fatto praticato. Che altro fu infatti quella metamorfosi del Verbo ebraico nelle forme degli dèi latini, i templi e perfino le statue che cambiano di segno, i cortei pagani trasformati in processioni cristiane, il Natale che sostituisce il culto solare, tollerando che i romani si voltino ancora in devoto omaggio verso l’astro prima d’entrare nella basilica di san Pietro (papa Leone dixit), che altro se non inculturazione si poteva denominare quell’impero pagano che diviene sovranità del vescovo di Roma sull’Urbe e sull’orbe, il vicario di Cristo addirittura impadronendosi della carica imperiale di sommo pontefice? Concesse Gregorio Magno («Solo conservando per gli uomini alcune delle gioie del mondo, li condurrete più facilmente ad apprezzare le gioie dello spirito»), concessero tantissimo i papi dei primi secoli e quelli degli ultimi. Sennonché suona bizzarro che i fautori della inculturazione a ogni costo, i rispettosi di tutte le culture locali e di tutti i popoli, siano poi impietosi verso la cultura della Roma antica in cui si modellò la religione cattolica, dannandola perciò con la parola costantinismo. Tutti i compromessi siano benedetti – dicono coloro che pur definendosi cattolici avversano la storia cattolica – eccetto quello del vescovo di Roma con l’imperatore. Soltanto nel territorio dei Laterani, sui terreni concessi dall’Impero in decomposizione, nel regno spirituale della imperatrice Elena che trasportava con somma pietas le reliquie orientali sulle rive del Tevere, quel compromesso non s’aveva da fare e il mondo, secondo i precetti evangelici, andava disprezzato. E perché invece il mondo cinese, come oggi quelli alla periferia o quello ‘laico’, scilicet ateo, va tenuto in gran conto e ammirato e amato?

Essere arricchiti dagli altri, predicano oggi, essere arricchiti dai cinesi, dalla cultura cinese, predicavano i missionari gesuiti, scrivendo di questa ricchezza nelle loro relazioni di viaggio e nelle lettere ai confratelli del Collegio Romano. Tanto si venera la tradizione altrui quanto si disprezza la propria (non era ancora il caso dei gesuiti, più intricato il loro rapporto). Si va a prendere a destra e a manca, dai confuciani e dagli atei, dagli islamici e dagli gnostici, quasi non ci fosse nulla da inorgoglirsi nell’essere cattolici. Non è una ricchezza, non è la maggiore ricchezza al mondo, che ripaga della miseria materiale, essere i fedeli di Pietro e di Paolo, aver seguìto gli apostoli, far parte di coloro a cui è stato promesso il Regno? Non è una ricchezza straordinaria assistere ai sacri misteri, partecipare al sacrificio del Dio fatto uomo, consumando la vittima, mangiandola? E avere la deipara come regina, i santi come intercessori, i papi come guida? Non è il più grande privilegio poter diffondere il messaggio di salvezza dalla morte a coloro che ancora non lo hanno conosciuto o capito? E possedere una lingua che non solo unisce le chiese di tutto il pianeta, perfino oggi, nei frammenti che restano incastonati di quando in quando nella liturgia, ma che unisce il nostro tempo a quello dei primi apostoli e a quello dell’impero romano che contrassegnò l’antichità (l’unica via per raggiungere l’antico, diceva Hofmannsthal della lingua cattolica), ordunque il latino sarà ancora un sommo bene culturale? A vedere gli heideggeriani che consacrano la lingua tedesca e che considerano termini intraducibili i fantasiosi composti teutonici, riportandoli come un feticcio anche nella pubblicistica divulgativa, vien da chiedersi perché la parola divina debba essere adattata alle forme più indecorose, perché ci si debba accontentare dei significati più miseri offerti dalle lingue volgari. Il patrimonio è questo. Che saranno allora Confucio o Budda, Maometto o Lutero? E ci darà maggior ricchezza, qualche tallero d’argento in più, quell’infelice Kierkegaard o il moralista ossessivo Nietzsche? 

Chi vuole adeguare la Chiesa al nuovo secolo e addirittura al nuovo millennio, farle parlare il linguaggio di tutti, renderla schiava del presente, del soffocante presente – quando ci sarebbe tanto bisogno di una voce inattuale nello stridio di voci e immagini, di simboli, di orticelli consacrati e di templi sconsacrati, di inferni, di corse precipitose verso un telos che è il nulla –, costui ha fatto tesoro della lezione dei gesuiti in Cina ma non prende atto che il telos di padre Matteo Ricci era il Cielo, non il benessere in terra. La Cina non rappresentava per i missionari il destino (casomai il martirio coronava la missione), il mondo ‘laico’ per i neo-evangelizzatori è il destino. Dimentica pure, chiunque voglia sovrapporre direttamente l’evangelizzazione in Cina e quella in partibus nostrae aetatis, che tutte queste voci e immagini assedianti sono un déja vu persecutorio che noi chiamiamo post-moderno e che solo il Verbo eterno può spezzare. La disperazione contemporanea invoca perciò parole sottratte all’uso corrente, alla mercificazione universale, all’oppressione del tempo e considera un insopportabile martirio il vicario di Cristo che parla come un presentatore televisivo. La consolazione delle anime in pena non può avvenire mediante pensieri e parole secolarizzati. Alle persone stanche, abbrutite dalle frasi fatte, dai gesti scontati, manca la promessa di eternità, la possibilità di fuoruscita dal tempo. Ecco una differenza con la Cina di padre Matteo Ricci. Allora non si parlava di età della crisi, le cesure della storia erano miracoli, nei momenti più difficili si intravedeva casomai, anche senza la forza di dirselo, le figure livide del finale apocalittico. Né la decadenza d’Europa era già cominciata. Dominava la storia questo piccolissimo continente, quando i gesuiti presero a guardare altrove. Oggi è l’impero ‘laico’ a conquistare il mondo, la tirannia della comunicazione si impone ovunque. 

Vediamo meglio quel teatro cinese allestito dai gesuiti (e si rimanda anche a un articolo di questo «Almanacco» sulla missione di Ricci <http://almanaccoromano.blogspot.it/search?q=matteo+ricci>), vediamo se si tratta della medesima rappresentazione che il Vaticano II ha imposto e moltiplicato nei cinque mondi, o se una impercettibile differenza cambia le carte in tavola. Romano Amerio dedicò in Iota unum troppo scarne righe alla missione dei gesuiti, pur attento a non confondere la Compagnia del periodo d’oro con l’«odierno scadimento». «I Gesuiti – scrisse – infusero nella Chiesa una potente vitalità, proponendosi di organizzare tutto il genere umano e dirigere tutta la terra al cielo, anzi sottomettere, con tale intento, tutte le parti dell’enciclopedia e tutti i rami della convivenza sociale. […] Nel ricercare l’armonia dialettica tra i due mondi, che è sempre difficile, i Gesuiti inclinarono talora a rendere la religione più amica dell’umana natura (inquanto questa è buona e da Dio) che non a contrapporgliela (inquanto questa è corrotta e renitente)». La questione resta assai spigolosa, questa «amicizia» dell’umana natura contrastando con l’avversione evangelica per il mondo e per la natura umana depravata. 

Era il ritornello delle Provinciali che un Pascal in incognito, teologo dilettante e prosatore eccelso, faceva risuonare: l’innata bontà predicata da Confucio e riecheggiata dai gesuiti era irriducibile alla dottrina del peccato originale. Solo la religione cattolica, i suoi sacramenti, il suo magistero, riscattavano quella natura. L’antico dogma, «nulla salus extra Ecclesiam», ribadito dal catechismo tridentino («quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell’arca»), in effetti non poteva accordarsi con il metodo dei gesuiti in Cina. Gli uomini della Compagnia facevano salire tutti sull’arca, ingresso gratuito. Antoine Arnauld, il Grand Arnauld come lo chiamavano i sostenitori della battaglia giansenista, il fratello di Agnès, badesse de Port-Royal, denunciava che «la Société a changé la face de la Chrestienté». Il compromesso cinese per lui era una eresia. Così accennava a quello strano teatro dei gesuiti: «in Cina si vestono come dei bonzi e così canonizzano nelle loro persone l’idolatria dei loro parrocchiani». Per rendere la Catholica «più amica della umana natura» si rischiava l’accusa di idolatria, si contornava il cratere dell’eresia? Ci si metteva comunque nei panni degli altri: non solo teatro gesuita ma arte tutta occidentale, esclusiva dell’Europa, come l’Illuminismo che ne discende, e che non poteva che nascere dalla civiltà cristiana, da quella singolare costruzione che è il costantinismo, tanto famigerato nel post-concilio novecentesco. (Nel tentativo di deviare la storia, i padri della Compagnia provarono a lanciare una nuova dinastia regale esplicitamente cristiana, attraverso una concubina rimasta incinta dell’Imperatore e convertita al cristianesimo La donna fu battezzata con il nome di Elena. Il figlio con quello di Costantino.) Pertanto i gesuiti, in questa rappresentazione cinese dove vestivano panni orientali, arrivarono a rovesciare completamente il punto di vista, a produrre la più radicale autocritica: i barbari siamo noi. Un certo qual relativismo aleggiava in tale geografia culturale, dove la barbarie girava sul globo a seconda della specola del soggetto. La verità, come sempre in questi eclatanti e cangianti spettacoli, finiva in ombra. Qualcuno si chiedeva già allora se la stessa Rivelazione, la promessa del Regno, non fosse ormai inutile nel più bello dei regni possibili, realizzato con la benedizione dei padri gesuiti.

La polemica giansenista batteva su questo punto. Le massime del Vangelo son dure da praticare, i padri della Compagnia le adattano con troppa facilità. Pronti a nascondere la croce per rendere più lieta la novella. Le missioni finora avevano visto i missionari accompagnarsi alle truppe degli Stati europei, la superiorità militare europea doveva mostrare la superiorità della sua religione, incutere rispetto, anzi soggezione. Certo, a noi adesso pare una via contorta quella che conduce a Cristo attraverso la guerra, ma confermare la verità cristiana con la potenza delle armi era la prassi di quel secolo. Con i gesuiti in Cina la penna prese il posto della spada. Ci si presentava come sapienti e si faceva entrismo a corte per poi raccontare ai nobili e ai mandarini che l’Occidente ha una spiegazione del mondo e della vita, che riempie i cuori di gioia: la morte è vinta. La tecnologia che si è sviluppata in Europa, e di cui gli orologi e gli altri capolavori meccanici che i gesuiti avevano portato in missione erano esempi attraenti, attestavano la raffinatezza culturale della civiltà cristiana. Juan Gonzalez de Mendoza, autore della prima Storia della Cina, non era un gesuita bensì un agostiniano, ma evidentemente, per il disorientamento indotto dalla collocazione nell’altra parte del mondo, anche lui si lasciò prendere dalle analogie. Vedeva nelle immagini cinesi una figura «di strana e meravigliosa forma, cui portano grandissima reverenza, un corpo dalle cui spalle escono tre teste […] il che dicono significare che hanno una sola intenzione… », alludendo naturalmente alla Trinità. Oppure: «sogliono dipingere una donna molto bella con un bambino in braccio e dicono che essa lo partorì e rimase vergine… ». Sbiadiva in tal modo il legame con il popolo ebraico, i passaggi-chiave della nostra tradizione, per lasciarsi prendere dalle più esotiche meraviglie del Levante. Pascal ripeteva tetragono che a lui di Confucio non importava granché e che rimaneva fedele a Mosé. Non c’è forse una affinità con quanto accade nei nostri tempi quando, pur senza andare troppo lontano, si limitano a intronizzare icone bizantine nelle chiese barocche, quasi ci fosse bisogno di quel cristianesimo misterioso, vago, sottinteso, non bastando le immagini piene della pittura italiana? Oppure con le conferenze degli gnostici, i libri cifrati che a sentir loro mostrerebbero un generico cristianesimo, esoterico come si conviene alla cultura elevata, con più malia di quello con dottrina e sacrifici prescritti dai catechismi? Al posto della Rivelazione, cominciava ad affermare qualche gesuita secoli prima di Heidegger, ci poteva essere il Disvelamento. 

Dall’altra parte del mondo, replicava Pascal, scettico sui racconti dei gesuiti, sia su quelli che facevano nelle loro Relazioni per mitizzare la Cina sia su quelli che ammannivano ai mandarini a proposito del cristianesimo facile: «io credo solo nelle storie i cui testimoni sono pronti a farsi sgozzare». La Compagnia era passata invece dal gioco al massacro al gioco di seduzione. Erano amabili con il mondo, i padri della Compagnia, però assai severi con sé stessi, pronti al martirio, umanisti cristiani che firmavano con il sangue i loro messaggi. 

Rendere «la religione più amica dell’umana natura» è, secondo Amerio, lo sforzo audace della Societas Jesu. Con tale intento, si costruiva una audace teologia che il padre Coton, confessore del re Enrico IV, riassumeva con spirito mondano (oggi si direbbe giornalistico): «Ecco in due parole la teologia che propongo: quel che noi chiamiamo bontà, onestà, civiltà autentica, grandezza di spirito e coraggio, con tutte le altre virtù naturali che troviamo nei pagani e nei peccatori, sono gli effetti della passione del Salvatore» (Intérieure occupation d’une âme dévote). La misericordia si allarga all’intera umanità, la bellezza del mondo, anche di quello pagano, anche di quello dei peccatori incalliti, è il risultato dell’Incarnazione divina. In una lettera di denuncia dell’operato della Compagnia indirizzata a papa Innocenzo XII, i rappresentanti delle Missioni estere di Parigi (la grande concorrente della Compagnia nel proselitismo cinese) potevano concludere: «i gesuiti sono troppo buoni: vorrebbero salvare tutti e non iscomodar alcuno, ma non si possono queste due cose conciliare. Sonovi delle occasioni nelle quali si dee scegliere una di queste due, e adoperare la massima: chi vuol salvare una vita la perderà; e chi avrà cuore di perderla la salverà». 

La Chiesa di Roma ha avuto in ogni epoca i suoi tormenti. Non si deve immaginare una lunga età dell’oro alle spalle, senza persecuzioni, senza travagli interni, senza peccato. Però l’evo moderno è più subdolo, colpisce al cuore l’uomo devoto, disintegra la sacralità, e gioca anche sul proprio ambiguo nome, ché ‘moderno’ è parola cristiana, con la storia lineare che corre verso un fine, escatologia annunciata dalla Scrittura. La Chiesa di padre Ricci non è comunque quella del primo gesuita diventato «papa bianco». La Chiesa di Roma del Seicento appariva trionfante, non ancora «umiliata, diminuita, scoraggiata», come la definisce oggi l’arcivescovo di Vienna. Non inorridite dunque se l’«esortazione» argentina propone dei singolari missionari, ricordatevi che i gesuiti «sono troppo buoni: vorrebbero salvar tutti»; ma non è neppure la prima volta che si riscontrano dei seri danni derivati dalla buona volontà. Rendere il cristianesimo amico dell’uomo è cosa buona e giusta, renderlo amico del mondo è cosa rischiosa. Ai tempi di padre Ricci, probabilmente il medium non era ancora il messaggio. Non un dettaglio da poco. 

Morale del racconto. Tanta attenzione a non scalfire le tradizioni (purché non si tratti di quelle nostre) e poi comunque arriva la globalizzazione e trascina via tutte le forme diverse, le riduce a una sola, con un sol pensiero, una sola moneta, un unico scambio. Quello che non si volle concedere a Dio, quell’universalità che unificava gli umani nel segno latino della Chiesa romana, è concesso alla potenza del denaro. Restano soltanto i fedeli della tradizione a difendersi da simile ineluttabilità.