sabato 29 ottobre 2011

Uno sgorbio è uno sgorbio

~ IL CARDINALE OTTAVIANI E FRANCIS BACON ~

Il porporato dal tono popolare, figlio di un fornaio trasteverino, difensore della tradizione, «carabiniere della fede», inviso agli estremisti del Concilio, il cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), sapeva pronunciare parole di verità pure su quanto accadeva nel campo dell’arte ai tempi suoi, riuscendo perfino ad anticipare le attuali tendenze del cosiddetto contemporaneo. Da ragazzo, aveva spinto il carretto per aiutare il padre nella consegna dei pani a domicilio ma, per quel consueto miracolo ‘democratico’ dell’organizzazione cattolica, la miseria non gli aveva impedito studi severi e una formidabile ascesa sociale che lo aveva condotto a guidare il Sant’Uffizio, a decidere cioè dell’ortodossia cattolica nel mondo agitato del secolo scorso. Leggiamo sul blog «Cordialiter» una pagina tratta da Il baluardo, una raccolta ormai introvabile di interventi dell’Eminenza trasteverina anteriori al 1961, dove, rivolgendosi evidentemente a degli artisti, diceva in modo schietto e forte quello che critici ed estetologhi nascondono:

«Cari figli, mi rallegro con voi della vostra arte la quale ha saputo essere arte dei nostri giorni e non mero ricalco di moduli passati, creazione e non scopiazzatura, scoperta nuova e non rispolveratura scolastica; e tuttavia ha saputo stare, con tanta comprensione e bellezza, accanto alla preghiera. Così il vostro esempio giovasse tra coloro che si danno a credere, con qualche inesplicabile e indecifrabile sgorbio, di fare arte! Eppure, con tanto poco si fanno scrupolo, di ingiuriare la Chiesa e darle dell’arretrata. Non dico nulla d’altri che presumono popolare la Chiesa di mostruosità, degnissime nel miglior caso, di semifolli, non però di Dio, del popolo e della nostra civiltà. Ricordatevi, quando l’arte non sa stare con la preghiera, non sa pregare, è un brutto segno, è segno che, forse, non è nemmeno arte; ma puro inganno o di sé o degli altri o di sé e degli altri insieme. Ma oggi, più che altro, il pericolo è costituito piuttosto da coloro che, non sapendo raggiungere in arte la bellezza, vogliono emergere con la mostruosità, con la stranezza, emula della caricatura e dell’arte dei primitivi con lo scempio delle cose e delle persone sante».

Possiamo immaginare come sarebbe considerata oggi una simile asserzione, vescovi e preti in prima fila mostrerebbero imbarazzo e accennerebbero a penosi risolini. Ma Ottaviani non si inchinava davanti alle mode, sufficientemente dotto, anzi maestro di dottrina, da non sentirsi in soggezione di fronte ai linguaggi sofisticati, e si poteva permettere di definire «sgorbi» gli sgorbi, senza le timidezze dei parvenus. Anche un perverso pittore irlandese, un eroe del modernismo, era così famoso da non dover nascondere le proprie debolezze nelle frasi intorcinate. Francis Bacon, dialogando con il confratello in pittura Graham Sutherland, ammetteva infatti: «Come mai i pittori del Rinascimento italiano sono così superiori a noi? Lo sono in tutto, ma sotto un profilo compositivo noi, rispetto a loro, siamo addirittura ridicoli. Ci ho pensato a lungo, Graham, deve essere perché loro credevano negli Angeli». Non si tratta del culto angelico new age, l’irlandese sta affermando che la pittura tradizionale era di gran lunga superiore alla loro perché intimamente religiosa, per la precisione cattolica; «l’arte che non sa pregare», sospettava il cardinale con maggiore prudenza del pittore, «forse non è nemmeno arte». Se ne dovrebbero ricordare quelli per cui tutto è uguale, avanguardia e tradizione, senza gerarchie; soprattutto se ne sarebbe dovuta ricordare la direttrice della Galleria Borghese che qualche tempo fa mise insieme in un’unica mostra il miscredente Bacon e il Caravaggio che agli angeli credeva proprio, senza notare quel «ridicolo» di cui parlava con onestà il novecentesco (evidentemente la curator non aveva neppure sfogliato il libro di Giorgio Soavi su Bacon, da cui noi traiamo questa citazione).

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