mercoledì 1 febbraio 2012

L'antieroismo

~ PERCHÉ GLI SFOTTÒ SULL’ITALIA
NON FINISCONO MAI ~

In casa, l’altro giorno, ci rammentavano l’affaire Méduse, la nave francese arenatasi all’inizio dell’Ottocento sulle coste della Mauritania. Géricault raccontò nei dettagli i tormenti dei passeggeri, la celeberrima Zattera trascinava per mare morti e vivi. Scandaloso fu il comportamento del comando della fregata, se ne discusse a lungo con varie ripercussioni politiche, e l’opera d’arte rilanciò la faccenda, ma nessuno rise, non si trattava di una barzelletta etnica. Lucrezio, nel De rerum natura sottolineava che «Bello, quando sul mare si scontrano i venti/ e la cupa vastità delle acque si turba,/ guardare da terra il naufragio lontano:/ non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,/ ma la distanza da una simile sorte» (II, 1-4), su quei versi Hans Blumenberg meditò a lungo, erano la metafora della vita contemplativa. In televisione non c’è solo l’immane distanza, anche lo spettacolo, per cui se ne gode come al cinema: la scatola davanti al divano è terribile, «fa rallegrare dell’altrui rovina», si tratti del naufragio o degli arrestati in catene, dà coraggio tra i cuscini del soggiorno, superbia morale tra le mura domestiche. Talvolta il triste spettacolo è globale, così gli stolti che pensavano bastassero le dimissioni del Cavaliere dalla guida del governo italiano perché gli stranieri smettessero di sbeffeggiare il belpaese, gli ingenui che erano davvero convinti che il colore politico della coalizione vincitrice alle elezioni potesse allarmare la democrazia europea, i parvenus che sorridevano di ogni gesto poco scontato del Presidente, di ogni violazione delle regole piccolo-borghesi, le maestrine che provavano vergogna per ogni sua paronimia, gli ignoranti che non ricordavano come in pieno Rinascimento, quando nessun posto al mondo era più sublime del nostro, un frate sassone, e con molta eco, ci riempì di insulti, paragonandoci ai peggiori delinquenti, corrotti, blasfemi, sacrileghi, ladri, truffatori, spergiuri… ebbene, tutti costoro son serviti: soltanto «la Repubblica», giornale dei cuori semplici, poteva convincere le pie anime che lo sfottò internazionale sarebbe finito una volta cacciato il tycoon lombardo. Dimenticando che nel Settecento già deridevano la nostra decadenza pur non avendo mai riconosciuto l’apogeo di questa civiltà, che nell’Ottocento disdegnavano l’italica arretratezza trovando qui dei seguaci che sembravano non sapere come fin dai tempi delle loro scorribande i barbari fossero mossi da brama e disprezzo insieme, il che spesso accade; e tutti gli scrittori a disegnarci quali scellerati, a cominciare da Shakespeare, i filosofi a teorizzare la nostra inferiorità eterna, gli uomini della strada a farci il verso, per cui nel primo Novecento il povero Filippo Tommaso Marinetti, appena sbarcato a Parigi con grande vanto d’esser italiano, passava il suo tempo a sfidare a duello i denigratori, i francesi che sputacchiavano spernacchiando nel commentare ogni cosa proveniente dall’altra parte delle Alpi, sulle orme di Stendhal, pur invidiandoci molto come il loro romanziere; più recentemente, i tedeschi ci condannavano per mancanza di valore bellico, maledicevano le alleanze con simili infingardi e intanto, sui campi di battaglia, guadagnano assai poco dalla loro arte militare. Insomma, nient’altro che l’antico odio mal truccato per il paese che non si adatta ai parametri correnti moderni benché abbia inventato la modernità. Oggi è un capitano di una multinazionale delle crociere che fa affondare una nave in un bicchier d’acqua a fornire il pretesto per l’insulto tedesco alla «codardia degli italiani», il che suscita una risposta muscolosa di un giornale milanese, alla maniera dei nazionalisti primi Novecento. I quali a loro volta pretendevano, come un baffuto politico della sinistra, che l’Italia fosse o potesse almeno diventare «un paese normale». Sciocca richiesta, la penisola italiana è irriducibile alle altre patrie. Nostra prima gloria è proprio la mancanza di meschineria sciovinista.

Questo l’antieroismo di cui si parlò spesso e che un giovanissimo Leopardi (forse riecheggiando il padre Monaldo, sicuramente Francesco Petrarca), in uno scritto poco noto, difese con bella retorica: «La nostra nazione riunita tutta sotto un sol capo sarebbe formidabile ai suoi nemici; un popolo, come il nostro generoso e nobile, colle immense risorse somministrate dal suo territorio e dalle sue facoltà intellettuali, potrebbe concepire dei vasti disegni ed ottenere dei grandi successi. Egli fu un tempo signore dell'universo, potrebbe ora gettar dell’ombra su tutte le nazioni. Ma l’Italia sarebbe perciò felice? Per asserirlo, converrebbe supporre che la felicità della nazione consista nella forza delle armi, nell’esser terribile allo straniero, nel poter con vantaggio cominciare una guerra e continuarla senza cedere, nel possedere tutto ciò che fa d’uopo per esser temuta e che è necessario per non temere, nell’abbondanza dei mezzi per sostenere la gloria dei propri eserciti e la fortuna delle proprie armi. Ma se la vera felicità dei popoli è riposta nella pace necessaria alle arti utili, alle lettere, alle scienze, nella prosperità del commercio e dell’agricoltura, fonti della ricchezza delle nazioni, nell’amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi; possiam dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell’italiano». Ai nazionalismi montanti, preferiva infatti la felicità pigra della provincia, la dolce vita che sempre sopravvive alle imitazioni penose dei costumi altrui: «Divisa in piccoli regni, l’Italia offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero. Questa specie di grandezza può consolarci di quella che noi perderemmo. Sì, noi fummo grandi una volta: noi rigettammo quei Galli, che il tempo ha resi più forti, fuori delle nostre terre, noi li cacciammo alle loro tane, noi li soggiogammo, noi li facemmo nostri schiavi. Dalle colonne di Ercole sino al Caucaso noi stendemmo la gloria del nostro nome e il terrore delle nostre armi. Tutto si sottomise al nostro impero, tutto cedè al nostro valore, e noi fummo i signori del mondo. Fummo per questo felici? Le discordie civili, le guerre, le vittorie stesse non ci lasciavano un’ora di quella pace che tutto il mondo sospira. Il tempio di Giano sempre aperto vomitava disordini e sventure. Padroni dell’universo, noi non lo eravamo di noi stessi. Ci convenne conquistare la sede delle scienze per apprendere a regolare le nostre passioni. Terribili a tutto il mondo, noi eravamo, ciò che ora è la Francia […] La nostra grandezza, la nostra felicità deve dunque consistere in fare degli infelici? Italiani! rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido. Quando ci si propone un potere pernicioso o una pace di cui tutto ci garantisce la durata, rigettiamo l’uno ed eleggiamo l’altra: quello ci darebbe dei nomi e questa ci dà delle cose; quello una gloria fantastica e questa dei reali vantaggi. Una nazione non deve esitare nella scelta della sua vera felicità». (Agl’Italiani. Orazione in occasione della liberazione del Piceno, 1815). Però, a quei tempi – come Leopardi osserverà in uno scritto successivo e già di parere diverso, dove si atteggia ad arcigno critico dei suoi compatrioti – ancora dell’opinione pubblica «gl’italiani, in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s’ha da procedere a modo suo, non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali…» (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani). Adesso, come in tutte le epoche della più rovinosa decadenza, si idolatra ogni rabbuffo o sorrisetto o moda o titolo di giornale che venga dall’estero...

venerdì 27 gennaio 2012

Un minuto della memoria

~ NEI MUSEI DEGLI ORRORI DELL’AVANGUARDIA
GIÀ APPARIVANO LE BAGATELLE PER UN MASSACRO ~

Una «giornata della memoria», e per di più affidata alla amplificazione massmediatica, alla forma trash della pubblicità, è chiassoso evento, una kermesse che pesca nel genere horror. Ben altri riti prescriveva l’ebreo Theodor Lessing dinanzi ai primi crimini seriali in Germania, quando in Haarmann. Storia di un lupo mannaro (tradotto da Adelphi), invitava a una celebrazione penitenziale collettiva. Ma appena «un minuto della memoria» – un lampo di pochi frammenti alquanto efferati del primo Novecento – può bastare ad aprire a considerazioni meno scontate sui «cattivi» in campo. Per esempio la «Lettera alle scuole di Budda» di Antonin Artaud che metteva tra i nemici da abbattere gli scrittori avversi, i giornalisti, gli ebrei, i politici chiacchieroni. Era il 1925, lo scritto concitato apparve sul numero 3 di «La Révolution surréaliste», modello culturale dell’indignazione avvenire. Nel medesimo numero, ci si rivolgeva al papa come a «un cane» cui si dichiarava guerra totale, come guerra totale era scatenata contro Dio. Elogi del Terrore, dei «nobili impulsi» omicidi nei confronti non solo degli avversari politici ma anche di quanti avevano un gusto diverso, canto poetico per «il boia che noi sapremo essere». «Liquidazione», liquidazione la parola dominante, energia distruttrice, insulti triviali, il termine «crudeltà» che sovraintenderebbe al teatro «sta per vita», diceva Artaud alla ricerca di un luogo primordiale della violenza, «il teatro della crudeltà espelle Dio dalla scena», chiosava Derrida. Al suo posto, al posto del Logos, al posto dell’«escremento dello spirito» – come Artaud lo chiamava –, magari l’escremento del corpo, secondo uno spettacolo oggi alla moda. Una uccisione è allora all’origine della crudeltà. Prendiamo sul serio le urla di questi sovversivi novecenteschi, degli annunciatori ebbri della carneficina. Nello spettacolo totale, c’era bisogno, decretava ancora Artaud, di «un po’ di sangue vero». Eco sinistra, al sangue si richiamava anche la Deutsche Passion, parodia della passione cristiana, tragedia nazional-socialista, tentativo di mescolare il moderno con il capro dionisiaco, in nome di Nietzsche. La cultura tornava a predicare il sacrificio prima di Cristo e perfino prima di Abramo. Hermann Broch, denunciava, sottraendosi a fatica alla seduzione dello Zeitgeist, il sacrificio umano (nel Bergroman). Talché Jean Clair che ha ricostruito simili esperimenti nel suo Du surréalisme considéré dans ses rapports au totalitarisme et aux tables tournantes può concludere, riferendosi ad Artaud come emblema del radicalismo assoluto, che «la mancanza di limiti della libertà non è altro che una crescente alienazione del soggetto nel suo rapporto […] con la distruzione». Chissà se gli apologeti della follia si rendevano conto della immane violenza che si sarebbe scatenata una volta annullata la diga della ragionevolezza? E ugualmente il sacro, senza un’organizzazione religiosa, affidato anzi alla capacità soggettiva e capricciosa, è minaccia, è Mania divinità della morte, demenza. Né risultò innocua l’arte che si confondeva con la vita, l’estetismo con la politica: si voleva accattivante, con i colori festosi della sovversione, ammaliante suscitatrice della commozione di massa, evocatrice di cadavres exquis, ma nei musei degli orrori dell’avanguardia si anticipava la disumanità delle stragi in arrivo. E non perché erano lì a mettere in guardia, come ci si difese a cose fatte, bensì quali veri e propri appelli al massacro si presentavano i loro «manifesti». Qualche studente, colpito nelle emozioni dalla réclame scolastica del bene, potrebbe invece credere che il male fosse una caratteristica del ‘sangue’ tedesco.

mercoledì 18 gennaio 2012

L'intelligenza dei santi

~ «MIO CARO PAPINI, LE RACCONTO DI PADRE PIO…» ~
Quante vittime della cultura, il totem potentissimo ai nostri tempi, anche nella Chiesa cattolica. Clero e fedeli si genuflettono davanti agli idoli contemporanei che vantano un qualche libro noioso. E non avvertono quanto siano malinconici quei ricami dei neo-gnostici sul cristianesimo, di quella parte colta e fine dell’inteligencja italiana d’oggi, cioè, che civetta con la luce metafisica, senza un po’ di sana fede, di miracoli, di amore. La filosofia sembra non abbia più a cuore la verità. Un prete letterato, don Giuseppe De Luca – di cui nel 2012 appena iniziato ricorre il mezzo secolo dalla morte – sapeva invece distinguere tra l’intelletto e la grazia, senza subordinare questa alla mente come si fa ormai spesso. L’amico di Mario Praz e suo sodale nelle avventure erudite, l’interlocutore cattolico di Croce e Gentile, di avanguardisti e di accademici, lo studioso invaghito dei «pensatori retrivi» dell’Ottocento che poi andava la sera a cena con Palmiro Togliatti (i preti, avvezzi al confessionale, non si scandalizzano dei peccatori, neppure dei più malvagi), si recava in pellegrinaggio sul Gargano a rendere omaggio al frate stigmatizzato che laggiù viveva, in un antro arcaico del XX secolo. Il primo viaggio risale al 1934, quando i mass media non osavano ancora vendere anche i santi, e il clamore che già si levava nasceva da una vicenda incandescente sullo sfondo della civiltà contadina come spesso si legge nelle biografie delle anime elette, ai margini della modernità: don Giuseppe, letterato del Sud attratto dalla storia della pietà, era di casa in quel mondo. Dell’incontro con il cappuccino trattò in due lettere, una delle quali indirizzata allo scrittore italiano forse più noto in quel momento in Europa, Giovanni Papini. Datata 28 ottobre 1934, la missiva si apriva con delle considerazioni sul protestantesimo, sottolineando la colpa soprattutto d’orgoglio di fra Martin Lutero, quindi passava a ricostruire la visita in Puglia al frate obbediente: non usava frasi dolciastre e toni agiografici, non attribuiva particolari virtù umane al povero cappuccino, distingueva anzi tra l’intelligenza mondana e quella spirituale.

«Padre Pio, caro Papini, è un cappuccino malingre [macilento] e ignorante e molto meridionalmente grosso: e tuttavia (badi che oltre a confessarmici ho mangiato con lui e con lui mi son trattenuto molto) e tuttavia ha con e in sé Iddio, quel Dio tremendo che noi intravediamo in fantasia, e lui ha nell’anima, caldissima insostenibilmente, e nella carne che ne trema sempre piagata e ora più ora meno, come sotto raffiche sempre più forti, gemente atrocemente. Proprio ho veduto che cosa sia il ‘santo’, non dell’azione ma della passione: che pratica Iddio. Un uomo di così scarsa intelligenza mi ha dato due, tre parole che io non avrei trovato mai sul labbro d’altri ‘uomini’: e nemmeno (e questo più duro a portare) nei libri della Chiesa. Vere interpretazioni autentiche e definitive di stati d’animo mio: seguite da soluzioni, e quindi risoluzioni. Non è la ‘clinica’ spirituale ordinaria; né c’è, d’altra parte, miracoloso e clamoroso e vistoso straordinario: c’è la ‘intelligentia spiritualis’ che è il dono gratuito di Dio. E c’è una passione, anche umana, per Iddio, caro Papini, che è cosa d’una bellezza e d’una rapinosa dolcezza che io non le dico. Né amore di donna né amore di idee sono nulla di comparabile anche perché son cose che oltre un segno, più o meno vicino o lontano, non vanno: mentre la passione per Iddio, non so come sia, arde e più arde più trova da ardere. Questo ‘sentimento’ d’un Dio e d’un uomo che si sono incontrati così, io l’ho avuto con certezza. E se un certo terrore, una certa superstizione di non offendere con superbie ironiche un possibile santo, in me c’era sul principio; tuttavia avevo ben gli occhi aperti e il cuore, soprattutto, a posto, ché, avido di suo del divino, non mi fregasse. D’altronde, nel ‘caso’ di p. Pio c’è storie molto sporche di preti paesani: e il S. Uffizio non l’ha condannato; soltanto, lo ha posto entro un cerchio di ferro, che non è male – nel nostro tempo volgare – che ci sia e lo difenda da americanistiche pubblicità e concorsi da santuario dei miracoli» (questa e le successive citazioni son tratte dal ricco saggio di Giuseppe M. Viscardi, Padre Pio, padre Gemelli e don Giuseppe De Luca in «Archivio italiano per la storia della pietà», n. 20, 2007). Le sporche storie di «preti paesani» erano quelle che polemicamente andavano raccontando i primi fedeli di san Pio per rendere pubblici i motivi delle persecuzioni del loro frate; la «americanistica pubblicità» sembra profezia di quel che accadrà in seguito, quando l’universo réclamistico parlerà a suo modo del miracolo nell’epoca della tecnica.

Nell’altra lettera, rivolta al fondatore della editrice Morcelliana di Brescia, don Giuseppe confessava: «… datamisi l’occasione d’un amico generoso l’ho accompagnato da p. Pio, uomo di Dio. L’ho amato subito, non senza sorpassare le punte di esitazioni, sospetti, incertezze: e lui, così mi sembra, anche lui mi vuol bene. Caro Minelli, che cosa terribile un santo! Non è del tipo attivo, come don Bosco ieri, don Orione oggi; è tutta una povera pasta di sofferenze, una materia di dolori. Lei sa che ha le stimmate: ma le sue stimmate innascondibili sono nell’occhio, d’una abbagliante luce, nel volto pallido e bruciato da una febbre oltremondana, nella povera persona fiacchissima e percorsa sempre da un brivido terribile, dal pensiero di Dio. In nessuno mai ho visto così presente e ‘crudele’ Iddio, ‘qui proprio Filio suo non pepercit’. Io gli misi nelle mani l’anima mia, mi ci confessai – già, c’è chi mi dice incredulo: ma incredulo sono nella loro fede, non nella fede –, e sono rivenuto stamani ancor più fermo nella mia forza. Non senza, ieri, essermi incontrato da Laterza a Bari, con B. Croce, e discusso sopra alcune idee del mio Voltaire».

Più di vent’anni dopo, a un prete suo confidente don Giuseppe scriverà ancora su questo santo particolarmente inviso agli intellettuali snob di oggi, essendo un protettore dei corpi nell’èra della virtualità, un taumaturgo che scompagina l’idolatria della scienza: «Avere amico dal 1931 un amico di Dio talmente amico di Dio e mio, è forse la cosa di cui più mi vanto, certo è quella di cui più mi compiaccio e giovo».

martedì 17 gennaio 2012

Chiese scialbate

~ I NUOVI ARREDATORI DELLA CASA DI DIO ~

Si visitano le chiese romane che la filologia senza amore ha spogliato delle vesti barocche e che il Vaticano II ha umiliato per ripicca contro il Concilio di Trento. Ogni tanto delle foto in bianco e nero riavviano la memoria di chi ancora negli anni Cinquanta vide lo sfarzo dei lampadari settecenteschi più fastosi che in un teatro, le colonne e le lesene ricoperte di velluto rosso anche ad altezze imponenti nella solennità dei santi patroni del tempio, le liturgie rubensiane, gli altari sovrabbondanti di reliquie, aurei busti e candele, sopra i quali la fede diventava tangibile, accendendo i sensi e spingendosi quindi nella frontiera speciale dove funge da «supplementum / sensuum defectui», come canta Tommaso d’Aquino nel suo Tantum ergo. Adesso i funzionari della sovraintendenza dispongono delle cose sacre in base ai loro studi pedanti, circondati dalla soggezione di preti ignoranti. Regna un gusto catacombale, revival confuso dei primi secoli, evapora così il senso di eternità che aveva sempre dominato nelle chiese cattoliche. Talvolta in quelle affidate alle nuove comunità dell’Europa orientale di ceppo bizantino tornano per miracolo gli ex-voto che riempivano ogni spazio intorno alle sante effigi, tornano le ombre e le zone buie appena corrette dal tremolio di innumerevoli candele accese dai devoti davanti agli altari prediletti. «L’ornamento presuppone una gerarchia tra le cose», diceva acutamente Sedlmayr, nell’arte senza più ornamento impera il nichilismo per cui tutte le cose sono uguali tra loro. Senza ornamento sarebbe impossibile rappresentare il sacro.

Se per queste chiese del centro storico si accompagna un europeo del Nord è necessario ricorrere ai racconti onde spiegare come simili spazi sacri che si presentano al visitatore in massima sobrietà, facendo dimenticare trascorsi barocchi e rococò o semplicemente di vistoso culto anche novecentesco, fossero ben diversi dagli ambienti protestanti cui oggi ci si sforza di somigliare. Una tempesta di ira puritana è passata di qui. Figli scapestrati hanno venduto agli straccivendoli tesori assai preziosi avuti in eredità. Però almeno nelle chiese antiche restano quadri e statue, benché scontornati e isolati secondo i dettami postmoderni, una miriade di immagini di fronte alle quali inginocchiarsi. E non è poco.

venerdì 6 gennaio 2012

La dodicesima notte senza più rito

~ MENTRE «L’EPIFANIA TUTTE LE FESTE SI PORTA VIA»
TRASCRIVIAMO UNA FRASE DI RENÉ GIRARD
SULLA FESTA TRASFORMATA IN «VACANZA A VITA» ~

«La nostra ipotesi generale sulla crisi sacrificale e sull’unanimità violenta illumina […] vari aspetti della festa rimasti fino ad oggi piuttosto oscuri. E la festa, di rimando, conferma il potere esplicativo di tale ipotesi. È opportuno osservare, però, che la cecità moderna a proposito della festa, e del rito in genere, non fa che prolungare e favorire un’evoluzione che è poi quella del momento religioso stesso. Via via che si cancellano gli aspetti rituali, la festa si limita sempre più a quella grassa licenza di svago che tanti osservatori moderni hanno deciso di vedere in essa. La perdita graduale del rito e il misconoscimento sempre aggravato non sono che una sola e medesima cosa. La disgregazione dei miti e dei rituali, ossia del pensiero religioso nel suo insieme, non è provocata da un sorgere della nuda verità, ma da una nuova crisi sacrificale.

Dietro alle apparenze gioiose e fraterne della festa deritualizzata, priva di qualsiasi riferimento alla vittima espiatoria e all’unità da essa rifatta, non vi è più in verità altro modello che la crisi sacrificale e la violenza reciproca. Ecco perché i veri artisti, ai giorni nostri, avvertono la tragedia dietro l’insipidità della festa trasformata in vacanze a vita, dietro le promesse piattamente utopistiche di un ‘mondo di svaghi’. Più le vacanze sono insulse, fiacche, volgari, più si indovinano in esse lo spaventoso e il mostruoso che affiorano. Il tema delle vacanze che cominciano a prendere una brutta piega, spontaneamente riscoperto, ma già altrove trattato in forme diverse, domina l’opera cinematografica di un Fellini». (Da La violenza e il sacro, Adelphi, p. 178)

sabato 24 dicembre 2011

Davanti al teatro del mondo

*NATALE 2011*

La cultura protestante che privatizza la religione ha trovato nel Natale la sua festa per eccellenza: il rito è domestico, celebrano genitori e figli, fidanzati e amici, il sacerdozio universale ottiene la sua realizzazione palpabile. In terra americana ha trovato la sua patria, le innumerevoli canzoni che l'accompagnano da un secolo hanno conquistato il mondo. E la sera del 24 dicembre i pragmatici che seppero costruire un impero con una massa di esuli si commuovono, «… And every mother's child is going to spy, / To see if reindeer really know how to fly» (The Christmas Song). Non fu sempre così, naturalmente, le Cantate natalizie di Bach non si eseguivano nei salotti e tantomeno nelle sale da concerto, bensì nelle chiese luterane, erano parte integrante della liturgia. Strada facendo però il laicismo protestante prese il sopravvento, il sacro si stemperò in una festa borghese d’inverno e, per ridar fiato all’evento, non bastando il padrone di casa a far da mediatore tra il Cielo e la Terra, si tirarono fuori figure misteriose, il vecchio benefico a metà tra il generoso San Nicola e la personificazione della estrema stagione dell’anno che, in consonanza con quella della vita, ha i connotati della decrepitezza. Negli ultimi tempi, una multinazionale delle bevande gassose si impadronirà di quel personaggio, gli metterà i suoi colori, il rosso e il bianco, ne farà una forma di pubblicità indiretta. Il vecchio così sostituisce il puer e sovraintende al nuovo rito dello scambio di doni materiali (nella ‘profanazione’ della festa sacra questi infatti da segni, da testimonianze, si trasformano in feticci). Il messianismo è ridotto a un ammasso di merci, a un bazar di simboli ormai incomprensibili, confusi, come sempre nel cosiddetto post-moderno.

Il presepio cattolico rammemora invece come l’incarnazione divina non fu un fatto intimo, con la famigliola nel chiuso domestico: l’Invisibile divenne visibile davanti al teatro del mondo. Pastori e altri miserabili furono i primi ad accorrere, ma vi si aggiunsero i re, i saggi, i suonatori di zampogna – almeno secondo il presepio italiano –, gli artisti dunque, e gli angeli fecero corona alla scena. Non era un racconto lineare, si snodava lungo una via narrativa contorta con curve a gomito come nelle raffigurazioni dei primi maghi della prospettiva che dietro alla scena della natività piazzavano diversi tornanti per rompere la piattezza della parete di fondo.

Il presepio enfatizza il fatto storico che si incrociò con il censimento romano, con l’editto imperiale, con i voleri del pontefice massimo. Al contempo la natura partecipa a questa festa, dalle stelle del cielo alle piante sempreverdi, e vi partecipano gli animali, a compimento delle profezie, asino, bue, pecore, capri, cani che vediamo per esempio raccolti da Giotto in gran copia.

Il presepio cinquecentesco, quello concepito da Albrecht Dürer, faceva incrinare le architetture classiche, una specie di terremoto della storia. Gli archi romani spezzati sottolineavano la nascita del moderno che coincide con l’avvento di Dio in forma umana. La storia non era finita – sembrava dire l’artista tedesco – ma c’era ormai un prima e un dopo, al senza-tempo del mondo antico si sostituiva il tempo che corre verso lo scioglimento di tutti i legami, di tutte le servitù. Il superamento del classico fu annunciato dagli artisti tedeschi che più gli erano estranei, che ne subivano il giogo, che rappresentavano i semplici, i barbari, gli ansiosi della modernità salvifica. Eccessivi, eterni espressionisti, i germanici credevano che l’annuncio evangelico fosse il rintocco dell’ora presente. Ma i pittori italiani ripresero quel tema pur conservando con pietà filiale le rovine del loro passato, quell’impero che la Provvidenza aveva messo al servizio del puer divino. Moderno era una complicata conseguenza di quella notte in terra di Israele e del suo riverbero nel mondo romano.

Nei giorni del buio invernale, non era più sufficiente la luce delle lampade negli interni delle case, il fuoco domestico, il simbolico verde delle piante sopravvissute, il cibo in abbondanza: la modernità cristiana pretendeva aver superato la morte. Di qui il suo fascino, la sua grandezza morale, il suo sommo privilegio; verrà utilizzata in modo strumentale dai propagandisti del progressismo, dai fedeli dei Lumi.

Profano significa fuori del tempio, pro-fanum, lontano dalla chiesa. Si riconsacra il Natale soltanto nella partecipazione alla Messa, là dove il teatrum mundi del presepio si incarna nella comunità vivente. Là dove si ricongiunge la davidica Betlemme e il Golgota, e il mistero del puer si svela. Allora soltanto il moderno diviene un’aggiunta preziosissima all’eburneo mondo classico.

Buon Natale, amici che leggete questo Almanacco, buona festa della vita e, come sempre nelle occasioni solenni dell’anno, buon ricordo dei morti.

mercoledì 21 dicembre 2011

Piccoli orrori natalizi

~ LA CICOGNA IRROMPE IN PARROCCHIA,
IL BEAT NELL’EREMO DI LISZT ~

Gesù disegnato come un marmocchio con un solo dentone, lentiggini e ciuffetto, che pende dal becco di una cicogna: così una parrocchia di Monte Mario a Roma narra sul suo bollettino l’incarnazione divina. Una spiritosaggine o piuttosto il dramma della incapacità di esprimersi, la confusione sui fondamentali, l’assoggettamento al gergo dominante, quello parodistico e comico. L’ossessivo ‘aggiornamento’ dei cattolici ha tanto in uggia l’eternità da diventare feticismo dell’immaginario reclamistico; il prete sull’altare non parla e canta nella lingua contemporanea, ripete nelle forme cheap della parrocchietta il tracotante idioma dei pubblicitari. A maggior gloria del Kitsch. I misteri cristiani spariscono, al loro posto si avverte l’enigma della merce.

Violata la regola universale della Catholica, si improvvisa continuamente con le migliori intenzioni di questo mondo (del mondo, appunto), ci si diverte a colpi di creatività da maestre di asilo in un ambito che non ha niente della ludoteca. C’è chi distribuisce la comunione facendo zuppetta con l’ostia nel «sangue di Cristo» contenuto in un calice che il celebrante affida a un ragazzo o a una matura signora della prima fila, chi pretende di ricevere l’ostia in mano e, appena girato, se la porta in bocca col gesto prosaico del Mangiatore di fagioli di Annibale Carracci, c’è l’officiante che nel bel mezzo del sacro rito si dilunga nell’informazione spicciola, invogliando alla gita parrocchiale in Spagna o ad acquistare il biglietto dello spettacolo di beneficenza dove sono assicurate matte risate, chi dopo una breve lettura va a sedersi su uno scranno e resta in un lungo silenzio che mette in ansia i fedeli su un possibile mal di pancia del prete o su una sua improvvisa conversione al Quietismo, chi evita le candele e chi la croce, chi va a stringere la mano in segno di pace per tutta la chiesa, alla maniera dei politicanti in cerca di voti, rendendo vana quella lavanda dei polpastrelli da ogni impurità prima di toccare le sacre specie, chi spiega di volta in volta ogni suo gesto quasi si fosse in piena didattica catechistica invece che nella ripetizione di un sacrificio… Un prete in vena di cortesie per gli ospiti lodava la pazienza dei fedeli per aver assistito alla messa domenicale, quasi si trattasse di una sua conferenza poco brillante, chissà che ne avrebbe pensato sulla croce il Patiens per antonomasia.

Un giorno, in Paradiso, magari ci si accorgerà della manchevolezza armonica delle più elevate composizioni di Beethoven, e tutte le opere musicali, pittoriche e letterarie che tanto sembravano accostarci al Cielo – l’arte è quella attività che più somiglia alla religione, sosteneva Pio XII – mostreranno da una tale distanza la loro debolezza, però della volgarità di tutte le canzoncine post-conciliari si è consapevoli fin da adesso. Né vale obiettare che anche i pii canti di una volta apparivano teologicamente zoppicanti, i testi ingenui, semplici le melodie: erano infatti espressione popolare, niente di male, mentre ora si tratta di sottospecie del pop, di scarti festivalieri, ovvero di prodotti mercificati (non c’è bisogno di aver letto Adorno per capirlo), in ogni caso i dolci inni in onore della Madonna e dei santi si intonavano nelle processioni e nelle funzioni minori, non accompagnavano la somma liturgia della messa.

Restiamo a Monte Mario, l’altura che fa ombra alla valle del Vaticano, il Monte Gaudio dei pellegrini – risuona anche in Dante –, luogo felice dunque perché da lassù si vedeva finalmente la meta, la basilica di San Pietro. Su questo ‘monte’, di appena 139 metri, sorge la chiesa di Santa Maria del Rosario, un rifugio delizioso tra il modernismo delle case anni Cinquanta. Qui, Franz Liszt si nascose al mondo e contemplò Roma. Dopo «il virtuoso degli anni del pellegrinaggio», dopo «lo tzigano delle rapsodie ungheresi», dopo «il maestro di cappella di corte», si presentò alla vita musicale come «l’abate Liszt». Ospite del convento che affiancava la settecentesca chiesa, uno dei massimi geni musicali serviva umilmente la liturgia suonando un armonium – mancando i soldi per acquistare un organo – e componeva musica sacra nel silenzio del luogo. Liszt «vide in Roma – si legge in un vecchio programma di sala – un forum mondiale dove realizzare le sue ambizioni riformatrici nei generi e nelle istituzioni della musica liturgica cattolica. Suo desiderio era poter diventare un “nuovo Palestrina, salvatore della musica”». Quale migliore occasione allora, in queste celebrazioni del bicentenario lisztiano che ci hanno accompagnato nell’anno ormai alla fine, per una riflessione solenne, magari proprio in questo eremo, sul ruolo della musica nei riti cattolici di oggi? Invece, la scorsa domenica, forse per un improvvido dono di Natale, la messa nella chiesa ‘di Liszt’ era accompagnata dalle chitarre e dalle solite, bruttissime, canzonette.

Non è la chitarra in sé che irrita i disgraziati fedeli (anche se non è un caso che il regale organo, con i suoi soffi evocanti lo Spirito santo, sia il principe degli strumenti musicali liturgici), la leggenda che accompagna la notissima Stille Nacht sta a dimostrarlo: alla vigilia di Natale del primo Ottocento l’organo di una chiesetta alpina si era rotto e il compositore austriaco Franz Xaver Gruber, in mancanza di meglio, eseguì il suo canto romantico alla chitarra, ma suonandola appunto in modo ‘classico’, pizzicando, arpeggiando, non battendo tempi corrivi con ‘pennate’ – cioè a colpi di plettro – accompagnamento più adatto ai coretti della gita scolastica. Quando non si ricorre alla violenza beat, moda peraltro che risale a mezzo secolo fa, si ripiega su melodie del tutto simili alle colonne sonore delle soap: perché mai i fedeli devono trovare nel tempio di Dio i medesimi suoni che ci tormentano nel regno dell’effimero televisivo? Perché il prete deve trasformarsi in animatore? Tutti da rianimare, tutti senz’anima?

giovedì 15 dicembre 2011

La modernità gareggia con Dio

~ UN VIAGGIO DI DOSTOEVSKIJ IN OCCIDENTE ~

Lo scrittore russo contemporaneo di Marx, abituato alle distese asiatiche, ai villaggi contadini, ai salotti dei signori, stralunò gli occhi davanti al mare di folla che travolgeva le città dell’Occidente. Da quel primo viaggio in Europa trasse un librino troppo presto dimenticato, Note invernali su impressioni estive (ristampato qualche anno fa da Feltrinelli). Stupefacente: a Dostoevskij basta un breve soggiorno, una settimana londinese – senza parlare una parola di inglese – per annunciare al mondo quello che l’attende nel prossimo secolo. Scrutando la capitale inglese con uno sguardo allucinato cattura le immagini che rimugina nel lungo inverno russo: ha intravisto quella «forza tremenda» che sembra gareggiare con Dio, sì, è convinto che «lì qualcosa è stato già raggiunto, che lì è la vittoria, che lì è il trionfo».

Voltaire inviava le sue Lettere inglesi per celebrare le mirabilia della Borsa di Londra, missionario della nuova religione universale «che considera infedeli solo quelli che fanno bancarotta»; Heine pubblicava corrispondenze da Parigi in grado di incendiare la Germania sentimentale, Marx a Londra vide cose tremende e ne scrisse in modo ancora più fosco. Altrettanto Dostoevskij. Il russo però non studiò la faccenda sui libri, non passò anni ai tavoli della più fornita biblioteca imperiale per ricostruire in tutti i particolari scabrosi il Nuovo Inferno senza Satana, giunse a Londra con l’aria un po’ brutale di un ex forzato che non si lascia abbindolare dalle apparenze. Era scampato a una fucilazione (per sinistro gioco), viaggiava come un mezzo morto, non aveva più pudori umani. Era ben provvisto di «capacità di negazione per non cedere», per non piegarsi al fatto. Potenza della psicopatologia delle visioni del mondo. Dostoevskij non era stato a scuola di Hegel, non vedeva nell’infernale metropoli il superamento dei rapporti feudali, non godeva per la distanza da quelle comunità idiote e maleodoranti dei suoi villaggi russi, non lodava abbastanza la forza che libera dai vincoli del passato. Però, in questa Apocalisse londinese, Dostoevskij riusciva a essere ‘dialettico’, a dare il giusto peso ai due corni del dilemma moderno; in fondo, ogni bravo romanziere è dialettico. La forza che attira milioni di esseri è così grande che forse ha vinto per sempre, e la storia è finita. Sarà allora la traduzione profana dell’ut omnes unum sint annunciato da Cristo? È il primo sospetto di Dostoevskij. «Bisogna accettare tutto ciò come la più completa verità e tacere per sempre?».

Lo spettacolo è superbo, gli addobbi unici, la luce abolisce la notte, gli ori e gli specchi ammaliano, le donne sono bellissime. Non è l’invettiva di un asceta che danna ogni cosa senza saperla apprezzare. Le tentazioni sono un motivo dialettico: l’Occidente è forte, impressionante per numero, invincibile, comodo, ragionevole e bello, maledettamente bello. E quei milioni di «selvaggi» che percorrono le città, intorpiditi e in branco, non sanno fare di meglio, per muta protesta, che partecipare a quelle sètte protestanti, a quella gnosi degradata che promette alle masse una new age. Gli esclusi dal banchetto continueranno fino ai giorni nostri a riunirsi in gruppuscoli balordi e a tracciare sui muri svastiche, falci e martelli, imprecazioni.

«Questa città [Londra] sconfinata come un mare e colma giorno e notte di movimento; i fischi e gli urli delle macchine; queste ferrovie edificate al di sopra delle case (e tra breve anche sotto di esse); questo audace spirito d’iniziativa, quest’apparente disordine che in sostanza è invece l’espressione dell’ordine borghese nella sua forma più elevata; questo Tamigi avvelenato, quest’aria pregna di carbon fossile, questi stupendi giardinetti, e i parchi, e questi angoli orribili della città, come Whitechapel, con la sua popolazione stracciona, selvaggia e affamata. E la City, coi suoi milioni e col commercio mondiale, il Palazzo di Cristallo, l’esposizione universale… Sì, l’esposizione è qualcosa di sbalorditivo».

L’ultima moda, l’architettura che anticipa i musei-templi, i santuari della merce, il cuore dell’Esposizione internazionale, il Crystal Palace, non ottiene lo sguardo devoto e succube di Dostoevskij, il romanziere non è un giornalista scodinzolante. «Guardate queste centinaia di migliaia, questi milioni di persone che docili sono affluite fin qui da tutte le parti del globo terrestre: persone giunte con un unico pensiero, che si affollano tranquillamente, con ostinazione e in silenzio in questo palazzo colossale, e percepite che lì si è realizzato qualcosa di definitivo, si è realizzato e si è concluso. È una sorta di quadro biblico, un’evocazione di Babilonia, una specie di profezia dell’Apocalisse quella che si va realizzando davanti ai vostri occhi. Voi percepite che occorre molta resistenza spirituale e un’eterna capacità di negazione per non cedere, per non soggiacere all’effetto, per non inchinarsi davanti al fatto e per non deificare Baal, e cioè per non accettare quello che esiste come il proprio ideale…».

In Germania, continuerà a prendere di mira una delle principali disgrazie moderne: la cultura come dovere, l’arte come liturgia domenicale e soprattutto estiva. La sua critica radicale dell’Occidente e dei filo-occidentali, lo porterà perfino al rifiuto del culto turistico della Madonna Sistina, l’opera di Raffaello conservata a Dresda, che stregherà Tolstoj e una lunga schiera di russi in pellegrinaggio verso l’Ovest.

«Van tutti in giro con le loro guide in mano e in ogni città si precipitano avidamente a vedere le cose notevoli, proprio come se lo facessero per un senso del dovere, proprio come se ancora stessero prestando servizio: non si lasciano scappare un solo palazzo a tre finestre, se appena lo menziona la guida, non una sola casa di borgomastro, sorprendentemente simile alla più normale casa moscovita o pietroburghese: restano a bocca aperta davanti alla gran carne di Rubens e credono che si tratti proprio delle tre grazie, perché così è loro imposto dalla guida; si precipitano sulla Madonna Sistina e le stanno davanti in torpida attesa: ecco, pare che pensino, adesso qualche cosa accadrà, qualcheduno striscerà fuori da sotto il pavimento e disperderà d’un sol colpo tutta la loro vacua angoscia e stanchezza».

Torniamo a Londra, la capitale della modernità, la Babilonia in terra, agli antipodi della Russia fuori del tempo amata dagli slavofili. «A Londra si può vedere una massa umana di tali dimensioni e in tali condizioni, come non vi capiterà di vedere da svegli in alcuna altra parte del mondo. Mi avevano detto, per esempio, che ogni sabato, di notte, mezzo milione di operaie di operaie coi loro bambini si riversano come un mare per l’intera città, raggruppandosi per lo più in certi quartieri, e che per tutta la notte fino alle cinque del mattino festeggiano il riposo dal lavoro, cioè si ingozzano e si ubriacano come bestie per tutta la settimana. Quest’intera moltitudine porta là le sue economie settimanali, tutto quello che ha faticosamente messo insieme a forza di duro lavoro e di maledizioni. Nelle botteghe di carne e di generi alimentari arde il gas in ampi fasci di luci, che illuminano a giorno le vie. Parrebbe un vero e proprio ballo, organizzato per questi negri bianchi. Il popolo si affolla nelle taverne all’aperto e nelle strade. E qui si mangia e si beve. Le birrerie sono addobbate come palazzi. Questa moltitudine è ubriaca, ma senz’allegria, è cupa, opprimente, e in un certo suo modo, ostinatamente silenziosa. Solo di tanto in tanto le bestemmie e le risse sanguinose infrangono questo silenzio sospetto, che agisce tristemente su di voi. Tutti si sforzano di ubriacarsi quanto prima possibile, fino a perdere coscienza… le mogli non si staccano dai mariti e si sbronzano assieme a loro: i bambini corrono e strisciano tra i loro genitori».

Un incubo a occhi aperti, un popolo che ricorre all’alcol e alle droghe per sopportare il lavoro moderno, per affrontare i perversi ‘piaceri’ della metropoli, per reggere il ritmo del lavoro industriale. «Laggiù non si vedeva già più un popolo, ma solo un intontimento una perdita della coscienza, sistematica, sottomessa, incoraggiata. E guardando questi paria della società voi sentite che ancora per molto tempo non si avvererà per loro la profezia, che ancora per molto tempo non daranno loro i rami di palma e le vesti bianche, e che per molto tempo ancora essi urleranno davanti al trono dell’Onnipossente: ‘Fino a quando, Signore?’. E anch’essi lo sanno, e per il momento si vendicano della società mediante certe loro sette sotterranee, mormoni, fanatici di vario genere, pellegrini… […] Questi milioni di persone abbandonate ed escluse dal banchetto dell’umanità, accalcandosi e pigiandosi l’uno all’altro nella tenebra sotterranea in cui sono stati gettati dai loro fratelli maggiori, a tentoni picchiano a qualsiasi portone e cercano un’uscita per non soffocare in quelle buie segrete. Lì è l’ultimo disperato tentativo di confondersi nel proprio mucchio, nella propria massa, e di staccarsi da tutto, foss’anche dalla sembianza umana, pur di poter vivere per proprio conto, pur di non restare insieme a noi…».

Non mancano in questo Inferno i gironi della prostituzione. «Chi è stato a Londra sarà probabilmente andato almeno una volta, di notte a Hay Market. È questo un quartiere nel quale, ogni notte, in alcune vie, le donne pubbliche si affollano a migliaia. Le vie sono rischiarate da fasci luminosi di gas, come da noi non se ne può avere un’idea. Caffè sontuosi, adorni di specchi e d’oro, sorgono a ogni passo. Lì ci sono i punti di riunione, lì i rifugi. Si prova addirittura un senso di raccapriccio a entrare in questa folla. Ed è così stranamente assortita. Ve ne sono di vecchie, e vi sono donne di una bellezza tale che dinanzi ad esse ci si ferma stupefatti. […] Questa moltitudine si affolla addirittura con fatica nelle vie, tanto è fitta e densa. La folla non riesce a stare tutta sui marciapiedi e straripa per l’intera strada. Questa moltitudine è avida di preda, e si getta con svergognato cinismo sul primo che passa. E vi si vedono sia fulgidi abiti costosi, sia abiti fatti quasi di stracci, e nette differenze d’età, tutto mischiato assieme. In questa terribile folla si fa strada il vagabondo ubriaco, e vi si trova anche il riccone con tanto di titolo. Si sentono bestemmie, alterchi, profferte e il silenzioso, implorante bisbiglio di una bella ancora intimidita..».


A Parigi, Dostoevskij nota bene le differenze storiche con Londra ma ritrova questo titanico progetto borghese che sembra oramai trionfante in tutto l’Occidente. «Perché [il borghese] ha ficcato chissà dove tutti i poveri e assicura che i poveri non esistono proprio? Perché si accontenta della letteratura banale? Perché ha una voglia terribile di convincersi che le sue riviste sono incorruttibili. […] Perché nel teatro i mariti vengono raffigurati in un aspetto tanto nobile e danaroso, mentre gli amanti sono così laceri, senza né impiego né protezione, sempre commessi o che so io, artisti, cenciume insomma al massimo grado? […] Ma come, suvvia: perché se così non fosse, allora magari si potrebbe pensare che l’ideale non è stato raggiunto, che Parigi non è ancora il perfetto paradiso terrestre, che magari si può desiderare ancora qualcos’altro, e che dunque il borghese medesimo non è perfettamente contento di quell’ordine che egli difende e che impone a tutti».

Allora è certo: Dostoevskij a Parigi non ha messo piede nei teatri d’operetta, non ha avuto neppure notizia delle creazioni di Offenbach, tanto di successo in quei giorni, dove i mariti sono sempre dei poveri sciocchi e gli amanti dei semidei belli e ricchi, altro che artisti, casomai oziosi redditieri. Non sempre tutto si tiene. Viene invece da chiedersi: come mai, nell’Ottocento, tutto questo interesse per i poveri? Ce ne sono forse di più che negli altri secoli, sono più esposti, strappati all’ombra degli ambienti tradizionali e mescolati nella metropoli ai ricchi sontuosi? Probabilmente sì, ma non è una risposta esauriente: anche nelle città medievali folle di straccioni si accompagnavano ai borghesi, ecclesiastici e nobili, ma non ci si torturava così tanto sul problema della povertà. Slavofili e cristiani, socialisti e reazionari forse si dovrebbero rendere conto che la «questione della povertà» è stata imposta in Occidente dai borghesi vittoriosi. E forse l’indignazione di Dostoevskij è dovuta proprio alla sfrontataggine dell’etica protestante che affronta il problema scandalizzando i cristiani ortodossi e i cattolici. Il protestantesimo è «la religione dei ricchi»; quando poi vuole uscire dai confini di classe si converte al socialismo e dimentica del tutto l’aspetto metafisico (non è un caso che nel momento in cui, molto recentemente, il cattolicesimo si ‘protestantizza’ non riesca più ad affrontare la questione sociale se non trasformandosi in diaspora socialista).

«Accumulare una fortuna e possedere la maggiore quantità possibile di cose: questa è divenuta la principale norma di moralità, il catechismo del parigino. Questo accadeva anche prima, ma adesso, adesso ha acquistato, per così dire, un aspetto sacrosanto. Prima si dava valore anche ad altro che non fosse il denaro, di modo che una persona, pur essendo priva di soldi, ma ricca d’altre qualità, poteva contare su una qualche forma di rispetto; mentre adesso in nessunissimo caso sarà così. Adesso bisogna, bisogna accumulare i soldini e provvedere della maggiore quantità possibile di cose, e solo allora si potrà contare almeno su un po’ di rispetto. E non solo sul rispetto degli altri, ma persino sul rispetto di se stessi non è possibile contare, se non è così. Il parigino non darebbe un centesimo per la propria vita se sentisse d’avere le tasche vuote, e questo del tutto consciamente, con scrupolo, con grande convinzione. Vi si permetteranno cose stupefacenti se solo avrete del denaro».

Oggi il fenomeno appare centuplicato. Forse non è tanto la questione dei poveri a essere centrale in Occidente quanto quella del denaro. Se Dio non c’è, il denaro è il suo migliore surrogato. Senza soldi si perde la stima di sé, la cura di sé, la propria anima. Peggio di una malattia fisica, si giace fantasticando intorno alle «cose stupefacenti» che il denaro permette.

«Entrate in un negozio per comprare qualsiasi cosa e l’ultimo dei commesso vi schiaccerà, vi schiaccerà semplicemente con la sua ineffabile nobiltà. […] Siete venuti, per esempio, per spendere una decina di franchi, e intanto vi hanno accolto come foste lord Devonshire. Sull’istante proverete per un qualche oscuro motivo una terribile vergogna , vorrete assicurarli al più presto che voi non siete affatto lord Devonshire, ma solo dei mediocri, modesti viaggiatori, e che siete entrati soltanto per comprare l’equivalente di dieci franchi. Ma un giovanotto con sul viso la più lieta delle espressioni […] inizierà a sciorinare merce per decine di migliaia di franchi. In un solo istante ricoprirà per voi l’intero bancone, ed ecco che voi pensate, lì per lì: quanta roba, poveretto, gli toccherà riordinare […]. E non appena si pensa a tutto ciò, allora, in un attimo, involontariamente, proprio lì dinanzi a quel bancone, si comincia a provare il massimo disprezzo nei propri confronti. Ci si pente di tutto, e si maledice la sorte che adesso vi fa avere in tasca soltanto cento franchi: così li gettate, chiedendo perdono con lo sguardo. Ma con magnanimità i commessi vi avvoltoleranno la merce per il valore dei vostri miserabili cento franchi, vi perdoneranno tutto il trambusto, l’incomodamento che avete provocato nel negozio, e voi vi affretterete a scomparire al più presto. Poi, tornando a casa, vi stupirete sommamente di aver speso cento franchi quando volevate spenderne soltanto dieci».

È circa un secolo e mezzo che siamo trascinati in questa logica (e forse, più, molto di più) ma, a differenza delle tante critiche correnti, Dosteoevskij mette in scena il consumo come umiliazione, la nudità di chi, con pochi soldi, varca la soglia di un negozio. Casomai, adesso che il consumismo ha pervaso ogni angolo del nostro ambiente, chi ha pochi soldi in tasca è sempre nudo, qualsiasi punto della città attraversi, anche se si nasconde in casa, perché ovunque si offre la merce e ogni volta ci si vergogna di non poterla acquistare. Man mano che si va avanti negli anni, uno prende coscienza delle proprie effettive risorse economiche e ritaglia in qualche modo su quelle potenzialità il ritratto di se stesso: c’è chi può permettersi una libertà di abitare qualsiasi posto del mondo, e chi pur essendo costretto in un luogo fisso può concedersi grandi viaggi, qualche follia, piccoli capricci quotidiani, ecc.; ma chi sa di essere al grado zero non riesce a pensarsi diverso da una nullità. Il resto sono astrazioni. D’altra parte, si sa bene che il piacere di ogni acquisto deriva dalla repressione forzata di altri desideri o dal fatto di potersi permettere cose che ad altri sono escluse.

«Per chi deruba in modo ripugnante, vigliacco, c’è la galera: il borghese infatti è pronto a perdonare molto, ma non i furti, anche se voi o i vostri bambini stanno morendo di fame. Ma se ruberete per virtù, oh, allora vi si perdonerà veramente tutto. Perché voi vorrete allora faire fortune e accumulare molte cose, ovvero adempiere a un dovere della natura e dell’umanità. Ecco perché nel codice sono distinti con assoluta chiarezza i punti sul furto per bassi scopi, cioè per un qualche pezzo di pane, e quelli sul furto per alta virtù».

Il povero B.B. non ha detto niente di nuovo con i suoi provocanti accostamenti tra i rapinatori e i fondatori di banche. Ma noi che leggiamo con piacere di questi colpi ben assestati, che condividiamo il sarcasmo sparso sulle nequizie borghesi, noi chiudiamo il libro e istalliamo serrature eccellenti che scoraggiano ogni ladro affamato. Sono in genere i più agiati che si permettono la letteratura sulla fame e gli improperi sui furti borghesi. Leggere che si è ladri ma raffinati e che non si incorre nel carcere produce un segreto godimento, ci si sente superiori. I disperati non leggono mai delle loro imprese sciocche. O se ne lasciano accattivare di tanto in tanto, per crudeltà verso se stessi. Poi tornano a distrarsi con i teorici della borghesia che non parlano mai di questioni lacrimose.

«Liberté, egalité, fraternité. Molto bene. Ma che cos’è la liberté? La libertà. Quale libertà? La libertà, per tutti uguale, di fare quello che si vuole nei limiti della legge. Quando è possibile fare tutto quello che si vuole? Quando si possiede un milione. La libertà dà un milione a testa? No. Che cos’è un uomo senza un milione? Un uomo senza un milione è colui che non fa tutto quello che vuole, bensì è colui del quale si fa tutto quello che si vuole. […] La fratellanza: bene, quest’articolo è il più curioso […] nella fratellanza vera non è la singola personalità, non è l’Io che deve arrabattarsi per affermare il proprio diritto all’avere ugual peso e ugual valore […]. Che deve mai fare il socialista, se nell’uomo occidentale non esiste il principio fraterno, ma, al contrario si ha in lui soltanto il principio individuale, personale, che incessantemente si isola da tutto il resto, esigendo, con la spada in pugno i suoi diritti? Il socialista vedendo che non c’è fratellanza, comincerà a predicarla. La mancanza di fraternità lo spingerà inoltre a cercare di crearla […] ma manca una natura umana capace di fratellanza […]. In preda alla disperazione il socialista inizierà allora a costruire a definire la fratellanza futura, ne calcolerà peso e misure, vi alletterà con l’idea di un tornaconto, commenterà, insegnerà, racconterà quanto profitto deriverà ad ognuno da questa fratellanza, quanto ci si guadagnerà, definirà il ruolo e le aspirazioni d’ogni singola personalità in essa, farà in anticipo il computo di tutti i beni della terra intera […]. Ma che razza di fratellanza può essere quella che in anticipo si spartisce le cose?».

A Weimar i grandi scontri SPD/KPD avvenivano soprattutto attorno a simili questioni: come spartirsi il mondo dei beni con la storia della fratellanza. Tattiche socialdemocratiche, avanguardie spartachiste, Politik als Beruf, fratellanza catacombale dei proletari forgiati nella fatica del lavoro. E poi c’era il calore della comunità dei camerati, il virile abbraccio degli ex-combattenti, forgiati nel sangue e nel dolore. In mancanza di vera fratellanza che – secondo Dostoevskij – si trova solo tra i seguaci del Vangelo, ci si allettava vicendevolmente con «l’idea di un tornaconto». L’egoismo virtuoso dei marxisti che, fino a pochi anni fa, si esaltavano per la «rude razza pagana», fingendo di dimenticare la sottomissione di tali pagani alle peggiori satrapie orientali.

Se fosse ripassato qualche anno più tardi a Parigi, Dostoevskij avrebbe potuto incontrare un giovane Léon Bloy, altrettanto brutale, altrettanto spaventato dal moderno. Che bel sodalizio sarebbe venuto fuori tra il visionario ortodosso e l’apologeta del cattolicesimo.

mercoledì 23 novembre 2011

I fuori casta

~ MODESTA PROPOSTA DI AUMENTO
DELL’INDENNITÀ PARLAMENTARE ~

Straparlano a sproposito di caste per ogni élite messa a fuoco pur venerando, negli ambienti intellettuali, la religione induista che suddivide e fissa l’umanità in sì aberranti gironi. Perfino i piccoli guru massmediatici si commuovono in televisione per le dottrine veda. Sempre pronti a far le pulci a ogni aspetto del cristianesimo, si guardano bene dal ricordare che l’India dei loro sogni metafisici si sostanzia di un simile sistema, schiacciando i fuori casta nel rango degli animali, e che ci volle l’amore di un’occidentale, una suora cattolica, per insegnare ad accarezzare gli «intoccabili». Sedotti dalla cultura religiosa orientale ormai da due secoli, neppure di fronte al recente suicidio col fuoco di una monaca buddista hanno trovato niente da ridire su una rivelazione che spinge a trascurare a tal punto il corpo. Gli allegri fans del Dalai Lama non si permetterebbero mai di criticare le pratiche religiose di quei puri così come fanno quotidianamente con i corrotti cattolici: immaginate che si direbbe se nel nostro mondo si scegliesse un bambino di sei sette anni, scrutandone orecchie e scapole, per ricercarvi i segni della «reincarnazione» e quindi, sottopostolo a inquietanti indovinelli, se ne decidesse il destino, facendone un «piccolo Buddha».

Ma adesso in Italia, casta sta a significare nelle menti di chi si nutre di antipolitica l’insieme delle centinaia di eletti in Parlamento e nelle assemblee locali (non però i signori delle municipalizzate appena riconsacrate dai referendum unanimi sull’acqua «pubblica»). Ad ascoltare qualche giorno fa i deputati che spiegavano il loro voto al «governo dei salvatori» sembrava, in verità, una combriccola di poveracci, nell’eloquio come nell’abbigliamento, alcuni addirittura pittoreschi, rappresentanti di gruppetti dai nomi improvvisati per organizzare la diaspora degli scissionisti senza bussola. Una casta di miserandi, si sarebbe detto, una casta di sfigati – secondo la terminologia giornalistica. E quando si conobbero, proprio in quell’occasione, le cifre vertiginose dei guadagni di certi banchieri – alcuni milioni di euri l’anno – , fu chiaro che questi disgraziati parlamentari erano ben lontani dal mondo del privilegio. Che gli invidiosi aizzati dai gazzettieri diventino compassionevoli davanti ai ridicoli personaggi, che ci si vergogni di ricorrere alla parola magica: casta (tra l’altro, in un paese bonariamente cattolico, ogni rango ha un’entrata e un’uscita). Come si fa ad ambire l’attuale status dei politici? Il potere? Un tempo decidevano della vita e della morte dei cittadini, pace e guerra per esempio, oggi sono nel migliore dei casi piccoli ragionieri che debbono ratificare decisioni prese altrove; amministratori di condominio in palazzi rissosi nei quali si industriano a far passare le volontà di gente straniera e altolocata. Quanto ai soldi, prendono appunto stipendi da magistrati, non da banchieri. Appena un’elemosina elargita a figuranti che non sanno parlare dignitosamente – ne conveniamo –, se è per questo che non riescono neppure a rispondere ai faceti intervistatori della televisione, capaci di inchiodare alcuni di loro, muti o pateticamente evasivi, su termini come «spread», «pil», ecc. Qualche mese fa, le medesime iene col microfono rincorsero altri deputati nella piazza di Montecitorio per domandine di storia patria cui, a destra come a sinistra, ministri e peones, non diedero risposta. Nel contesto informativo attuale, trattasi insomma di parlamentari analfabeti, di parlamentari che non parlano, che non sanno, che non studiano, che non leggono (sempre con le dovute, limitatissime, eccezioni). Il fatto è che a inzeppare il Parlamento accorrono centinaia di mediocri, gente che forse non riuscirebbe a strappare altrove uno stipendio decente. È questo lo scandalo? Si riduca allora a cento il numero dei deputati, cento giusti e saggi da sacrificare alla politica son già difficili da trovare. Per invogliarli perciò li si strapaghi, altrimenti finiscono tutti nelle industrie e nelle banche o qualcuno di loro andrà a governare da dilettante o tecnico che dir si voglia ma saltando l’umiliazione della campagna elettorale e del voto. Cento persone pagate dieci volte almeno quanto guadagnano oggi, senza demagogia, senza risparmiare sulla guida del Belpaese, senza travestire con la porpora senatoriale i falliti delle professioni. Una Camera a quel punto basterà da sola, non c’è bisogno di inventarsi fantasiosamente i compiti della seconda, che allungherebbe i tempi e le chiacchiere.

domenica 13 novembre 2011

È arrivato Godot?

~ LA VITA COMUNQUE SE NE È ANDATA ~

Poveri connazionali ingannati dalle loro piccole furbizie. Sono quasi vent’anni che hanno avuto la testa piena del tycoon prestato alla politica, tornando ossessivamente a lui nei discorsi, giorno e notte, quando Jünger affermava di non aver concesso il suo tempo ai tristi ed esorbitanti figuri davvero tirannici che si trovò di fronte, dedicandosi a ben più nobili imprese, in ogni caso a pensieri più liberi. Loro invece si dedicavano a lui senza tregua laddove perfino i suoi devoti si concessero distrazioni e qualche dimenticanza. Non sapevano liberarsi da questa italianissima figura che volgeva al grottesco (del resto era sopravvissuta alle mode del suo tempo, dalla tv dispiegata si è arrivati al più privato tablet, dalle canzonettiste sanremesi ai romanzieri della camorra, agli scultori del dito medio eretto nella piazza della Borsa a Milano, forme più ambiguë di cultura pop, certamente più sguaiate e arroganti). Le loro letture, conversazioni, interessi, battute, spettacoli, talvolta perfino amori, si son nutriti dell’odio per un miliardario lombardo che provava a governare l’Italia. Si ruppero antiche amicizie, cene e feste domestiche finirono in rissa. Erano la migliore prova di un bisogno di idoli, anche se rovesciati. Si risuscitò allora, e fuori tempo massimo, la fede nella politica benché la società del tutto privatizzata cominciasse ad accettare l’eventualità che anche il governo potesse diventare un affare privato delle banche e dei mercati; infatti quando il gioco si fa duro, quando la crisi si aggrava, quel che resta della finzione politica viene accantonato e si chiama il tecnico, l’impolitico per eccellenza: a che serve allora la nobile arte della politica? Buona per i soli giorni di festa? Rispuntavano anche dei culti dimenticati, perfino il patriottismo, politeismo dei tempi di crisi profonda. All’ombra del nichilismo sorgono infatti idoli nani. Nell’epoca della privatizzazione della fede religiosa, si rendono pubblici gli umori, le morali fai da te, all’opposto esatto di quanto andava dicendo il poeta Charles Lamb: «Le pubbliche faccende – a meno che non mi tocchino direttamente e così si tramutino in private – non posso sforzare l’animo mio a provarci alcun interesse». Ma lo scrittore inglese era sotto la potestà della letteratura, i nostri indignati sono agit-prop della cultura, un’entità astratta che, proprio mentre si fa più corriva e mediocre, viene posta sugli altari. La si è usata recentemente come macchinetta da guerra, in assonanza con quanto rappresentò nell’èra dei totalitarismi europei, almeno secondo l’enfatica ricostruzione storica per cui fu come una fonte di resistenza al potere, irriducibile al Male; ma anche in quel tempo i nomi di Gentile, Sironi, Pirandello, Schmitt, Pound, Jung, Heidegger, von Karajan e tanti altri, pur con distinguo e sfumature, finirono dall’altra parte. Brutti scherzi fa la cultura come talismano.

Godot non arrivava mai e intanto il tempo passava. Vent’anni sono un notevole pezzo di vita, nello specchio ci si riconosce a stento. Allora si finge magari una malinconia per motivi pubblici, in realtà cambia il paesaggio cui eravamo abituati, è la giovinezza che fugge via. Adesso che il signore delle televisioni sembra uscire di scena, le loro chiacchiere si svuotano di senso e i chiacchieroni appaiono intontiti come pugili suonati. Seguirà il rimpianto per un pezzo di vita sprecato.

domenica 6 novembre 2011

Il tempo delle fogne

~ DEI DOVERI DI UN SINDACO ~

I più candidi, davanti alle immagini televisive di inondazioni e morte, fantasticano di un mondo beato in cui i diluvi e i terremoti, la siccità e la grandine, possano essere previsti e risolti dall’uomo. Hanno dimenticato le invocazioni dei nostri vecchi, le Rogazioni, a Dio naturalmente («rogamus te, Domine»), che comprendevano processioni propiziatorie, penitenze e preghiere: «a fulgure et tempestate, libera nos, Domine». Ancor più candidi, anzi decisamente stolti quelli che credono addirittura che nell’uomo sia la causa di tali flagelli, e non per via dei peccati commessi contro il Cielo bensì per quei gas che produciamo noi, creature assai indaffarate sulla Terra. La modernità ha tante colpe ma forse non è riuscita a cambiare il clima, quello muta per imperscrutabili ragioni tanto è vero che, appunto, nelle antichissime Rogazioni già si pregava contro le inondazioni e calamità varie che minacciavano di frequente il Belpaese, anche prima degli eccessi antropici. E prima ancora di essere ‘cristianizzati’, simili riti venivano praticati dai contadini pagani, convinti fin da allora che fosse meglio confidare nella protezione divina che in quella civile. Il fatto poi che le Rogazioni si siano diffuse maggiormente nell’Italia del Nord mostra come le alluvioni fossero più frequenti in quei luoghi, allora come adesso, allora lette come segni dell’Apocalisse imminente e oggi, dimentichi, come sintomi del Global Warming.

Ma se le burrasche non sono sempre domabili, le colpe dei pubblici amministratori non vanno per questo perdonate. Scandalizza alquanto, anzi, che si spendano i quattrini dell’erario in spettacoli e cultura ludica piuttosto di investire nella manutenzione delle fogne. A Roma due settimane fa i tombini ostruiti vomitavano acqua ma il sindaco andava sperperando il denaro in cassa per una inutile festicciola del cinema, per il rito burino del tappeto rosso nell’Auditorium senza glamour. Oggi, in altre città, i sindaci che si improvvisano mecenati delle arti effimere vedono i cadaveri dei loro concittadini trascinati dalla mota. Ben vengano allora i 'tagli alla cultura', come questo «Almanacco» ripete da tempo, che si colga l’occasione della congiuntura grama per ripensare certe imprese. L’amministratore è richiamato al suo mestiere prosaico, lo si ricordava in un pezzo dello scorso anno («Kraus e la moltiplicazione dei musei romani»), dove evocando le invettive del feroce viennese, si argomentava: «gli assessori che dovrebbero occuparsi di vetture pubbliche e di traffico, di illuminazione e di spazzatura, fanno, diciamo così, gli esteti con il loro gusto impiegatizio...». Nel fango affondano adesso i sogni del sindaco estetizzante, nel fango il culturame degli assessori.

sabato 29 ottobre 2011

Uno sgorbio è uno sgorbio

~ IL CARDINALE OTTAVIANI E FRANCIS BACON ~

Il porporato dal tono popolare, figlio di un fornaio trasteverino, difensore della tradizione, «carabiniere della fede», inviso agli estremisti del Concilio, il cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), sapeva pronunciare parole di verità pure su quanto accadeva nel campo dell’arte ai tempi suoi, riuscendo perfino ad anticipare le attuali tendenze del cosiddetto contemporaneo. Da ragazzo, aveva spinto il carretto per aiutare il padre nella consegna dei pani a domicilio ma, per quel consueto miracolo ‘democratico’ dell’organizzazione cattolica, la miseria non gli aveva impedito studi severi e una formidabile ascesa sociale che lo aveva condotto a guidare il Sant’Uffizio, a decidere cioè dell’ortodossia cattolica nel mondo agitato del secolo scorso. Leggiamo sul blog «Cordialiter» una pagina tratta da Il baluardo, una raccolta ormai introvabile di interventi dell’Eminenza trasteverina anteriori al 1961, dove, rivolgendosi evidentemente a degli artisti, diceva in modo schietto e forte quello che critici ed estetologhi nascondono:

«Cari figli, mi rallegro con voi della vostra arte la quale ha saputo essere arte dei nostri giorni e non mero ricalco di moduli passati, creazione e non scopiazzatura, scoperta nuova e non rispolveratura scolastica; e tuttavia ha saputo stare, con tanta comprensione e bellezza, accanto alla preghiera. Così il vostro esempio giovasse tra coloro che si danno a credere, con qualche inesplicabile e indecifrabile sgorbio, di fare arte! Eppure, con tanto poco si fanno scrupolo, di ingiuriare la Chiesa e darle dell’arretrata. Non dico nulla d’altri che presumono popolare la Chiesa di mostruosità, degnissime nel miglior caso, di semifolli, non però di Dio, del popolo e della nostra civiltà. Ricordatevi, quando l’arte non sa stare con la preghiera, non sa pregare, è un brutto segno, è segno che, forse, non è nemmeno arte; ma puro inganno o di sé o degli altri o di sé e degli altri insieme. Ma oggi, più che altro, il pericolo è costituito piuttosto da coloro che, non sapendo raggiungere in arte la bellezza, vogliono emergere con la mostruosità, con la stranezza, emula della caricatura e dell’arte dei primitivi con lo scempio delle cose e delle persone sante».

Possiamo immaginare come sarebbe considerata oggi una simile asserzione, vescovi e preti in prima fila mostrerebbero imbarazzo e accennerebbero a penosi risolini. Ma Ottaviani non si inchinava davanti alle mode, sufficientemente dotto, anzi maestro di dottrina, da non sentirsi in soggezione di fronte ai linguaggi sofisticati, e si poteva permettere di definire «sgorbi» gli sgorbi, senza le timidezze dei parvenus. Anche un perverso pittore irlandese, un eroe del modernismo, era così famoso da non dover nascondere le proprie debolezze nelle frasi intorcinate. Francis Bacon, dialogando con il confratello in pittura Graham Sutherland, ammetteva infatti: «Come mai i pittori del Rinascimento italiano sono così superiori a noi? Lo sono in tutto, ma sotto un profilo compositivo noi, rispetto a loro, siamo addirittura ridicoli. Ci ho pensato a lungo, Graham, deve essere perché loro credevano negli Angeli». Non si tratta del culto angelico new age, l’irlandese sta affermando che la pittura tradizionale era di gran lunga superiore alla loro perché intimamente religiosa, per la precisione cattolica; «l’arte che non sa pregare», sospettava il cardinale con maggiore prudenza del pittore, «forse non è nemmeno arte». Se ne dovrebbero ricordare quelli per cui tutto è uguale, avanguardia e tradizione, senza gerarchie; soprattutto se ne sarebbe dovuta ricordare la direttrice della Galleria Borghese che qualche tempo fa mise insieme in un’unica mostra il miscredente Bacon e il Caravaggio che agli angeli credeva proprio, senza notare quel «ridicolo» di cui parlava con onestà il novecentesco (evidentemente la curator non aveva neppure sfogliato il libro di Giorgio Soavi su Bacon, da cui noi traiamo questa citazione).

giovedì 27 ottobre 2011

Lo spirito di Assisi

~ IL FRATE INTRANSIGENTE CHE VOLEVA PREDICARE
IL VANGELO A TUTTI, PERFINO AGLI ANIMALI ~

Che cosa, meglio di una pagina dei Fioretti, può illuminarci sul cosiddetto spirito di Assisi che il mondo, il linguaggio mondano, tende a trasformare in stucchevole bambocciata o in poetica stilizzazione liberty? Oggi i rappresentanti delle religioni di tutta la terra convergono nel paese umbro per mostrarsi miti e dialoganti, Francesco in questa rievocazione dei suoi primi seguaci apparirà tra loro come un intollerante predicatore che pone ai moderni un tema imbarazzante: Extra Ecclesiam nulla Salus, fuori della Chiesa di Roma non c’è salvezza.

«Il Santo Francesco istigato dallo zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di Babilonia. E giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui, imperò che nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò quelli suoi eletti compagni a due a due in diverse partì di Saracini a predicare la fede di Cristo…» (dal cap. XXIV).

Il santo non si accontentò di questo incontro con un potente della terra, né di avergli strappato una concessione che valeva il duro viaggio, valutò con realismo la difficile situazione e con coraggio insistette per «salvare» l’anima del feroce sovrano, in un duello d'amore, la carità di Assisi essendo quella cristiana della verità, non del cortigiano che per adulazione incensa la fede altrui. Così, in questa appassionata missione per convertire il mondo, entra in scena il prodigio (un altro elemento dimenticato dai moderni).

«Alla perfine, veggendosi santo Francesco non potere fare più frutto in quelle contrade, per divina revelazione sì dispuose con tutti li suoi compagni di ritornare tra i fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da lui. E allora gli disse il Soldano: "Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora: imperò che, se costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me con tutti li tuoi compagni, e conciò sia cosa che tu possa ancora fare molto bene, e io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte tua e la mia; ma insegnami com’io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m’imponi". Disse allora santo Francesco: "Signore, io mi parto ora da voi, ma poi ch’io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de’ miei frati da’ quali tu riceverai il santo battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m’ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo ti sciogli d’ogni impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di Dio, ti muovi apparecchiato a fede e divozione". E così promise di fare e fece».


giovedì 20 ottobre 2011

La bella dimestichezza

~ BUONI CONSIGLI PER RESISTERE
A QUELLO CHE SI SPACCIA PER ARTE ~

È difficile essere «antimoderni», arduo muoversi sul crinale tra il ‘ritorno’ all’arcaismo pre-cristiano e il gusto sottile della décadence. Quelli raccolti nel rifugio online del «Covile» hanno provato a parlarne in una riunione conviviale a Firenze. Ora cominciano a pubblicare la trascrizione di quei discorsi. C’è chi ha raccontato il fastidio di vedere la trasandatezza della scena urbana e dei suoi attori, lo scontento di incontrare gli «erranti indottrinati», ovvero le masse del turismo trascinate da guide urlanti, più in generale «lo spettacolo desolante della modernità», ricordando però come «il mutamento, il progresso, non abbia necessariamente un esito nichilista» (Stefano Borselli); e chi ha stilato una specie di catalogo per resistere alle provocazioni degli intrattenitori miliardari che si ammantano del nome di arte. Questi buoni consigli vogliamo diffonderli. L’«Almanacco» sa che il numero dei suoi lettori è notevolmente inferiore a quello dei lettori del «Covile» ma per i pochi amici che ancora non conoscono l’aperiodica rivista elettronica ripropone le parole conclusive di Gabriella Rouf (e naturalmente rinvia alla lettura integrale degli interventi sul n. 660 di www.ilcovile.it ).

«Occorre […] agire nella convivialità, realizzare nel concreto le condizioni umane, integrali, sane, spontanee, del produrre e godere dell’arte; scoprire ed amare l’arte nel quotidiano, nella normalità della vita, nella sua integrazione visiva e pratica nei percorsi degli uomini; visitare i luoghi con acutezza di sguardi ma larghezza di tempi, ed eventualmente i musei, cercando di proiettarne le opere all’esterno per lo meno con l’immaginazione; non frequentare normalmente mostre ed eventi, e nel caso esprimere critiche e dissenso, ma privilegiare le collezioni permanenti e l’arte diffusa sul territorio (spesso ahimè non accessibile oppure resa tale solo dalla disponibilità dei volontari); comprare un’opera che ci piace, incoraggiare gli artisti che ci piacciono, fidandoci del nostro gusto, perché se un buon effetto può avere la pessima fama dell’ambiente artistico ufficiale, è nel rafforzarci nel nostro intuito, visto che degli “esperti” non ci si può certo fidare! Riscoprire la gioia di portarci a casa una piccola scultura, come di trovare in una chiesa una dolcissima Madonna, venerata sull’altare, magari con gli abiti ottocenteschi, mentre tante altre, in certi casi sottoposte a dissennati restauri, se ne stanno squallidamente ed ossessivamente in fila in una sala (ci può essere - salvo la distruzione - un danneggiamento specifico peggiore?). Sostenere l’artigianato artistico, le tradizioni artigianali, i cui confini con l’arte erano un tempo sfumati, e che talvolta oggi appaiono suggestivi rifugi di saperi antichi e raffinati. Raccogliere notizie, documentazione, opere di artisti del Novecento misconosciuti ed emarginati dal trionfo delle avanguardie. Agire pertanto per ricostituire concretamente un mercato indipendente ed anticonformistico, che applichi un discernimento sulla qualità (pur nella pluralità dei gusti personali)».

Per concludere con un’originale replica a chi, sulle orme del saggio di Benjamin, si tormenta da decenni e astrusamente sulla ‘scomparsa dell’aura’. Alle elucubrazioni germaniche si risponde con la tradizione italica, con la familiarità toscana per ogni aspetto del bello: «La nostra arte non ha bisogna dell’‘aura’, perché partecipa di una millenaria dimestichezza con la manipolazione creatrice di ideale bellezza, fatta propria e resa integralmente umana dal cristianesimo, affermatasi come valore collettivo e civico, segno identitario e pervasivo di territori e città, con un’inesauribile ricchezza simbolica. Se guardiamo alle quantità, le presenze di AC [arte contemporanea] e bruttezze novecentesche che ci appaiono così disturbanti, sono insignificanti, imbarazzanti nella loro miseria: è l’effetto amplificatorio dei media disciplinatamente al servizio di chi paga che falsa le proporzioni».

lunedì 17 ottobre 2011

La guerra morale

~ QUANDO L’INDIGNAZIONE PROVOCA
UNA VIOLENZA APOCALITTICA ~

L’indignazione allegra è un non senso. Si può genericamente protestare col sorriso ebete, ma indignarsi presuppone una increspatura della fronte, un aggrottare le sopracciglia, un corrucciare il volto, un’aria arcigna, una voce irata, un tremore fisico, il corpo stesso infatti vien chiamato in causa da quel moto del cuore e della mente. Talvolta provoca la bava alla bocca; la bile chiamerebbero in causa quelli della bio-politica. La collera si accompagna allo sdegno ed esige una reazione dura. Che sono dieci o mille bidoni della spazzatura in fiamme di fronte allo scandalo della finanza che gioca con l’esistenza di uomini e di donne? Che sono delle automobili distrutte, i fuoristrada odiati dai modernisti invidiosi, di fronte alla retrocessione della Grecia? Così si dicono i ragazzi che credono nell’assoluto della giustizia terrena, e purtroppo anche alcuni frati, alcune suore, altrettanto creduli. Che sono tre rapine o una violenza sessuale di fronte a un reparto di oncologia infantile? A cercare delle proporzioni esatte si esce dall’umano. E l’indignazione, portata alle estreme conseguenze, esige che la vita quotidiana sia interrotta bruscamente dal momento che non è degna d’esser vissuta. Non c’è alcun bisogno della favoletta dell’uomo nero che si cala il cappuccio e sopraggiunge nel bel mezzo di una processione di anime belle a produrre violenza nello stupore generale dei processionanti. Dei video ripropongono i veementi manifestanti che sputano addosso al guru radicale reo di aver insozzato la nobile protesta delle opposizioni aventiniane: non sono abbigliati di nero, non mascherati, soltanto aggressivi, spaventosamente minacciosi; il trovarsi di fronte a un ottantenne non li porta ad abbassare il tono truce, anzi si appigliano all’età, «vecchio schifoso» gli urlano. È un continuo ripetere «venduto», un riaffermare la propria identità di ‘incorrotti’ ed un’evocazione di escrementizi insulti vari. Mai un «mea culpa, mea maxima culpa». Son feroci i ragazzotti che si battono in nome della morale, è tutta un’ordura il mondo e in special modo i nemici che non appartengono alla schiera degli eletti (si veda nel blog di Magister come reagiscono anche a Mario Tronti che vuole dialogare con Ratzinger: il teorico operaista di un tempo dovrebbe «esser messo in un centro di igiene mentale» urlano i militanti al computer). A quel punto, suggerirebbe Manzoni, con il suo uso di mondo, «non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti». C’è sempre una scintilla come quella che provocò la romanzesca rivolta di Renzo. Le parole urlate in piazza diventano fatti in men che non si dica.

La statuetta dell’Immacolata finita in pezzi nella strada dove è passato il corteo degli «indignati» è eloquente nel web dove troneggia. Un gruppo di ragazzi ha sfondato le porte di un’antica chiesa di martiri e ha preso a sprangate un crocefisso e una madonna. Mandanti sono le dame che si indignano sui futili social network per le presunte evasioni fiscali della Chiesa di Roma di cui nulla capiscono. I ragazzi si sono limitati a eseguire e a lasciare una scritta con gli slogan untorelli di Facebook.

Eccitati dalle televisioni di mezzo mondo, benedetti da imprenditori, editori, magistrati e banchieri imbonitori, i giovanotti modaioli, lettori del pamphlet di un novantenne eccentrico, innamorati della primavera egiziana (con relative stragi di cristiani) e chissà anche dell’autunno siriano con massacri di bambini, attenti a rifare le pose del globalismo, si sono incamminati come in centinaia di città di tutto il mondo, in piena ortodossia del pensiero unico e con buona volontà. Ma, Carl Schmitt ce lo ha insegnato, le guerre mosse dalla morale sono violentissime e interminabili. Se per i re imparentati tra loro le mosse belliche erano dentro una strategia politica, ossia avanzare di pochi chilometri e firmare subito un compromesso, dalla Rivoluzione francese in poi il nemico diventa assoluto, «qu’un sang impur abreuve nos sillons» canta sacrificale la Marsigliese, Napoleone ordina le grandi stragi, la prima guerra mondiale moltiplica le stragi napoleoniche e riprende l’uso poco nobile di coinvolgere donne e bambini, la seconda è un insieme di stragi, il tradimento delle virtù militari, centrale è lo sterminio di donne, bambini ed ebrei, i disarmati per definizione, dopo di che i vincitori processano gli sconfitti e li condannano a morte. L’indignazione non conosce l’armistizio del compromesso.

Altro è lo sprezzo letterario, la sprezzatura di cui parlava Cristina Campo: gli irriconciliati con il mondo sono anzitutto irriducibili alle seduzioni facili della politica. «Prima d’ogni altra cosa sprezzatura è infatti una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza», spiegava la scrittrice, «ma attenzione, non la si conserva né trasmette a lungo se non sia fondata, come un’entrata in religione, su un distacco quasi totale dai beni di questa terra, una costante disposizione a rinunciarvi se si posseggono…». Avvertiva inoltre la aristocratica Cristina che chi vuole attingere a questa musica della misura deve mostrare «l’umor lieto. Ciò significa, tra l’altro, capacità di volare incontro alla critica con impeto sorridente, con la graziosa enfasi dell’incuranza di sé: un tratto che troviamo tanto nei precetti dell’educazione mistica quanto in quelli della scienza mondana» (Con lievi mani).

La politica dunque mal si apparenta con lo sdegno morale. L’Italia dei Cinquanta, con le fiammate in piazza contro l’America o per Trieste, conobbe queste esplosioni di rabbia popolare ben guidate, cioè sotto controllo, dove chi convocava le adunanze era in grado di prevedere con una buona approssimazione se ci sarebbe scappato il morto. Un minuto dopo gli organizzatori sapevano anche come fermarsi e come trarre profitto da quel sangue sul selciato, come barattarlo con un ministero o una vittoria elettorale. Cinici, non irresponsabili. Ma i ragazzi convocati dalla rete virtuale vanno allo sbando contro le banche, contro la finanza, contro gli affari, contro la Borsa… Se le parole hanno un peso, trattasi di bomba atomica fatta esplodere contro l’Occidente. Saranno parole in libertà, chiacchiere che già definire anarcoidi sarebbe un complimento, ribellioni adolescenziali, umori, ma nel momento che prendono corpo in piazza non possono non essere violente.

«Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva». È ancora Manzoni a parlare della sommossa seicentesca, e naturalmente neppure la distruzione di automobili e vetrine dei negozi e delle banche aiuta oggi a superar la crisi, questa essendo una di quelle sottigliezze metafisiche che evidentemente neppure un governatore della Bce ci arriva, per cui si mette a lusingare i giovani, confondendo loro ancor più le idee. Dalle rivolte del Maghreb in poi, sono i laureati che non trovano lavoro adeguato alle loro ambizioni a indignarsi: l’industria culturale non ce la fa ad assorbirli tutti, per fortuna non riesce a gonfiarsi più di tanto, a trasformare il mondo in un museo o in una scuola. Tra i vecchi marxisti e le nuove ‘sinistre Beautiful’, nessuno che discuta in termini adeguati di una gioventù che si rifiuta di far lavori artigianali, pure molto richiesti, di questa ‘dignità’ che non si sporca le mani, invero assai simile alla superbia piccolo-borghese, e invece ancora a metterla in modo ottocentesco sul «pan che manca», gli scioperi, i disoccupati, le bandiere rosse…

A New York, l’altro giorno, i gendarmi del messianico presidente nero erano in assetto antiguerriglia davanti a dei protestanti pacifici i quali, appena superata una linea di confine imposta dalle autorità democratiche alla loro protesta, son stati caricati dalla polizia a cavallo che travolgeva anche vecchine e bimbi al collo di genitori pazzerelli. Nei giorni precedenti il ‘presidente buono’ aveva fatto arrestare centinaia di giovanotti per una escursione davanti al tempio della Borsa. Ma noi siamo un paese cattolico, anche se ci fanno a pezzi la Madonna non diventiamo mai estremisti della legalità, non crediamo stoltamente nella assolutezza della giustizia terrena, finiamo sempre per provare un sentimento di indulgenza, comprendiamo addirittura la stupidità dei teppisti, ossia dei peccatori, senza indignarci più di tanto. E loro, i rivoltosi, confidano da sempre in questa comprensiva indulgenza. Qui manca la spietatezza puritana che pur da qualche anno si vorrebbe imporre anche nel Belpaese. Dio ce ne guardi.

sabato 15 ottobre 2011

La nostra patrona

~ TERESA D’AVILA CHE NON SI CREDEVA UN ANGELO ~

«Un po’ di stupido stupore in questa nostra epoca ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe opportuno, e anzi direi, indispensabile?». Se lo chiedeva qualche tempo fa, il saggio Raffaele La Capria e certo a tutti farebbe bene assistere allo spettacolo che si svolse sotto gli occhi candidi delle carmelitane spagnole, ovvero i colloqui appassionati tra la loro fondatrice Teresa e Giovanni della Croce: pare che i corpi dei due santi si sollevassero qualche centimetro da terra.

Oggi la Chiesa cattolica celebra la festa liturgica di Teresa d’Avila, la santa non contagiata dai docetismi, dalle gnosi che negano lo «scandalo della crocefissione di Dio», la donna mistica che è il più potente antidoto alle insulsaggini della New Age. Nel racconto autobiografico in cui descrive le sue visioni ci parla anche della fisicità di Cristo: straordinaria iconofila, cercava le immagini del Dio fatto uomo. «In tutta la mia vita […] non potendo aver [Cristo] così profondamente scolpito nell’anima come desideravo, volevo avere sempre innanzi agli occhi il suo ritratto e la sua immagine» (XXII, 4). Del resto lei conosceva bene «la superbia dell’anima», perciò pur aspirando alla purezza spirituale da rggiungere al culmine del «cammino della perfezione» era consapevole che «il Creatore deve essere sempre cercato attraverso le creature» (XXII, 8). Temeva che dimenticando la «sacra umanità» di Cristo, «l’anima cammini, come suol dirsi, per aria», cioè «priva di appoggio», «mentre la pratica di rappresentarci il Signore sotto figura di uomo, per noi uomini, finché viviamo, è molto importante» (XXII, 9). Un altro figlio di questa Spagna di visionari, l’eccelso Luis de Góngora invocava molta poetica zavorra per non volar via tra le nuvole col mal d’aria in una instabile mongolfiera, ammonendo: «Tome tierra, que es tierra el ser humano», come chiudeva regalmente il suo sonetto funebre Sul sepolcro della contessa di Lerma, «Tocchi terra, che terra è l’essere umano». Suor Teresa di Gesù, anticipando Pascal e rovesciando le figurine bigotte delle monache aveva scritto: «noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Volerla fare da angeli, mentre siamo ancora sulla terra, è una vera pazzia» (XXII, 10).

«Abbiamo un corpo»: chi meglio di Teresa, con i suoi tanti tormenti fisici, poteva dirlo? Per questa ‘fisicità’ santificata fu derisa da molti suoi contemporanei e derisa dai moderni, sottoposta alle elucubrazioni della psicoanalisi e perfino la sua immagine, la superba statua berniniana a Santa Maria della Vittoria, subì il medesimo affronto. Per questo è adesso invocata come patrona di coloro che son «ridicolizzati per la loro pietà». Che il cattolicesimo minoritario e perseguitato dagli sfottò si rivolga a lei mentre una cultura unica a carattere universale porta al trionfo il laicismo globale, laici senza più ecclesiastici, che è come dire bianco senza più nero, un vacuo da incubo. Che protegga i vescovi affinché non si lascino intimidire dal risolino progressista. Che si possa resistere con il suo aiuto alla satira sguaiata che circonda noi, amici dell’‘oscurantista’ Ratzinger, di fronte agli 'illuminati', gli irradiati dai riflessi della tv-color.

Teresa è anche protettrice della Spagna, ben più utile alla penisola pentagonale del protervo muro tirato su dall’orribile Zapatero per fermare i disperati dell’Africa. Non è quello il pericolo principale per i cattolici, almeno secondo la santa che si indignò quando le raccontarono del colonialismo spagnolo nelle Americhe. Ma si trattò di una mistica indignazione, senza furori adolescenziali, né chiasso, né violenza. Ne parlò direttamente alla sacra umanità del suo Dio.

mercoledì 12 ottobre 2011

La decadenza dell'omelia

~ UNA PRECE PER I BUONI PREDICATORI ~

Solo il Cielo può salvare i fedeli cattolici italiani dalle brutte omelie che si moltiplicano ogni domenica. Arrivano al microfono – quanti microfoni crepitano sull’altare, sembra un palcoscenico rock – con il tono confidenziale degli intrattenitori televisivi, talvolta provano a dialogare con il popolo di Dio a colpi di battute, poi spesso parroci e viceparroci si incamminano per la strada della ‘cultura’, questo idoletto moderno onnipresente, ovverosia ammoniscono con la filologia appresa in seminario onde estirpare i sentimenti più semplici. Una volta, nel giorno dell’Epifania, se ne ascoltò uno che smontava tutte le ipotesi tradizionali sulla figura dei Re Magi, facendola proprio lunga con svariati riferimenti linguistici all’aramaico, greco ed ebraico, citazioni che scendevano sulla piccola folla di anziani ben più punitive del latinorum soppresso, e l’oratore sembrava provare un gusto cattivello a toglier di mezzo le credenze apprese davanti al presepio, per concludere quindi che i tre santi viaggiatori altri non erano che dei migranti, perseguitati allora da Erode come attualmente dal governo in carica a Roma. E la scorsa domenica, a commentare il Vangelo del giorno, quello degli invitati alle nozze (Matteo 22, 1-14), un povero prete si incartava talmente nel suo sermone da sostenere e ripetere in un discorso zoppicante che «Dio è bontà e non giudica», un’amorevolezza melensa che non teneva in alcun conto il finale di quella stessa parabola: «Allora il re ordinò ai servi: legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (severissima sentenza del sovrano-giudice), e senza arrossire per la patente contraddizione con quel che egli pronunciava subito dopo quando, andando a un altro microfono per proclamare il Credo, ripeteva le parole solenni: «di là verrà a giudicare i vivi e i morti». Dalle chiese in tali casi si esce davvero sconcertati. Nonostante le immancabili spruzzatine di etica domenicale, si apprende che Dio «non giudica»: che senso avrebbe allora il mondo? L’unico giudice sarebbe forse la singola coscienza? Avrà fatto tardi la notte anche il prete per leggere Kant?

Raccontano che Ratzinger da cardinale dicesse agli amici: «Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica». Da papa deve dare una mano alla Provvidenza affinché l’eloquenza torni in auge nei seminari. Ma la preparazione dei preti attuali è una faccenda complicata, risultando l’influenza della «Repubblica» più evidente di Tommaso d’Aquino e soprattutto più facile. Ci si abbandona all’onda del pensiero unico, si parla il medesimo linguaggio di tutti, e il cattolicesimo viene caratterizzato solo per un’eccedenza di atteggiamento caritatevole, di mansuetudine che sfuma nella resa. Bisogna pregare perché i testimoni del Vangelo non si confondano con gli ipocriti oratori dell’Onu o dell’Unesco; un tempo anche il predicatore invocava l’Onnipotente appena salito sul pulpito. A proposito di quella tribuna: si usa assai il termine «pulpito» soprattutto in senso metaforico, ma la predica non viene più da lì. Sopravvivono inutilmente i pergami nelle chiese antiche, costellati di eccellenti raffigurazioni e ornamenti simbolici che potrebbero aiutare ancora oggi a dare ordine al discorso omiletico.

Si dirà che il don Camillo di Guareschi, i tanti don Camillo della nostra infanzia non erano dei Bossuet e non di rado facevano dal pulpito pesanti allusioni politiche, ma almeno non trasformavano la predica in una lezioncina da università della ‘terza età’ (che è la stagione finale e non dovrebbe riempirsi di vano nozionismo). In quel tempo pacelliano di sicuro il modello non era l’omiletica del pietismo rivolta a far affiorare quell’interiorità che oggi ritorna in noiosissimi setting da parrocchia, trastulli del quietismo attuale. In ogni caso la decadenza dei sermoni, nella liturgia riformata che tanto esalta la parola, è un segno impressionante.

sabato 8 ottobre 2011

I versi della pietas

~ CHI CANTA LA BELLEZZA DEL MONDO E CHI LO SDEGNO
CHI NELLA REGOLA E CHI NELLA TOTALE INCURIA ~

I poeti, i poeti. Possono masticare l’amarezza come Emile Cioran, accarezzare la disperazione; o soffiare sul vento di ribellione con il loro sbuffo bambinesco, come in molti fanno; o rendere elastiche le leggi economiche, deridere i corpi e lanciare in aria lo spirito. Il giocare al ‘fanciullino’ mentre si ostenta il moderno è però particolarmente snervante. Si intruppano con i movimenti emotivi, quasi l’ingegneria della mente non riguardasse gli scrittori in versi. Esser matto diventa una qualità nel salottino poetico, dimenticando lo sguardo truce e «la bava dei miei spasimi» (della terribile Elektra hofmannsthaliana). Talvolta hanno la spudoratezza di ripetere lo slogan abusato del «provare l’impensabile»: secoli di science fiction dimostrano che le fantasie pedestri non incroceranno mai la realtà, piuttosto mimano in modo squinternato l’hic et nunc.

Integralismo espressivo, scarno e scarmigliato come spesso l’espressionismo storico e metastorico. Innamorati del vago, sospettosi dell’immobile dal momento che adesso quello che sta a fondamento risulta impoetico, paladini di un lirico puritanesimo per cui è scandaloso accentare la forma a scapito dei contenuti, il moralismo pare suonare bene nel canto dell’indignazione. In gran ribasso invece i ‘capricci dell’innamorato’. Ormai è quasi un secolo che, liberatisi dalle odiate «costruzioni formali», rischiando ogni volta di confondere la poesia con le prediche (peraltro senza più costrutto retorico), innalzano laudi della licenza in panegirici che sanno piuttosto di filastrocca. Addio al formale dominio di Mallarmé, al rigore matematico del Cimitière marin, al metodo leonardesco, al piacere della precisione; invero lontano anni-luce anche dalle prose scientifiche del sifilopatologo e Dichter. Un continuo sfottò del simmetrico perché sarebbe troppo facile, da verseggiatori, addirittura la ripugnanza verso il finito: non fa fine quanto l’aere sfuggente. Il secolo scorso, allegri agnostici, ora cupi gnostici. Riprovazione a piene mani, disprezzo, a calcolare cioè quanto si valga su un ipotetico mercato che hanno in testa.

Poeti senza più tecnica, in genere, senz’arte, soltanto buone intenzioni, nient’altro che un tono da poeti, una posa neppure tanto delicata. Nelle cittadine d’altri tempi, soprattutto al Nord, c’era chi gridava ogni notte allo scoccare delle ore, per soddisfare gli insonni in attesa, forse per mostrare quotidianamente la potenza dell’organizzazione sociale che né le tenebre né la stanchezza umana riuscivano ad inficiare. Uguale è l’intervento urlato dei nostri battitori sentimentali, medesima sciatteria nell’intonazione.

I politici son meno liberi e per questo meno amati. Su di loro pesa la responsabilità della vita di sudditi o cittadini. Impoetici amministratori delle nostre malattie e del nostro denaro, dell’oggi tribolato e delle speranze per uscirne fuori. Governare non è bello esteticamente, ma almeno nell’italico paese resta un gusto forte di fazione, di casta: chi dirige i pubblici affari assume i colori purpurei della potenza, ha il suo sublime, niente a che vedere con l’eurocratico travet. Ogni tanto qualche teorico della politica sa scoprire poeti meno irresponsabili. Carl Schmitt, per esempio, ne raccomandò qualcuno; e non si sentì a disagio neppure nel trascrivere in forma lirica i suoi sessant’anni compiuti durante la prigionia (in Ex captivitate salus), ma appariva ormai un vinto, impolitico per necessità. Goethe, invece, che era un politico attivo, scrisse per vincere lo smarrimento del cuore anche nel ruolo aulico che ricoprì alla corte del duca di Sassonia-Weimar-Eisenach e nell’operare prosaico di responsabile nel corso degli anni alla viabilità, alle miniere, alla pubblica amministrazione, agli affari militari (già, come Valéry fu un funzionario del ministero della Guerra e Rimbaud vendette armi in proprio, il pacifista non essendo affatto sinonimo di poeta).

Pazzo ma non depresso, felice dello spettacolo della vita, miserrimo senza lamentazioni, Robert Walser arriverà a scrivere: «È chiaro che il mondo, come corre voce, continuerà a essere bello, altroché, e le più rosee speranze continueranno a fiorire».