lunedì 9 aprile 2012

Il mattino di Pasqua

~ LA VITTORIA SULLA MORTE MESSA IN SCENA DA PIERO
E CONTEMPLATA DA ANDRÉ SUARÈS ~

Prima che Roberto Longhi ‘scoprisse’ Piero della Francesca, uno scrittore francese ormai dimenticato, André Suarès (1868-1948) celebrava «il più intelligente dei pittori», l’artista che mostrava «una mescolanza profondissima e intimissima tra intelligenza e fede». Adesso, nelle poche righe dedicate a Suarès dalle enciclopedie non si menzionano neppure i volumi del Voyage du Condottière ambientati nell’Italia dei primi decenni del Novecento. Lo scrittore marsigliese percorreva a piedi la nostra penisola, come il suo confratello tedesco Rudolf Borchardt che batteva palmo a palmo la Toscana, fuori dalle limitate rotte ferroviarie. Anche Suarès prediligeva la Toscana, Siena in particolare, ma si spinse fino a Roma, che non amò mai, nei suoi tanti viaggi in Italia. Si considerava un condottiero spirituale, «un cavaliere errante, che ho visto partire dalla Bretagna per conquistare l’Italia. Perché ormai, in un mondo in preda al carnaio e alla plebe, la più alta conquista è l’opera d’arte». Era la fine dell’Ottocento quando cominciò quella «conquista d’Italia». Si considerava un resistente, un artista «in un’epoca in cui nessuno lo è più» e si specchiava così nel suo personaggio: incapace di guadagnare denaro, «preso pertanto da ogni cosa della terra, amante di ogni seduzione, avido soprattutto di dare, cogliendo un piacere che nessuno ha saputo assaporare meglio. […] sempre povero, talvolta mendicante», collerico, «sembrava straniero dappertutto». «Lo si è creduto anarchico, era la gerarchia fatta uomo» «con un amore per la creazione che nessuno eguaglia…». Proust si convinse a visitare Venezia grazie alle prose seducenti di Suarès. Ogni tanto qualcuno in Francia si ricorda che il suo Voyage è «guida incomparabile» (Jean d’Ormesson) per capire l’Italia e la sua arte. Il poeta Yves Bonnefoy sulle tracce di Suarès ha ripreso il culto per Arezzo come luogo dell’anima e per Piero. Agli occhi del Condottiero della Bellezza, diviso tra la passione per i santi e quella per gli eroi, il pittore della Croce fu subito il suo eroe e divenne «Piero il grande» nel capitolo aretino che apre il volume del Voyage titolato Sienne la bien aimée da cui traiamo queste poche righe sul mattino di Pasqua. Paradossalmente ma non troppo, l’opera francese in cui si magnificavano con sapienza le città del Belpaese come mai avevano fatto i nostri cugini d’Oltralpe sempre affetti da un certo sciovinismo, non ha visto ancora una traduzione italiana (salvo una pubblicazione locale limitata alle pagine senesi).

«Piero ha dipinto la Resurrezione, o per meglio dire Gesù che esce dal Sepolcro. Così Borgo sembra derivare il suo nome proprio dall’ammirevole opera del suo pittore. Questo affresco è senza dubbio l’ultimo cui Piero abbia messo mano. Doveva avere allora dai settant’anni in su. Non c’è dipinto che non sappia meno di vecchiaia. Una forza intatta e una altrettanta sicurezza. Una indomabile energia che si possiede e nessuna debolezza da temere. Il genio è più vigoroso, addirittura più insolente che mai; e il pensiero magnifico. Un tale capolavoro non ha altri equivalenti che la Crocifissione sublime di Grünewald a Colmar: vi si contrappone, polo a polo, come il mezzogiorno al nord, e il giorno alla notte. Piero è proprio il figlio nobile della città del Sepolcro. Crede alla resurrezione e all’immortalità. La sua fede sembra certa, piena di autorità e di calma violenza. Il Salvatore è un guerriero. Al termine della notte, scaturisce dalla tomba, la croce in pugno, come uno stendardo, come una lancia. Il suo gesto è quello di un atleta, la sua taglia quella di un gigante. Sotto il sepolcro aperto, i soldati di guardia dormono. Il più vigilante di tutti, che dovette cedere alla fatica per ultimo, il torso dritto, addossato alla tomba, si è assopito con la guancia a contatto con la sua lunga lancia, che serra tra le mani. E il piede del Cristo, che sale a questo primo grado della resurrezione, tocca quasi la barbetta all’angolo del legionario addormentato. Il loro Dio resuscita, e questi non vedono niente, non intendono niente. Veri fedeli, veri soldati.

Potente e sofferente, Gesù è terribile. Nel Giudizio universale, Michelangelo se ne è ricordato. Il suo sudario è un’armatura, il furore gonfia le pieghe di questa toga. Il piede sinistro in aria, che preme il bordo del sarcofago, il ginocchio a squadra, egli sta per salire in cielo con un solo slancio, rischiando di schiacciarsi prima sulla terra; il medesimo slancio anima il suo braccio armato dello stendardo. Il volto ha visto la morte, mantiene le tracce del supplizio. Che vittoria dolorosa. Ma il movimento totale della forma cancella ogni sentimento di dolore: il corpo di questo atleta è quello di un vincitore infallibile. Egli occupa il centro del dipinto. La figura parte dal suolo, ove il piede destro preme ancora la pietra del sepolcro, per andare fino al cielo tempestoso, che tocca la croce dello stendardo. L’intero paese, alberi, cielo e montagne, corre dietro al Cristo. I giochi d’ombra e di luce, forse per la prima volta nell’arte del dipingere, danno un’anima e un canto all’ora dell’alba, tra la notte e il giorno, che è l’ora più da brividi tra tutte, quella irreale e tragica della resurrezione».

domenica 8 aprile 2012

Exultet

~ IMBRUTTIMENTO DELLA LITURGIA
E LUCE PASQUALE~

Il Venerdì santo, in una chiesa di Roma, a Monteverde, nella canonica ora nona, nel momento supremo, «et inclinato capite tradidit spiritum», due o tre fiammelle sospese in un ‘sepolcro’ che sembra un quadro astratto; dall’altro lato, nella cappella analoga un presepio ultrarealistico con tanto di rumorosissimo scroscio d’acqua sembra uno scherzo sinistro, forse è soltanto disprezzo della liturgia. La notte scorsa il canto del preconio pasquale, che è una pagina eccezionale della cultura occidentale – pare che Mozart abbia detto: «rinuncerei a tutta la mia musica pur di aver composto l’Exultet» – era ridotto in molte chiese a una melodia canzonettistica, tradotto in italiano approssimativo, eseguito ancor peggio (si veda sul canale «you tube» gli imbarazzanti esempi di come viene trattato l’annuncio più importante della storia, e si è lieti per la grazia di averlo ascoltato alla Trinità dei Pellegrini, secondo il rito romano tradizionale, nella sua sonorità senza microfoni, nella massima solennità, scandito, irruento, davvero gioioso). D’altronde anche la Cappella Sistina strepita da tempo e nubi si addensano sull’istituto pontificio che dovrebbe salvare la musica sacra. Questa mattina poi, nella piazza berniniana, sull’altare papale, faceva la sua comparsa ancora una volta quella atroce pensilina bianca che neppure un concerto rock ammetterebbe. La desolazione attuale della civiltà cattolica immalinconisce anche il giorno di Pasqua. Viene però in soccorso la parola di Paolo letta nella Missa in Coena Domini: succedeva di peggio all’epoca delle origini – tanto idolatrata dai cultori della filologia –, anche nei riti catacombali se ne vedevano di tutti i colori. «Fratelli, nelle nostre riunioni non si commemora più la Cena del Signore. Infatti ciascuno pretende mangiare i suoi cibi: così, mentre c’è chi patisce la fame un altro è ubriaco. Ma non avete casa vostra per mangiare e per bere, o volete mortificare la santa assemblea e far arrossire i poveri? Che devo dirvi? Lodarvi? Niente affatto» (I Cor, 11, 18-22). Ci vollero secoli per far risplendere la liturgia romana, per limitare la «mortificazione della santa assemblea». Che in un sol colpo si siano rinnegati i secoli non è certo da lodare, direbbe con franchezza l’apostolo, ma l’epistola paolina ci informa così che la Chiesa di Roma è sopravvissuta a ben altre disgrazie. «Si allieti pure la madre Chiesa ornata dal trionfo di tanta luce», recita appunto l’Exultet della notte di Pasqua.

giovedì 5 aprile 2012

Una predica bizantina

~ LA MEDITAZIONE DI UN PROFESSORE RUSSO
SUL VENERDÌ SANTO DELLA STORIA ~

Durante la Settimana santa, in quasi tutte le nuove chiese – gli hangar in cemento armato, i contenitori per masse anonime, i templi della mistica di fabbrica – non velano le immagini, non interrompono il suono dell’organo, non legano le campane. Vi regna il sempre uguale, anche nella liturgia. Il tempo penitenziale impone una provvisoria messa tra parentesi di quanto ci anticipa le visioni e gli ascolti paradisiaci, una transitoria perdita dei sensi che prepara la loro glorificazione pasquale, ebbene questo intervallo, questo passaggio nelle tenebre è estraneo ai loro poveri fedeli. O meglio, la penitenza in tali chiese e liturgie è inflitta tutto l’anno: le orripilanti immagini, gli insulti sguaiati alla forma, le canzonacce intonate al posto della musica sacra, le campane elettroniche sono una perenne flagellazione dei sensi. Ma le vessazioni massime restano le omelie che riecheggiano i giornali, le prediche che anche in queste ore supreme dell’anno liturgico ripetono i luoghi comuni dell’attualità: gli altri, i migranti, le tasse, il lavoro dei più giovani… Spesso i preti dimenticano che la Chiesa non ha altro da offrire al mondo che il suo Resuscitato. E non si sente proprio bisogno di un’imitazione clericale dei toni mondani (risulta peraltro assai ridicola). Per riflettere allora su considerazioni più adatte al Venerdì santo abbiamo pensato a un antichista russo, Sergej Averincev (1937-2004), che pur costretto a vivere nell’epoca, a dir poco pedestre, di Brežnev, seppe raccontare con erudizione e passione uniche nel nostro tempo lo scandalo della croce nel mondo aristocratico del paganesimo. Dalla mirabile raccolta di saggi, uscita anche in italiano una ventina di anni fa, L’anima e lo specchio. L’universo della poetica bizantina (a cura di Giuseppe Ghini, Il Mulino), riportiamo alcune pagine su quel singolare grido di dolore che in nessuna tragedia greca fu mai presente.

«L’Antico Testamento è un libro in cui nessuno si vergogna di soffrire e di gridare il proprio dolore. Nessun pianto nella tragedia greca conosce immagini e metafore del dolore così fisiche, così ‘viscerali’: nel petto dell’uomo il cuore si cela e si riversa nel ventre, le sue ossa si scuotono, e la carne si attacca alle ossa. Questa è la concretissima corporeità dei dolori del parto e dei dolori della morte, corporeità che ha il sapore del sangue, del sudore e delle lacrime, corporeità della carne umiliata; ricordiamo la ‘nudità della vergogna’ (’erjah šeth) dei prigionieri e dei futuri schiavi i cui parla Michea. In generale la percezione dell’uomo espressa nella Bibbia non è meno corporale di quella antica, con la sola differenza che in essa il corpo non è il portamento ma il dolore, non il gesto ma il tremore, non la volumetrica plastica dei muscoli ma gli oltraggiati ‘recessi del cuore’; tale corpo non è contemplato dall’esterno, bensì percepito dall’interno, e la sua immagine è composta non dalle impressioni degli occhi ma dalle vibrazioni delle ‘viscere’ umane. È l’immagine di un corpo sofferente, di un corpo straziato nel quale, tuttavia,vive il calore ‘carnale’, ‘viscerale’, ‘cordiale’ dell’intimità, calore estraneo allo statuario corpo dell’atleta ellenico che fa mostra di sé. […] [Negli esicasti] il respiro che viene a mancare per tanto sentire e può celebrare Dio, e ancora più il cuore che trema di terrore e gioia e a volte diventa come morbida cera che si fonde, il cuore, ricordato nei libri dell’Antico Testamento 851 volte: sono questi i più importanti simboli della concezione biblica dell’uomo. Tra questi simboli deve essere segnalato ancora il ‘ventre’; anzitutto, naturalmente, è il ventre materno che partorisce nel dolore (rehem), il quale si presenta nella semantica biblica come sinonimo di ogni grazia e misericordia (blago-utrobija [buone viscere], come nella Bibbia impararono ad esprimersi i bizantini e dopo di loro gli slavi battezzati dai bizantini): la simbolica dell’amore materno ‘caldo’ e ‘viscerale’ tanto caratteristica della cultura ortodossa bizantino-slava quanto estranea all’antichità, proviene dall’Antico Testamento, sebbene sia stata trasformata in modo sostanziale nell’immagine della maternità virginale della Madonna. […] Ma, accanto a tutto questo, il ventre è in generale l’immagine della tenera, sensibile, dolorosa assenza di difese davanti alle percosse. Il Libro dei proverbi di Salomone riferisce di percosse che penetrano nei ‘recessi delle viscere’.

[…] La lacrimevole compassione che abbraccia tutto il mondo, intesa non come emozione temporanea, ma come perenne condizione dell’anima e per di più come cammino di esaltazione, di ‘assimilazione a Dio’, è un ideale assolutamente estraneo alla cultura antica. […] Le lacrime sono appropriate all’animale, alla creatura tremante, ma solo il riso è appropriato alla divinità. Per contrasto si potrebbe ricordare l’affermazione cristiana così spesso ripetuta, e cioè che Cristo piangeva e mai non rideva […]. [Per gli antichi] lo scopo della vita è la libertà dal dolore, e la maggiore libertà dal dolore è data dalla morte. Raccontano che gli spettatori delle lezioni di Egesia si affrettarono a mettere in pratica il suo insegnamento, così che le lezioni furono proibite per ordine di Tolomeo Filadelfo; se ciò è inventato, non è inventato male: l’insegnamento del riso trapassa infatti organicamente nell’insegnamento al suicidio.[…]

Come cosa l’uomo si trova nelle mani del Creatore, come argilla in mano al vasaio; ma in quanto non è una cosa l’uomo sta di fronte al Creatore come partner di un dialogo. L’autorità di Dio sull’uomo si esprime non come silenzioso impiego di una cosa, ma come ordine espresso verbalmente in ‘comandamenti’, da una volontà a un’altra volontà; e appunto per questo l’uomo può disubbidire. Adamo è onorato dalla ‘immagine e somiglianza con Dio’; ma, a differenza degli esseri naturali che non possono perdere la loro immagine non-divina, non-simile-a-Dio all’uomo è data la possibilità di distruggere con le proprie mani la somiglianza a Dio. […]

È assai importante il fatto che la venuta di Dio nel mondo degli uomini nell’interpretazione del simbolo di fede niceno-costantinopolitano non sia semplicemente una ‘incarnazione’, cioè una materializzazione, ma precisamente un ‘inumarsi’, un’assimilazione della natura psico-fisica dell’uomo; e che dopo la resurrezione e l’ascensione di Cristo tale natura attraverso il suo indissolubile legame ‘ipostatico’ con la seconda persona della trinità risulti assimilata alle profondità della vita intradivina. […] Se Cristo è Dio-uomo ‘per natura’, ogni cristiano è potenzialmente Dio-uomo ‘per grazia’, e prima in quest’ordine è Maria Vergine, nella cui persona la natura umana, insieme ai suoi aspetti più corporei (quali la realtà ‘viscerale’ della maternità, che occupa un posto così importante nel sistema figurale-simbolico della poesia sacra bizantina), ascende al di sopra dell’incorporea spiritualità degli angeli […]. È proprio nella tradizione cristiana che per la prima volta appare il termine ‘superuomo’, che avrà poi un così strano destino. […]

Per il ristabilimento della dignità regale dei discendenti di Adamo era necessaria la venuta e la morte in croce di Cristo, cioè l’evento che fa appello ai più profondi sentimenti dell’uomo e che avanza a questo stesso uomo le più incredibili richieste, dato che questi è stato ‘comprato’ a così ‘alto prezzo’. […] La sua presente condizione per quanto dignitosa, non può non essere considerata dal cristiano come vergognosa, essendo costretto a misurarla con il metro dell’assoluto: ogni suo merito è finito nel mentre che la colpa è infinita. Il cristianesimo istruisce l’uomo a concepire il proprio corpo come tempio di Dio, e il più grave motivo di lamento è che questo corpo sia ‘tutto profanato’. Il cristianesimo inculca nell’uomo l’idea che egli è portatore dell’immagine di Dio, e quali lacrime basteranno per piangere l’umiliazione di questa immagine?».

lunedì 2 aprile 2012

La Messa di un santo

~ NEI GIORNI DEL GOLGOTA
IL RACCONTO DEL SANGUE SU UN ALTARE NEL GARGANO.~
LE TESTIMONIANZE DI GUIDO PIOVENE
E DI GRAHAM GREENE A PROPOSITO DI PADRE PIO ~

Nel suo Viaggio in Italia condotto per la radio, Guido Piovene passò per San Giovanni Rotondo e narrò di padre Pio. Correva l’anno 1953, l’aristocratico scrittore veneto che percorreva in lungo e in largo la penisola, assistette alla Messa dello stigmatizzato alle prime luci dell’alba. Quella singolare liturgia continuò fino alla morte del frate, sempre lunghissima, sempre in latino anche quando gli innovatori avevano stravolto i sacri misteri. Scrive Piovene in quel volume assai bello sull’Italia scomparsa:

«Padre Pio non si muove dal convento: non si occupa dei lavori che promuove, se non per sollecitarli, e li abbandona ai tecnici. Dire Messa è per lui l’avvenimento capitale della giornata. […] La Messa è alle cinque della mattina ad un altare secondario della chiesetta. La folla però comincia ad assediare di notte la porta chiusa. Quella Messa che, benché normale, dura un’ora abbondante, è un evento drammatico, che porta padre Pio di sbalzo molto più su della leggenda diffusasi intorno a lui. Mi limito a ricordarlo nell’emozione di quel dramma, lasciando giudicare a altri la sua fama di santo magico, su cui non saprei dire nulla. Padre Pio dice Messa in uno stato, certo autentico, di estasi e di rapimento: non un rapimento immobile; un rapimento travagliato, in cui si alternano sentimenti diversi, con una specie di altalena tra l’ebbrezza e l’affanno. Le mani, che durante il giorno ricopre con mezzi guanti di lana, sono nude all’altare e mostrano la grande macchia rossiccia delle stimmate. Si vede che gli dolgono; e specialmente soffre nel genuflettersi, come lo richiede il rito, pesando sul piede sinistro. Allora si aggrappa all’altare; un’ombra di dolore fisico gli appare in faccia, come nel sonno dei malati, che soffrono del male ma ne sono incoscienti; e si mescola ad una sofferenza maggiore. È chiaro che il frate rivive, anima e corpo, il sacrificio di Cristo; più che una Messa, il suo è un colloquio con Cristo, concitato a momenti, ed in altri disteso. I sentimenti discordanti, di gioia o d’angoscia, che palesa sul volto, sono suscitati in lui dalla vicenda a cui partecipa. Ho visto padre Pio togliersi dalla manica un fazzoletto, adoperarlo, e poi gettarlo sull’altare; la sua Messa è, nel tempo stesso, tragica e confidenziale» (Viaggio in Italia, ripubblicato da Baldini & Castoldi, 1993, pp. 765-766).

Due anni dopo è l’inglese Graham Greene a passare nel paesetto pugliese per vedere san Pio celebrare Messa. Qualche tempo fa la «New York Review of Books» rievocava il fatto in seguito a una polemica scoppiata sul numero del 2 dicembre 2004 a proposito del cattolicesimo dello scrittore che indagò nei doppi giochi dell’animo umano. Nel numero del 10 febbraio 2005 della «NYR», Kenneth L. Woodward, pubblicava una lettera speditagli da Greene l’11 settembre 1990 su quella sua lontana esperienza nel Gargano. Woodward aveva allora dato alle stampe un libro sui processi di santificazione nella Chiesa cattolica, l’autore del Fattore umano pensò di fargli cosa gradita testimoniando il suo incontro con un futuro santo. «Assistetti alla Messa di padre Pio in un villaggio del Mezzogiorno d’Italia», dice Greene, ricordando che era stato convinto a recarsi laggiù da un suo amico, un marchese italiano, che gli aveva suggerito di pernottare nei pressi del convento. Ma l’inglese preferì arrivare all’alba nella chiesina. «Non gli era concesso di celebrare all’altare maggiore, diceva la sua Messa a un altarino laterale, alle 5.30 del mattino. Soltanto poche donne fuori del convento aspettavano che aprissero le porte, e durante la Messa noi eravamo a due metri da lui. […] Cercava di nascondere le sue stigmate tirandosi giù le maniche ma naturalmente vennero fuori. Probabilmente non poteva usare i guanti. Ero stato avvertito che la sua Messa sarebbe stata molto lunga ma mi sembrò di normale durata e fui ancor più sorpreso quando il padre lasciò la chiesa e mi resi conto che erano già le sette senza che mi fossi accorto di tutto il tempo trascorso». Anche il letterato-agente di controspionaggio era stato strappato al suo tempo da quel drammatico rito sacrificale.

martedì 27 marzo 2012

Professor Adorno vs. Sir Bacon

~ «CARO ‘ALMANACCO’, TI SCRIVO…» ~
~ CONSIGLI EPISTOLARI PER BEN PREPARARSI
ALLA ‘PROVA’ SULLA CITAZIONE ADORNIANA ~

Lettera di un lettore di «Almanacco Romano» sulla proposta del 24 marzo:

Nell’attuale, secolare, «sistema di non-cultura» (Nietzsche), dove non ha più senso neppure parlare di «barbarie stilizzata» (ancora Nietzsche), vale forse la pensa aggiungere qualche citazione per preparare gli aspiranti burocrati a far bene il temino che proponete. Anzitutto, riportando integralmente la frase contenuta a p. 141 dell’edizione italiana Einaudi di Dialektik der Aufklärung, Dialettica dell’illuminismo. Poi, raccogliendo dei frammenti da Minima moralia. Sperando dunque di non sentir parlare nei prossimi tempi di quanto la cultura faccia bene all’economia, alla salute o al buonumore, leggiamo quel che dice il duo Adorno-Horkheimer prima del celeberrimo passo sul «parlare di cultura [che] è sempre stato contro la cultura», frase che voi dell’«Almanacco» vorreste far commentare ai pubblici funzionari un po’ per sadismo e un po’ per vizio didattico: «La barbarie estetica realizza oggi la minaccia che pesa sulle creazioni spirituali fin dal giorno in cui sono state raccolte e neutralizzate come cultura. [...] Il denominatore ‘cultura’ contiene già virtualmente la presa di possesso, l’incasellamento, la classificazione, che assume la cultura nell’amministrazione. Solo la sussunzione industrializzata, radicale e conseguente, è pienamente adeguata a questo concetto di cultura». Capiranno i promotori delle faccende modaiole che cosa c’è dietro quella parola che agitano tanto e che sembra loro così elevata? E si ricorderanno i militanti di sinistra ormai addestrati col metodo della Masochista serba quei discorsi lontani della Kulturkritik? Leggiamo infatti nelle righe seguenti, dove i due pensatori limano ancora quel «concetto di cultura»: «Subordinando allo stesso modo tutti i rami della produzione spirituale all’unico scopo di turare tutti i sensi degli uomini – dall’uscita di fabbrica la sera fino all’arrivo, la mattina dopo, davanti all’orologio di controllo – coi sigilli del processo lavorativo che essi stessi devono alimentare durante la giornata, essa realizza sarcasticamente il concetto di cultura organica, che i filosofi della personalità opponevano alla ‘massificazione’». Nonostante gli incisi, è chiaro che la mitica forza che elettrizza i recenti acculturati ha l’«unico scopo di turare i sensi degli uomini» fuori dalla fabbrica, nel cosiddetto ‘tempo libero’, ovvero l’ora d’aria dei carcerati. Parola di due accademici tedeschi, colti davvero, alle prese con l’entertainment americano. E dialetticamente ricordavano ai marxisti del loro tempo come «in nome della ‘tendenza oggettiva’» e «in atto di disperazione» finissero con l’«attendere la salvezza dal nemico mortale». Queste schegge di Minima moralia centrano la resa a ogni «contemporaneo», la «preoccupante affinità elettiva con l’economia politica» di cui pur si fa critica confusa, «un’affinità simile a quella tra polizia e bassifondi». D’altronde Adorno diffidava anche di coloro che si gonfiavano il petto con la cultura quale scudo onnipotente contro i totalitarismi: «L’affermazione che Hitler avrebbe distrutto la cultura tedesca non è che un trucco reclamistico di coloro che vorrebbero ricostruirla dai loro telefoni d’ufficio. Tutto ciò che – nell’arte come nel pensiero – era stato distrutto da Hitler, conduceva da tempo l’esistenza apocrifa e appartata di cui il fascismo spezzò gli ultimi angolini». Con buona pace dello stuolo di comici che credono di incarnare la Resistenza eterna soltanto per uno sberleffino al politicante di turno.

Un altro che se ne intendeva, avendo conosciuto il rigore di Degas come le dissoluzioni novecentesche, Paul Valéry, poteva riassumere: «Il fatto nuovo tende ad assumere tutta l’importanza che avevano fin qui il fatto storico e la tradizione». Solo per alzare il prezzo di molte novità, allora, ci si fa belli con l’aureola che ancora possiede agli occhi dei più semplici la cultura d’ogni tempo.

Ruggero Antonio Valles

sabato 24 marzo 2012

Sir Bacon docet

~ UN’ALTRA MODESTA PROPOSTA
DELL’«ALMANACCO» ~

«Mi piacciono i contadini perché
non sono abbastanza istruiti da essere imbecilli»
MONTESQUIEU

Impazza da un mese la raccolta di firme sotto il «Manifesto per la Costituente della cultura», ovvero per la promozione di un carrozzone burocratico, come si diceva un tempo, dove allestire chiacchiere infinite. Promosso dal «Sole-24 ore», giornale della corporazione degli imprenditori, è naturale che riscuota successo: in tempo di crisi e di confusione, qualsiasi ricetta prometta una salvezza e soprattutto qualche quattrino ottiene credito, comunque interesse, anche quella dunque della «cultura necessaria allo sviluppo», del «volano», della «risorsa», secondo i termini fissi di una fantasia povera. Sai che scoperta, il capitalismo è nato prescrivendo una cultura nuova e a sé asservita, facendo fuori millenni di fantasie e magie, saperi ‘inutili’ e piaceri, il microcosmo che si specchiava nel macrocosmo, le analogie, le corrispondenze, la concezione vitalistica dell’uomo, la sintesi tomistica che fondeva l’universo, il Cielo e la Terra, l’idea unitaria per cui lo spirituale era il carnale... Francis Bacon, cancelliere del sistema economico che si andava affermando, coniò una parola d’ordine travolgente: «sapere è potere». Singolare che anche molti marxisti firmatari abbiano dimenticato tali passaggi e si ritrovino beati tra le beghine dello spirito, deferenti verso una parola-feticcio. Possibile che non si capisca come una cultura che serve a moltiplicare i soldi, che alimenta il progresso economico, che vivacizza le finanze sia assai diversa da quella della tradizione, e più che mai diversa da quella protetta dai signori rinascimentali? Signori, infatti, nella loro unicità e magnificenza mondana, non l’astratto potere del capitale e il misero gusto dei suoi impiegati: non c’è bisogno di aver letto Max Weber per intuire l’abisso che li separa.

Di fronte al binomio cultura-Pil, arte-Pil, musei-Pil (che è quanto di più nauseante sia dato concepire), concedendo pure che qualcuno ricorra a simili accoppiate soltanto per catturare consenso, alla maniera delle vecchie tecniche da oratorio, quando si prometteva la partitella per portare i ragazzi alle funzioni liturgiche (ma davvero si pensa ai signori della finanza come fessacchiotti manovrati dai poeti?), non ci resta che avanzare un’altra modesta proposta, come tutte le altre naturalmente senza esito.

Che ai prossimi concorsi per pubblici funzionari nei settori che più facilmente si prestano alle eccitazioni dei manifesti, all’orgoglio di casta (intellettuale, ça va sans dire, anche se spesso si tratta di semplici decoratori della vita industriale), si preveda un apposito scritto, un temino, così titolato: «Provi il candidato a spiegare e commentare la frase di Adorno e Horkheimer “Parlare di cultura è sempre stato contro la cultura”». Magari, onde non fare un’ecatombe di concorrenti, si aggiunga a parte che Theodor W. Adorno e Max Horkheimer erano due filosofi ebrei e a modo loro marxisti, niente a che vedere con il nazional-socialista Baldur von Schirach che amava affermare «quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola» (celebre battuta spesso erroneamente attribuita a Joseph Goebbels).

martedì 20 marzo 2012

L'inflazione culturale

~ «TROPPI MUSEI, TROPPI TEATRI»,
SOSTIENE UN LIBRO TEDESCO. ~
QUALCUN ALTRO ANDAVA RIPETENDO
SIMILI PARERI MA IN UN ALTRO CONTESTO ~


Allarmatissimi i notiziari italiani nel parlare di un libro tedesco, Der Kulturinfarkt, scritto da quattro signori che si occupano di pubbliche istituzioni culturali. Da noi, ce lo ricordiamo bene, a ogni taglio dei fondi statali per musei e concerti, c’era chi additava l’esempio della Germania felice: laggiù – si diceva in tono celebrativo – sanno bene che «la cultura è un business», che fa crescere il Pil. L’affermazione era inquietante, che gli squisiti piaceri estetici fossero mediati dalle gabbie economiche e finalizzati a maggior gloria del capitalismo risultava una immagine da brivido, ma adesso i quattro tedeschi, dall’alto della loro esperienza smentiscono questa diffusa convinzione e confermano i sospetti dell’«Almanacco»: la spesa ‘culturale’ è ormai insostenibile e folle. Ancora più aberrante, dunque, l’accoppiata tra l’arte e la ‘scienza triste’.

Il libro ancora non uscito pare – secondo i riassunti delle agenzie – riporti cifre impressionanti: dal 1981 il numero dei musei è triplicato e, dopo la riunificazione tedesca, raddoppiato il numero dei teatri, con le sovvenzioni pubbliche che sono schizzate a 9,6 miliardi di euri all’anno. Jean Clair lo va dicendo da decenni, la proliferazione dei musei, non soltanto in Germania, la museificazione del mondo («all’alba del secondo millennio il monaco Glaber guardava con meraviglia ‘il bianco mantello delle chiese’ distendersi sull’Europa. Alla fine dello stesso millennio ci si potrebbe stupire nel vedere il grigio mantello dei musei coprire l’Occidente»), è un problema su cui riflettere, non un record per far emettere gridolini giulivi agli apologeti delle magnifiche sorti e progressive del museo. Addirittura all’inizio del Novecento, lo abbiamo ripetuto tante volte, Hermann Broch metteva in guardia su siffatti pericoli: «Assolvendo i suoi doveri nei confronti della tradizione Vienna scambiò per cultura la passione per i musei e divenne essa stessa […] un museo. […] La musealità era dunque riservata solo a Vienna; come segno di declino, come segno del declino dell’Austria. La decadenza verso la miseria porta alla degradazione nella vita puramente vegetativa, ma la decadenza verso la ricchezza porta al museo. La ‘musealità’ è appunto un vegetare nella ricchezza, un vegetare nella serenità. E l’Austria allora era un paese ricco…». Adesso però sono dei manager di musei e teatri che «chiedono di mettere fine allo spreco di fondi pubblici», e subito i media si inchinano devoti. Con la pedanteria dei tedeschi che controllano sempre lo scontrino all’uscita dei supermercati, gli autori fanno quattro conti e si pongono una domanda: «Sarebbe forse un’apocalisse se sparisse la metà dei teatri e dei musei e alcuni archivi e sale da concerto venissero raggruppate?». Sul libro ancora in allestimento si apre un dibattito, le pagine della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» ospitano degli interventi a favore di una soluzione drastica, l’eco arriva fin qui e terrorizza le corporazioni che su quei soldi pubblici campano e prosperano. Ma circa un anno fa, nel dicembre 2010, le stesse cose le aveva dette con garbo torinese e con linguaggio meno sociologico Guido Ceronetti in un articolo per «La Stampa»; furono rubricate tra le stravaganze di un vecchio. Chi si ricorda del suo amen di fronte al denaro che scarseggia per le imprese culturali? Provava a immaginare un’Italia priva della Scala, evitando le nostalgie delle soubrette in pensione: «Se con un bilancio divoratore della Scala la saggezza dello Stato (mai ci fosse) potesse restaurare degnamente Pompei, non esiterei un momento a dar tutto agli scavi e a proteggerli dall’incuria e dalla sporcizia. […] L’Opera, come il cinema, vixit. Il suo illanguidimento progressivo è inevitabile». Per concludere con una frase scandalosissima all’orecchio dei bigotti: «se la Scala chiude, che male c’è?». Questo «Almanacco» plaudì, quasi solo.

Un’altra discussione suscita il libro dei tedeschi, portando altre cifre che colpiscono come dardi l’opinione pubblica: «A interessarsi all’offerta culturale è solo un’élite colta e ricca, al massimo una percentuale della popolazione compresa tra il 5 ed il 10%», ma «i politici preferiscono inaugurare un nuovo museo o un altro festival, invece di chiedersi il senso di queste nuove istituzioni». Le centinaia di pagine dell’opera di Fumaroli sul senso del contemporaneo, ora uscita pure in italiano, lasciano indifferenti intellettuali e politici; forse l'élite è meno colta di quel che si pensa, forse solo ricca. Il birignao rococò sulla elevazione spirituale delle masse fa breccia.

All’origine dell’inflazione culturale troviamo l’assunto che l’arte è alla portata di tutti. Se si tratta di emozioni, chi non è capace di provarne? Ed ecco la ‘critica’ del «Corriere della Sera» informarci oggi sulla sua esperienza al Pac di Milano. Sotto la direzione di un’anziana punitrice di se stessa, del proprio corpo, anche lei come altri giornalisti e spettatori si è sottoposta a piccoli esercizi di molestia fisica per vivere il pathos di un artista corporale, convinta di essere stata ingranaggio di un’arte «che si è proposta di elevare lo spirito umano verso le cose ultime». Che esagerata: da una parte si trasforma in arte ogni batticuore, dall’altra la si eleva a qualcosa che soltanto la religione ambiva rappresentare, essendo l’arte tradizionale, quella di Tiziano o di Canova, tecnica elaboratissima, non ancora introduzione al Paradiso.

Ad ascendenze più rustiche sembra invero richiamarsi l’usanza del pubblico costretto a esibirsi. Già una trentina di anni fa il teatrino di Raimondi e Caporossi bendava e chiudeva in un sacco lo spettatore ancora fuori dell’edificio per trasportarlo impacchettato in un luogo misterioso. Un passo successivo potrebbe essere la bastonatura crudelissima, chiamiamola body art, il salto mortale che risolve annullandolo il complicato concetto di rappresentazione. Il passo precedente era quel che capitava agli ingenui disposti a salire sul palco dell’avanspettacolo, a far da cavia all’elettricità della platea trucida. Si ricorda al liceo un professore di greco che, spiegando il teatro antico, le lascivie delle rappresentazioni pagane vituperate da sant’Agostino, si raccomandava: «ragazzi, non vi prestate mai a essere il parafulmine dei lazzi del pubblico», chissà forse memore di un’esperienza personale in cui magari l’Angelo Azzurro si era posato su di lui. Fellini aveva messo in scena nelle Notti di Cabiria la sventurata donna che faceva il passo fatale, lasciando il suo posto in platea per offrirsi alle luci del varietà, manipolata dal mago e dagli spettatori complici. Performer borgatara, era l’eroina di un racconto cinematografico, non «si ribaltavano le parti», come direbbe la signora sul «Corriere», il pubblico non giocava all’artista secondo vecchie inversioni romantiche, secondo «il teatro nel teatro», una trovata di Ludwig Tieck nel 1797.

venerdì 16 marzo 2012

L'urto della magnificenza romana

~ UNA GRANDE INVENZIONE CATTOLICA:
IL BAROCCO. NELLE PAROLE DI LORENZO GIUSSO,
SCRITTORE DIMENTICATO ~

Lorenzo Giusso (Napoli, 1900 – Roma, 1957) fu pensatore, letterato, ispanista. I brani del fiammeggiante saggio che riportiamo sono tratti dalla sua relazione su 'cultura cattolica e barocco' che tenne, nel 1954, a uno dei congressi internazionale di studi umanistici, i leggendari appuntamenti organizzati dal conte Enrico Castelli Gattinara (in Retorica e Barocco, atti del convegno, Roma 1955). Neppure sul web si fa cenno a questo scritto di Giusso, nessuna bibliografia lo menziona: sepolto. Appena un aperitivo le righe che qui mettiamo on line, per invogliare a leggere le sue opere rintracciabili con un po’ di buona volontà in qualche pubblica biblioteca: Spagna e Antispagna (da Calderón a Ortega Y Gasset, di cui fu amico), Leopardi, Stendhal, Nietzsche, Il viandante e le statue, con uno strepitoso saggio sul personaggio dannunziano, le poesie del Don Giovanni ammalato…).

«Il barocco emana da sé un radicale ampliamento dei canoni estetici, un’indiscriminata accettazione dell’apparenza. Quel suo straripare dai canoni rettilinei, quella sua infatuazione per parabole ed iperboli, quella sua ornamentazione agglutinata di sarmenti, di viticci, di nasse, di raggi transveberanti, di genii o di teschi, quelle sue cupole a spirale dove traspare qua e là la sagoma del tempio orientale, attestano la volontà di comprendere Iddio nell’infinità dei suoi modi, una volontà non diversa da quella che protende i suoi pinnacoli concettuali nel De Infinito, Universo et Mondi di Bruno o nell’Ethica di Spinoza. Il barocco architettonico e plastico procede alla riabilitazione di tutte le forme, al censimento di tutte le credute irregolarità o aberrazioni. È la mobilitazione di tutte le apparenze mondiali, compresi i cadaveri e i mostri. La natura e l’animalità, fino allora sottoposte a rigorosa quarantena, irrompono in massa. La pampa e il deserto, le cordigliere rocciose e le costiere oceaniche, la fauna selvaggia, i primitivi giganti dagli smisurati bicipiti forzano il tempio, già aristocraticamente selettivo come un teatro palladiano, della figurabilità. Quella fiera campionaria di mostri, di fiere, di centauri, di sileni, di colossi mitologici, dalle schiene traboccanti di pigmenti, quegli inarcamenti di groppe e di addomi stanno ad indicare nella pittura di Rubens, come nella prosa di Bruno, l’approssimazione del ferino al Divino, e viceversa.

L’epoca del Cavaliere

[Bernini] si professa disperato di raggiungere i Greci, si atteggia ad imitatore mentre è veramente il genio dell’immaginazione che mobilita tutto il magazzino delle sue risorse. Non gli bastano i corpi. Mette a contributo l’elemento ondoso, gli sciacquii della luce, fa entrare nella sua giurisdizione i vortici delle fiamme e le ondulazioni dell’etere, gli inturgidimenti della morte e gli sfioccamenti della spuma. Le sue fontane monumentali sono capricci naturali dove stanno in bilico quadrighe solari, cavalli natanti e colate e cascate di marmo divallano, e tripudi muscolari accerchiano i geroglifici degli obelischi […]. Il mondo di Michelangelo è un mondo austero: i suoi personaggi esprimono grandezze imperiose e legislative, comminano sanzioni e intonano versetti biblici. In Bernini l’immaginazione adora se stessa in una sorta di impersonalità scintillante, in un galleggiamento oceanico di tutte le apparenze e di tutte le forme.

La Controriforma è una grandiosa riconquista del mondo attraverso la taumaturgia dell’arte. Nei primi decenni di quest’epoca soprattutto, arti plastiche, eloquenza, musica, regìa spettacolare, vengono precettati ad majorem Dei gloriam. Germania, Olanda, Scandinavia non producono che commentari irosi, sillogi giuridiche, controversie o trattati delle rivoluzioni. […]

Duro è l’urto della magnificenza italiana contro quella che Bruno qualificò la ‘ribaldaria’ e cioè la mutria aggressiva protestante. È una suprema mobilitazione degli dèi e mostri, un sistema di fortificazioni delle montagne classiche, dell’Elicona e del Parnaso, ribenedette di incenso e di benzoino, contro il rigore della scienza. […]. Descartes, pur confessandosi cattolico, si allinea coi Bilderstürmer, coi rovesciatori di immagini. È forse questa la frattura del Rinascimento. La meccanica celeste surroga nel dominio degli spiriti il panpsichismo pagano. Egli vive in un mondo senza immagini, in un mondo di parallassi, di sezioni coniche di spirali, di rondelle e di particelle bislunghe […]. Prima di Wagner, Bernini ha concepito una sorta di cooperazione magica di tutte le arti: le negromanzie di Bayreuth sono state anticipate in grande scala da certi suoi monumenti (come nel grande concerto fluviale di Piazza Navona) i quali sono rocce e bacini, caverne e cascate rifabbricate dall’arte. […] Roma diventa così una serie di convegni mitologici, di grovigli spettacolari, di girandole e di fuochi d’artificio solidificati.

I diritti dell’immaginazione

Questo mondo monumentale e impressionistico, questa avventura colorata in marmo e travertino, questa mobilitazione di divinità, di obelischi, di gravitazioni statuarie e di frontespizi ellittici – è quanto l’Italia e la Controriforma hanno opposto alla critica biblica e alle controversie del diritto ecclesiastico. Alla vita come ragione si contrappone una immensa e ilare spettacolarità. Roma diventa una centrale di meraviglie immaginative e di magie sincretiste. […] Ciò che rende affascinante per gli stranieri il cattolicesimo dell’epoca del ‘Cavaliere’ e di Urbano VIII, ciò che determina il flusso delle conversioni dei protestanti olandesi e tedeschi è questa solidarietà del Verbo Cattolico con l’architettura, con le arti e con le umane lettere.

Il Romanticismo, in numerosi suoi esponenti – Novalis, Schlegel, Schelling – cattolicizza. […] Buon numero degli scrittori pre-romantici guardano all’Italia come a una terra d’elezione. […] Potremmo dire che Cristina [di Svezia] presenta, in pectore, Le Génie du Christianisme (cioè la sua apologia autorizzata dai diritti dell’immaginazione), come in lei sono presentite tutte le apologie disingannanti dell’illuminismo. L’orrore da Cristina professo per i ‘predicanti’ riformati diventerà ai primi dell’Ottocento, l’insofferenza dei poeti e ideologi romantici per le disseccate analisi del pensiero, rinvilito a sensazione trasformata che i monotoni procedimenti dell’‘ideologia’ ricondussero alla religione o, quantomeno, a un dialettismo religioso di tipo di quello di Hegel».

martedì 6 marzo 2012

La prosa di un santo

~ QUANDO ELÉMIRE ZOLLA PRESENTAVA PADRE PIO AI COLTI
E CRISTINA CAMPO NE CONVERSAVA CON DJUNA BARNES ~

Il 18 gennaio «Almanacco Romano» pubblicava una lettera di Giuseppe De Luca a Giovanni Papini sul suo incontro con padre Pio da Pietrelcina. Vi si leggeva una bella distinzione tra l’intelligenza comune e quella dei santi. Convochiamo stavolta un altro letterato, uno ‘studioso di religioni’ che non nascose un contorno sulfureo ma capace di sottrarsi alla demagogia dominante, Elémire Zolla. È cosa nota che il santo più acclamato del nostro tempo susciti l’avversione degli intellettuali, anche di quelli inclini ai dialoghi con i cattolici, anzi soprattutto di quelli che affollano i ‘cortili dei Gentili’. La loro mezzacultura tronfia si scandalizza per la semplicità antica del frate e condanna la paccottiglia che lo rappresenta nella mass culture, per poi adorare il Kitsch laico nell’industria culturale e nei musei del contemporaneo. Invece la più elegante tra i letterati italiani, colei che reintrodusse la cinquecentesca sprezzatura, Cristina Campo, ripeté molte volte e con amore il nome del santo nelle sue lettere. Così l’epistolario che è stato accostato a quelli di Tasso e Leopardi, per collocarlo quindi tra i massimi della nostra storia, racconta di guarigioni dovute al «frate taumaturgo», parla di raccomandazioni di malati allo stigmatizzato o di spiegazioni come questa: «… le preghiere che Padre Pio talvolta non riusciva a offrire per le persone più care: ‘segno che Dio chiedeva loro maggiore pazienza’…»; quando le sue interlocutrici erano in particolari difficoltà mandava loro le popolari immaginette, i «santini» che più irritano le persone colte. Addirittura in una lettera a Djuna Barnes, eroina della Festa mobile parigina, formidabile autrice di Nightwood, poetessa americana nella torre d’avorio della sua vecchiaia, confidò del cappuccino di San Giovanni Rotondo: «Uno staretz taumaturgico e stigmatizzato con il dono della profezia». E probabilmente fu Cristina Campo a sottoporre a Zolla lo scritto del frate che uscì sulla rivista «Conoscenza religiosa», nel numero 1 del 1970.

Tratto da fogli sparsi che componevano una lettera di padre Pio a un devoto, ebbe un titolo redazionale, Breve trattato sulla notte oscura, e una nota di Zolla che lo presentava come l’«ultimo taumaturgo e mistico cristiano». Aggiungendo subito dopo parole che umiliavano i letterati del tempo, alle prese con gli effimeri gingilli contestativi (e altrettanto umilia i nostri contemporanei che si confortano con gingilli apologetici della ricchezza): «È mancata la forza di un Dostoevskij a cogliere qualcosa della straordinaria ‘discesa del divino’ nell’umano cui si assistette per decenni in un villaggio di Puglia». Zolla non entra nelle questioni teologiche e meno che mai distribuisce patenti di santità, si limita a un giudizio letterario su questo inedito ‘padre Pio scrittore’: «la descrizione della purgazione sensibile e intellettuale è un pezzo classico di teologia mistica». Lo avvicinava così, anche nel titolo, al più classico degli autori mistici, Giovanni della Croce.

Anni dopo, rilascerà una intervista, Il mistico venuto dal Seicento, uscita nel volume Lacrime e sangue, in cui testimonia: «A quel tempo dirigevo una rivista, ‘Conoscenza religiosa’, dove pubblicai un saggio di Padre Pio che mi parve meraviglioso. Era scritto alla maniera dei grandi mistici del Seicento, ovvero si basava sull’interpretazione tipicamente cattolica dell’Antico Testamento. Ci sono passi impenetrabili a una mente comune, che venivano usati come repertorio di espressioni per indicare gli stati mistici, quasi ineffabili. Tutti i profeti erano utilizzati in modo perfetto da questo monaco semplicissimo, pressoché analfabeta. Usava alcune espressioni per indicare le modificazioni della psiche che avvengono a un grado molto assottigliato di allenamento. Mi parve un vero capolavoro, una rievocazione del Seicento».

domenica 4 marzo 2012

Il pane di Berlino

~ CONTRO IL LAVORO DOMENICALE ~

«Ma vi immaginate in una capitale europea, che so a Londra o a Berlino, trovare chiusi i negozi la domenica e restare senza pane fresco…». Qualche settimana fa, gli ascoltatori di Radio Tre si svegliarono con un questa frase: un gazzettiere veneto, specializzato in scandalismo, dai microfoni pubblici esortava in diretta con il suo accento cantilenante a non tener più conto dei giorni festivi, del terzo comandamento del Decalogo (che nel disegno divino viene prima del settimo, lodato dai perbenisti sensibili ai loro schei), a cancellare il «dies dominicus» che interrompe il sempreuguale pagano, a dimenticare il tempo con un orientamento, un senso, per glorificare l’eterna presenza delle merci. E naturalmente, per rafforzare l’esortazione, il più venduto tra gli autori dei libri moralisti ricorreva ai vecchi modi della propaganda dei Lumi: guardate come fanno in Cina, dicevano i Philosophes, guardate i «paesi normali» dicono adesso coloro che, nonostante i tricolori esibiti in gran copia recentemente, provano orrore per gli italici costumi. Mentivano gli illuministi quando edulcoravano le satrapie cinesi, mente il gazzettiere con le sue capitali senza riposo. Tutti sanno infatti dei particolarissimi orari londinesi dei pub, per esempio, che talvolta risalgono a ordinanze dei secoli passati, la tradizione laggiù non si fa mettere i piedi in testa dagli euroburocrati. Quanto al pane di Berlino, al buon pane nero berlinese, qualsiasi guida informa che nella città sulla Sprea i fornai chiudono alle 4 di pomeriggio del sabato per riaprire alle prime ore del lunedì (anche se da qualche tempo, alcuni negozi vendono pane nel dì di festa grazie all’espediente del selfservice). Oggi, domenica 4 marzo, promossa dalla European sunday alliance, dalle organizzazioni religiose e dai sindacati si svolge in tutto il vecchio continente una «festosa protesta» contro il lavoro domenicale. Come nei canti delle prime leghe operaie: se sei giorni vi sembran pochi…

venerdì 2 marzo 2012

Piccoli fuochi

~ CHI AVVIÒ IL RISCALDAMENTO
DELL’INFERNO NOVECENTESCO? ~

Qualche lettore si è stupito per l’articolo del 27 gennaio: c’est la faute à Artaud per gli inferni novecenteschi sembra dire l’«Almanacco»; perplessi, ci obiettano: davvero tutta colpa di Artaud? Se preferite la chiamata di correo per gli altri suoi confratelli avanguardisti, ascoltate la parola di Franz Werfel, già estremista dell’arte e della politica, che agli inizi dei Trenta si correggeva: «Ho conosciuto diverse forme d’orgoglio, in me e negli altri. Ma poiché, per un certo periodo, io stesso in gioventù ne ho fatto parte, è sulla base della mia esperienza personale che posso confessare di non aver visto orgoglio più divorante, più arrogante, più insultante, della peggiore possessione diabolica, di quello degli artisti avanguardisti e degli intellettuali radicali, gonfi fino a scoppiare per vanità maniaca di mostrarsi profondi, oscuri e di difficile accesso, oltre che di fare male. Sotto le risa beffarde e falsamente indignate di qualche beota, noi eravamo i miserabili incaricati di avviare l’accensione dell’inferno nel quale l’umanità adesso si sta arrostendo» (da Zwischen Oben und Unten).

martedì 28 febbraio 2012

La paura del treno

~ L’ANTIMODERNISMO CONFUSO
DEI NEMICI DELLA VELOCITÀ ~

Coloro che in una valle alpina vanno all’attacco confuso della modernità dovrebbero conoscere il racconto, incompiuto, di Hermann Broch, Il romanzo della montagna, dove arcaici montanari e moderni speculatori politici preparavano in perversa complicità una pozione velenosa, mortale. Si inebriavano quindi con un cocktail fatale di estremismi laddove si richiedeva lo sguardo sobrio e acutissimo per leggere le astuzie moderne. Lo scrittore austriaco concepì questa trama alla vigilia degli stermini europei: una specie di satanico contagio distruggeva le ultime stille della saggezza tradizionale. Soltanto un’affinità con le vicende attuali: della potenza tecnologica e dei suoi sottili inganni dovrebbero essere consapevoli anche i più intellettualmente pigri; appena una parodia le guerricciole luddiste di oggi.

Forse distenderebbe gli animi anche il sapere che i treni apparvero minacciosi già agli albori della corsa progressista. Non a caso il «mostro d’acciaio» era l’immagine più vincente del capitalismo e il conte Cavour, con ottimismo liberale, affermava: «La macchina a vapore è una scoperta che si può solo paragonare, per la grandezza delle sue conseguenze, a quella della tipografia, o ancor più a quella del continente americano […]. L’influsso delle ferrovie si estenderà su tutto l’universo». Avvento della globalizzazione. La macchina a vapore era quella che correva come un cavallo magico e meccanico ma che nello stesso tempo opprimeva i nuovi schiavi nell’inferno delle fabbriche. Il mondo venne avvolto rapidamente dalla rete ferroviaria, e la forma del viaggio cambiò. Victor Hugo scriveva: « Ho fatto ieri il viaggio da Anversa a Bruxelles e ritorno […]. La velocità è inaudita. I fiori ai bordi del campo non sono più dei fiori, sono invece delle macchie o meglio dei raggi rossi o bianchi; non ci sono più punti, ma solo dei raggi; i campi di grano sono delle grandi capigliature bionde; le lucerne sono lunghe trecce verdi; i borghi, i campanili e gli alberi danzano e si mescolano follemente all’orizzonte; di tanto in tanto un’ombra, una forma, uno spettro appare e sparisce come un lampo accanto alla portiera; è una guardia ferroviaria. La sera, al ritorno, cadeva la notte. Ero nella prima vettura. La locomotiva fiammeggiava davanti a me con un rumore terribile, e grandi raggi rossi che coloravano gli alberi e le colline, girando con le ruote». Ma non si trattava soltanto di percezioni, di immagini impressioniste che presto diverranno dei quadri. Né soltanto dei «concetti elementari del tempo e dello spazio [che] hanno cominciato a vacillare» (Heine). I romantici partivano all’attacco della ferrovia, gridando contro la «volontà d’acciaio» (von Arnim) che faceva violenza alla natura. Wordsworth si rivolgerà alle montagne: «ora per vostra vergogna, una Potenza, la sete del Denaro / che governa sulla Gran Bretagna come una stella malefica / vuole che la vostra pace, la vostra bellezza siano vendute, / e che una strada venga aperta perché il suo carro trionfale / possa stringere le vostre braccia attraverso gli amati recessi!». I poeti rimpiangono «il piede vivo del cavallo sul selciato» (Vigny) e non si lasciano consolare dalle nuove comodità. Il treno è il nemico della natura. Gli illuministi hanno «appiattito il mondo» (Musset) con le loro macchine semoventi. «La belva di ferro ribolle come un vero temporale» scrive il poeta tedesco Justinus Kerner. Il nemico è la velocità.

Ruskin arriverà a organizzare e capeggiare in Gran Bretagna un movimento che si opponeva ai treni. In una immagine plastica collocava una di fronte all’altra la stazione ferroviaria con i suoi riti industriali e la cattedrale gotica con il suo culto: una polo della falsa collettività, l'altra della vera. In molti sottolineavano il rumore e il fischio lacerante del treno che entrava nelle orecchie degli umani in cambio del risparmio di tempo. I detrattori della ferrovia hanno lasciato un lunghissimo repertorio abbastanza monotono, va detto, cui si contrappone un elenco altrettanto lungo dei celebratori della religione della velocità che stringe insieme popoli e città. Alcune delle citazioni riportate sono tratte da un ricco volume antologico di Remo Ceserani pubblicato da Marietti (poi riedito da Bollati Boringhieri), Treni di carta, che a sua volta riprende lo studio di Marc Baroli, Le train dans la littérature française e numerose opere simili sorte nei vari paesi dell’Occidente. Un giorno, nel 1851, le lamentazioni letterarie entrarono nel Parlamento britannico e un deputato disse in aula: «L’intero paese sarà attraversato e spezzettato da strade di ferro. Dovunque ci sarà un villaggio o un sentiero per le mandrie un mercato o una manifattura, ci sarà una ferrovia, gli oggetti fisici e i diritti privati saranno fuscelli di paglia sotto le ruote del carro del Re del Fuoco. Le montagne saranno tagliate e bucate; le valli livellate; i cieli scalati; la terra si riempirà di tunnel; si farà irruzione in parchi, giardini e terreni ornamentali; la locomotiva dal fischio stridente porterà il caos della città nei recessi silvani della vita pastorale; treni madidi di vapore penetreranno le solitudini finora intatte delle rovine antiche; le locomotive fischianti correranno sulle cime delle case». L’immagine finale potrebbe esser tratta dalla glorificazione futurista come dalla apocalittica laica che ogni giorno moltiplica le sue minacce e i suoi fedeli.

In un’apologia della bicicletta, anzi in nome della «sensazione dolorosa del viaggio» e contro la velocità che trasporta gli umani fluidamente, facendo dimenticare la realtà della distanza spaziale, Alfredo Oriani chiedeva al lettore: «Che importa se il vagone percorre la campagna più rapido del vento, sfondi le montagne, si fermi a tutte le città e ne riparta; se in pochi giorni possa toccare gli opposti confini di un continente e potrebbe forse in meno di un mese compiere il giro dell’Equatore? Dentro i suoi giganteschi cassoni l’uomo non è più di una merce […]. Egli non saprà mai nulla dei paesi attraversati e non avrà probabilmente corsa tutta la terra che per vedere la stessa capitale a ogni migliaio di chilometri, incontrando nel vestibolo del medesimo albergo gli stessi visi di camerieri e viaggiatori» (Bicicletta, Zanichelli). Era il 1902, quando l’antipositivista Oriani scriveva queste righe, ormai le critiche di destra e di sinistra al progresso si incrociavano. Pochi anni dopo, il fascismo si impadronirà dell’opera di questo scoppiettante letterato romagnolo che aveva già lasciato il mondo. Dall’altro estremo, anche Gramsci gli rendeva omaggio. Il treno, l’immagine mobile del moderno, ancora una volta stava molto a cuore ai politici.

Abbiamo dimenticato questa battaglia contro la ferrovia dal momento che essa è divenuta paesaggio quotidiano, un'abitudine antica ormai. Nessuno sembra mettere in discussione il treno, anzi la sinistra in particolare ha fatto una bandiera della strada ferrata – organizzata, collettiva, pubblica e per lo più statale – contra l’individualismo selvaggio dell’automobile. Ma nella crisi finale della destra e della sinistra, smarriti tutti, davvero disorientati tra il passato e il futuro mitizzati, risultano delle vittime della modernità dispiegata che si è sostituita a Dio.

lunedì 20 febbraio 2012

Inverno romano

~ LA NEVE, IL GAUDIO E I VERSI ~

Archiviando la nevicata romana 2012, questo «Almanacco» che ne ha viste molte altre ricorda come nei decenni passati si accogliesse il bianco manto con maggiore giubilo, i bambini vocianti per le strade, le persone d’ogni età estasiate e liete (nel 1958, ad esempio, Cristina Campo scriveva euforica per questa subitanea e allegra discesa dei fiocchi su Trinità dei Monti già al confine con la primavera e sognava di accordarla al rito della conversazione con gli amici fiorentini, cui è dedicato l’ultimo suo epistolario appena pubblicato), senza l’angoscia indotta dai media e soprattutto dallo sgraziatissimo sindaco con le sue mosse scriteriate (paghiamo di più i politici se vogliamo che accorra in quei luoghi qualcuno che vale), senza le ordinanze che tenevano tutti a casa in un vano coprifuoco e senza quell’aria da piccola apocalisse che i laici tirano fuori a ogni occasione insolita. Insomma stavolta non sembrava la festa mobile decisa dal cielo che repentinamente cambia i colori e le dimensioni dei nostri spazi urbani, la beata sospensione della vita quotidiana, la calma, gli echi, il camminare impacciato come da infanti, affondando o scivolando… Non risuonavano le grida di allegrezza né le risate piene per la smentita, con simili freddi siberiani nel Mediterraneo, delle tesi sinistre sulla desertificazione del pianeta. Ma di tali meste reazioni forse una causa risiede anche nell’invecchiamento della popolazione.

Allora davanti a un fenomeno meteorologico tanto raro a Roma, l’«Almanacco» ricorre a un dono altrettanto d’eccezione e pubblica dei versi poetici di cui è programmaticamente avaro. Per l’inquietante senso di assenza che ha accompagnato l’imbiancamento della città, per il vuoto apertosi fin dalla prima sera – dopo le code di auto in periferia e gli abbandoni selvaggi delle carcasse, nel centro storico non c’era più un umano, non ragazzi che giocassero a tirarsi le palle ghiacciate, non adulti curiosi, non vecchi commossi: se ne stavano tutti rinserrati, stupiti e impauriti i sempre più scarsi abitanti della city da uffici, all’ora di cena di un venerdì, di solito giorno di struscio e di caos –, per quello sgomento di fronte a un evento naturale che scompagina la nostra vita avvolta dalla tecnologia ecco una poesia di Sergio Solmi su un algido emblema, barocco come si conviene a questa città: La rosa gelata.

«La rosa / che l’inverno dischiuse, / svolse, innervò, arricciò, / vetrificò / d’incarnatini zuccheri, / venò d’impercettibile sangue. Fissata / nel suo gelo oltrevita, la penso / perfetto emblema d’un giorno, a disfarsi / non destinata foglia / dopo foglia nel molle / sfacelo delle stagioni, ma come / aereo, spettrale cristallo, di colpo / a frangersi» (dicembre 1968, in Quadernetto giallo, Adelphi).

lunedì 13 febbraio 2012

Teatrino del sacro

~ PICCOLE BLASFEMIE DELL'ARTE ~

Nel bellissimo silenzio che avvolge Roma sotto la neve, nella maggiore distanza dal mondo imposta in guisa monacale e guerriera dal manto bianco, appaiono null’altro che parodistici molti discorsi dei contemporanei, soprattutto in campo artistico, sul sacro. Anche i teatranti adesso, piuttosto che fare vibrare il Verbo e mostrarne la straordinaria risonanza, si atteggiano a teorici e cincischiano sul rito, confondendo il mysterium tremendum con il sensazionale, la ierofania con lo show, con lo spettacolare appunto. O riducendolo al mostruoso, alla paura indotta nei lunapark. Sacro senza canone, senza sacramenti, senza sacerdoti (sacer-dot colui che introduce al sacro in quanto officia il sacrificio). Ora il sacerdote è tale perché autorizzato dalla divinità a compiere sacrifici, dunque vicino al Cielo, colui che conosce Dio. Quando si parla di sacro senza Dio ci si aggrappa invece all’esteriorità del rito, al gioco dei bambini di un tempo che «facevano l’altarino», ma senza il loro candore. Che ne è del «timore sacro»? Gli angeli rilkiani almeno se ne presentavano ancora messaggeri benché velati da luttuose quanto ambigue vesti liberty. Non basta annunciare alla maniera della gnosi il dolore del mondo, compiacersene nei versi splendenti e duri come cristallo di rocca, finire annegati in quel nulla che pure ammaliò i mistici. La liturgia soltanto sa rendere visibile e salvifico il «mistero tremendo». Il Vangelo anzitutto ci dice – come ricordava il cardinale Ravasi in una dotta conferenza dell’altro ieri sulla fisicità di Gesù – di un Dio che «si fa cadavere, cadavere manipolabile» nelle mani imbalsamatrici di Giuseppe d’Arimatea. Il Dio che percorre fino in fondo la parabola umana per poi risorgere è il cuore della liturgia cattolica. Non un banchetto conviviale, un incontro di anime elette, è la messa. Meno che mai un teatro. Vi si celebra uno spaventevole evento: la morte del Dio umanizzato e il riscatto che ci assicura, di cui quella morte è pegno. L’orrore che ne provarono i moderni, a cominciare da Lutero, indica come questo sia veramente il più tremendo dei misteri e perciò subito esorcizzato dai suoi seguaci (una eco letteraria si avverte nell’incubo disegnato da Jean Paul con il Discorso del Cristo morto che doveva segnare anche Nietzsche). Perfino dell’eucarestia, del dono del corpo, della frantumazione del corpo che si sarebbe realizzata nelle torture del processo e nella pena della crocefissione, si tende nel cristianesimo d’oggi a nascondere l’aspetto sacrificale per ridurlo a un banchetto fraterno durante il quale ci si accosta a un nutrimento simbolico. Non resta che il secco rito romano antico a sottolineare il carattere cruento di quella immolazione sul Golgotha, l’offerta al Padre del corpo massacrato del Figlio, la consumazione del sacrificio, la salvezza guadagnata in quel pasto. Che sono allora tutte le elucubrazioni dell’arte che si vuole sommamente blasfema di fronte non a una rappresentazione liturgica quanto a un vero e proprio sacrificio, anzi a quello che tutti li riassume? Che valgono le messe in scena delle peggiori sordidezze, l’eterno theatrum mundi, a confronto del più tragico fatto storico, l’uccisione di Dio? O le sorprese più magiche di fronte al miracolo della vittoria sulla morte?

Il protestantesimo separava il pastore dal sacerdote, concedendo a tutti i cristiani il privilegio del levita, così nel mondo moderno i profani ormai orgogliosi di un tale «sacerdozio universale» tentano di riconsacrare l’arte, celebrando riti approssimativi, cerimonie sincretiste, frammenti di sacrifici delle varie religioni, paganesimo di risulta. Nel frattempo gli antropologi hanno trasformato l’aggettivo «sacro», facendolo diventare un sostantivo. Di questo oscuro fenomeno, non più rischiarato dalla religione cui si accompagnava, si impadronirà il surrealismo e il suo «Collège» acefalo, offrendo piccole consolazioni agli atei e promettendo assai agli artisti velleitari. Il messianismo adesso allignava nelle avanguardie, i gesti banali si volevano assoluti. Trescando con la magia e le convulsioni di massa si credeva di far rinascere il mito, di dar vita a nuovi sacri misteri. Predecessori erano stati l’esoterista Rudolf Steiner quando celebrava i misteri di Eleusi o il poeta Stefan George nei suo cenacoli. Non necessariamente riti satanici, queste imitazioni della liturgia divina suonano anche involontariamente caricaturali.

mercoledì 1 febbraio 2012

L'antieroismo

~ PERCHÉ GLI SFOTTÒ SULL’ITALIA
NON FINISCONO MAI ~

In casa, l’altro giorno, ci rammentavano l’affaire Méduse, la nave francese arenatasi all’inizio dell’Ottocento sulle coste della Mauritania. Géricault raccontò nei dettagli i tormenti dei passeggeri, la celeberrima Zattera trascinava per mare morti e vivi. Scandaloso fu il comportamento del comando della fregata, se ne discusse a lungo con varie ripercussioni politiche, e l’opera d’arte rilanciò la faccenda, ma nessuno rise, non si trattava di una barzelletta etnica. Lucrezio, nel De rerum natura sottolineava che «Bello, quando sul mare si scontrano i venti/ e la cupa vastità delle acque si turba,/ guardare da terra il naufragio lontano:/ non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,/ ma la distanza da una simile sorte» (II, 1-4), su quei versi Hans Blumenberg meditò a lungo, erano la metafora della vita contemplativa. In televisione non c’è solo l’immane distanza, anche lo spettacolo, per cui se ne gode come al cinema: la scatola davanti al divano è terribile, «fa rallegrare dell’altrui rovina», si tratti del naufragio o degli arrestati in catene, dà coraggio tra i cuscini del soggiorno, superbia morale tra le mura domestiche. Talvolta il triste spettacolo è globale, così gli stolti che pensavano bastassero le dimissioni del Cavaliere dalla guida del governo italiano perché gli stranieri smettessero di sbeffeggiare il belpaese, gli ingenui che erano davvero convinti che il colore politico della coalizione vincitrice alle elezioni potesse allarmare la democrazia europea, i parvenus che sorridevano di ogni gesto poco scontato del Presidente, di ogni violazione delle regole piccolo-borghesi, le maestrine che provavano vergogna per ogni sua paronimia, gli ignoranti che non ricordavano come in pieno Rinascimento, quando nessun posto al mondo era più sublime del nostro, un frate sassone, e con molta eco, ci riempì di insulti, paragonandoci ai peggiori delinquenti, corrotti, blasfemi, sacrileghi, ladri, truffatori, spergiuri… ebbene, tutti costoro son serviti: soltanto «la Repubblica», giornale dei cuori semplici, poteva convincere le pie anime che lo sfottò internazionale sarebbe finito una volta cacciato il tycoon lombardo. Dimenticando che nel Settecento già deridevano la nostra decadenza pur non avendo mai riconosciuto l’apogeo di questa civiltà, che nell’Ottocento disdegnavano l’italica arretratezza trovando qui dei seguaci che sembravano non sapere come fin dai tempi delle loro scorribande i barbari fossero mossi da brama e disprezzo insieme, il che spesso accade; e tutti gli scrittori a disegnarci quali scellerati, a cominciare da Shakespeare, i filosofi a teorizzare la nostra inferiorità eterna, gli uomini della strada a farci il verso, per cui nel primo Novecento il povero Filippo Tommaso Marinetti, appena sbarcato a Parigi con grande vanto d’esser italiano, passava il suo tempo a sfidare a duello i denigratori, i francesi che sputacchiavano spernacchiando nel commentare ogni cosa proveniente dall’altra parte delle Alpi, sulle orme di Stendhal, pur invidiandoci molto come il loro romanziere; più recentemente, i tedeschi ci condannavano per mancanza di valore bellico, maledicevano le alleanze con simili infingardi e intanto, sui campi di battaglia, guadagnano assai poco dalla loro arte militare. Insomma, nient’altro che l’antico odio mal truccato per il paese che non si adatta ai parametri correnti moderni benché abbia inventato la modernità. Oggi è un capitano di una multinazionale delle crociere che fa affondare una nave in un bicchier d’acqua a fornire il pretesto per l’insulto tedesco alla «codardia degli italiani», il che suscita una risposta muscolosa di un giornale milanese, alla maniera dei nazionalisti primi Novecento. I quali a loro volta pretendevano, come un baffuto politico della sinistra, che l’Italia fosse o potesse almeno diventare «un paese normale». Sciocca richiesta, la penisola italiana è irriducibile alle altre patrie. Nostra prima gloria è proprio la mancanza di meschineria sciovinista.

Questo l’antieroismo di cui si parlò spesso e che un giovanissimo Leopardi (forse riecheggiando il padre Monaldo, sicuramente Francesco Petrarca), in uno scritto poco noto, difese con bella retorica: «La nostra nazione riunita tutta sotto un sol capo sarebbe formidabile ai suoi nemici; un popolo, come il nostro generoso e nobile, colle immense risorse somministrate dal suo territorio e dalle sue facoltà intellettuali, potrebbe concepire dei vasti disegni ed ottenere dei grandi successi. Egli fu un tempo signore dell'universo, potrebbe ora gettar dell’ombra su tutte le nazioni. Ma l’Italia sarebbe perciò felice? Per asserirlo, converrebbe supporre che la felicità della nazione consista nella forza delle armi, nell’esser terribile allo straniero, nel poter con vantaggio cominciare una guerra e continuarla senza cedere, nel possedere tutto ciò che fa d’uopo per esser temuta e che è necessario per non temere, nell’abbondanza dei mezzi per sostenere la gloria dei propri eserciti e la fortuna delle proprie armi. Ma se la vera felicità dei popoli è riposta nella pace necessaria alle arti utili, alle lettere, alle scienze, nella prosperità del commercio e dell’agricoltura, fonti della ricchezza delle nazioni, nell’amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi; possiam dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell’italiano». Ai nazionalismi montanti, preferiva infatti la felicità pigra della provincia, la dolce vita che sempre sopravvive alle imitazioni penose dei costumi altrui: «Divisa in piccoli regni, l’Italia offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero. Questa specie di grandezza può consolarci di quella che noi perderemmo. Sì, noi fummo grandi una volta: noi rigettammo quei Galli, che il tempo ha resi più forti, fuori delle nostre terre, noi li cacciammo alle loro tane, noi li soggiogammo, noi li facemmo nostri schiavi. Dalle colonne di Ercole sino al Caucaso noi stendemmo la gloria del nostro nome e il terrore delle nostre armi. Tutto si sottomise al nostro impero, tutto cedè al nostro valore, e noi fummo i signori del mondo. Fummo per questo felici? Le discordie civili, le guerre, le vittorie stesse non ci lasciavano un’ora di quella pace che tutto il mondo sospira. Il tempio di Giano sempre aperto vomitava disordini e sventure. Padroni dell’universo, noi non lo eravamo di noi stessi. Ci convenne conquistare la sede delle scienze per apprendere a regolare le nostre passioni. Terribili a tutto il mondo, noi eravamo, ciò che ora è la Francia […] La nostra grandezza, la nostra felicità deve dunque consistere in fare degli infelici? Italiani! rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido. Quando ci si propone un potere pernicioso o una pace di cui tutto ci garantisce la durata, rigettiamo l’uno ed eleggiamo l’altra: quello ci darebbe dei nomi e questa ci dà delle cose; quello una gloria fantastica e questa dei reali vantaggi. Una nazione non deve esitare nella scelta della sua vera felicità». (Agl’Italiani. Orazione in occasione della liberazione del Piceno, 1815). Però, a quei tempi – come Leopardi osserverà in uno scritto successivo e già di parere diverso, dove si atteggia ad arcigno critico dei suoi compatrioti – ancora dell’opinione pubblica «gl’italiani, in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s’ha da procedere a modo suo, non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali…» (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani). Adesso, come in tutte le epoche della più rovinosa decadenza, si idolatra ogni rabbuffo o sorrisetto o moda o titolo di giornale che venga dall’estero...

venerdì 27 gennaio 2012

Un minuto della memoria

~ NEI MUSEI DEGLI ORRORI DELL’AVANGUARDIA
GIÀ APPARIVANO LE BAGATELLE PER UN MASSACRO ~

Una «giornata della memoria», e per di più affidata alla amplificazione massmediatica, alla forma trash della pubblicità, è chiassoso evento, una kermesse che pesca nel genere horror. Ben altri riti prescriveva l’ebreo Theodor Lessing dinanzi ai primi crimini seriali in Germania, quando in Haarmann. Storia di un lupo mannaro (tradotto da Adelphi), invitava a una celebrazione penitenziale collettiva. Ma appena «un minuto della memoria» – un lampo di pochi frammenti alquanto efferati del primo Novecento – può bastare ad aprire a considerazioni meno scontate sui «cattivi» in campo. Per esempio la «Lettera alle scuole di Budda» di Antonin Artaud che metteva tra i nemici da abbattere gli scrittori avversi, i giornalisti, gli ebrei, i politici chiacchieroni. Era il 1925, lo scritto concitato apparve sul numero 3 di «La Révolution surréaliste», modello culturale dell’indignazione avvenire. Nel medesimo numero, ci si rivolgeva al papa come a «un cane» cui si dichiarava guerra totale, come guerra totale era scatenata contro Dio. Elogi del Terrore, dei «nobili impulsi» omicidi nei confronti non solo degli avversari politici ma anche di quanti avevano un gusto diverso, canto poetico per «il boia che noi sapremo essere». «Liquidazione», liquidazione la parola dominante, energia distruttrice, insulti triviali, il termine «crudeltà» che sovraintenderebbe al teatro «sta per vita», diceva Artaud alla ricerca di un luogo primordiale della violenza, «il teatro della crudeltà espelle Dio dalla scena», chiosava Derrida. Al suo posto, al posto del Logos, al posto dell’«escremento dello spirito» – come Artaud lo chiamava –, magari l’escremento del corpo, secondo uno spettacolo oggi alla moda. Una uccisione è allora all’origine della crudeltà. Prendiamo sul serio le urla di questi sovversivi novecenteschi, degli annunciatori ebbri della carneficina. Nello spettacolo totale, c’era bisogno, decretava ancora Artaud, di «un po’ di sangue vero». Eco sinistra, al sangue si richiamava anche la Deutsche Passion, parodia della passione cristiana, tragedia nazional-socialista, tentativo di mescolare il moderno con il capro dionisiaco, in nome di Nietzsche. La cultura tornava a predicare il sacrificio prima di Cristo e perfino prima di Abramo. Hermann Broch, denunciava, sottraendosi a fatica alla seduzione dello Zeitgeist, il sacrificio umano (nel Bergroman). Talché Jean Clair che ha ricostruito simili esperimenti nel suo Du surréalisme considéré dans ses rapports au totalitarisme et aux tables tournantes può concludere, riferendosi ad Artaud come emblema del radicalismo assoluto, che «la mancanza di limiti della libertà non è altro che una crescente alienazione del soggetto nel suo rapporto […] con la distruzione». Chissà se gli apologeti della follia si rendevano conto della immane violenza che si sarebbe scatenata una volta annullata la diga della ragionevolezza? E ugualmente il sacro, senza un’organizzazione religiosa, affidato anzi alla capacità soggettiva e capricciosa, è minaccia, è Mania divinità della morte, demenza. Né risultò innocua l’arte che si confondeva con la vita, l’estetismo con la politica: si voleva accattivante, con i colori festosi della sovversione, ammaliante suscitatrice della commozione di massa, evocatrice di cadavres exquis, ma nei musei degli orrori dell’avanguardia si anticipava la disumanità delle stragi in arrivo. E non perché erano lì a mettere in guardia, come ci si difese a cose fatte, bensì quali veri e propri appelli al massacro si presentavano i loro «manifesti». Qualche studente, colpito nelle emozioni dalla réclame scolastica del bene, potrebbe invece credere che il male fosse una caratteristica del ‘sangue’ tedesco.

mercoledì 18 gennaio 2012

L'intelligenza dei santi

~ «MIO CARO PAPINI, LE RACCONTO DI PADRE PIO…» ~
Quante vittime della cultura, il totem potentissimo ai nostri tempi, anche nella Chiesa cattolica. Clero e fedeli si genuflettono davanti agli idoli contemporanei che vantano un qualche libro noioso. E non avvertono quanto siano malinconici quei ricami dei neo-gnostici sul cristianesimo, di quella parte colta e fine dell’inteligencja italiana d’oggi, cioè, che civetta con la luce metafisica, senza un po’ di sana fede, di miracoli, di amore. La filosofia sembra non abbia più a cuore la verità. Un prete letterato, don Giuseppe De Luca – di cui nel 2012 appena iniziato ricorre il mezzo secolo dalla morte – sapeva invece distinguere tra l’intelletto e la grazia, senza subordinare questa alla mente come si fa ormai spesso. L’amico di Mario Praz e suo sodale nelle avventure erudite, l’interlocutore cattolico di Croce e Gentile, di avanguardisti e di accademici, lo studioso invaghito dei «pensatori retrivi» dell’Ottocento che poi andava la sera a cena con Palmiro Togliatti (i preti, avvezzi al confessionale, non si scandalizzano dei peccatori, neppure dei più malvagi), si recava in pellegrinaggio sul Gargano a rendere omaggio al frate stigmatizzato che laggiù viveva, in un antro arcaico del XX secolo. Il primo viaggio risale al 1934, quando i mass media non osavano ancora vendere anche i santi, e il clamore che già si levava nasceva da una vicenda incandescente sullo sfondo della civiltà contadina come spesso si legge nelle biografie delle anime elette, ai margini della modernità: don Giuseppe, letterato del Sud attratto dalla storia della pietà, era di casa in quel mondo. Dell’incontro con il cappuccino trattò in due lettere, una delle quali indirizzata allo scrittore italiano forse più noto in quel momento in Europa, Giovanni Papini. Datata 28 ottobre 1934, la missiva si apriva con delle considerazioni sul protestantesimo, sottolineando la colpa soprattutto d’orgoglio di fra Martin Lutero, quindi passava a ricostruire la visita in Puglia al frate obbediente: non usava frasi dolciastre e toni agiografici, non attribuiva particolari virtù umane al povero cappuccino, distingueva anzi tra l’intelligenza mondana e quella spirituale.

«Padre Pio, caro Papini, è un cappuccino malingre [macilento] e ignorante e molto meridionalmente grosso: e tuttavia (badi che oltre a confessarmici ho mangiato con lui e con lui mi son trattenuto molto) e tuttavia ha con e in sé Iddio, quel Dio tremendo che noi intravediamo in fantasia, e lui ha nell’anima, caldissima insostenibilmente, e nella carne che ne trema sempre piagata e ora più ora meno, come sotto raffiche sempre più forti, gemente atrocemente. Proprio ho veduto che cosa sia il ‘santo’, non dell’azione ma della passione: che pratica Iddio. Un uomo di così scarsa intelligenza mi ha dato due, tre parole che io non avrei trovato mai sul labbro d’altri ‘uomini’: e nemmeno (e questo più duro a portare) nei libri della Chiesa. Vere interpretazioni autentiche e definitive di stati d’animo mio: seguite da soluzioni, e quindi risoluzioni. Non è la ‘clinica’ spirituale ordinaria; né c’è, d’altra parte, miracoloso e clamoroso e vistoso straordinario: c’è la ‘intelligentia spiritualis’ che è il dono gratuito di Dio. E c’è una passione, anche umana, per Iddio, caro Papini, che è cosa d’una bellezza e d’una rapinosa dolcezza che io non le dico. Né amore di donna né amore di idee sono nulla di comparabile anche perché son cose che oltre un segno, più o meno vicino o lontano, non vanno: mentre la passione per Iddio, non so come sia, arde e più arde più trova da ardere. Questo ‘sentimento’ d’un Dio e d’un uomo che si sono incontrati così, io l’ho avuto con certezza. E se un certo terrore, una certa superstizione di non offendere con superbie ironiche un possibile santo, in me c’era sul principio; tuttavia avevo ben gli occhi aperti e il cuore, soprattutto, a posto, ché, avido di suo del divino, non mi fregasse. D’altronde, nel ‘caso’ di p. Pio c’è storie molto sporche di preti paesani: e il S. Uffizio non l’ha condannato; soltanto, lo ha posto entro un cerchio di ferro, che non è male – nel nostro tempo volgare – che ci sia e lo difenda da americanistiche pubblicità e concorsi da santuario dei miracoli» (questa e le successive citazioni son tratte dal ricco saggio di Giuseppe M. Viscardi, Padre Pio, padre Gemelli e don Giuseppe De Luca in «Archivio italiano per la storia della pietà», n. 20, 2007). Le sporche storie di «preti paesani» erano quelle che polemicamente andavano raccontando i primi fedeli di san Pio per rendere pubblici i motivi delle persecuzioni del loro frate; la «americanistica pubblicità» sembra profezia di quel che accadrà in seguito, quando l’universo réclamistico parlerà a suo modo del miracolo nell’epoca della tecnica.

Nell’altra lettera, rivolta al fondatore della editrice Morcelliana di Brescia, don Giuseppe confessava: «… datamisi l’occasione d’un amico generoso l’ho accompagnato da p. Pio, uomo di Dio. L’ho amato subito, non senza sorpassare le punte di esitazioni, sospetti, incertezze: e lui, così mi sembra, anche lui mi vuol bene. Caro Minelli, che cosa terribile un santo! Non è del tipo attivo, come don Bosco ieri, don Orione oggi; è tutta una povera pasta di sofferenze, una materia di dolori. Lei sa che ha le stimmate: ma le sue stimmate innascondibili sono nell’occhio, d’una abbagliante luce, nel volto pallido e bruciato da una febbre oltremondana, nella povera persona fiacchissima e percorsa sempre da un brivido terribile, dal pensiero di Dio. In nessuno mai ho visto così presente e ‘crudele’ Iddio, ‘qui proprio Filio suo non pepercit’. Io gli misi nelle mani l’anima mia, mi ci confessai – già, c’è chi mi dice incredulo: ma incredulo sono nella loro fede, non nella fede –, e sono rivenuto stamani ancor più fermo nella mia forza. Non senza, ieri, essermi incontrato da Laterza a Bari, con B. Croce, e discusso sopra alcune idee del mio Voltaire».

Più di vent’anni dopo, a un prete suo confidente don Giuseppe scriverà ancora su questo santo particolarmente inviso agli intellettuali snob di oggi, essendo un protettore dei corpi nell’èra della virtualità, un taumaturgo che scompagina l’idolatria della scienza: «Avere amico dal 1931 un amico di Dio talmente amico di Dio e mio, è forse la cosa di cui più mi vanto, certo è quella di cui più mi compiaccio e giovo».

martedì 17 gennaio 2012

Chiese scialbate

~ I NUOVI ARREDATORI DELLA CASA DI DIO ~

Si visitano le chiese romane che la filologia senza amore ha spogliato delle vesti barocche e che il Vaticano II ha umiliato per ripicca contro il Concilio di Trento. Ogni tanto delle foto in bianco e nero riavviano la memoria di chi ancora negli anni Cinquanta vide lo sfarzo dei lampadari settecenteschi più fastosi che in un teatro, le colonne e le lesene ricoperte di velluto rosso anche ad altezze imponenti nella solennità dei santi patroni del tempio, le liturgie rubensiane, gli altari sovrabbondanti di reliquie, aurei busti e candele, sopra i quali la fede diventava tangibile, accendendo i sensi e spingendosi quindi nella frontiera speciale dove funge da «supplementum / sensuum defectui», come canta Tommaso d’Aquino nel suo Tantum ergo. Adesso i funzionari della sovraintendenza dispongono delle cose sacre in base ai loro studi pedanti, circondati dalla soggezione di preti ignoranti. Regna un gusto catacombale, revival confuso dei primi secoli, evapora così il senso di eternità che aveva sempre dominato nelle chiese cattoliche. Talvolta in quelle affidate alle nuove comunità dell’Europa orientale di ceppo bizantino tornano per miracolo gli ex-voto che riempivano ogni spazio intorno alle sante effigi, tornano le ombre e le zone buie appena corrette dal tremolio di innumerevoli candele accese dai devoti davanti agli altari prediletti. «L’ornamento presuppone una gerarchia tra le cose», diceva acutamente Sedlmayr, nell’arte senza più ornamento impera il nichilismo per cui tutte le cose sono uguali tra loro. Senza ornamento sarebbe impossibile rappresentare il sacro.

Se per queste chiese del centro storico si accompagna un europeo del Nord è necessario ricorrere ai racconti onde spiegare come simili spazi sacri che si presentano al visitatore in massima sobrietà, facendo dimenticare trascorsi barocchi e rococò o semplicemente di vistoso culto anche novecentesco, fossero ben diversi dagli ambienti protestanti cui oggi ci si sforza di somigliare. Una tempesta di ira puritana è passata di qui. Figli scapestrati hanno venduto agli straccivendoli tesori assai preziosi avuti in eredità. Però almeno nelle chiese antiche restano quadri e statue, benché scontornati e isolati secondo i dettami postmoderni, una miriade di immagini di fronte alle quali inginocchiarsi. E non è poco.

venerdì 6 gennaio 2012

La dodicesima notte senza più rito

~ MENTRE «L’EPIFANIA TUTTE LE FESTE SI PORTA VIA»
TRASCRIVIAMO UNA FRASE DI RENÉ GIRARD
SULLA FESTA TRASFORMATA IN «VACANZA A VITA» ~

«La nostra ipotesi generale sulla crisi sacrificale e sull’unanimità violenta illumina […] vari aspetti della festa rimasti fino ad oggi piuttosto oscuri. E la festa, di rimando, conferma il potere esplicativo di tale ipotesi. È opportuno osservare, però, che la cecità moderna a proposito della festa, e del rito in genere, non fa che prolungare e favorire un’evoluzione che è poi quella del momento religioso stesso. Via via che si cancellano gli aspetti rituali, la festa si limita sempre più a quella grassa licenza di svago che tanti osservatori moderni hanno deciso di vedere in essa. La perdita graduale del rito e il misconoscimento sempre aggravato non sono che una sola e medesima cosa. La disgregazione dei miti e dei rituali, ossia del pensiero religioso nel suo insieme, non è provocata da un sorgere della nuda verità, ma da una nuova crisi sacrificale.

Dietro alle apparenze gioiose e fraterne della festa deritualizzata, priva di qualsiasi riferimento alla vittima espiatoria e all’unità da essa rifatta, non vi è più in verità altro modello che la crisi sacrificale e la violenza reciproca. Ecco perché i veri artisti, ai giorni nostri, avvertono la tragedia dietro l’insipidità della festa trasformata in vacanze a vita, dietro le promesse piattamente utopistiche di un ‘mondo di svaghi’. Più le vacanze sono insulse, fiacche, volgari, più si indovinano in esse lo spaventoso e il mostruoso che affiorano. Il tema delle vacanze che cominciano a prendere una brutta piega, spontaneamente riscoperto, ma già altrove trattato in forme diverse, domina l’opera cinematografica di un Fellini». (Da La violenza e il sacro, Adelphi, p. 178)

sabato 24 dicembre 2011

Davanti al teatro del mondo

*NATALE 2011*

La cultura protestante che privatizza la religione ha trovato nel Natale la sua festa per eccellenza: il rito è domestico, celebrano genitori e figli, fidanzati e amici, il sacerdozio universale ottiene la sua realizzazione palpabile. In terra americana ha trovato la sua patria, le innumerevoli canzoni che l'accompagnano da un secolo hanno conquistato il mondo. E la sera del 24 dicembre i pragmatici che seppero costruire un impero con una massa di esuli si commuovono, «… And every mother's child is going to spy, / To see if reindeer really know how to fly» (The Christmas Song). Non fu sempre così, naturalmente, le Cantate natalizie di Bach non si eseguivano nei salotti e tantomeno nelle sale da concerto, bensì nelle chiese luterane, erano parte integrante della liturgia. Strada facendo però il laicismo protestante prese il sopravvento, il sacro si stemperò in una festa borghese d’inverno e, per ridar fiato all’evento, non bastando il padrone di casa a far da mediatore tra il Cielo e la Terra, si tirarono fuori figure misteriose, il vecchio benefico a metà tra il generoso San Nicola e la personificazione della estrema stagione dell’anno che, in consonanza con quella della vita, ha i connotati della decrepitezza. Negli ultimi tempi, una multinazionale delle bevande gassose si impadronirà di quel personaggio, gli metterà i suoi colori, il rosso e il bianco, ne farà una forma di pubblicità indiretta. Il vecchio così sostituisce il puer e sovraintende al nuovo rito dello scambio di doni materiali (nella ‘profanazione’ della festa sacra questi infatti da segni, da testimonianze, si trasformano in feticci). Il messianismo è ridotto a un ammasso di merci, a un bazar di simboli ormai incomprensibili, confusi, come sempre nel cosiddetto post-moderno.

Il presepio cattolico rammemora invece come l’incarnazione divina non fu un fatto intimo, con la famigliola nel chiuso domestico: l’Invisibile divenne visibile davanti al teatro del mondo. Pastori e altri miserabili furono i primi ad accorrere, ma vi si aggiunsero i re, i saggi, i suonatori di zampogna – almeno secondo il presepio italiano –, gli artisti dunque, e gli angeli fecero corona alla scena. Non era un racconto lineare, si snodava lungo una via narrativa contorta con curve a gomito come nelle raffigurazioni dei primi maghi della prospettiva che dietro alla scena della natività piazzavano diversi tornanti per rompere la piattezza della parete di fondo.

Il presepio enfatizza il fatto storico che si incrociò con il censimento romano, con l’editto imperiale, con i voleri del pontefice massimo. Al contempo la natura partecipa a questa festa, dalle stelle del cielo alle piante sempreverdi, e vi partecipano gli animali, a compimento delle profezie, asino, bue, pecore, capri, cani che vediamo per esempio raccolti da Giotto in gran copia.

Il presepio cinquecentesco, quello concepito da Albrecht Dürer, faceva incrinare le architetture classiche, una specie di terremoto della storia. Gli archi romani spezzati sottolineavano la nascita del moderno che coincide con l’avvento di Dio in forma umana. La storia non era finita – sembrava dire l’artista tedesco – ma c’era ormai un prima e un dopo, al senza-tempo del mondo antico si sostituiva il tempo che corre verso lo scioglimento di tutti i legami, di tutte le servitù. Il superamento del classico fu annunciato dagli artisti tedeschi che più gli erano estranei, che ne subivano il giogo, che rappresentavano i semplici, i barbari, gli ansiosi della modernità salvifica. Eccessivi, eterni espressionisti, i germanici credevano che l’annuncio evangelico fosse il rintocco dell’ora presente. Ma i pittori italiani ripresero quel tema pur conservando con pietà filiale le rovine del loro passato, quell’impero che la Provvidenza aveva messo al servizio del puer divino. Moderno era una complicata conseguenza di quella notte in terra di Israele e del suo riverbero nel mondo romano.

Nei giorni del buio invernale, non era più sufficiente la luce delle lampade negli interni delle case, il fuoco domestico, il simbolico verde delle piante sopravvissute, il cibo in abbondanza: la modernità cristiana pretendeva aver superato la morte. Di qui il suo fascino, la sua grandezza morale, il suo sommo privilegio; verrà utilizzata in modo strumentale dai propagandisti del progressismo, dai fedeli dei Lumi.

Profano significa fuori del tempio, pro-fanum, lontano dalla chiesa. Si riconsacra il Natale soltanto nella partecipazione alla Messa, là dove il teatrum mundi del presepio si incarna nella comunità vivente. Là dove si ricongiunge la davidica Betlemme e il Golgota, e il mistero del puer si svela. Allora soltanto il moderno diviene un’aggiunta preziosissima all’eburneo mondo classico.

Buon Natale, amici che leggete questo Almanacco, buona festa della vita e, come sempre nelle occasioni solenni dell’anno, buon ricordo dei morti.