martedì 4 gennaio 2011

Quartetto Bloy

~ GENIALI FIGURE DEL NOVECENTO IN AMMIRAZIONE
DAVANTI ALL’APOCALITTICO SCRITTORE CATTOLICO ~

Quattro figure straordinarie del secolo scorso: Franz Kafka, Walter Benjamin, Carl Schmitt, Ernst Jünger. Qualche legame c’era tra loro: la venerazione di Benjamin per Schmitt, testimoniatagli in una lettera poi censurata da Adorno e Scholem (l’interesse per Kafka e la sua singolarissima interpretazione son cose troppo note per dirne ancora); la lode del praghese da parte di Jünger, magari accennata in una nota dei suoi diari scritti mentre occupava Parigi con la divisa della Wehrmacht e l’animo del complottatore; l’amicizia, con piccole incrinature nel dopoguerra, tra Jünger e Schmitt; il giudizio netto del giurista tedesco sul Processo di Kafka: «uno dei romanzi più geniali che esistano dell’intera storia». Ma quel che contraddistingue questo dissonante quartetto è il nome dello scrittore cattolico apocalittico Léon Bloy.

Due ebrei e due cattolici (Jünger si convertì alla religione romana negli ultimi anni della sua vita ultracentenaria) uniti dall’autore della Salvezza attraverso gli ebrei.

Benjamin rendeva omaggio all’Exégèse des lieux communs parlando di «un’opera grandiosa». In quel libro, lo scrittore furiosamente antimodernista aveva completato lo stupidario di Flaubert, il Dizionario delle idee ricevute che metteva in ordine alfabetico la bêtise. Ma Bloy mirava al cuore della sciocchezza borghese, progressista, positivista e anticristiana, la combatteva in modo militante e feroce. E lo studioso che amava perdersi nella Parigi capitale del XIX secolo, ammaliato dai fantasmi delle sue merci, fu scosso da questo scrittore che agitava i pugni.

Sembra sia stato Schmitt a iniziare Jünger al culto di Bloy. Padroneggiava il francese, per via di parentele materne che risalivano all’Alsazia, e deve avere scoperto anzitutto la potenza linguistica del violento cristiano ottocentesco. Poi si sarà accorto rapidamente dello sguardo apocalittico con cui Bloy leggeva la storia, soprattutto quella dei secoli moderni. E simili discorsi sulla fine del tempo mostravano misteriose consonanze con la sua meditazione sul «katechon» – la forza frenante di fronte all’apparizione dell’Anticristo – nascosto nei veli della storia, meditazione che si misurava temerariamente con san Paolo quando, nella seconda Lettera ai tessalonicesi, accennava a una tale potenza senza fornire troppe spiegazioni. Il filosofo della politica provava a sciogliere l’enigma teologico-politico: era lo Stato, l’Impero romano e i suoi eredi che trattenevano la dissoluzione del mondo, l’ora apocalittica. Bloy l’invocava invece, forse gli sembrava che non ci fosse più alcun ordine politico in grado di fermare la fine del mondo, sentiva in ogni caso che gli ultimi giorni, quelli moderni, sono il tempo dell’agonia di questo mondo, il più terribile di tutti, che nessuna medicina e medico politico può lenire. Forse la faccenda era più complicata di una semplice contrapposizione, fatto sta che più volte il giurista ricorse alle parole del romanziere francese e stabilì con lui, anche nella cella della prigionia, un dialogo serrato.

A Parigi, Jünger scrisse numerosi volumi di diari, proprio sul modello di Bloy. Lo citava spessissimo, tornava più volte su quei «geroglifici», come li chiamava, che «soltanto oggi» hanno dei «lettori maturi». Le circostanze che maturavano il lettore erano dettate dalla seconda guerra mondiale, dalle sue stragi, dalla sua violenza pre-apocalittica. Jünger costellava i diari del periodo bellico con le citazioni della Bibbia - che rilesse integralmente nei giorni dell’occupazione - e con le citazioni di Bloy. Lo collocava tra i «sismografi» della discesa nel maelström, tra Nietzsche e Dostoevskij, rendeva omaggio al realismo cattolico che rappresentava «l’essere umano nella sua infamia come nella sua gloria».

A colloquio con il giovane Gustav Janouch, Kafka colse la particolare grandezza di Bloy, parlandone con la solita semplicità: «Da un libraio antiquario trovai la redazione ceca del libro Il sangue del povero di Léon Bloy, Kafka apprese la notizia di quella scoperta con molto interessamento e disse: “Di Léon Bloy conosco un libro contro l’antisemitismo: Le salut par les Juifs. Qui un cristiano prende le difese degli ebrei come fossero parenti poveri. È un libro molto interessante. E poi… Bloy sa imprecare, cosa del tutto insolita. Bloy ha un fuoco che rammenta l’ardore dei profeti. Ma che dico: Bloy impreca molto meglio. E si spiega, perché il suo fuoco è alimentato da tutto il letame dell’epoca moderna”» (Colloqui con Kafka). Così quando la spazzatura moderna raggiunse altezze vertiginose, come nel nostro tempo post, e la confusione nichilista pervase ogni cosa, perfino La salvezza attraverso gli ebrei apparve un testo antisemita.

1 commento:

grafemi ha detto...

Post davvero notevole - bello scoprire blog così belli.
Complimenti,
Paolo