martedì 17 marzo 2009

minima / Metempsicosi e potature
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I politici appaiono insopportabili soprattutto per via dell’enfasi. La Chiesa e l’arte, per fare due esempi, da tempo ormai ricorrono al sottotono, esagerando anche magari, ma nella democrazia italiana del XXI secolo si usa riproporre la propaganda in voga ai tempi della guerra di trincea. Stamattina, i muri di Roma erano ricoperti di grossi manifesti dove a caratteri cubitali e interamente in maiuscolo si poteva leggere: «Potati 108 lecci a Castel Sant’Angelo dopo dodici anni», e poco più in là: «Potate 189 robinie a Piazzale Clodio dopo dieci anni», mentre altre affiches, ancora più grandi, annunciavano il bilancio della campagna per lo sfrondamento, informandoci sul totale dei tagli eseguiti. Sotto ogni proclama appariva una scritta sconcertante: «Roma rinasce». Nei suoi millenni di vita, la città eterna è rinata due o tre volte, e per una di queste gloriose imprese si è coniato il termine rinascimento che ha avuto una certa fortuna; quale colpa avrà mai commesso adesso per essere costretta, secondo la masochistica dottrina orfica, a reincarnarsi in una pubblica giardiniera, in una impiegata comunale?
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In quale altra città d’Europa si urlerebbe in questo modo sui muri per informare i cittadini intorno alla normale attività cesoria? In quale altra città d’Europa si appiccicherebbero manifesti fuori misura, e fuori dagli spazi riservati – tappezzando per chilometri le pareti di case anche appena ridipinte –, per la riunione di una locale sezione politica, per un convegno, per una polemica sindacale? A Roma c’è un inquinamento ottico impressionante. Che almeno i governanti della città diano il buon esempio: comunichino con sms, emails, telefonate, nunzi provvisti di tamburo e perfino di trombe, ma lascino in pace i muri, già martoriati dagli imbrattatori impuniti.

lunedì 16 marzo 2009

minima / Teatrino poco liturgico
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Una domenica dopo il tramonto, trovandosi a passare per alcune strade della Balduina, quartiere romano aggrappato ai costoni di Monte Mario, periferico ma abitato da gente facoltosa, nella sera di festa particolarmente vuoto e spento, veniva da riflettere sulla miseria delle soluzioni architettoniche moderniste. Dentro saranno state pure case spaziose e doviziose ma l’esterno si presentava nella solita forma di scatoloni, un accampamento di contenitori umani, un bivacco di cementificatori. Borghesi che avevano collocato sulla pubblica via i loro involucri residenziali e le loro auto potenti in modo più violento dei campi nomadi che almeno si vogliono provvisori. Pareva infatti un raduno di caravans in muratura, standards ripetuti, prodotti dell’industria delle costruzioni. Le strade non presentavano suggestioni prospettiche né offrivano una visione di scorcio, un qualsivoglia gioco di luci e di ombre, un uso garbato dei giardini prospicienti, un cortile, un chiostro. Passività geometrica, e di una geometria molto elementare. Fedeli ai dettami di un razionalismo dialettale del dopoguerra, i muri si presentavano come in una fabbrica tirata su in fretta: dov’era finita la dignità della classe media? Senza alcun décor veniva così a mancare anche il decoro. «Garbatelle dei ricchi» chiamava Praz questi agglomerati urbani. Cosicché, a ogni raro vecchio che si incontrava, magari a passeggio con il cane, veniva da domandarsi perché mai delle persone agiate e talvolta colte avessero investito il loro denaro in simili boîtes à vivre.
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La chiesina anni Cinquanta, alle origini del quartiere, ancora concepita con simmetria e bonarietà, aveva subìto le piccole violenze post-conciliari: strappati via candelieri e crocefisso, spostato il tabernacolo sulla sinistra e collocato due file asimmetriche di candeline in plastica con fiammelle elettriche sulla destra. Molti dei fedeli, provenienti dalle strade circostanti, nei loro interni di lusso erano abituati a spargere per la casa a ogni occasione candele di pura cera e mai avrebbero tollerato nella loro abitazione quelle lucette da Natale neorealista che illuminavano il tempio. Se l’arredamento era discutibile, il rito risultò ancora più strano. Nel silenzio compatto un signore con un maglione nero uscì da un banco e con le mani serrate dietro la schiena si accostò a passi lenti all’altare, quindi aprì un libro sul leggio e cominciò a recitare una pagina oscura. Terminata la lettura – come quasi sempre in questi casi, i laici paiono non avere la benché minima conoscenza di quel che dicono ad alta voce – , se ne tornò al suo posto senza particolare devozione, di nuovo con le mani dietro la schiena, di nuovo molto lentamente Allora, dall’altro lato, un secondo signore con abito scuro e capelli argentati si levò e, invece di giungere le mani come ci si sarebbe aspettati in una sacra cerimonia, evidentemente per il medesimo imbarazzo, pose le braccia anche lui dietro la schiena e andò a fare la sua lettura. Gesti slegati, privi di consequenzialità, abiti neutri, nudità dell’ambiente, rinuncia ai suoni, ai canti, agli scampanii, solitudine (protestante) dei personaggi, mancanza assoluta di emozioni: forse per questi concomitanti motivi, si ebbe l’impressione di essere capitati in un teatrino dell’assurdo, in una recita di un circuito decentrato, già fuori moda. La Messa tridentina nasceva anche dallo splendore rubensiano che rispecchiava le glorie celesti e dall’umanesimo michelangiolesco che nella Cappella Sistina ritraeva Adamo davvero 'a sua immagine', ma bastava poco per rendere la Messa di Paolo VI una riproduzione dello sconforto novecentesco, tratteggiata sugli scarti surrealisti. La liturgia (
laitos ed ergia, opera popolare) era diventata uno scherzo alla Ionesco; la disarticolazione del linguaggio, teorizzata dal drammaturgo rumeno per mostrare la commedia disumana, doveva servire al sacrificio che ricompone il mondo riscattandolo dal peccato. Quella bellezza che Dostoevskij dice essere immagine della redenzione, sulla piccola montagna che sovrasta la valle del Vaticano, ieri sera sembrava mancare del tutto.

sabato 14 marzo 2009

minima / Avarizia virtuosa

Poco fa alla radio, canale della cultura di Stato, ci si lamentava con toni gravi e preoccupati della crisi che ha colpito i «consumi culturali». Ahinoi, i cittadini italiani non si lasciano più educare secondo i gusti di élites autodidatte né abbindolare dalle false eleganze. È finita l’èra delle «vacanze intelligenti» che Alberto Sordi fustigò sul nascere? Si accorciano le file per gli eventi inventati dalle pro-loco? I supermarket dei libri non sono più affollati come a Natale di due anni or sono?Eppure, pare che tra i disoccupati del 1929 si preferisse spendere un dollaro per il cinema piuttosto che per uno hot dog, dal momento che non si vive di solo pane, anche di sogni c’è bisogno in tempo di fame. Evidentemente i prodotti che oggi ci vendono risultano poco immaginifici.
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I partecipanti alla trasmissione si ripetevano «bisogni» e «consumi» culturali, era chiaro che si trattava di fenomeni indotti e loro dovevano essere gli induttori. In gioventù vedemmo delle rivolte anche violente contro il ‘consumismo’ che si affermava in Occidente e i rivoltosi, alla scuola di Adorno e Horkheimer – che adesso solo il papa cita nelle sue encicliche – consideravano addirittura sacrilego l’accostamento di questo uso delle merci alle cose dello spirito. Ma forse non si resero conto che avevano trasformato anche la loro ribellione in un bene di consumo. Completata perciò la dissacrazione, persa la misura del sacrilegio, adesso non si prova neppure un brivido estetico nel mescolare le faccende dei libri e dei concerti a termini come Pin, management, investimenti, marketing, perfino sindacati. L’hard della organizzazione schiaccia e massacra il soft di creature assai delicate come le opere dell’ingegno.
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Poco fa, i ragionieri della radio intensificavano il pathos, disastro era la parola più spesa. E non si capiva bene se si riferisse alle conseguenze prodotte nei portafogli degli organizzatori dei festival e dei curatori di mostre oppure se indicasse le rovine incombenti sull’italica cultura. Davvero si pensa che gli storici del XXII secolo registreranno la decadenza delle lettere e delle arti iniziata nell’anno 2009 a causa di qualche sovvenzione pubblica mancata, del fallimento di cooperative, della riduzione di visite guidate? O del potere perduto dei persuasori occulti nelle terze pagine?
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Ci informava la chiacchierata via etere – ed era l’unica notizia degna di rilievo – come già prima della crisi i nostri concittadini fossero tra i più avari di tutta Europa per quel che riguarda la spesa nei beni culturali. Benedetta spilorceria, felice paese. Chi ha tutti i giorni davanti agli occhi, e gratis, le piazze incantate e le statue, le chiese, i palazzi, i paesaggi che la nostra storia ci ha donato, potrà saggiamente risparmiare i suoi soldi, mentre gli scandinavi, per esempio, nel vuoto spinto delle loro città moderniste, metteranno mano agli euri per vedere qualcosa, proprio come da quelle parti si sperpera molto denaro in boccali di birra che facciano dimenticare la desolazione.

lunedì 2 marzo 2009

I turisti sono loro

ANCORA SUI FUNZIONARI CULTURALI CHE RIDUCONO L’ARTE A UNA ATTRAZIONE PER LE FOLLE E SUL PARADOSSO DEL NICHILISMO FINANZIATO DALLO STATO. QUALCHE LETTORE DELL’«ALMANACCO» HA ESPRESSO DEI DUBBI E DELLE OBIEZIONI, PROVIAMO A RISPONDERE

«Io credo che non possiamo neanche farci un’idea di quella sconfinata magnificenza che gli antichi ponevano in quel che facevano, per esempio nel donare in occasione delle loro solenni adunanze festive, dove a tutti si dava in un modo divino, regale…
Riassumendo: noi siamo diversi dagli antichi, e in questa diversità e coscienza della diversità consiste tutta la nostra natura e tutta la nostra missione: come d’altra parte tutta l’essenza dell’età goldoniana consisteva nell’essere, ad esempio, interamente sordi al Cinquecento e soddisfatti di sé. Noi siamo riflessi degli antichi. Anzi siamo ancora quelli stessi nelle ore tarde della vita.
Tale distanza – e distanza piena di pietà – è il sistema di coordinate del nostro spirito.
Il possesso delle singole cose conviene ad anime infinitamente più fresche, più ingenue; a noi conviene il possesso ipotetico di tutto: io traggo i sogni più belli dal magazzino di stoffe e di merletti della Venice Silk Company, ma non saprei intorno a quale nuca cingere perle».
H. VON HOFMANNSTHAL, Lettera dell’ultimo Contarini, 1903, apparso postumo nel 1929

Si è parlato molto di ‘contemporaneo’ sull’«Almanacco» di queste prime settimane del 2009. Per Hofmannsthal, «il concetto di attualità è da considerare inesistente», nient’altro che un fantasma: abbiamo dunque discusso del nulla? In effetti, osservando certe cose, era venuto il sospetto di un contagio nullista. Però qualcuno dei nostri rari lettori, invitando a una maggiore ponderazione, critica i giudizi recisi espressi, che gli sembrano un rifiuto del presente e delle sue pompe, invero assai pedestri. C’è chi prova a convincersi, a venire a patti con la realtà benché irriconoscibile, a mettersi il cuore in pace come talvolta accade dopo l’annuncio di un malanno devastante: «in fondo è l’arte del nostro tempo». Una semplice faccenda di eredità? Un installatore sarebbe dunque il diretto successore di Carlo Maratta o di Francesco Podesti nell’attività pittorica?

Non è così. Il richiamo alla tradizione artistica serve piuttosto per «estendere a tutti il privilegio di accedere a cose che non esistono più», come è stato detto sagacemente. Nonostante la confusione romantica, l’incrocio dei generi, i trapassi, le fuoriuscite dai quadri già praticate dai pii Nazareni, gli echi, i prestiti tanto frequenti nella indigenza del Novecento, si dovrebbe essere abbastanza giudiziosi per ammettere che gli eredi dei pittori sono i pittori, proprio come i nipotini di Shakespeare pur muovendosi maldestri nelle cantine off (se ne esistono ancora) continuano a far teatro, e quelli di Flaubert continuano a scrivere racconti, benché i media di supporto, dalla stampa in digitale alla riproduzione sullo schermo elettronico, si allontanino dalla carta vergata dall’inchiostro. Che cosa sono invece queste intenzioni estetiche che passano sotto il nome di contemporaneo? Delle inutili duplicazioni di realtà con scarsa verosimiglianza? Forse, come scriveva il giovane Lukács, «l’anarchia, la negazione della forma, che permetterebbe a un intelletto che si presume sovrano di giocherellare a suo piacimento con ogni possibilità»? Semplicemente dei prodotti di gente senza un particolare talento (una mano virtuosa, un occhio penetrante…) e che nonostante tale pecca vuole comunicare a ogni costo? O dei pubblicitari di se stessi in forme tanto aperte da perdere il carattere cogente di forma?

Un proustiano che non sa scrivere, che non è capace di raccontare storie né di acquerellare una carta, raccoglierà i biglietti ferroviari dei suoi viaggi e li esporrà da qualche parte; un altro più intimista e inabile a star su un palcoscenico ad ammaliare gli spettatori si porrà dimesso davanti a uno specchio, consapevole della maggiore indulgenza e complicità del pubblico delle gallerie; uno più intimista ancora e magari maggiormente timido prenderà il suo sterco e lo conserverà in una boccetta, reliquia privata come fiori secchi nelle pagine di Gozzano, che sarà venduta, postuma, a un museo; c’è chi offre il proprio corpo in pasto alla lussuria, alla maniera delle ragazze che si prostituiscono nei locali porno, ma con un confortevole velo ‘culturale’ che manca alle sfortunate mercenarie, e chi, presuntuoso come si potrebbe essere solo a sedici anni, vuole inglobare il mondo ma mancando della pur minima attitudine a rappresentarlo si industrierà a elevare cornici su cornici, in formato gigante, che si aprono sulla sua vuotezza (tentando magari di catturare la fatale Passante); altri metteranno in mostra gli scarabocchi che non ambiscono a essere disegni, e gli oggetti di vita quotidiana (la trivialità, avrebbero detto i critici d’antan), e il catrame e la plastica, e i peluches e i sonagli; i più sfrontati faranno le orecchie d’asino agli dèi, i pernacchi di tradizione futurista, gli scherzi licenziosi della goliardia. Qua e là un tono di adolescenti goffi, una volontà di scandalizzare i parenti adulti (che sono morti da tempo), ma anche una furba capacità di trarre profitto da ogni loro deiezione, da ogni minima fantasia, da ogni meschineria onirica, onde ricavarne guadagni spropositati. Non tutti sono schierati per le gozzaniane «piccole cose di pessimo gusto» (magari l’eleganza dei suoi versi! «il cozzare dell’aulico col prosastico», come osservò Montale; qui si è perso l’aulico), e allora pur non essendo Kapuscinski si sproloquia sullo stato del mondo, si accenna alle sue guerre. Con quale linguaggio? Con quello raccogliticcio del ‘contemporaneo’, che non sapendo sfidare la forma letteraria o pittorica, si arrangia con i rifiuti del pianeta, facendo altarini dei luoghi comuni, accontentandosi di mimare le brutture con la scusa di denunziarle, allestendo scenografie del vacuo, ricettacoli della Morte, impressionantemente tutti uguali. Si faccia avanti chi ha avuto un moto di stupore o il cuore in subbuglio in una galleria o in un museo contemporanei, nonostante gli ‘oh bej, oh bej’ sussurrato dalle ragazze degli uffici stampa. Luoghi inutili, allora.

Ci si mette a fotografare ma non per esibire delle immagini ‘ben fatte’ (che ingenua espressione, diranno i saputelli della scuola dell’obbligo), quanto per stroppiare la riproducibilità delle macchine, sovrapponendo alla impeccabile fattura che offre l’odierna tecnologia un modesto desiderio iconoclasta, una sovrapposizione, un tremolio, una impressionistica resa, per testimoniare l’artisticità che non possiederebbe il semplice documento. Poca o nulla pittura, molto pittoresco, ahimé.

I più dignitosi progettini ricordano assai da vicino quelli delle diligenti maestre della nostra infanzia, quando per sviluppare le intelligenze appena sbocciate organizzavano su alcuni temi dei percorsi didattici con plastici, disegni, scritte, grafiche e tanto cartoncino Bristol, spesso addobbando l’intera aula, con il plauso benevolente dei genitori; un vago apprendimento e un’aria di ricreazione lunga i giorni dei preparativi. Del resto, l’infantilismo faceva parte integrante dei programmi avanguardistici. Ma, sostituito il cartoncino con il plexiglas, perché degli adulti debbono bamboleggiare tanto?

C’è poi chi ambisce alla sociologia: dare la ‘diretta’ degli accadimenti del mondo, delle sue pieghe e abitudini, dei suoi appetiti nascosti, della violenza sottopelle, dei nuovi intrichi dell’eros, senza mediazione intellettuale, senza parole. Questa sarebbe l’obiettivo del contemporaneo – secondo un’obiezione che ci viene rivolta –, missione weberiana affidata ad angeli coatti che dovrebbero metterci di fronte, senza troppi orpelli anzi con tutto il suo vistoso squallore, il tempo in cui siamo costretti a trascorrere la vita. Ma per mostrare il non-senso del mondo non c’è bisogno di balbettare, né di ridurre a frammento, i grandi romanzi lo indicarono perfino con magniloquenza, e così la buona pittura. È da sempliciotti brutalizzare la realtà per farne apparire la desolazione. E che cosa può questa sociologia plastica, che si affida a vecchi filmini in super8 per svelare la nostra banalità, quando i reality televisivi sfoggiano decine di telecamere impalpabili e montaggi sfuggenti cosicché il banale, il quotidiano sgranato in tutti i suoi istanti, vien fuori nello splendore di una riproduzione mai vista prima, sotto luci abbaglianti, a intrappolarci in una tranche de vie davvero iperrealista?
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Per dare a tutti questi oggetti vili uno spolvero nobile, si invoca l’etica. Ma mentre il soave Giovanni da Fiesole, il Beato Angelico, non si concedeva troppi a parte e metteva in scena la visione scolastica della Chiesa, i nostri sventurati ‘contemporanei’ vorrebbero sempre dir la loro e finiscono con il ripetere cose orecchiate dai giornali, sincretismi religiosi, spiritualismi gnostici, corbellerie socio-politiche, incapaci comunque di distinguere il bene dal male, di organizzare uno spazio in cui il divino e l’umano abbiano un loro posto, talvolta conflittuale talvolta armonico. Che morale, allora, è questa? Forse sarebbe meglio chiamarli motivi antropologici piuttosto che etici ma, come per la sociologia, sottratta alla parola, anche l’antropologia appena accennata, senza linguaggio verbale né figurativo, e tuttavia verbosissimo, confidando nell’espressività di oggetti trasformati in segni, risulta ben buffa cosa. È stato saggiamente rilevato che gli animali condividono con gli umani la possibilità di comunicare, perfino di esprimersi (lo stato di paura, per esempio), ma la rappresentazione è possibile solo all’uomo. Se si rinuncia a questo privilegio, se si rinuncia al racconto pittorico, si ritorna in-fanti, si cade nell’indistinto. Quei poveri diavoli degli psicoanalisti ben sanno quanto siano ripetitivi, tediosi, i prodotti non trattati dell’inconscio.
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In queste opere, talmente ostentati sono gli enigmi contenuti da somigliare ai rebus della «Settimana Enigmistica», nient’altro che giochi. Eppure, benché in ogni epoca dell’Occidente cristiano si siano avuti numerosi esempi di «arte profana», adesso i prodotti del contemporaneo, con una criptografia a chiave, si propongono allusivi di una qualche superstizione, fuggono il profano, il frutto cioè dell’umanesimo per cui l’autore volgeva il suo sguardo divino sull’oggetto e lo forgiava di nuovo sulla tela o nel marmo. I contemporanei non dominano alcun rito, men che mai quelli dell’antichità pagana, ma impongono le abitudini della fede popolare negli oggetti magici, nei talismani. La potenza affatturante sarebbe poi il valore sul mercato. Quell’aura che Benjamin si illudeva fosse svanita, riappare azzurrina, artificiale, a neon, dietro l’amuleto in vendita. Si costruiscono dei simulacri, degli spaventapasseri drizzati negli spazi asettici delle gallerie. A chi devono incutere timore e tremore?
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Qualcuno dei nostri interlocutori opina che non tutti si prostrino alla idolatria della frase fatta o all’icona corrente, che in opere contemporanee ci sarebbe la volontà di dialogare con il pensiero filosofico. Ebbene, il pittore meno dotato del Cinquecento ha una simbolica profondissima in confronto a un ‘concettuale’ del nostro tempo che riprende una formula da liceo, è illustratore di libri di testo, riduce il pensiero a immaginetta talvolta afigurativa, oppure a comics di filosofia. Midcult colorata.
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Chiamarli artisti perciò risulta essere un abuso linguistico così come l’altisonante definizione di arte per i loro prodotti è un investimento nella ambivalenza semantica onde far passare sul mercato un mélange di Sehnsucht senza forma. Soprattutto all’inizio, ha fatto colpo sul grande pubblico questo richiamo alla storia dell’arte e alle vicende patetiche degli innovatori incompresi e dei critici che rifiutavano stoltamente il nuovo, episodi che, intimidendo chi accennava una resistenza conservatrice, dovevano addestrare ad aprire le porte a ogni insensatezza. Più tardi però, una volta introdotti nel mondo delle aste, delle gallerie e dei musei, si è diventati autonomi dalle vecchie regole artistiche, avendo anzi avviato un circuito commerciale che produce e promuove oggetti con scopi diversi da quelli di ogni tradizione. Non si tratta soltanto di differenze linguistiche. Nel contemporaneo si punta precipuamente a cogliere gli infinitesimali scarti di novità su una scala cronologica, e questi sono gli unici valori: tanto peccano di scarsa originalità nelle loro invenzioni che, come nella moda, prima o poi alla stessa trovata arriveranno tutti quelli che operano nel settore, per cui la grande gara consiste nel battere il concorrente al fotofinish. Lo spettatore della gara (assistito dagli arbitri ufficiali, gli esperti), una volta appurato il grado di stravaganza, spesso diventa l’acquirente. Difficile concepire in simile interazione lo spettatore incantato.
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Sarebbe dunque interessante parlare di ciò che distingue questo strano miscuglio estetico dall’arte propriamente detta, invece di proseguire nell’equivoco. Basti osservare che non a caso sono nati i musei contemporanei perché, a differenza del moderno, i particolari oggetti che vi sono ammucchiati non hanno niente a che fare con i quadri, le statue, le incisioni, ecc., non riescono a convivere sotto il medesimo tetto con le belle arti, manifestando la più radicale estraneità. Che con il termine ‘contemporaneo’ non ci si riferisca soltanto a una questione temporale appare evidente proprio in questi musei: nessuna opera viene mai espulsa dalle loro sale per sconfinamento dell’hic et nunc; ad esempio, le tele seviziate con la lametta o quelle incatramate, che risalgono a una generazione ormai scomparsa, dovrebbero essere ospitate in un Limbo dei trapassati, musei intermedi delle stagioni trascorse, centri di vintage (definizione che, non a caso, richiede un solo ventennio per accertare il passatismo), altro che spazi vitalissimi del kairòs. Se dunque si tratta di oggetti raccolti per qualche curiosa mania, come lo sono quelli che accolgono le collezioni delle macchine da cucire o delle scatole di fiammiferi (e ce ne è un catalogo vasto come la merceologia), perché continuare sulla falsariga dell’arte, perché ricorrere alla parola (assai tradizionale) di museo? La Casa delle Muse, luogo di divino piacere, diventa una Casa degli stati d’animo, posto pernicioso che provoca disagio nel visitatore, molto prossimo al vecchio manicomio.
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I critici (senza kritòs), spin doctors degli autori di questo potpourri, o ‘arbitri’ del loro ordine di arrivo al traguardo delle innovazioni, collaborano nell’infinito commento del commento, chiosa della chiosa, in gerghi che danno un’aria ostica, rintracciando le citazioni (come i motori di Internet sanno fare meglio e sul piano universale, laica glossolalia), senza mai arrivare al bandolo della matassa, che manca per intento dell’artefice, scivolando nel descrittivismo ridondante, nella esegesi del nonsense. Nell’incipit non c’è l’arbitrio proprio dell’artista bensì il caso.
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I collezionisti che dovrebbero confermare la bontà di siffatti prodotti sono in genere gli imprenditori che dopo aver fatto i soldi vogliono darsi pure un tono. Niente di male, per carità, ma non risultano certo testimonials dell’esprit de finesse. E d’altronde, anche nell’arte autentica, presero clamorosi abbagli: quanti ne ingannò Berenson, rifilando loro falsi e croste della pittura medioevale. Che cosa albergherà in quegli animi – sarebbe curioso venire a sapere – quando tornando a casa dopo una giornata a produrre merci, troveranno altre merci, oggetti spesso seriali, che conoscono bene, ma mascherate da opere d’arte e pagate a caro prezzo? Gente pratica che si presta a simili credenze, a finzioni estetizzanti, pur di ben figurare in società. Per la solita soggezione nei confronti della cultura, proveranno a prestar fede alla fanfaluca messa in giro dai consulenti che si tengono a corte: che questi artigiani dell’inutile, solo perché mirano al niente, sono automaticamente degli artisti. (D’altronde, l’artisticità di simili oggetti poco artistici sembrerebbe spuntare proprio da un tale valore aggiunto, l’inutilità: artigiani del niente, pubblicitari che si distinguono da quelli al servizio delle aziende perché reclamizzano il niente, venditori del niente, ma con un sistema commerciale a carattere planetario.)
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Vittime poco consapevoli dell’occasionalismo promosso dai romantici: ogni pretesto è buono per considerazioni e azioni estetiche. Se non si conosce l’arte delle velature né quella della recitazione fosse anche al cabaret, né quella del racconto né quella assai sfaccettata di dirigere un film sottomettendo la realtà alle esigenze narrative di uno script, se insomma non si ha un talento particolare ma una voglia generica di ricamare sul mondo una cifra stilistica, ecco la folla dei creatori di conati. Tali creazioni inattuate assumono una inquietante presenza proprio perché non essendo arte si vogliono immediatamente eloquenti, oggetti tautologici e leggermente autistici. Se in questo modo, con uno sfondo plumbeo, sinistro, deprimente, o con una euforia drogata, ci appare il contemporaneo - lasciando da parte l’architettura che pone problemi diversi - perché mai andrebbe trattato, anche dal punto di vista dei pubblici finanziamenti, come si tratta l’arte?
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Rispondono i nostri interlocutori: bisogna informare su tutto quanto accade nella nostra epoca e la riflette a suo modo. Anche le cerimonie della morte dell’arte – ci scrivono – vanno seguite e studiate. Ma – controbattiamo – non bastano le foto di questi funerali dell’arte? Perché acquistare l’originale quando proprio tutte le teorizzazioni estetiche contemporanee escludono anche l’esistenza di un originale, di un prius, nel cerchio eterno del nichilismo. Casomai, appunto, l’originale ha soltanto un valore monetario. Che quindi si apra un pedantissimo archivio pubblico d’ogni evento e d’ogni mostra, come al ministero dell’Interno se ne ha, presumiamo, di tutti i crimini commessi nella penisola. E a chi insiste che qualche soldo pubblico non si nega a nessuno: non sarebbe giusto eventualmente finanziare solo artisti italiani che non ottengono successo economico, così come si aiutano i film difficili non la serie sulle Vacanze di Natale? E le belle arti difficili non saranno quelle di chi si ostina a dipingere su una tela, a restare fedele – con le infinite difficoltà che ciò comporta – all’iconofilia?
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La discussione tocca un tema più arduo. Nietzsche, nel 1871, si accorse spaventato: «Fenomeno nuovo, lo Stato come stella per guidare la cultura!». Un secolo e mezzo più tardi, si dà per scontato il suo intervento per sorreggere tutti i capricci estetici: un’amica ci scrive che «forse la crisi farà un po’ di pulizia: giocoforza rimarranno solo (semmai) i soldi dei privati mentre le amministrazioni comunali vivacchieranno su mostre e mostrine, tendenzialmente sempre più sbiadite. Ma non istituirei nessuna parentela tra il presunto scandalo del finanziamento ai musei contemporanei con le alte quotazioni dell’arte che si celebrerà dentro questi». Forse, più che la presunta arte, sono «le alte quotazioni» che «si celebrano» in questi templi. Macchine per fare soldi, per quotare degli oggetti più o meno investiti di intenzioni estetiche, altro che scandalismo, è una questione di precisione linguistica. Che rimanga nel piatto solo il denaro dei privati dovrebbe essere scontato. Quanto alle amministrazioni comunali, sarebbe meglio si occupassero di viabilità e di trasporti piuttosto che spartire politicamente, in iniziative sbiadite o terse, i resti della rivolta avanguardistica di cento anni fa.
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Preoccupati dalla crisi, coloro che svolgono una qualche attività in questo sistema dai piedi di argilla, si sentono alla vigilia di un terremoto. L’effimero galvanizza nei periodi di ottimismo sociale, adesso, nella situazione precaria, viene a galla con maggiore nettezza la confusione lessicale: qui «arte» e «denaro» rimano tra loro in modo sospetto e risentono dei bruschi alti e bassi della Borsa odierna. Scrive ancora la nostra conversatrice, che di questo mondo è una testimone importante: «Si dice che, sulla spinta della catastrofe finanziaria, l’arte si umanizzerà. Ovvero, calerà di prezzo, finiranno le speculazioni e Jeff Koons o Damien Hirst, i più costosi e, specie il primo, tra i più discutibili artisti del momento, non guadagneranno più soldi a palate. Personalmente credo poco a un’arte umanizzata (l’Umanesimo, diciamo, è roba di un altro secolo). […] È un mercato e, come tale, farà più saldi e meno soldi, licenzierà, chiuderà qualche bottega. Niente di più e niente di meno».

A dire il vero, non avevamo mai immaginato che l’umanizzazione dell’arte avesse qualcosa a che vedere con prezzi e saldi. Negare l’umanesimo significa ostentare un cinismo poco credibile: almeno di non confondersi con la semplice arte del delitto, non sembra si sia in grado di sostenere la ferocia di Gottfried Benn in un’epoca tanto piagnucolosa. Nessun umanesimo infatti ma molto umanitarismo, commossi per la pelle del presidente mondiale, sensibili alle bestialità dei popoli più selvatici, turbati per i tiranni finalmente impiccati. Ma per quanto riguarda l’arte, la parola d’ordine è disumanizzazione, anzi La deshumanización del arte, come voleva Ortega y Gasset all’alba del Novecento – oggi l’aristocratico pensatore, che confidava in questa esotericissima esperienza estetica, non sarebbe troppo soddisfatto dei suoi risultati di massa, l’aborrito Luna park del tempo libero; e il suo librino, che zelanti editori consigliano pubblicamente al ministro bonario affinché, folgorato dalle teorie del signore conservatore, sganci le sovvenzioni, si consuma in aforismi d’altri tempi, roba ormai naïve di fronte alla spregiudicatezza dei mercanti –, insomma con o senza lo Spagnolo si teorizzano fredde geometrie e raggelanti boutades per l’arte di diventare ricchi . E si ripete senza un soprassalto morale l’espressione alla moda post-umano, evitando di riflettere sul carattere fantascientifico di una tale minaccia? Almeno che non si voglia una sperimentazione estetica così mimetica per cui alla «crescente pietrificazione della vita» (Jünger) seguano tentativi scriteriati di pietrificarsi e pietrificare lo sguardo. Era il desiderio dell’avanguardia di risultare buona imitatrice dei mali del mondo, di ripeterne le forme animalesche, «una riduzione dell’uomo al suo lato animale»; ma se ancora poteva suggestionare nell’operare di quei disorientati del primo Novecento, intorno alla Grande Strage Mondiale, con l’infantilismo dada o il demonismo surrealista, appare meno rispettabile nei nostri anni, quando «nel preumano e nel preterumano, cioè verso la psicologia dei primitivi, dei malati di mente e dei delinquenti, nel mondo dell’ebbrezza e del sogno, della massa, delle scimmie» (Sedlmayr) si crogiolano i programmi televisivi di intrattenimento, anzi è canone della ideologia collettiva.
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«Quanto ai musei, scandalizzarsi per un po’ di spiccioli non è forse il caso», ci critica la mondana amica (oddio, gli «spiccioli», che sono milioni di euri, di fronte ai vecchi con la social card evocano le brioches che costarono la testa alla candida Maria Antonietta). Il nichilismo finanziato dallo Stato: la genesi di un simile paradosso è stato rinvenuta da Marc Fumaroli, storico del pensiero che ha davanti a sé lo Stato più accentratore d’Europa, lo Stato culturale (come suona il titolo del suo titolo, in italiano, da Adelphi), la Francia. Lassù, l’ottocentesco socialismo dei maestri impose arte e musica per tutti, quando tutti erano poveri, ma proseguì con il mecenatismo del fantasioso Malraux, letterato che al ministero gaullista della Cultura (il primo del genere) giocava con le messe in scene regali. E nella Francia eternamente colbertiana, capitò di leggere su un grande manifesto anni Novanta: «Il Consiglio regionale dinamizza le arti plastiche». Oscuro messaggio pubblicitario che ha trovato parecchi seguaci in Italia. Ma da noi accade che la Regione Campania apra musei contemporanei proprio mentre la immondizia si accumula per le strade in una performance unica al mondo, dove la specularità con certe sculture pop confonde ancora una volta lo spettatore: è l’estetica contemporanea che viziosamente annusa i letamai puzzolenti o semplicemente i suoi oggetti sono immondizia che la realtà fa sua, platonica «copia di copia»? Il mondo intero rimase orripilato da tale esposizione dei rifiuti e disdisse le gite a quella città derubata della sua bellezza ma che ora poteva vantare un nuovo museo. Intanto, tra il proliferare dei luoghi del contemporaneo, iniziative atte forse a smuovere un po’ di turismo in Arizona, al Museo Archeologico, una delle massime attrattive italiane, mancava regolarmente la luce in alcune sale straordinarie, perché «la corrente non basta», confessavano mortificati i guardiani.
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Nei musei contemporanei e nell’indotto, «la cultura, nel suo senso originale e fertile, non ha posto, e a maggior ragione le arti e la poesia», dice con franchezza il saggio francese. I libri dei funzionari culturali che esaltano la creatività, l’aspetto ludico dei musei, la demitizzazione dell’arte, «non bisogna leggerli, come non bisognava leggere la ‘Pravda’», roba burocratica, linguaggio sindacale, socialismo culturale, il peggiore. «Bisogni culturali» è una parolaccia, anche insensata, insegna pazientemente Fumaroli.
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È concepibile che un qualsiasi cittadino, senza altre referenze che quelle delle sue cosche beneficiarie, metta su una qualche strampalata impresa che si fregia della denominazione di ‘artistica’ e successivamente chieda i soldi pubblici, la tutela, gli aiuti, come faceva la Fiat che almeno un rilevante ruolo nella produttività italiana lo ricopriva? Perché l’obbligo all’elevazione culturale dei contribuenti? Si può auto-determinare la propria vita e la propria morte – dicono – ma non ci si può rifiutare di lasciarsi acculturare, costretti a dar l’obolo a questi orrori? (Era il problema che ci stava a cuore nel corsivo del 23 gennaio, «Tre domande sulla bolla contemporanea». Da allora ci separa un mese rovente di discussioni accese da un romanziere alla moda e di sinistra, che ha scandalizzato i suoi compagni affrontando gli aspetti pecuniari dello sperimentalismo. Vivaddio, qualcosa si muove nelle pagine ‘culturali’!)
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Viene allora da chiedersi: la cultura è autonoma dalla propaganda? Questo si dovrebbe appurare quando i ministri sono chiamati a mettere soldi in qualche baraccone estetico. Gli impresari, indignati, risponderebbero naturalmente che in nessuna maniera si può accostare réclame e contemporaneo, per poi gridare alla censura e concludere con una bella raccolta di firme quando si ipotizza che una surrettizia propaganda nichilista venga fuori dalle manifestazioni del contemporaneo. I collusi con le imprese estetiche scendono allora in campo con la divisa di paladini della cultura per respingere la ignobile ingerenza della destra ignorante. Ma questa, a dire il vero, è una concezione della cultura come territorio dei privilegi e dei privilegiati. Meglio sarebbe perciò, dal momento che nel terzo millennio la maggioranza degli italiani spende senza troppe riserve per cinematografi e pizze, che i musei contemporanei e i festival di canzonette, i club pornografici e i raduni di poesia, contassero soltanto sulle loro forze e sul loro pubblico, se ne hanno uno disposto a crederci.
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La rete dei musei in Francia si estende fittissima, quel che mancano sono gli artisti. C’è già un posto per le loro opere, come nei cimiteri moderni, è la materia prima che scarseggia. Anche da noi un guru di questo genere di cose, forse pentito, dichiara che sono i musei ormai a sollecitare le opere e non viceversa. E l’arte sottomessa al «potere pubblico» delle amministrazioni locali non può proprio far sognare. Per contrastarla, Fumaroli stigmatizza il «terrore» che impone di amare l’arte, non di conoscerla, studiarla, capirla, saperla imitare, eventualmente rifiutarla; soltanto il fatuo amore si predica, l’imposizione di visitare i musei, di partecipare alle grandi mostre, anche con viaggi, gite, sfacchinate. In un campo attiguo si muove la crociata che intima: leggete, leggete!
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La formula che permette il «terrore» somiglia al sacerdozio universale di marca luterana: «tutto è cultura». Per Fumaroli si tratta di una definizione che rimanda a un «altruismo infinito». Ovvero, i funzionari culturali, i burocrati del bello, si sono trasformati in sociologi e animatori, come i pubblici eccitatori dei villaggi di vacanze. Si preoccupano dei turisti, si mettono nei loro panni, ma i turisti sono loro, dei vacui pregustatori di spettacoli cheap, dei contemplatori e dei divoratori del nulla, al solo scopo di far riempire un museo, di affollare un ‘evento’. Sono invasi dalla stessa ossessione del pubblico, che trova il senso solo nel successo.
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Se tutto è cultura, se proprio tutto è arte, i miliardari che toccano allegramente i record della ricchezza, e che talvolta rovesciano anche le sorti della politica, sarebbero dei giganti alla pari di Michelangelo; per non parlare, sinistramente, di criminali storici, che organizzarono eventi tremendi e in dimensioni mai viste: anche loro dei grandi artisti? Artisti del male?
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Per non limitarci a denunciare il ridicolo della faccenda, sentiamo chi seppe dipingere nel Novecento senza lasciarsi intimidire dai ricatti dei ‘teorici’. In una intervista degli anni Sessanta, alla domanda «ma cos’ha la pittura moderna che non va?», Giorgio de Chirico rispondeva: «Tutto. Non è pittura. È pasticcio, è confusione, è dilettantismo. La pittura moderna è come una donna che da giovane ha vissuto la sua bellezza, adesso che è vecchia, non potendo più interessare, fa l’intellettuale… I pittori moderni non potendo fare la vera arte, si rifugiano negli intellettualismi». «Ma perché i pittori moderni non possono fare la vera arte?», insisteva l’intervistatrice. «Perché non sanno dipingere», affermava sicuro il Pictor Optimus. «E perché non sanno dipingere?» diceva lei, e lui rispondeva laconico: «Perché hanno perso il mestiere». «E perché hanno perso il mestiere?», ecco un bel problema: «La ragione principale è che non ci sono più le scuole d’arte. La pittura è una forma di artigianato superiore. Con l’industrializzazione del materiale da pittura, l’artigianato è morto e, con l’artigianato, l’arte». Viene da concludere che invece di buttare soldi per delle vane imprese estetiche, lo Stato potrebbe limitarsi a finanziare dei buoni istituti, dove insegnare le tecniche della pittura, così come a scuola si insegna a scrivere, anche un romanzo.

giovedì 26 febbraio 2009

minima / Lezioni di realismo
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Contraddittorie lezioni di realismo ci vengono impartite continuamente. In arte, per esempio, è vietato immaginare opere durature, compiute e formalmente elevate; bisogna accontentarsi di quel che passa il convento contemporaneo – cioè un fritto misto di frammenti –, piegarsi docili al dominio del presente, ducunt volentem fata, nolentem trahunt, ci dicono minacciosi e con pessimismo degno di introvabili reazionari. Invertendo il buonsenso però sembra sia lecito fantasticare tutto il possibile proprio laddove la tradizione richiamava alle dure leggi della concretezza: nel regno della politica e dell’economia. Così ci si abbandona ai sogni adolescenziali e si invoca la correttezza delle banche, la trasparenza della politica, il dialogo con i terroristi, le leggi giuste che coprono l’arco della vita dalla culla alla bara, il superamento definitivo delle guerre, la convivenza felice di popoli estranei gli uni agli altri, l’armonia fourierista dei vizi, e le altre consuete amenità del genere. Nel Paese dei Balocchi, le arti si intrecciano allora con l’etica, diventando il coronamento di simili speranze: tutti creatori gli esseri umani e, chissà, quanto prima anche gli animali, a costo di rendere questa creatività democratizzata uno sciocchezzaio condito di estetica senza forma. E senza fede né bellezza.
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Legati alla catena delle mode imperanti, non si riflette più sul maggiore evento storico cui ci è capitato di assistere: la dissoluzione della massima utopia del Novecento che, travestita da scienza, benché assai infondata, escludeva con feroce sarcasmo tutte le altre soluzioni. I più giovani forse ignorano la portata dell’avvenimento, la Google generation non può rendersene pienamente conto, nonostante la rete a disposizione, l’eco si è attutita con rapidità. Per mezzo secolo almeno, in Europa si dette per scontata la vittoria conclusiva del sistema socialista, tutti gli intellettuali del vecchio continente, salvo rari isolati, ne facevano un dogma che resisteva a ogni smentita storica. Dopo che l’Armata Rossa aveva conquistato la parte orientale d’Europa, i frequentatori dei caffé parigini come i filosofi degli atenei italiani cominciarono a celebrare i nuovi vincitori. Inutile, si diceva, perdere tempo dietro l’arte e la religione quando un giorno il sistema sovietico si sarebbe impadronito del mondo; tutto suonava frivolo, mentre i borghesi avevano i giorni contati e l’uomo prometeico veniva forgiato dal comunismo. Questo andavano farneticando i Sartre e i Merleau Ponty, contro lo spirito pratico di Raymond Aron. Questo ripetevano nella Toscana machiavellica come nell’Emilia fattiva, in barba al buonsenso: si aveva bisogno di una religione moderna. Questa era la fede di milioni e milioni di persone in Occidente. Le ‘teste d’uovo’ americane si congiungevano alla internazionale dei dotti e criticavano i governanti poco propensi alla resa. Al di là della Manica, tra gli intellettuali meno ideologici d’Europa, erano ormai non pochi coloro che davano credito al trionfo del socialismo reale, qualche insospettabile lavorava addirittura per l’intelligence con la stella rossa. Certi economisti si facevano profeti di sventura, negando un futuro all’Occidente, che pure conosceva uno sviluppo mai visto, e accreditando misteriosi successi ai piani quinquennali di Mosca (le scienze, talvolta, possono apparire più assolutiste delle fedi). Il filosofo pacifista Bertrand Russell capeggiava il corteo dei capitolardi con lo slogan «meglio rossi che morti». Chi resisteva a questo senso comune planetario? La filosofia esistenzialista si incaricava di celebrare lo scacco, la rinuncia, al punto che molti, pur lontani dall’ideologia comunista, magari con posa stoica, accettavano per pragmatismo il pensierino debolissimo che l’Occidente fosse alle soglie dell’Apocalisse. Dei severi protestanti, per esempio, preferendo il materialismo degli indigenti al consumismo, si lasciavano fuorviare sui destini del mondo. Perfino un concilio ecumenico dedicò buona parte del suo svolgimento al tentativo di venire a patti con il gigantesco nemico. Quanti teologi ripeterono per anni che la Chiesa cattolica doveva guardare in faccia il socialismo che si era affermato a Est, gli Stati atei che rappresentavano l’avvenire. Equivocando sull’annuncio angelico «agli uomini di buona volontà», si accreditavano come tali anche gli sterminatori di cristiani e di israeliti (stranamente, nessuno rimprovera i «silenzi» delle confessioni cristiane sulle stragi degli ebrei nella Russia staliniana).

Appena l’altro ieri, si smise di fare la faccia cattiva e si introdusse la melliflua parola d’ordine della ‘coesistenza pacifica’, ma neppure per un istante si abbandonò l’idea della vittoria finale. Anzi, come ripetevano i pensatori del Partito comunista italiano quando imbonivano la base in preda alle pulsioni estremistiche, la coesistenza si basava proprio sulla certezza che alla fine i sovietici avrebbero vinto la Guerra fredda e senza ricorrere all’arma atomica l’Occidente si sarebbe arreso, l’umanità avrebbe riconosciuto Mosca come capitale del mondo. Invece, i missili reaganiani puntati contro l’Urss, il realismo politico avversato da tutte le anime belle degli anni Ottanta, pose termine alla Terza guerra mondiale, quella fredda appunto, e il comunismo irreale che i maestrini di cinismo avevano predicato essere l’unica salvezza del secolo, precipitò con un contorno di ridicolo e di patetico.
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Altri arroganti maestri di realismo, forse perché delusi dai loro modelli ideologici, si riciclano oggi con l’estetica, facendo la lezione, sempre con grossi sberleffi, a chi resiste al senso unico della storia. Solo che adesso si ispirano più schiettamente al «nichilismo reale». In confronto, però, quando verrà giù il sistema commerciale delle merci selezionate chiamato 'contemporaneo', avrà nomi meno altisonanti da fare arrossire.

venerdì 20 febbraio 2009

minima / La notte del Futurismo

Per celebrare il primo secolo della pubblicazione del Manifesto futurista, in Italia impazzano le commemorazioni stracittadine. Con la scusa del mito della velocità, diffuso da quel drappello di eroi fulminei, le pubbliche istituzioni che vogliono darsi un tono se la cavano con le corse podistiche. Si ricorda con acida pignoleria storicista, e con una scorta di antiquari, un gesto giovanile contro la storia. Una commemorazione a cento anni di distanza è quanto forse li irriterebbe di più. Furono una meteora e così vollero apparire. Già alla fine della Prima guerra mondiale, quando de Chirico e de Pisis passarono a trovare Marinetti nella sua casa milanese ebbero l’impressione di un uomo d’altri tempi, come di una diva sopravvissuta alla sua fama e al suo mondo, lasciarono scritto malignamente i due artisti. Anche la mostra romana inaugurata ieri alle Scuderie del Quirinale ci riportava a epoche lontanissime e, soprattutto le sale del piano superiore, dedicate alla diffusione del verbo marinettiano nell’arte europea, spargevano un’aria cupa, vi regnava la visionarietà da trincea. Una metamorfosi della gioia divina che in questi ambienti fuoriusciva dai quadri di Bellini ancora un mese fa.
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Tra qualche ora, nella città eterna poco amata dai velocisti si festeggia il futurismo con una freddissima ‘notte bianca’ ancora più miserella del solito, ed è proprio una cattiveria nei loro confronti, forse una vendetta. Ma anche l’ennesima conferma dei contraddittori esiti delle avanguardie: nate nella torre eburnea esoterica, finirono en plein air nel coincidere con i più sguaiati riti di massa, quel cult che è già un marchio di ignominia. La gloria delle avanguardie storiche del resto passò più rapidamente, come si addiceva ai loro ritmi. Il modernismo è subito decrepito.
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Stanotte si avranno le processioni democratiche per una squadra di ragazzi violenti poco consoni alle idee oggi dominanti: guerrafondai, nazionalisti, schiaffeggiatori di pacifisti nelle aule universitarie; e Marinetti, il loro leader, un miliardario che sapeva assoggettare i media, andò in giro con la pistola in pugno per le strade di Milano a caccia di socialisti. Ma il mercato culturale, si sa, con le sue ricorrenze, i suoi libri, i cataloghi, le mostre, i documentari, annacqua tutto. A quando, dunque, un tè di vecchie dame per il compleanno di Nietzsche, una partita di calcetto all’oratorio per qualche anniversario del marchese de Sade, una dedicazione di una scuola elementare a Gilles de Rais, una bocciofila intitolata a Gottfried Benn o un canile municipale a Hermann Nitsch?

martedì 17 febbraio 2009

minima / A un giovane comunista

In forma di raccomandazione. Un letterato francese ormai avvolto nell’oblio, André Suarès, «profeta della bellezza», innamorato dell’Italia e in particolare di Siena, a un giovane comunista che nel 1928 gli aveva scritto di essere pronto «a morire per la Rivoluzione» diceva: «Volete morire per il caos? Oh, signore, che errore è il vostro. Può la gioventù misconoscere così la bellezza del dono che le è stato fatto, d’altronde per un sì breve tempo? Non bisogna morire per la Rivoluzione. Bisogna vivere per la perfezione. Questo mondo è quello che è, di uno orrore enorme e di una bellezza divina. Si tratta semplicemente di preferire la bellezza all’orrore».

sabato 14 febbraio 2009

minima / Noi, i falsari

Un singolare destino ha colpito l’arte: quasi per contrappasso, viene incatenata al tempo più caduco, l’effimero, termine che nella Roma barocca indicava le architetture provvisorie, le decorazioni delle feste religiose (peraltro inserite nel tempo saldo della liturgia), il memento macabro della fine imminente. Chi si ribella a un simile imprigionamento è relegato tra i falsari, come successe all’inglese Eric Hebborn, che a Roma, nei decenni scorsi, disegnava alla maniera dei maestri rinascimentali, rinunciava alla propria firma (e alla fama), si nascondeva in un territorio sottratto al tempo. Hebborn sosteneva: «È possibile sfuggire all’influsso del tempo e del luogo in cui si vive e alle proprie inclinazioni stilistiche, ed entrare mentalmente nel mondo atemporale dell’arte dal quale traggono ispirazione gli artisti migliori». Perciò non si arrese al masochismo del contemporaneo, non si rassegnò a un mondo fatto soltanto di rifiuti, fu additato come falsario quando rivelò le sue tecniche, e subito dopo accusato di mentire perché non volevano credere che si potesse disegnare così nella nostra epoca. Lui fu convinto che l’arte vince alfine il tempo. Almeno per molti secoli.

martedì 10 febbraio 2009

minima / L’accento del nulla
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Raccontava Jean Paulhan in un saggio sul terrorismo letterario: «Nel monastero di Assisi c’era un frate con un accento terribile che si trascinava dalla sua Calabria. I confratelli lo prendevano in giro, egli si offese e non aprì più bocca se non per comunicare un qualche guaio, una disgrazia, un fatto talmente grave da lasciar passare inosservato il suo accento. Ma siccome gli piaceva parlare, cominciò ad annunciare catastrofi. E dal momento che era sincero si spinse fino a provocarle.

Ugualmente la nostra letteratura non richiederebbe con tanta cura il sensazionale, l’eccessivo e l’eccentrico se non volesse farci dimenticare che essa è letteratura, che usa parole e frasi. Poiché non si tratta di altro nel suo segreto: le parole le sembrano pericolose e il suo accento odioso». (
I fiori di Tarbes, 1941).

Sottile obnubilazione di un neoclassico potrebbe essere il titolo di questo aneddoto, ché più tardi i toni forti avrebbero smesso di sorprendere. Nelle avanguardie espressioniste, il più bravo di loro, Gottfried Benn, si spinse a riverberare in rima Strophe e Katastrophe, la poesia e il disastro. Adesso, in tutte le arti, contenuti ricercati per la degradazione fanno dimenticare che la forma è inesistente. E nella nostra vita quotidiana rimbomba perennemente il nulla sia pure nella versione minimalistica di una inezia, con l’accento burino di una pinzillacchera.

sabato 7 febbraio 2009

Idola / Il contemporaneo

DOPO L’OSSESSIONE DELLA MODERNITÁ, SI AFFERMÒ QUESTO AGGETTIVO OPACO, SCARSAMENTE EVOCATIVO, A INDICARE IL VUOTO DEL NOSTRO PRESENTE. MA IL DEMONOLOGO KAFKA AVEVA GIÀ COLTO, ALL’INIZIO DEL NOVECENTO, I SEGRETI DI UNA SIMILE CONCEZIONE SOFFOCANTE DEL TEMPO
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«Forse non c’è scempiaggine pari a quella di passare la vita
a leggere scrittori mediocri perché nostri contemporanei
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Nicolàs Gomez Dàvila, Escolios


Questo idoletto non ha più bisogno neppure del sostantivo arte, l’aggettivo si espande, si sostantivizza a sua volta, è un mondo vuoto e respingente, che contraddice l’esperienza comune e naturalmente il buonsenso, decorato di ironia petulante, chiuso nel museo che meglio sarebbe chiamare Borsa delle quotazioni.

È ovvio che il 2186 ci interessi poco, saremo tutti morti; in genere i posteri che stanno a cuore sono appena i sopravvissuti, i rivali più fortunati, al massimo i nipoti (bisogna esser assai egotici come Stendhal per mirare ai lettori del secolo successivo), ed è difficile immaginare i figli dei pronipoti. Ci si pieghi pure, allora, ai tempi familiari, alle faccende biografiche, abbandonando una concezione dell’arte che scommetteva sull’eterno, ma adesso contemporaneo non significa solo un panorama ristretto, un campicello gramo intorno alla tomba, vuol dire altro, agita tra mille sghignazzamenti la bandiera nera del nichilismo d’accatto.

Altrettanto terroristico degli ‘ismi’ di un secolo fa, ma più cinico rispetto alle utopie e ucronie del Novecento, ha come orizzonte quello piccolo borghese del proprio cortile, del proprio appartamentino ben sbarrato, tutto da consumare in vita, senza alcuna eredità, alcun lascito, senza raccogliere il testimone, casomai scopiazzare dal passato gli aspetti più esteriori, gli unici che si è in grado di afferrare. Da qui il saccheggio di tutti gli stili permesso dal postmoderno, simmetrico alle riproduzioni fotografiche dei capolavori che pendevano inutili e infedelissime nei tinelli a testimoniare l’emancipazione sociale del padrone di casa. Un Biedermeier di massa, privo di dignità e di istruzione.

Al primo punto della sua iattanza: irride l’eternità, relativizza ogni cosa, a cominciare dalla bellezza, ma sul carattere di irreversibilità delle suo operare estetico non ci deve essere dubbio. Guai se qualcuno potesse pensare che un secolo e più di sperimentalismo approdasse di nuovo a qualcosa di stabile, insomma se gli esperimenti risultassero proficui. Il dogma recita: «La nostra stupidità è insuperabile, non avrai altra arte che questa. Se qualcuno provasse ancora a dipingere ricada su di lui l’anatema del ridicolo». In tal modo la gang dei mediocri è garantita. E il circuito economico dei collezionisti ha un fido saldissimo. I massmedia contribuiscono a garantire quel fido ma senza fideiussione, ossia senza rischiare di rimetterci in proprio.

Elevarsi al di sopra del proprio tempo è uno sforzo sconosciuto ai protagonisti del contemporaneo. Picasso pensava alla fama come Velásquez, sapeva che la sua opera sarebbe sopravvissuta ai cubismi e alle chiacchiere dei critici, ma per loro basta far i soldi oggi, contare sul mercato finché dura. Del resto una sì fragile arte del guadagnar denaro non è proprio detto, con i tempi che corrono, che ce la faccia a scavalcare il mezzo secolo.

Il conformismo, la dipendenza totale dal giogo economico, la mancanza di scuole, di uno stile sia pure ridotto a cliché, la invenzione totalmente libera (che corrisponde all’afasia) hanno costretto questa attività ludico-economica a ricorrere a un termine temporale neutro. Il vocabolo ‘postmoderno’ era già troppo significativo, mostrava esplicitamente l’ulteriore degradazione rispetto al modernismo.

Ancora una ventina di anni fa, si udivano innumerevoli predicatori parlare di modernità gonfiandosi il petto. Lo si leggeva pure questo aggettivo passepartout in saggi e trattati dell’ultimo secolo: la questione meridionale si sarebbe risolta con la modernizzazione della penisola, la questione ebraica con iniezioni di modernità nel corpo sociale, ovvero cancellando gli ebrei in quanto tali (perfino Marx, il giovane Marx più ‘liberale’, si compiacque di simili trovate), l’arte modernista era sulla bocca delle attrici esordienti in ogni intervista rilasciata, riecheggiate dai vescovi conciliari che parlavano di ‘religione moderna’. Nella nostra Italia, ancora miracolata da angoli splendidamente arcaici, non erano bastate le lezioni storiche della prima metà del Novecento, per cui nella Germania modernissima, all’avanguardia, si tentò di risolvere definitivamente la ‘questione ebraica’ per l’appunto sopprimendo tutti gli ebrei e in maniera industriale, né ci si accorse dello scarsissimo fascino che aveva la ‘religione moderna’ nei paesi già riformati e protestanti, né al Sud si sapeva come i miliardi spesi e lo sconvolgimento di paesaggi e paesi per costruire le cattedrali industriali nel deserto avrebbero istituito dei santuari per le mafie locali. Poi, d’un botto, magari per mode importate di culto dell’ambiente, si capì anche qui che problema fosse la modernità, ci si vergognò delle espressioni ingenue pronunciate fino al giorno prima. E siccome non si sapeva a che formula ricorrere, siccome la parola ‘presente’ sembrava poco magica, poco adatta a sostituire, come i laici tentano sempre di fare, la Provvidenza, si giunse al tautologico ‘contemporaneo’. Dopo tante digressioni sul tempo, anche sofisticate, ci vennero a dire che ne esisteva uno solo, piatto piatto, dove saremmo stati inchiodati tutti quanti. Con-temporanei, compagni di tempo, compagni di noia, complici nella venerazione delle mode. Il tempo attuale come unico dominio, tutti idolatri della attualità: così in questo telegiornalone in tempo reale, come dicono, flusso della banalità, del sempreuguale, del democratico e così via, l’arte diventerebbe informazione. Oddio!

Ecco, con tale espressione si vuol dire solo che è impossibile andare oltre la barriera temporale della nostra vita – terribilmente mortale come noi –, che non ci trascende, che stiamo soffocati nell'angusto orizzonte. Viene ripetuto spesso: «il passato, la morte...». Affermazione rilanciata enfaticamente dai futuristi, drammatica, partorita all'alba del Novecento dalla fervida mente di Marinetti quando vide morire il fratello ventenne e provò ad accelerare il tempo per cancellare nell’avvenire la possibilità della Falciatrice di insinuarsi nelle nostre vite. Ma, come spiegavano i pensatori tedeschi, «il nuovo è fratello della Morte», o meglio ancora, geniale davvero, Giacomo Leopardi: «Madama Moda, Madama Morte!».

Riandando alle origini, alla disputa tra gli Antichi e i Moderni, prima ancora di quella francese di metà Seicento - con Perrault che affermava la superiorità dei cortigiani del Re Sole sui letterati augustei, mentre Bossuet, La Fontaine, La Bruyère, Racine ribadivano la supremazia degli antichi - la questione fu posta dagli italiani, e in maniera più articolata, sul finire del Cinquecento, lo ha ricordato egregiamente Marc Fumaroli nel saggio Le api e i ragni. Boccalini e Tassoni si misuravano con il mondo dei pagani per scuotere il loro presente. In nome della gloria cristiana, dunque, si affermava il moderno. In Francia i filomoderni si trasformeranno in apologeti del loro tempo mentre gli amanti dell’Antico si manterranno a distanza dall’attualità, introdurranno il pensiero critico. Nella penisola italica però, in mancanza di un forte potere politico da celebrare, la modernità appariva meno monocorde. L’abate olivetano Secondo Lancellotti, nel suo L’hoggidi overo il mondo non peggiore ne piu calamitoso del passato (1623), pretendeva, è vero, che il suo fosse il migliore dei mondi possibili, ma per offrire con questa prospettiva un antidoto alla sfiducia barocca, alla percezione del vuoto, alla depressione quietista; addestrato dal fervore cattolico vedeva la positività del creato e dell’esistenza, in una parola vedeva la bellezza del mondo, anche se un velo compariva ugualmente: la natura umana peccaminosa non variava con le stagioni della storia, e la scelleratezza albergava pure nella sua epoca. Per far risaltare la superiorità dell’«hoggidì», Lancellotti comparava con vasta erudizione tutte le arti e le scienze antiche e moderne ed esaltava quelle del suo tempo perché addirittura migliori delle classiche. Ben altro avviene nei moderni più vicini a noi. Cessata infatti la prosopopea dell’Ottocento positivista, oggi ci si vuole asserragliare nel contemporaneo ma senza vantare alcuna superiorità, anzi enfatizzando la decadenza, crogiolandosi nella decadenza che assume le forme della degradazione, effondendo i cattivi umori, mettendo in scena l’Occidente con il più nero pessimismo frammisto a sensi di colpa. Il quietismo dei nostri contemporanei, mancando di una qualsiasi metafisica, si tinge di rassegnazione e di modestia.

Tuttavia, non è forse un caso che i primi cantori della modernità, Alessandro Tassoni per esempio, invertano l’epica, introducano il carattere parodistico. Nulla di paragonabile, certo, al trionfo del comico, che sempre si accompagna al servilismo politico: l’affollamento di uomini e donne che satireggiano, l’ironia che travolge tutte le forme contemporanee, la dicono lunga su chi oggi indossa una livrea trasparente. Nel tramonto del Rinascimento si trattava ancora di grazia, di sprezzatura, talché c’è chi come il nostro mentore francese in questa disputa ha accostato il malinconico divertimento di Tassoni agli atteggiamenti di Baudelaire.

Destino del moderno l’aspetto ironico? Montaigne sosteneva che le lingue moderne sono troppo languide per trattare le cose gravi. I padri conciliari del Vaticano II non dovevano ricordarsene se proposero i volgari derivati dal latino e le lingue sintetiche e le lingue non sintetiche per dire il sacrificio della Messa, il difficilissimo dramma della vittima che si consuma sull’altare.

Dalla disputa in terra di Francia ‘modernità’ significa anche una qualche forma di frattura con il passato, di crisi. Poi, con il modernismo militante, diviene rifiuto del patrimonio tradizionale, uccisione del padre (la melassa post, certo, non si pone nemmeno questo conflittuale problema, finge di tenere tutto insieme). I migliori dei modernisti sostengono invece che una crisi irreparabile avrebbe investito la percezione, la conoscenza, la rappresentazione, ma talvolta noi abbiamo la consapevolezza, dietro le forme artefatte, di provare ancora sentimenti antichi, piaceri di sempre, dolori di sempre.

Il cattolicesimo «è l’unica realtà che libera le persone dalla schiavitù di essere un prodotto del proprio tempo», diceva Chesterton. Una cultura dell’eternità insegna a guardare oltre l’orizzonte esistenziale, senza per questo sperdersi nelle astrattezze romantiche dell’informe. E Cristina Campo si raccomandava: «il concetto di attualità va rimpiazzato con quello di presenza», perché solo così il tempo si lega al tempo, vengono fuori le analogie e si evita il feticismo della storia, del ‘valore documentario’, delle ‘esigenze dei costumi’. Del presente andava salvato solo quel che è vivo, quel che è «valido ed esemplare». Il «gioco delle novità» non lo prendeva nemmeno in considerazione.

A esorcizzare questo movimento vuoto, anzi questa stasi lunga decenni, circolare e noiosissima, ci viene in aiuto Franz Kafka. È lui il ‘classico’ del nostro tempo frettoloso. E per lui gli ‘spettri notturni’ dell’introspezione, della psicologia, della contaminazione dei linguaggi e delle culture sono il mondo della menzogna. Cui contrappone – è il dovere dello scrittore – l’«innalzare il mondo nel puro, nel vero, nell’immutabile» (corsivo nostro). Spiegava Marcel Granet: «In cinese leggere i classici si dice con la stessa espressione usata per recitare una preghiera». Questo forse il motivo per cui sembra di intravedere un tono sacro nei racconti dell’ebreo praghese. Sacro e classico distinti dalle diavolerie del contemporaneo. Lo scrittore demonologo ha le idee chiare sulla questione. Un aneddoto dice meglio di tante teorizzazioni, andrebbe riportato sui libri di lettura per le scuole dell’infanzia, servirebbe da contrappeso alla imperiosa réclame di titoli che l’industria editoriale diffonde tra i più semplici. Lo riporta un testimone diretto, Gustav Janouch nei suoi Colloqui con Kafka (in F. Kafka, Confessioni e Diari, Meridiani Mondatori, Milano 1972, p.1075):

«Kafka rimase sbalordito. ‘Quanti libri nuovi!’.
Vuotai la cartella sulla scrivania. Egli prendeva un libro dopo l’altro, lo sfogliava, leggeva un passo qua e là, mi restituiva il volume.
Quando ebbe terminato di scorrerli, mi domandò: ‘E lei li leggerà tutti?’.
‘Sì’.
Kafka torse la bocca. ‘Lei si carica di troppe cose effimere. La maggior parte di questi libri moderni è soltanto un riverbero sfiaccolante dell’oggi. E questo si spegne molto rapidamente. Lei dovrebbe leggere più libri vecchi. I classici. Goethe. Le opere vecchie presentano fin dall’esterno il loro più intimo valore: la durata. Ciò che è soltanto nuovo è la caducità personificata che oggi è bella per essere ridicola domani. Questa è la strada della letteratura’.
‘E la poesia?’.
‘La poesia trasforma la vita, ed è talvolta ancor peggio’.
Udimmo bussare. Mio padre entrò dicendo: ‘Il mio signor figlio è qui di nuovo a disturbare’.
Kafka rise: ‘No, no! Stiamo discorrendo di diavoli e demoni’».

mercoledì 4 febbraio 2009

minima / Lacrime flaubertiane

«Voglio commuovere, far piangere le anime sensibili
essendone una io stesso. Ahimè!
»
G. Flaubert, Lettera a Mme Roger des Genettes, 1876

Dopo la meraviglia, nei primi Sessanta, per i sarti che pretendevano il titolo di artisti, si ebbero i pubblicitari americani che imposero i loro marchi con il nome di pop art; adesso tutto un sistema, aziendale, ben strutturato, vende champagne e abiti e vacanze con una cornice estetica. Va da sé che l’esteticità della cornice, la sua bellezza, risulta del livello di sartoria, piuttosto una trovata di moda, un tocco abile nel mercato dei desideri, un titillamento dell’inconscio – dopo che il profondo ritrovato nella superficie (Hofmannsthal) dalla grande arte del primo Novecento è stato messo da parte –, uno sfarfallio per gli occhi, uno spostamento nel sistema di segni che imprigiona gli umani di oggi, mimetico degli alti bassi della Borsa, senza più neppure scomodare i sentimenti. E i musei come degli show room.

In un confronto tra gli animatori di simili aziende del lusso (senza più alcuna eleganza) che si rivolgono aridi al pubblico pretenziosetto della 'cultura' e gli inventori delle televisioni commerciali che con i feuilleton fanno vibrare i flaubertiani cuori semplici, non saranno allora da prediligere questi ultimi, secondo l’insegnamento talmudico, «meglio nessuna cultura che un po’ di cultura»?

martedì 3 febbraio 2009

minima / Provinciali sotto la neve

Tanti anni fa, a Roma ci fu una grossa nevicata e si bloccò completamente il traffico. Imbiancandosi, la città entrava in un incantamento: ferma, silenziosa, vuota come di notte, oziosa come un giorno di festa. In pochi andarono al lavoro, in molti a cominciare dai bambini furono lieti per il raro evento atmosferico. Ma quei soloni dei giornalisti subito cominciarono a prendersela con l’arretratezza della capitale mediterranea, inquisirono i politici, i responsabili pubblici, le coscienze private; maledirono il dolce far niente italico, la pigrizia secolare della cultura cattolica, le abitudini accattone del regno papalino. E per giorni ripeterono che all’estero sarebbe stato impensabile, ché lì il mondo girava sempre bene, noi essendo l’eccezione negativa del pianeta. Da allora, ogni volta che nevica abbondantemente a Londra – ovvero quasi tutti gli inverni – ci si incuriosisce alle cronache sulle pagine estere dei giornali italiani, e tutte le volte la metropoli nordica si arresta né più né meno come da noi, le scuole sono chiuse e le autorità invitano a restarsene tutti a casa. Manca soltanto il codazzo dei commenti moralistici.

Lo stesso avviene per le faccende della politica come dell’arte. Nel Sud dell’anima si è oltremodo sensibili all’esotismo d’oltralpe, sembra sempre che al Nord moderno sia tutto rose e fiori. E si copia senza alcun riguardo per il clima unico della penisola. Si importano perfino architetti, che nulla sanno della luce romana.

domenica 1 febbraio 2009

minima / Arbasino sui bestemmiatori per soldi

Alle adunate del Contemporaneo, si usa sconcertare il pubblico, come al circo ma con minor rischio fisico, perciò in numeri da clown si espongono gli sfottò plastici, si vuole provocare, e poi si urla alla provocazione se qualcuno reagisce. Alle fiere si parla solo di soldi, e sempre più dei soldi pubblici, ma quando arrivano i carabinieri per una bestemmia estetica che cerca, con gesto facile, di farsi largo appoggiandosi alla fama divina o a quella del papa, si invoca l’arte e si sproloquia di censura (l’arte, come ogni linguaggio, non potrebbe esistere senza una qualche censura, «nelle opere dello spirito i valori sono inversi: sforzo di ingegno e perseveranza è crearsi una schiavitù e non liberarsene» diceva Caillois; un po’ lo stesso avviene nell’amore). La faccenda non è nuova, ne parlava nell’anno 2000 Alberto Arbasino, che non è un curato di campagna, in un pezzo su «Repubblica». Ne riproduciamo la parte attualissima che riguarda questa «arte della speculazione», condita di domande spregiudicate.

«Il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, dopo aver visto al Museo di Brooklyn la foto artistica di una “Ultima Cena” con dodici apostoli neri intorno a una Gesù nera e nuda, si propone di formare una commissione per sorvegliare le sovvenzioni di fondi pubblici a queste forme di speculazioni commerciali. In California la storia si ripete da anni, col famoso Crocefisso a bagno nella pipì d’arte, con le Madonne d’arte che mostrano il sedere, con i Cristi d’arte alla moda sadomaso da pornoshop di cultura. E nel mondo della canzone, non passa giorno senza provocazioni e trasgressioni sempre su Gesù Cristo, la Madonna e il Papa. Il Papa spesso anche nelle installazioni e negli allestimenti, in posizioni per lo più imbarazzanti. Quanti decenni sono passati, da quando Paolo Poli faceva Rita da Cascia al cabaret, mentre le borchie piramidali sui nastri di pelle nera non si usavano in tutte le sfilate di prêtàporter per la casalinga... Ora si parla solo di sovvenzioni e di finanziamenti. Sennò, niente trasgressioni. Né galleristi, né "curators”, né iniziative, né cooperative, né eventi da non perdere. Soldi, soldi. […] Se qualche artista di speculazione si provasse a provocare scandali da reddito con sberleffi alla religione islamica o ebraica, lo Stato e le Regioni e le Province e i Comuni sarebbero tenuti a sovvenzionare le operazioni? O il Ministero e gli Assessorati riceverebbero qualche protesta dalle comunità non cattoliche? Basta vedere la commercializzazione dilagante per tutto quanto riguarda gli Olocausti. Ormai le folle di zombi mettono sia Auschwitz sia Hannibal in testa ai fatturati, perché attualmente piace qualunque serial killer molto cattivo. […] Ma se gli artisti e i cantanti trasgressivi facessero le prossime trasgressioni su Buchenwald o su Maometto, per fare cassetta, e mettessero un gran rabbino o un imam al posto del Papa, nelle provocazioni, come regolarsi col Politically Correct e coi soldi?».

sabato 31 gennaio 2009

minima / Il giorno del silenzio
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Un minuetto di scuse e di formule mondane, di mosse diplomatiche e di scandali giornalistici, sulle ecatombi del XX secolo. La morte - e per di più violenta, di massa, la strage - dovrebbe fare ammutolire. Al limite oscuro del silenzio, come i versi di Celan. Invece, un gran parlare, disseppellendo cadaveri senza alcuna pietas, e un parlare di vittime in quel modo: sempre discorsi di circostanza, retorica dell’orazione politica. Sui fiumi di sangue meglio sarebbe affidarsi alle parole forti dei profeti, alle maledizioni, alle benedizioni. Che riposino in pace!

Racconta René Girard: «un giorno Michel Foucault mi ha detto: ‘Non bisogna costruire una filosofia della vittima’. Gli ho risposto: ‘Non una filosofia, ma una religione… Ed esiste già!».

venerdì 30 gennaio 2009

L'ultimo imperatore / 3

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NELLA LOTTA IDEALISTA DELLA RAZZA CONTRO TUTTE LE MANIFESTAZIONI STORICHE DELLA CHIESA DI ROMA C’È ANCHE L’ATTACCO AL ‘FETICISMO PAGANEGGIANTE’ DELLE IMMAGINI: HUSTON STEWART CHAMBERLAIN, PRIMO TEORICO DEL RAZZISMO, MUOVE GUERRA A PIO IX

Passiamo, in questa terza puntata del trittico su Pio IX, a un personaggio oggi dimenticato ma che nella storia del razzismo, e della Germania moderna, ha un ruolo da protagonista: Huston Stewart Chamberlain, britannico naturalizzato tedesco, teorico dello spirito anglosassone, storico erudito, razzista appassionato, genero di Wagner. Chamberlain dimostra più intelligenza degli scienziati positivisti ma è un fine conoscitore dei loro metodi. Dopo Darwin, sostiene, non si può più negare la razza. Nella sua opera principale, Die Grundlagen des XIX. Jahrhunderis (I fondamenti del XIX secolo), uscita nel 1899 si propone un disegno imponentissimo: ricostruire la lotta tra lo spirito tedesco e quello romano, tra la spiritualità germanica e l’universalità della Roma imperiale prima e della Chiesa cattolica poi, il «caos etnico» come la definirà l’autore, ovvero il potere slegato da una determinata etnia. Un librone di più di 1500 pagine da leggere attentamente, non soltanto per gli adepti più scellerati che formerà via via in Germania, ma per gli inconsapevoli araldi della nuova spiritualità anti-romana che ripetono inconsapevolmente i discorsi critici di Chamberlain ignorando come siano originati dalla premessa razzista. La Roma che glorifica il saggista anglo-tedesco è quella repubblicana, legata a un’aristocrazia razziale. Con l’impero nasce l’universalismo che vede alternarsi sul trono tiberino uomini latini, africani, mediorientali e barbari tedeschi senza troppi distinguo nazionali e di ceto. I papi, successori del pontefice massimo Augusto, proseguiranno in questa politica «antigermanica».

Tenendo presente tale premessa si può comprendere la seguente affermazione: «La magnifica opera positiva dei Greci e dei Romani esigeva un complemento negativo: ed è Israele che l’ha fornito. […] L’uomo prende coscienza non soltanto della forza, ma della propria debolezza» (p. 58) Non che la storia d’Israele sia peggiore delle altre, ma qui «l’odore del vizio si mostra completamente a nudo» (p. 58). La Chiesa di Roma ne erediterà il «materialismo religioso», come denunceranno nel corso dei secoli i ribelli tedeschi. «Roma, nell’epoca imperiale, fu l’incarnazione del principio antinazionale» (p. 396), la Chiesa cattolica spinse questa incarnazione fino alle soglie della modernità. Pio IX, bestia nera di Chamberlain, si oppose strenuamente ai nazionalismi crescenti che assediavano il trono universalistico di Pietro.

Chamberlain rilegge la storia occidentale: «Che un Copernico o un Galileo, fiaccole della scienza, fossero dei buoni cattolici; che un Krebs (Nicola Cusano), un Bruno, un Campanella, un Gassendi, iniziatori del nostro pensiero a delle nuove rappresentazioni cosmologiche, fossero anche dei cardinali, dei monaci, dei preti, questo non prova nient’altro che una cosa: che non si tratta di […] conflitti propriamente religiosi, bensì di una lotta tra due concezioni del mondo o, meglio ancora, di due specie di natura umana, la germanica e l’altra» (p. 707). Del resto, per Chamberlain – che ha fatto scuola in questa direzione – Giordano Bruno sarebbe di origini tedesche, la sua spiritualità anzitutto lo comproverebbe, ci sarebbero inoltre conferme biografiche. Per Campanella, in mancanza di radici extra-calabresi, forse ci si deve limitare a una ventata della spiritualità del Nord spintasi fino oltre la Sila.

«In un certo senso si può considerare la storia intellettuale e morale d’Europa, dal momento in cui appaiono i Germani fino al giorno in cui Lutero si rivolta contro le potenze antigermaniche come una lotta tra Germani e Non-Germani, tra mentalità germanica e mentalità antigermanica», se l’eroe del Nord è il cinquecentesco frate agostiniano, il colosso latino è il quasi contemporaneo sacerdote basco Ignazio di Loyola. In lui si incarnano, secondo Chamberlain, i peggiori vizi razziali della storia umana: il fondatore dei gesuiti costruisce una religione più che mai legata al materialismo ebraico e all’universalismo romano. Ignazio scatena «l’attacco meglio organizzato e più pericoloso che sia mai stato mosso contro lo spirito germanico, o per meglio dire, contro lo spirito ariano in generale» (pp. 711-712). Più elegantemente che in tutta la schiera degli anticlericali, Chamberlain si esercita nella critica del gesuitismo partendo da una analisi degli Esercizi spirituali ignaziani. Vi si respira un clima maomettano – sostiene il razzista anglo-tedesco – «il materialismo crasso di tutte le nozioni – questo desiderio che le nostre narici si riempiano del tanfo dell’inferno, che ci si senta bruciati dall’ardore delle sue fiamme, ecc., o anche questa idea che i peccati siano infrazioni a una legge ‘articolo per articolo’, in modo che si possa e di debba tenerne la contabilità secondo un certo schema fisso, e molte altre cose di questo genere – ci ricorda le religioni semitiche; ma ci si mostrerebbe molto ingiusti verso queste ultime se si pretendesse identificarle con il feticismo appena mascherato di Loyola. La sua religione ha per principio fondamentale la lotta contro ogni simbolismo. La si è chiamata una mistica, si è cercato di dimostrare l’influenza mistica sul suo pensiero, mentre una testa siffatta è congenialmente incapace anche di concepire l’idea della mistica nel senso indo-europeo del termine. Poiché ogni mistica […] costituisce un tentativo di buttar via le scorie dell’empirismo per raggiungere direttamente una verità prima, trascendente, non suscettibile di rappresentazione empirica, mentre lo sforzo di Loyola tende […] a presentare tutti i misteri della religione come delle realtà concrete, che cadono sotto i sensi […]. I suoi Esercizi, piuttosto che formare a un’introduzione verso una contemplazione mistica, pervengono all’educazione metodica delle disposizioni isteriche che esistono in ciascuno di noi. L’elemento puramente sensuale dell’immaginazione è sovraeccitato a spese della ragione, a spese del giudizio, e spinto alla sua estrema capacità di produzione; in tal modo la natura animale ha la vittoria sulla natura intellettuale» (p. 713). Il kantiano razzista usa argomenti più moderni dell’antigesuitismo di stampo volterriano. In una nota ricorre addirittura «agli articoli del dott. Sigmund Freud, […] tra i più interessanti lavori sintetici che io conosca su tale questione» (p. 716); siamo nel 1899, ancora la fama non circonda l’interprete dei sogni, è lo studioso della nevrosi (e della pratica religiosa come nevrosi) che attira Chamberlain. Le origini ebraiche del dottor Freud, una volta tanto sono un elemento trascurabile. La mistica del Nord non si avrebbe – secondo il nostro autore – che con il taglio netto con tutto quanto è corporeo (ma quante prove contrarie si potrebbero addurre), quindi la mistica ignaziana come quella ebraica della Kabbalah non è mistica: «Il sistema di Loyola non ha niente a che vedere con l’ascetismo: egli aborre l’ascetismo, egli proibisce l’ascetismo e – dal suo punto di vista – ha perfettamente ragione» (p. 716). «Il metodo di Loyola […] prescrive un metodo della sensualità […] con cui addomesticare la volontà e il giudizio.[…] La forza di suggestione di un metodo così grossolanamente meccanico, calcolato con un’arte infinita per perquisire e rivoltare completamente l’uomo, è così grande che nessuno può sottrarsi del tutto. Anche a me succede che i sensi fremano quando mi sprofondo in questi Esercizi» (p. 717). D’altronde, una pagina più avanti elogia come ariana la visione di santa Teresa: ancora non erano venute alla luce le origini marrane della riformatrice del Carmelo, errori che capitano a chi si inoltra su questi sdrucciolevoli sentieri della ricostruzione storico-biologica.

I turbamenti per la sensualità romana barocca, i capogiri provocati dalle opere di Bernini, sono ancora una volta al centro della critica ‘protestante’, clamorosa prova dell’incapacità di accostarsi al mistero cristiano, all’invisibile che si incarna e si fa visibile, corpo. Chamberlain ha buon gioco a dipingere, con i primi biografi del santo, il capitano basco come «anti-Lutero». «E chi dice anti-Lutero dice Anti-Tedesco, che ne sia consapevole o meno» (p. 720). In nome del germanesimo poi si torna a dannare la celebre espressione ignanziana sull’obbedienza «perinde ac si cadaver essent». Qui l’escamotage è davvero difficile, facile la rivendicazione della libertà personale ariana: nonostante per molte pagine abbia argomentato che i Germani si cercano un padrone a cui obbedire con fedeltà assoluta e che la differenza con gli altri popoli risiederebbe nella scelta che i nordici si permettono nei confronti del capo da servire, critica poi la scelta del santo. Ebbene, che altro fa il capitano Ignazio se non scegliersi il supremo capo, Domineddio, e servirlo come nessun altro, con suprema virtù militare e con spirito di fedeltà che dura per l’intera vita? Anche i montanari baschi, senza una goccia di sangue ariano nelle vene, sanno essere eroicamente fedeli.

Le argomentazioni protestanti sono riassunte così: «La Chiesa romana è anzitutto una potenza politica, cioè statalista; essa ha ereditato l’idea romana dell’Imperium e, assieme all’Imperatore, rappresenta i diritti di un impero universale di istituzione che si pretende divina, di potenza assoluta e illimitata, contro la tradizione germanica e l’istinto germanico della configurazione nazionale. La religione, in questa concezione, ha il solo scopo di amalgamare intimamente tutti i popoli. Dai tempi più remoti, il pontifex maximus era a Roma il funzionario supremo della gerarchia, judex atque arbiter rerum divinarum humanarumque, colui al quale la teoria giuridica sottoponeva il re medesimo, e più tardi i consoli. […] Nello stesso tempo la Chiesa era l’erede dell’idea ebraica dello Stato ierocratico, con il sommo sacerdote come potenza superiore» (pp. 735-738). Chamberlain sparge veleno su Agostino perché è il vero grande teorico della «Chiesa romana come erede legittima dell’Impero romano».

Qualcosa tuttavia Chamberlain riconosce all’ebraismo: «Si potrebbe dire che in questo matrimonio (con il cristianesimo romano), lo spirito ebraico fu il principio maschio e fecondante: rappresenta la volontà. Nulla autorizza a supporre che la speculazione greca, l’ascetismo egiziano, la mistica internazionale, avrebbero dotato il mondo di un nuovo ideale religioso e, nello stesso tempo, di una nuova forza della vita, senza l’ardore delle fede ebraica, questa ‘volontà di credere’» (p. 774). La volontà di credere ebraico-cristiana, anti-interiore, anti-luterana è quel «bisogno appassionato di certezza», l’intento di fondare sulla storia, o meglio sulla dimensione storico-collettiva – il progetto di salvezza. L’influenza ebraica è dunque nella teocrazia, conseguenza della incarnazione storica di un Dio, nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Teocrazia invocata dai profeti come utopica conclusione della missione di Israele nel mondo, teocrazia realizzata gloriosamente dalla Chiesa di Roma. La separazione dei poteri – vede bene Chamberlain – è di matrice protestante, germanica, radicalmente antiebraica. La contrapposizione tra l’ebraismo-cristianesimo che si muove per il timor di Dio e l’attesa di un premio nell’aldilà, da una parte, e le nobili concezioni ariane, rappresentate dal brahmanesimo che rinuncia al piacere dell’aldiqua e dell’aldilà, «per il primo grado della vera pietà» non è nient’altro che il duello tra l’insegnamento della dottrina cattolica (trasformata addirittura in formula dallo scienziato Pascal) e la morale illuminista astratta, senza interesse.

Tra le figure anticipatrici di Lutero, Chamberlain colloca Carlomagno, non solo perché repressore della volontà di potenza del papa, ma come paladino nella lotta al ‘feticismo paganeggiante’ delle immagini. I santuari, le madonne che appaiono sono residui della superstizione romana. Nella lotta idealista della razza contro tutte le manifestazioni storiche della Chiesa di Roma (Inquisizione, timor di Dio, indulgenze, doppia verità, clero corrotto, pellegrinaggi ai santuari, miracoli, insomma tutto l’armamentario della polemica massonica-laica) Chamberlain sottolinea anche l’impossibilità, da parte dei Germani, di credere al Diavolo. Satana non fa per loro. Ma lo stesso Chamberlain è costretto a riconoscere che Roma, pur rigorosa nelle questioni di potere, è invece grandemente tollerante per quanto riguarda le sottigliezze religiose, lasciando convivere domenicani e gesuiti, pelagiani e agostiniani. Ovvio, per Chamberlain, si tratta di una potenza politica, poco interessata alla sostanza cristiana, ma poi ammette che il cristianesimo cattolico si vuole adattare a tutti e quindi che le ragioni politiche determinano un universalismo che accetta tutte le differenze all’interno dell’unità. Chamberlain riconosce così che «il greco approfondiva e ‘sublimava’ troppo; il germanico, naturalmente religioso, prendeva le cose troppo sul serio; Roma soltanto non si allontanava mai da quel giusto mezzo che è la via dorata cara all’immensa maggioranza degli uomini. […] Roma comprendeva a meraviglia il carattere e i bisogni di queste popolazioni variopinte che per secoli si trovavano ad essere le depositarie e le intermediarie della civiltà e della cultura. Roma non esigeva dai suoi aderenti né grandezza di carattere né indipendenza di pensiero: anzi proprio di questo la Chiesa li liberava; ogni capacità, ogni entusiasmo, vi poteva – è vero – ritrovarvi posto alla sola condizione dell’obbedienza […] perciò la religione fu trasferita dal cuore e dallo spirito nella Chiesa visibile, in modo da divenire accessibile a tutti, intelligibile a tutti, tangibile per tutti. Mai una istituzione possedette una conoscenza più ammirevole della natura umana media di questa Chiesa che si diede così presto e così opportunamente il compito di organizzarsi attorno al centro dato dal pontifex romanus dei romani» (pp. 864-866). La critica di Chamberlain finisce col toccare il cuore del problema cattolico. Origene, il suo campione «indo-europeo» in lotta, a sentir lui, contro le concezioni del «caos etnico», «celebrava la distruzione del corpo nella morte, vista come una liberazione», mentre i cattolici romani, «questi uomini del caos etnico diretti da Roma non potevano concepire l’immortalità in altro modo che come una eterna sopravvivenza dei loro miserabili corpi!» (p. 865, in nota). Peccato che anche Paolo riduca tutta la verità cristiana alla resurrezione dei corpi. Forse non è un caso che molti teologi protestanti del Novecento abbiano usato la loro raffinatezza metafisica per aggirare questo problema e per negare la scandalosa fede di Roma nella resurrezione della carne.

Preoccupato da come Roma seduce i cuori dei semplici come dei sapienti con le sue belle idee di universalità, colpito dalla frase di Lutero, «Per quanto riguarda il governo esterno, il regno del papa è quanto di meglio ci sia per il mondo», Chamberlain paventa il ritorno di un nuovo Innocenzo III, un altro trionfo cattolico per risolvere i problemi della modernità. Se il mondo germanico non impone la sua religione, «si metteranno al lavoro i tribunali dell’Inquisizione». Sappiamo poi come sono veramente andate a finire le cose. Ma alle soglie della modernità non si tratta più della lotta tra Papato e Impero, ma tra Universalismo (rappresentato dalla Chiesa di Roma) e nazionalismi. Pio IX e Bismarck ne sono i due protagonisti.

Qualche volta, nell’opera di Chamberlain, papa Mastai è allora citato come colui che chiude un’epoca. Per esempio quando si dice con dispiacere che «da san Paolo a Pio IX» il cristianesimo ha soffocato «l’antagonismo della razza» (p. 807). Il kantiano razzista vede meglio di chiunque altro che cosa bolle nella pentola moderna dove è stato disciolto l’universalismo romano. Ora che Pio IX, l’ultimo resistente, ha subìto la sconfitta, «l’antagonismo della razza» può venire allo scoperto e affermarsi in Europa. Oppure quando sostiene che dopo le condanne contenute nel Sillabo, se un papa volesse riconciliarsi con la modernità dovrebbe anzitutto distruggere l’opera di Pio IX (p. 864, in nota). Ovvero, Pio IX come baluardo contro la modernità. Dirà poco più avanti: «Pio IX si pose proprio sullo stesso terreno di Bonifacio VIII» (p. 902), era nella medesima tradizione: insensibile alle depravazioni delle epoche.

Così il principale testo di apologia della razza tedesca è, al tempo stesso, l’apologia della libertà di coscienza, l’unica che garantisca la creatività etnica. Chamberlain si rifà a Goethe: l’individuo libero, germanico, non ha limiti interiori e ne ha invece di esterni. Nella cattolicità, invece, secondo Chamberlain «l’Imperium ecclesiastico neo-romano [afferma:] sacrificami la tua libertà e io ti creo un impero che ingloba tutta la terra, nel quale regnano per sempre l’ordine e la pace; sacrificami il tuo giudizio critico e ti rivelo la verità assoluta; sacrificami il tempo e ti concedo l’eternità» (p. 906). La monarchia universale cattolica limita le fantasie individuali, dà ordine alla fiumana individuale e garantisce intanto il mondo intero. (Marx, curiosamente, sostiene in chiave antiluterana e antiborghese: la libertà interiore protestante lega con catene d’oro l’uomo alla propria coscienza). D’altra parte, i Germani non ebbero chiare le frontiere; si potrebbe dire che alla libertà interiore, all’anarchia spirituale, si accompagnava l’anarchia politica, l’informe delle migrazioni…

I papi divengono dunque gli avversari delle nazioni, e non per motivi strettamente politici, bensì per conseguenza logica dell’universalismo, derivazione dell’incarnazione di Cristo nella storia. I predicatori che giravano per l’Europa del medioevo andavano a condannare l’amor soli natalis, i gesuiti, sant’Ignazio in primis, avversavano le lingue vernacolari e nazionali operando a favore dell’universalistico latino (dalle lingue materne i Romantici prendono il la nazionalista). Una voce, ovvero una unica voce, è un segno, divino, di pace contro la babele romantica. Perfino Chamberlain comunque è toccato da una religione che vuole «trasformare questo mondo in un magnifico sagrato del Cielo» (p. 916). «Veramente impotente – dice – sarà lo spirito che non concepisca la bellezza di una simile idea». Ma oggi anche i cattolici non se la ricordano più.

(3. fine)

[Le citazioni riportate sono tratte da una edizione francese, uscita a distanza di quattordici anni da quella tedesca, e che si arricchisce di note polemiche con cui Chamberlain approfitta per duellare con i critici della prima ora: La genèse du XIX siècle (Payot, 1913, 2. voll.)]

mercoledì 28 gennaio 2009

minima / Il calendario di Google
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Mezzo pianeta ha un nuovo calendario surrettizio. Quel che non riuscì alla Convenzione francese con i suoi cervellotici Brumaio, Frimaio o Germile (per non parlare dei giorni, dedicati alle piante e agli animali), viene facile alla Rete universale che stabilisce le sue ricorrenze e le impone a tutti gli schermi collegati. Al posto dei santi quotidiani, delle festività cristiane, ebraiche, coraniche o induiste, ecco le occasioni ‘laiche’ del motore Google: ci si sveglia al mattino e si trova sul proprio pc una immagine diversa: cliccando sopra si scopre la memoria di qualche star dell’estetica contemporanea – come oggi che si commemora quell’ubriacone di Pollock – o eventi sportivi o anniversari di scoperte tecnologiche o beatificazioni di scienziati o primi decennali della Rete medesima e del suo indotto. È la liturgia elettronica globale, che schiaccia tutti fingendo di adattarsi a ciascuno, in genere con figurine puerili, icone da giardino di infanzia, in nome della tolleranza senza nerbo. Non consola, manca dei Sant’Antonio cui rivolgersi o dei pretesti per l’onomastico, priva l’umanità dei suoi vecchi totem e dei suoi vecchi tabù, svuota anche i villaggi tribali dove c’è la connessione dei simboli apotropaici, si limita a istituire un algido culto del ricordo. Riecheggia le pretese degli illuministi ma senza neppure le celebrazioni della patria e della rivoluzione o della virtù. Un’asettica religione del mercato.

martedì 27 gennaio 2009

minima / I segreti della morte

Questa non è una recensione della mostra «La magia della linea», con centodieci disegni di Giorgio de Chirico, al Museo Bilotti. Piuttosto il resoconto di un brevissimo quanto casuale excursus tra le «cose ultime». Un martedì spoglio, nel cuore dell’inverno, l’occhio cade su parole epigrammatiche: «moro per sapere». Gli enigmi di un arco temporale si chiariscono alla fine, nel passaggio fatale. Da quel momento in poi, il Libro della Vita si può rovesciare e leggere all’incontrario: vi apparirà dipanato l’arcano dell’esistenza spesa. Se fede è intravedere nell’oscuro, scorgere le macchie di colore delle figure, in un giorno conclusivo se ne afferreranno le linee del disegno, la traccia nascosta.

Aprendo un volume, il giorno dopo, sembra di scoprire un collegamento con la
consolatio rinvenuta: Jacob Taubes, filosofo ebreo, sta esponendo nell’ultimo seminario della vita i criteri della sua lezione definitiva: «non sopporto l’apoteosi aurorale né in Heidegger né in Buber. Non vedo perché l’iniziale debba essere migliore di ciò che è più tardo. Chiunque si sia esercitato su Riegl e Benjamin sa che ciò che è tardo ha le sue leggi. Non v’è dubbio che l’apocalittica sia più tarda della profezia. Essa la presuppone, presuppone il canone e l’interpretazione. Ma non capisco perché debba essere meno significativa, decadente» (in La teologia politica di San Paolo, Adelphi). L’Apocalisse non è la guerra degli orrori, l’ultima puntata della decadenza, bensì la rivelazione suprema, la soluzione di tutti i misteri. Naturalmente, il tempo (apocalittico) che avanza non ha niente a che vedere con la corsa pseudo-virtuosa del progressismo, né tanto meno le spiegazioni delle scienze si perfezionano in esattezza strada facendo, come vuole la vulgata, fino a coincidere con la verità. Assonanza piuttosto con quel morire che dà accesso al sapere decisivo. E assonanza con il difficile frammento teologico-politico benjaminiano: «nella felicità ogni essere umano aspira al suo tramonto, ma solo nella felicità esso è destinato a trovarlo». Esaltazione dell’effimero o del passaggio – lieto – all’eterno?

Il terzo giorno, giovedì, i viali di Villa Borghese sono immersi in una luce bianca, immobile, invernale, confortante. Oltrepassata la statua di Goethe, là dove il poeta si appuntava le scene della cucina stregonesca del suo
Faust alla ricerca dell’eternità, appare un piccolo museo, già convento di suore e prima aranciera dei principi Borghese, cannoneggiata dai rivoltosi risorgimentali; è in corso una inaugurazione di una mostra delicata, e il nome dell’artista esposto, Giorgio de Chirico, provoca nel passante la scandalosa, nietzscheana, sensazione di «inattualità», lo invita a entrare lasciando fuori le miserie del mondo. In pochissimi si attardano davanti ai cento disegni schierati nella palazzina addossata al Lago – benché alcuni siano incantevoli – forse anche perché incalza l’ora di pranzo, forse perché gli habitués sono già partiti verso Bologna a venerare l’attuale, a rotolarsi come lattonzoli nel brago padano del contemporaneo. «Tortuoso è il sentiero dell’eternità» intuiva il suggeritore di Zarathustra. La dolcezza del trapasso mortale contenuta in quel motto trovato per caso, il pareggio tra fine e origine accennata dal filosofo ebreo, ed ecco sopraggiungere anche l’immagine di questo attraversamento. «Il disegno – svela Elena Pontiggia, curatrice della mostra – è la tecnica metafisica per eccellenza perché, oltre i mutamenti illusori dell’apparenza, coglie i ‘segreti del sonno e della morte’».

In versione fiabesca appare allora l’Apocalisse dechirichiana: «Sono entrato nell’Apocalisse come in un lungo sogno d’inverno… Nel lungo sogno d’inverno, in quella grande e strana casa che è l’Apocalisse, piena di stanze buie, di doppie porte imbottite, di vecchi tappeti e di portiere affumicate, di tavolini orientali e di mobili pesanti e scolpiti, di stanze ed ancora stanze…, in quella grande e strana casa, dico, io sogno, incuriosito e felice, come il fanciullo, tra i suoi balocchi, nella notte di Natale». Disegnata in tempo di guerra, non abbassa l’opera visionaria concepita in un’isola greca alle nefandezze degli uomini moderni. Trattiene la paura nella forma mitica degli enigmi, esalta con la sua arte il giorno della trasformazione del mondo, dell’apocatastasi di gusto orientale. Promesse natalizie, invernali, di fronte alla vittoria apparente di Madama Morte, si accendono nelle stanze di Villa Borghese, vengono fuori da queste colte litografie cosparse di stelle.

(Dinanzi a tanta semplice evidenza, e alla «massima limpidezza» con cui il Maestro parla dell’«arte della matita», lo scritto di presentazione di un patron post-avanguardista che mette in fila le formule per lo più francesi degli intellettuali alla moda negli anni settanta, biascicando «progetto desiderante», «errare del desiderio», «statuto di oggettività», addirittura l’«area corporale assegnata» – tutte facezie dette con il tono oracolare dell’esistenzialismo tedesco (lo stesso che voleva superare la metafisica occidentale!), ma con la confusione della servitù che origlia – prende per via dell’accento campano un che di farsesco, scivola nell’atellana, evoca l’indimenticabile Pappagone quando ripete insensatamente le parole male intese del Commendatore. Il Pictor Optimus, sensibile alle lodi, sorride sotto i baffi di questo adulatore un po’ impresentabile.)