domenica 17 ottobre 2010

De consolatione artis

~ L’ITALIA DI FUMAROLI ~
Marc Fumaroli ha concesso il 14 ottobre un’intervista al «Corriere della Sera» (rintracciabile nell’archivio del giornale online), lodando come al solito l’Italia. Siti e giornalini convinti che il nostro Paese non sia abbastanza esterofilo e ‘moderno’ ci son rimasti male e se la son presa con l’illustre signore che scompagina le loro misere idées reçues. Un divertente scrittore (di un romanzo solo), Alessandro Piperno, ha replicato con le migliori intenzioni ma con argomenti indegni delle sue pagine salaci. Le interviste, si sa, dipendono anche dalle domande e dalla trascrizione delle chiacchiere; lo stile di Fumaroli, senza la mediazione del giornalista, è in genere più sontuoso. Ma almeno una frase va ricordata e possibilmente meditata: l’Italia «ci ha consolato dall’espressionismo tedesco. Da voi, non c’è mai stato disprezzo del mondo, ma un invito a gustarlo ancora, anche quando tutto sembra perduto e desolato».

sabato 16 ottobre 2010

Citazione All’Inferno!

In un'università statunitense degli anni Cinquanta, nel corso di un seminario pieno di buone intenzioni «per progettare una società migliore», si sfiorò anche la letteratura e l’arte del momento, la «rabbia» che covava. Il filosofo Leo Strauss, coinvolto suo malgrado, in uno degli interventi disse così: «Mancano di pensiero e di disciplina. Hanno invece quello che chiamano sincerità. È da vedere se è poi necessaria quella che chiamano sincerità, finché non si sa se la sincerità sia equiparabile alla sfacciataggine; la sincerità non è certo autosufficiente: essa si realizza completamente in urli acuti e stonati, che non sono opere d’arte. ‘La vita è un racconto narrato da un idiota’ vien detto in un’opera d’arte, perché la vita è un tale racconto solo per chi ha violato la legge della vita, la legge cui è soggetta la vita. È vero che il messaggio degli scrittori in questione non è quello di Macbeth. Gridano che la vita è melma. Ma non si può percepire che la vita è melma se non si è prima percepita la purezza, e su di essa, che per natura si percepisce per prima, essi tacciono completamente. L’individuo che non rispetta nessuno è un’assurdità. Le loro grida sono accuse lanciate contro la ‘società’, non appelli a esseri umani fatti con spirito di fraterna correzione; questi accusatori si credono fuori dalla portata delle accuse; i loro individui sono fatti di accuse; intendono l’individuo come accuse e grida. Ogni accusa presuppone una legge, accuse del tipo di quelle espresse da loro richiedono una legge sacra, ma di ciò essi sembrano non avere alcuna coscienza. I loro gridi ricordano quelli dei dannati dell’inferno; essi stessi appartengono all’inferno». (da L. Strauss, Liberalismo antico e moderno, Giuffré, 1973, p. 325).

mercoledì 13 ottobre 2010

Il dito nell'occhio

~ LA TRAGEDIA DI UN FATTO RIDICOLO ~
~ E ALTRE DIVAGAZIONI ~

Se sotto la tua casa collocassero un altoparlante e per tutta la giornata venisse ripetuta la battuta di un comico, sia pure una bella battuta, sonora, crassa, ma sempre quella, presto la faccenda ridanciana si trasformerebbe in incubo. E se lo strazio comico-drammatico durasse non un giorno ma per sempre, «fine pena mai» come nel vecchio ergastolo, la faccenda evocherebbe le pene dell’Inferno. Commiserate chi abita o chi lavora nella piazza di Milano dove lo snobismo piccolo-borghese ha consentito che fosse fissata nel marmo una battutaccia, che divenisse anzi un monumento (cioè memoria e monito). La risatina che dovrebbe suscitare lo sberleffo dell’autore miliardario alla Borsa prospiciente si gela in bocca per la reiterazione forzata. Altro non c’è.

I pernacchi – futuristi – risalgono a oltre un secolo fa. Vien da dire con garbo: non spernacchiate più – siete diventati petulanti – soprattutto non chiedete per farlo l’autorizzazione e i soldi delle autorità. Abbiamo capito che ormai sprezzate l’atto istintivo, che credete sia una mossa astuta, per li rami situazionisti, irreggimentare il gesto scurrile nell’ ‘evento’; che vi sembra maggiormente ridicola, e quindi da coltivare, la trovata per cui il turpiloquio ottiene la benedizione del sindaco. Ma le istituzioni non sono la controparte, da tempo il primo cittadino non porta più baffi e cilindro e scodinzola devoto a ogni proposta ‘culturale’. Non finge neppure di scandalizzarsi, piuttosto si sente complice, anche perché paga. Nel caso specifico, si considera pure competente: il dito centrale rivolto al cielo per minacciare una sodomizzazione all’avversario è il suo gergo preferito, lo rilancia nei comizi, eccita il suo pubblico. Facile convincere tutti i politici alle più umilianti posture pur di partecipare al gioco. Voi non svelate il trucco dei poteri, come qualche ingenuo pretendeva all’inizio, confermate l’ansia di condividere il cheap degli «spettatori della domenica». L’eccentricità di massa: ciascuno può far parte dell’immensa élite, basta dire sì. In confronto, le concorrenti di «Miss Italia» sono ancora delle ascete.

Un vecchio che ha superato i cent’anni dovrebbe possedere la saggezza: non si strappa invano il tempo al destino. Gillo Dorfles invece ha evidentemente ancora molto rispetto umano se si limita a commentare l’impresa milanese con una frasetta pilatesca: «un’opera brutta per una piazza brutta». Quando basta la grazia di un albero o di una statua o perfino di una panchina per correggere le brutture architettoniche di un luogo. Altrimenti, la decorazione a che serve? E la senilità a che serve? Uno dei massimi ingegni del Novecento, Ernst Jünger, eroe del germanesimo pagano, a 101 anni ebbe l’ardimento di scegliere la Chiesa di Roma.

Nel vuoto aperto dalla morte, l’arte può fare da surrogato della religione. Meglio di niente. Nella civiltà cristiana diventa l’aspetto sensuale della fede; per dirla con un esempio facile, la Pietà michelangiolesca consola, accarezza e dà corpo alla speranza. Ma una installazione è morta cosa.

E se un tempo questa anti-arte si giustificava esibendo almeno la disperazione di non poter più consolare, né celebrare, né trascinare la fantasia dell’epica, né suscitare i pensieri gentili dell’idillio, oggi si propone soltanto come goliardia. Roba per ventenni, a occuparsene a trenta è da rimbambiti.

C’è chi confonde la risata di Zarathustra con quella scaturita dal più triviale filmetto italiano. Prendiamo sul serio lo scherzo, il denaro pubblico investito in simili pasquinate è ‘serissimo’, ma dov’è l’arguzia?

Uno dei boss dei musei contemporanei romani ammonisce un povero cristo che si è attaccato una sua ‘opera’ da solo e clandestinamente alle pareti del Macro, pensando di fare un’azione anarcoide: «c’è una procedura per esporre» dice con tono burocratico. Ecco, il nichilismo del comico di successo ha invece rispettato la procedura, compilato i moduli: voglio esporre in piazza Affari un dito medio, chiedo perciò per l’opera tot euri. Che performance la contrattazione al rialzo negli uffici municipali, quella sì!

L’aforisma del coatto non è esattamente la stessa cosa di un linguaggio franco, oggidì intrappolato nei continui richiami alla correttezza ideologico-politica. C’è un po’ di confusione in giro: rifiutarsi di ripetere quelle parole insapori, neutre, false (gaio anche per l’omosessuale mesto), non vuol dire ridursi a un’espressione sguaiata. Le circonlocuzioni tipo ‘non vedente’ per cieco son roba da précieuses ridicules onde imbellettare la morte, il dolore, il tragico, il sangue, il sesso. Per troppo espressionismo però si diventa spesso villani.

Gli stessi che si rallegrano per la triste statua, il giornale che esalta «il coraggio» di chi si lascia provocare contento, pone poi limiti ad altre barzellette peraltro meno capziose e meno aggressive, sicuramente non monumentali, private. Sarebbe curioso se un dito come quello in questione, magari collocato vicino a una moschea muovesse una fatwa: che reazione avrebbero gli amanti del dito? I buoni, si sa, hanno molta comprensione per la violenza dell’Islam. Ma gli estetisti del contemporaneo sono furbi, lo notava Arbasino già molti anni fa: su Gesù e Israele ci si può permettere ogni insulto, ogni blasfemia, ma sul profeta islamico meglio tenersi alla larga, lì infatti non si scherza. Su Maometto poi si è già pronunciato Dante, senza peli sulla lingua, anzi con figure più dirompenti dell’allusione di un dito. Nel più profondo dell’Inferno, secondo gerarchica e ragionevole concezione dell’orrore, nel XXVIII canto, il corpo dell’eresiarca appariva spaccato dalla testa all’ano, tra le gambe gli pendevano le budella, tutte le interiora venivan fuori, «e ‘l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia». L’oscena visione testimoniava la fiera avversione per i nemici della religione, per i seminatori di scandalo. Non stava raccontando un «motto di spirito», stava scuotendo lo spirito con la forza dei versi; con arte nutrita dalla teologia di Tommaso.

lunedì 11 ottobre 2010

La ragazza delle chiavi

~ ANCORA SULLE BIBLIOTECHE ~

Per non ridurre tutta la faccenda ai ‘tagli’, ai soldi. C’è un piccolissimo episodio da raccontare che testimonia della grande fantasia barocca dei burocrati. Alla Nazionale di Roma bisogna lasciare borse e valigette al deposito, non è come certe biblioteche dove basta mostrare il contenuto al custode, si temono giustamente i furti, i doppi fondi, si ignorano però i nascondimenti più intimi, si evitano per ora le perquisizioni personali. Al deposito dunque ci sono mobiletti abbastanza recenti, forniti di chiave, e qui viene il bello. In mezza Europa, almeno nelle biblioteche che si son visitate, per evitare che i distratti non restituiscano lo strumentino d’accesso, bisogna infilare un euro e si tira via la chiave, si rimette la chiave per riprendere la borsa e automaticamente ridiscende l’euro. Più o meno come funziona il carrello dei supermercati. E per chi manca degli spiccioli si può aggiungere lì accanto una macchinetta del cambio. Troppo semplice e troppo poco costoso per la nostra istituzione libraria. Alla Nazionale hanno inventato un procedimento più ‘umano’. C’è una ragazza a cui si presenta la tessera della biblioteca, lei la prende, ricopia a matita (poi vedremo perché a matita) il numero della tessera su uno speciale modulo con le righe, ricopia altresì il numero della chiave nella casella accanto e ve la consegna. Al termine, si restituisce all’affollato tavolo della povera ragazza (assunta? precaria?) la chiave in questione e lei cancella con la gomma il vostro numero scritto a matita (c’è di mezzo anche la legge sulla privacy, non basta farci sopra un fregaccio, si deve abradere con rigore) e riprende l’oggetto di tanto traffico. Immaginate nelle ore di punta l’affollamento intorno all’impiegata che con una mano scrive e con l’altra cancella (spesso, essendo la prima persona in cui ci si imbatte, è anche interrogata, e in varie lingue, sulle modalità d’accesso). Bene: a chi ha escogitato un simile servizio voi dareste dei fondi pubblici, sia pure ridotti per i recenti ‘tagli’?

sabato 9 ottobre 2010

I mangiatori di cultura

~ LO SCANDALO DI UNA FRASE MINISTERIALE ~

«La cultura non dà da mangiare» disse il ministro che economizza sulle spese pubbliche, scandalizzando tutti. Sfiorato il tabù principale della nostra epoca. Questa sfuggente entità non si discute per paura di bestemmiare, la cultura qui la cultura qua. Non si ripete sempre che essa «produce ricchezza», non si parla del suo «indotto economico»? Nel momento che l’umanesimo non conta più niente e non rilucono i suoi prodotti, ci si inventa un’estensione del concetto di cultura che coincide con quello di far soldi, con le occasioni di «consumo». Ma l’onnipresente consumo dell’arte e della parola distrae non consola della morte. Si addestrano i giovani a trarre pretesto da ogni monumento sparso nel nostro Belpaese per adunare turisti; si moltiplicano gli assessori che invece di lastricare le strade discettano di arte; si investono soldi pubblici per concertini d’ogni tipo onde moltiplicare il gruzzolo come fosse un enalotto. Si avversano inoltre gli onesti uomini del Business senza maschera e si camuffano con il gentile nome di artista gli affaristi del Nulla.

Se si provasse ad aggiustare la frase così: «la vera cultura non dà da mangiare». «Vera»: che formulazione ingenua, risponderebbero i saccenti funzionari del culturame, che sono tutt’altra genìa dalle persone colte. Ma Rainer Maria Rilke sarebbe d’accordo. Del poeta dice nel Libro d’ore, «il più misero sei dei senza-tetto,/ il mendicante che nasconde il volto,/ l'immensa rosa della Povertà, l’arcana metamorfosi perenne,/ che cangia l’oro in folgorio di sole».

giovedì 30 settembre 2010

Orgogliosi di essere anormali

~ QUESTO NON È UN PAESE PER IL BIEDERMEIER ~

Fu lo slogan di un politico coi baffi ormai in declino, ma gli resiste gagliardamente. Tutti infatti fanno a gara nel ripetere crucciati che «questo non è un paese normale», in genere anzi nella forma ipotetica che accentua l’effetto retorico e lascia immaginare un sospiro nostalgico: «se questo fosse un paese normale!». Certo che non lo è, per fortuna che non lo è. Grazie al cielo l’Italia non appare un paese normale e non si tratta di una questione degli ultimi secoli: lo ricordava l’altro giorno il direttore dei Musei vaticani, parlando della Galleria delle carte geografiche: «L’Italia è, fra tutti i paesi del mondo, il ‘più nobile’ intendendo nel termine tutto quello che è storia, memoria, cultura, varietà, bellezza. Così pensava Gregorio XIII Boncompagni. Così sta scritto nei cartigli che sovrastano la carta dell’Italia antica (‘Commendatur Italia locorum salubritate, coeli temperie, soli ubertate’) e quella dell’Italia moderna (‘Italia artium studiorumque plena semper est habita’».

La penisola italiana che appare un Eden, il giardino comune dell’umanità, anche a un anti-latino come Dostoevskij, l’Italia che esce prima di tutti dalle guerre perché, secondo quanto osserva Montaigne, è un paese carico di saggezza, l’Italia di Dante e di Raffaello, delle città incantate, dell’arte, della musica, dei mille incroci di civiltà, delle invenzioni machiavelliche, delle fantasie leonardesche, della dolce vita millenaria, sarebbe dunque da ricondurre alla norma, una via di mezzo tra il Belgio e la Finlandia? Nessun paese è ‘normale’, ciascuno risulta legato in modo unico al cuore della sua gente. Il nostro vecchissimo popolo casomai è più eccentricamente anormale degli altri. Questo non è un paese per il Biedermeier. Lo sosteneva con posa cinica Orson Welles nel Terzo uomo, quando, sulla Ruota del Prater di Vienna, confrontava l’Italia dei pugnali e veleni del Rinascimento con la Svizzera degli orologi a cucù. Tanto diverso dagli altri che il suo popolo, immune da ogni sciovinismo, si diletta nella maldicenza autolesionista, si compiace per spirito vendicativo di qualsiasi straniero che abbia da far critiche feroci al Belpaese, invidia la ‘normalità’ degli altri, la loro mediocrità, il loro grigiore (forse abbagliato da troppa luce). Alla retorica patriottarda ricorrono solo le pubbliche istituzioni quando innalzano monumenti ai caduti e organizzano le celebrazioni per l’unità d’Italia massonica. Ma nessuno ci crede, divorati tutti da una robusta e antica faziosità.

martedì 28 settembre 2010

Tagli e ritagli

~ CHIOSE UN PO’ GROSSOLANE, NE SIAMO CONSAPEVOLI,
A UNA PROFESSORALE ‘LETTERA APERTA’ ~

Chissà in quanti uffici pubblici i burocrati avranno preso le forbici per ritagliare l’articolo del «Corriere», opportunamente fotocopiato e ingrandito, sui cosiddetti «tagli alla cultura», in specie alle biblioteche, per appenderlo quindi in qualche bacheca e farsi forti di una così autorevole opinione (quelli che magari con vari corsi hanno imparicchiato a muoversi nella rete universale si saranno serviti del copia & incolla per scambiarsi il pezzo in guisa di mutuo conforto). Nella ‘lettera aperta’ al bonario ministro della Cultura, il Professore si è unito al coro di chi vorrebbe che non si lesinassero gli euri per le biblioteche, come del resto per tutto ciò che innalza lo stendardo della «cultura», dove evidentemente dovrebbe bastare la magica parola per aprire le borse. L’insigne storico avrà sicuramente ragione e ha già ottenuto il consenso di tutti coloro che si occupano di biblioteche e che sono addottorati nella scienza per gestirle, noi modestissimi utenti (come veniamo definiti), ci permettiamo di avanzare qualche dubbio. Anzitutto, se il Prof. spiega che lo Stato continua a pagare regolarmente gli stipendi e che non ha minacciato alcuno di licenziamento, non capiamo quale sia il problema. Che non si può procedere a nuove assunzioni, che il personale bibliotecario si assottiglia, che non c’è nessuno per aggiornare i cataloghi? Ma allora perché alla Nazionale di Roma, tanto per fare un esempio, i pubblici impiegati per ingannare la noia chiacchierano ininterrottamente impedendoci di leggere? Certe volte, dopo aver sentito parlare per ore di vacanze, ‘ponti’ e collage di ponti, di isole tropicali, di ristoranti in Indonesia e di alberghi in Egitto, càpita di protestare e di ottenere un quarto d’ora di tregua, poi ricomincia il cicalio, segno che non si ammazzano di fatica. Alla Biblioteca di storia, a Palazzo Caetani, tanto per fare un altro esempio, sono molti di più gli addetti che i lettori. Eppure si deve attendere che finiscano le loro interminabili conversazioni prima che ti vadano a prendere un libro. Ma il Professore si lamenta anche del fatto che il governo crudele non garantisca delle somme per gli extra. Fosse vero, si riuscisse a evitare i concerti, i teatrini, le mostre, i dibattiti dove dovrebbe regnare semplicemente il silenzio.

Mancano i soldi ma domenica prossima si tiene in tutta Italia una mega-manifestazione – «Domenica di carta» è il desolante titolo da asilo infantile – con biblioteche aperte l’intero giorno, visite guidate, ‘eventi’ scontati, una inutile pubblicità per promuovere i fondi librari. Sullo sfondo di una grossa chiave, «La cultura è apertura» rima lo slogan: capperi, che significato da brivido! Ma vi pare che i lettori delle cinquecentine vadano presi per la collottola e attirati con canti e suoni come si fa per la Coca-cola? I bibliomani sono una setta, anche se di massa, che non ama il proselitismo.

sabato 25 settembre 2010

Dalla parte degli zuavi

~ UNA LETTERA E UNA RISPOSTA ~

Ci scrivono:
«Più realista del re, più papista del papa, l’Almanacco si schiera dalla parte degli zuavi pontifici e considera il 20 settembre un giorno nefasto. Tutto nero in questi centoquaranta anni?Dopo il regno pontificio le déluge?A me sembra che il nichilismo si infili anche in simili atteggiamenti estremisti…».

L’«Almanacco» non si sogna neppure di sfiorare, almeno per ora, le questioni storiche su cui rifletterà la nazione nelle prossime ricorrenze a proposito degli ottantasette anni di regno e i sessantatré di repubblica (briciole temporali) che formano i fatidici centocinquanta dell’«Italia unita». Mostrava soltanto, in una parentesi di quel pezzullo del 20 settembre, un po’ di rimpianto per la Curia che amministrava una città vera, non il fortilizio virtuale del Vaticano: i volti dall’espressione tanto realista che ritroviamo nei dipinti sulla corte papale di altre epoche ci ricordano che il cristianesimo romano intreccia anima e corpo e che il governo dell’urbe, la veste mondana per i pastori delle anime, la cura secolare, faceva magari da zavorra onde non finire nell’etereo; l’angelicità coatta, imposta dalla storia, lascia perplessi, ma tant’è. L’«Almanacco» resta inoltre sorpreso dal fatto che, celebrandosi con trombe e tamburi ormai inconsueti un piccolo evento bellico, nessuno ricordi i vinti con la correttezza tollerante in voga. Senza più scrupoli, spazzati via dal tempo trascorso, si rende omaggio ai ragazzi di Salò, che pure combatterono a fianco dei nazisti e che a qualche ebreo nascosto e inerme dovettero apparire come messi dello sterminio, ma si avrebbe imbarazzo a ricordare i soldati del papa, truppe davvero multietniche che non intimorirono alcuno, che morirono in un gesto simbolico, a difesa del potere petrino, inattuale e perenne.

Tutto il resto del rammarico si riferiva al piano estetico. La lettera ci invita a non essere estremisti, e noi con molta moderazione siamo pronti ad ammettere che non tutto è penoso come la Via Nazionale, boulevard misero da cittadina balcanica e massima espressione urbanistica della capitale d’Italia, che non tutti i palazzi sono dimore per pescecani e piccolo borghesi fuoriusciti dal Pasticciaccio gaddiano, che insomma qualche villino liberty – sempre echi di culture internazionali – si salva, che l’Eur fa la sua figura, che la Via Cristoforo Colombo è seducente nella corsa verso il mare, ma si può intonare un solenne Te Deum per l’Eur o per la Garbatella? Si può fare festa perché la città regina, la capitale di Raffaello, Michelangelo, Bernini, Piranesi si è finalmente emancipata da una simile tradizione e ha dunque il Palazzetto dello Sport, Piazza Esedra, Corviale e altri esemplari post-papalini? Se lo spartiacque del 1870 segna un’epoca di vertiginosa decadenza, non ce ne faremo una malattia, d’accordo; bisogna pur vivere, si possono stoicamente trattenere le lacrime, ma addirittura giubilare è ridicolo.

Per capire che non si tratta di antimodernismo preconcetto basti pensare ad altre capitali, a quelle che devono essere riconoscenti ai secoli XIX e XX: Parigi è l’Ottocento, Madrid e Berlino il Novecento. Loro sì dovrebbero suonare le campane per i rispettivi «20 settembre». I massoni d’oltralpe fecero almeno le cose per bene. Togliendo a Parigi o a Berlino la parte moderna, che cosa resterebbe? Nulla: in termini di spazio e di anima. Qui da noi: tutto, almeno nel perimetro delle Mura aureliane; basterebbe cancellare quelle escrescenze che violentano le delicate misure e turbano la visione dall’attico del Vittoriano: il Palazzaccio, la Banca d’Italia, lo stesso monumentone abbacinante da cui si guarda. (Non è una proposta di restaurazione, di demolizioni, non fraintendete, appena un esercizio mentale quando si gode il paesaggio romano, grati al governo pontificio e ai successori di Cesare).

venerdì 24 settembre 2010

Al termine della notte

BONNEFOY, L’ITALIA E IL SURREALISMO

A pagina 53 della «Repubblica» del 24 settembre c’è un’intervista di Franco Marcoaldi al poeta Ives Bonnefoy, esegeta di Piero della Francesca, che ricorda la sua ormai remota militanza surrealista mettendo in guardia sulla creatura di Breton: «Vede, bisogna prendere sul serio il surrealismo». Lo stesso avvertimento veniva dall’esorcista dell’antiarte contemporanea, Hans Sedlmayr, che insistette sempre sull’aspetto demoniaco, sul carattere sinistro, di quell’impresa. La setta che estetizzava la violenza («L’azione surrealista più semplice consiste nel riversarsi nelle strade, con le pistole in pugno, e sparare a caso in mezzo alla folla, il più possibile») non era certo un club salottiero. Chi ebbe la ventura di aderirvi la ricorderà per tutta la vita come una specie di malattia. Roger Caillois vi entrò giovanissimo, proveniente dal «Gran Jeu», un gruppo di soli tre membri, e poco dopo, nel fuoco della battaglia antinazista, ne guarì, lasciando una lucida testimonianza di quella esperienza in Babel e nel Dictionnaire esthétique (tradotto in italiano da Bompiani). Francis Ponge fu surrealista eterodosso e se ne liberò ricorrendo al classicismo francese del XVII secolo. Pierre Klossowsky si salvò immergendosi nello studio della scolastica ed entrò addirittura in un seminario domenicano. Jean Clair, che non fu un testimone diretto, scriverà sull’argomento un feroce pamphlet, Processo al surrealismo. Del surrealismo considerato nei suoi rapporti con il totalitarismo e i tavolini medianici. Bonnefoy ripete come gli altri risanati il racconto sulla cerchia magica dominata dall’incubo, dalle tenebre, dall’apologia del comportamento folle. Lui, confessa, riuscì a debellare il disturbo grazie all’Italia. «L’incontro con l’Italia è arrivato subito dopo la conclusione di questa esperienza. Il surrealismo ricorreva spesso a proposizioni confuse, informi, notturne dell’interiorità, mentre la grande arte italiana, al contrario, mi mostrava il valore, l’apporto significativo della luce sulle forme».

E con parole di riconoscenza che gli attuali iconoclasti non capiranno: «L’Italia è la terra delle immagini per eccellenza perché ha edificato un teatro in cui il pensiero e il sogno, la nostalgia dell’infinito e la percezione della finitezza, si confrontano in modo esplicito». Come non pensare a Giorgio de Chirico?

giovedì 23 settembre 2010

Il santo

COME SI COMPIE IL MIRACOLO SUPREMO NEL NOSTRO TEMPO

Al contrario del Concilio di Trento che ne motivò una eccelsa schiera, il Vaticano II non ha prodotto santi. Quello per antonomasia, il santo della nostra epoca, fu rigidamente pre-conciliare e anche dopo la riforma liturgica continuò a dire la sua lunga messa in latino. Oggi, 23 settembre, la Chiesa universale celebra padre Pio - come confidenzialmente continuano a chiamarlo nonostante la gloria degli altari - che ha fatto il miracolo di mostrare il sangue nel tempo delle astrattezze e degli igienismi, di parlare ai disperati di questo mondo senza il birignao intellettuale dei concilianti, di confortare i malati a cui la scienza medica non dà speranze, di assistere gli agonizzanti lasciati soli con la flebo nelle corsie d’ospedale, insomma il miracolo supremo di poter credere ancora ai miracoli, di sconfiggere con le immagini dei portenti lo scetticismo imperante. Per la sua battaglia contro il dominio della morte seppe anche scherzare, come ogni mistico che si rispetti, soprattutto quando proviene dalla terre beneventane. Chi ebbe la fortuna di incontrarlo può testimoniare che anche quando faceva i miracoli non assumeva pose da santone, piuttosto lasciava scivolare dei doni, delle sorprese, con la semplicità di un frate del Sud che opera un prodigio in allegria francescana.

lunedì 20 settembre 2010

Roma rubata

~ IL GIORNO CHE SEGNA LA FINE DELL’ARTE UNIVERSALE ~

Facciamo nostra la parola d’ordine di Mallarmé, citata ieri da Quirino Principe nella sua smagliante rubrica che ravviva il supplemento domenicale color salmone: «Donner un sens plus pur aux mots de la tribu». Oggi, aprendo Google (nazionale), si scopre che il massimo organo di collegamento tribale celebra i 140 anni di «Roma capitale». Oddio – potrebbe sospettare l’ingenuo navigante – si tratta di un’oscura provincia che qualche battaglia nazionalista ha fatto ascendere a questo ruolo? Si dà invece il caso che Roma fu ininterrottamente capitale per oltre duemila anni, che anzi la parola capitale deriva dal latino 'caput', termine che fu riservato a Roma con la definizione caput mundi. Nel 1870 la capitale del mondo – prima dell’Impero poi della Chiesa – divenne la capitale di un regno subalpino: che cosa ci sarà mai da tripudiare? Dei piccoli ladri, nient’affatto ladroni, borghesucci semmai, avevano rubato Roma alla sua tradizione gloriosissima, imprigionandola nel Kitsch piemontese (il Gabriele d’Annunzio del Piacere se ne era accorto e lo diceva a chiare lettere). Tant’è che Google per vestirsi a festa ricorre al disegno michelangiolesco del pavimento capitolino, a un artista del papa come pochi altri, ovvero come se gli indiani per ricordare l’indipendenza dalla Gran Bretagna si addobbassero con i colori scozzesi o per il 14 luglio francese si agitassero le bianche bandiere borboniche. La verità è che negli ultimi centoquaranta anni la capitale 'laica' non ha lasciato nessun segno artistico riconoscibile dai più. Sì, i turisti giapponesi quando si trovano davanti all’Altare della patria scattano nervosamente e con ammirazione ma poi, già sulla strada del ritorno, quel monumento si confonde con i tanti altri accumuli di marmo senza costrutto che le città europee innalzarono sul finire dell’Ottocento. La Roma antica e quella dei papi è l’unica che resti impressa. Con buona pace del cardinale segretario di Stato che benedice la breccia (ma la Chiesa ancorata al governo dell’Urbe non si perdeva nei candori attuali di certi monsignori pii quanto impolitici) e con buona pace del sindaco di fascia tradizione che sulle rovine della bellezza canoviana organizza giornate strapiene di carri di Tespi e di altre dopolavoristiche imprese.

venerdì 20 agosto 2010

Vacanze

~ SE VIENE ABOLITO IL TEMPO DEI RITI E DELLE FESTE ~

Mancando ormai il tempo dei riti e delle feste, nell’assopimento dell’anno liturgico, nell’insignificanza dei giorni che scorrono sempre uguali, appena scanditi dal riposo ogni tanto, finita ogni teleologia, pure quella delle false speranze ideologiche che nutrirono altre generazioni, non resta che la promessa di grandi vacanze, in luoghi sempre più lontani ed eccentrici, a sostituire nello spazio – peraltro reso omogeneo dalle abitudini globalizzate – il tempo appiattito e vuoto di senso. Vacantia da vacans, participio presente di vacàre, esser vacuo. Inferiore all’otium dei latini, aristocratica attività degli esseri pensanti.

giovedì 19 agosto 2010

Politica versus Intrattenimento

~ IN RICORDO DI UN POLITICO UMANO, DI UNO STATISTA CRISTIANO, DI UN PERSONAGGIO D’ALTRI TEMPI ~

Pian piano si è passati dalla politica all’etica, quindi alla giustizia spicciola e facinorosa, all’illusione di un giudizio finale continuo, celebrato da omini patetici e senza quella pietà che è propria del Pantocrator. Nel contempo si celebra l’economico, come si trattasse di un’eterna quanto pomposa riunione di condominio. Quello che furoreggia adesso in Italia è l’oscillare tra il trionfo del corretto e il trionfo dell’utile, l’etico e l’economico mano nella mano. La sinistra perde definitivamente – si trasforma in un club snobistico – dal momento che accetta come criterio quello della ‘scienza triste’ senza il correttivo della politica. Carl Schmitt pensava che la coppia nemico/amico con cui tentava di definire la politica comportasse la più drammatica serietà di intenti, non a caso il nemico precedeva l’amico, come la guerra precedeva la pace, il bellum era infatti la massima espressione della politica, momento supremo della decisione, che coinvolgeva i corpi, il sangue, il dolore, le vite dei cittadini. Inimmaginabile la politica nel glamour della dimensione televisiva. «Il politico è ciò che è decisivo». Altrimenti la polarizzazione tra gli individui e tra i popoli si riduce a un isterico vociare di impotenti, al chiacchiericcio violento delle tricoteuses che s’eccita per il sangue e mai si placa se non per la noia della ripetizione insensata. Oppure al futile della fotogenia.

Ecco allora la pericolosità di una violenza senza un politico in grado di mettervi un freno. È inutile aspettarsi da un giornale, da un editoriale, da un movimento di opinione pubblica la forza (anche morale) per porre un argine alla aggressività umana. Soltanto il politico può tenere a bada la folla e i suoi umori. Questa appunto l’arte speciale che non confida esclusivamente nella repressione e nella prevenzione da parte della forza pubblica. Ecco perché un mondo interamente pacificato, senza contrasti, sarebbe assolutamente impolitico, non avrebbe più bisogno del politico come dei militari. E là dove regna, almeno a parole, il pacifismo, dove la guerra è ormai un tabù anche se il nemico ti attacca abbattendo aerei e grattacieli nel cuore della capitale dell’Occidente, la politica perde ogni chance: è inutile tentare di rianimarla con la buona volontà. Se si sopprime il politico, perciò, sopprimendo per esempio anche la sola possibilità della guerra (e non perché l’umanità si sia riconciliata in eterno, realizzando la profezia di Isaia che richiede un intervento messianico, ma solo per un gesto presuntuoso), si deve essere consapevoli di quello cui si va incontro. Del resto, in via teorica, la guerra dei pacifisti contro i non-pacifisti essendo l’ultima, la suprema, sarebbe per forza la più crudele. Forse interminabile. A sentire Aristotele, molto prima di Schmitt, se il destino dell’uomo è il politikon, l’antipolitica è l’antiumano.

Utile e corretto, finalizzati al consumo, come pubblicità impone, producono invece un litigio sulle norme, sui codici che regolerebbero il mercato e i cosiddetti «stili di vita» derivati dal mercato. Questa l’Italia che occulta gli interessi nei valori, secondo la più triviale rappresentazione piccolo-borghese.

Ogni normatività è nient’altro che «finzione» contrapposta alla «possibilità reale dell’uccisione fisica» in mano al politico. Con tale suggestiva riflessione il grande costituzionalista tedesco apriva baratri concettuali. Nelle oscure pieghe del discorso si intravedeva la conclusione: quale legittimità potrebbe mai giustificare quest’immenso potere?

Il regno dell’intrattenimento è invece là dove il mondo appare senza più contrasti, dominio di Apollonio, il personaggio satanico che, nel libro profetico di Solov’ëv, si fa padrone del mondo, bello e giovane, cinico e seduttore, insensibile alle differenze umane ma protettore dell’animalismo, pacifista e universalista, che unisce la scienza occidentale e il misticismo orientale, conciliante e dialogante. Contro Apollonio, un vecchio papa invita alla lotta, non si arrende e convince i suoi amici dottori protestanti e rabbini ebrei a non cedere all’idolatria di questo Anticristo. Talvolta il presidente emerito citava nelle sue rutilanti interviste i personaggi di Solov’ëv, pur senza fare nomi sconosciuti agli intervistatori, senza sfoggio di cultura, come si conviene ai discorsi che attraversano i media, appena un accenno alla minaccia sotterranea, apocalittica, di cui parlavano «certi russi all’inizio del Novecento».

«La sola garanzia perché il mondo non divenga un mondo di intrattenimento, è politica e Stato; conseguentemente, ciò che gli avversari del politico vogliono va a finire nella produzione di un mondo di intrattenimento, di un mondo di divertimenti, di un mondo senza serietà» (Leo Strauss, Note sul concetto di politico, chiosando Schmitt). Proprio il saggio presidente che visse il tragico come nessun altro politico italiano dell’ultima parte del secolo capì che soltanto la maschera del trickster poteva consentirgli di rivolgere ai suoi connazionali un salutare avvertimento per difendere la politica dalle manomissioni della magistratura e di un’opinione pubblica abnorme e organizzata, contro l’arrendevolezza degli stessi politici. L’ultimo avvertimento.

domenica 15 agosto 2010

Topografia corporale

~ ROMA, I SANTI DEL CALENDARIO CATTOLICO
E LA FESTA DELL’ASSUNTA ~

Nel calendario ufficiale cattolico, quello che un tempo era in bella mostra anche nelle sacrestie, dove sono riportati i santi del giorno, c’è quotidianamente un riferimento che, se osservato con attenzione, metterebbe in fuga le tante fanfaluche sul cattolicesimo romano. Nell’indicare il santo da festeggiare, infatti, dopo l’apposizione che specifica la sua gloria (martire, confessore, dottore della Chiesa, vergine, papa…), c’è scritto sotto il nome del celebrato e la data approssimativa della sua morte la frase ricorrente: il suo corpo riposa a…, per lo più – visto anche il gran numero dei martiri dei primi secoli – nelle tante chiese di Roma, onde la città eterna è una specie di immenso letto per questi defunti speciali, una necropoli per eccellenza ma senza tristezza, perché i suoi abitatori già godono delle gioie del Paradiso. Ecco, a legger bene quel costante informare sull’ubicazione delle spoglie, vien fuori che il corpo ha una importanza rara nel mondo religioso, che il cattolicesimo non pensa solo allo spirito, che il suo culto si basa sulla venerazione dei corpi (altro che odio e repressione dell’aspetto fisico!), che l’antica liturgia stabilisce nel corso dei giorni il pellegrinaggio nei vari punti di questa singolare topografia corporale, comprendente anche i sepolcri che custodiscono resti più che millenari, povere ossa consunte, polvere, eppur segno prezioso di mediazione fisica con l’aldilà. Ma oggi è la festa dell’Assunta, di Maria Assunta, e il papa Pio XII, sessant’anni fa, ci disse con la solennità del dogma, che il suo corpo non è più qui sulla terra, che venne portato in Cielo dagli angeli, che sta accanto al corpo glorioso di suo Figlio, ambedue in trono, come li rappresentò per esempio Jacopo Torriti, inauguratore dell’arte italiana, nell’abside di Santa Maria Maggiore a Roma, ben sette secoli fa. Magari in una forma diversa, la Chiesa cattolica riesce a dire le medesime cose a una distanza temporale così imponente.

martedì 10 agosto 2010

Perseguitati dall'umor tetro

~ UNA EPIDEMIA DI PARANOIA? UNA GNOSI DI MASSA? ~

«Al giorno d’oggi, l’esperienza ferita
è il rifugio dell’ideologia…
»
Adorno

Vanità di molta indignazione: i più ingenui credono di attraversare l’epoca peggiore della storia e già a distanza di pochi anni spesso quelle crudeltà appaiono risibili, circonfuse pure da una certa nostalgia. Non perché quel che è venuto dopo sia per forza ancora più nefasto – il progressismo in chiave negativa è altrettanto stolto – semplicemente perché la historia è meno lineare di quanto si creda, con qualche smottamento qua e là. Prendiamo il caso dei progressisti-retrogradi del clima, che stabiliscono innumerevoli misurazioni per dimostrare che qualcosa è peggiorato negli ultimi duecento anni – da quando cioè le scienze esatte hanno messo a punto tutti i loro strumenti di rilevazione – malgrado non si sappia nulla di quel che accadeva immediatamente prima, ovvero senza potere confrontare quegli ultimi duecento anni con le epoche precedenti, talché ci si rivolge ai quadri o ai poemi per capire se nel Cinquecento facesse freddo o caldo. Non vale! Non si mettono accanto i giudizi sintetici dell’arte e i numeretti dei calcolatori. (Così come dovrebbe far sorgere il sospetto tanta analitica sui dettagli climatici e sulle statistiche minuziose – documentazione che proverebbe un aumento termico e conseguenti disastri negli ultimi vent’anni o giù di lì – quando soltanto attraverso l’informatica diffusa e la globalizzazione delle informazioni siamo in possesso dei dati su quante piogge si sono avute nell’altopiano siberiano o nel bel mezzo del Pacifico). Sono dunque escluse le controtendenze, tutto scivola verso il baratro o vola verso la radiosa aurora.

Altre genti devono aver provato come noi lo svilimento della religione, il relativismo cinico, la eclisse dell’arte (si pensi soltanto al papa fatto prigioniero dai napoleonici), ma una cosa è sicura: la forma delle lamentazioni è vieppiù degenerata negli ultimi secoli. Oggi, alla corruzione linguistica dei giornali scritti dai gazzettieri si è aggiunta quella, ancora più devastante, dei lettori che inondano le prose dei divulgatori con fiumi di commenti online; pallide e dignitose anticipazioni erano le lettere al direttore d’antan. Non è solo questione di sintassi, declinano all’unisono la lingua e i concetti. Oltreché ripetitivi, i messaggi appaiono più drammatici di quelli dei più neri momenti del racconto storico di questo paese, una eterna Caporetto, un eterno 1944, per cui viene da pensare a una specie di epidemia di paranoia. La lettura dei giornali non è più la versione hegeliana della preghiera mattutina ma la bestemmia biliosa contro il creato, il visibile, il rivelato.

In quale jardin des supplices saranno mai immersi questi scriventi? Ci si riferisce ossessivamente a un fascismo metastorico, che sopravviverebbe per generazioni, che perderebbe anche i suoi innegabili tratti di grandezza tragica per assumere il carattere caricaturale del carognesco, del Male assoluto in versione cinematografica ultrapopolare. Si attende solo la catastrofe. E ogni sguardo verso il potere non è quello pur sospettosissimo dei filosofi ‘francofortesi’, che possedevano una forma ricercata in grado di raggelare ogni coinvolgimento emotivo, bensì una scossa panica che non riesce a essere mai critica e finisce per feticizzare quel potere da cui si resta soggiogati. Un tale pensiero stereotipato si articola in termini di bianco e nero, bianco il proprio e nero quello di tutti gli altri (i più perversi possono invertire magari i colori). Ma ciò che maggiormente impressiona in queste reazioni del pubblico, aizzate da abili giornalisti, è la coprolalia che accompagna costantemente i giudizi, l’aggressività anti-politica in cerca di espressioni puerili, la volontà di lordare l’avversario, più o meno quel che si otteneva con la somministrazione forzata dell’olio di ricino.

La comicità che dovrebbe produrre risate liberatorie lega ancor di più ai dettagli delle onnipresenti caricature – anche qui, come in tutta la cultura contemporanea, domina la parodia –, ripropone l’asservimento alle frasi fatte, senza alcun discernimento; non ambisce a incattivire gli animi, si limita a istupidirli, gioca sulla ripetizione, sul ghigno sempre uguale.

Si sentono perseguitati a vita, mentre i cristiani dei primi secoli, appena terminato un ciclo di sofferenze, che comprendevano decapitazioni e crocefissioni, torture e clandestinità nei sotterranei delle catacombe, tornavano a collaborare con il potere imperiale, mostravano un atteggiamento costruttivo, riconoscevano l’autorità, ne rispettavano il senso. Viene allora da pensare che tale cedimento patologico, il gridare scomposto che pervade il web tradisca una gnosi di fondo che si mescola sottilmente con le varie credenze spiritualiste. Il mondo è frutto di un demiurgo malvagio, perciò risulta brutto e sozzo. Le tecniche che un tempo si dicevano ‘alternative’ servono a sottrarsi al destino di corruzione, il prefisso bio si infila in ogni dove per combattere il mondo necrotizzato del dio cattivo. Che indichino indifferentemente nel piombo presente nell’aria o nell’attuale presidente del consiglio la causa di tutti i mali, dall’Alzheimer all’impotenza sessuale, è la prova che stanno cercando una eziologia metafisica. La teoria del complotto, naturalmente, li aiuta nella ricerca. Basterebbe ricongiungere la giustizia al creatore per vanificare lo scenario miserabile. La bellezza della luce, che consacra tutte le cose del mondo, comprese le più infime, conforterebbe a ogni risveglio, ma è da questi tristi figuri respinta in nome di un fioco bagliore interiore, con il quale disprezzare un universo che vedono sempre tenebroso.

Invece di restare sorpresi e ammirati dallo spettacolo insolito di un caldo avvolgente o di una bella nevicata, di un giorno ventoso d’estate o di una temperatura mite d’inverno, li si considera dei segni apocalittici. Soltanto gli strateghi delle coscienze che credono di poter speculare sul malessere dei più si illudono che questo doloroso sguardo sul mondo abbia un carattere politico. In momenti ben più gravi, il capo dei comunisti italiani, chiamava «fratelli fascisti» quelli che aveva appena risparmiato, tendendo loro la mano. Ma i nuovi isterici non vogliono stringere la mano a nessuno, temono di macchiarsi con il peccato, di prendere il contagio del male teogonico. Sanno soltanto loro i segreti di tutte le mafie, spiegano la teoria della corruzione come se i vaneggiamenti ereticali non fossero cosa nota da secoli. Scriveva Gadda, per stigmatizzare quel «tono asseverativo che non ammette replica»: «nell’inferno dantesco si incontrano uomini che credevamo in paradiso: e nel purgatorio, avviati al paradiso, uomini che credevamo sicuramente all’inferno». Ma loro incarnano il supremo Giudice della fine del mondo, loro sanno chi dannare per l’eternità.

Come antidoto a una simile patologia lamentosa proponiamo una citazione di Jünger, tratta da un libro assai divertente, Il problema di Aladino (Adelphi), ma non siamo certi che il rimedio funzioni con malati tanto gravi. «Io non sono un liberale – almeno non nel senso che per questo scopo ci si debba mettere insieme e si debba votare. La libertà la portiamo dentro di noi; un buon cervello la realizza in ogni regime. Riconosciuto come tale, avanza dappertutto, passa qualunque linea. Non è lui a traversare i regimi, sono loro che lo traversano, quasi senza lasciar traccia. Può fare a meno di loro, non loro di lui. Se sono duri, ciò affina l’intelligenza».

domenica 8 agosto 2010

Il South Bronx sul Tevere

~ TROPPI «AMERICANI A ROMA» COME QUELLI SBEFFEGGIATI DA ALBERTO SORDI. ~ E IL «WALL STREET JOURNAL» RICORDA

LA DELUSIONE DEI TURISTI ~

Sindaci, assessori, consiglieri regionali e provinciali, il piccolo esercito arruolato dalla fantasia burocratica non ha occhi per vedere negli spazi pubblici quel che gli farebbe orrore a casa propria: se ogni ospite di una cena, per esempio, lasciasse come ringraziamento estetico una sbaffo sui muri delle stanze, subito lo sfortunato anfitrione imprecherebbe incollerito, affrettandosi a chiamare una squadra di imbianchini per coprire l’impataccamento, certo non consolandosi con la sciocchezza che adesso le pareti sono così vitalizzate dalla creatività degli invitati. E invece la città eterna è ormai tutta sfregiata dalla furia degli imbrattatori, lo spray che nelle altre capitali lorda casomai le estreme periferie e i ghetti qui si sparge sui palazzi rinascimentali e barocchi, nel cuore di Roma, magari a pochi passi dal Campidoglio, ma le giunte si susseguono senza vedere, parlando sempre d’altro, cioè di cultura, quando si tratta di scope, pulizia, nettezza urbana. In nessun’altra città al mondo, sindaci e assessori incapaci di far passare gli autobus in orario e di togliere l’immondizia dalle strade si mascherano da mecenati, dissertano in modo ridicolissimo d’arte classica e contemporanea, promuovono musei del nulla, si gloriano se un giornale straniero loda una loro inaugurazione, pensano che ci si muova dalla California o dall’Australia per vedere davanti alla tomba di Augusto un garage da telefilm anni ’50 o che ci si metta in fila per ammirare il Maxxi piuttosto dei Musei vaticani. Caudillos ciechi, son sordi anche a quel che si dice nella metropolitana e sui pullman turistici, non sanno nulla dello stupore per la deturpazione di ogni dove a opera dei graffitari, né delle risate per le imitazioni penose dell’arte made in Usa.

Ed ecco il giornale statunitense «Wall Street Journal», poco incline alle smancerie degli snob, ricordare come «un’ondata di graffiti si sia riversata sulle strade del centro storico di Roma negli ultimi anni». Le nostre gazzette, che trepidano per ogni concertino in piazza, per ogni mostra di elucubrazioni, per ogni installazione, fiera del contemporaneo e altre calamità del genere, non se ne erano accorte, anche esse non hanno occhi per vedere lo scempio, anche a esse il quotidiano newyorkese riporta il «disappunto dei turisti» che arrivano aspettandosi le meraviglie del passato e trovano invece la street art dei loro slums o le tristi costruzioni di Meier. I nostri telegiornali non ci hanno raccontato la notizia che ci rimbalza dal servizio del «WSJ»: «Negli ultimi mesi un gruppo di diplomatici americani e altri volontari hanno creato una 'brigata anti-graffiti', in missione con pennelli e vernici per strappare Roma ai graffitari». Già, ricordate il tono derisorio dei diplomatici Usa per il giovane Sordi nel film Un americano a Roma?

giovedì 5 agosto 2010

Parole sante di un giudice

~ FINALMENTE UN MAGISTRATO CHE NON SI LASCIA
INTIMIDIRE DALLO SQUADRISMO ESTETICO ~
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Avrà pure la patente di «artista», concessa dalla cricca dei critici, ma già solo il fatto che il graffitaro modifichi la fisionomia estetica (bella o brutta che sia) legittimamente scelta dal proprietario di quella superficie, commette il reato di imbrattamento. I giornali riportano con stupore la motivazione di una sentenza che mette al bando anche i graffiti che si vogliono «artistici», rovesciando l’andazzo presente. Per il giudice Guido Piffer – citiamo questo magistrato che non si lascia intimidire dallo squadrismo estetico – la questione non è affatto se i graffiti possano essere o meno «arte», e se l’imbrattatore denunciato possa o no trarre la propria legittimazione artistica dall’aver esposto delle sue opere al Palazzo Reale di Milano: il reato non si può misurare su una pretesa «natura artistica dell’opera», perché una tale categoria è «troppo legata all’indefinibile coscienza sociale di un certo momento storico». Del resto, il fatto che Marinetti manifestasse per Milano con la pistola in pugno, in una azione futurista, non dovrebbe autorizzare ogni rapinatore a richiamarsi all’estetica per agire armato. Ciò che invece è rilevante sul reato di imbrattamento (chiarito dalla Cassazione nel 1989 come lo «sporcare l’aspetto dell’estetica o la nettezza del bene senza che il bene nulla abbia perduto della sua funzionalità»), per il nostro giudice è piuttosto «la tipologia della cosa su cui ricade la condotta» di chi fa gli scarabocchi indelebili: «la fisionomia estetica e la nettezza attribuite al bene da chi ne ha legittimamente la disponibilità, per quanto magari opinabili come del resto opinabile è lo stesso valore estetico dei graffiti realizzati».
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Se dunque qualcuno realizza un disegno («magari da taluno apprezzato») sulla facciata di un palazzo appena rinnovata dai proprietari «secondo i criteri estetici che più aggradano loro, non potrà negarsi che la facciata è stata ‘deturpata’ e ‘imbrattata’ in quanto ne è stata alterata la forma estetica e la nettezza legittimamente scelte per quel bene dai suoi proprietari». Sostenere (come fa la difesa dell’imbrattatore) che il ‘graffito artistico’ possa costituire imbrattamento soltanto se realizzato «su opere di interesse storico-artistico o su monumenti», per il giudice è una contraddizione viziata da uno speculare «criterio assai vago ed estensivo»; e si risolve in «una arbitrarietà che rischia di avallare forme di indebita prevaricazione ai danni di chi non ha prestato il proprio consenso alla modifica della forma estetica e alla compromissione della nettezza del bene legittimamente scelta». Tutto l’opposto della «Repubblica» che canta le lodi degli inguacchiatori quando intervengono nei quartieri popolari e sulle case private mentre si indigna se qualcuno osa disegnare sul nuovo ponte di Venezia o sul garage di Meier all’Augusteo.
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Bastava leggere i commenti online sui giornali a simile sentenza per capire da che parte stia il buonsenso. I più invocavano i «lavori forzati» per chi insudicia: naturalmente, semplici lavori di ripulitura dei muri. Oppure si invitavano gli amici degli writer a farsi ornare le loro villette capalbiesi. Con l’autorizzazione scritta, onde non truffare quei poveri ragazzotti illusi sulla loro talentuosità.
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In ogni caso, gli argomenti portati in tribunale somigliano a chiacchiere di adolescenti, rivelano la miseria del dibattito estetico contemporaneo. Per fortuna che il giudice controcorrente ha sottratto per una volta la legge alle mode.

lunedì 2 agosto 2010

Citazione L’arte vivente

«C’è un’arte che è morta nel momento stesso in cui viene creata. Ce n’è un’altra vibrante e viva anche a distanza di secoli. L’arte è un fenomeno che esiste da trentamila anni. Di solito evito di concentrarmi sugli ultimi dodici mesi». John Berger intervistato da «Il Giornale» sul contemporaneo (30 luglio 2010).

sabato 31 luglio 2010

Il tempo, la polvere e la carne

~ VERSI IN OMAGGIO NEL «MERIGGIO DEL FULGIDO LUGLIO» ~
Per A. che oggi compie gli anni
Una poesia in queste pagine elettroniche, una sola, senza farci l’abitudine. Infatti, l’«Almanacco» iconofilo non riporta immagini, l’«Almanacco» poetico in senso novalisiano non trascrive versi: nel mare di figure e di assonanze e ritmi, preoccupato dei rischi di inflazione, vuole esser cauto, parsimonioso, intransigente, tanto è grande il suo rispetto per queste somme forme umane, «all’incrocio del tempo e dell’eterno» – come diceva Cristina Campo nel proprio Canone. Un’eccezione dunque, per un poeta dimenticato, Giorgio Vigolo (1894-1983), che incontriamo nei libri come traduttore di Hölderlin e curatore dell’opera di Giuseppe Gioachino Belli, dedito cioè alla polarità tra la Begeisterung, l’entusiasmo dello Svevo, e la diffidenza del censore papalino, nell’epoca in cui si affermava il moderno. I suoi versi rivelatisi tramite un graditissimo dono di una raccolta che ce li ha messi sotto gli occhi, nel «meriggio del fulgido luglio», erano coperti da un velo di polvere, «dentro gli oggetti c’è polvere. / Pulvis. Cetonia xilofaga…» – Brodskij spiega – «poiché la polvere è la carne / del Tempo. Carne e sangue».

Canto del destino si intitola il volumetto da cui citiamo, pubblicato da Neri Pozza in Venezia, nel 1959, con una copertina color malva. Nelle prime pagine contiene diversi riflessi verbali di paesaggi, chiese, palazzi di Roma – nella luce struggente degli anni di mezzo del Novecento, della pietas del dopoguerra – sui quali forse sarebbe bello ritornare.

DOLCE AL TUO LABBRO…

Dolce al tuo labbro e al mio
il confuso respiro
delle parole mormorate insieme,
e questo che ci tiene
in suo calmo potere
degl’inganni del tempo ultimo oblio.
Oh, nostre lunghe pene,
siete ora lievi a ricordarvi e care,
se in questo amato sogno avete sera;
se dalla mite sfera,
dal santo arco dell’ombra
pietà discende e quasi illude il cuore
che al nostro giorno breve
un dio la luce che mancò ci deve.

martedì 27 luglio 2010

Caravaggiomania

~ UN PUBBLICO INCAPACE DI «CAPIRE LA SUA ARTE», LA «MACABRA RIESUMAZIONE» DELLE SUE OSSA,
IL PAROSSISITICO RAPPORTO CON IL SUO NOME: RIPORTIAMO UN ESEMPLARE INTERVENTO DI ANTONIO PAOLUCCI SULL’«OSSERVATORE ROMANO» ~

A Roma, al numero 16 di via degli Astalli, di fianco a Palazzo Venezia, c’è l’Ingresso del Convento del Gesù. A quel numero civico ho suonato nel tardo pomeriggio di lunedì 19 luglio. Il mio amico Giovanni Maria Vian voleva che vedessi dal vero e da vicino il dipinto che – pubblicato a colori e in prima pagina su «L’Osservatore Romano» del 18 luglio – aveva suscitato una subitanea fiammata di curiosità caravaggesche. A onor del vero, occorre dire che l’autrice dell'articolo scritto per illustrare la foto di un inedito Martirio di san Lorenzo non si sbilanciava in attribuzioni azzardate. Con apprezzabile correttezza scientifica sospendeva il giudizio sulla paternità della tela, affermando essere un altro l’obiettivo della sua ricerca: studiare gli eventuali rapporti del Merisi con i gesuiti. In effetti, si tratta di una questione di grande rilievo che affatica da decenni gli storici dell’arte italiani e stranieri.

Come l’arte moderna – fondata, grazie a Caravaggio, sulla terribile modalità del Vero visibile svelato alla luce – abbia incrociata e fatta propria la moderna religiosità nata dal concilio di Trento e divulgata dai grandi ordini ‘nuovi’: gli oratoriani, i gesuiti, i cappuccini. Questo è in sintesi l’assunto storiografico da tempo affrontato e vivacemente dibattuto. Solo in parte risolto o avviato a soluzione. Che Caravaggio fosse in documentati rapporti con la comunità oratoriana della Chiesa Nuova, è noto. La Deposizione della Pinacoteca Vaticana ne è la prova più eloquente. Che conoscesse e frequentasse i circoli gesuiti è possibile e persino probabile. Tuttavia, va dimostrato. La presenza al Gesù di Roma di una tela di impianto stilistico caravaggesco può essere un indizio e gli indizi, si sa, sono i primi passi per arrivare alla verità. Questa era ed è l’ipotesi di lavoro di Lydia Salviucci Insolera, autrice dell'articolo sopra citato. Il quale articolo, nel pomeriggio di sabato 17, ha incendiato i telefoni degli storici dell’arte di mezza Italia (il mio fra gli altri) pressati tutti da giornalisti che, con la brutalità e l’impazienza necessari al loro mestiere, volevano sapere subito se si trattava di un Caravaggio vero oppure no. D’altra parte, le pressioni della stampa sono ben comprensibili. Viviamo tempi di parossistica «caravaggiomania». I quasi seicentomila visitatori alla mostra delle Scuderie del Quirinale, la macabra riesumazione delle (presunte) ossa del pittore che ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, ce lo fanno capire.
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Cento anni fa Caravaggio era così poco apprezzato che, al momento dell’acquisizione da parte dello Stato della Collezione d’arte del Principe Borghese, la stima ufficiale valutava la Buona ventura un terzo della Madonna col Bambino dipinta dall’oggi pressoché incognito Sassoferrato. Ai nostri giorni, al contrario, il Merisi tocca l’acme dell’universale consenso. Non perché il popolo delle mostre dei musei sia in grado di capire davvero la sua arte, ma semplicemente perché la sua storia e il suo destino di «pittore maledetto», di trasgressore e di eversore, si riflettono come in uno specchio nel temperamento, nelle attese, nelle simpatie delle donne e degli uomini di oggi. Il che dimostra, posto che ce ne sia bisogno, come gli artisti e le opere d’arte non siano valori assoluti e immodificabili ma cambino a seconda del mutare delle culture e della sensibilità di chi le guarda. Ma, questo è un discorso complesso che ci porterebbe lontano. Conviene quindi chiuderlo subito.
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Torniamo dunque alla sera del 19 luglio scorso quando, accolto dalla squisita e colta cortesia di padre Daniele Libanori, ho potuto vedere il Martirio di san Lorenzo. Al momento è conservato nella sagrestia della Cappella dell’Assunta alla Confraternita dei Nobili, un luogo meraviglioso a me fino a quel momento incognito. Un teatrino barocco, ancora saltuariamente officiato (per i «Nobili», mi è stato detto), arrivato fino a noi miracolosamente intatto dopo quattro secoli. Varrebbe la pena di andare lì solo per vedere le dieci sculture mezzane in bronzo dorato (alcune di Alessandro Algardi come ha studiato e capito la Montaigue) raffiguranti immagini di santi. È la gloria della Ecclesia triumphans consegnata alla dimensione privata di un aristocratico luogo di culto. È l’idea che negli stessi anni o poco dopo Gianlorenzo Bernini affidava alla Chiesa universale nelle sculture di coronamento a piazza San Pietro. Nell’un caso e nell'altro intuizione formidabile, qualità progettuale ed esecutiva semplicemente superba! È importante l'accenno alla qualità perché (più della diagnostica sui materiali e sui pigmenti oggi tanto usata e abusata, persino più degli stessi supporti bibliografici e documentari) è il rilevamento della qualità il vero consenso che certifica dell’autenticità di un’opera. Ebbene, il livello qualitativo della tela che si conserva nella sagrestia della Cappella dei Nobili al Gesù di Roma è modesto. Bella l’idea del san Lorenzo drammaticamente dialogante sulla graticola del suo martirio, suggestivi i ceffi dei manigoldi impegnati nell'esecuzione atroce. Poi però guardi da vicino e vedi mani prospetticamente sbagliate, anatomie goffe e disarticolate nei nudi in secondo piano sulla destra, panneggi incerti, stesura pittorica inadeguata. Insomma, la qualità non c’è mentre in Caravaggio c’è sempre e altissima anche quando (si pensi all’Amorino dormiente o al Wignancourt di Palazzo Pitti) egli usa il massimo della sprezzatura e il minimo delle risorse espressive. Che dire allora? La mia opinione è che si tratti di una copia antica da un originale non di Caravaggio (altrimenti ce ne sarebbe traccia nelle memorie documentarie e nelle fonti) ma piuttosto di un suo «creato», forse di ambito napoletano, alla Battistello Caracciolo. Un caravaggesco di qualità, negli anni fra i Venti e i Trenta del XVII secolo, ha voluto dare al Martirio di san Lorenzo la smagliante evidenza del Vero, il valore esemplare in certo senso catechetico del martirio. La memoria di un dipinto che deve essere stato comunque notevole e che per qualche ragione è andato perduto, è oggi consegnata alla tela, oggettivamente modesta, che sta al Gesù di Roma.