sabato 23 gennaio 2010

L'odio del bello

~ UN ALTRO FRANCESE CHE PRESE MOLTO SUL SERIO LA STUPIDITÀ DEL «CONTEMPORANEO», ATTACCANDO LA DISINTEGRAZIONE DEL SENSO. ~ CORNELIUS CASTORIADIS, MILITANTE DI SINISTRA, ATEO, EPPURE TURBATO DAL MARCHIO DEL BRUTTO SUL NOSTRO MONDO ~

Si apre un libro di un pensatore già dimenticato, Cornelius Castoriadis (greco di Costantinopoli, trapiantato a Parigi, 1922-1995), attratti da un suo titolo: La montée de l’insignifiance, saggi sparsi che meditano sul «letargo del contemporaneo», e si ritrova un altro pezzo della critica francese agli idoletti del nostro tempo, una corrente quasi segreta ormai, messa in ombra da quelle star mediatiche che avevano fatto morire l’uomo, il soggetto, il significato, la storia, i vari Barthes, Foucault, Derrida, Althusser. Quest’ultimo, invece di studiare quel che accadeva in Russia, si rintanava a leggere il Capitale, scriveva il Costantinopolitano beffardo. Veleni diffusi all’interno della sinistra?

Eccentrico militante politico, filosofo, psicoanalista, marxista sui generis, e già negli anni Quaranta contro il ‘socialismo realizzato’ dei sovietici, Castoriadis si distinse ben presto anche dai comunisti trotzkisti, assimilati agli altri nelle intenzioni benché senza potere. Ma ancora più singolare fu la sua decisione di sciogliere la rivista e omonima micro-organizzazione, «Socialisme ou Barbarie», antesignana di tutte le sette eretiche del gauchisme, nel 1967, alla vigilia dell’anno fatale, con la motivazione che l’epoca della sinistra volgeva al termine. Errore risibile di fronte alla marea della politicizzazione forzata degli ultimi Sessanta? O intuizione che quel gran vociare un po’ coatto era già il frutto di un sistema economico-tecnologico occidentale? Fin dagli anni Cinquanta aveva affermato: «nelle società del capitalismo moderno, l’attività politica propriamente detta tende a scomparire».

Su un punto lui e i suoi compagni ammettevano di «essersi ingannati»: aver creduto che le lotte operaie in Occidente, per usare i termini di allora, potessero andare oltre il conflitto salariale e incidere sui rapporti capitalistici, cambiando dunque il sistema sociale. Si accorse invece che la «privatizzazione delle masse» – interessante espressione – presentava un nuovo fenomeno: i giovani che si erano avvicinati alla loro rivista speravano soprattutto di «uscire dall’isolamento» al quale il sistema sociale «condanna gli individui». Una faccenda esistenziale. I movimenti impetuosi dell’anno seguente potevano perciò essere considerati come l’esplosione delle masse «privatizzate», della comunità infranta, della solitudine estrema, che faceva accorrere festanti folle di giovani convinti di aver dato vita a una comunità su scala parigina, immensa e attiva nei giorni del Maggio, a una tumultuosa parasceve. Lo psicoanalista che si distaccherà via via da Freud scriveva di «ossessione settaria, delirio isterico pseudo-attivista, delirio di interpretazione» dei primi «gruppi di estrema sinistra».

Lasciò da parte il marxismo mentre i Sartre affermavano essere la «filosofia insuperabile del nostro tempo». Quindi fu la volta del freudismo. Andando indietro con la memoria, mostrava ancora stupore per il fatto che venissero considerati «rivoluzionari» gli anni e i movimenti che si rifacevano al «potere totalitario dei Mao». Neppure quell’imbarazzo, quel pudore che si riscontrò negli ex-fascisti, bensì un allegro vanto, un’innocenza perennemente puerile.

Sul «folclore» della trasgressione politico-sociale parlava vedendo molto lontano, il nostro presente, il linguaggio della letteratura trendy e vittimista: «la devianza non è mai stata rivoluzionaria, oggi non è più neppure devianza, semplicemente negativo che serve alla ‘pubblicità’ culturale». Con minore burbanza del discorso francese, Arbasino metteva in scena la Casalinga di Voghera che, raggiunta da questa ‘pubblicità culturale’, «si scatena nelle frasi più fatte della provocazione e della trasgressione: controcorrente e fuori dal coro – come tutti – irriverente e dissacrante…».

Nel testo con cui «Socialisme ou Barbarie» si autodissolse (rintracciabile nel web come molti scritti di Castoriadis) si parlava dei saperi marxiani e freudiani che […] ridiventano ogni giorno fonte di nuove mistificazioni». Perciò lui e i suoi mettevano da parte la prassi e si dedicavano allo studio, aspettando tempi più favorevoli alle loro credenza rivoluzionarie. Ma attese a parte, quel che conta sono le analisi, peraltro incredibilmente sintetiche rispetto ai verbosi intellettuali normaliens del tempo.

Tra le macerie del museismo

«Il progresso è un significato immaginario essenzialmente capitalistico, dal quale lo stesso Marx si è lasciato prendere», notava. La centralità del Logos ebraico-cristiano si era intanto trasformata in fede progressista, progresso monetizzato nell’espressione «innalzamento del livello di vita». Per mantenere ardente questa credenza si dovette velare il dettaglio storico non piccolo che la vittoria sul nazismo era stata accompagnata dalla conquista di mezza Europa da parte delle truppe staliniane, pronte a imporre una nuova schiavitù. Così andava dicendo, pressoché isolato nell’entusiasmo parigino per le magnifiche sorti dell’umanità, lontano vieppiù dal marxismo e da ogni forma di progressismo. Un conservatore di sinistra? Un rivoluzionario conservatore?

Ammetteva che i movimenti – giovanili, femminili, etnici, ambientali – hanno «cambiato il mondo occidentale» ma, aggiungeva subito, «lo hanno reso meno vivibile ancora». La litania di sinistra dovrebbe tener sempre presente un simile controcanto. Questi movimenti – spiegava – si limitarono alla distruzione, mai offrendo un progetto in positivo. Ne derivarono la disintegrazione dei ruoli tradizionali nella famiglia, l’impoverimento della istituzione scolastica. Uscendo allora da un famiglia debole e da una scuola che non sa più che cosa insegnare, il giovane individuo si trova davanti, in luogo delle norme, l’imperante consumo.«Né religione, né idee ‘politiche’, né solidarietà sociale con una comunità locale o di lavoro, con i ‘compagni di classe’». Se non si marginalizza per droga o delinquenza, «gli resta la via regale della privatizzazione» nella società delle lobbies e degli hobbies. Disorientato dunque da tanta anomia, l’individuo che ne deriva è «perpetuamente distratto, costretto a fare zapping da un ‘piacere’ all’altro, senza memoria e senza progetto, pronto a rispondere a ogni sollecitazione della macchina economica».

«Il sistema educativo classico si nutriva dell’‘alto’, della cultura viva della sua epoca. Per sua disgrazia, è anche il caso del sistema educativo contemporaneo. Così questa cultura è sempre più un mescolamento di impostura ‘modernista’ e di museismo». Già, perché «è un bel pezzo che il ‘modernismo’ è divenuto un vecchiume». Sono ammessi plagi delle prime avanguardie grazie al neo-analfabetismo del pubblico. Mentre «la cultura del passato non vive più in una tradizione, diventa oggetto di sapere museale e di curiosità mondane e turistiche regolate dalle mode». Pian piano, la storia, il commento e l’interpretazione prendono il posto del pensiero che crea, nonostante l’abuso di termini come creativo e artista. Basta sfogliare i mastodontici cataloghi delle mostre o le didascalie dei musei: acidi appunti di maestrine senza fantasia.

Quantomeno la società attuale non sa autorappresentarsi, sono entrati in crisi i «significati immaginari sociali», non c’è più un equilibrio che renda vivibile l’esistenza degli individui. Le società del passato – precisava – non rendevano felici i propri membri, ma possedevano almeno un senso. Oggi dalle «masse privatizzate» la società viene vissuta come una imposizione alla quale imputare tutti i mali del mondo chiedendole al contempo tutti gli aiuti possibili.

Una volta, di fronte alle solite recensioni acclamanti per un qualche vezzo i libri di sprovveduti, scrisse una lettera al «Nouvel Observateur» dove tra l’altro affermava: «Nella ‘Repubblica delle Lettere’, vi sono – vi erano prima dell’ascesa degli impostori – dei costumi, delle regole e degli standards. Se qualcuno non li rispetta, spetta agli altri di richiamarli all’ordine e di mettere in guardia il pubblico. Se questo non avviene, lo si sa da lunga data, la demagogia incontrollata conduce alla tirannide. Essa genera la distruzione – che progredisce davanti ai nostri occhi – delle norme e dei comportamenti». Proviamo a sostituire ‘Repubblica delle Lettere’ con ‘Repubblica delle Arti’: c’è qualcosa che vi suona familiare? E nell’‘innocente’ gioco delle parodie e dello scherzo, come non trovarvi i rischi verso cui mette in guardia l’austero Greco: «Non levarsi contro l’impostura, non denunciarla, significa rendersi corresponsabile della sua eventuale vittoria. Più insidiosa, l’impostura pubblicitaria non è, sul lungo periodo, meno pericolosa dell’impostura totalitaria. Con mezzi differenti, l’una e l’altra distruggono l’esistenza di uno spazio pubblico del pensiero, del confronto, della critica reciproca…». La censura tanto paventata è sempre in vigore, prepotente quanto più subdola: perché viene avvolto nel silenzio tutto ciò che non si piega alla moda imperante e alla divulgazione, alla faciloneria. «Il pudore è un’evidente virtù sociale e politica: senza pudore non c’è democrazia. (Nelle Leggi, Platone vedeva molto giustamente che la democrazia ateniese aveva fatto meraviglie per tutto il tempo in cui il pudore, l’aidôs, vi regnava). In queste materie, l’assenza di pudore è ipso facto disprezzo dell’altro e del pubblico». D’accordo, qua e là si affaccia il vecchio spirito giacobino, ma un Robespierre pudico nelle proprie virtù non è minaccioso.

Sapeva pure rendersi conto che se un Breznev sembrava avere un’autorità per forza di inerzia, Reagan possedeva di nuovo l’autorità carismatica di cui parlava Weber, benché ridotto a un «talento particolare di una specie di attore che gioca il ruolo di ‘capo’ e di ‘uomo di Stato’». Scopriva insomma che in Occidente, magari in forma quasi mimetica del grande carisma, il politico tentava di uscire dalla routine burocratica. Erano gli anni in cui la tragica definizione schmittiana «Sovrano è chi decide lo stato di emergenza», la kierkegaardiana Grenzsituation, il caso limite, diventavano qui da noi slogan per la mitologia del fantasioso socialismo lombardo (senza maggioranza e senza popolo) e teoria confusa per tardo-operaisti machiavellici, che dovevano aver dimenticato le insolenze di Schmitt per il «romanticismo politico». Di quel ‘decisionismo’ nell’epoca della fine della politica, Castoriadis riusciva almeno a cogliere l’aspetto parodistico.

Nell’Ottantanove, poco prima del crollo del Muro, sposterà sempre più l’attenzione dall’Est all’Ovest, alla crisi profonda dell’Occidente. Di nuovo un errore di prospettiva? Piuttosto che ridurlo a un teorico fuori orario, sarà meglio considerarlo un pensatore che avverte le novità del mondo in maniera meno piatta dell’opinione pubblica e della intelligencija francese. Il Greco conosce bene la parola densa della sua lingua, Kairos, il tempo opportuno, il tempo cruciale, con una valenza teologica quindi, il tempo della manifestazione divina, la benjaminiana Jetztzeit, il tempo-ora, il qui e subito. Fu forse la sua unica concessione esplicita all’aspetto religioso.

Chi è il critico contemporaneo?

Provò ad abbozzare un’analisi della cultura dei quasi analfabeti, ovvero quella contemporanea, alla moda: molto chiasso, frizzi e lazzi, polemiche misere, totale ignoranza del passato, ripetizione ad libitum di frasi fatte, incapacità di scrivere con una sintassi aguzza, organizzazione capillare del proprio lavoretto in modo che i lettori ripetano a loro volta le piccolissime verità o non-verità con un discreto entusiasmo…

Nonostante tanto civettare con gli echi della storia dei post d’ogni sorta, si registra la «più perfetta estraneità verso il passato»: questa la vera novità dei nostri giorni.

Il saccheggio del passato a opera del post-moderno lo tratteggiava così: «l’avanzata dell’eclettismo, del collage, del sincretismo invertebrato, e soprattutto la perdita dell’oggetto, la perdita del senso» procedono «di pari passo con l’abbandono della ricerca delle forme» (questa e le successive citazioni sono tratte da una raccolta di saggi di Castoriadis tradotta in italiano: Finestra sul caos, Elèuthera, Milano, 2007).

Di fronte all’«apparente esaurimento della creatività occidentale», lui non si arrendeva. Il ridicolo di certi salottinetti, tinelli anche virtuali, dove un po’ sgomenti si dibatte a vuoto sulla crisi dell’arte senza rinunciare ai cliché sul contemporaneo, la resa alla non-arte, l’odio per la bellezza comunque mascherato o la deformazione della bellezza comunque giustificata: Castoriadis insiste all’opposto sull’assurdità di porre limiti storici alla vis formandi, ovvero sull'assurdità dei precetti ideati dagli addetti al business culturale: non si può più dipingere, scolpire, ecc. (E guai se un politico cerca di arginare con buone intenzioni lo strapotere del mercato – tanto per scivolare nelle piccole vicende di casa – , incaricando un pubblico funzionario di mettere un qualche confine: subito gli si chiederanno le credenziali, i titoli, le specializzazioni negli inganni che il mercato stesso ha inventato e teso.)

Quanto ai vituperi che si usa lanciare contro la nostra civiltà, questo strano militante di sinistra si tenne lontano dalla pratica corrente della lapidazione concettuale. La cultura occidentale sarà stata pure quella capitalistica, imperialistica, colonialistica, ma – Castoriadis si diceva convinto – era pure molto altro. René Girard – che comunque non si trovò granché d’accordo con lui nei rari incontri pubblici – ha insistito sul fatto che noi occidentali, noi europei siamo etnocentrici come tutti gli altri ma attraverso «una passione per l’autocritica» riusciamo a essere anche il nostro opposto, anche il nostro nemico. Unici. Per merito della cultura ebraico-cristiana. Da quella stessa cultura, però, può derivare un «conformismo in negativo», la genuflessione verso tutti gli altri, il rifiuto dell’eredità, l’abbandono della nostra eleganza di pensiero. Del resto, si osservi un esempio ricorrente: se ho nostalgia delle formule liturgiche in latino sono un reazionario, un bieco codino; se gli zingari vivono e vogliono far vivere i loro figli in un nomadismo del peggior medioevo (almeno secondo quanto se lo immaginano i progressisti), vanno rispettati come una nobile cultura dissenziente.

In un mondo così, difficile creare arte, non «prodotti culturali» – diceva – che sempre si accumulano nei depositi delle industrie operanti in tale settore; difficile fare libri e non «oggetti a perdere». Nel supplemento del «Sole-24 Ore», omelie domenicali della sinistra imprenditoriale, il 17 gennaio scorso, si poteva leggere a pagina 2, un colonnino insolito, quasi un’eco di questa condanna della produzione industriale di libri spacciata per ‘cultura’: ««uno degli equivoci più diffusi sulla nozione di cultura è che sia di per sé un valore garantito». Invece, «ciò che troviamo e ci viene offerto in una mostra, in una libreria, in un concerto, non è cultura se non quando pronunciamo un giudizio compiendo delle scelte». Ma per i più basta la parola: cultura, il feticcio agitato, custodito nei musei come in un tempio della magia povera, simile a quella che turlupina i vecchi in televisione. «Non c’è cultura se non c’è critica. Nei casi in cui la capacità valutativa si indebolisce oltre un certo limite, la cultura si trasforma in un puro settore merceologico».

La critica ha la sua responsabilità. La stampa, a sua volta, «si inventa genî fittizi» e «ha distrutto la funzione critica». «A una prima approssimazione, la critica contemporanea è nulla». Articolando quindi il giudizio sprezzante: «quella che viene fatta passare per critica è promozione commerciale, cosa del resto assolutamente giustificata, data la natura del prodotto che si tratta di vendere». Ma per pudore, invece di promozione e pubblicità la si chiama con l’anodino termine di informazione. E già nel 1979 spiegava il meccanismo che, certo, a Parigi doveva risultare più chiaro che a Roma: la critica/réclame «porta alle stelle qualsiasi prodotto di moda nella stagione e per il resto non disapprova niente, tace, seppellisce sotto il silenzio». Perché è convinta che «all’inizio le grandi opere sono quasi sempre incomprensibili e inaccettabili», e quindi «non osa mai criticare». Maledetto presupposto di una teologia animistica che blocca la reazione normale del pubblico, che fa battere il petto ai vescovi, ai professori, a tutti. Perciò i critici sono incerti per scarso sapere, intimiditi, mediocri insomma. Perciò Castoriadis conclude con una battuta diventata famosa tra i suoi lettori: «il mestiere di critico contemporaneo è identico a quello di operatore di Borsa: indovinare ciò che l’opinione media pensa che l’opinione media penserà».

Ancora l’eco nell’articolo sul «Sole-24 Ore»: «il punto di maggiore debolezza nella cultura occidentale negli ultimi due o tre decenni è il declino della critica, sia letteraria sia artistica». Senza i limiti del giudizio si arriva al punto in cui «fare arte appare come un diritto aprioristico degli autori, come un valore da riconoscere a posteriori». Pare inopportuno «esprimere valutazioni». Anche per la filosofia, piuttosto che dibattiti, i festival in cui si sfila in passerella.

Si evoca Baudrillard, e al suo seguito si accorgono in molti che le forme avanguardistiche sono la migliore réclame delle merci. Castoriadis va oltre, mette in evidenza «la massimizzazione avanguardistica del consumo». Quello che chiamiamo il «contemporaneo» è un’arte di vendere il nulla o quasi, una tecnica spesso abilissima di vendere qualsiasi cosa, anche la più irritante. «Quanto tempo questa umanità resterà ossessionata dalle inanità e le illusioni chiamate merce?» si chiedeva sconsolato Castoriadis.

Da queste poche citazioni si capisce bene come egli fosse un filosofo assai severo, che non sembrava possedere quelle qualità mediterranee di «lusso, calma, voluttà», forse anche per il dressage marxista e freudiano, e come si presentasse alla ricerca di senso quasi si trattasse della ricerca di Dio, benché ateo convinto, con il gusto stoico dell’eroismo. Se l’opera non dura, non ci sopravvive, non resta che ricorrere ai sonniferi per vivere, concludeva.

L’arte atea

La domanda essenziale se la ripeteva spesso: «può esistere la creazione di un’opera in una società che non crede a niente?». Un bel problema. Hegel aveva già detto: « è Dio, è l’ideale che costituisce il centro. Non esiste bello o vera arte che non si caratterizzi per l’adeguamento del sensibile alla verità divina. E quando ciò non è più possibile, come accade oggi, non esiste più arte». Perfino questo annuncio della ‘morte dell’arte’ era stato camuffato da questioni soggettive, da capricciose scelte dell’artista.

Quello che Castoriadis chiama la vis formandi, pur nascendo dal caos assoluto, dalla mancanza di fondamenti, dalla sua visione ‘atea’, dà poi vita alla creatività umana, non si crogiola nell’informe, bensì appunto organizza la forma, con qualche apparentamento divino.

La sublimazione, diceva, correggendo a suo modo Freud, è la rinuncia al piacere organico, perfino al piacere della rappresentazione privata, per investire in qualcosa che abbia un significato sociale, sosteneva il vecchio militante in modo da salvare così l’agire dell’uomo religioso e dell’artista che si spingono a ricostituire l’unità dell’essere. Il simbolico e l’immaginario non si limitano, come riteneva Marx, a «rivestire» il funzionale, hanno invece un ruolo specifico nel dare senso al nostro mondo. Ecco la fulminante definizione: «La grande arte mentre dà forma al caos lo disvela e, nello stesso tempo, crea un cosmo»

Si cancella la memoria del passato, si realizza la tabula rasa invocata dagli avanguardisti. Ma poi, in luogo della «memoria viva», si allestisce una «memoria morta ipertrofica», le biblioteche, i musei, le banche-dati, ecc. Ne valeva la pena?

Come può esserci nuovo se non c’è tradizione viva alla quale reagire in modo dialettico? Come non finire nell’orpello se appunto l’arte non trova nella società alcun valore su cui appoggiarsi? Si ripiega sul denaro, si potrebbe rispondere.

«Dove non c’è presente – sosteneva – non c’è neppure passato. Il giornalismo contemporaneo inventa ogni trimestre un nuovo genio o una nuova ‘rivoluzione’ in questo o quel campo. Sono espedienti commerciali efficaci per far funzionare l’industria culturale, ma non sono in grado di nascondere un fatto lampante»: la cultura contemporanea non esiste. Naturalmente a una simile affermazione si scateneranno i luogocomunisti: il fatto di denominarla così è già una prova dell’esistenza di una tale cultura anche se non somiglia a quella che il nostalgico vorrebbe; hic Rhodus hic salta, dice il solito bonario di sinistra travestito per l’occasione da cinico splengleriano. Sofismi smentiti dal nostro cattivo umore: non esiste, non esiste.

«La maggior parte della letteratura attuale si contorce su se stessa per inventare nuove forme quando non ha più niente da dire, né di nuovo né di vecchio; quando il pubblico l’applaude, bisogna capire che sta applaudendo a un numero di contorsionisti». Se così fosse sarebbe tutto sommato uno sforzo lodevole, circense magari, ma degno di un plauso. Si può battere le mani però a un esercizio annoiato e vagamente aggressivo?

Tutte le arti di oggi gli apparivano insopportabili: «Quando si osservano le realizzazioni dell’architettura contemporanea, una soddisfazione c’è: si può pensare che se non cadranno in rovina nel giro di trent’anni, saranno comunque demolite in quanto obsolete».

«Società che non hanno creato niente di bello»: i peggiori regimi lasciavano trapelare anche nell’arte ufficiale qualche barlume di bello. Perciò il marchio del brutto, così diffuso nel nostro mondo, appare inquietante. E non è vero – diceva acutamente – che la faccenda nei sistemi totalitari riguardi la mancanza di libertà. In Stati del passato assai poco costituzionali si ebbero dei capolavori cui ci inchiniamo. Erano i tiranni a rivestire i panni dei committenti, con richieste precise, in onore dell’ordine stabilito e del suo sovrano. Perché oggi nel liberissimo Occidente mancano allora i capolavori? Perché l’artista creava per la credenza della società e lui stesso vi credeva, sostiene Castoriadis. Ma al cretinismo imperante nell’Urss nessuno sembrava prestare fede. Così come nel laicismo approntato dai nostri dottorini sottili nessuno può credere davvero, trattasi di uno sciocchezzaio scettico e basta. Infatti non c’è più arte o quasi. Purché non si confonda la «forma perfetta per il caos» con la feticizzazione del caos, con la sua celebrazione disordinata.

La malinconia degli atei

Di tanto in tanto conservatore con un animo anarchico, con una memoria di frequentazioni sovversive, lasciandosi andare alle frasi fatte su immigrati e poveri del mondo, riuscendo peraltro in altri momenti a distinguere egregiamente. Espone bene il vuoto della società occidentale, mascherato male dalla «mistificazione scientista», si rende conto della necessità di un controllo («stavolta non ecclesiastico») della ricerca scientifica onde tenere a bada la disumana hybris, scorge la fede nella tecnologia, nella sua onnipotenza, e la attribuisce alla paura della morte, ma poi ostile alla religione, meglio, convinto dei suoi presunti inganni, cui l’essere umano e l’intera società dovrebbero emanciparsi, è costretto ad accettare la morte. Più coerentemente di certi atei giulivi, predica che «un essere non può vantare la propria autonomia se non ha accettato la propria mortalità». All’insegna della morte si afferma la lunga e radicale emancipazione umana. Senza illusioni e senza religione, questi piccoli atleti dello stoicismo di sinistra si rivolgono a un’umanità che non può seguirli. Vediamo allora il Franco-Bizantino che seppe dir di no agli stalinismi di varia natura, che non si lasciò abbagliare dalle ideologie e dalle mode, né dagli inganni ottici della storia, ripiegare su un’arte che rimpiazza la religione e consola di una vita nella speranza, sempre frustrata, di cambiamenti politici del mondo: «la grande arte – dirà in una celebre intervista – è sia una finestra della società sul caos, sia la forma data a questo caos (laddove la religione è la finestra verso questo caos, e la maschera posta sul caos)». Affannate metafore, sempre una maschera o quantomeno un velo sarà pure l’arte di fronte alla flagranza esistenziale. Ma l’onesto pensatore arriva a credere che «l’arte è una forma che non maschera nulla». L’arte sarà un discorso veritiero, un monito severo che rimette in discussione il mondo, una terribile lezione in forma di seminario dal quale si esce cambiati e pronti a cambiare il mondo. Difficile concezione dell’arte per poterla coniugare ancora con la democrazia, anzi per trasformarla nella coscienza pubblica, invocando un Shakespeare che si fa «garante del senso» senza mai, a suo dire, ricorrere a Dio. Torna all’orecchio Mensonge romantique et vérité romanesque di René Girard, che pur accettando la verità (nascosta) dei romanzieri mostra altresì le menzogne romantiche.

La parola d’ordine conclusiva di Castoriadis sembra essere «autolimitazione», frutto di un’etica frugrale. Il vecchio rivoluzionario arriva a una conclusione che evita ormai ogni insubordinazione: l’ordine, la disciplina, la regola sono gli antidoti dell’hybris. L’anarchico si fa anarca, senza le jüngeriane virtù però, e immagina una comunità planetaria di autarchici, poco realistica. Ateismo e sobrietà. Oppure, in altri momenti, concepisce «una immensa istituzione educativa o autoeducativa», che fa pensare all’ormai lontano socialismo dei maestri di scuola. Se sa destreggiarsi senza scivolare nelle trivialità di un mondo dove sono tutti artisti, che è quello iperconsumistico delle false scelte nelle voghe imperanti, costretto dal suo ultrademocraticismo, approda a una comunità dove son tutti ‘creativi’, dove «tutti gli individui siano aperti alla creazione», si spera senza per questo ricadere nel ‘museismo’ di cui altrove Castoriadis lamentava l’onnipotenza nella cultura di oggi. Eppure sarebbe fare un torto al suo rigore se si riducesse alla farsa degli artistoidi di massa, dei corsi di creatività, dell’arte-terapia, le sue aspettative in questo campo. In realtà, quello che sottolinea con forza è l’esigenza delle grandi opere, proprio quelle negate dalla vulgata contemporanea. Giustamente relega la questione del «genio misconosciuto» nel solo periodo della fine Ottocento, un fenomeno limitato che viene agitato terroristicamente per tutto il secolo passato e per il nostro in modo da garantire a ogni sfizio la sua legittimità, temendo uomini e istituzioni di commettere il peccato mortale della società moderna: non accorgersi della genialità di qualcuno, come dire, nei secoli passati, della grazia e della santità. Castoriadis tende invece a limitare le figure di ‘geni nascosti’ a causa della sua concezione dell’opera come riflesso collettivo, espressione della società. Così l’avanguardia è il segno di una società divisa, malata, tra una cultura «pompiere», borghese, e una che si risolve nell’épater le bourgeois. E contrappone un po’ ingenuamente tale scissione proprio alla musica di Bach che avrebbe ottenuto il consenso del «popolo» addirittura. Gratta tra i fondamentali della sinistra onesta e generosa: rispunteranno le vecchie credenze romantiche.

Per quanto riguarda questa insistenza sulla necessità di accettare la propria finitudine – la malinconia degli atei, avrebbe detto Lorenzo Magalotti – Castoriadis teneva a precisare che la differenza con il pessimismo lugubre degli heideggeriani e dei decostruzionisti sarebbe stata nella «passività» di questi versus l’attivismo predicato dall’ex marxista. Nulla si può dire del nostro oggi, secondo questi filosofi, perché tutto è stato detto, quindi – insinuava il loro critico – non si possono esigere spiegazioni, né della società né dei suoi prodotti. Se un racconto vale un altro, insisteva contro il relativismo di Derrida e dei suoi esegeti, «in nome di cosa condannare il ‘racconto’ hitleriano e quel che esso comporta?». Il post-modernismo, concludeva, era «l’espressione più cinica del rifiuto (o dell’incapacità) di mettere in questione la società attuale». E pensare che quel che resta della sinistra italiana si genuflette davanti alla parolina che ci separa dal passato, forse sperando di cancellare sogni e colpe che a quel passato appartengono; lei l’apriti-sesamo delle sue pagine culturali, dei suoi abbozzi di teoria, del suo pensiero, lei che sparge un funereo velo sull’intera realtà: post.
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lunedì 18 gennaio 2010

minima / La morte delle palme

La «peste rossa» viene dalla Sicilia. Le prime palme si ammalarono laggiù, morendo a migliaia già qualche anno fa. Ma l’allarme non ha avuto alcuna particolare risonanza. Risalendo la penisola, il punteruolo rosso, il micidiale parassita asiatico frutto della globalizzazione selvaggia, è sbarcato nel Lazio, cambiando i connotati ai paesaggi marini raffigurati da pittori e incisori dell’Ottocento. La scorsa estate si vedevano gli effetti delle stragi al Circeo. Si sperava che l’intervento pubblico bloccasse l’epidemia prima che raggiungesse la capitale. Ma le istituzioni regionali son rimaste pressoché indifferenti, denunciava il «Corriere della Sera». Così adesso anche nella città eterna si presenta la scena desolante delle chiome afflosciate, dei rami secchi, dei tronchi decapitati. Tra poco, annunciano autorevoli esperti, spariranno le palme di Trinità dei Monti e di Villa Torlonia. Nel giro di pochi anni anzi le palme saranno cancellate dalla città. È impressionante il fatto che l’opinione pubblica discuta ossessivamente della bufala sul clima e non si spaventi all’idea che il panorama di Roma stia cambiando davanti ai nostri occhi. È bastata una passeggiata domenicale per accorgersi che l’epidemia ha toccato il centro storico e uccide al Colle Oppio, nella piranesiana piazza dei Cavalieri di Malta, a Villa Celimontana e a piazza Cavour dove il palmeto era già stato decimato dai lavori per la metropolitana. Nulla sarà più come prima, almeno per quanto riguarda la vita nostra e dei nostri figli; qualcuno già scatta le foto per i posteri. Questo sì è un vero evento culturale benché negativo. La politica però discute d’altro, anche quella che si pretende ‘verde’. Nessuno si scompone per l’immagine della città straziata (l’iconoclastia corrompe i cuori). Forse la proposta avanzata dal rabbino capo nell’incontro di ieri con il papa, tra linguaggi invero più da funzionari Onu che da religiosi, è una delle poche considerazioni che suona opportuna, anche perché ricorre a espressioni profetiche: «Bisogna ricordare che nella Bibbia ebraica non compare mai la parola natura, come cosa indipendente, ma solo il concetto di creato e creatura. Siamo tutte creature, dalle pietre agli esseri umani. […]Possiamo per questo condividere un progetto di ecologia non idolatrica».
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domenica 17 gennaio 2010

minima / Circondati dai pagani

Ma ci pensate, una buona parte dei figlietti della cosiddetta borghesia italiana si addormenta e si sveglia senza conforto alcuno di fronte all’enigma della vita e della morte, senza mai fantasticare sui giardini paradisiaci, con l’unica compagnia dei mostrini televisivi ancora negli occhi, con i tabù di padri e madri pur loquaci e amiconi, au pair nei trastulli e passatempi, che tacciono però sull’essenziale, così severi in etiche immotivate impartite anche ai più piccini, duramente insensate nel loro cinico fair play. La solitudine dei bambini. Oggi si incontrano il successore di Pietro e il capo religioso di quella comunità da cui i cristiani derivano. Il primo conosce bene i fallimenti della missione evangelica tra grandi e piccoli, il secondo si accontenta dei suoi ma sa che i suoi diminuiscono ogni giorno che passa mentre crescono gli ignari del Tempio e delle leggi mosaiche. In tali circostanze, parlare di interpretazioni storiche e di archivi, benché riguardino fatti luttuosi, è fuori luogo. Perfino un dialogo teologico suonerebbero accademico. In quel ghetto dove gli ebrei e i cristiani, confusi dagli storici romani, se ne stavano attorniati dai pagani, perseguitati dal mondo, le due guide preghino il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù, spiazzando gli esperti in giochi diplomatici e gli occhiuti giornalisti di periodici ‘laici’. Preghino per i morti e per chi, ancora vivo, non conosce la consolazione di Dio.
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mercoledì 13 gennaio 2010


minima / «Conosce Ratzinger?»

Lo straordinario spirito critico – non necessariamente la Kulturkritik – che ha da sempre caratterizzato il popolo ebraico fa sperare che nell’incontro di domenica con il papa i luoghi comuni su Pio XII siano evitati. Li si lasci ai cristiani (protestanti) progressisti come quel Rof Hochhuth, sceneggiatore televisivo che cercò la notorietà gettando fango sul Pastor Angelicus. Ci si ricordi invece dei più illustri figli di Israele, dallo scrittore Joseph Roth, che vedeva in papa Pacelli l’unico difensore del popolo ebraico, alla condottiera Golda Meir che seppe testimoniare: «Durante il decennio del terrore nazista, il nostro popolo ha subito un martirio terribile. La voce del papa si è alzata per condannare i persecutori e per invocare pietà per le vittime». Che risuonino le parole del «Messaggio di Natale» del 1942 – nel primo anno dello sterminio degli ebrei –, dove Pio XII osò denunciare il fatto che: «centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento». Chi altro nel mondo provò a pronunciare simili condanne, e in maniera inequivocabile, a un qualche microfono?

Ma Ratzinger e i suoi ospiti devono scansare anche i pregiudizi giornalistici che da anni avvolgono la figura del «pastore tedesco». Li abbiamo ritrovati casualmente in un libro di René Girard dell’inizio del terzo millennio,
La pietra dello scandalo (Adelphi), in cui dialogando con Maria Stella Barberi, e proprio a proposito delle falsità su Pio XII, Girard affermava: «Del resto si tratta delle stesse motivazioni che guidano le polemiche scatenate contro il cardinale Ratzinger. La terribile dittatura del cardinale Ratzinger! Per caso lei l’ha mai incontrato? M. S. B. – Credo di averlo incontrato nelle condizioni ideali. Aveva appena dato una conferenza alla Sorbona, e quello che ricordo di lui è soprattutto la sua forza intellettuale. R. G.– È un uomo dotato, e di modi estremamente piacevoli, ma per certi Americani è peggio di Eichmann, Goebbels e Stalin messi insieme. Si rende conto del coraggio che devono avere uomini nella sua posizione per opporsi al mondo intero, e rendersi impopolari ricordando ai teologi cattolici che ci sono dei limiti oltrepassati i quali non ci si può più dire legittimamente cattolici. Ratzinger non è nelle condizioni di imporre nulla a nessuno, dal momento che nessuno può essere costretto a restare nella Chiesa contro la sua volontà. Il cardinale non fa che ripetere ciò che la Chiesa ha sempre detto. Egli esprime anche la sua inquietudine rispetto a quello che vede ovunque, e questo meriterebbe qualche riflessione…». L’omaggio del massimo pensatore francese della nostra epoca al garbo del professor Ratzinger è una buona epigrafe all’incontro nella sinagoga romana. Un profeta impopolare nel ghetto si dovrebbe trovare a casa.
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domenica 10 gennaio 2010

minima / La denuncia di un umanista

Per chi si fosse perso l’intervista sul «Corriere della Sera» di oggi a Ezio Raimondi, rubiamo due citazioni preziose delle sue risposte. Il titolo è forte: «La modernità uccide la letteratura», ma il tono non è minaccioso, livido, come molti discorsi dei contemporanei. Con la probità dei figli dell’Appennino emiliano, Raimondi dice: «La letteratura è in una condizione difficile, ha subìto una sorta di lesione che si traduce quasi in una disfida contro la vita contemporanea, un’epoca che non favorisce la meditazione. Per questo, oggi più che mai è chiamata a trovare un senso in un mondo che vuole un accumulo di esperienze istantanee, mentre la letteratura utilizza la memoria e diventa forte quando l’uomo torna a chiedersi: chi sono? L’invocazione della letteratura è una sola: facci essere umani, per citare Wittgenstein». Un mondo in preda all’impressionismo «non favorisce la meditazione». Non solo in campo letterario.

«Carlos Fuentes ha detto che alla letteratura spetta di parlare di ciò che è invisibile dentro il visibile. La parola della letteratura è a suo modo una rivelazione di noi stessi a noi stessi, una sorta di epifania, una prova a cui si è chiamati: creare un universo che prima non esisteva e in cui le risposte sono interrogativi. Ed è da lì, dagli interrogativi, che comincia la dimensione religiosa». All’arte, si potrebbe aggiungere, spetta invece di parlare proprio del visibile. Una epifania del visibile? Quante domande attuali discendono dalle parole di un umanista demodé.
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venerdì 8 gennaio 2010

minima / L’esempio dei fratelli maggiori

Il giorno dopo l’Epifania, in un ‘salotto’ televisivo alquanto pop, ospiti un porporato, una principessa e giornalisti vari, si discuteva tra l’altro di liturgia e si vedevano ahimè immagini sconcertanti di riti nelle chiese italiane, con canzonette dementi e movimenti ritmati delle mani come all’asilo d’infanzia, una autentica offesa alla dignità della persona adulta. Si ascoltavano quindi alcuni dei medesimi fedeli ripetere nelle interviste argomenti da reality pezzente: espressione era la parola chiave; la talpa avanguardistica ha ben scavato lungo un secolo nella mentalità umana. Dallo studio televisivo, con molti distinguo e senso cristiano della comprensione, si cercava di salvare la liturgia informale del post-concilio, discettando di estetica musicale a proposito di nenie abbrutenti, facendone una questione di gusto, senza dire neppure una volta che qualsiasi persona civile non si metterebbe mai a fare coretti del genere, e soprattutto che la messa non è lo sfogo del cuore umano bensì il sacrificio del Dio fatto uomo. Ma a un certo punto, un ospite in collegamento da Gerusalemme ha evocato gli ebrei, il loro culto millenario. Appena una citazione, e subito veniva da riflettere che i «fratelli maggiori» continuano a pregare in ebraico e restano fedelissimi a cerimonie che hanno talvolta mille anni in più di quelle cattoliche. Nessuno pensa di ‘aggiornarle’, di renderle più armoniche al moderno. Nessuno per esempio si sognerebbe di introdurre un quadro o una statua nel tempio, capovolgendo quella cultura iconoclasta, con la scusa che la nostra epoca è ‘dominata dalle immagini’, anzi una ragione in più per tenersene lontani. Si obietterà subito che la Sinagoga non vuole far proseliti e i cattolici sì. Tutto questo trash serve allora alla Chiesa di Roma per conquistare l’anima dei moderni? Gli uomini di buona volontà, anche se corrotti dalle peggiori pacchianerie televisive, di fronte al rito sempiterno, alle parole e ai canti fuori del tempo, proveranno come minimo un senso di stupore e di rispetto, che saranno pertanto l’introibo al senso del sacro.
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giovedì 7 gennaio 2010

minima / Presepi

Se ne sono visti molti quest’anno, nelle chiese e nelle case, presepi improntati alla migliore tradizione iconografica. Ma quello che impressionava in quasi tutte queste messe in scena della natività era la più elementare mancanza di proporzioni: si alernava magari il ‘giorno e la notte’, con luci ad alta tecnologia che rendevano in maniera teatrale le sfumature delle albe e dei crepuscoli, si ammiravano ricostruzioni filologiche di Spaccanapoli o di villaggi della Palestina, panorami veritieri degli Appennini e della Campagna romana, però qua e là si stagliavano dei giganti che colpivano a morte ogni verosimiglianza. Gli anonimi autori capovolgendo l’ordine, collocavano in primo piano i personaggi di dimensioni ridotte e, dietro, quelli più grandi, con l’effetto di tanti colossi di Rodi disseminati. Come mai anche in artigiani periti questa mancanza di interesse per la corretta collocazione delle figure nello spazio? La mimesi non conta più niente? La restituzione illusionistica della realtà non è cosa dei mastri presepiari? Le leggi della prospettiva non fanno più parte del modo di comporre un’immagine? Un secolo di dissonanze espressioniste e di ‘informale’ ha modificato la nostra percezione, quanto meno il nostro gusto? A sentire chi insegna nelle scuole d’arte, sì.
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martedì 5 gennaio 2010

«Aperti gli scrigni…»

~ DAL VANGELO DI MATTEO AL SERMONE DI MARSILIO FICINO, ALLE LEGGENDE POPOLARI SUGLI ANIMALI CHE PARLANO: COME IL MERAVIGLIOSO SI INTRODUCE NELLA DODICESIMA NOTTE, LA MAGICA VIGILIA DELL’EPIFANIA ~
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Nella XII notte si introduce il magico. Addirittura il testo più avverso alla magia, il Vangelo, parla di Magi, li chiama in greco con un termine estraneo alla lingua ebraica, magoi, ne parla con rispetto, cosicché i misteriosi visitatori saranno poi santificati dalla tradizione, venerati in vari angoli d’Europa, celebrati nei diversi Orienti religiosi. Santi Maghi? O dobbiamo pensare che non si trattasse di maghi? Già, maghi o re? Prefigurazione degli scienziati o dei sovrani, ciarlatani o sapienti?

La teofania regale del «re dei Giudei» negli altri Vangeli sinottici avviene alla presenza dei pastori, davanti agli ultimi nella dignità sociale, inattendibili come testimoni, al pari delle donne. In quello di Matteo la teofania ha come pubblico l’enigmatico trio.

Magoi, e si evocavano i sacerdoti mazdei, gli indovini, i negromanti, gli esorcisti, le etimologie indo-iraniche; risuona la parola sanscrita maghà (che allude all’idea di dono), confonde con le ascendenze mitraiche, con l’altra nascita di un infante divino nella grotta, con tutti i terribili concorrenti mediorientali del Dio ebraico.

Eraclito – riportano i tanti libri dotti sull’argomento (una buona sintesi di vari autori: Tre saggi e la stella, Rimini 1999) – cita i magoi e li associa ai «vaganti di notte» e ai «posseduti da Dioniso». Nietzsche sorriderebbe. Ma sicuramente Matteo nulla sapeva della filosofia ‘presocratica’, anzi neppure del greco, e chissà come sarebbe stupito delle esercitazioni di lingue tanto nobili a proposito di una parola tradotta dal misero aramaico.

Magi che come il pharmakos rinvia a guaritori e avvelenatori, essendo la pozione salvifica estremamente delicata. La magia nera e quella bianca, gli incantesimi e gli incanti. La duplicità, nella variante profana e bassa, della Befana strega e nonnina. Ed avanzano anche riferimenti alle concezione tanatologiche zoroastriane. In modo che meglio si capisce quel dono inquietante della mirra che sta lì, nella logica del Vangelo, ad annunciare il sacrificio messianico iscritto già nella nascita pur ammantata di grazia e di gioia.

I tre Magi sono emblema della confusione ellenistica, dei sincretismi di quella zona, delle incerte frontiere. Alcune leggende vogliono che loro stessi arrivino allo scontro davanti alle porte di Gerusalemme, rappresentando così il conflitto prima e la pace ritrovata alla fine davanti alla grotta. In quella caotica «saggezza straniera» era successo che addirittura gli ebrei venissero considerati dai greci dell’ellenismo i «discendenti dei filosofi indiani», chiamati kalanoi, «i quali erano a loro volta discendenti dai magi persiani» (Momigliano). Un albero genealogico che somiglia alla Torre di Babele.

In questi giorni ci è capitato di vedere un originale presepio che metteva in scena un deserto fatto di carta argentata dove i Magi sui cammelli sembravano perdersi, tra i riflessi incandescenti della enorme piana, persi benché sapienti, conoscitori delle vie terrene e di quelle del cielo. Una noche oscura del alma a dorso di cammello. Solo grazie all’astro trovano l’orientamento, vengono guidati alla rivelazione cristiana, al messaggio semplice che si fa beffa degli intellettualismi gnostici.

De stella magorum è il titolo di un sermone che Marsilio Ficino scrisse in occasione dell’Epifania. Vi si parlava di una stella-angelo. Ribaltando infatti la concezione degli irreligiosi, non era il racconto evangelico a nascere in occasione del fenomeno astrofisico, alla vicenda siderale ricostruita dagli scienziati dei secoli a venire, bensì una stella portentosa si faceva segno dell’evento divino.

Che le attese dei secoli confluissero negli anni augustei può essere considerato uno Zeitgeist ma può essere ricondotto anche a questo incontro tra il «vero Dio» e le ricerche di tutti i gentili che davanti a lui, il puer, confluiscono nel sontuoso corteo. La scena dei Magi anticipa quella degli apostoli che tornano indietro delusi perché gli ebrei come loro hanno respinto il messaggio messianico di rabbi Gesù e allora il Maestro li manda a con-vertire i Gentili che non attendono alcun messia. L’universalismo del Vangelo è testimoniato da quel corteo delle Genti, l’universalismo cattolico (con l’aggettivo che suona ridondante) si richiama a quell’esempio e la cappella berniniana e poi borrominiana del Collegio Urbano, della seicentesca centrale delle missioni nel mondo a Roma, si intitola non a caso ai tre santificati: Cappella dei Magi. Perciò l’indicazione evangelica sulla provenienza da Est si cambia, strada facendo, in una convergenza da i tre punti del mondo, figli dei figli di Noè, a significare le razze umane, cosicché quando fu scoperto un quarto continente la fantasia ideò anche un quarto Magio, in modo che ciascuno avesse una sua rappresentanza nella scena primaria. L’Occidente si misurò con l’ambigua sapienza orientale, questa l’infinita ermeneutica europea alla storia dei Magi; il Logos si espone al mondo dei colti che non lo conosceva.

Vi erano inoltre i riflessi luministici del platonismo, del neoplatonismo rivisitato dalla Chiesa bizantina, che fa della liturgia epifanica una festa della luce metafisica. La dottrina di Platone, tradotta nelle pratiche popolari diviene non ancora favola ma quantomeno una cornice fiabesca. I tre simbolici visitatori risplenderanno dell’oro che orna vesti e acconciature, qua e là a impreziosire il corteo, il viaggio, alludendo pittoricamente all'iperuranio, fin nelle bardature di cavalli e cammelli, come furono raffigurati dagli artisti toscani e in generale dell’Italia centrale, nell’epoca in cui Platone tornava al centro della nostra cultura. Fino a che il tema dei Magi nella Firenze del Quattrocento trovò un’accoglienza speciale alla corte dei Medici e in una Natività di Botticelli i maggiori rappresentanti della ricca famiglia prestarono le loro facce ai tre re del presepio.

Nonostante tutto, nonostante cioè questa presenza dei Magi, su cui si è ricamato assai, il racconto evangelico vuole essere storico, come le scienze bibliche hanno cercato di dimostrare. Ancora una volta, dunque, «il Natale non è una favola», spiega il papa-teologo.

Ma tanto pareva una invenzione letteraria che, al contrario, su questo elegante mistero si cimentarono due tra i sommi poeti del Novecento, Eliot e Yeats. Se il primo virò la storia dei Magi in chiave attuale, in un affollato e travagliato journey, l’irlandese trasse stille del suo «avvento del nuovo» vagamente teosofico e occultistico (ma la grandezza della sua poesia – diceva Giorgio Melchiori – penetrava «la fitta nebbia esoterica e mistica in cui sembrava perduto»), un gioco di occhi dei tre re che confusi (e respinti) dal «tumulto del Calvario» fissano i loro sguardi sul «pavimento bestiale» della mangiatoia, non solo il bue e l’asinello ma la violenza animalesca della nuova èra, la violenza cosmica della bestia apocalittica. Senza le pesanti armature teoriche, ben più natalizie risuonano i suoi versi per la povera Mabel Beardsley, sorella del raffinatissimo Aubrey, dove il poeta rivolgendosi alla Morte dice: «Perdona, grande nemica, / Senza pensieri iracondi / Abbiamo recato il nostro albero, / E abbiamo fatto acquisti qua e là / Finché ogni ramo ne fosse gaio, / Ed ella potesse vedere dal letto / Cose graziose tali da piacere / Ad una testolina fantasiosa / Concedile una breve dilazione, / Che conta se un occhio ridente / Ti ha guardato in faccia? Sta per morire».

Ancora del magico dalla notte epifanica. In queste ore, folle immense bloccano la parte rinascimentale della città di Roma per portarsi, senza alcuna convocazione, pubblicità, cartello indicativo, a piazza Navona, all’antico mercato natalizio, nei pressi del quale, secondo la leggenda, nei solai oscuri di case fuori del tempo si nasconderebbe nel resto dell’anno la Befana e i suoi Befanini, personaggi che comporrebbero il corteo volante, una specie di brigata dionisiaca cui è stato somministrato il battesimo (non c’è l’edera ma certamente gira il vino per riscaldare le notti fredde). Una tradizione sotterranea che non ha bisogno di proclami. Si va nella piazza dove si vendono cose dimesse che potrebbero essere acquistate in qualsiasi bottega della città, e ormai le bancarelle diminuiscono, crescono gli spazi vuoti tra una e l’altra sulla linea che riprende la forma pressappoco ellittica della piazza, con al centro il tripudio marmoreo di Bernini. Però i ragazzi sbandati delle periferie vi si recano in pellegrinaggio non imposto da una qualche moda. Ebbene questa festa tanto popolare, profondamente radicata nell’immaginario, sulla fine degli anni Settanta, fu abolita. Estirpata con un decreto governativo dal cuore delle famiglie. La cosa impressionante è che nessuno si ribellò. Molti mugugni, naturalmente, tristezza soffusa, ma non si fa la rivoluzione per una festa cancellata. Forse anche se decidessero da un giorno all’altro che il Natale è abolito, tutti soffrirebbero in silenzio ma nient’altro. La cancellazione della festa millenaria si volle soltanto per copiare male il resto d’Europa che non festeggiava.

La stampa aveva tormentato l’opinione pubblica sul fatto che nella penisola i giorni feriali fossero troppo pochi. Bisognava aumentare il tempo lavorativo, somigliare maggiormente ai paesi nordici, dimenticare il mondo mediterraneo. Nessuno o quasi ricordò con orgoglio il nostro modo di vivere, la nostra dolce vita; ci si batteva il petto con foga per i peccati di mancata omologazione. Del resto lo Stato unitario era nato circa centocinquant’anni fa proprio per spirito di imitazione. Una mini-Francia sembrava l’Italietta agli occhi di Dostoevskij che la derideva. Per imitazione della Francia si era perduto una particolarità, l’esser la penisola una specie di paradiso in terra, giardino che era patria a tutta l’umanità. Ma gli ultra-provinciali volevano sembrare nordici, si travestivano da weberiani e dimezzavano le festività, i santi popolarissimi nei paesi a loro dedicati, le piazze allegre, le luminarie, le processioni, le girandole, gli ozi. I burocrati presero una mannaia e colpirono con poco riguardo. Buttarono via l’Epifania senza magari far caso che anche la nordica e severa nonché protestante Germania, almeno per metà, manteneva nel calendario la celebrazione dei Magi. Così la terza festa, quella che le completa tutte, veniva a mancare. Recita l’adagio malinconico: «l’Epifania tutte le feste si porta via», sigillo della celebrazione invernale, della consolazione della morta natura, della speranza nella resurrezione che le vili decorazioni, gli scintillii infantili vogliono testimoniare. Una trentina di anni fa, quelle feste furono mozzate. Eppure non si trattava soltanto di Roma.

Si pensi per esempio a Firenze dove a Casa Medici venne istituita la Compagnia dei Magi, di cui facevano parte i migliori umanisti che, in eccelsa confraternita, organizzavano un grande corteo per le vie della città in una rievocazione del viaggio dei Magi, quello che Benozzo Gozzoli dipinse aggiungendo le scene di caccia, le gioie terrene, gli splendori della corte fiorentina.

Milano addirittura vantava le reliquie dei presunti corpi dei Magi che considerava protettori della città. Barbarossa mise a ferro e fuoco il Comune ribelle, si impadronì delle reliquie e se le portò a Colonia. Il culto tedesco restò fedele ai tre e l’arca che li contiene continua a essere mèta di pellegrinaggi. Ma all’inizio del Novecento, grazie all’amicizia tra l’arcivescovo di Milano e quello di Colonia, tornarono nella capitale lombarda delle reliquie ossee dei vecchi patroni. Nel dopoguerra riprese anche la tradizione del corteo dei Magi per le vie della città.

Né soltanto le capitali ricordavano il 6 gennaio, anzi soprattutto nel mondo contadino, nelle migliaia di paesi memori che costellano tutte le regioni d’Italia, si ebbero sempre in quella notte dei prodigi i fuochi e le sorprese gastronomiche e i doni e le tradizioni di eccentrici riti. Riti apotropaici, dicono gli antropologi, e delle superstizioni dei pronostici. Festa nelle case contadine davanti ai camini e festa soprattutto nelle stalle. Si voleva perfino che gli animali parlassero dei loro padroni nella notte di veglia. Intelligente fu l’idea della Rai novella di istituire la più grande lotteria dell’anno nel giorno dell’Epifania.

In un codice senese del XIV secolo si trova forse per la prima volta la menzione di una «festa de’ Magi», con «divota rappresentazione», ovvero corteo regale. Ma sicuramente a più lontano nel tempo doveva risalire queste usanze che continuano ancora oggi. Cortei paesani di reucci per un giorno, canti, poesie (quanto verseggiare sulla Befana!).

Per tutte, una filastrocca ubriaca, tanto che i saccenti la direbbero surrealista: «O Befana, mia Befana esci fuori dalla tana / con le calze color di rosa / buttaci giù qualche cosa!». Strampalata: la vecchia chiusa in una tana, come un animale, che si innalza cavalcando una scopa, montata in senso contrario a quello delle streghe dannate, per lasciar cadere dunque i doni dall’alto. Befana povera: non un dono specifico le si chiede bensì una qualunque cosa, una elemosina, una mercè. La donna carica di secoli non ha una divisa, veste di stracci raccogliticci, di improbabili colori, «con le scarpe tutte rotte», recita un’altra cantilena rimeggiata, addirittura delle calze rosa per la bizzarra e talvolta bisbetica maga.

Volando sulla penisola appaiono innumerevoli falò nella notte santa e magica: la vecchia viene bruciata, la vecchia viene invocata per i doni. Come in ogni rito importante, ecco il capro espiatorio nascosto ma non troppo, ammonirebbe René Girard.

Ma il cinismo degli anni Settanta buttò tutto all’aria. Si abolì la Befana e si abolì il latino nella liturgia romana. Son scelte diversissime, è chiaro, ma furono compiute con la medesima crudeltà. E santi veneratissimi dal popolo, nel medesimo tempo, vennero depennati da arcigni filologi che confondevano la Chiesa con una istituzione accademica; o semplicemente per l’acrimonia di parvenus della cultura che volevano rivalersi sui più semplici e far vedere ai parenti contadini che ormai padroneggiavano il latinorum.

A quel tempo i giovani scendevano in piazza per dileggiare i padri e i nonni. Si imponeva la gioventù, un nuovo soggetto del consumo, i vecchi dovevano essere eliminati dal mercato. Non erano i bonari sfottò, il perenne contrasto tra chi si pensa eterno e vede gli altri al lumicino ed esorcizza perciò quel giorno lontano, oppure l’orgoglio di chi ha capito qualcosa ma solo quando il tempo scarseggia. Si trattava di una inusitata battaglia politica. La generazione dei ribelli di allora, adusa oggi a esser coccolata dal plauso generale, dal rispetto dei più giovani che affabulano narrando delle loro gesta, non riescono neppure a immaginare una processione di garzoncelli che marciando con passo militare e grida orribili prenda a insultare in tono greve i loro simboli, il loro sacro, la loro persona. La vecchiaia come colpa, l’avvizzimento quale obiettivo ‘politico’ da colpire, lo squadrismo di ‘Giovinezza’ in opposto estremismo: si fa fatica a pensarlo ormai. E difficilmente potrebbe darsi uno spettacolo di tal fatta perché tutti si è imbrigliati oggidì nella cosiddetta ‘correttezza politica’ che vieta ogni pensiero non approvato dai potenti del momento, una dogmatica imposizione che non va violata neanche per quegli stupidi scherzi che sono le invenzioni del «contemporaneo». Ci si lasci andare, infatti, a uno sfottò sulla Costituzione, gli idolatri della Carta quarantottesca grideranno unanimamente allo scandalo. Allora vigevano o meglio sopravvivevano invece le buone maniere, che sono cosa ben diversa dalla correttezza politica, regole formali – quindi che non presuppongono alcun contenuto – per evitare la violenza fisica e verbale. La loro fragilità le mise in balia degli scarponi dei violenti. Attaccarono il passato come il male assoluto, distrussero ogni sorta di tradizione, di buona forma. La Befana fu tra i vinti. Ma in Russia non bastarono settant’anni di duro dominio degli atei, di uno Stato poliziesco degli atei, con polizie assai manesche, stanze di tortura diffuse, articoli del codice che comminavano anni nei Lager per gli spiriti religiosi, distruzione di chiese e conventi, scioglimento di ordini, vescovi e preti in catene: appena l’Urss venne giù tornò a galla il cristianesimo che non possedeva neppure più i libri sacri. A maggior ragione, appena la nostra festa dell’Epifania fu riammessa, tornarono le folle ai riti misteriosi della notte magica. Sempre più inconsapevoli tuttavia, sfumato vieppiù il significato religioso, gestita ormai la festa principalmente dai mercanti.

La notte dei doni però, almeno la notte, si sottrae, nei limiti di questo nostro mondo, a quello scambio forsennato. Non c’è il cinema e il sistema mediatico made in Usa a metterla in scena. Resta pur sempre una occasione in ombra, una riserva europea, una magia comunque segreta. Il racconto è affidato al conciso Matteo: «E aperti gli scrigni offrirono in dono oro, argento e mirra».
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giovedì 31 dicembre 2009

Ricordando Berlino

~ NELLE ULTIME ORE DEL 2009, VOGLIAMO ARCHIVIARE L’ANNO DEL VENTENNALE CON UNO SCRITTO DI ALBERTO ARBASINO, UNA REQUISITORIA CONTRO I DESPOTI DEL SOCIALISMO E I LORO TANTI COMPLICI EUROPEI ~

Non siamo venditori di almanacchi, ne offriamo uno gratis, non abbiamo l’obbligo di magnificare le sorti dell’anno che verrà, anzi restiamo vagamente pessimisti. Però, proprio un ventennio fa, il 1989 riuscì bene, da meritare un Te Deum a parte: mentre si celebravano senza troppo senso critico i massacri della Rivoluzione di due secoli prima – e sui giornali progressisti italiani si accendevano insulsi dibattiti su illuminismo e bolscevismo –, il comunismo che aveva marcato il Novecento precipitava in poche settimane e spariva dall’Europa. Il 2009 cui stiamo dando l’addio in queste ore ci è sembrato scarsamente incline a ricordare il liberatorio evento. Si festeggiano anniversari d’ogni sorta, si commemora la Prima guerra mondiale, il secolo e mezzo del Risorgimento italiano, ci si ossessiona con il fascismo che appartiene a un mondo scomparso, si indaga ancora a fasi alterne sulle bombe milanesi o sull’assassinio di Kennedy, ma si evita di parlare di quella grande speranza novecentesca trasformatasi nel peggiore incubo. Da noi, nel giro di due o tre anni, l’Ottantanove fu digerito facilmente: il Male Assoluto ormai andava cercato negli ammanchi e nei profitti burocratici, ragion per cui i governanti democratici e filo-occidentali divennero i peggiori reprobi, inquisiti e insultati per sovrappiù dai comunisti con le ‘mani pulite’.

Mentre in qualche parte del mondo ancora resistono i tiranni di sinistra, a Cuba per esempio, mentre il regime di Teheran esaltato da Foucault e dai suoi emuli italiani uccide e terrorizza la popolazione, ci piace ricordare il tonfo comunista a Berlino con le parole di un eccelso letterato, Alberto Arbasino, che nella migliore tradizione civile lombarda si recò sul posto, grande inviato, per raccontare i giorni che sconvolsero il mondo. Il librino che raccoglie quegli scritti,
La caduta dei tiranni (Sellerio, 1990), non ebbe l’eco che meritava. Ne riproduciamo degli stralci per invogliare a recuperarlo e a leggerlo nella sua interezza. E per attraversare i confini temporali staccandoci dalla attualità più penosa.

«Il Popolo irrompe sulla Scena»: oggi è un titolo non più tanto da esercitazione, da Brecht direttore didattico, ma da giornale europeo ben fatto. Il regista non c’è più, un intoppo in meno. Però vedere concretamente questo irrompere, camminandoci in mezzo, a Berlino, sui marciapiedi celebrati e terribili, va superando qualunque immaginario di Fritz Lang, e discepoli o epigoni.

Nuova Oggettività? Espressionismo? Forza di uno Zeitgeist in scarpe da ginnastica?... Subito dietro quel fregio o fastigio di bandierine e jeans giovani apparsi alti e coreografici sul Muro nella televisione-spettacolo, ecco nei giorni dopo in mezzo alla strada un immenso popolo, ben più smisurato che le infinite comparse di Metropolis, uscire inverosimilmente mortificato e miserrimo da chissà quali cantine o miniere o caverne della tirannide, e invadere la ‘città’ superiore dove anche i giovinastri e le vecchiette non hanno il grigiore cinereo delle privazioni nel sottosuolo, ma il rosato-abbronzato di un’alimentazione con prosciutti e formaggi abbondanti, e delle vacanze-charter a prezzi stracciati anche per i pensionati nelle Canarie o a Creta.

I tedeschi occidentali anche biondi e lustri nel consumismo villano contro la protesta maoista o castrista e paleo-vietnamita e pro-immigrati turchi dei vecchi studenti «di piombo» non sono certamente mai stati il massimo del bell’incarnato e del benvestito; e il loro sciamare prussiano o slesiano o sassone in centro non è davvero una festa per gli occhi come un sabato italiano, fiera così colorata e peciona e allegra della vanità giovanile narcisa, anche senza shopping coatto. Ma soprattutto qui oggi sui marciapiedi berlinesi impressiona e sgomenta questa drammatica differenza di colore e di nutrizione e di ‘texture’ nella pelle e nei corpi, oltre che nell’indumento desolato e derelitto.

Questo popolo sotterraneo ‘orientale’ oppresso dai decenni del dispotismo e ridotto a «nazione inferiore» appare sbattuto e attonito ai varchi del Muro abbattuto o sui treni della metropolitana tra Friedrichstrasse (Est) e Zoo (Ovest) – pochi minuti di tragitto, molte ore ancora per controllare i fagotti e le carte – in corpi e abiti senza forma e senza colori, come negli squallori grigiastri del neorealismo strappalacrime circa gli sfollati in carri-bestiame e i sinistrati in cerca di cibo ma privi di gioia anche portando un po’ di farina a casa. […]

Altro che Nuova Oggettività. Altro che Espressionismo Rivisitato. Altro che straniamento epico, alienazione didattica, collage di protesta e denuncia. Questo lividore allibito e derelitto e non contento da rifugio antiaereo perenne, questa rassegnazione ancora avvilita di una gente resa schiava e sottoposta rispetto ai vicini di Muro – e con ingenti promesse ideologiche e pratiche non per l’al di là ma per l’al di qua, poi – con queste uscite in massa ancora passiva dalla mortificazione delle penurie si presentano come Pellizza da Volpedo nel weekend piuttosto sbigottito del Kurfürstendamm. Fiumane d’altri tempi...
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E ci riempiono magari di vergogne che dovrebbero colpire ben altri – mentre sediamo esterrefatti e inorriditi alla terrasse del Kempinski guardando l’enorme strada – come certi bambini ottocenteschi alle prese con la cioccolata innocente davanti agli spazzacamini e alle orfanelle tormentate dalla megera. Anche se i veri colpevoli sono i loro gerarchi, despoti e aguzzini e ladri ora cacciati in galera come nemici del popolo tra rivelazioni di infamie, ma a suo tempo così visitati e riveriti dalla nostra sinistra opportunista, che per quarant’anni non ha mai visto né capito niente oltre i vetri fumés delle limousines della tirannide oppure se ne fotteva proprio delle sofferenze del popolo, che sono davanti agli occhi di tutto, e non sono Cuore, sono qui.

(Aggrappati ogni sera alla televisione Ddr, la rivolta del popolo oppresso contro anche le ‘mangerie’ dei gerarchi comunisti appare anche più sensazionale che le revulsioni del 25 luglio e del 25 aprile, vissute traumaticamente nella peggiore età formativa. E le tavole rotonde – costituenti di popolo non presentazioni di libri di ministri – sembrano piuttosto assemblee di fabbriche e brigate stravolte per giusto rancore e giusta collera).

Ma che scarsa allegria, nell’avidità per gli indumenti e i cibi ammucchiati a prezzi infimi sui marciapiedi (nei negozi, non osano entrare), stralunati fra i menestrelli e ciarlatani che esibiscono i soliti giocattolini ‘d’animazione’ da Piazza Navona; e che curiosità incredula per i vetero-studenti borghesi d’altri mesi che vanno ancora lì come streghine maligne in occhialini tondi e paltò nero a contestare con accuse di consumismo i contadini e i vecchietti che contemplano con tanto desiderio e senza soldi non i testi trotzkisti predisposti per loro sui banchetti dottrinari davanti alla Freie Universität ma le arance e i jeans scartati dagli italiani, portati dagli abusivi, buttati per terra. E tanto, non arrivano a comprarli. […]

E all’ultimo piano del Ka-De-We, il vertiginoso assortimento di insaccati, affumicati, affettati, tagli di carni, dolci, coloniali, formaggi, e il foie gras fresco di Bocuse di qua e le decine di tè e caffè di Dallmayr e i dolci di Fauchon fra cui «si aggirano con avidità da drogate» le amiche miliardarie di Enzensberger che esaltano l’autenticità dei ghetti per immigrati turchi… Ma in questi giorni non vengono: al loro posto, solo frotte di volgarissimi paraculi con ostentate mignotte che si ubriacano di champagne avendo parcheggiato la Porsche sulla porta, dove una volta Auden e Isherwood passavano e ripassavano a piedi nell’alba nazi…

Ma tra le migliaia di pacchi e fagotti da fine della guerra, o guerra appena finita, che passeranno ore e ore coi portatori sdraiati per terra nella sotterranea, non si vede una sola busta con nomi di negozi o anche di supermarket. Solo, riempite fino a scoppiare di frutta o di pantaloni comprati nelle ceste sui marciapiedi, le vecchie borse e valigie a tristi fiori sintetici portate vuote e ripiegate da casa. E lo si nota con mestizia sui vagoni della metropolitana, gremiti e silenziosi e gelidi, nei vapori bianchi delle labbra e non una parola fra il passamontagna e la cuffia, ove (altro che «evviva il consumismo e la libertà») ci si additano con depressa ammirazione perfino le serre dei cavoli occidentali per gli orrendi crauti fra gli ex-giardini della «Atena sulla Sprea», e ci si stringe al petto la gomma di bicicletta appena comprata usata, e una lattina vuota da bibita forse destinata a soprammobile, fra qualche ubriacone che va avanti e indietro straparlando su di giri nel mutismo dei vagoni perché è già partito con l’alcol sottoproletario sul marciapiede ferroviario ‘Est’.

E fino a pochi giorni fa, i «responsabili per l’ideologia», attualmente in galera per furti continuati ai danni del popolo, sostenevano che si scappava di qui perché «sedotti dalla propaganda occidentale»: come se questi gruppetti di vecchiette smarrite emerse tenendosi per mano da chissà quali seminterrati in cerca di verdura fresca e Zitronen fossero abiette vittime della pubblicità di Wall Street malgrado i venerdì neri e i takeovers dei giapponesi… […]

Quanti «Liberate Angela Davis»... Nei meetings, nei titoli da noi, e proprio qui, su decine di stendardi, su decine di pennoni, lungo l’Unter den Linden e intorno all’Alexanderplatz: come fu ripetuto quello slogan, molto più di qualunque «Liberate» la Polonia e la Cecoslovacchia e l’Ungheria e la Ddr stessa e la Romania e la Bulgaria messe insieme…

Ma non vedevano proprio? Non capivano niente? Come si faceva a tornare tutti soddisfatti del «dibattito» da questi paesi europei un tempo simili a noi e non già all’Asia, con la stecca di sigarette-omaggio nel sacchettino e la bottiglia di J&B a mille lire per gli ospiti, non curanti delle sofferenze e dei bisogni, e svolgendo addirittura distinzioni fra morti e morti che sarebbero state trovate indecenti perfino da Filumena Marturano?... E magari, continuando a parlare astrattamente ancora adesso, tentando di «dare la linea» con la sufficienza della presunzione, come quando con l’intolleranza della saccenteria si ripeteva che «il paradiso è qui» senza vedere né provare «The Horror»: invece di venir qui a vedere, a toccare, a informarsi, a vergognarsi, a pentirsi o a ribellarsi, a piangere sul proprio passato o sulla propria mancanza di destino?... […]

Tra la vergogna e lo sgomento: questi due calvi di mezza età lividi e tremanti in veri stracci da officina o da stalla, frugando in borsellini da bisnonna monetine che valgono quasi niente, all’Akademie der Künste, sono evidentemente «dei nostri» o «come noi», dal momento che esaminano un catalogo di Hans Hartung, che è appena morto, e commentano un epistolario di Hermann Scherchen circa il Moses und Aron. Ma non possono comprare, evidentemente. Come se non potessimo entrare, noi, al Moma o alla Biennale perché costa troppo, e sapessimo già che difficilmente potremo permetterci, un giorno, un catalogo Electa o un buon drink. (C’è da arrossire: abbiamo in mano il grosso catalogo dell’esposizione «Kaiser Augustus und die verlorene Republik», abbiamo in tasca i biglietti per Jessye Norman alla Philarmonie stasera. Ma non arrossiranno mai invece quei nostri ex-bambini già con le mèches grigie che gemono da più di ventun anni per l’appartenenza alla borghesia di merda di mammà e papà, e in più di ventun anni non hanno mai mosso un solo ditino perché questi poveri disgraziati possano permettersi qualche Tetralogia ‘storica’ riedita in compact disc per riempire le serate a Karl-Marx-Stadt senza infilar la testa – possedendolo – nel forno a gas?). […]

«Loro stanno benissimo, lì. Loro sono contenti così». Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, per decenni, dagli italiani e italiane di saccenteria più proterva, a proposito degli ingabbiati che osservavamo oltre il Muro; e si vedeva bene come davanti a un locale, che nessuno cercava di entrare, mentre tentavano tutti di uscire. Come del resto adesso: nessun flusso da Ovest a Est, tra le folle entusiaste di libertà lungo queste vie tante volte percorse… Ma nei due sensi, noi: sempre più carichi di imbarazzi incolpevoli, perché liberi di andare tra il Pergamon Museum e la Gemäldgalerie, e loro no. A Est? Si poteva apprendere fin troppo circa Brecht, Gorkij, e la scultura antica. E la pittura italiana e tedesca e francese, Raffaello e Rembrandt e Cranach e Watteau? Lì, a un passo, ma col filo spinato in mezzo, e ti sparano. Vuoi morire? Morire per Giorgione o per Giotto? […]

E quante volte fu autorevolmente soggiunto che la povera Bonn «senz’anima» era ormai spacciata, almeno fin dall’arrivo nella provincia italiana delle recensioni alla Ragazza Rosemarie – mentre invece i registi dell’Est, essendo sovvenzionati al 100% dallo Stato, possedevano l’interezza dello Spirito. […]

Eppure guardando questa Berlino che viene liberandosi senza domandare autorizzazioni ai ‘discorsi’ e ai ‘dibattiti’, si rimane soprattutto impressionati perché non si tratta più come (come pretendevano i feudatari e i valvassini di ieri) di «andare a lezione dalle masse», nel senso di andare a farsi ripetere dagli zombi le formule appena messegli in testa da presentatori e cantautori che magari si sono venuti a rifornire proprio qui, dalla Premiata Ditta. […]

Che cosa direbbe invece Fassbinder (dimenticato?), uscendo da una cantina di cuoio ora chiusa in Bundesallee col suo amico Armin di Regensburg (che ora non c’è più, neanche lui), a proposito dei privilegiati della quota contestativa, che finora godevano a Berlino Ovest delle sovvenzioni senatoriali per le manifestazioni alternative e le attività trasgressive, e anche esenzioni dal servizio militare e dalle imposte, tutte facilitazioni che potrebbero cessare dall’oggi all’indomani – come le esclusive aeree Pan Am e il mantenimento delle Antigoni – se la città-avamposto ridiventa metropoli-calamita, con bisogni di servizi sociali più urgenti?

Ma è mai possibile che in più di quarant’anni tanti nostri amici dei tiranni oggi smascherati e deposti e condannati non abbiano mai visto niente – niente! – né abbiano mai detto una parola di compassione e rimorso davanti alla realtà che qualunque turista imbranato poteva osservare? forse limitandosi a domandare «e il popolo?», e accontentandosi della risposta ufficiale dell’interprete «il popolo è felice, Altezza»? […]

E mai un momento di solidarietà o di ribellione, mai provato un minimo di turbamento, neanche la decenza istintiva del bambino che ha i giocattoli verso chi non ne ha? […]
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Il compromesso cinese

~ UNA MOSTRA IN VATICANO SULL’OPERA DEL GESUITA MATTEO RICCI, IL MISSIONARIO IN ABITI DA MANDARINO. ~ L’ARTE DELLA DISSIMULAZIONE PER CONVERTIRE IL MONDO CON IL LINGUAGGIO DELLA STORIA ~

Una vera arte della «propaganda fide» portò i gesuiti in Cina per conquistare il Celeste Impero al cristianesimo. Mimetizzati negli abiti dei mandarini, si mostrarono dei campioni del compromesso pur di convertire una cospicua parte di mondo alla religione romana. Perfino i riti, appena codificati dallo spirito tridentino, subirono delle modifiche in maniera elastica, a smentire le leggende sulla rigidità nell’epoca della Controriforma. Solo a dei rappresentanti del cattolicesimo poteva venire in mente di dialogare in tal modo con i saggi di altre religioni e culture. L’et et di Roma, lo spirito di inclusione già presente in epoca imperiale e ancor più trionfante nel cattolicesimo rinascimentale e barocco, accoglieva forme pagane e forme moderne: non a caso Cristo si era incarnato nella prosaicità della storia, non fuggiva dal mondo. Il rispetto amoroso per la tradizione del resto non deve oscurare il fatto che la modernità è un concetto cristiano, che nella Querelle degli antichi e dei moderni, questi ultimi – affermavano già i teologi medioevali – vedono meglio perché illuminati dal Vangelo. Inoltre, ogni giorno che cade nel precipizio della storia affretta il ritorno di Gesù su questa terra. La modernità apocalittica però non ha niente a che spartire con il culto progressista. Né la supremazia cristiana del moderno può trascinare al rifiuto della traditio: il Testamento nuovo non cancella l’Antico, lo porta a compimento. Dirà Baudelaire: la modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile. Negli ultimi tempi, questa è la differenza con tutte le altre epoche, si è abolito l’eterno.

Sull’ingegnoso protagonista di quest’arte della propaganda cattolica, nel quattrocentesimo anniversario della sua morte, hanno allestito una mostra in Vaticano: «Ai crinali della storia: Padre Matteo Ricci (1552-1610) fra Roma e Pechino» (aperta fino al 23 gennaio, nel Braccio di Carlo Magno). Nato da una nobile famiglia di Macerata, entrato nella Compagnia di Gesù, prete, scienziato, viaggiatore, a trent’anni padre Ricci si incammina verso l’Estremo Oriente, prima in India poi in Cina, trasportando una biblioteca di libri religiosi e un gran campionario di orologi, strumenti scientifici, giocattoli meccanici per abbagliare le anime dei colti. Aveva assistito ventenne alla battaglia di Lepanto, allo scontro cruento di civiltà, ha in mente un progetto di altro tipo per confrontarsi con le culture estremo-orientali che, benché lontane e misteriose, hanno inviato segnali di sapienza e scienza: esibire la civiltà cattolica, sedurre con il suo sapere, con la sua arte, con la sua umanità. «In Cina – scrive Ricci in una lettera – si può fare di più con i libri che con la parola». La strategia è articolata. Accortosi della lotta tra confuciani e buddisti, il coraggioso gesuita si allea con i primi e combatte i secondi. Abbandona quindi l’abito del bonzo che aveva indossato in India e prende quello del letterato. Ricci è affascinato dalle somiglianze là dove tanti missionari francescani non vedevano che differenza e barbarie pagana. Trova in Cina delle città belle quanto quelle europee, dove ci sono «cose simili alle opere dei romani». In quella specie di mostra di libri e di oggetti dell’Occidente che organizza in Cina per conquistare i funzionari dell’Impero, ciò che interessa maggiormente i mandarini è la tecnica della prospettiva, fino ad allora sconosciuta, e poi sfere, quadranti solari, prismi e pendoli. Questo grande regista della rappresentazione gesuita si rammarica spesso che, nonostante gli abiti, «il naso e gli occhi lo contraddistinguano ancora dai cinesi». Ignazio addestrava i suoi a dimenticare la lingua natìa per traformarsi in cavalieri universali di Cristo; così il santo basco negava le radici etniche, il sentimento del sangue. Se ne accorse il teorico razzista ottocentesco Houston Stewart Chamberlain che lo indicò come il peggior nemico della nuova Germania. Del resto, in piena Controriforma e in tempi in cui la monarchia spagnola esaltava la limpieza de sangre, si riportava del fondatore della Compagnia più diffamata della storia la seguente dichiarazione: «Un giorno che stavamo mangiando davanti a molti, a un certo momento, parlando di sé, Ignazio disse che avrebbe considerato grazia speciale di nostro Signore venire dalla razza degli ebrei; e aggiunse il motivo dicendo: ‘Come! Poter essere parente di Cristo nostro Signore, secundum carnem, e di Nostra Signora la gloriosa Vergine Maria’. Disse queste parole con un aspetto tale e con tanto sentimento che gli vennero le lacrime e la cosa fu molto notata».

La tomba di padre Ricci, nella Città Proibita, venne distrutta durante la Rivoluzione culturale dalle ‘guardie rosse’. Finita la furia dei rivoluzionari, il governo cinese restaurò con cura la sepoltura del gesuita, privilegio raro in uno spazio precluso agli stranieri. La scritta incisa sul marmo, sormontata da quattro draghi avvinti a una croce, recita in cinese e in latino: «Sepolcro del venerabile Li, della Compagnia di Gesù». Sulla stele si legge un breve compendio della vita di Ricci, i quarantadue anni nella Compagnia, la missione in Cina, la morte a Pechino nell’undicesimo giorno dell’anno di grazia 1610. Nel testo cinese si legge anche: «proveniente dall’Italia, dalla parte dell’Atlantico, giunse come missionario in Cina nel 1561». Il cavaliere universale aveva cambiato anche il nome, collocata la lingua cinese accanto a quella latina, i draghi intorno alla croce; annullata la sua persona ut unum sint. Fu designato Li Madou, ovvero il Saggio d’Occidente.

Sulla «mirabile varietà di costumi e istituzioni» della terra si era aperto un gran dibattito in Europa fin dal XVI secolo, ma l’epoca manierista continuava a cercare l’estraneo, lo stravagante, dentro di sé. All’alba del XVII secolo invece è cambiata la prospettiva spaziale: nel mappamondo fatto stampare su seta da padre Ricci, la Cina è al centro del mondo. Sparisce pertanto la vecchia idea sulla relativa prossimità dell’Estremo Oriente con l’Europa. Nelle università seicentesche non si studia ancora la geografia, ma già al Collegio Romano, nella fucina dei missionari gesuiti, si inaugurano i corsi di geografia descrittiva. Una descrizione che non si limita alla cartografia, che punta soprattutto all’uomo abitante della terra e alle manifestazioni umane, un’antesignana della antropologia culturale. Il gesuita Antonio Possevino la definì «ancella della filosofia morale».

«Allora che intrapresi a viaggiare nel nuovo mondo – confessa un viaggiatore del tempo – credevo che non vi fossero uomini veramente uomini che tra gli europei […] ma mi disingannai poco a poco». C’era stata la scoperta dell’America, ma la cultura degli indios non aveva colpito favorevolmente la nostra immaginazione. In Estremo Oriente però, nell’Impero cinese si estendeva una grande civiltà che non aveva mai sentito parlare di Vangelo. Come era possibile?

«La sorpresa provata dagli europei del XVI secolo – scrive uno storico delle missioni – è paragonabile a quella che potremmo provare noi oggi se scoprissimo degli esseri umani sulla Luna o su un altro pianeta», i nuovi mondi, i nuovi viaggi «distruggono poco a poco l’innocente persuasione che lo sforzo missionario del cristianesimo si fosse spinto ‘fino agli estremi della terra’» (Henri Bernard-Maître).

La missione gesuita in Cina segna il capovolgimento del tradizionale atteggiamento cattolico verso i non-battezzati, i pagani, come ancora si diceva. «Cancellare la superstizione» dal mondo, così le missioni venivano cantate nei Lusiadi, il poema delle gesta portoghesi. «Cancellare le superstizioni» significava ricondurre tutti i popoli del pianeta all’interno dell’Occidente dopo averli spogliati della loro differenza. È quello che fa da sempre ogni civiltà quando si impadronisce di un’altra. Ma Roma, con la Compagnia fondata da Ignazio, tenta un compromesso difficile. Per la prima volta ci si trova di fronte a un mondo altrettanto raffinato, religiosamente sofisticato, forse sul piano etico più elevato dei pagani greco-romani, manca soltanto della parola evangelica. I missionari, a cominciare da Ricci, provano a rendere in cinese il verbo tramandato in ebraico e in greco.

Di fronte al problema di tradurre il nome di Dio nella lingua dei mandarini, padre Ricci adotta una parola trovata da un catecumeno per designare il Signore del Cielo, Tian. Successivamente, studiando i classici della Cina, scopre che dalla fine del I millennio a.C. gli antichi cinesi riconoscevano all’Essere Primo molti attributi che al gesuita paiono imparentati con quelli della teologia occidentale. Tian poteva identificarsi con il Dio ebraico-cristiano? Nasceva a questo punto la questione dei «riti cinesi», dello sforzo di adattamento fatto da insigni rapprentanti della Controriforma in terra orientale per tradurre la teologia e la liturgia cattoliche nelle forme di una civiltà agli antipodi dell’Urbe. Per un secolo e mezzo si discuterà a Roma, in mezza Europa e naturalmente tra i missionari in Cina della questione della fede cristiana e delle abitudini millenarie di popoli appena scoperti.

Mentre i giansenisti di Port Royal, Antoine Arnauld e Pierre Nicole, sottolineano nella loro Logica come le questioni teologiche abbiano un risvolto grammaticale, i gesuiti sostituiscono il latino con il cinese, concepiscono un rito straordinario sulla falsariga di quelli concessi ai bizantini, ai copti, agli ambrosiani. Si preoccupano inoltre di calzare nei dipinti Cristo e gli apostoli onde evitare l’orrore dei cinesi per i piedi nudi. Nella nuova liturgia c’è perfino un problema di copricapi: per i cinesi è disdicevole celebrare un qualsiasi rito a testa scoperta. I gesuiti divengono allora pure costumisti e realizzano uno speciale cappello a punta, una via di mezzo tra la mitria e il berretto dei letterati confuciani.

L’Inquisizione studia attentamente i protocolli del primo incontro Occidente/Oriente, dove si legge tra l’altro del culto confuciano dei morti approvato dai missionari della Compagnia in quanto tradizione nient’affatto religiosa. I gesuiti inviano a Roma la testimonianza dell’Imperatore, del «Figlio del Cielo», disposto a scrivere al papa per garantire che il culto di Confucio è puramente civile. Ma un teocrate che vanta ascendenze divine è forse un testimone attendibile? E la sua cultura sa distinguere il religioso dal civile?

Pascal teme che i millenni della storia cinese possano distruggere la conologia biblica, i gesuiti ritrovano la presenza semitica dei figli di Noè nella sterminata terra del Celeste Impero. Intrecciano le storie, ritrovano gli echi occidentali in ogni dove, riconciliando l’umanità. Nulla deve restare fuori dall’orbe romano, il katholikòs opera per questa riconciliazione, secondo l’insegnamento evangelico, affinché tutti siano una cosa sola. Nelle Lettere provinciali le critiche interne però si fanno velenose: «dove un Dio crocifisso è considerato una follia, [i missionari gesuiti] sopprimono lo scandalo della Croce e predicano il Cristo glorioso».

Intenti a un sì enorme progetto, i padri gesuiti non si lasciano fermare dalle accuse che vengono dall’Europa. La loro erudizione continua a produrre numerose prove sulle comunità ebraiche rinvenibili in varie epoche. Nella sinagoga di K’ai-feng, un’iscrizione fa risalire la presenza ebraica laggiù al III secolo a.C. anche se è probabile che si tratti di una esagerazione per dare lustro alla comunità. E proprio un ebreo, Ngai T’oung Pao parla per primo a padre Ricci di alcune comunità in Cina che veneravano la croce. Nell’infaticabile apostolo si accende la speranza di ricondurre all’antica fede i discendenti di quei cristiani. «Grazie a san Tommaso apostolo, i cinesi e gli etiopi hanno ricevuto la vera fede…» dice un manoscritto siriaco.

Sarà allora «piacevole» decifrare nei libri cinesi misteriosi e millenari le tracce della Trinità. Comincia l’opera di interpretazione dei segni, dei simboli «incomprensibili agli spiriti volgari», sui sentieri del Messia. Accanto alla Rivelazione c’è il tempo del Disvelamento. La questione della ragione, della luce divina riflessa negli intelletti umani, qui si pone in tutta la sua importanza.

I gesuiti costruiscono il mito della Cina naturaliter virtuosa. I colpi che in Occidente vengono sferrati contro il pensiero politico, morale, religioso porteranno allora come contrassegno la insinuante frase «Le Relazioni della Cina insegnano…». I cinesi «sono naturalmente inclini alla virtù»: diventano un mito occidentale, la pietra di paragone per esercitare una critica radicale di tutto quello che c’è da noi, il modello per i ‘persiani’ di Montesquieu. L’Illuminismo si nutrirà di «relazioni della China».

Per tutto il Seicento nessun laico, per quanto colto, conosce il cinese. Ci si deve fidare degli uomini della Compagnia che hanno il monopolio della grammatica, della lingua, della sinologia, delle religioni cinesi, delle conoscenze con gli intellettuali di quel mondo. Nei collegi gesuiti si allestiscono balletti ‘alla cinese’ e viene messo in scena un teatro edificante sui missionari in terre orientali, rappresentazioni che accendono i cuori degli ardenti discepoli. In mezza Europa si diffonderà la voga cinese, dalle pagode nei giardini alle porcellane per il tè. Chiuso in una stanza del Collegio Romano, Daniello Bartoli, uno dei nostri massimi prosatori, scriverà della Cina ricorrendo alle relazioni inviate dai suoi confratelli laggiù.

Nasce la leggenda che la Cina sia l’impero della felicità. Qualcuno, critico del traffico culturale dei reverendi padri, sospetta che i cinesi siano felici perché non viaggiano, se ne stanno fermi a ricevere i visitatori occidentali; sulla scia di Platone, cioè, si identifica il benessere dello Stato con il suo essere chiuso alle influenze straniere. Ma il cristianesimo spinge a interessarsi all’altro, la religione di Roma è universalistica, è missionaria. Invano i giansenisti, riprendendo questi motivi conservatori criticano, anche violentemente e talvolta calunniandoli, gli uomini della Compagnia. Pascal scrive in un celebre pensiero, miele per tutti gli stanziali: «… ho scoperto che ogni disgrazia umana deriva dal non sapere stare tranquillo in una stanza».

Come in uno specchio, in una lettera di un missionario si riporta il ritratto degli europei a opera di un mandarino: «Spendono delle grandi somme di denaro; certi giorni raccolgono una infinità di gente del popolo per fare le loro cerimonie; esaminano le nostre leggi e i nostri costumi, realizzano carte delle nostre montagne e dei nostri fiumi, si sforzano di guadagnare il popolo: non vedo qual è il loro disegno, non sta a me penetrarlo, so pertanto che questa religione è stata portata dall’Europa». Per i cinesi, i gesuiti sono i cartografi, gli architetti, gli astronomi, i maestri di meccanica, i matematici. Già nel 1612 diffondono il pensiero di Galileo in Cina. Da padre Ricci sentono parlare della rotondità della Terra, dell’esistenza degli antipodi, della natura delle eclissi, dei quattro elementi, della grandezza degli astri, della vastità e del numero dei continenti, della geometria di Euclide, di cui il maceratese offre in traduzione gli Elementi. Scoprono pure astrolabi, sfere, globi terrestri e celesti, orologi, sestanti, ecc. L’opera del cardinale Bellarmino è tradotta in cinese, le sottigliezze della scolastica fanno la loro comparsa tra i mandarini, con una certa approssimazione si cerca di rendere in lingua cinese il pensiero dei neoaristotelici. I letterati si entusiasmano per l’invenzione italiana degli occhiali. Ricevono da Ricci anche un Trattato sull’amicizia, crestomazia di sentenze e aforismi di autori occidentali e, quasi un testamento, Dieci capitoli di un uomo strano (edito lo scorso anno in versione italiana da Quodlibet), dialogo tra un letterato cinese e uno occidentale, per confrontare e integrare sapere confuciano e sapere cristiano. L’«uomo strano» è naturalmente padre Ricci e il titolo riecheggia una sentenza di un Confucio che dovette parere biblica: «l’uomo è strano per gli uomini, ma simile a Dio».

Il primo libro cinese stampato in Europa con tanto di ideogrammi è l’Historia del gran regno de la China del padre de Mendoza, pubblicato a Roma nel 1585. I caratteri cinesi sono resi quasi irriconoscibili dalla mano occidentale che li ha tracciati e dal suo gusto barocco. Circa un secolo più tardi, l’Accademia delle Scienze francese sottopone a un missionario gesuita un questionario a proposito della Cina sulla cronologia, le coordinate geografiche, l’astrologia, la musica e la medicina («il modo con il quale tastano il polso»), il tè, il rabarbaro, le altre droghe che usano, le piante, l’eventuale uso del tabacco, il loro vivere ordinario, nonché se gli uccelli e gli animali domestici siano simili ai nostri, della forma e dell’uso dei loro cannoni, della maniera di fortificare, delle feste e delle danze, delle arti e delle manifatture, delle forme dei loro vascelli, della grandezza del popolo, delle loro religioni, infine della Muraglia. Queste domande dei savants sono la prova che la scoperta della Cina è opera dei gesuiti.

La mostra in Vaticano documenta una fase della cultura romana e di una sua singolare appendice nel Celeste Impero. A Roma, proprio nell’anno in cui Ricci entrava in Cina, papa Gregorio XIII riformava il calendario, stabiliva la nuova misurazione del tempo, via via accettata nei secoli anche in paesi protestanti e cristiano-ortodossi, oggi ancora in corso; dopo avere offerto nell’arte le squisitezze del manierismo e gli aspri realismi di Caravaggio, la capitale del cattolicesimo si preparava a stupire il mondo con il Barocco; nella scienza la fisica galileiana sconfiggeva definitivamente la magia anti-cristiana; i missionari gesuiti preparavano un ponte tra le massime culture dell’Occidente e dell’Oriente e in America Latina, originalissimi, difendevano i diritti umani. Né è un caso che per raccontare delle missioni ignaziane l’esposizione vaticana si affidi alle illustrazioni di Rubens, Paolo Veronese, Van Dyck, Ribeira, Pulzone: i massimi artisti del tempo narravano la gloria del cattolicesimo che, a sua volta, esportava in Cina e insegnava l’uso della prospettiva in pittura. Così come esportava le verità di Galileo e la tecnologia che ne scaturiva. Se tra gli italiani il nome di Ricci non dice granché, una rivista come «Life» nelle sue studiatissime classifiche lo mette tra i cento che contano nella storia del secondo millennio. Per fortuna che in genere gli storici sostengono la decadenza della civiltà cattolica dopo la ferita della Riforma luterana. Questa ristretta mostra – che vede stipati quadri e macchine fisiche, orologi e libri cristiani stampati nel Celeste Impero, manoscritti e statue cinesi, rotoli che raffigurano madonne con occhi a mandorla e chinoiseries della corte Ming – sembra una bella smentita ai luoghi comuni degli storici. Appena uno stimolo a ripensare un contributo formidabile dei cattolici al mondo moderno.
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martedì 29 dicembre 2009

minima / L’occhio di Dio

Le agenzie di stampa annunciano che, stando a una ricerca medica condotta su oltre 150 mila persone, il rapporto giusto fra il valore della pressione sanguigna massima e della pressione sanguigna minima è 1,618. Ovvero, a dar retta a questo studio chi, dividendo la ‘massima’ per la ‘minima’, ottiene 1,618 vivrebbe più a lungo, a parità di altre condizioni. Subito dopo, le stesse agenzie aggiungono che i medici che hanno condotto l’indagine ignoravano che quel numero ha una sua lunga fama. A conferma dei compartimenti stagni del sapere scientifico, dunque, chi pratica l'arte medica non sa che 1,618, fin dai tempi pitagorici, corrisponde alla ‘sezione aurea’, alla «proporzione divina», secondo l’espressione del francescano Luca Pacioli, amico e collaboratore di Piero della Francesca, di Leon Battista Alberti e di Leonardo –, all’armonia geometrica che in alcune figure converge verso un punto di fuga chiamato l’«occhio di Dio». Conosciuto dagli artisti e architetti dell’antichità, riscoperto dai nostri rinascimentali, sembra incontrarsi anche nei grandi pittori del Medioevo, forse per trasmissione segreta, e nei musicisti. Perfino nelle forme della botanica è stato rintracciato. La psicologia sperimentale dell’Ottocento provò che nella maggioranza dei casi il pubblico gradiva i linguaggi artistici costruiti sull’armonia matematica. Al giorno d’oggi, l’esperimento dà risultati opposti: quasi nessuno sembra essere in grado di apprezzare la sezione aurea, l’euritmia, l’eufonia. Traviati dalle dissonanze, dagli urli, dal cacofonico, dall’artificiosità perversa, dall’informe, dal deforme, dal disarmonico appunto, perdiamo di vista l’occhio di Dio e rompiamo l’equilibrio del nostro sangue, delle pulsazioni dell’esistenza.
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lunedì 28 dicembre 2009

minima / Pubblicità

Magari con un po’ di ritardo, ma non amiamo lo shopping pre-natalizio, ecco il primo, autentico, spot di questo «Almanacco»: è finalmente uscito in traduzione italiana il volume di Alain Besançon, L’image interdite, che i nostri lettori hanno visto citare innumerevoli volte e con la massima ammirazione. L’immagine proibita spiega il ‘contemporaneo’ con il Concilio di Nicea, rassicura sulla temporaneità della mancanza di immagini nella nostra epoca, così come il diritto e la proprietà subirono un’eclisse quasi secolare a causa della Rivoluzione bolscevica. Lo pubblica Marietti 1820 (la data sta a indicare la longevità di questa casa editrice che è rinata con il nuovo contrassegno) e il sottotitolo spiega: «una storia intellettuale dell’iconoclastia». Costa 40 euri, ma ha più di 400 pagine, e comunque li vale tutti.
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giovedì 24 dicembre 2009

N A T A L E ...R O M A N O

L’intensità della nostalgia è forse direttamente proporzionale alla velocità del mutamento dei tempi. In una cittadina del Quattrocento italico, poteva accadere che due o tre generazioni passassero senza che nel panorama circostante mutasse alcunché. Dalla fine del secolo XVIII, la corsa al cambiamento travolge anche i villaggi più remoti, e oggi i ragazzi si commuovono ritrovando in appositi siti la pubblicità natalizia della Coca Cola di dieci anni fa. Per i più grandi poi, basta un’immaginetta dei Cinquanta, un richiamo civettuolo del mondo ormai totalmente trapassato, per far spuntare le lacrime. Epoca ossessivamente nostalgica, trova il suo culmine sentimentalistico nel Natale. La mitologia che lo circonda è alquanto recente, una invenzione soprattutto del romanticismo, che enfatizzò il lato pittoresco della festa religiosa. Anche quello infantile e fiabesco attrasse i sodali dei fratelli Grimm. Fu l’Ottocento a costruire le immagini patetiche, le cartoline degli auguri, i riti familiari che turbavano perfino il ‘dionisiaco’ Nietzsche (si vedano le lettere sull’albero di Natale a madre e sorella), le canzoni toccanti, i racconti delle piccole fiammiferaie, dei bambini laceri, della miseria, per confortare chi banchettava al caldo borghese. Si rispolverarono vecchie leggende nordiche, il mondo protestante del sacerdozio privato aveva finalmente una liturgia da celebrare in casa. Il resto lo fece l’industria dell’entertainment negli Stati Uniti. In pochi decenni si impose Babbo Natale e la fantasmagoria dei doni portati da san Nicola di Bari, del gesto gratuito cioè (i balocchi e dolciumi per i piccini), divenne la festa dell’universo delle merci, sia pure con un vago segno cristiano persistente.

Nel cuore del rito planetario dei buoni sentimenti, del consumo, della puerilità, dello zuccheroso, una frase perentoria di Benedetto XVI interrompe l’incantesimo e sembra sottrarre il Natale al romanticismo interminabile. Dalla Chiesa di Roma, e proprio da un papa tedesco – a riprova che l’universalismo cattolico supera le caratteristiche nazionali – viene un richiamo solenne: «il Natale non è una favola».

Nella tradizione romana della festa non c’è ombra di leziosaggine. Di fronte alla morte ciclica della natura, al
memento annuale della nostra fine, i pagani celebravano il Dies Natalis Solis Invicti e accendevano nelle fredde notti dicembrine robusti fuochi di giubilo per le strade di Roma. Ma la consolazione conservava il sapore malinconico dell’eterno ritorno, dell’alternarsi di morte e vita, della perfetta simmetria temporale che annienta il futuro e perciò la speranza. I cristiani approfittarono di questa ricorrenza così vibrante per collocarvi il giorno natale del Vincitore della morte. Il cerchio pagano veniva spezzato, adesso c’era un prima e un dopo definitivi, si affermava l’irreversibilità trascinando tutte le cose. Frutto di uno spregiudicato accostamento, le antiche credenze però resistevano e papa Leone Magno se ne preoccupava: nel giorno di Natale «alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di S. Pietro, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente». Ma Ambrogio ribadiva senza indugi: «Cristo è il nostro nuovo sole». Dialettica luce/tenebre che va ben al di là dei ‘notturni’ romantici nel paese delle selve. Piuttosto quelli italici, senza tenebre e paure, luminosi e sereni sotto la luna. Nei presepi del nostro Rinascimento, ad alto valore simbolico, il paesaggio classico, le figure magniloquenti, i templi spezzati, il vecchio e nuovo mondo, mettevano in scena un dramma cosmico, non una storiella montanara. Roma aveva riequilibrato come sempre tutto. La stalla trasformata in reggia, i pastori mescolati ai re, gli umani agli angeli, Dio a una coppia di ebrei. A noi, invece, a furia di carillons e di motivetti facili ci è sfuggito di mente il legame del Natale con la Pasqua.

«Quanno nascette Ninno a Bettalemme/ Era nott', e pareva miezo juorno» cantava in napoletano sant’Alfonso riecheggiando il profeta Isaia che riconciliava il leone e l’agnello. Notte dei miracoli, mezzanotte che sembra mezzogiorno, gli animali e gli umani, il cielo e la terra si ricongiungono sospendendo il tempo e con il tempo l’èra del peccato. Da secoli l’umanità nella notte santa sembra ripensare l’età dell’oro. Le montagne silenti, i paesi luccicanti, uno stuolo di angeli, i magi con i turbanti, il cielo trapuntato di stelle, i doni, la cometa fissa su una grotta, e nella grotta una vergine che partorisce il
puer divino. È il presepio che l’arte napoletana arricchì di spunti esotici con le scimmie che si aggiungono agli elefanti e ai cammelli, con le strane fogge dei re-indovini e dei loro innumerevoli cortigiani. È il presepio affollatissimo dove si incontra l’occidente e l’oriente. «La terra è arreventata Paraviso», ma questo è ancora una promessa: nella notte santa, nonostante sia la più incantata delle notti, gli umani continuano a morire e a soffrire, in particolare di solitudine estrema e dolorosa. Il Natale, il presepio, è solo prefigurazione della festa celeste.

Alla malinconia romantica risponde la Chiesa di Roma con argomenti vigorosi che vogliono sconfiggere morte e dolore, come nelle parole di papa Leone Magno che, per rincuorare i suoi neo-cristiani, predicava: «Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita: una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità». Al cospetto della morte, dunque, ci vuole qualcosa di forte, la futilità accentuando il senso di vuoto e la devastazione. La solennità dell’avvento messianico non è appunto riducibile al clima fiabesco: «il Natale non è una favola».

Il bambino di Betlemme «è il Logos eterno che esisteva prima dell’inizio dei tempi, e pertanto in certo modo vecchio (…). Egli è più vecchio del cielo e della terra. ‘Giovane bimbo, Dio eterno’: così suona il refrain del
kontakion sul Natale composto da Romano il Melode» ricordava Averincev, parlando dell’iconografia bizantina. Il culto dell’infanzia nel cristianesimo va di pari passo con il culto della vecchiaia, della «vecchiaia nell’infanzia» e dell’«infanzia nella vecchiaia», a riprova che nella sapienza tradizionale non si dà mai la piattezza di una sola faccia.

Nelle tre messe con cui nei primi secoli si solennizzava a Roma il Natale veniva ribadito il senso di quella notte. Il messia è ancora
infans, non parlante – sono i profeti a parlare in sua vece – ma l’evento oggi è l’incarnazione di Dio. Contro tutte le eresie spiritualiste, la liturgia ripete: il Verbo invisibile si fece visibile consacrando il mondo delle immagini, rendendole di uno splendore che mancava nonostante tutto alla civiltà pagana. Contro i manichei si ricorda che Dio non si è rifiutato di assumere la nostra carne. Si annuncia infine che la sua grazia si spargerà «usque ad extremos terminos orbis terrarum», altro che la piccola comunità del villaggio sotto la neve prediletta dai romantici. Lo stesso presepio di Greccio, nonostante l’oleografia irritante che accompagna san Francesco, è una sacra rappresentazione dell’incipit del Vangelo non la sequenza delle scene di una Winterreise.

Immersi nell’oro, in solenni forme simboliche, i personaggi del presepio di Duccio – nell’Adorazione dei Magi conservata a Siena – officiano il mistero della parusia: i due più giovani si guardano perplessi per tanto portento, il più vecchio inchina la propria maestà al puer presentato dalla madre su un tronetto marmoreo, classico. Andiamo a vederlo almeno nella riproduzione elettronica della rete. Una capanna incornicia una grotta sotto una grande montagna che occupa quasi tutta la tavola. Il nero dell’antro è bilanciato dalla luce aurea che inonda la scena. Il bambino è stato già portato fuori dal buio dell’arcaico, dall’indistinto della colpa adamitica: la rivelazione è compiuta. Il mondo lo riconosce, un gruppo di servi, stretti tra i cavalli, osservano la scena. Ornamenti preziosi per uomini e bestie, quasi fossero abiti liturgici. E dettagli squisiti come i calzari del magio vegliardo: nel mondano avviene l’epifania. D’oro è anche la stella, cometa senza coda ma collegata con l’astro che brilla sulla grotta. Il cosmo partecipa alla festa terrena. Che l'aureo splendore duccesco avvolga l’augurio di un gioioso Natale ai lettori di questo «Almanacco».

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sabato 19 dicembre 2009

minima / Parole

Ieri, la scritta in ferro all’ingresso di Auschwitz, «Arbeit macht frei», l’installazione nazista con un retrogusto ironico, sghignazzamento di macellai, è stata rubata. Forse feticismo sinistro di gitanti chiassosi nel luogo del nichilismo realizzato, forse addirittura performance di dileggiatori d’ogni croce, d’ogni dolore umano. I giornali titolano con una parola ricorrente: «profanazione». L’altro ieri, sui medesimi giornali era tutto un gran ridere per una ragazza in cera crocefissa di spalle in un museo di Stato a Napoli. 'Opera' di un goliardico autore già noto per avere impiccato in effigie dei bambini agli alberi di Milano, ora intento agli sfottò per un ebreo ammazzato. Nel caso napoletano, secondo la stampa, la profanazione risultava assai spiritosa.
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mercoledì 16 dicembre 2009

minima / Iperbole

Ieri i giornalisti di «Repubblica» si sono riuniti e hanno dichiarato in un comunicato di «scrivere al servizio della verità». In Matteo leggiamo: «il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (5,37). Satana corrompe le parole, il grosso gruppo editoriale si limita a banalizzarle.
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domenica 13 dicembre 2009

L'imbandigione dell'arte

~ ROGER SCRUTON A ROMA PARLA DI SACRO E BELLEZZA. ~ QUALCHE INTERROGATIVO SULLE SUGGESTIVE PROPOSTE
DEL FILOSOFO BRITANNICO (E SULLO SFONDO VAGAMENTE BIEDERMEIER) ~

I media, con il loro tono ellittico e ridondante in ossimorica combinazione, lo chiamano il Festival di Dio, sulla falsariga di quelli dedicati alla filosofia e alle letterature; in ossequio alle mode correnti, gli organizzatori lo presentano come un «evento»; ha un logo e una grafica che fanno pensare a un filmone di fantascienza. Ma al convegno organizzato dai vescovi italiani su «Dio oggi», appena conclusosi a Roma, pur con simili piccole concessioni ai riti culturali (d’altronde il Dio cattolico è incarnato nella storia, nelle miserie del presente), si è parlato sul tema della bellezza e dell’arte, di Dio e dell’uomo, in modo davvero eccentrico rispetto alle estetiche scontate che non soddisfano né l’«eros della ragione» né quello dei sensi. Se lo scientismo – come qualcuno ha ricordato rievocando parole wittgensteiniane – è la «superstizione della modernità», l’estetica contemporanea rappresenta la liturgia di tale superstizione.

Della bellezza, invece, come una specie di ‘terzo predicato’ di Dio (dopo la potenza e il bene), ha trattato Roger Scruton. Altre volte, aveva sottolineato che la sua ricerca nell’arte tende a smentire il tremendo sospetto che le vite umane siano solo un insensato alternarsi di nascite e di morti, mentre un’«arte» priva di bellezza, secondo i canoni dall’estetica contemporanea, sarebbe la migliore conferma di tutto questo ciclico vuoto, la sua più insistente réclame. Contro l’opera senza senso e contro la riduzione della vita a sequenza chimica insignificante Scruton aveva obiettato: «è vero che il feto è un collage di elementi chimici, ma solo nel senso che la Quinta sinfonia di Beethoven è esclusivamente una collezione di suoni». L’autentica creazione si ha nel momento che «si crea un significato», non raccogliendo in frammenti lo scarto del mondo che si ammanta di glamour con il nome di trash. A Roma è tornato a cercare di stringere questa bellezza dal significato metafisico, pur sfuggendo – secondo tradizione e gusto britannici – alle definizioni precise. Ha preferito accostarvisi attraverso esempi concreti. O enunciazioni abbozzate.

Cosicché ha spiegato che «all’arte chiediamo di rassicurarci sulla sensatezza della vita» e, al di qua della Manica, sebbene grati per le semplificazioni e la probità intellettuale, subito affiora qualche dubbio. Anche perché egli ha invocato quali testimoni di una simile funzione rincuorante dell’arte Paul Cézanne o Anna Achmatova mentre magari ci si sarebbe aspettato che facesse nomi Biedermeier, e non tanto gli sconfortati Schubert o Grillparzer quanto gli ebanisti, gli autori di mobili solidi, gli ormai dimenticati protagonisti dell’arte applicata. Sembra schiudersi a queste parole sull’arte ‘rassicurante’ un bozzettismo del XXI secolo, decorativo, privato, tra le rovine del mondo dove sono cancellate le differenze. È davvero una proposta per il nostro presente?

Quando il filosofo parla del «bisogno di casa» – non la dimora di risonanza heideggeriana, proprio il cottage elegante – facendo l’esempio di una madre che organizza una cena in cui riunire la famiglia e imbandisce con cura la tavola, tirando fuori i migliori piatti e i migliori bicchieri, trasformando la cena in un «simbolo del ritorno a casa», esempio assai prosaico di bisogno quotidiano della bellezza, che altro dobbiamo pensare se non al biedermeieriano Gemütlich? Il termine, con la sua eco nell’anima, diventa l’aggettivo fatale della festa familiare. E Scruton sembra salvarsi soltanto perché si riferisce alla villa rustica e aristocratica: fuori da quel mondo, fuori dall’isola britannica, saremmo già in un carosello. Ma poi il filosofo innalza questo «bisogno di casa» a un «bisogno che sorge dalla nostra condizione metafisica» e allora la bellezza ci dice che «noi siamo a casa in questo mondo». La sensazione, va detto, risulta molto cattolica e molto controcorrente in questo tempo segnato da gnosi striscianti che giocano soltanto sulla parola ‘esodo’ perché credono nel «dio malvagio», il demiurgo che ha costruito un mondo materiale da cui si vuole fuggire. Ma la poetizzazione dell’intérieur non è forse un’altra fuga dal mondo?

Con una punta di cattiveria Adorno aveva osservato che «con il Biedermeier la vita interiore del passato diventa mobilio», Scruton che ha esordito proprio con un libro di critica al pensiero ‘francofortese’, se ne sta lontano dalle ansie critiche che turbano la stille Zeit della campagna inglese, dei luoghi esclusivi senza neppure lo strascico moralistico piccolo borghese che accompagnava il Biedermeier. Ma l’arte non ci aiutò a fuoriuscire dal quotidiano piuttosto che a enfatizzare l’abitudine, la routine? Non fu sempre momento festivo che interrompeva la ferialità?

Questa sorta di quietismo estetico non si sofferma sui linguaggi, sugli stili veri e falsi, sui ritorni del passato come revivals, sul caos stilistico del postmoderno, sulle forme spezzate, sulle immagini catatoniche, sull’amorfo, sui minimalismi. Nulla, soltanto dei nomi che indicherebbero una certa linea, da Benjamin Britten a T. S. Eliot. E in un recente scritto, ancora una volta contro Adorno, prova a esorcizzare i dèmoni severi della Scuola novecentesca di Vienna e a riscattare con innocenza le canzoni dell’America pop della prima metà del XX secolo. Si può stabilire una concordanza tra le due dichiarazioni di intenti?

Ben più attraente si fa il discorso nella parte critica della dissacrazione moderna, questa parola-chiave buona a giustificare ogni banalità estetica. Ecco il «catalogo di mutilazioni», la decostruzione sistematica per rendere la «forma umana disgustosa». Anche qui, qualche perplessità però. Anzitutto nel racconto con cui presenta il fenomeno. Parlando in chiave autobiografica, accenna a un taglio profondo nella storia del dopoguerra: «il mondo dell’arte ha conosciuto un cambiamento improvviso». Anche il lettore del nostro «Almanacco» si è imbattuto più volte nella vicenda, lunga secoli, della trasformazione moderna e modernista dell’arte, dal sovvertimento del bello con il brutto al rifiuto anche del brutto, fino al trionfo dell’insensato. Scruton dimentica qua e là questi essenziali passaggi, o li comprime, così come arriva a prendersela con l’incolpevole Quentin Tarantino, quasi incarnasse la summa degli oltraggi all’umano, confondendo il contenuto – le efferatezze del pulp – con la forma (e quella di certi registi è forte, rigorosa addirittura, fedele a un ‘genere’, niente a che vedere con le debolezze degli altri ‘visivi’, con l’impotenza della pittura d’oggi di rappresentare, di narrare).

Finalmente affronta l’«abitudine alla dissacrazione in cui la vita non viene celebrata dall’arte quanto invece presa di mira da essa», nell’epoca in cui gli artisti si fanno una reputazione «gettando sterco sul volto umano». Oggi, quel viso imbrattato attesta la straordinaria «sordità all’umano», come al convegno qualcuno l’ha designata. Michel Foucault non viene menzionato, ma è lui il capofila della dissoluzione del volto dell’uomo, della profanazione del versetto biblico «a sua immagine». In Le parole e le cose concludeva con tono oracolare: «L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima». Scommetteva anzi con indifferenza su quella fine, quando «l’uomo sarebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia». Nei luttuosi annunci, ben più narcisistici di quelli sofferti di Nietzsche, si trastullò una generazione giocando con il nichilismo senza alcun desiderio di oltrepassamento. È comprensibile che, da parte di un filosofo britannico, allergico agli ermetismi linguistici, si tenti di reagire anche solo mettendo in luce una nostalgia dell’«oltre la linea».

La «tediosa cultura della trasgressione», della negatività, degli «imbruttitori» del mondo ha il suo culmine nell’epoca della massima ricchezza diffusa in Occidente, della pace, dei «figli viziati dallo Stato assistenziale», sostiene Scruton. «Giovanissimi in braccio al lusso» son scivolati con compiacimento nel tragi-comico del «contemporaneo». Dall’altra parte, nella Russia del comunismo, della miseria coatta, il perseguitato Josif Brodskij seppe scrivere versi rari nel nostro tempo. Si vuol dire che l’arte cresce soltanto nel mondo travagliato? Riduciamo il discorso sulla bellezza dalla teologia alla sociologia? Piuttosto che una questione di ricchi e poveri, la mancanza della presenza divina nelle società della opulenza sembra essere una esclusiva moderna. Possiamo forse definire atea la Firenze dei Medici, così eccessivamente ricca e straordinariamente ricolma di artisti? Da che cosa è mossa dunque quella voglia di dissacrazione, cioè di depredazione, di un cadavere o di un cimitero, di una chiesa o di una immagine, che si è registrata da oltre un secolo?

Scruton più che a una eterna tentazione satanica sembra credere nello «spirito democratico» che mette in discussione la regalità e la religione. Forse rivolgimenti più profondi di un semplice fatto di benessere ozioso, magari accompagnandosi con lo spirito democratico, fecero crollare il mondo di ieri; anche se il terremoto fu certamente meno traumatico nel regno insulare. E il castello e la chiesa, che secondo Hans Sedlmayr sono alla base della storia dell’arte, laggiù sopravvissero Ma almeno il ‘giardino all’inglese’ e le teorizzazioni di Lord Shaftesbury, che Scruton cita, influirono anche sulla cultura britannica e aprirono al radicalmente nuovo nell’arte: «il giardino ‘all'inglese’ deve essere considerato molto più che una nuova forma di giardino. Esso vuole significare la ribellione all’egemonia dell’architettura, cioè una specie di rapporto del tutto nuovo fra uomo e natura, e – in genere – una nuova concezione dell’arte», attirando nella propria orbita tutte le altre forme estetiche. Così scriveva l’austriaco Sedlmayr che con rigore unico provò a spiegare l’eclissi della bellezza nel mondo moderno. In guisa di appunti, riprendendo dalla sua opera maggiore, Perdita del centro, limitiamoci ad annotare i punti principali di quella disamina: il regno del museo e il nuovo culto dei morti; il monumentale che caratterizza la fine del XVIII secolo e l’intero XIX; le macchine, la tecnologia in genere; la estraneazione tra le arti e la morte dell’iconologia (pur in un’epoca che ne studiava come mai quella del passato, anche a causa dei copiosi mezzi del miliardario ebreo-tedesco Warburg e del circolo che costituì). E soprattutto, in conseguenza di tanti rovesciamenti, il dissolvimento dei confini dell’arte, il connubbio romantico con l’esistenziale, la confusione tra bellezza artistica e bellezza naturale. Con simili novità dovette misurarsi la bellezza divina.

Le osservazioni sociologiche, la descrizione delle scene di vita mondana, i bien-nés che dissipano le ricchezze in sciocchezze non ci dicono l’essenziale. Ricorriamo ancora a Sedlmayr che trova nella palude dell’arte moderna la figura e l’opera di Satana. Leggiamo e riflettiamo su questo denso passaggio: «La vicinanza dell'arte alla morte e alla sua agghiacciante atmosfera era stata già notata nella storia dell'arte: essa esisteva cioè in quell’arte anticlassica che viene superficialmente riassunta nel nome di romanticismo. In essa una sublime concezione della vita, della natura e dell’antichità erompe dagli abissi primordiali. Ma in questa situazione minacciosa si conserva la dignità dell’uomo. Nel romanticismo tedesco – in Gilly, Beethoven, Kleist, Hölderlin e Novalis come pure in Runge e in Friedrich – la vicinanza alla morte è umana, è tragica. Nella sua dedizione al Tutto, divenuto ancor più inaccessibile, l’uomo afferma nell’arte la propria legge di fronte al caos ch’egli conosce fino in fondo. Ma ora, alla coscienza della morte che in mille modi spia ogni essere vivente trasformandolo nella maschera della morte stessa, in un fiore appassito, in una stanza vuota e, perfino, in una natura morta, rappresentati in tutto il loro orrore, si unisce il dubbio angoscioso sulla dignità e l’essenza dell’uomo, sia come dolorosa rinuncia sia anche come cinica deformazione. Questa vicinanza alla morte non è tragica, ma è infernale, e conferma il caos. Ed è tanto più terrificante in quanto ora non esiste più alcun settore dell’esistenza umana che si possa sottrarre a questa irruzione del mondo degli inferi».

Scruton, autore di un manifesto dei conservatori sa bene che la tradizione viene meno con grande deflagrazione quando l’uomo si ritrova autonomo da tutto, desolantemente solo. Non basta il conforto di un interno borghese, di un pranzo familiare per riassaporare l’arte. E il mercato non basta né per spiegare le merci estetiche che circolano né per risolvere i problemi sorti e così interrompere la danza infernale di queste merci.

Giusto perciò puntare alla messa a fuoco della profanazione moderna. Già alla fine del Settecento, il sacro si distaccava vieppiù dall’umano, osservava Rudolf Otto, e questo distacco appariva nei versi di Hölderlin come nelle immagini di Caspar David Friedrich. Adesso, dice Scruton, «la dissacrazione è una sorta di difesa dal sacro», ovvero, «davanti alle cose sacre le nostre vite vengono giudicate; e per sfuggire a quel giudizio, noi distruggiamo la cosa che sembra accusarci». L’infantile ripicca, il gesto insolente, lo sberleffo, si estendono quindi alla bellezza che è un po’ la forma del sacro o comunque la sua immagine numinosa. Questo produce la speciale pornografia contemporanea, non esclusivamente sessuale, un nichilismo a luci rosse, lo chiama Scruton. La «vendetta contro la forma umana» diventa la vendetta contro ogni forma, il rifiuto del Logos, l’abbassamento al balbettio, alle posture animali, alla degradazione umiliante, alla fissazione stercoraria.

Allora senza l’idea di bellezza nell’estetica trasgressiva, anzi nella sua programmatica esclusione, viene a mancare anche la possibilità di amore. Nel mondo post-moderno non c’è spazio per esso, non si può nutrire di parodia e di irrisione. Non resta che un sentimentalismo caricaturale. La cosiddetta «arte contemporanea» – conclude il filosofo britannico – ha distrutto l’amore.
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martedì 8 dicembre 2009

minima / Blasfemia del colore

La Carmen meneghina non riguarda un «Almanacco Romano», ma l’empietà futile è affar nostro, rientra nella critica delle arti e delle lettere. Una paffuta signora della «Repubblica», la disneyana Fata Smemorina del nostro giornalismo, si infiamma per «un’eretica alla Scala», profonde lodi per la regista torva che vilipende i simboli cattolici, gode per le santuzze derise, per le croci violate, per il Cristo fatto a pezzi in scena. Questione di gusti. Fairy Godmother prova con la bacchetta magica a trasformare in un’accolita di Goya la signora palermitana che non ha nemmeno il talento anticlericale di Buñuel. Ma a un certo punto si fa seria. Lei così eccitata dal sacrilegio ha trovato qualcosa di insopportabile nella dissacrazione della festa mondana e lo bolla con la parola appropriata: bestemmia. Perciò definisce «blasfemi» i cravattini verdi sullo smoking di alcuni deputati locali in abbigliamento ideologico. Povera vecchia signora, il suo senso del sacro è legato al mondo di sarti e sartine, alla Moda compagna della Morte.
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domenica 6 dicembre 2009

minima / Vaudeville

Quelle malelingue dei fratelli Goncourt, nel loro Journal, alla data dicembre 1851, subito dopo cioè il golpe di Luigi Napoleone: «Sono certo che i colpi di Stato riuscirebbero meglio se ci fossero posti, palchi, poltrone per poterli meglio vedere, senza perderne nulla». Ecco esaudita la loro fervida fantasia dalla situazione attuale, quando i capi di governo, regolarmente eletti, sono colpiti al cuore da procuratori, mafiosi, mature signore del demi-monde, velisti invidiosi, giornalisti, rancorosi in genere, faccette elettroniche, poteri forti, folle sguaiate, a maggior gloria della sterminata platea, quella comodamente seduta in casa davanti al televisore. Adesso ci sono anche i primi piani della telecamera, si vede ogni cosa.
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