martedì 11 giugno 2013

Tramonto italiano

~ BEATI QUEI POPOLI
CHE NON HANNO BISOGNO
DI TURISMO ~

Si era concentrati nella lettura di un libro su un tram romano non più sferragliante come un tempo, quando il gommoso fluire venne disturbato da un chiacchiericcio con cadenze siciliane: «la cultura... la cultura», ripeteva il mantra. Cosicché finimmo nolenti a intercettare le conversazioni di due boss dei cosiddetti beni culturali in viaggio di lavoro nella capitale, con frasi reboanti sugli affari che controllavano. Uno dei due teneva tra le mani un volumone che incuriosiva per la mole: che tema meritava mai tanto peso, quale trattatista poteva permettersi di ingombrare quanto un bagaglio? Il titolo, Mafie, faceva subito intendere di che razza di passionisti dell’ovvio si trattasse. Il principale nel grado burocratico si lamentava con l’altro per la Cappella Palatina di Palermo, di cui sembrava avesse una qualche responsabilità amministrativa, che gli dava non pochi grattacapi. Era il prete che celebrava la messa a procurargli il maggior fastidio, sottraendo ai turisti quella mezzoretta così preziosa, ma sembrava irritato anche dai palermitani che la domenica si volevano sposare in quell’aureo tempio invece di avere a cuore gli incassi della biglietteria posta  all’ingresso della chiesa. Il prete era malvisto perché voleva pregare nel luogo di preghiere, le coppie perché pretendevano di far benedire in una sala delle meraviglie le loro nozze sottraendo così molti soldi alla «cultura». Ancora una volta questa appariva come uno dei peggiori feticci contemporanei, esigendo continui sacrifici delle cose più sacre. Ma è anche vero che forse a Palermo non conoscono la formula per mischiare liturgia e turismo in voga a Roma sul sagrato della basilica petrìna, dove i pellegrini si rivelano essenzialmente dei gitanti, ragion per cui recentemente li si accontenta riducendo al minimo i sacri riti e ampliando l’entertainment, anche con opportuni discorsetti al livello dei viaggiatori in brache corte, e con gesti che fanno fuori la solennità, a maggior gloria del tutto compreso.

Che severità, obietterete, si deve pur mangiare. «Prostituzione intellettuale», secondo la lezione di un elegante lusitano, e si finisce per confondere la seduzione dell’arte con l’adescamento: si mette a disposizione il più squisito e vulnerabile lascito degli avi nostri al voyerismo internazionale. A metà Ottocento, Gustave Flaubert scriveva in una lettera da Napoli  di bambinetti e bambinette proposti da padri e madri alle stazioni delle carrozze per danarosi passeggeri stranieri; il commercio infantile adesso è più nascosto, non si fanno scrupolo invece i prosseneti delle opere d’arte. La chiamano risorsa la triste pratica di commerciare la bellezza. A sentir giornali ed esperti, la Grande Proletaria non pare possedere altre chances per sopravvivere. Non si posa ammirato e stupefatto sulla bellezza quello sguardo profano, ottusamente distratto, intriso di turpitudine, senza più riverenza per le testimonianze del passato; le guide, cieche tra i ciechi, si limitano a tener serrata la mandria. Il commercio dei secoli è inconfondibile segno di decadimento. Rubate alla quotidianità, le chiese non servono più a Dio e ai suoi fedeli, bensì ai visitatori estranei che pagano per guardare. Un tale traffico lo chiamano cultura quando sarebbe più appropriato il termine simonia. Povera Italia ridotta a un museo perché quelle opere esposte non sa più crearle, perché non riesce a ideare la taumapoietica, perché ha dimenticato i segreti del bello e deve accontentarsi di rivendere quello ereditato.

A Roma, Firenze e Venezia, dilaga il «colera turistico» (Manlio Brusatin) e tutta la penisola è contagiata dal morbo senza preci e immagini taumaturgiche che ottengano il miracolo della guarigione. Tutti osti e camerieri, hostess e ciceroni, autisti e museificatori: chi progetta ancora senza mettersi nello specchio dello spaccio turistico? I nostri borghi nacquero per egoistica dolce vita, al massimo per competere con il paese accanto. I visitatori allora, i giovani aristocratici del Grand Tour, erano accolti alla tavola dei signori per scambiare quattro chiacchiere sugli affari del mondo non per smerciar loro emozioni. Quelli che confidano nella «cultura» si rammaricano invece che il Sud non sia all’altezza del servizio turistico, destinando con cinismo, e con l’avallo delle autorità governative, una parte cospicua e già sfortunata della penisola repubblicana a questa nuova attività ancillare, senza più prevedere un futuro minimamente dignitoso dove magari si sappia costruire una Cappella Palatina del nostro tempo. Certo, ben poco di quel che firmano oggi con iattanza - nell’architettura come nel  ‘visivo’ - potrà tornare utile ai nostri figli nel caso malaugurato che finissero anche essi in una crisi paralizzante e volessero superarla ricorrendo al mestiere dei padri, ovvero di avvilire e svendere le proprie arti. Meglio essere conquistati dai Normanni o dagli Angioini - intrecciando tra indigeni e invasori amorose invenzioni - che essere sottoposti all’effimero dominio di chi lascia dietro di sé soltanto rifiuti.

Il pubblico funzionario sul tram sembrava avere in mente l’idea più balorda: il Belpaese costretto a sostentarsi con la propria bellezza, cioè con la più impalpabile delle ricchezze. La Cappella Palatina umiliata a opera da tre soldi ma contando le monete raccolte con l’occhio avido di Scrooge McDuck. Per pompare denaro un ospedale diventa un museo e la casa di Dio un sito a pagamento. Magari tra un po' venderanno tutto direttamente  a chi sa sfruttare meglio le italiche uova d’oro (liberalismo da Mackie Messer) e per dire messa si ricorrerà a qualche garage, secondo lo pseudo francescanesimo alla moda. Intanto, a furia di apporre un prezzo a ogni angolo delle città d’arte e di far pagare le nostre memorie, succede che pure a un italiano in giro per la casa davvero comune càpiti di dover versare somme insostenibili; lo si notava con dolore giorni fa a Siena:  per vedere duomo e palazzo comunale, l’ex ospedale e la torre cittadina, a otto euri in media, magari con una scarna famiglia,  egli dovrà sborsare una banconota da cento. E in sovrappiù essere travolto dalle folle di profani vocianti, che vogliono soltanto agitare i loro smartphone e scattare. Che ne sanno le masse di Caterina Benincasa?

sabato 6 aprile 2013

Noi poveri

~ LA RICCHEZZA DI UNA PAROLA
TROPPO ABUSATA ~

Il denaro come unico argomento: si torna sempre là insistentemente quando dalle tribune più elevate si accenna alla povertà. Uno dei padroni del mondo intervenendo sulle scelte del conclave vaticano si riempie la bocca dell’espressione «ultimi della terra». Un padroncino italiano, il direttore del quotidiano dei modaioli, fa eco al presidente degli Stati Uniti e sproloquia a sua volta degli «ultimi». Che ne sanno i milionari dei poveri? Sono del tutto incompetenti coloro che gareggiano per essere i primi. Però non risparmiano due parole condiscendenti a chi non somiglia affatto a loro, l’importante è la diffusione globale dei beni materiali, per cui li si diffonde nella testa degli umani come il vero Bonum, magari dimenticando di aprire il portafoglio. Sarebbe meglio mettessero mano ai soldi piuttosto che sperperare locuzioni di retorica dozzinale che non serve a nessuno e irrita chi è a caccia di sostentamento. Insomma, diano da mangiare agli affamati e da bere agli assetati ma non la facciano lunga con le chiacchiere.

Un saggio ebreo ci ricordava come ai nostri giorni tutto ciò è nient’altro che un surrogato della religione: «il materialismo dialettico ha preso il posto dell’attributo divino della giustizia, la psicoanalisi il posto dell’attributo della misericordia e Dio onnipotente è stato bandito da entrambi» (Scholem). Da più di duecento anni è in corso un messianismo secolare, puntualmente i messianismi finiscono in catastrofe, e i diseredati ci rimettono tutto.

Un cattolico miserabile (alla Hugo) dell’Ottocento, lo scrittore Léon Bloy, riempiva di insulti solenni e violenti le signore della beneficenza, arrivando a innalzare un inno al Cielo quando un loro mercatino, il Bazar della carità, andò a fuoco e nell’incendio rimasero bruciate più di cento persone. Le carni bianche delle pie dame arrostite producevano l’esaltazione di quel santo bruto, con grande scandalo dei cristiani tiepidi e degli anticlericali uniti e sconvolti per il fatto che il feroce tradizionalista non piangesse con tutta la Francia per un simile disastro. Anche a quei tempi, infatti, guai a parlare di castigo divino, del Povero che non si accontenta delle briciole. Oggi il letterato apocalittico immaginerebbe dei roghi accendersi simultaneamente nelle redazioni di molti giornali e televisioni per queste speculazioni sentimentali sulla sofferenza, per il francescanesimo d’accatto che si sparge a piene mani, per questa bestemmia sguaiata delle vite dolorosissime. Che Dio risparmi a noi, poveri a vario titolo, le chiacchiere sui poveri che riempirono i salotti negli anni Sessanta e che adesso, chiusi i salotti, rischiano di tornare, ormai vocio universale, osceno rumore di fondo, ad assordare chi già deve far fronte alle proprie disgrazie.

Più utile, ricordare i significati biblici della parola in questione, come faceva, in un’introduzione della sua antologia I mistici, Elèmire Zolla, erudito nient’affatto cristiano ma conoscitore dei significati nascosti nei libri sacri, capace di accostamenti insoliti, di guizzi analogici, di intuizioni preziose:

«In ebraico esistono otto vocaboli diversi per ‘povero’, perciò esistono otto possibili variazioni di significato a seconda che si intenda del povero il desiderio, l’incertezza, la tristezza, l’avvilimento, la dolcezza, l’umiltà, l’autonomia e via distinguendo. Il pitocco del testo greco corrisponde al povero come profeta della minoranza sofferente, oppure ‘povero’ è l’appartenente a una santa confraternita (secondo Graetz e Renan in tal senso si ha da intendere il significato di “povero” in Isaia e nei Salmi)? […]. I Settanta tradussero con lo stesso termine della seconda beatitudine il “povero” dei Salmi, cioè con “mansueti”, “dolci”, talché, forzando il senso greco, questo πτωχός può essere l’opposto dell’uomo duro, avaro, che vuole possedere e acquistare per se stesso soltanto. A questo punto ci si domanda: le varie beatitudini sono un elenco di qualità diverse o di sinonimi?

La filologia dei santi aggiunge interpretazioni quante ne vogliono le infinite esigenze dell’anima; e la più spontanea per il mistico è quella che ravvisa nella povertà di spirito la notte oscura, ossia l’immobilità e aridità penose che straziano l’anima per prepararla alle nozze con Dio.

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi nella prima delle sue Quaranta giornate suggerisce una diversa esegesi: “Allo Spirito Santo ero legata col Voto di Povertà. Non però che l’anima si abbia conformità essendo lo Spirito Santo pieno di tutti i Tesori e Ricchezze Celesti, ma m’intendevo essere in quel modo che Jesu disse nell’Evangelio: ‘Beati pauperes spiritu’, e Beate a quell’anime che conoscono e sanno ricevere e conservare delle ricchezze e tesori di esso Spirito” […]. Ancora s’aggiungano alla lista imperfettissima, san Francesco di Sales, che nell’introduzione al Traité de l’amour de Dieu scrisse: “Ce que notre Seigneur a dit: ‘Bienheureux sont le pauvre d’esprit’, est grandement amplifié et déclaré selon le grec: ‘Bienheureux sont les mendiants d’esprit’”, e san Giovanni della Croce, che nella Salita al Monte Carmelo, XXIX, 3, dice: “Estinguendo il gaudio vano, l’uomo diventa povero di spirito, cioè senza compiacimenti. […]

… povero di spirito, fra i tipi del Mediatore, è il buffone, come nella tradizione cristiana fra’ Ginepro e san Filippo Neri, i “pazzi di Cristo” russi. I poveri, nell’antico Israele erano naturalmente sovvenuti dai ricchi, talché ricchi e poveri parimenti potevano ringraziare la loro “posizione”, in quanto essa formava la base dell’elemosina, della liberalità e dell’umiltà, e d’altri beni comuni. La largizione più frequente dei ricchi era il diritto di spigolatura, come si osserva nel libro di Ruth, perciò il “povero” era colui che nella società ebraica viveva ancora come nell’età dell’oro matriarcale degli spigolatori, senza industria, accettando il rischio che questo comportava. Il povero aveva un suo tipo di perfezione da raggiungere (e il Cristo dirà che esso è anche l’unico, senza concedere nulla al provvido padre di famiglia) e simile al povero è colui che non bada alle esegesi farisaiche, il povero di spirito. […]
A considerare la teoria mistica della respirazione (vd. l’Esicasmo) s’intende πνευμα anche in senso sacramentale, cioè letterale: poveri di spirito, di alito, son coloro che, per una gran risata o un profondo pianto, hanno espirato completamente e non hanno immagazzinato dentro di sé fiato». (I mistici, Bur, 1976, vol. II, pp.221-224). Un buon antidoto, queste parole effervescenti, alla venefica piattezza sociologica.

sabato 30 marzo 2013

La bellezza del corpo

~ FLORILEGIO PATRISTICO
NELLA PASQUA
DELLA RESURREZIONE CARNALE ~

«Caro salutis est cardo»
TERTULLIANO, De resurrectionis carnis, 8

«La carne è il cardine della salvezza», scriveva Tertulliano sfidando gli gnostici. Anche se cristiani, i ‘platonici’ non amano il corpo, disprezzano l’aspetto materiale del mondo e lo fuggono in ascetismi che negano una parte del creato, che impoveriscono la stessa incarnazione di Dio. Gli apologeti del cristianesimo insistono sulla fisicità del messaggio evangelico. Il corpo non è un accessorio accidentale bensì lo strumento della redenzione. Metodio di Olimpio (250 circa - 311), nel suo dialogo dedicato alla Resurrezione, fa dire al personaggio ortodosso: «L’uomo per natura viene giustamente detto non un’anima senza il corpo ma un tutt’uno prodotto dall’unione tra anima e corpo in un’unica forma di bellezza». La religione cattolica è sola nel celebrare la bellezza fisica. Bellissima è la Pasqua che commemora la fuoriuscita dalla tomba del Dio fatto uomo e ucciso dagli uomini. Il Dio incarnato risorge e assicura agli umani la resurrezione della carne. Metodio, come molti padri della Chiesa, è incantato dal corpo umano, «la più amabile delle forme, della quale, come di immagine, si serve persino la divinità stessa». Ireneo di Lione (130-202), nel quinto libro dell’Adversus haereses parla della bontà della carne, quella realtà sommamente fragile e precaria che riceve la vita divina e che la seconda persona della Trinità destina alla gloria della risurrezione. Ireneo – scriveva Joseph Ratzinger – rivendicava «la santità della materia, del corpo, della carne» (e l’espressione «santità della materia» suona scandaloso all’orecchio degli spiritualisti). Argomentava il santo martire nel suo trattato contro gli eretici: «Come il beato Apostolo dice nella sua lettera agli Efesini: ‘Siamo membra del suo corpo formati dalla sua carne e dalle sue ossa’ (5,30), indicando con queste parole non un certo uomo spirituale e invisibile, perché lo spirito non ha né ossa né carne, ma l’organismo veramente umano, composto di carne nervi e ossa, il quale è nutrito dal calice, che è il suo sangue, ed è fortificato dal pane, che è il suo corpo».

Con tono esultante, Gregorio di Nissa annuncia nel suo primo Discorso sulla Resurrezione: «ecco giunto il regno della vita e sconvolto il potere della morte». È la Pasqua, e il «più grande privilegio di questo giorno di grazia è di avere distrutto le angosce della morte», dice parlando dalla sua Cappadocia del IV secolo dei nostri tormenti contemporanei. Tommaso d’Aquino spiegherà dolcemente: l’anima separata dal corpo è in una situazione «contraria alla natura» (Contra Gentiles). Tutti gli asceti alla moda, i ‘buddisti’ ai quali sembra normale separare anima e corpo e sottomettere il secondo alla prima, i perversi ‘corretti’ che vogliono umiliare i segni corporali davanti all’astrazione capricciosa del «genere», dovrebbero riflettere su un tale pensiero realistico. La natura umana, nella logica tomistica, spinge alla resurrezione. I morti, velati di mestizia, attendono con noi la ricongiunzione con il corpo nel giorno finale. Il paolino «primogenito dei morti» è, secondo Ambrogio, «la primizia di quelli che si sono addormentati» (De excessu Fratris).

«Se non esiste la risurrezione dei morti, neanche Cristo è risuscitato!», scrive Paolo in un celebre passo di una sua epistola (1Cor 15, 13). La Pasqua è garanzia della sconfitta della morte, non del suo aggiramento con le soluzioni filosofiche, «la verità della resurrezione non può essere compresa senza la carne e le ossa, senza il sangue e le membra», diceva san Girolamo. La decomposizione del corpo prodotta dalla Falciatrice è allora un passaggio doloroso ma un passaggio soltanto, un inganno. Del suo superamento cristiano ci parla tutta la liturgia e in particolare quella del triduo pasquale. Anche l’arte se ne fa piccola banditrice (e risulta così sempre cristiana). Buona Pasqua, dunque.

martedì 19 marzo 2013

L'ultima incoronazione

~ LA PIÙ SOLENNE CERIMONIA
DELLA CHIESA DI ROMA
NEL RACCONTO DI TADEUSZ BREZA ~

«Vivo un papa, se ne fa un altro»: c’è chi, deformando un proverbio, prova a mettere in evidenza il carattere enigmatico degli avvenimenti cui assistiamo in questi giorni. Distante anni luce dalla cerimonia odierna, «senza forza né splendore, sciatta e un po’ piagnucolosa», come scrive Pietro De Marco in un eccellente commento sull’edizione fiorentina del «Corriere della Sera» (nei prossimi giorni lo troverete online sul «Covile» n. 744), quella che qui rievoca Tadeusz Breza (1905-1970), scrittore polacco e direttore dell’Istituto polacco a Roma negli anni pacelliani, era il trionfo della forma. Seguiva la morte di Pio XII e per l’ultima volta si chiamò rito dell’incoronazione. Dopo il Concilio, pagine come queste potrebbero suscitare brividi di orrore negli animi semplici che se la prendono con la mondanità, con la sua appariscenza, piuttosto che con il mondo. La lotta cristiana al mondo, del resto, si presenta ben più complicata.
Scriveva dunque Breza, rappresentante diplomatico di un paese a quei tempi comunista, nel suo diario che si permette qualche accenno polemico e politico:

«Roma, 3 novembre ‘58
L’incoronazione del papa è fissata per domani. F. dice che il Sacro Collegio dei Maestri delle Cerimonie Apostoliche al completo ha supplicato un piccolo rinvio, non sentendosi la forza di allestire nello spazio di una sola settimana una cerimonia di quella mole, la più solenne di quante la Chiesa conosca. Ma Giovanni XXIII si è impuntato: vuole lasciarsi quanto prima alle spalle questo periodo di transizione, questa specie di tappa che si conclude soltanto con l’incoronazione. Per la curia essa rappresenta uno sforzo inumano, sia dal lato liturgico che da quello cerimoniale, a causa dell’enorme afflusso a Roma di delegazioni e di personalità, tra cui molte ex-teste coronate e pretendenti al trono che vengono a rendere omaggio al nuovo papa.

Le cose sarebbero un po’ più semplici per quel che riguarda i patriarchi, i vescovi e i metropoliti giunti a Roma, se non fosse per il loro numero che è enorme. Bisogna dividerli tutti gerarchicamente, assegnando a ciascuno il suo posto preciso nella Basilica e nel corteo, poiché si tratta di un mondo terribilmente suscettibile in fatto di prestigio. Basta un piccolo sbaglio, ed ecco crearsi dei rancori che si trascinano per anni e anni. [...]

Roma, 5 novembre ‘58
Una cerimonia fantastica! Ci alziamo alle cinque del mattino per essere in S. Pietro il più presto possibile: abbiamo dei biglietti per una tribuna piuttosto buona ma siccome i posti non sono numerati, chi arriva prima si prende i migliori, vicino alla ringhiera. Entriamo dall’Arco delle Campane con in mano il nostro permesso personale per assistere alla Coronazione. Il servizio d’ordine è perfetto. C’è un’infinità di Svizzeri, di Guardie e di Gendarmi, e noi passiamo in continuazione dagli uni agli altri. Sono appunto le sei e mezzo, ma tutte le piazze, piazzette, stradine e passaggi dietro alla Basilica sono già gremiti di macchine. Ne scendono magnifici prelati, signori dalle uniformi e dai frac costellati di decorazioni, e signore dalle toilettes con velo cosparse di brillanti. Corrono tutti come matti, incalzati dai ciambellani e dai monsignori del cerimoniale, che in questo momento badano più al fatto che non si creino ingorghi che al protocollo.

La cerimonia comincia con una messa, intercalata dall’omaggio reso al nuovo papa dai cardinali e dai canonici di S. Pietro; poi viene l’incoronazione e infine il corteo e la solenne benedizione dalla loggia esterna alla folla accalcata nella piazza. L’intera cerimonia dura cinque ore, ed è qualcosa di assolutamente unico nel suo genere: una solennità grandiosa, travolgente. Ne usciamo intontiti, accecati e assordati dai torrenti di luci, di suoni e di colori. Migliaia di luci, fanfare, inni: le pareti della basilica sono parate di chilometri di stoffa purpurea, resa cangiante dai galloni dorati; cortei sempre più straordinari avanzano nei loro costumi multicolori. Ogni particolare ha un suo preciso significato liturgico molto antico e, la maggior parte delle volte, estremamente complesso. Ad illustrarcelo è un monsignore con il quale Zosia e io abbiamo attaccato discorso, e che ci spiega volta per volta questa o quella finezza. Ma il frastuono delle trombe e dei brani di musica sinfonica, ora di Palestrina ora di Gounod, il quale tra l’altro è l’autore dell’inno dello stato vaticano dalla melodia vagamente operistica, ci impedisce di afferrare il significato mistico degli avvenimenti che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. Penso però che anche se mi riuscisse seguire tutte le spiegazioni, e anche se non mi sentissi frastornato dalla stanchezza, la proporzione tra l’ammirazione che provo per la forma e l’indifferenza che sento per il contenuto non ne uscirebbe affatto alterata. Non perché il contenuto mi sia estraneo: a Roma si impara ad ammirare ogni specie di antichità, non soltanto quella etrusca e latina. Se parlo di indifferenza, quindi, è solo perché qui la forma sovrasta imperiosamente il contenuto. Una forma travolgente, splendida, prepotente. Zosia, sempre più controllata, spalanca tanto d’occhi: le torna in mente una frase di Emerson, che ripete sottovoce: “La religione di un’epoca è la poesia di un’altra”.

Ma subito tace, perché in quello stesso momento da dietro l’altar maggiore spunta il corteo culminante della cerimonia, che si dirige verso la porta della Basilica. La folla non capisce più nulla: urla, batte le mani. Il papa la benedice dall’alto della sedia gestatoria, portata a spalla dai bussolanti in tunica rossa. Il corteo avanza lento, splendente, cangiante. Sfilano gli ordini, i capitoli, i cardinali, i grandi Maestri degli ordini cavallereschi, i dignitari vaticani dal costume diverso a seconda dell’epoca in cui fu creata la loro carica. Poi per mezz’ora sotto i nostri occhi sfila un interminabile fiume di mitre. Alcuni la portano in testa: sono i vescovi assistenti al Soglio, altri invece la portano in mano stretta contro il petto: sono quelli privi del titolo di assistenti al Soglio.
Ma portate in mano o sulla testa, di mitre ce ne sono non so più di quante specie diverse. Il monsignore ci indica quale mitra è preziosa, quale aurifregiata, e quale semplice, spiegandoci chi, quando e in quali circostanze vi abbia diritto. Poi, toccando le infule col dito, tanto ci passano vicino, ci inizia ai misteri della forma di questi solenni copricapo vescovili che, secondo le parole della formula consacrativa, devono servire ai vescovi, veri soldati, “da elmo protettivo… in modo che chi se ne adorna e la testa che se ne riveste appaiano terribili ai nemici della verità”. Terribile, a dire il vero, non ce ne sembra nessuna: alcuna hanno una forma insolita, e sono le mitre dei metropoliti e dei patriarchi di riti diversi da quello romano, come il rito melchita, copto, maronita, caldeo o armeno.

Anche il fiume di mitre finisce, al pari delle altre sezioni del corteo, composto prima dei porporati, dei cavalieri e dei dignitari, poi dei delegati ufficiali di sessanta stati e governi che hanno inviato delegazioni ufficiali per la cerimonia, e infine di altre due sezioni, le ultime ormai, scortate dai monsignori del cerimoniale e dagli ufficiali della Guardia Palatina. Quando è apparsa la prima di queste sezioni ho provato una sensazione strana. Fino a quel momento i membri del corteo erano persone vive, semplicemente rivestiti di costumi storici per l’occasione; ma questa nuova ondata di personaggi vestiti in abiti normali, di foggia odierna, sembrava una processione di fantasmi sbucati fuori da qualche ripostiglio: si sarebbe detto il finale di La Pazza di Chaillot. Per prima avanzava l’imperatrice austro-ungarica Zita, detronizzata quarant’anni fa. Poi nell’ordine secondo il quale furono spodestati, Ruprecht di Baviera, Federico di Sassonia, Giovanna di Bulgaria e altri ancora. Dopo di loro venivano i pretendenti al trono, seguiti dalle loro famiglie.

Il nostro monsignore ne riconosceva solo uno ogni tanto. Volta per volta lo sentivamo ripetere: Aosta, Asburgo, Borbone, Bonaparte, Braganza, Coburgo-Gotha, Savoia, e una volta persino Hohenzollern. Dopo questa sezione storica ne è sfilata un’altra, particolarmente curata dal protocollo vaticano, e composta di soli uomini: altri frac, altre decorazioni. Si trattava delle delegazioni ufficiali inviate a Roma dai grandi organismi internazionali come l’Onu e le varie derivazioni, e dai grandi enti europei: Mercato Comune d’Europa, Consiglio d’Europa, Comunità del Carbone e dell’Acciaio e Pool Atomico europeo.

Usciamo. Sulla piazza della Basilica ci troviamo circondati da ogni parte da un mare di gente. Alla luce del sole i colori delle divise e dei paramenti sacri si accendono, facendosi ancora più vividi. Una parte del corteo con il papa e i cardinali si reca nella Sala delle benedizioni, mentre il resto, tra cui anche il fiume di mitre, di cavalieri di Malta, di signori decorati e di Svizzeri in elmo e corazza scintillante, si schiera sulla scalinata monumentale della Basilica. Passa un altro quarto d’ora: adesso si ha veramente l’impressione di assistere a una colossale scena di massa di un’opera lirica, a un tutti di proporzioni gigantesche» (da Il portone di bronzo, Feltrinelli, 1962, pp.429-430; 432-434).

lunedì 18 marzo 2013

Le scimmie del rito

~ IL FEDELE E LO SPETTATORE
SECONDO IGOR STRAVINSKIJ ~

Le Sacre du Printemps ha cento anni. All’inizio del secolo scorso, il sacro, questo termine assai ambiguo portato trionfalmente in scena dagli antropologi, conquistava l’arte profana ma, per fortuna dei primi novecenteschi, la sacra liturgia era ancora ben salda, non confondibile con le copie empie, nonostante Wagner. In quel tempo, gli artisti si volevano sacerdoti e rubavano al rito, soprattutto cattolico. Nell’ultimo mezzo secolo invece anche la liturgia si è messa a rubacchiare alle miserabili rappresentazioni dei profani. Igor Stravinskij, autore del Sacre (il balletto che mostrava i sacrifici umani dei pagani), aveva chiara coscienza di tale confusione, correva l’anno 1935, e scriveva in Cronache della mia vita questa pagina illuminante:

«Non voglio parlare della musica di Parsifal, né di quella di Wagner in generale; oggi è troppo lontano da me. In tutta questa faccenda ciò che mi disgusta è lo spirito elementare che l’ha dettata, il principio stesso di collocare uno spettacolo d’arte sullo stesso piano dell’azione sacra e simbolica che costituisce il servizio religioso. In verità questa commedia di Bayreuth, col suo ridicolo cerimoniale, non è forse una semplice scimmiottatura incosciente del rito sacro?

Mi si contrapporranno forse i misteri del Medioevo. Tali manifestazioni avevano però come base la religione e come sorgente la fede. Per il loro spirito non si allontanavano dal seno della Chiesa che, anzi, le proteggeva. Si trattava di cerimonie religiose al margine dei riti canonici, e se presentavano qualità estetiche, esse erano solo un elemento accessorio e involontario che non ne ledeva la sostanza. Queste cerimonie erano dovute al bisogno imperioso dei fedeli di vedere gli oggetti della loro fede incarnati in modo tangibile, a quello stesso bisogno che creò nelle chiese le immagini e le statue.

Sarebbe veramente ora di finirla, una volta per tutte, con questa inetta e sacrilega concezione dell’arte come religione e del teatro come tempio. L’assurdità di questa misera estetica può essere agevolmente dimostrata col seguente argomento.
Non si può immaginare un fedele che assuma una attitudine critica di fronte all’uffizio divino. Vi sarebbe contradictio in adjecto, il fedele cesserebbe di essere fedele. L’atteggiamento dello spettatore è esattamente opposto; esso non è condizionato né dalla fede, né dalla cieca sottomissione. A teatro si ammira o si respinge; ciò richiede innanzi tutto un giudizio; non si accetta se non dopo aver giudicato; anche incoscientemente. Il senso critico ha dunque una parte essenziale. Confondere questi due ordini di idee, significa dar prova di mancanza assoluta di discernimento oltre che di cattivo gusto. Ci si può forse stupire di una simile confusione ai nostri tempi in cui la trionfante laicità, col degradare dei valori spirituali e con l’avvilire il pensiero umano, ci conduce irrimediabilmente a un totale abbrutimento? Si direbbe tuttavia che ci si renda conto del mostro che il mondo sta per partorire; si constata, con dispetto, che l’uomo non potrebbe vivere senza un culto. Allora si tenta di raffazzonarne qualcuno ricavato dal vecchio arsenale rivoluzionario, e con ciò si crede di far concorrenza alla Chiesa!» (traduzione di Albero Mantelli, Feltrinelli, 1979, pp.40-41).

martedì 12 marzo 2013

Un badante per il papa

~ CI SCRIVE ACCORATO UN LETTORE ~

In questi giorni terribili, ho ricevuto varie telefonate e messaggi d’ogni genere tramite tutto l’armamentario della comunicazione attuale: le persone più lontane dalla Chiesa di Roma erano quelle che mi dicevano del loro turbamento di fronte al gesto papale. Anche i più agguerriti nemici della Catholica non possono negare che nel mondo contemporaneo così piatto, nel globetto dei piccoli diritti, dei capricci, dei desideri irresponsabili, c’è un’unica eccentrica istituzione, la Chiesa che parla (che dovrebbe parlare) della morte e della vita, dell’apoteosi della carne sottratta alla fine umiliante, della sensualità del mondo (che non va confusa con le banalizzazioni correnti, che va anzi contrapposta alle astrattezze gnostiche), della parola evangelica che risuona eterna più dell’arte, dell’immensa questione del peccato (che non è la caricatura proposta dai laici)... Ebbene, l’11 febbraio questa eccentricità ha ricevuto un altro duro colpo. La sacralità del pontefice è stata ridotta a una faccenda di età e di dimissioni, come per un qualsiasi leader politico. Anche a San Pietro, la vecchiaia estrema è stata sottratta alla vista, come si fa nei condomini di mezzo mondo occidentale, imprigionata con qualche badante. Ecco la gioia dei peggiori: finalmente anche quell’angolo della terra che non segue la regola del così fan tutti è stato ridimensionato. Perché poi il sapiente professor Ratzinger si sia piegato alle regole secolari resta per me un mistero doloroso.

Un papa nascosto come succede ai vecchi nel mondo dei consumi: dopo aver creato per loro migliaia di prodotti, a cominciare da quelli farmaceutici e sanitari, li si cancella dallo spazio pubblico. Non sono belli da vedere, agghindati con quelle tute plasticose, con quei cappellini ridicoli, con le scarpe da ginnastica colorate come i ragazzotti, perché bisogna fare sport fino alla fine, frequentare le palestre più delle chiese, correre goffamente ogni giorno. Li si inganna con gli eufemismi, «terza età» non è quella gioachimita dello Spirito ma una categoria di compratori di merci senza glamour. A sentire la pubblicità, creme e chirurgia plastica garantirebbero una giovinezza perenne, ma poi, zac, d’improvviso arriva la condanna all’isolamento, segregati con una persona cui spesso è arduo anche comunicare per via della lingua straniera: nascosti e in silenzio. C’erano una volta patriarchi e matriarche che vivevano in case affollate nell’ossequio dei discendenti e anche nella rabbia malcelata di nuore e generi – perché no? – in attesa di eredità, comunque c’era vita, affetti e animosità; adesso anche per i papi sembra affacciarsi la singolare pena della morte anticipata in vita, della casa-tomba.

Prigionieri che escono soltanto per le innumerevoli analisi prescritte da medici pilateschi che si affidano alle macchine, trascinati da una Asl all’altra, per una continua sperimentazione sui loro corpi fragili, sciupio di quei pochi giorni che restano per infilarsi in stanze d’ospedale con luci artificiali a sottoporsi alle scansioni computeristiche dell’interno del corpo. Non si curano i vecchi, si mantengono in vita per il trionfo dei primari.

San Giuseppe già sul letto di morte in divina compagnia, Sant’Anna grinzosissima, Padre Pio con la bianca barba e piagato nel corpo erano i loro eroi e amici, i santi vecchi che testimoniano nella gloria degli altari che la decadenza fisica comporta compensi d’altro tipo, in un universo armonico e bello; e se le forze venivano a mancare, miracoli potevano sempre accadere: Abramo e Sara, carichi di secoli, figliarono addirittura. Ma la memoria è debole a quest’età, lontano dalle chiese e dalle immagini dei santi (che del resto cominciano a scarseggiare anche nelle chiese nuove delle periferie), durante le ore vuote nelle sale di attesa dei medici di base ci si riempie la testa di nomi enigmatici di farmaci, di malanni, di terrore dei corpi cui hanno asportato l’anima. Il dolore è ormai senza riscatto. E senza la consolazione celeste.

I «supercrip» come li chiamano in inglese, i superzoppi, come si traduce in italiano, sono coloro che afflitti da qualche invalidità puntano a eguagliare i ‘normali’, son riconosciuti come eroi perché imitano bene i sani. La Chiesa invece ha sempre affermato che i corpi dei vecchi e dei malati hanno qualcosa di divino proprio in quanto testimoni della sofferenza, sono sacri. Con buona pace di Nietzsche, il rovesciamento dei valori è lì, i vecchi e i malati hanno un posto più in alto nella gerarchia rispetto ai giovani e ai validi. Anche l’essere umano con il più schifoso dei morbi merita la venerazione dei santi. E i corpi sacri dei papi continuavano a esser sacri anche quando si decomponevano tra le infermità, anche quando si deturpavano per qualche accidente fisico, anche quando si intorpidivano per la decrepitezza.

«A sua immagine»: il privilegio che divinizza l’uomo vale soprattutto per storpi, malati, vecchi. Il Cristo con il volto massacrato dalle torture, che invoca il Padre perché il corpo si sente abbandonato, è addirittura la migliore rappresentazione del Dio incarnato, l’emblema del cattolicesimo, quel crocifisso che non a caso irrita tanti moderni con il mito della salute…

E. F.

venerdì 8 marzo 2013

Il papa debole

~ UNA SINGOLARE PREVISIONE
DEL CONTE DE MAISTRE ~

Nel 1816, il fiero nemico della modernità, il teorico della restaurazione cristiana, il conte savoiardo Joseph-Marie de Maistre pubblicava Du Pape, un trattato ultramontanista, un’apologia del primato del pontefice romano. In quel libro, oggi considerato scandaloso, si legge questa acuta quanto singolare previsione che trova conferma l’11 febbraio del 2013 con la rinuncia di Ratzinger. La riproduciamo dalla edizione italiana (Del Papa, Napoli, 1822, a pagina 149):

«… e lungi che nel momento attuale abbiano a temersi gli eccessi del potere spirituale, deesi al più presto temere dell’opposito, cioè che i Papi manchino della necessaria forza a sostenere l’immenso carico che viene loro addossato, e per soverchio piegare non perdano finalmente la forza e l’abitudine a resistere».

mercoledì 6 marzo 2013

Il papa nascosto


~ I MEDIA NON LO CERCANO
E NON ALMANACCANO SU QUELLO CHE VERRÀ ~

Uno pseudo situazionista (in realtà un dirigente della televisione di Stato), forte della sua competenza nel campo, preconizzava a metà febbraio che, arrivati all’ultima domenica del mese, l’Angelus d’addio di Benedetto XVI avrebbe oscurato le elezioni politiche italiane: forse – affermava più o meno il guru televisivo – l’eco delle parole pronunciate dal balcone del Palazzo apostolico sarà così grande, così forte il pathos per l’ultima apparizione del papa tedesco, che il giorno dopo i telegiornali si dimenticheranno di annunciarci il risultato del voto. Previsioni sbagliate. Da noi, i ludi elettorali hanno sbaragliato l’evento pontificio. Ma anche sulla stampa straniera, l’abbandono sofferto del trono di Pietro non suscita adeguato clamore. Manca il suggello della morte per chiudere un pontificato e archiviarlo come si fa da secoli. Nel codice mediatico, somiglia in modo impressionante a una soluzione da fiction.

Il gesto ratzingeriano del nascondimento, dopo lo stupore iniziale, ha prodotto piuttosto imbarazzo e successivamente silenzio. Non si poteva ripetere all’infinito gli aggettivi «coraggioso» e «umile». Giornali e televisioni hanno preferito parlare dei loro argomenti prediletti: sesso e denaro. Inutile spiegare anche ai poveri fedeli come si tratti di una riduzione della Chiesa bimillenaria alle esclusive misure del mondo, con i vaticanisti travestiti da cronisti della ‘rosa’ o della ‘giudiziaria’. Si vedono i cattolici praticanti pendere dalle labbra della «Repubblica» quasi il quotidiano modaiolo fosse un pio curato, senza una sana indignazione per le sciocchezze che pubblica ogni mattina su un universo che le è proprio estraneo, anche se appunto tale sciocchezzaio scandalistico è collocato in taglio basso.

Il papa (emerito o meno) sta nascosto ma i giornalisti non provano neanche a cercarlo, i paparazzi non si appostano per sorprenderlo, e certo non si tratta di rispetto. Semplice disinteresse. Folle di fotografi e operatori urlanti – secondo le sempiterne scene della Roma felliniana – si precipitano addosso ai giovani eletti della setta politica che si diffonde come un virus sulla penisola. A Castelgandolfo, dove l’agonia di Pio XII provocò la prima, irruenta, invasione dei media, adesso regna il silenzio.

C'è una chiacchiera dominante sui bus e nei bar; per i vicoli della città eterna gli artigiani parlano sull’uscio delle loro botteghe, assai inoperose di questi tempi, e non si interrogano sul sovrano sparito dall’urbe, sullo strano conclave alle porte, bensì ricapitolano quelle balordaggini sopraggiunte nel Parlamento italiano, e si captano frasi volanti, intrise di uno Zeitgeist maleducato: «i partiti si sono trasformati in organismi di potere…», dicono con aria di saperla lunga, pretendendo che la politica sia un’opera di beneficenza, un’attività di volontariato...

Storici e cardinali ripetono sempre che la fine del potere temporale rappresentò per la Chiesa di Roma una vera liberazione, sottratta alle catene mondane, agli impacci politici, alle distrazioni materiali, ma neppure la Chiesa del beato Pio IX fu considerata dagli accaniti anticlericali del tempo alla maniera negativa con la quale si guarda in queste ore a quella attuale. Nessuno allora la dipingeva come un’accolita di pederasti e di banchieri loschi. Al più si polemizzava con l’aspetto ideologico, le si rovesciavano addosso le accuse dell’illuminismo vecchio di un secolo, si ricorreva alle argomentazioni di Kant sulla coscienza, si duellava a colpi di dogmi scientifici, si usavano le armi filologiche per contraddire un passo evangelico, si considerava il papato come la causa della particolarità italiana, prendendosela con la cultura controriformista, con il manierismo e con il barocco, talvolta addirittura con il Rinascimento. La colpa era di Machiavelli e dei gesuiti: dispute elevate, in fondo. Adesso, di fronte a un Vaticano privato da oltre un secolo del potere politico, sottratto al gioco delle grandi potenze, un Vaticano angelico – «dagli eunuchi per il Regno» (secondo Matteo 19,12) al Regno degli eunuchi – , uno staterello apolitico, si addita la Santa Sede come il più turpe esempio di umanità. La figura del papa e quelle dei cardinali sono accostate anzitutto al sesso imperdonabile (o che almeno alla Chiesa cattolica non si perdona), quella pedofilia che viene enfatizzata e lodata nel mondo pagano dei greci, anche sui libri di scuola, e in modo esplicito. Si dà poi dei mafiosi riciclatori ai responsabili delle istituzioni economiche vaticane, avvolgendo la Chiesa con un’altra parola tabù: mafia. Infine, il ritiro della scomunica per i vescovi seguaci di monsignor Lefebvre (naturalmente la scomunica che i papi del Concilio trovavano fuori luogo per i potenti persecutori dei cristiani va mantenuta per i fedeli minoritari della liturgia millenaria!) provoca un’altra macchia fondamentale per la curia ratzingeriana, niente di meno che il negazionismo (per colpa di un vescovo lefebvriano che aveva idee balzane sulla storia della seconda guerra mondiale). Nessuno si fa scrupoli di fronte al negazionismo del comunismo né qualcuno chiede se non meritino una scomunica o quanto meno un ammonimento i monsignori mediorientali benedicenti le masse assatanate che vogliono fare strage di ebrei in ‘Terrasanta’, spesso trasportando nelle loro auto diplomatiche di nunzi le armi per i terroristi che fanno il tiro al bersaglio sull’israeliano. Oggi non si distingue più, come ancora si faceva in tempi ‘risorgimentali’, tra la Santa Sede e la Chiesa, la centrale cattolica è vista come una banda di politicanti e il piccolo Stato come uno scandaloso tradimento del Vangelo. L’«affettività antiromana» di cui parlava Carl Schmitt è diventato confuso cosmopolitismo che appiattisce tutte le città dell’Occidente.

I media cercano solo il nuovo o il presunto tale e seppelliscono cinicamente ogni traccia del passato, organizzano l’oblio. Isolano le frasi, spezzettano la vita, parcellizzano il sapere e lo rendono merce. Il loro novum è l’opposto di quello lieto annunciato dai cristiani. I media sono assertivi, urlanti, aggressivi, ansiogeni, vendono slogan, incantano il mondo; l’horror ha la maggiore attrazione. Nei momenti critici delle riunioni di redazione, entra il cronista di ‘nera’ promettendo ai colleghi la «bella notizia»: un orribile delitto con particolari macabri da mettere in prima pagina. La medesima logica sovraintende alla rinuncia di un papa, alla preparazione di un conclave. Per i palati assuefatti ci vuole l’attacco blasfemo alla religione dell’amore, al Cristo che difende gli innocenti, all’unico libro che celebra la vittima. Se poi non bastasse il giornalismo d’assalto c’è magari, in guisa più salottiera, il vangelo della Passione 'demitizzato' su Radiotre da un pastore protestante che con sussiego da studentello secchione fa diventare la Coena Domini una cenetta tra amici, mentre la conduttrice ride divertita al pensiero dei retrogradi che prestano fede alla storia del pane e del vino. Nessuno scandalo, per carità, è solo banalità del male, trionfo dei luoghi comuni, forse semplice mancanza di fantasia. Anche per questo motivo, è impossibile capire dai giornali quello che sta accadendo nella valle dove Pietro fu crocefisso dai romani.

giovedì 28 febbraio 2013

Alle otto della sera


~ LA SPARIZIONE DEL PAPA
NELLA PERCEZIONE DEI MODERNI ~

Da secoli il papa sembra sparito nella percezione dei moderni, una interminabile sede vacante. In tempi più recenti i media propongono una specie di leader impolitico che si batte per la pace mondiale. Nell’ultimo anno del Settecento, dopo che il pontefice romano, fatto prigioniero e deportato in Francia dai napoleonici, era morto in esilio, Novalis, proprio durante una drammatica sede vacante, deprecava questi tempi moderni, rimpiangeva l’universalità cattolica, scriveva un librino, Die Christenheit oder Europa, poetica apologia del papato come chiave di volta della rigenerazione dell’Occidente. Il letterato romantico ricostruiva l’Europa del medioevo e la forma politica che contraddistingueva la Chiesa di Roma, la monarchia assoluta del successore di Pietro e la possibilità per tutti di accedere alla «corporazione» del clero:

«Erano belli, splendidi tempi quelli in cui l’Europa era una terra cristiana, in cui un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo umanamente configurata, e un unico grande interesse comune univa le province più remote di questo vasto reame spirituale. – Senza grandi possessi terreni, un solo capo supremo dirigeva e unificava le grandi forze politiche. – Una numerosa corporazione [ossia, il clero], cui ognuno aveva accesso, gli era immediatamente sottoposta, ne eseguiva i cenni e si adoperava con ogni zelo a consolidarne la benefica potenza».

Il poeta tedesco usava toni fiabeschi per rievocare l’universo cattolico:
«Con quale serenità si lasciavano le belle riunioni nelle chiese misteriose, ornate di edificanti immagini, piene di dolci vapori e animate da una musica santamente edificante! [...] Giustamente il saggio Capo supremo della Chiesa si opponeva al temerario sviluppo delle facoltà umane a scapito del sentimento religioso [...]. Alla sua corte si radunavano tutti gli uomini saggi e venerandi d’Europa. Ogni tesoro vi affluiva: la distrutta Gerusalemme si era vendicata e Roma stessa era diventata Gerusalemme, la residenza sacra del regno divino in terra. I príncipi presentavano le loro controversie davanti al Padre della Cristianità, ponevano spontaneamente ai suoi piedi le loro corone e la loro magnificenza, e stimavano addirittura loro gloria il concludere la sera della loro vita, come membri di quest’alta congrega, in divine contemplazioni tra le solitarie mura di un chiostro. Come questo governo, questo ordinamento, fosse benefico, e quanto fosse consono all’intima natura degli uomini, lo mostrò la potente ascesa di tutte le altre forze umane, lo sviluppo armonioso di tutte le facoltà, l’incredibile altezza raggiunta da alcuni uomini nei vari campi delle scienze umane e delle arti, e il commercio di prodotti spirituali e materiali fiorente per ogni dove, nella sfera d’Europa e fino alle Indie lontane. Questi erano, nella loro essenza, i luminosi segni dei tempi genuinamente cattolici o genuinamente cristiani».

Benché cresciuto nella cultura pietista, Novalis prendeva le distanze dalla ribellione luterana:
«Questo grave scisma interno, accompagnato da guerre devastatrici, fu un segno notevole del danno che la cultura arreca al senso dell’invisibile, o almeno del danno temporaneo di un certo grado di cultura. [...] A buon diritto gli insorti si chiamarono Protestanti, in quanto protestavano solennemente contro ogni pretesa d’interferenza nelle coscienze di una potestà incomoda e, in apparenza illegittima. [...] Divisero la Chiesa indivisibile e disertatono empiamente dall’universale comunità cristiana, attraverso la quale, e nella quale soltanto, era possibile la vera e durevole rinascita. La condizione di anarchia religiosa deve essere solo passeggera, poiché la necessità di consacrare unicamente a quest’alta missione un gran numero d’uomini, e di rendere questo numero d’uomini indipendenti dalla potenza terrena in considerazione di questo loro stato, acquista efficacia e validità permanenti. [...] È percio che la storia del Protestantesimo non sarà larga di nessuna grande e splendida apparizione del sovraterreno [...]. Già ben presto si nota l’inaridirsi di ogni senso del sacro; l’interesse mondano ha già preso il sopravvento, il senso artistico ne soffre per simpatia, e solo raramente scaturisce qua e là una schietta ed eterna scintilla di vita».

E insistendo sulle forme moderne che aggrediscono il papato:
«Il risultato del modo di pensare moderno lo si chiamò filosofia, in essa comprendendo tutto ciò che è contrario all’antico, e in primo luogo, quindi, ogni idea contraria alla religione. L’odio personale inizialmente nutrito per la fede cattolica si trasforma a poco a poco in odio per la Bibbia, per la fede cristiana e alla fine addiritura per la religione. Di più: l’odio per la religione si estese molto naturalmente e conseguentemente a tutti gli oggetti dell’entusiasmo, sconsacrò fantasia e sentimento, morale e amore dell’arte, speranze e tradizioni; a stento conservò l’uomo a capo della gerarchia degli esseri naturali [...]. In Germania [...] si cercò di conferire all’antica religione un senso più aggiornato, più raionale, più corrivo, facendo scomparire accuratamente ogni traccia di miracolo e di mistero. [...]. In Francia si è fatto molto per la religione, togliendole il diritto di cittadinanza e lasciandole solamente il diritto di ospitalità».

Ma Novalis si soffermava anche sulla reazione cattolica alla ribellione protestante, sottolineando il ruolo della Compagnia di Gesù, di quei fedelissimi del papa, che un giorno, il papa stesso, costretto dalle potenze mondane, scioglierà per debolezza:
«Tutti gli incanti della fede cattolica divennero nelle mani di questa società [la Societas Jesu, l’ordine fondato da Ignazio di Loyola] anche più potenti, i tesori delle scienze rifluirono nelle celle dei suoi adepti. E costoro cercarono con vari mezzi di riconquistare nelle altre parti del mondo, nel lontano Occidente e Oriente, ciò che era andato perduto in Europa, e di appropriarsi e far valere la dignità e la missione apostolica. E non rimasero indietro neanche nella ricerca della popolarità, ben sapendo quanto Lutero avesse dovuto alle sua arti demagogiche, alla sua conoscenza del volgo. Dovunque fondarono scuole, penetrarono nei confessionali, salirono alle cattedre e occuparono le stamperie, divennero poeti e filosofi, ministri e martiri e, nell’immensa distesa di terre che dall’America va oltre l’Europa in Cina, attuarono il più meraviglioso accordo tra l’azione e la dottrina».

Concludeva Novalis con una specie di appello:
«L’antica forma cattolica [...] era Cristianesimo applicato, divenuto vivo. La sua onnipotenza nella vita, il suo amore per l’arte, la sua profonda umanità, l’inviolabilità dei suoi matrimoni, la sua filantropica espansività, il suo amore per la povertà, per l’obbedienza, per la fedeltà, lo fanno riconoscere come pura religione», ma «la sua forma contingente è come annientata, l’antico papato giace nella tomba, e Roma per la seconda volta è in rovina. Non deve finalmente cessare il Protestantesimo, e far posto a una nuova Chiesa più duratura? Le altre parti del mondo attendono la riconciliazione e la resurrezione dell’Europa, per aderire ad essa e farsi concittadini del regno di Dio. Non dovrebbe l’Europa veder di nuovo una fiorita di anime veramente sante, non dovrebbero tutti i veri congiunti nella fede sentire incontenibile il desiderio di vedere il cielo in terra e di radunarsi a intonare santi cori?» (da Cristianità o Europa, Einaudi, 1942, pp. 4-26).

mercoledì 27 febbraio 2013

Il papa eremita

~ DOVE DEVE STARE IL CUSTODE
DEL DEPOSITO DELLA FEDE? ~

Oscurato da risibili risultati elettorali in Italia, l'atto definitivo del pontificato di Benedetto XVI si avvia alla sera nella distrazione dei suoi romani. Degli interpreti intelligenti di questo epilogo provano a leggere le frasi di addio contenute nell’ultimo Angelus pubblico di Benedetto come la migliore spiegazione di quel suo gesto misterioso di rinuncia: il pontefice, allo stesso modo di Pietro nel Vangelo della Trasfigurazione, si vorrebbe dedicare alla contemplazione, e lascerebbe ad altri il compito del pastore. Difficile da accettare. Forse è la conclusione del papato degli ultimi centocinquanta anni senza più il potere temporale, senza più la parte terrena, anzi così spirituale da divenire incomprensibile (o sospettato delle peggiori nequizie), che si presenta come una comunità di angeli o quanto meno di monaci in un piccolissimo regno che pur somiglia tanto al resto degli altri stati. E un giorno il monaco si fa eremita. Ma non si rimane papa anche giacendo in un ospedale o chiuso in una prigione o riparato in una cella di preghiera? «Pasci le mie pecorelle», è vero, dice Gesù a Pietro, eppure in questa epoca della visibilità assoluta anche un anacoreta potrebbe rappresentare una grande figura di papa (un qualche cenobio è scovabile pure nella valle vaticana, e san Benedetto da Norcia benché in fuga dalla societas secolare – «ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio» – seppe poi far da guida a molte anime). Un modello ascetico, agli antipodi dell’universo mediatico, sarebbe già una forma pastorale, un insegnamento silenzioso. Perché contrapporre nettamente la ricerca spirituale al ministero petrino?

In un’intervista di undici anni fa allo storico cattolico Giorgio Rumi (1928- 2006) – sulla rivista «30giorni» (anno 2002, n. 5) – , parlando della lunga malattia di Giovanni Paolo II, si diceva come il papa non fosse la star costruita dai media, come anche un vecchio malato potesse, nell’eremitaggio della sofferenza, rappresentare Cristo su questa terra:

«La sovraesposizione mediatica contribuisce a distorcere tutto. Lo si vede bene in questo stillicidio morboso di notizie e dibattiti sulla salute del Papa regnante . […] La funzione propria del ministero del papa è custodire il deposito della fede. Questo, il papa può farlo anche dal suo letto di ammalato. Se poi vuole andare a trovare i cento cattolici in Azerbaigian, per confermarli nella fede, anche questo può farlo pure in carrozzella. Invece, l’esposizione mediatica ha reso impensabile il fatto che un papa possa esercitare il suo ministero anche se è chiuso in una stanzetta, lontano dai riflettori. Anche se non assume un profilo da personaggio. Sembrano tutti scandalizzati, sconvolti perché non è più giovane e aitante. Vedo una certa crudeltà diffusa in come viene trattato l’argomento dei malanni del Papa. Quasi ci fosse l’auspicio di allontanarlo. Invece di rispettarlo come un padre a cui si vuol bene, e che rimane padre, anche se è vecchio e malato».

venerdì 22 febbraio 2013

Vigor animae

~ NOTE IN MARGINE A UNA PAROLA-CHIAVE
DEL TESTO DELLA RINUNCIA DEL PAPA ~

Perplessi ancora o forse ancora più perplessi nell’approssimarsi dell’ora finale del papato ratzingeriano, si torna a leggere le poche parole che sconvolgono la storia del ministero pontificio, la frase in latino che fa tremare la Cattedra di Pietro celebrata proprio oggi in tutte le chiese dell’orbe, cathedra appunto, trono, seggio dei sapienti in origine, non tavolo office, non poltrona girevole design, posto di comando per – Dio ci scampi – manager della fede. L’occhio cade su una delle righe centrali dello scarno discorso di addio, laddove si argomenta che per condurre la navicella di Pietro «etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam», che in italiano suona: «è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». Sulla debolezza fisica nella vecchiaia lasciamo sproloquiare gli editorialisti che addirittura confondono pontefici e politici (questi ultimi si abbarbicano laicamente al potere e, vegliardi, non ritengono di doversi distaccare dalle miserie della vita per riflettere in limine sulle cose dello spirito; il papa all’opposto sta lì a indicare Dio, è giusto che lì rimanga anche nel travaglio della malattia, anche moribondo, ché la sua religione ha per simbolo appunto un uomo in atroce agonia, son dunque ruoli che non si possono confrontare; altro è l’interrogarsi sulla legittimità del politico alla luce del gesto di Benedetto, cui accenna con grazia Agamben). Sulla diminuzione del «vigore dell’animo» detta a chiare lettere si resta invece attoniti. E incessantemente si medita, magari in maniera nervosa e sommaria, su quella strana vicenda di mezzo secolo fa, quando la Chiesa di Roma sembrò spogliarsi della sua tradizione, abbandonare la forza d’animo per una simulazione della chenosi divina.

Forse due insigni gesuiti degli anni Cinquanta avrebbero potuto gettare acqua gelida sul fuoco dell’ottimismo facilone che divorava la Chiesa alla vigilia del Concilio. Ovvero, padre Felice Cappello, circondato dalla fama di santità ancora in vita, e padre Virginio Rotondi, che convertirono sul letto di morte Curzio Malaparte al cattolicesimo, avrebbero dovuto informare i loro confratelli di quel che c’era scritto nei libri del convertito, romanzi e saggi a quei tempi ancora all’Indice. Quanti equivoci sarebbero stati così evitati. Lo scrittore pratese aveva raccontato con immagini indimenticabili la morte dell’Europa: cadaveri che figliavano cadaveri, generazioni uscite dai giorni dell’odio di due guerre civili e mondiali al contempo, sotto il segno di Caino, stragi come non si erano mai viste nella lunga storia umana, puzzo di carogne, mutazioni antropologiche, l’asservimento ai vincitori di turno, l’abiezione, lo spegnimento definitivo della joie de vivre che aveva brillato in Occidente per secoli. Altro che la bellezza del creato sempre cantata dal cattolicesimo, si finiva in un nichilismo variamente agghindato di mistica del dubbio, di verità approssimative e indicibili, di un generico sentimentalismo assai sciatto. Se i vescovi che si adunarono speranzosi a Roma avessero avuto chiaro questo orrore in testa non si sarebbero lasciati andare all’ingenua ammirazione del mondo del dopoguerra, al frettoloso recupero di una belle époque ormai scomparsa. Se poi si aggiungeva a una sì sinistra prospettiva il fatto che una parte consistente d’Europa era finita in un regime dove regnava l’ateismo, i primi stati al mondo costituzionalmente atei e persecutori della religione (ma questa seconda caratteristica si ripeteva nei secoli), c’era da supplicare il Cielo non da assoggettarsi alla Terra.

Chissà, i reverendi padri conciliari si lasciarono abbindolare dalle fatue distrazioni degli ex combattenti, dal gergo giovanile che urlava la sua utopia, dalle rivoluzioni che promettevano molto facendo il verso a quelle, culturali e politiche, del primo Novecento. Si registrò la mancanza totale del realismo tradizionale, probabilmente per non guardare una scena troppo spaventosa, per mettere tra parentesi le immagini macabre, per venir meno del coraggio, così come si preferì non dare più importanza alla immensa prigione comunista che si estendeva da Berlino all’Asia, sorvolando sulle torture di vescovi e fedeli non per antica abitudine alla trattativa diplomatica bensì per un amore vagamente sconsiderato che oggi si direbbe «new age», privo di fermezza, di forza morale.

Né ci si accorse che gli intellettuali erano magari ancora alla ricerca della bonaventuriana «perfezione cristiana» e che avendo la Chiesa tralasciato tale tema e rincorso tutte le ideologie presenti sul mercato, i più seri si interessavano al marxismo (nella versione della scolastica sovietica come nelle fantasie sofisticate degli occidentali) oppure, stanchi del materialismo capitalista, ricorrevano al ‘fai da te’ sublime della gnosi, non avendo più un mysterium rivelato di fronte al quale inginocchiarsi. Già da allora e forse da prima dell’assemblea conciliare non ci si poteva accontentare della debolezza spirituale predicata da Roma negli ultimi tempi, la ragionevolezza del mondo avendo poco a che fare con la ragione tomistica.

Se era invecchiata la cultura cattolica, se aveva subìto seri colpi con l’avvento della modernità, se di fronte all’attacco era ripiegata in un puritanesimo più di scuola protestante, se si era chiusa, arroccata – come si diceva con sprezzo, senza un minimo di comprensione e di misericordia – in attesa di tempi migliori, non si può dire che il «sacrosanto concilio» ebbe echi rilevanti nella cultura del secondo Novecento, a parte il chiasso giornalistico, in particolare nell’attenta quanto strumentale riflessione della pubblicistica italiana di sinistra. O forse nei residui di un protestantesimo già sconfitto e necessariamente dialogante. Ma intellettuali, letterati, pensatori, artisti, quel po’ che rimaneva, se ne fuggirono, perfino verso altre religioni, si pensi al successo del buddismo. La nuova arrendevolezza della Chiesa di Roma non riusciva ad attrarre nessuno.

Quali scrittori si possono accostare al Vaticano II così come si dice di quelli, nobilissimi, del Tridentino? E quali pittori, e quali filosofi, e soprattutto, visto l’argomento, quali santi? Piuttosto che produrre una propria cultura ci si accontentò di scopiazzare quella degli altri (con grandi prestiti dal protestantesimo) e adattare alla meglio i propri dogmi a quelli imperanti. Si accorsero insomma i vescovi radunati in Vaticano che quel frettoloso accostarsi al mondo, alle ragioni del mondo, alla sua cultura del tutto secolarizzata, li portava dritti dritti, e nonostante puritanesimi di marca protestante e pauperismi di marca socialista, verso la cultura che si stava affermando in quel tempo, ossia la cultura dei consumi? Anche del consumo ideologico, facile, imposto dalle mode. Eppure fino ad allora c’era stato un grosso limite al consumismo nascente: il cattolicesimo. Sia perché il mondo cattolico – come scriveva Goffredo Parise – veniva considerato «troppo carico di cultura, troppo carico di doveri culturali; non facilmente smerciabile né apprendibile né recettibile», sia perché «il mondo cattolico possiede una cosa impossibile da consumare: il mistero. Il mistero è il nemico numero uno della consumabilità, perché non si tocca e non ha alcuna immediata utilità. È proprio l’opposto della consumabilità» (Nuovo potere e nuova cultura, in Opere, i Meridiani Mondadori, vol. II, p. 1408). E anche, andrebbe aggiunto, «nemico» di quella comunicazione totale, presuntuosa, corriva, che contraddistingue disgraziatamente la Chiesa post-conciliare.

In luogo dell’imago Coeli si scelse l’imago mundi ma arrivando tardi, ridicolmente tardi, quando il mondo aveva perduto la sua tragica e luminosa grandezza per divenire un globetto unificato dall’economia, dai soldi come unico orizzonte, dalla produzione per la produzione, dalla magnifica ricchezza di questa terra trasformata in merci, dalla parodia come solo canone, anche nei rapporti umani…

Sesso e denaro: non riescono a vedere altro i giornali dietro alla vicenda vaticana. I più tenebrosi sospettano ancora la massoneria (i medesimi sospetti che a sinistra nutrono per la cellula denominata «P2», come se davvero quelle vecchissime congreghe avessero un qualche rilievo oggi). Gli affari dello spirito e dei corpi, della ragione e della speranza umane, la volontà di vincere la morte, il giusto orgoglio di essere a immagine di Dio, il sogno paradisiaco: questi sono i temi cattolici che nutrirono gli ingegni rinascimentali come dell’epoca barocca e di altre stagioni gloriose. E adesso? Dopo mezzo secolo di melassa altruista senza fede nella propria resurrezione, di ascesi senza Paradiso, di liturgia senza Cielo, arriva questa rinuncia. Non a caso si dice rassegnare le dimissioni, c’è in quel gesto una certa rassegnazione e un dismettere, un buttar via, un lasciar andare, un abbandono. Un consegnarsi nelle mani altrui. Di chi, in questo caso? Quanto è purtroppo consumabile la rinuncia ratzingeriana, quanto sembra appartenere al linguaggio del mondo, alla logica del benessere, alla vecchiaia da redimere con i farmaci, al culto pernicioso della giovinezza.

venerdì 15 febbraio 2013

Dalla parte del dogma


~ ASPETTANDO LA SEDE VACANTE
IN COMPAGNIA DI GIRARD E DI STEINER ~

Spregiudicati i ‘progressisti’ che, un po’ per furbizia, un po’ per abitudine a piegarsi a ogni evento mediatico, si appassionano adesso del papa teologo da loro tanto avversato e si impadroniscono del suo gesto triste. In un attimo viene rovesciato il trend degli ultimi tempi. A mezzo secolo di distanza dal Concilio giovanneo, lo si stava rivedendo con meno ossequio alle ‘novità’ che sempre incantano i nostri contemporanei, si mettevano grossi interrogativi su alcuni aspetti, se ne incrinava il culto ridicolo, lo si risistemava – Ratzinger in primis – nella tortuosa e bimillenaria storia della Chiesa, sottraendolo così a quella sua presunzione d’essere origine assoluta dell’autentico cristianesimo dopo secoli di equivoci (scontato peccato d’ogni eresia del nuovo inizio, dell’«anno zero», del calendario riscritto…), era in corso insomma un processo di demitizzazione quando in un inimmaginabile contropiede lungo appena un giorno gli anti-tradizionalisti segnano un gol decisivo che dovrebbe assicurar loro la vittoria per i prossimi secoli. Così almeno lo presentano esultanti: un definitivo abbandono della differenza cattolica, un appiattimento sulle banalità del mondo, un colpo mortale alla sacralità del corpo. Ma è davvero andato in tale modo? Benedetto ha rinnegato un fondamentale del cattolicesimo? Questa è la vulgata imposta dalla cosiddetta pubblica opinione. Qualcuno però si occupa di contrapporre un briciolo di verità a tali arbitrarie sentenze? È mai possibile che il magistero ecclesiastico sia riconducibile al riflesso degli editoriali e delle battute nel foro televisivo o per la rete elettronica, nel migliore dei casi alle conferenze-stampa dei ‘portavoce’? Il diritto canonico sarà dunque fondato d’ora in poi sulla giurisprudenza giornalistica? sugli elzeviri dei vaticanisti? l’ermeneutica giuridica si nutrirà dei boatos? Una intervista radiofonica ad Hans Küng definirà il ministero petrino che mezzo secolo fa l’intervistato aveva in animo di abolire? Si ridurrà la missione del vicario di Cristo alle nomine bancarie dello Ior, facendo credere che, come nella politica italiana, è solo una faccenda di soldi e di tasse? Chi risponderà a questo fiume di sproloqui cui si aggiungono le parole vane ma concise dei cinguettii in voga? i fedeli preoccupati? i romani che si sentono abbandonati dal loro sovrano? i poveri blogger che si richiamano alla tradizione benché sconfortati dagli eventi di questi giorni? Dove è la parola autorevole nella sede vacante già spalancata?

I dogmi, non l’opinione pubblica ammantata di falso profetismo, sostanziano la Chiesa cattolica. Se non si osservano più i dogmi si può sciogliere l’impresa, mandare a casa i cardinali, privarli delle loro sontuose porpore. E ci vuole coraggio a difendere i dogmi di fronte al tribunale delle folle twittanti o degli apologeti melliflui del Vaticano II con il loro linguaggio ‘pastorale’ che non vuol sentire parlare di punti fermi, che celebra l’impressionismo teologico, l’espressionismo mistico, il flusso delle coscienze. Quel coraggio lo ha mostrato Joseph Ratzinger, prima come prefetto del Sant’Uffizio, come defensor fidei, poi come pontefice, e metteva paura a tutti loro il suo rigore. Cosa intendono allora per ‘coraggio’ gli impauriti di ieri quando elogiano in modo infingardo il gesto di Benedetto?

Questo Almanacco ha ricordato una volta come in un libro di René Girard dell’inizio del terzo millennio, La pietra dello scandalo (Adelphi), il pensatore francese dialogando con Maria Stella Barberi a proposito delle calunnie su Pio XII, dicesse: «Del resto si tratta delle stesse motivazioni che guidano le polemiche scatenate contro il cardinale Ratzinger. La terribile dittatura del cardinale Ratzinger! Per caso lei l’ha mai incontrato? M. S. B. – Credo di averlo incontrato nelle condizioni ideali. Aveva appena dato una conferenza alla Sorbona, e quello che ricordo di lui è soprattutto la sua forza intellettuale. R. G. – È un uomo dotato, e di modi estremamente piacevoli, ma per certi Americani è peggio di Eichmann, Goebbels e Stalin messi insieme. Si rende conto del coraggio che devono avere uomini nella sua posizione per opporsi al mondo intero, e rendersi impopolari ricordando ai teologi cattolici che ci sono dei limiti oltrepassati i quali non ci si può più dire legittimamente cattolici. Ratzinger non è nelle condizioni di imporre nulla a nessuno, dal momento che nessuno può essere costretto a restare nella Chiesa contro la sua volontà. Il cardinale non fa che ripetere ciò che la Chiesa ha sempre detto. Egli esprime anche la sua inquietudine rispetto a quello che vede ovunque, e questo meriterebbe qualche riflessione…». Sì, è proprio vero, ha ragione Girard, tutto ciò meriterebbe varie riflessioni, a maggior ragione dopo l’acclamazione dei ‘laici’, degli avversari convertiti repentinamente, dei denigratori del «pastore tedesco» dipinto finora come un cane di guardia dell’ortodossia. Non si dimentichi che prima ancora di essere eletto papa il professor Ratzinger suscitava la più profonda avversione dei luogocomunisti di tutto il mondo, gazzettieri e accademici, vescovi e politicanti, trasformatasi in un istante, la mattina dell’undici febbraio 2013, in una ammirazione untuosissima e ripugnante.

Ai loro orecchi era suonata scandalosa l’idea ratzingeriana della continuità del Concilio con l’intera storia della Chiesa. Se infatti tale ipotesi del teologo bavarese vanificava le congetture dei più radicali tra i conservatori usi a considerare il Vaticano II come un colpo di mano dei traditori di Roma, allo stesso tempo immiseriva l’orgoglio dei fedelissimi di costituzioni, decreti e vari documenti conciliari, dalle prose fumose anni Sessanta benché ancora in latino, zeppe di sociologismi e di cultura franco-tedesca. E tanto più si accanivano contro papa Benedetto in quanto conoscevano la storia del giovane perito Joseph Ratzinger giunto a San Pietro per sorreggere con la sua dottrina le acrobazie teologico-politiche degli innovatori nell’assemblea conciliare, e altresì sapevano che anche lui aveva provato il gusto apocalittico della distruzione del vecchio mondo, della visione di una terra senza più mare, secondo l’annuncio del profeta di Patmos, onde la barca di Pietro si veniva a trovare insabbiata e lo stesso timoniere rieducato, more Rivoluzione culturale cinese, alle procedure collettive. Con fervore di cuore, limpidezza di intenti, severità di studi e confronto con tutto quanto la cultura novecentesca andava offrendo nei suoi picchi inebrianti, vuoti d’aria compresi, senza i limiti della Pascendi né dell’Index librorum prohibitorum né delle titubanze che avvolgevano la formazione nei seminari ecclesiastici appena una generazione prima, il giovane Ratzinger si era preparato a offrire rispettosa attenzione alle correnti intellettuali più distanti dal cristianesimo. Ma in questo difficile compito di conciliare cattolicesimo e modernità che aveva impegnato il seminarista e poi il teologo di fama, il futuro papa si accorse strada facendo della assoluta mancanza di rispetto che c’era nella Chiesa post-conciliare per la tradizione, maxime sul versante liturgico. Accadde altrettanto a teologi considerati profeti e protagonisti dell’assise conciliare, come per esempio Jean Daniélou, che si guardarono smarriti di fronte alle rovine della Chiesa di Roma. Lo stesso Maritain, principale ispiratore del Concilio, sembrò perdere la grande speranza che lo aveva accompagnato nel disegno vagamente hegeliano – un Hegel in chiave cattolica – di una Chiesa sintesi di Medioevo e Modernità. Finché perfino Paolo VI, che quel Concilio aveva guidato, si mise a denunciare la presenza di Satana nella Chiesa aggiornata. Allora il nostro teologo, con germanica correttezza, cominciò a prendere atto della persecuzione verso la tradizione cattolica a partire dal rito romano antico, idest gregoriano-tridentino, cancellato brutalmente da un giorno all'altro, ragion per cui il professor Ratzinger diventava un sospetto reazionario agli occhi dei suoi compagni di un tempo. Lo studioso che pur padroneggiando le filosofie moderne non idolatrava quelle più ostili al messaggio evangelico – come accadeva ai teologi dell’ovvietà, ai vergognosi del proprio cristianesimo, a coloro che amano a tal punto i loro nemici da invaghirsi di Belzebù, ai passionisti della comunicazione, agli invidiosi dei laici, agli emuli dei politici – un tale ‘resistente’ alla secolarizzazione totale doveva apparire uno strano animale. Colui che osava sfidare il relativismo imperante, l’unica religio che accomuna la vecchia Europa e colonizza gli altri mondi, che ammalia le masse con la sua tolleranza apparente, con il buonsenso senza intelligenza, un sì audace predicatore risultava per forza inattuale, irritante nel suo sfuggire alle cadenze abituali. Ieri, nel finale del suo papato, Benedetto tornava su questo punto-chiave, distingueva tra un Concilio virtuale – inventato dai media e creduto autentico – e un Concilio reale, dimenticato o equivocato. C’era da rimuovere quella falsa dottrina diffusa dalle gazzette e intanto, mentre il vecchio pontefice si doleva per non essere all’altezza della battaglia che attende i cattolici, le medesime gazzette celebravano la modernizzazione del papato, l’ultima puntata del Concilio virtuale, almeno per ora, ché c’è ancora da dissolvere la fede cattolica nello scetticismo totale, far morire la Chiesa e mercificare definitivamente corpi e vita.

Questo lo scontro in atto. Con molto garbo, come ricordava Girard, Ratzinger difende il dogma. Ecco perché la Roma senza papa, pur essendo ancora vivo il papa, suscita oscure apprensioni: nel chiasso mediatico si intravede la Roma senza più dogma. Qualcuno direbbe: c’è il caos satanico. Non si tratta di un pavido e superstizioso tradizionalista, bensì di un sommo erudito del nostro tempo, un ebreo, George Steiner. Naturalmente non parla da teologo, si limita a ricordare da fine lettore: «i decreti esplicativi e legislativi pronunciati da Roma e dai custodi dell’ortodossia nella Parigi medioevale, la clausura dottrinaria e metafisica della Summa di Tommaso d’Aquino possono essere compresi come un tentativo di mettere un punto ‘finale’ ermeneutico. Proclamano essenzialmente che il testo primario può significare questo e questo, ma non quello. Le equazioni che collegano la comprensione razionale e l’autorità esplicativa alla rivelazione sono complesse ma alla fine possono essere risolte. È lecito quindi definire il dogma come una punteggiatura ermeneutica, come la promulgazione di un blocco semantico. L’eternità ortodossa è esattamente l’opposto della revisione e del commento di un’interpretazione senza fine. Nella fede, nella logica e nella grammatologia scolastiche (come più tardi in Hegel), l’eternità è una forma ordinata e chiusa. Ciò che non ha fine è caos satanico» (Real Presences, trad. it. Garzanti 1992).

In mancanza di lumi ecclesiastici, ce ne stiamo in compagnia di René Girard e di George Steiner, in modo da astrarci dalle forsennate insulsaggini dei giornali. Steiner del resto ha spesso invitato a diffidare del linguaggio come strumento positivo di comunicazione. Lui non è ingenuo come i pretini che si accendono per twitter, sa bene, lo ha imparato alla scuola di Scholem, della demonicità dei media, soprattutto quando la forma si scompone.

lunedì 11 febbraio 2013

La rinuncia

~ UNA PRECE PER ROMA SENZA PAPA ~

La modernità ha colpito al cuore anche il papato, in maniera forse più violenta delle revolverate di Alì nel giorno di Fatima. Oggi, giorno di Lourdes, tutti parlano di «dimissioni papali», come per i presidenti politici (quanto a san Clemente, Ponziano, Celestino V e i rarissimi casi restanti, si trattava di ben altro). Lo stile ‘laico’ abbatte la tradizione sacra, nessuno sembra ricordare in queste ore che si sta parlando del «vicario di Cristo», del «dolce Cristo in terra», per usare le parole di Caterina da Siena. Nessuno, neppure ai vertici della Chiesa, ritiene che sia urgente invitare alla preghiera, nessuno convoca la Catholica a riunirsi orante di fronte a un passaggio eccezionalmente drammatico della sua miracolosa storia. Si disquisisce sugli aspetti terreni. Non c’è peggior cinismo – altro che quello dei papi rinascimentali – della caricatura di un pontefice che sembra andare in pensione. Si cominciò con il rinunciare al triregno e al fasto e con il mettere in discussione il primato petrino, si finisce ora con una specie di professore emerito sulle panchine dei giardini vaticani tra le ipocrite acclamazioni per il ‘nobile gesto’. C'è una tristezza diffusa davanti a un pontificato sottratto alla conclusione naturale della morte fisica, interrotto invece da appena due parole, da una dichiarazione inaspettata. Il successore di Pietro non deve essere un eroe della forza, anzi il Pietro che dà nome a quell’ufficio fuggiva tremebondo davanti alle persecuzioni (c'è grande pietà per le fobie da queste parti), ma se il fragile uomo che ha su di sé il potere di unire il cielo e la terra, se il vecchio saggio che possiede le chiavi divine per schiudere le porte del Paradiso e richiudere quelle dell’Inferno non ce la fa più e si arrende, è il momento di innalzare una preghiera.

Si apra il Messale romano e si prenda l’Oratio per l’elezione del papa: «Súpplici, Dómine, humilitáte depóscimus: ut sacrosánctae Románae Ecclésiae concédat Pontificem illum tua imménsa pìetas; qui et pio in nos stúdio semper tibi plácitus, et tuo pópulo pro salúbri regìmine sit assìdue ad glóriam tui nóminis reveréndus». Che in italiano suona: «Ti supplichiamo umilmente, o Signore, di concedere, per la tua immensa pietà, alla sacrosanta Chiesa Romana un Pontefice che a te sia accetto per santo zelo verso il gregge, e presso il tuo popolo sia degno di continua riverenza per il saggio governo a gloria del tuo nome».

giovedì 24 gennaio 2013

Cerimonia dell'addio

~ IL RICORDO LAICO E LA SPERANZA CRISTIANA ~

Davanti alla morte, spesso anche i più tiepidi ricorrono per l’amato estinto al funerale in chiesa. Davanti al mistero del corpo inanimato, al vuoto che esso apre intorno, si preferisce allungare la strada che porta alla sepoltura: prima di gettare la terra sulla bara, prima di chiudervi sopra il marmo con la calce, è meglio passare dal parroco e cercare di dare un senso alla cerimonia dell’addio. Qualcuno deve pur rompere il silenzio terribile. Del resto qui si sostanzia l’antichissimo saluto, l’addio: ci rivedremo da Dio, davanti a Dio. Impegno ben più vigoroso delle memorie nostalgiche o del patetico rivolgersi ai morti da parte dei miscredenti (come udirà tali voci – le promesse di fedeltà all’ideale comune, l’impegno nella prosecuzione della lotta, le affettuosità domestiche – chi è stato chiuso in una cassa con il bollo della scienza medica che nega la speranza cristiana?).

L’ateo perfetto poi, direbbe George Steiner, dovrebbe esser convinto che il morto sia ormai un oggetto in decomposizione, inutili dunque per lui gli omaggi e le delicatezze. Spento definitivamente quello spirito che animava i meccanismi fisici, raggiunta la fine della vita, non resta che il problema di come sbarazzarsi dei rifiuti (e la voga del forno che consuma totalmente il corpo sembra risolvere questo problema, seppure in direzione opposta agli altri rifiuti, secchi e umidi, per cui viene evitata, con mille complicazioni, l’opera dell’inceneritore).
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Le esequie cristiane invece si preoccupano del corpo, lo onorano, lo ricoprono di regale dignità. Il corpo molto spesso umiliato e travagliato da quelle che la parlata eufemistica chiama «lunghe malattie» o abbrutito da certe vecchiaie o straziato dallo sperimentalismo dei medici o violato dalla bestialità di omicidi e rapitori o disfatto per incidenti e disastri trova in chiesa la sua pacificazione. Eccoci finalmente tornati nella Casa del Padre, terminata l’avventura terrena più o meno turbolenta. Qui, ancora una volta, pare riconciliarsi il cielo e la terra.

Giustamente la chiesa apre i battenti per far entrare le bare dei peccatori d’ogni risma, di chi mai ha frequentato, di chi ha combattuto la religione, di chi ha malvissuto: a quel punto, per fortuna, non spetta al signor curato la parola finale bensì al Cristo giudice. Ci si limita a implorare misericordia per colui che sta davanti alla corte celeste, a benedirne il cadavere onde consolare i presenti, in modo che vedano con i loro occhi che quella cassa contiene un cristiano in attesa del risveglio non un rifiuto umano da smaltire. Un corpo da benedire e da incensare, un corpo che un giorno uscirà dalla tomba. Questo è quanto garantisce il prete con la cerimonia sacra, questo il conforto che offre la Chiesa cattolica ai congiunti che piangono il loro morto. Preso sul serio vale tutti i ricordi, le parole, i fiori, le donazioni, i monumenti funebri, le celebrazioni d’ogni genere; più potente delle vendette cruente e di quelle della giustizia umana. Il Cristo vincitore della morte viene invocato affinché quel suo pur indegnissimo seguace sia riscattato. Sennonché la forma aperta della liturgia postconciliare rischia di mettere in ombra questo privilegio del morto cristiano a vantaggio di una generica e verbosissima riunione di famiglia davanti al prete che fa gli onori di casa, come talvolta diventa il rito contemporaneo: chiacchiere di amici e parenti mescolate alle preghiere, memorie confuse, enfasi degli affranti, aneddoti imbarazzanti. Il tutto sull’altare, sul luogo sacro per eccellenza, laddove avviene il sacrificio che redime l’umanità e i santi misteri trasformano la materia. Per i cattolici questo significa lo spazio speciale del tempio anche se, soprattutto grazie alle architetture contemporanee, talvolta tale spazio santo sembra somigliare a una sala del dopolavoro.

Qualche giorno fa si sono svolti in una chiesa romana i funerali di una eccelsa attrice, forse la nostra massima figura teatrale. Il prete ha benedetto la salma, ha solennemente assicurato i presenti che il corpo bellissimo della bionda diva non finiva per sempre in quella bara, che un giorno si sarebbe risvegliata per il giudizio finale. Non è un poetico augurio bensì il fondamento della religione cattolica, il suggello del Credo, l’unico motivo per cui si celebra il funerale religioso. Lì accanto, qualsiasi altra parola umana suonerebbe ridondante o infangherebbe la solennità con cui viene annunciata la verità cristiana. Ma forti di una brutta abitudine ormai invalsa da oltre un trentennio ci si è meravigliati perché non è stato concesso a una politica militante anticlericale di pronunciare dall’altare anche la sua predica. Il laicismo poco eroico dei nostri tempi sa solo implorare la tolleranza della Chiesa per tutti i capriccetti umani, deprecandone una presunta severità, ignorando che la «Esperta in umanità» conosce come nessun altro i vizi della nostra specie, che assolve e schiude così le porte del Paradiso ai ladri, ai criminali in genere, e perfino ai pluriassassini, né si spaventa, come fa l’opinione pubblica, per la parola «mafia» o per altre efferatezze umane, e tanto meno si illude come un po’ tutti nella pulizia etica del mondo, prega piuttosto e perdona, così come perdonò anche la Roma che crocefisse il suo Dio. Però pur se clemente con tutti non può transigere sui punti-chiave. Non può cioè svendere le promesse divine, ridurre le incomparabili promesse all’orizzonte mondano. Il Verbo si incarnò nell’idioma d’ogni giorno, è vero, ma a quel tempo neppure al mercato l’inganno si faceva suono come nella mercificazione attuale dei linguaggi. È giusto allora distinguere nettamente le parole divine da quelle melliflue della televisione, dalle frasi fatte dei giornali, dai pensieri coatti delle mode culturali. Talvolta, del resto, nei funerali più mediatici, i preti non gareggiano forse con i giornalisti nel gridare condanne sommarie, o con i giudici nell’additare i colpevoli di quella morte? Sempre affidandosi alla spiegazione mondana che non consola, al ricordo che aumenta il pianto. Sarebbe bello allora che da quel caso particolare e un po’ paradossale si arrivasse a una più generale conclusione: che in chiesa la salma vada soltanto per essere riconsacrata, per ottenere la sublime consolazione del cielo, lasciando i discorsi, gli applausi, gli sfoghi della nostra disperazione fuori del tempio, nello spazio pro-fano, etimologicamente ciò che sta fuori del bosco sacro.

lunedì 24 dicembre 2012

Natale 2012

In una lettera abbastanza nota di Ivan Illic al suo amico Helmut Becker, direttore dell’Istituto Max Planck di Berlino, il pensatore viennese scriveva queste belle parole: «nell’occasione del tuo settantesimo compleanno celebriamo l’ amicizia che ci permette di lodare Dio per la realtà sensibile del mondo». L’astrattismo d’ogni sorta, non solo l’arte senza figura, i corpi senza più genere, il pensiero svolazzante sul nulla, la religione svuota mente, la morale senza Inferno e Paradiso, il virtuale onnipresente, insomma tutti gli idoli del nostro tempo sono immiseriti dalla superba scena dei presepi: la nascita del divino nell’umano che si riflette nel povero mondo, che lo illumina, lo nobilita, lo rende attraente. Ai giorni nostri poveri d’arte anche queste messe in scena ingenue, ‘balocchi liturgici’ come si diceva un tempo, testimoniano di una rappresentazione possibile: il mistero si fa visibile attraverso il terrestre, il contadino, il comico, come attraverso il sublime degli angeli, lo spirituale celeste, e in mezzo c’è il puer divino, la scena del parto, la coppia dei genitori viandanti, l’animalità della stalla, lo splendore dell’astro speciale. Niente è più sensuale del cattolicesimo, e il Natale, la festa dell’incarnazione, lo è per eccellenza.

Ricordava Giovanni Pozzi: «L’incarnazione del Verbo è il fondamento teologico sul quale l’immagine trova la sua legittimazione accanto alla parola. San Giovanni Damasceno, interrogandosi sulla possibilità di raffigurare Dio invisibile, argomenta che, da quando l’incorporeo è diventato uomo e l’invisibile s’è fatto vedere nella carne, raffigurando questa si raffigura l’invisibile, l’incorporeo; Teodoro Studita vi aggiunge una nota mariana quando prospetta che dal momento che Cristo è nato da una madre raffigurabile, possiede una immagine rispondente a quella della madre; perciò se non si potesse rappresentare nell’arte vorrebbe dire che sarebbe nato dal solo Padre e non dalla madre. […] La parola descrive il Verbo, l’arte figurativa il ‘factum est’ della carne».

Se nella nostra epoca manca l’arte ci dovremo accontentare del presepio. Lì comunque splende quella luce che non ha niente a che vedere con gli isterici scintillii venduti nei negozi cinesi, prossima piuttosto alla lux perpetua che auguriamo ai nostri morti.

domenica 16 dicembre 2012

Florilegio

~ GLI SCRITTI DI DON DE LUCA ~
~ ULTIMA PUNTATA ~

E per finire il ricordo di Giuseppe De Luca in cinque puntate, un florilegio di frasi e di raccontini: la passeggiata al Gianicolo che sfiora la felicità, facendo venire in mente una pagina di Stendhal che in quel medesimo luogo scoprì la luce romana che quietava il tempo; l’insistenza sul punto essenziale che la salvezza non viene dalle soluzioni della questione sociale, come si ingannavano invece molti preti del suo tempo; le poche righe in cui riassume la letteratura e le arti di fronte alla modernità; e le singole battute che restano impresse. Abbiamo rubato, anche nelle puntate precedenti, tante citazioni al libro della Morcelliana ma siamo sicuri che la casa editrice non se ne adonterà. Capisce bene che questo antipasto di un volume peraltro fuori catalogo fa venire voglia casomai di leggerlo tutto e stimola curiosità per la figura del prete lucano che, a cinquant’anni dalla morte, è così presente tra noi.

«Meglio sempre parlare che scrivere; se non che, via via che ci s’invecchia, anche a voler discorrere, non si trova più con chi farlo. Non ti dà retta nessuno».

«Una volta, la poesia portò il nome di ‘gaia scienza’, nome inventato per essa. Altro che gaiezza, oggi! oggi i tossici della disperazione più nefasta, più nefanda, li si vende in quei barattoli che si chiamano volgarmente romanzi, novelle, poesie».

«Fa caldo. Il medico mi ha detto che mi ci vuole del moto. Debbo fare del moto; non ci credo, son certo anzi che non mi serve a nulla; faccio tuttavia del moto. Non è che disistimi il medico, no; disistimo, piuttosto, la medicina. Meglio, non ci credo. Credo in Dio, Padre onnipotente, ecc. ecc., tutto il credo; ma a credere nel resto, ci vado piuttosto cauto, cum juicio. Non credo che il sole faccia bene, che il mare giovi a nulla, che la montagna aiuti, e così via. Sarà, io non ci credo. Per me, sono ubbie. Come girano gli astri, così girano le pazzie degli uomini., che hanno anch’esse un loro corso, un loro zenit, un loro nadir. Debbo fare del moto. E lo faccio. Mi sono accorto che, a mia piena disposizione, è per esempio il tratto che va dal Fontanone del Gianicolo sino al Faro. Un piacere da sovrano. C’è chi spazza i prati, chi bagna i viali. Ci sono le guardie, ci sono i bambini, ci sono gli innamorati, ci sono dei busti di gente per bene. Ahimè, come son brutti, quei busti! e pensare che i busti di ignoti al Museo Capitolino hanno l’altezza, la potenza, il volto nell’aria dei monumenti equestri più celebri. Sembra un quadro animatissimo e un po’ frenetico del Breughel. Ci sono le variazioni inesauste dei verdi innumerevoli, le gradazioni morbidissime delle ombre e delle luci, le fisionomie staccate e dolci dei singoli alberi, tanto più affabili delle fisionomie nostre di uomini, macchiate tutte e intaccate dalla lebbra lieve ma visibile del peccato comune. Quando ci si incontra, noi uomini, non ci si vuole nessun bene; certamente, non ci si fa nessuna festa. C’è un’aria dolce, che ha qualche mutamento in sé e a volte scompiglia la tonaca e la sopportazione. C’è un cielo, un cielo, che in ogni momento è uno spettacolo nuovo; cambia di scena, di personaggi, di voci. E c’è, tutta per me, come Dio e come il cielo, come la Grazia, la poesia, c’è, soltanto ad affacciarsi, e per affacciarsi basta volgere un poco il capo, c’è Roma».

«Annientarci, per lo meno di rossore, soprattutto quando, di fronte alla nostra improntitudine, potesse sorgere, non dico il pianto della Chiesa, ma il turbamento anche di un’anima sola. La Chiesa è la Chiesa, non piange per così poco; purtuttavia sant’Ignazio si faceva scrupolo, quando si parlasse della Chiesa, persino di pronunziare la parola ‘riforma’, pur nel migliore dei sensi, col migliore dei sentimenti. E sant’Ignazio ci è stato ed è, coi suoi figli, più intrepidi e perciò più trepidi, un maestro del ‘sentir con la Chiesa’, un maestro dell’amare come dev’essere amato colui che tien le veci tra noi del Signore».

«La gente di poco comprendonio spirituale fa consistere tutti i peccati in quello contra sextum».

«L’economia è una bella cosa, una cosa grandissima nella nostra vita; si ebbe un torto pazzo a non accorgersene tanto prima, ma è e non può essere tutto. Non dico una passione d’amore, non dico un momento di poesia; ancor meno voglio nominare Iddio, la sua grazia, la sua gloria. Non dico un piacere, un dolore, la morte. Dico il sorriso subitaneo di un bambino, il rannuvolarsi doloroso d’un volto d’uomo, una voce smarrita in una sera deserta. Son tutte cose, codeste povere cose, le quali colpiscono più a fondo il cuore dell’uomo che non tutta la sua stessa fame. Aver ridotto per intero (ripeto, per intero) la nostra vita a una faccenda essenzialmente economica, è proprio la risultante che ci meritavamo, di un’epoca intesa soprattutto all’industria e ai commerci. La rivoluzione contro il capitale è la ribellione di una figlia al padre».

«Roma come paradiso terrestre delle anime».

«Non la Chiesa e la fede cristiana se ne andava, se ne andava la civiltà. Una barbarie apocalittica si ammassava alle porte, progrediva lenta ma certa come un’ardente lava. Gli scrittori più vivi sembravano altrettanti centauri impazziti erravano ora muti ora urlanti per la foresta: foresta, so bene, di cattedrali, di palazzi regali e patrizi, di torri campanarie o del comune, di biblioteche, di città intere che sono tutte un museo, di paesi che sono altrettanti gioielli: foresta, dico, invasa da sciami d’insetti, vale a dire dalle torme e masse vive di ideucce balorde e brillanti, disperate e spiritose, che negavano tutto, sporcavano tutto, ferivano tutti, abbrutivano ogni momento dell’uomo, facendone a sua volta un sudicio insetto, un verme lugubre, una bestia insomma, bestiola o bestione che fosse. Quegli immani e inumani centauri che riempivano della loro voce l’Ottocento, non si tacquero un istante, e la loro voce ancora oggi è a volta a volta un incanto o uno sgomento».

«L’autorità politica di regola vien sostenuta in teoria da chi non riesce in pratica ad esercitarla, e nemmeno ad ottenerla; viene invece negata in teoria da chi, in qualsiasi modo, riesce sempre a impadronirsene, e la esercita, e come la esercita!».