sabato 17 gennaio 2009

minima / Marinetti, dal cielo

Si legge sulla vecchia carta del «Figaro», datato 20 febbraio 1909, nell’inserzione a pagamento del miliardario Filippo Tommaso Marinetti: «Les plus âgés d’entre nous ont trente ans… i più anziani fra noi hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili – Noi lo desideriamo… Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche…». Ma nelle catacombe delle biblioteche, alcuni custodi eccitati dalle antiche parole futuriste organizzano delle feste della putrefazione. Un festival lungo l’intero 2009 è previsto. Per carità, non raccontate a quei burocrati pacifisti, che espongono alle finestre le bandiere con i colori della teosofa Madame Blavatsky, che si emozionano per la pelle del nuovo e messianico presidente americano, che «l’arte non può essere che violenza, crudeltà e ingiustizia». Non sottolineate queste parole nel celebre Manifesto, rovinereste loro le celebrazioni del Futurismo appena inaugurate.

Più onesto degli altri avanguardisti, più divertito, più incredulo, Marinetti metteva un limite alla ricreazione del mondo. I noiosissimi suoi colleghi nelle confraternite neofile, forse perché meno dotati economicamente, cercavano di cavarne una ragione sociale; Mondrian, seguace dello spiritismo, credeva trattarsi addirittura di uno sforzo etico piuttosto che di talento. A distanza di un secolo, enorme lasso di tempo nel velocismo futurista, dei paradossali discepoli la fanno lunga, officiano quel culto dell’istante come fosse una religione eterna, agitano le pagine ingiallite del «Figaro» e le lettere e i disegnini d’occasione come reliquie, trasformano gli studi e le case di quegli allegri agitatori in santuari, portano le scolaresche a venerarle, erudiscono i vecchi sulle provocazioni di cento anni fa quasi fosse materia della scuola dell’obbligo.

Lui declamò in quel remotissimo 1909: «Noi vogliamo liberare l’Italia dai musei che la ricoprono tutta». Oggi l’intera Europa è tutto un museo, questo anzi il suo spettacolo più terrificante, soltanto che il museo, nella versione contemporanea, oltre a mantenere i caratteri tombali e quelli burocratici di catalogazione, datazione, schede, restauri, acquisti, eredità, impiegati con i timbri in mano, signore con due cognomi e poca fantasia in ruoli dirigenti, convegni, tavole rotonde e altri fastidi del genere, manca adesso proprio del contenuto che gli dava senso: l’arte bella, le forme decisive; si limita perciò a conservare dell’effimero in naftalina, dei feti e teschi senza il rispetto che ancora li avvolgeva nei gabinetti anatomici, delle barzellette informi, dei risolini plastici. Un cimitero che sghignazza sottovoce, horror da B-movie. E una piccola folla di becchini, gente che non saprebbe pronunciare una battuta marinettiana ma che si muove felpata come funzionari ministeriali intorno a dementi che escogitano scope ritte dal suolo o rane crocefisse, con codazzo di gazzettieri devoti, a pronunciare tiritere accademiche in tono più grossolano, mafiette poco estetiche insomma nonostante la pretesa artistica, senza neppure lo stile nerboruto e popolaresco di quelle originarie prodotte da Cosa Nostra. Marinetti, al solo pensiero di esserne in parte responsabile, inventerà dal cielo – ne siamo certi – un’arma letale per disintegrare queste pubbliche istituzioni di robivecchi.

venerdì 16 gennaio 2009

minima / Le due mezze culture

Gli autobus romani inalberano le scritte del Festival delle scienze e annunciano «conferenze, aperitivi scientifici, mostre, spettacoli, concerti e lectio magistralis». Sic. Le lectiones magistrales (abusatissimo titolo per ogni dissertazione di docenti che spesso mancano di qualsivoglia carattere di maestro) non conoscono plurale in questo annuncio ufficiale di sarabanda culturale a spese del pubblico o, meglio, gli scienziati che organizzano non sembrano conoscere il latino elementare, secondo lo schema delle «due culture». Unicuique suum, a ciascuno il suo. Agli umanisti parrucconi il latinorum, agli scienziati i luoghi comuni su Giordano Bruno e le fiamme del rogo. Nel circo dell’Auditorium, tra le piste di pattinaggio e le fiere paesane, si alternano così i mediocri d’ogni specialismo, lontani sideralmente dai personaggi della tradizione che signoreggiavano i saperi incrociati.

martedì 13 gennaio 2009

minima / Libero mercato in libero Stato

«Dio non esiste», sulle fiancate degli autobus di Genova apparirà questa scritta, una inserzione a pagamento della Unione degli atei o qualcosa di simile. Pare che la moda provenga da Londra e Barcellona. Probabilmente arriverà anche a Roma. Gli atei intruppati in una associazione hanno fede nella réclame, la più falsa delle comunicazioni umane. Lo slogan pubblicitario è il loro credo. Il mondo delle merci aveva bisogno di una garanzia metafisica.

sabato 10 gennaio 2009

L'ultimo imperatore / 1

PIO IX, IL SOVRANO NON RICONCILIATO, NELLO SPECCHIO DI TRE AVVERSARI OTTOCENTESCHI. OVVERO L’UNIVERSALISMO CATTOLICO SOTTO I COLPI DEL MODERNO, QUANDO IRROMPONO I NAZIONALISMI E IN NOME DEL SANGUE SI SPREZZANO GLI ULTIMI ZUAVI CON L’EPITETO DI MERCENARI

Si quis dixit: Romanus Pontifex
potest ac debet cum progressu,
cum liberalismo et cum recenti
civilitate [idest: la modernità]
se reconciliare et componere:
anathema sit.
Sillabo, paragrafo conclusivo

Nelle folcloristiche ricostruzioni della Roma ottocentesca, la differenza che la città eterna mantiene rispetto alle altre capitali europee viene rappresentata come un’arcaica resistenza alla ventata moderna: il borgo delle rovine confrontato alle nuove metropoli, un presepio buffo umiliato da Londra e Parigi che si liberano del passato. Roma è la sede della più antica sovranità, quindi la più anacronistica. Ma per sconfiggere le sue ultime seduzioni estetiche, che ancora agivano, tra l’altro, sugli animi incerti dei romantici, si ricorre all’arma del ridicolo, parlando, per esempio, di staterello pontificio: confini ristretti per il trono che aveva visto coincidere il suo potere cattolico con l’intero orbe terrestre. Oppure, di cittadella dei preti: quante armate avranno mai i pacifici monsignori?, è la domanda che si fanno, sorridenti, i pragmatici per oltre un secolo, fino al recente despota dello scomparso Stato sovietico, esorcizzando con le loro cattive fedi nazionalistiche l’incarnazione di un potere universale. ‘Papa re’, si finisce tutti col dire, in una parodia della politica cattolica. Il papa sarebbe un reuccio tra i tanti sovrani della bella Penisola?

Eppure chi porta da secoli le tre corone è casomai re dei re, imperator, successore di Augusto, reggitore dell’Orbis romanus, nel segno dell’universalità, dell’universalità cristiana, successore del Pontifex Maximus della Roma pagana, e successore di Pietro. Ora il grande avversario della modernità, colui che proprio per il suo ruolo di pontefice scomunica chi pretende di essere in un tempo tanto radicalmente nuovo da spezzare per sempre la tradizione, viene giudicato per oltre un secolo con i parametri moderni di patriota o non patriota. Moderni e ristretti questi metri di giudizio, confinati nelle ideologie nazionaliste dei vari risorgimenti, non applicabili a colui che siede sul trono ecumenico. Agli occhi dei patrioti risorgimentali, tutti presi dal loro problema di abolire le frontiere doganali e di unificare il mercato per misurarsi con la concorrenza europea, il papa Pio IX tradisce le loro aspettative o illusioni. E perché mai il capo della cattolicità avrebbe dovuto tradire i suoi figli austriaci o francesi? Soprattutto perché mai avrebbe dovuto piegarsi dinanzi a questo piccolo e ridicolo idolo del patriottismo?

Nel mondo ridotto soltanto all’aspetto economico, non conta più il fatto di organizzare saldamente la spiritualità nelle maglie del diritto canonico, di derivazione romana, affinché non evapori nei misticismi individuali, in un’imitazione degli angeli che tralascia la fisicità umana; non basta essere l’erede, e il custode, di quanto di meglio abbia fatto l’Occidente nella sua storia, dal discorso razionale alle immagini rinascimentali; né viene più apprezzato quel ruolo di controllo della ferinità umana, esercitato con saggezza per millenni. Si scateni la furia dei nuovi predoni, avanzino le orde dei guerrrieri biondi contro quelle dei guerrieri neri, si proceda alla distruzione delle immagini, del logos, dell’umano. Si affermano così sogni e incubi dell’antiarte, domini spirituali senza territori, anime senza corpi, fantasmi insomma. Uno vero spettro avanza per il mondo.

Se il papato non avesse mantenuto il potere terreno sarebbe finito in servitù, un profeta disarmato in balia di re e principi, e invece di predicare la parola di Gesù e di tentare di instaurare una civiltà cristiana, il pontefice avrebbe controllato, per conto della autorità politiche, le anime dei sudditi.

Il cristianesimo, la religione dell’incarnazione di Dio, non può che incarnarsi nella storia, ma autonoma dalla potenze mondane, contrapposta a esse. E l’autonomia dev’essere perciò anche politica. Ecco perché la battaglia di Pio IX non è un passatismo, superato ormai nell’ottocento, ma lo scontro decisivo con la civiltà borghese. Soltanto nel terzo millennio può tornare evidente quel conflitto che si mascherò con altri nomi.

In Italia, in particolare, molto è stato occultato per ovvie ragioni. Bisogna ricorrere allo sguardo di chi da lontano, e non da posizioni cattoliche, assistette al conflitto. Stanno lì da secoli, questi testi, basta aprire i libri e leggerli. Nessuna scoperta, molti anzi li rileggiamo spesso (per es., Dostoevskij) ma non facciamo più caso alle parole che riguardano Roma. Qui si prova soltanto a ripeterle a voce alta.

L’OMAGGIO DI UN LUTERANO.
LEOPOLD VAN RANKE DESCRIVE LA BATTAGLIA

Il liberale protestante Thomas Babington Macaulay non aveva dubbi recensendo la storia dei Römischen Päpste in den letzen vier Jahrhunderten di Leopold van Ranke (1834-1843): va svelato il mistero di questa potenza umana che si vuole divina, proprio quando sembra risorgere ancora una volta dalle ceneri della storia. Ranke, da parte sua, tentava di spiegare ai suoi correligionari luterani il trionfo della Chiesa di Roma dopo un primo disorientamento seguìto all’attacco del frate agostiniano. E lo scrittore prussiano, contro Hegel, non voleva fare storia delle idee. Frequentò quindi gli archivi con raro spirito di erudizione per disporre la storia dei papi. Ma quando congedò l’opera si disse convinto che «al giorno d’oggi [...] l’autorità papale non esercita più alcuna essenziale influenza; né può esserci un sentimento di timore: sono passati i tempi nei quali avevamo qualche ragione di temere [...]» (Leopold von Ranke, Storia dei papi, Sansoni, 1965, p. 9), i luterani ora hanno uno Stato potente come la Prussia che li protegge. Anni dopo, ai tempi della battaglia anticattolica di Bismarck, Ranke torna sui suoi passi e afferma: «la lotta è di nuovo divampata...»: il Kulturkampft riapre la secolare guerra tra l’universalismo latino e i nazionalismi del Nord Europa.

Lo storico tedesco lo spiega così: «Come cambiò tutto quando si levò la potenza di Roma! Vediamo tutte le autonomie che riempivano il mondo chinarsi e scomparire una dopo l’altra: come improvvisamente la terra rimase deserta di popoli liberi! [...] Malgrado la viva partecipazione che noi proviamo di fronte al tramonto di tanti stati liberi, non possiamo negare che dalla loro rovina sorse direttamente una nuova vita. Quando la libertà cadde, caddero insieme i confini delle nazionalità particolari. Le nazioni vennero sconfitte, ed insieme conquistate, ma proprio per questo unificate, fuse. Poiché il territorio dell’impero era chiamato orbis, gli abitanti di esso si sentirono di una sola stirpe, di una stirpe omogenea. Il genere umano cominciò a rendersi conto della comune natura di tutti gli uomini.
In questo momento della evoluzione del mondo nacque Gesù Cristo. [...]
Anche se i culti nazionali avevano racchiuso ciascuno in sé un elemento di autentica religione, questo era, già allora, del tutto oscurato; [...] di fronte ad essi, nel Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio si manifestò nella sua forma eterna ed universale, il rapporto di Dio col mondo, dell’uomo con Dio.
Cristo era nato in una nazione che si distingueva con la massima energia da tutte le altre per un rigido corpo di norme rituali che valevano solo per lei, ma che aveva il grandissmo merito di essersi mantenuta immutabilmente ferma nel monoteismo [...] Cristo sciolse la legge compiendola [...]. Fu annunziato il Dio universale, il quale, come predicò San Paolo agli ateniesi, le stirpi di tutti gli uomini abitavano la terra discendendo da un solo sangue. [...] (il) culto di Cesare e la dottrina di Cristo avevano in un certo senso un atteggiamento comune rispetto alle religioni locali: ma insieme stavano in una opposizione che non si poteva immaginare più netta. [...] Ci si stupisce talvolta che proprio un edificio pagano destinato a scopi mondani, come la basilica, si sia trasformato in luogo di culto cristiano. Pure questo fatto ha in sé qualche cosa di molto indicativo. L’abside della basilica conteneva un augusteo, le immagini appunto di quei Cesari ai quali si tributavano onori divini. E al posto di essi si pose, come vediamo ancora oggi in tante basiliche, l’immagine di Cristo e degli apostoli; al posto dei signori del mondo che erano stati guardati come dei, si pose il Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio. Le divinità locali si ritirarono, scomparvero. Sulle strade maestre, sulle erte vette dei monti, nei passi attraverso gli scoscendimenti delle valli, sui tetti delle case, sul mosaico dei pavimenti, si vide la croce. Come nelle monete di Costantino si vide il labaro col monogramma di Cristo alto sul dragone sconfitto, così si levarono sul paganesimo caduto il culto ed il nome di Cristo.
Anche considerata da questo lato, come infinitamente grande è l’importanza dell’impero romano! [...] E l’impero romano dette del resto il proprio aspetto esteriore a questa religione. Gli incarichi sacerdotali pagani erano conferiti come cariche civili; nel giudaismo una tribù aveva il compito di occuparsi delle cose religiose; nel cristianesimo le cose stanno altrimenti: un particolare ceto, composto da persone che erano liberamente scelte per esso, consacrate con l’imposizione delle mani, allontanate da ogni attività terrena, doveva dedicarsi ‘agli affari spirituali e di Dio’.[...] Contemporaneamente però il ceto sacerdotale fu portato a conformare il proprio ordinamento al modello dell’impero. In corrispondenza della scala dell’amministrazione civile si levò la gerarchia dei vescovi, metropoliti, patriarchi.. Non durò però a lungo, ed i vescovi di Roma assunsero il primo posto. È vano affermare che ad essi nei primi secoli, anzi sempre, sia stato riconosciuto da oriente ad occidente un primato universale; ma certo ottennero ben presto un prestigio che li rese eminenti su tutte le altre autorità ecclesiastiche [...] Se ci fosse stato un solo imperatore il primato universale avrebbe potuto affermarsi: a ciò si oppose la divisione dell’impero» (pp. 13-20).

Anche il luterano tedesco accetta il sostanziale primato storico di Roma, sia pure ipotizzando una parentesi in cui il potere religioso era separato da quello politico, un intervallo che coincide con il periodo clandestino delle persecuzioni. Non solo, Ranke si spinge a credere che se non ci fosse stata la divisione politica dell’impero l’universalità romana si sarebbe realizzata in tutta la terra. Dunque, è politica la divisione della cristianità, prima incarnata dall’imperatore di Bisanzio e poi dall’imperatore franco, dal conflitto con i germani. Nonostante l’attacco politico portato da più parti, Roma resse per millenni, il papato risorse ripetutamente: dopo le invasioni barbare, dopo i confltti con l’impero d’Oriente e del Nord Europa, dopo l’attacco della potenza francese e l’esilio avignonese, dopo la spregiudicatezza intellettuale degli umanisti che seppellivano le credenze medioevali, dopo il violento attacco di Lutero. Lo stesso Ranke ammette: «Si può arditamente dire che quanto di più bello è stato prodotto nell’età moderna in tema di architettura, scultura e pittura è stato prodotto in questo periodo» (p.54), ovvero sotto il pontificato di Leone X, nel pieno del potere dei papi. E sarà forse un caso che il grado più alto della civiltà umana sia stato toccato sotto quella sovranità?

Ma, nonostante le molteplici resurrezioni, arriva un giorno nella sua storia quasi bimillenaria che il potere cattolico sembra avviato al tramonto. Il papa finisce in catene (non è la prima volta), il mondo viene rovesciato. La rivoluzione dell’Ottantanove e le sue conseguenze napoleoniche sembrano affossare la Chiesa di Roma. Ranke ammette che anche da questo esilio temporale il papato cattolico viene fuori. E ne ripercorre i passaggi drammatici, già nei decenni precedenti la Rivoluzione francese, quando due regni cattolici come Austria e Francia si combattono tra loro e la politica dei papi resta schiacciata in questo scontro: «Gli stati cominciarono ad assumere un atteggiamento indipendente: si liberarono da ogni rispetto per la politica del papato; rivendicarono, per i loro affari interni, un autonomia che concedeva alla curia una influenza sempre minore, anche nelle questioni ecclesiastiche. [...] In tutti gli stati italiani si stava affermando il principio di attribuire le dignità ecclesiastiche solo a oriundi del luogo» (pp. 930-943).

I vescovi che un tempo erano come i proconsoli romani, longa manus del potere papale in tutta la cristianità, relativamente autonomi da localismi e men che mai da nazionalismi, adesso diventano espressione della politica loci, contrapposti a Roma. «Non soltanto in Italia, nell’Europa meridionale, ma nella situazione politica generale si era verificato un grandissimo mutamento. Dove erano ormai i tempi nei quali il papato poteva sperare, e non senza fondamento, di conquistare di nuovo l’Italia e l’Europa? Tra le cinque grandi potenze che, già verso la metà del XVIII secolo, determinavano la storia del mondo, tre non erano cattoliche. Abbiamo accennato ai tentativi fatti dai papi in epoche precedenti, per imporsi sulla Russia e sulla Prussia per mezzo della Polonia, e sull’Inghilterra per mezzo della Francia e della Spagna. Ma erano proprio quelle potenze che ora partecipavano al dominio del mondo; anzi si può esattamente dire che esse, in quel periodo, erano più forti della metà cattolica d’Europa» (p. 945).

Anche negli Stati cattolici, dei ministri riformatori scatenavano una battaglia culturale per ridimensionare il potere ecclesiastico. Perfino la gloriosa Compagnia di Gesù fu atterrata in questo scontro, e il papa costretto a sciogliere il suo ordine fedelisimo. «Invano il papa ammonì, pregò e suplicò» (p.955). Clemente XIII morì di crepacuore ed evitò così di firmare l’atto decisivo. Ma nella curia romana c’era un partito ‘regalista’: la salvezza della Chiesa imponeva un grosso compromesso, al limite dell’arrendevolezza, con il potere laico. Il mite Clemente XIV mandò a casa i gesuiti. «Fu, questo, un gesto di portata incalcolabile. Prima di tutto rispetto ai protestanti. L’ordine era stato inizialmente costruito per lottare contro di essi, ed a questo si ispirava tutta la sua organizzazione – persino la forma della sua dogmatica era fondata soprattutto sull’opposizione a Calvino [...]. La prima reazione però si ebbe nei paesi cattolici. I gesuiti erano stati attaccati e soppressi soprattutto perché essi sostenevano, in tutto il suo rigore, il principio della somma autorità del pontefice romano» (pp. 958-959). Cadevano i princìpi, crollava l’organizzazione. Sembrava trionfare l’antico movimento della riforma luterana. Il mondo borghese si prendeva la sua rivincita. In Francia scoppiò la rivoluzione: «Tutte le diocesi venero modificate, gli ordini sciolti, i voti soppressi, rotti i rapporti con Roma» (p. 962).

Le forze rivoluzionarie «dal proposito di sottrarsi all’autorità del papato erano già arrivate all’idea di distruggerla. Il direttorio ritenne che il governo dei preti in Italia fosse incompatibile con l’esistenza della repubblica francese. Alla prima occasione, che fu offerta da un tumulto della popolazione romana, si marciò su Roma e si occupò il Vaticano. Pio VI pregò i suoi nemici di lasciarlo morire qui ove era vissuto; aveva già più di 80 anni. Gli si rispose che poteva morire dappertutto; si saccheggiò sotto i suoi occhi la sua camera; gli si tolsero anche i mezzi per soddisfare ai suoi più minuti bisogni; gli si levò dal dito l’anello che portava; infine lo si deportò in Francia, ove morì nell’agosto 1799. In realtà poteva sembrare che l’autorità del pontefice fosse per sempre distrutta» (p. 964).

Anche il lettore contemporaneo fa fatica a collegare simili persecuzioni della Chiesa – che perfino i barbari non avevano osato, e che scandalizzano lo storico luterano – con il nuovo trionfo della Chiesa in alcuni decenni del XIX secolo e poi nel XX. «Si realizzò davvero ciò che poco prima nessuno si sarebbe aspettato, cioè il ristabilimento del cattolicesimo in Francia e una nuova sudditanza di questo paese all’autorità del clero» (p. 966). Ma Napoleone voleva fare del papa un suo dipendente. Provvidenziale fu l’eretica Inghilterra che sconfisse le armate rivoluzionarie e i nazionalismi francesi che volevano assoggettare la Chiesa secondo antichi sogni gallicani. Restaurazione significò anche il papa di nuovo a Roma che celebra messa all’altare di Sant’Ignazio al Gesù e ristabilisce la Compagnia. Adesso anche gli Stati non cattolici si pentivano dell’ostilità verso i gesuiti e il papato che avevano portato all’esplosione violentissima dell’Ottantanove e allo strascico sanguinoso dei successivi quindici anni. Il cattolicesimo era visto come un elemento di ordine. La Chiesa raccoglieva nuovi successi politici in Inghilterra come in Olanda, in Prussia e in Belgio. Ma altre prove attendevano il papato, non solo contrasti politici con i nuovi regimi che rivolte e rivoluzioni collocavano alla testa dei paesi europei, anche a Roma le idee francesi trovano accoglienza. L’assemblea del 5 febbraio 1849 dichiarò che il papato era decaduto. Pio IX fuggì a Gaeta, ma il papato sopravvisse, la Repubblica romana fu un aneddoto storico, intriso di folclore.

Negli anni Settanta dell’Ottocento, Ranke poteva così concludere: «Indubbiamente il papato dispone dell’organizzazione più centralizzata e più omogenea che ci sia oggi nel mondo; ed ogni giorno essa si allarga di più sulla terra. A fianco delle chiese dell’America del Sud, nelle quali sopravvivono le idee religiose di Filippo II, si eleva un nuovo edificio gerarchico nella democratica America del Nord; in pochi anni vi sono stati fondati due nuovi arcivescovadi e venti vescovadi. L’organizzazione ecclesiastica segue lo sviluppo delle comunicazioni e delle emigrazioni verso la California, verso le isole australiane. Inoltre non si trascurò di mantenere legate a Roma le istituzioni ecclesiastiche fondate in un’epoca precedente sulle coste africane e nelle Indie orientali. Nell’Asia centrale sono stati fondati sei nuovi vescovati di rito armeno-cattolico, e in tutto il mondo, fino al polo artico, sono stati istituiti, in gran numero, prefetture e vicariati apostolici.
Il papa pretende anche di essere considerato il padre ed il maestro di tutti i cristiani, il capo di tutta la Chiesa: ma se non sono mancate le conversioni individuali – infatti l’idea di una comunità e dell’infallibilità corrisponde a un’esigenza religiosa del cuore umano, e coloro che professano la loro fede sono pieni di ardore propagandistico – sono però falliti i suoi tentativi di fronte alle diverse forme delle altre grandi comunità religiose.
‘Ascoltate la mia voce – egli esclama – voi tutti in Oriente, che vi inorgoglite del nome di cristiani, ma che non siete membri della Chiesa romana!’. Li supplica, per la salute delle loro anime, a lasciar cadere i motivi di dissenso [...].
In occidente il papa ha cercato di organizzare i cattolici di paesi di vecchia tradizione protestante, sia in Olanda che in Inghilterra, in speciali province ecclesiastiche. In Inghilterra Pio IX ‘per ridare slancio alla causa cattolica in un regno così fiorente’ ha istituito, senza alcun preventivo scambio di vedute col governo, un arcivescovado e dodici vescovadi suffraganei, che, tutti, prendono nome da località inglesi (l’arcivescovato da Westminster); il nuovo arcivescovo era insieme cardinale della Chiesa romana; egli ha affermato che d’ora in poi l’attività dei cattolici inglesi si muoverà intorno al centro dell’unità ecclesiastica.
Si intrecciano così i contatti nella Chiesa e nello stato, nelle nazioni e nel mondo, nella scienza e nella società, e tutti contribuiscono a mantenere gli animi continuamente tesi di fronte al papato, che è sempre uno dei punti focali più importanti. [...] È caratteristico che la lotta si svolga con continui richiami a quelle vicende passate che sono ancora vive nella memoria; tutte le controversie che abbiano mai agitato il mondo sono tornate ad esplodere apertamente: la lotta tra i concili e gli antichi eretici, tra la potenza medievale degli imperatori e quella dei papi, tra e idee di riforma e l’inquisizione, tra giansenismo e gesuiti, tra religione e filosofia. Intorno a questi temi si agita la nostra epoca, sensibile e disordinata, violentemente divisa nel suo slancio verso fini sconosciuti, fiduciosa in se stessa, ma eternamente insoddisfatta e piena di fermenti» (pp. 990-993).

Ma nella piccola ottica dei politici sardo-piemontesi Pio IX è un ostacolo, l’idea universale che i papi mantengono in vita senza soluzione di continuità con l’impero di Augusto è antitetica al regno montanaro dei Savoia. Ben più obiettivo è il prussiano Ranke, seguace di Lutero: Napoleone III «pensava che fosse ancora possibile un accordo tra Roma e il nuovo regno d’Italia, che avrebbe dovuto consistere in una moderazione, da parte del papa, dei princìpi che egli stesso aveva affermati; e questo avrebbe dato i più fruttuosi risultati nell’intero mondo cattolico; il papa avrebbe riconosciuto le idee liberali, che erano a base della maggior parte degli stati, ed avrebbe così dimostrato ai fedeli che la religione sapeva riconoscere e appoggiare il progresso del genere umano. Significava chiedere davvero troppo al papa nel momento in cui le idee che egli doveva approvare minacciavano la sua esistenza. Come avrebbe potuto ammettere la sovranità popolare, che lo aveva dichiarato deposto, o l’unità d’Italia, che minacciava di strappargli il suo stato?
A tutte le richieste che gli venivano avanzate a proposito dello stato della Chiesa, il papa contrappose continuamente l’idea dell’unità della Chiesa e del suo dovere di pontefice: ‘Il diritto del soglio pontificio non può essere trasmesso come quello di una dinastia terrena; appartiene a tutti i cattolici; se vi rinunziasse egli offenderebbe il corpo dei fedeli, violerebbe il giuramento che lo vincola, ed insieme legittimerebbe dei princìpi che sarebbero certo nefasti per tutti i princìpi’. Così ha scritto una volta all’imperatore francese. Non esitò pronunziare contro i ribelli e gli usurpatori delle province staccatesi dallo stato della Chiesa la scomunica maggiore, con sonore parole delle antiche formule, richiamandosi espressamente ai canoni del concilio tridentino; nel breve che la conteneva egli sostiene che, dati i divergenti interessi dei principi, una delle più savie istituzioni della provvidenza era stata l’attribuzione al papa di Roma di uno stato in terra, e quindi della libertà politica; perché la Chiesa cattolica non doveva essere in condizione di temere che la gestione delle questioni di sua spettanza fosse sottomessa ad influenze estranee e terrene; in conformità di questa sua missione anche il governo dello stato della Chiesa romana, doveva, con tutta la cura per il benessere dei sudditi, essere affidato agli ecclesiastici.
Di tempo in tempo avevano luogo a Roma cerimonie nelle quali prendeva corpo ancora una volta la mistica, che unisce il cielo e la terra, del pontificato di un tempo» (pp.997-998).

Pio IX, caricaturizzato dagli ideologi del regno italiano, ha una grandezza impressionante sulla scena moderna: «Quando Pio disse che avrebbe affrontato la morte piuttosto che desistere dalla difesa della sua causa, che era la causa di Dio, della giustizia e della Chiesa, [i vescovi] dichiararono di essere pronti a dividere con lui la prigionia e la morte» (p. 999). Con il Sillabo si elencavano le idee nefande della modernità, «si mirava soprattutto a ciò che era accaduto ad opera dei piemontesi: ma da questo prendeva spunto l’affermazione di princìpi più ampi contro l’onnipotenza dello stato [...] Pio IX, respingendo queste idee, è il continuatore della tradizione dei suoi predecessori che hanno sempre rivendicato per la Chiesa una benefica autorità su nazioni e principi [...]. Ricercando le cause del generale disordine, le individua nell’idea che la ragione sia superiore alla rivelazione, e che la legge sovrana consista nella manifestazione della volontà popolare [...] Contro la marea della politica e dell’opinione il papato prese posizione, con senso orgoglioso della propria missione che aveva sempre avuto; e l’esito di questa lotta, se il papato avrebbe ceduto o resistito, divenne uno dei grandi problemi del secolo» (pp. 999-1001).

In fondo, se non fossero stati accecati dai loro fumi ideologici, i liberali italiani avrebbero potuto vantare una vittoria su una figura imponente come Pio IX, sull’erede di un potere millenario. Ma forse erano consapevoli di funzionare da strumento di forze più grandi di loro, nient’altro che un sassolino che suscita una valanga apocalittica che seppellisce una civiltà.

Il papa non si era limitato a condannare i princìpi liberali: ricordando come nella battaglia contro Lutero alle bolle era seguito un Concilio come quello di Trento, che aveva invertito la marcia e garantito un nuovo trionfo alla Chiesa di Roma, anche stavolta, per battere le teorie moderne più perniciose, fu convocato un Concilio a Roma. «Si fraintenderebbe l’atteggiamento del papa – spiega Ranke contro tutte le interpretazioni anticlericali – se si pensasse che il fine del concilio fosse soltanto la salvezza del potere terreno. Certo, il conflitto, nei suoi termini essenziali, era italiano, dato che si svolgeva tra le aspirazioni unitarie del nuovo regno e l’esistenza indipendente di uno stato della Chiesa; ma acquistò un carattere universale perché la monarchia italiana intese e accettò le idee moderne con tutte le loro conseguenze, mentre il papa pensò di riaffermare e di sanzionare, in tutta la loro portata, le teorie ecclesiastiche avverse alle prime [...]. C’è qualche cosa di grandioso nel fatto che il papa, nel momento in cui una potenza politica e la spinta delle idee ostili, nemiche della Chiesa, minacciavano di strappargli ciò che restava del suo stato, prendesse la decisione di far sanzionare ancora una volta da un concilio ecumenico le dottrine sulle quali si è sempre fondato il papato, ed anche il suo stato in terra, tanto più che esse sono in aperta contraddizione con la posizione che oggi hanno assunto gli altri potentati terreni. La Chiesa doveva condurre un’energica opposizione non soltanto contro il regno d’Italia, e in genere contro la politica europea, che non interveniva in favore dello stato della Chiesa, ma contro il sistema delle idee moderne che hanno trasformato gli stessi stati. [...] E se ora veniva convocato un concilio era perché la Chiesa prendesse la difesa delle dottrine e degli interessi del papato e condannasse quelli opposti, per diffusi che fossero. Era un gesto di isolamento, ed insieme di ostilità; la teoria sulla quale si fonda lo stato moderno, più o meno permeato dalla rivoluzione, doveva essere scossa, e lo stato, almeno nella coscienza dei fedeli, doveva perdere le sue basi dottrinali. Nessuno doveva dire che il soglio pontificio fosse impotente. La sua potenza è smisurata, finché ha dalla sua parte la Chiesa docente, che guida centinaia di milioni di uomini vivi e pensanti» (pp. 1004-1005).

Nella discussione tra vescovi e papa, Ranke sembra addirittura schierato con il pontefice, sottolinea il suo nobile progetto, mostra la mediocrità degli interessi politici di alcuni vescovi e laici. «Che totale contrasto c’era tra le intenzioni del papa, che pensava soltanto a consolidare il suo altissimo potere conformemente alla tradizione ed a darne una nuova definizione, e quelle di un certo numero di vescovi, e dell’ambiente del laicato interessato ai problemi della Chiesa, che si proponevano di trasformare l’organizzazione ecclesiastica secondo le esigenze del secolo!»(p.1009).

È impressionante considerare che Ranke scriveva con tale rispetto delle decisioni papali quando ancora era a ridosso degli avvenimenti e mentre nella sua Prussia si scatenava una battaglia ‘di civiltà’ contro il pontefice romano. Bisognava proprio essere uno storico rigoroso per non lasciarsi impigliare nelle meschine polemiche del giorno e osservare da un punto di vista ben più distante le drammatiche vicissitudini del papato, le disavventure dell’idea universalistica, la maestosa solitudine di Pio IX.

Molti vescovi si batterono per impedire la proclamazione dell’infallibilità ex cathedra del pontefice. Le loro argomentazioni si richiamavano a motivi pratici: negli Stati Uniti solo una Chiesa liberale avrebbe fatto progressi, e poi non bisognava offendere i protestanti, gli ortodossi, le minoranze, i progressisti, gli scienziati, i politici, i moderni. Il papa non temette di turbare le cocienze moderne, si richiamò allo Spirito Santo, alle promesse fatte da Gesù in persona a Pietro, primo vescovo di Roma. Il concilio approvò, «e ciò avvenne tra i tuoni e i lampi di un temporale che si era scatenato sul Vaticano. Gli zelanti sostenitori del papato non si peritarono di rievocare il ricordo dell’annunzio della legge mosaica sul Sinai» (p.1023).
(1. continua)

martedì 6 gennaio 2009

In corteo con i Magi

QUESTO ALMANACCO APRE IL 2009 CON LA INONDAZIONE LUMINOSA DELL’EPIFANIA, SOVRAPPOSTA AL NOTTURNO PAGANO DELLA FESTA ROMANA. ED EPIFANIE, VISIONI ABBAGLIANTI, CI AUGURIAMO PER QUESTO ANNO CHE HA APPENA PRESO A SROTOLARSI
«I Magi scorderanno il tuo indirizzo. / Non brilleranno stelle sul tuo capo./ E solo del vento il rauco ululato / avvertirai come nei tempi andati. / Leverai l’ombra dalle spalle stanche / spegnendo la candela prima di coricarti / giacché sono più giorni che candele / quello che ci promette il calendario.// […] E fissando in silenzio il soffitto, / perché visibilmente la calza resta vuota, / capirai che tanta avarizia è solo indizio / del diventare vecchio. / È tardi ormai per credere ai prodigi./ E sollevando lo sguardo al firmamento / scoprirai sul momento che proprio tu / sei un dono sincero».

Si era pensato di inaugurare l’anno riproducendo il dialogo leopardiano del venditore di almanacchi, che scioglie in parole l’allegoria plastica dell’incontro tra la Verità e il Tempo, per ripulire il campo dalle illusioni di questi giorni, dagli auguri di circostanza, riproponendo invece alla maniera delle antologie scolastiche d’antan un utilissimo esercizio per sconfiggere le credenze progressiste, un barocco sparring per scorgere nelle immagini vincenti del contemporaneo lo scheletro che si agita dietro insulsamente; oppure, sempre da Leopardi, l’ammaestramento ai semplici in balia delle mode, alle vittime della caducità, affinché sappiano vedere quanto si somigliano Madama Morte e Madame Vogue, ma le considerazioni del poeta sono note agli italiani che frequentarono scuole decenti, basta evocarle; con altri sortilegi, più informali pur echeggiando una certa cadenza biblica, più mimetici dei nostri discorsi quotidiani, ci colgono le parole riportate all’inizio, che per prima cosa sembrano sottrarci anche l’incanto dei Magi, che ci ripetono in chiave lirica i sinistri ammonimenti dell’illuminismo: «è tardi ormai per credere ai prodigi», e intanto, scimmiottano gli apologeti dell’attualità travestiti da Qohélet, è tardi per lasciarsi prendere dalla contemplazione artistica, date e barriere storiche segnerebbero la fine di un mondo, di un modo di rappresentare, di un universo che fu mirabile. Ma basta un colpo di coda, e il poeta distrugge la falsa sapienza, la saccenteria degli intellettuali, con la semplicità dello svelamento, con un prodigio che ancora si impone: rivolti al firmamento, fissando le stelle e la stella-guida, scopriamo il dono di Natale.

L’autore era un giovane ebreo russo che, negli anni Sessanta tanto sperimentali e ridanciani nella grassa Europa dell’Ovest, veniva martoriato perché poeta clandestino, cioè non cantore di regime per mestiere, e nonostante lavorasse a tradurre da varie lingue, arrestato e processato per «parassitismo» – mentre schiere di oziosi verseggiatori dell’Occidente se la spassavano a insultare chi li manteneva nel loro stato beato –, infine minacciato di essere spedito in un Lager siberiano di lavori forzati, attraversando manicomi criminali appena ventenne, per essere infine condannato all’esilio a vita. Eppure, tra quelle bestialità dello Stato ateo, Josif Brodskij scrisse poesie che fanno onore alla nostra epoca. Quando un miserabile giudice gli chiese chi lo avesse investito del ruolo di poeta – domanda cui tutti gli scrittori occidentali risponderebbero con alterigia, parlando dell’io – Brodskij replicò: «Penso che venga da Dio».

L’«Almanacco Romano» apre dunque il suo nuovo anno, il secondo, con i versi di un poeta russo legato a Roma: «… se vedi una ninfa inseguita da un fauno, / felici entrambi più nel bronzo che nel sogno, / posson lasciare il bordone le affrante dita: / sei nell’Impero, amico». Venezia e Roma predilesse Brodskij nell’Occidente riconquistato. «Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come / può soltanto sognare un frantume! Una dracma / d’oro è rimasta sopra la mia rètina».

Al centro di queste riflessioni liriche c’è il Natale «Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno». Così, in un’intervista, ricordando anche che la prima, scritta in una dacia di Komarovo nel 1962, si ispirava a un’Adorazione dei Magi vista in riproduzione su una rivista polacca e la cui iconografia lo aveva profondamente colpito: «Amavo quella concentrazione di ogni cosa in un solo luogo». Nella tradizione russa religiosa la nascita di Cristo e la sua Epifania coincidono. La notte del 6 gennaio nella Russia consacrata alla tradizione bizantina è quella santa di Natale, perché nel mondo dei pope vige ancora il calendario giuliano, non riconoscendo quello gregoriano introdotto a Roma nel 1582 da papa Boncompagni, che anche nei paesi luterani fu accettato solo quando giunse, giorno più giorno meno, il secolo dei Lumi. Per questo la Rivoluzione di Ottobre cadde nel nostro 7 novembre; restava a dividere l’Oriente dall’Occidente d’Europa anche quella differenza di tredici giorni, un ritardo nel calendario, un distacco incolmabile, una impossibilità di sincronia che invano i bolscevichi e i loro successori tentarono di sanare artificiosamente. Anche in questo campo, la Chiesa romana aveva stretto compromessi come nessun’altra istituzione con il novum – mentre i protestanti credettero in un ritorno all’indietro, all’evangelico dei primi giorni – testimoniando così l’incarnazione anche nella storia, facendo i conti con le leggi di gravità del creato, con la terrestrità terribile e meravigliosa. In questo giorno perciò un immenso regno cristiano celebra il Natale per fedeltà, alla lettera, alle prescrizioni bizantine, quando nella parte occidentale già si smontano i presepi.
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Le «ore sono addebitate e numerate», il calendario liturgico scandisce il tempo con un rigore unico. E il cattolicesimo apre il calendario solare con la festa della circoncisione di Cristo. Chi avesse pensieri scontati sull’antigiudaismo cristiano dovrebbe riflettere su una tale ricorrenza. Nonostante le parole di Paolo che mettono da parte i precetti mosaici, a cominciare dal segno fondamentale dei maschi ebrei, è il Gesù circonciso, ebreo di Nazaret, che si pone a capo dell’anno. Il messia cristiano ha nel corpo le stigmate dell’antico patto che Dio strinse con Abramo.

La Dodicesima Notte, quella appunto dell'Epifania, è soltanto un titolo shakespeariano, senza altri riferimenti nella trama della commedia alla festa che chiude i giorni del Natale, ma assicurano gli anglisti che il sommo drammaturgo avrebbe qui riecheggiato un’opera senese del primo Cinquecento, Gli ingannati, dove si legge nel proemio «la notte di beffana, le sorti vostre...», ovvero una atmosfera giocosa, la commedia degli inganni, la comédie humaine, le sorti, il purim, responso e fortuna, etimologicamente i legami che tengono insieme in un destino: di questo parlano le feste del passaggio dell’anno, che suscitano la liturgia laica più sontuosa, una traduzione dal sacro che, nonostante la metamorfosi in celebrazione delle merci, riesce qua e là a commuovere.

L’Epifania si sottrae alle peggiori volgarizzazioni, più dimenticata perché più intraducibile, resta carica di mistero. I pellegrini regali che seguono la cometa, la scena che colpì Brodskij per la «concentrazione in un solo punto», l’iconografia rielaborata sontuosamente dai nostri pittori umanisti, i cortei interminabili vivificati dall’oro nelle mirabilia di Benozzo Gozzoli o di Gentile da Fabriano, non è soltanto nostalgia dell’infanzia. Una moltitudine che si snoda in sentieri dalle curve a gomito per marcare gli abbozzi della prospettiva, guidati da filosofi, maghi e re - Platone sorride compiaciuto tra le quinte -, seguiti da eserciti di guerrieri e cortigiani, dal brillio di armature e lance sopra le teste, da cavalli ben bardati ma anche da elefanti e cammelli, con accompagnamento di servi e di donne, di scimmiette e di uccelli rari, di personaggi misteriosi, di volti pensosi per scienza e sapienza, di turbanti, corone, barbe bianche, di ricchezze trasportate dai carri, di pissidi con essenze segrete, di doni per la vita di un bambino segnato dalle profezie messianiche: tutto sembra convergere in quella culla. Sorvolata da uno stuolo di angeli, avanza una processione proveniente da un Oriente generico, approdata ai porti di Venezia e poi di Napoli, ma che si inoltra per monti e valli sino nella Firenze di Botticelli, di Ghirlandaio o di Lorenzo Ghiberti e nella Siena di Duccio (con gli struggenti due re giovani e pensierosi), o per strettoie appenniniche negli incantevoli luoghi marchigiani e umbri che saranno messi in scena da Pinturicchio (né in simile accenno alla pittura italiana si può evitare di scrivere almeno i nomi di altri massimi registi della regale sfilata: Giotto, Masaccio, il Beato Angelico, Mantegna, Leonardo da Vinci, e dell’italianizzato Rubens, tralasciandone per forza un esercito). Si fa quindi caravanserraglio dei sultani tunisini in visita a Napoli, origine dei tumultuosi presepi settecenteschi partenopei poi popolarizzati a San Gregorio Armeno, cortei che somigliano a quelli di Dioniso tanto sono musicali (cimbali, tamburi e tamburelli, trombe e zampogne), impertinenti, pastorali e regali al contempo, ma conducono a un luogo di salvezza dalla bestiale violenza bacchica. Ecco insomma che si mette in scena la più bella adunanza dell’umanità, senza idealizzazione alcuna, la rappresentazione di tutte le stirpi del mondo prima che i philosophes prendessero a sottilizzare sulle razze, privandole di quel comune epiteto di cristiani e riempiendole di scienza nuova e minacciosa che già sul finire del Settecento misurava i crani per distinguere.

I Magi, carichi del sapere religioso dell’antichità, vengono a controllare l’evento che annuncia la fine di tutte le religioni apparse su questa terra, la novità autentica che il cristianesimo pretende essere. Assistono, contemplano, e noi altrettanto con i loro occhi, con il loro autorevolissimo sguardo. Epifanie, visioni abbaglianti per i giorni che promette l’anno nuovo: è l’augurio che ci facciamo reciprocamente noi iconofili, visionari per bisogno di immagini su pareti o su altro supporto, onde non finire visionari in politica, in astrazioni, in ideologie romantiche e sempre ingenue.

mercoledì 24 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 24. S. Alfonso, l’ora della nascita

Eccoci all’ultima casella di questo calendario. È il momento culminante del Natale, la notte in cui si ricorda il momento della nascita. Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), avvocato fallito di Napoli ma santo di grande successo, celebrò con il tono patetico dei settecenteschi quell’evento. Autore della celeberrima «Tu scendi dalle stelle», ne offrì anche una versione dialettale più o meno sulla medesima aria: «Quanne Nascette Ninno», dove, riecheggiando il profeta Isaia, riconciliava il leone e l’agnello. Notte dei miracoli, mezzanotte che pareva mezzogiorno, gli animali e gli umani, il cielo e la terra si ricongiungevano sospendendo il tempo e con il tempo l’èra peccaminosa. Da secoli l’umanità sembra rimettere in scena l’età dell’oro. Le montagne silenti, i paesi illuminati, i mercati mediorientali, la neve, uno stuolo di angeli, i magi con i turbanti, il cielo trapuntato di stelle, i doni, la cometa fissa su una grotta, e nella grotta una vergine che partorisce il puer divino. È il presepio che l’arte napoletana arricchì di spunti esotici con le scimmie che si aggiungono agli elefanti e ai cammelli, con le fogge orientali dei magi e dei loro innumerevoli cortigiani; è il presepio di parole della canzoncina del santo, affollatissima. «La terra è arreventata Paraviso», ma è ancora una speranza: nella notte santa, nonostante sia la più incantata delle notti, gli umani continuano a morire e a soffrire, in particolare di solitudine estrema e dolorosa. Il Natale, il presepio, è solo prefigurazione della festa celeste.
(Il testo integrale è preso dal sito ITASA0000, dove è raccolta l’opera completa di Alfonso.)

Quanno nascette Ninno a Bettalemme/ Era nott', e pareva miezo juorno./Maje le Stelle - lustre e belle/ Se vedetteno accossì:/E a cchiù lucente/ Jett'a chiammà li Magge all'Uriente.

De pressa se scetajeno l'aucielle/ Cantanno de 'na forma tutta nova:/ Pe 'nsì agrille - co li strille,/E zombanno a ccà e a llà;/ È nato, è nato,/Decevano, lo Dio, che nc'à criato.

Co tutto ch'era vierno, Ninno bello,/ Nascetteno a migliara rose e sciure./ Pe 'nsì o ffieno sicco e tosto/ Che fuje puosto - sott'a Te, /Se 'nfigliulette,/ E de frunnelle e sciure se vestette.

A no paese che se chiamma Ngadde,/ Sciurettero le bigne e ascette l'uva./Ninno mio sapuritiello,/Rappusciello - d'uva sì Tu;/ Ca tutt'amore/ Faje doce a vocca, e po mbriache o core.

No nc'erano nemmice pe la terra,/ La pecora pasceva co lione; /Co o caprette - se vedette/ O liupardo pazzeà;/ L'urzo e o vitiello /E co lo lupo 'n pace o pecoriello.

Se rrevotaje nsomma tutt'o Munno,/ Lu cielo, a terra, o mare, e tutt'i gente./ Chi dormeva - se senteva /Mpiett'o core pazzeà /Pe la priezza; /E se sonnava pace e contentezza.

Guardavano le ppecore i Pasturi,/ E n'Angelo sbrannente cchiù do sole /Comparette - e le decette:/ No ve spaventate no;/ Contento e riso /La terra è arreventata Paraviso.

A buje è nato ogge a Bettalemme / Du Munno l'aspettato Sarvatore. / Dint'i panni o trovarrite,/ Nu potite - maje sgarrà, /Arravugliato, / E dinto a lo Presebio curcato.

A meliune l'Angiule calare / Co chiste se mettetten'a cantare: / Gloria a Dio, pace 'n terra, /Nu cchiù guerra - è nato già / Lo Rre d'amore, / Che dà priezza e pace a ogni core.

Sbatteva o core mpietto a ssi Pasture; / E l'uno 'nfaccia all'auto diceva: / Che tardammo? - Priesto, jammo, / Ca mme sento scevolì / Pe lo golio / Che tengo de vedé sso Ninno Dio.

Zombanno, comm'a ciereve ferute, / Correttero i Pasture a la Capanna; / Là trovajeno Maria /Co Giuseppe e a Gioja mia; / E 'n chillo Viso/ Provajeno no muorzo i Paraviso.

Restajeno ncantate e boccapierte / Pe tanto tiempo senza dì parola; / Po jettanno – lacremanno /Nu suspiro pe sfocà, / Da dint'o core / Cacciajeno a migliara atte d'amore.

Co a scusa de donare li presiente /Se jetteno azzeccanno chiano chiano. /Ninno no li refiutaje,/L'azzettaje - comm'a ddì,/ Ca lle mettette /Le Mmane ncapo e li benedicette.

Piglianno confedenzia a poco a poco,/ Cercajeno licenzia a la Mamma, /Se mangiajeno li Pedille /Coi vasille - mprimmo, e po/ Chelle Manelle, /All'urtemo lo Musso e i Mascarielle.

Po assieme se mettetteno a sonare /E a canta cu l'Angiule e Maria, / Co na voce - accossì doce, /Che Gesù facette: a aa... / E po chiudette / Chill'uocchie aggraziate e s'addormette.

La nonna che cantajeno mme pare / Ch'avette a esse chesta che mò dico. / Ma nfrattanto - io la canto, / Mmacenateve de stà / Co li Pasture/ Vecino a Ninno bello vuje pure.

«Viene suonno da lo Cielo,/ Vien'e adduorme sso Nennillo; /Pe pietà, ca è peccerillo, /Viene suonno e non tardà.
Gioia bella de sto core, / Vorria suonno arreventare, /Doce, doce pe te fare /Ss'uocchie bell'addormentà.

Ma si Tu p'esser'amato / Te si fatto Bammeniello, /Sulo amore è o sonnariello /Che dormire te po fa.

Ment'è chesto può fa nonna, / Pe Te st'arma è arza e bona. / T'amo, t'a... Uh sta canzona /Già t'ha fatto addobeà!

T'amo Dio - Bello mio, / T'amo Gioja, t'amo, t'a...».

Cantanno po e sonanno li Pasture / Tornajeno a le mantre nata vota: /Ma che buò ca cchiù arrecietto/ Non trovajeno int'a lu pietto: / A o caro Bene / Facevan'ogni poco ò va e biene.

Lo nfierno sulamente e i peccature/ Ncocciuse comm'a isso e ostinate / Se mettetteno appaura, /Pecchè a scura - vonno stà / Li spurtegliune, / Fujenno da lo sole li briccune.

Io pure songo niro peccatore, / Ma non boglio esse cuoccio e ostinato. / Io non boglio cchiù peccare, /Voglio amare - voglio stà / Co Ninno bello / comme nce sta lo voje e l'aseniello.

Nennillo mio, Tu si sole d'amore, / Faje luce e scarfe pure o peccatore: /Quanno è tutto - niro e brutto / Comm'a pece, tanno cchiù / Lo tiene mente, /E o faje arreventà bello e sbrannente.

Ma Tu mme diciarraje ca chiagniste, / Acciò chiagnesse pure o peccatore./Aggio tuorto - haje fosse muorto / N'ora primmo de peccà!
Tu m'aje amato, / e io pe paga t'aggio maltrattato!
A buje, uocchie mieje, doje fontane / Avite a fa de lagreme chiagnenno /Pe llavare - pe scarfare/Li pedilli di Gesù;/ Chi sa pracato/ Decesse: via, ca t'aggio perdonato.

Viato me si aggio sta fortuna!/Che maje pozzo cchiù desiderare? /O Maria - Speranza mia, /Ment'io chiagno, prega Tu: /Penza ca pure /Sì fatta Mamma de li peccature.

martedì 23 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 23. Ignazio di Antiochia, la stella

Il vescovo Ignazio di Antiochia, nel 107, mentre veniva condotto a Roma per essere esposto alle belve, scrisse sette lettere alle varie comunità cristiane, sottolineando con vigore l’umanità di Cristo contro il docetismo; nell’epistola ai cristiani di Efeso diceva, tra l’altro:

Una stella brillò in cielo oltre ogni stella [alla nascita di Cristo]; la sua luce fu oltre ogni parola e la sua novità destò stupore; tutte le altre stelle, insieme al sole e alla luna, formarono un coro attorno alla stella che tutte sovrastava in splendore.

lunedì 22 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 22. Anonimo, i due popoli

Le ha riscoperte la rivista dei gesuiti «Civiltà cattolica» e il sito «www.chiesa» le ha rilanciate: «dal 17 fino all'antivigilia di Natale, al Magnificat dei vespri di rito romano si cantano sette antifone, una per giorno, che cominciano tutte con un’invocazione a Gesù, pur mai chiamato per nome. Questo settenario è molto antico, risale al tempo di papa Gregorio Magno, attorno al 600. Le antifone sono in latino e si ispirano a testi dell'Antico Testamento che annunciano il Messia». Ne riproduciamo quella del giorno, che comprende un passaggio dell'inno a Gesù del capitolo secondo della lettera di Paolo agli Efesini: «Colui che di due [cioè di ebrei e pagani] ha fatto una cosa sola».

O REX gentium et desideratus earum,/lapis angularis qui facis utraque unum:/ veni et salva hominem quel de limo formasti.

O Re delle genti (Geremia 10, 7) e da esse desiderato (Aggeo 2, 7), pietra angolare (Isaia 28, 16) che fai dei due uno (Efesini 2, 14): vieni, e salva l’uomo che hai formato dalla terra (Genesi 2, 7).

domenica 21 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 21. Hirschmann, cena berlinese

Oggi è il solstizio d’inverno e comincia la otto giorni di Hannukkah, festa ebraica della luce che segue il calendario lunare e si apre nelle ore che precedono la luna nuova di dicembre, dunque nelle tenebre più totali e più lunghe dell’anno. Con il contrasto di cui si servono gli ammonimenti religiosi, in queste notti buie si celebra la luce, partendo da un fatto storico, la riconsacrazione del Tempio dopo la vittoria dei Maccabei, e dal miracolo, narrato dal Talmud, della menorah che arde appunto per otto giorni con una goccia d’olio. Nonostante però le candeline che si accendono e i doni che si scambiano, Hannukkah non è il Natale ebraico. Nell’Otto-Novecento, anzi, le famiglie borghesi erano così integrate alla cultura d’origine cristiana da festeggiare con il cenone e l’abete la vigilia di Natale. Come leggiamo per esempio in questa rievocazione di Ursula Hirschmann, ebrea berlinese (1913-1991), che sembra modellarsi sui Buddenbrook di Thomas Mann. (Da Noi senzapatria, Il Mulino).

Il 23 dicembre era una data memorabile. Mio padre andava a comprare le carpe natalizie, enormi e pesanti bestie dalle grosse scaglie dorate che, accompagnate dalle nostre urla di stupore, si dimenavano nell’acqua della vasca da bagno per ventiquattro ore. Poi veniva il culmine, atteso da settimane: il 24 dicembre. Tutte le decorazioni per la cena del 24 venivano disposte in bell’ordine, tutti i regali uscivano dai loro nascondigli. Le carpe venivano uccise e cotte lentamente in un sugo in cui il loro sangue si mescolava con birra scura, uva passa e mandorle. Il piatto era saporitissimo e si chiamava carpa alla polacca. Era il piatto forte per la cena del 24 in quasi tutte le case benestanti berlinesi. Sul tavolo bianco in cucina si allineavano le scatole piene di croccanti, biscotti al miele, e degli Stollen, cioè panetti lunghi e pesanti, alcuni dei quali contenevano solo zibibbo e mandorle, altri uno squisito impasto di semi di papavero cotti nel latte e zucchero. Noi bambini avevamo da molti giorni preparato stelle e catene per l’albero di Natale, ed ora consegnavamo tutto a nostro padre il quale aveva il compito di tradizionale di preparare l’albero. Dopo il modesto pasto a mezzogiorno eravamo così stanchi che non ci ribellavamo alla tradizione la quale voleva che i bambini andassero a dormire fino alle sei della sera. Ci si addormentava nell’attesa della festa più bella dell’anno.

Quando cominciava, ogni anno, la grande sala da pranzo sembrava trasformata. In un angolo, fino al soffitto, c’era uno stupendo albero pieno di candele, mele rosse, stelle di biscotti e cioccolata, e le catene colorate nostre facevano bellissima figura. Vicino all’albero cominciava la lunga tavolata. Ma poiché per cena si attendevano solo una dozzina di parenti ed amici, circa la metà del tavolo era occupata dai regali. Questi non erano, come usa oggi, incartati. Per ognuno di noi c’era il mucchio dei suoi regali e il tutto era coperto da una grande tovaglia bianca, in modo che entrando nella sala si vedeva su quella parte del tavolo una specie di paesaggio di montagnette bianche. Sulla cima di ogni montagna c’era una grossa lettera di biscotto che indicava a chi era destinato il mucchietto. Prima di levare la tovaglia cantavamo tutti insieme le vecchie canzoni natalizie. Mia madre ci accompagnava al pianoforte a coda che stava nell’angolo opposto a quello dell’albero. L’aria era piena dell’odore di abete e di candele che mio padre aveva comprato scegliendo con cura quelle di cera d’api per il loro profumo.

sabato 20 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 20. Ram-Gannon, ritorno a casa

Come si conviene a un almanacco, si passa dalle citazioni colte a versi e proverbi popolari. Oggi perciò viene riportata una celebre canzone natalizia di Buck Ram e Kim Gannon (la musica è di Walter Kent) del 1943. I più bei Christmas songs americani nacquero in tempo di guerra, per accarezzare la nostalgia dei ragazzi in armi che combattevano in un altro continente. I’ll be home for Christmas è il più esplicito, riassume il Natale nel ritorno a casa, nella consacrazione del fuoco domestico. Semplice, non ha bisogno di traduzione.

I'll be home for Christmas,
You can count on me.
Please have snow and mistletoe
And presents under the tree.
Christmas Eve will find me,
Where the love light gleams.
I'll be home for Christmas,
If only in my dreams.
Christmas Eve will find me,
Where the love light gleams.
I'll be home for Christmas,
If only in my dreams.

venerdì 19 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 19. Stein, gli innocenti

Edith Stein (1891-1942), filosofa ebrea, discepola e assistente universitaria di Husserl, si convertì al cattolicesimo e divenne poi suora carmelitana. Quando i vescovi d’Olanda, paese in cui si era rifugiata dalle persecuzioni naziste, resero pubblico un documento di condanna dell’antisemitismo, con i toni espliciti che molti del nostro tempo rimproverano agli altri episcopati cattolici di non avere avuto, gli hitleriani per rappresaglia arrestarono anche gli ebrei convertiti alla Chiesa di Roma ed Edith Stein finì ad Auschwitz, dove fu uccisa in una camera a gas. Giovanni Paolo II la proclamò santa. Scrisse tra l’altro una meditazione sul «Mistero del Natale», pubblicato in italiano nella raccolta La mistica della croce (Città nuova), da cui è tratto questo passaggio.

Ognuno di noi ha già sperimentato la felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare anche oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue e, nel quarto giorno, il violetto del lutto: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici, sono i seguaci che attorniano il Bambino nella mangiatoia. Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? Pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma non tutti sono di buona volontà. Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra.

giovedì 18 dicembre 2008


Calendario dell’Avvento 18. Hopkins, le nuvole

Gerard Manley Hopkins (1844-1889), poeta britannico tra i maggiori dell’Ottocento, gesuita e predicatore, fu cantore della bellezza e sperimentatore audace, anticipando la prosa di Joyce. Tenne un diario impressionista in cui, per un certo periodo, descriveva ogni giorno le nuvole. Da questo giornale intimo e celestiale, tradotto in parte nell’antologia Poesie (Guanda), riportiamo un testo dicembrino.

21 dicembre 1883
La luminosità è intensa, essa ha prolungato la luce diurna e ha ottimamente trasformato la stagione; bagna tutto quanto il cielo. Si può scambiare per il riflesso di un vasto incendio… più simile a un incarnato acceso che i rossi lucidi degli ordinari tramonti. Ma è anche opaco. Un tramonto luminoso orla le nuvole così che i loro contorni sembrano oro, rame, bronzo e acciaio. Esso suscita fuori di esse quelle abbaglianti macchie o chiazze che la gente chiama scaglie di pesce. Dà a un grembo di nuvole a pecorelle o maculato l’apparenza di una seta cremisi imbottita o di un campo arato, rosso sotto un trasparente strato di gelo.

mercoledì 17 dicembre 2008


Calendario dell’Avvento 17. Pio XII, nella notte

I depravati pretendono spesso che mezza umanità abbia i loro stessi desideri, i membri delle camorre fanno credere che anche gli onesti siano associati in qualche camarilla, corrotti e corruttori si mettono l’animo in pace ripetendo che così fan tutti; mal comune minore colpa è il confortevole luogo comune, ma che per alleviare le colpe dei nazisti ( e dei loro alleati italiani) si chiami in correo la Chiesa cattolica, come fa un signore che sul fascismo si è formato, è semplicemente miserevole. Ancor più ridicola l’opposizione che plaude al pentito perché fa i nomi che loro vogliono, non rendendosi conto che simili discorsi portano acqua al mulino nazista più di ogni dubbio e distinzione sulle cifre dei morti da parte dei revisionisti: altro che fenomeno unico lo sterminio moderno degli ebrei, – come ci aveva insegnato Adorno nelle pagine finali di Minima moralia –, l‘orrore razziale sarebbe invece nient’altro che un semplice errore collettivo, cui partecipò tutta Europa e addirittura la massima istituzione benefica su questa terra, sia pure in forma di complice silente. Tutti insieme appassionatamente, l’umanità è debole e negli anni trenta del Novecento prese un clamoroso abbaglio, questa è la storia insegnata dai politici italiani di destra e di sinistra. Sennonché ci sono parole che inchiodano ai loro imbrogli chi prova a confondere i ricordi. Nella notte di Natale del 1942, nella notte della Seconda guerra mondiale, quando ancora non era chiaro chi sarebbe uscito vincitore, il pontefice romano parlava ai popoli del mondo con un linguaggio fermo e solenne – ci sono stolti che vorrebbero vedere utilizzati i loro gerghi attuali da uomini di altri secoli –, con un linguaggio religioso non certo politico, e sembrava l’unica autorità morale in un incrocio di barbarie, l’unico non compromesso con le miserie del tempo, un degno successore di Leone Magno di fronte ad Attila, che ripeteva a chiare lettere la dottrina della Chiesa, la critica dell’assolutismo statale, la denuncia dei mali della guerra e dei mali che ne furono la causa, che parlava delle «centinaia di migliaio di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento». Chi altro in quel tempo, pronunciò una denuncia come questa? Quale altra radio trasmise al mondo una sferzante ricognizione degli errori dell’ideologia nazista? Forse è proprio per un tale motivo che i complici degli assassini e i vigliacchi che non seppero resistere provarono poi a sporcare quella nobile figura.
Del lungo radiomessaggio, qui se ne riproducono solo alcuni passi.

Il santo Natale e l'umanità dolorante
24 dicembre 1942

Con sempre nuova freschezza di letizia e di pietà, diletti figli dell'universo intero, ogni anno al ricorrere del Santo Natale, risuona dal presepe di Betlemme all'orecchio dei cristiani, ripercuotendosi dolcemente nei loro cuori, il messaggio di Gesù, luce in mezzo alle tenebre; un messaggio che illumina con lo splendore di celestiali verità un mondo oscurato da tragici errori, infonde una gioia esuberante e fiduciosa ad un'umanità, angosciata da profonda e amara tristezza, proclama la libertà ai figli d'Adamo, costretti nelle catene del peccato e della colpa, promette misericordia, amore, pace alle schiere infinite dei sofferenti e tribolati, che vedono scomparsa la loro felicità e spezzate le loro energie nella bufera di lotta e di odio dei nostri giorni burrascosi.
E i sacri bronzi, annunziatori di tale messaggio in tutti i continenti, non pur ricordano il dono divino, fatto all'umanità, negli inizi dell'età cristiana; ma annunziano e proclamano anche una consolante realtà presente, realtà come eternamente giovane, così sempre viva e vivificante; realtà della "luce vera, la quale illumina ogni uomo, che viene in questo mondo" e non conosce tramonto. L'Eterno Verbo, via, verità e vita, nascendo nello squallore di una grotta e nobilitando in tal modo e santificando la povertà, così dava inizio alla sua missione di dottrina, di salute e di redenzione del genere umano, e diceva e consacrava una parola, che è ancor oggi la parola di vita eterna, valevole a risolvere i quesiti più tormentosi, insoluti e insolubili da chi vi porti vedute e mezzi effimeri e puramente umani; quesiti i quali si affacciano sanguinanti, esigendo imperiosamente una risposta, al pensiero e al sentimento di una umanità amareggiata ed esacerbata.

Il motto "Misereor super turbam" è per Noi una consegna sacra, inviolabile, valida e impellente in tutti i tempi e in tutte le situazioni umane, com'era la divisa di Gesù; e la Chiesa rinnegherebbe se stessa, cessando di essere madre, se si rendesse sorda al grido angoscioso e filiale, che tutte le classi dell'umanità fanno arrivare al suo orecchio. […]
Una chiara intelligenza dei fondamenti genuini di ogni vita sociale ha un'importanza capitale oggi più che mai, mentre l'umanità, intossicata dalla virulenza di errori e traviamenti sociali, tormentata dalla febbre della discordia di desideri, dottrine e intenti, si dibatte angosciosamente nel disordine, da essa stessa creato, e risente gli effetti della forza distruttrice di idee sociali erronee, le quali dimenticano le norme di Dio o sono ad esse contrarie. E poiché il disordine non può essere superato se non con un ordine, che non sia meramente forzato e fittizio (non altrimenti che l'oscurità coi suoi deprimenti e paurosi effetti non può essere bandita se non dalla luce, e non da fuochi fatui); la salvezza, il rinnovamento e un progressivo miglioramento non può aspettarsi e originarsi se non da un ritorno di larghi e influenti ceti alla retta concezione sociale; un ritorno che richiede una straordinaria grazia di Dio e una volontà incrollabile, pronta e presta al sacrificio, degli animi buoni e lungimiranti. […]

L'ordinamento giuridico ha inoltre l'alto e arduo scopo di assicurare gli armonici rapporti sia tra gli individui, sia tra le società, sia anche nell'interno di queste. A ciò si arriverà, se i legislatori si asterranno dal seguire quelle pericolose teorie e prassi, infauste alla comunità e alla sua coesione, le quali traggono la loro origine e diffusione da una serie di postulati erronei. Tra questi è da annoverare il positivismo giuridico, che attribuisce una ingannevole maestà alla emanazione di leggi puramente umane, e spiana la via ad un esiziale distacco della legge dalla moralità; inoltre la concezione, la quale rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi l'istinto giuridico, quale ultimo imperativo e inappellabile norma; infine quelle varie teorie, le quali, diverse in sé e procedenti da vedute ideologiche contrastanti, si accordano però nel considerare lo Stato o un ceto, che lo rappresenti, come entità assoluta e suprema, esente da controllo e da critica, anche quando i suoi postulati teorici e pratici sboccano e urtano nell'aperta negazione di dati essenziali della coscienza umana e cristiana. […]

Per un cristiano, cosciente della sua responsabilità anche verso il più piccolo dei suoi fratelli, non vi è tranquillità infingarda, né si dà fuga, ma lotta, ma azione contro ogni inazione e diserzione nel grande agone spirituale, dove è proposta in palio la costruzione, anzi l'anima stessa della società futura. […]

Oggi più che mai scocca l'ora di riparare; di scuotere la coscienza del mondo dal grave torpore, in cui i tossici di false idee, largamente diffuse, l'hanno fatto cadere; tanto più che, in questa ora di sfacelo materiale e morale, la conoscenza della fragilità e della inconsistenza di ogni ordinamento puramente umano è sul disingannare anche coloro, che, in giorni apparentemente felici, non sentivano in sé e nella società la mancanza di contatto coll'eterno, e non la consideravano come un difetto essenziale delle loro costruzioni. […]

Non lamento, ma azione è il precetto dell'ora; non lamento su ciò che è o che fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà e deve sorgere a bene della società. Pervasi da un entusiasmo di crociati, ai migliori e più eletti membri della cristianità spetta riunirsi nello spirito di verità, di giustizia e di amore al grido: Dio lo vuole! pronti a servire, a sacrificarsi, come gli antichi Crociati. Se allora trattavasi della liberazione della terra santificata dalla vita del Verbo di Dio incarnato, si tratta oggi, se possiamo così esprimerci, del nuovo tragitto, superando il mare degli errori del giorno e del tempo, per liberare la terra santa spirituale, destinata a essere il sostrato e il fondamento di norme e leggi immutabili per costruzioni sociali di interna solida consistenza.

Per sì alto fine, dal presepe del Principe della pace, fiduciosi che la sua grazia si diffonda in tutti i cuori, Noi Ci rivolgiamo a voi, diletti figli, che riconoscete e adorate in Cristo il vostro Salvatore, a tutti quelli che sono con noi uniti almeno col vincolo spirituale della fede in Dio, a tutti infine, quanti anelano a liberarsi dai dubbi e dagli errori, bramosi di luce e guida; e vi esortiamo con scongiurante paterna insistenza non solo a comprendere intimamente l'angosciosa serietà di quest'ora, ma anche a meditare le sue possibili aurore benefiche e soprannaturali, e a unirvi e operare insieme per il rinnovamento della società in spirito e verità.

Scopo essenziale di questa Crociata necessaria e santa è che la stella della pace, la stella di Betlemme, spunti di nuovo su tutta l'umanità nel suo rutilante fulgore, nel suo pacificante conforto, qual promessa e augurio di un avvenire migliore più fecondo e più felice. […]
Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società, concorra da parte sua a ridonare alla persona umana la dignità concessale da Dio fin dal principio; si opponga all'eccessivo aggruppamene degli uomini, quasi come masse senz'anima; alla loro inconsistenza economica, sociale, politica, intellettuale e morale; alla loro mancanza di solidi principi e di forti convinzioni; alla loro sovrabbondanza di eccitazioni istintive e sensibili, e alla loro volubilità; favorisca, con tutti i mezzi leciti, in tutti i campi della vita, forme sociali, in cui sia resa possibile e garantita una piena responsabilità personale, così quanto all'ordine terreno come quanto all'eterno; sostenga il rispetto e la pratica attuazione dei seguenti fondamentali diritti della persona: il diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale, intellettuale e morale, e particolarmente il diritto ad una formazione ed educazione religiosa; il diritto al culto di Dio privato e pubblico, compresa l'azione caritativa religiosa; il diritto, in massima, al matrimonio e al conseguimento del suo scopo, il diritto alla società coniugale e domestica; il diritto di lavorare come mezzo indispensabile al mantenimento della vita familiare; il diritto alla libera scelta dello stato, quindi anche dello stato sacerdotale e religioso; il diritto ad un uso dei beni materiali, cosciente dei suoi doveri e delle limitazioni sociali. […]

Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società, rifiuti ogni forma di materialismo, che non vede nel popolo se non un gregge di individui, i quali, scissi e senza interna consistenza, vengono considerati come materia di dominio e di arbitrio […]
Il risanamento di questa situazione diventa possibile a ottenersi, quando si ridesti la coscienza di un ordinamento giuridico, riposante nel sommo dominio di Dio e custodita da ogni arbitrio umano; coscienza di un ordinamento che stenda la sua mano protettrice e punitrice anche sugli inobliabili diritti dell'uomo e li protegga contro gli attacchi di ogni potere umano. […]

Il rapporto dell'uomo verso l'uomo, dell'individuo verso la società, verso l'autorità, verso i doveri civili, il rapporto della società e dell'autorità verso i singoli debbono essere posti sopra un chiaro fondamento giuridico e tutelati, al bisogno, dall'autorità giudiziaria. Ciò suppone: un tribunale e un giudice, che prendano le direttive da un diritto chiaramente formulato e circoscritto; chiare norme giuridiche, che non possano essere stravolte con abusivi richiami ad un supposto sentimento popolare e con mere ragioni di utilità; riconoscimento del principio che anche lo Stato e i funzionari e le organizzazioni da esso dipendenti sono obbligati alla riparazione e al ritiro di misure lesive della libertà, della proprietà, dell'onore, dell'avanzamento e della salute dei singoli. […]

Diletti figli! Voglia Dio che, mentre la Nostra voce arriva al vostro orecchio, il vostro cuore sia profondamente scosso e commosso dalla serietà profonda, dall'ardente sollecitudine, dalla scongiurante insistenza, con cui Noi vi inculchiamo questi pensieri, che vogliono essere un appello alla coscienza universale e un grido di raccolta per tutti quelli che sono pronti a ponderare e misurare la grandezza della loro missione e responsabilità dalla vastità della sciagura universale. […]

Questo voto l'umanità lo deve agli innumerevoli morti, che giacciono sepolti nei campi di guerra[…], questo voto l'umanità lo deve a quegli innumerevoli esuli che l'uragano della guerra ha spiantati dalla loro patria e dispersi in terra straniera[…], questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaio di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento. […]

martedì 16 dicembre 2008


Calendario dell’Avvento 16. Burckhardt, presepi

Di angeli, putti, bambinelli, re magi, pastori e presepi d’autore parla Jacob Burckhardt nel saggio «La pittura e il Nuovo Testamento», del 1885, uscito in italiano nella raccolta Arte e storia. Lezioni 1844-87 (Bollati Boringhieri).

… I temi proposti dal Nuovo Testamento costituiscono un dono immenso e universalmente valido offerto dalla religione alla pittura. Non la potenza politica, non la volontà di un singolo popolo ha dettato questi episodi; essi hanno per presupposto la possibilità di essere compresi universalmente e ciò non verrà loro a mancare fino alla consumazione dei secoli. L’arte dal canto suo ha in ogni secolo fatto del suo meglio per la loro massima sublimazione. Ancora una volta e con chiara evidenza si dimostra come nell’arte sia decisivo non un «che cosa» sempre nuovo, non la continua innovazione materiale, bensì il «come», che qui si manifesta nella concezione e formulazione sempre nuova di un dato permanente. Qui infatti si annuncia il confortante fenomeno che proprio le rappresentazioni più frequenti non comportano un rilassamento dell’arte, dando origine al contrario non solo a una serie di massimi capolavori in tutti i tempi, ma anche a soluzioni dei temi in questione […].

Prima di portare il discorso sulle rappresentazioni descrittive, vogliano far menzione anche degli angeli. Originariamente essi furono presi in prestito dall’arte antica che nelle sue Niche o Vittorie aveva sviluppato la giovane figura alata, dall’abito lungo, sino a raggiungere esempi di massima bellezza. L’èra cristiana conferì loro un’anima nuova. Quali uniche figure ideali completamente libere essi dovrebbero destare la nostra massima attenzione; qui i grandi maestri raggiunsero non solo una purezza celeste, ma seppero anche infondere ad essi l’espressione del giubilo nelle glorie celesti, e quello del profondo lamento allorché gli angeli volano intorno al Crocefisso. […] Fu inoltre con gli angeli che la pittura imparò a raffigurare in maniera bella e grandiosa il volo nell’aria.

I cherubini che nell’arte cominciano ad apparire solo dal secolo XV in poi, godettero di un grande sviluppo grazie agli studi che a quel tempo furono fatti per il Bambino Gesù della cui idealità e vitalità essi furono partecipi. Soltanto in tal modo fu possibile al medesimo Raffaello, che creò il Bambino della «Madonna del passeggio», dipingere anche il meraviglioso fanciullo con la tavola in primo piano nella «Madonna di Foligno». L’arte più tarda si è spesso avvalsa in gran profusione dei puttini, Rubens li sistemò in ghirlande intere, Murillo in gruppi disseminati a seconda di come il vento spinge le nubi su cui essi si trovano. Anche in essi il dettaglio continua ad esser ricco di cose belle e leggiadre. […]

L’adorazione dei pastori è il soggetto della bellezza più intima, non trattandosi affatto di una cerimonia, bensì fiorendo in pura commozione ed estasi. Sono i poveri, ma sono anche i primi testimoni, cui gli angeli hanno dato l’annuncio, accompagnandoli – secondo i pittori – fino alla stalla. Qui si rende giustizia alla bellezza specialmente della povera gente italiana, dal pastore vegliardo alla giovine pastorella; talvolta alcuni di essi suonano la zampogna e il piffero, quali divertimenti pastorali. Dal momento che la scena è notturna solo i pittori fiamminghi e tedeschi quali Baldung e Holbein osarono far emanare la luce del Bambino che risplende nella stalla; soltanto alcuni anni più tardi Correggio creò la sua Notte Santa. Rubens dal canto suo è nei suoi cinque quadri di questo contenuto gioviale e cordiale come sempre.

Giungiamo solo adesso al soggetto potente, una vera grazia dell’arte, all’Adorazione dei Magi. Come il lontano Oriente si era messo in cammino per volontà divina, così da allora l’arte di sedici secoli, a partire dagli antichi sarcofagi e mosaici cristiani, si è messa periodicamente in cammino, ogni volta offrendo a tale tema tutte le sue forze e i suoi doni, et obtulerunt ei munera.

Alle cinque figure principali, la Madre, il Bambino e i Re Magi, si accompagnò con l’andar del tempo, per tanto zelante devozione, un poderoso seguito protraentesi fino a remote lontananze, sino a unità di soldati che avanzano tra le montagne; Benozzo Gozzoli anzi protrasse il seguito, nei suoi affreschi della Cappella Medicea al Palazzo Riccardi, per le tre pareti della stanza. Nella vicinanza più immediata dell’evento si andò persino formando una calca, come nella nota opera d’altare di Gentile da Fabriano. Era ormai tempo che riaffiorasse nuovamente la semplicità potente ed era questo il compito postosi da Leonardo nel quadro incompiuto, appena abbozzato, agli Uffizi; la Madre e il Bambino al centro del quadro sono qui circondati da un rigoroso semicerchio di persone in piedi, inchinate e inginocchiate in preda alla commozione più profonda…

lunedì 15 dicembre 2008


Calendario dell’Avvento 15. Yourcenar, la cena

Pochi sanno che l’autrice delle Memorie di Adriano, in un’intervista, a proposito della modernizzazione della Chiesa cattolica, e in particolare della Messa in lingua volgare, affermava: «Mi chiedo che cosa ne resti. Penso che le parole fissate, stabilite da lungo tempo, le parole che erano servite a migliaia e migliaia di vite umane, si caricavano di un’emozione, di una tensione grandissima, che hanno perduto. Erano in qualche modo dei mantra e, sostituendolo con il linguaggio di ogni giorno, sarà difficile radicarle nell’animo umano, nell’intelligenza, nella sensibilità». Del resto, Marguerite Yourcenar, citando Bloy, aspirava alla santità anche nell’epoca dell’eclisse divina e pensava al mestiere di scrittore come a un artigianato ascetico. Dal libro-intervista A occhi aperti (Bompiani), riportiamo una brevissima rievocazione del Natale sull’isola statunitense di Mount Desert, dove la scrittrice visse per anni. Non un «fioretto» di miliardari, piuttosto una scena domestica, nella quale cioè i domestici richiamano la domus, casa e duomo, sono parte della famiglia.

… Non che qui [nell’isola di Mount Desert] non esistano indifferenza, diffidenza, ostilità; se così fosse, quest’isola sarebbe veramente il Paradiso in terra, e non è il caso. Ma, effettivamente, sentimenti e rapporti di quel tipo s’incontrano un po’ meno che a New York o a Parigi. Mi limiterò a dargliene un esempio: nei suoi ultimi anni di vita, l’amica che ho perso da poco aveva molto ridotto il numero delle uscite ‘mondane’, ma era tacitamente inteso che avrebbe partecipato con me alla cena di Natale in casa di alcuni amici residenti nell’isola, una coppia molto agiata (devo sottolineare questo particolare perché si capisca meglio quel che segue). Senza essere proprio dei nababbi, questi amici sono proprietari, in riva al mare, di bellissimi boschi abitati da uccelli e animali selvatici che essi nutrono nei periodi di gelo e di neve. Per inquadrarli ancor meglio, aggiungo che sono irlandesi e cattolici. Due anni fa (doveva essere l’ultimo Natale per l’amica scomparsa), avevamo concordato di cenare insieme tutti e quattro, senza altri invitati, per non affaticare l’ammalata. La mattina del 24, Mrs G. mi ha chiamata al telefono: «Stamani ho incontrato al villaggio lo spazzino. Come sa, la moglie proprio in questi giorni lo ha abbandonato lasciandolo solo con il figlio di quattordici anni. Li ho invitati tutti e due: spero che lei sia d’accordo e che la cosa non affatichi G.». Naturalmente, eravamo d’accordo e, quella sera, c’è stata una bellissima cena di Natale accanto al fuoco con sei persone che si sentivano amiche. E mi sento perfino imbarazzata a sottolineare una cosa che dovrebbe essere così ovvia e naturale.

domenica 14 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 14. Pozzi, la gravidanza

Il ticinese Giovanni Pozzi (1923-2002), allievo di Contini, professore di Letteratura italiana all’Università di Friburgo, cappuccino e umanista, si occupò con rigore d’altri tempi, ossia con metodo saldo, di Giambattista Marino e di Manzoni, di pittura minore del Quattrocento e della «parola dipinta», di teologia mariana e di simbolica dei fiori. Con la bonomia francescana corretta dalla severità dei grandi eruditi gli capitò di rimbrottare, lepido dileggio, i nostri rinomati storici dell’arte, da Battisti a Calvesi, che tentavano di spiegare i dipinti sacri con il solito armamentario del sospetto metodico, a maggior gloria della ‘trasgressione’, naturalmente, da rinvenire a ogni passo e in ogni tempo. Ignoravano invece la «lingua morta» della pietà coltivata nel passato, oltre che i fondamentali della teologia, con il risultato che «bene spesso la limpidezza del linguaggio dogmatico si stempera in una ciarla nebulosa». È un peccato perciò frantumare – e riprodurre solo per lampi – il saggio «Maria tabernacolo» (in Sull’orlo dell’invisibile parlare, Adelphi), che si accosta alla Madonna di Monterchi di Piero della Francesca offrendo un florilegio di interpretazioni della tradizione e smontando il sapere ‘laico’ contemporaneo, ma anche così ridotto, oltre a invogliare a leggerlo integralmente nella sua monumentale sapienza, sottrae l’incarnazione alle fantasticherie spiritualiste e spesso gnostiche dei moderni, riportandola ai misteri corporali dell’umano. Intorno a questo tema, inoltre, legato alla fisicità della incarnazione divina, affiora la teologia dell’immagine che esige una fattura naturalistica, una rappresentazione che sfugge agli astrattismi che pretenderebbero tradurre in segni vaghi l’Assoluto. Questione natalizia per eccellenza.

[…] Una teologia dell’immagine affiancava perennemente la teologia della parola: predicazione, liturgia, pietà da una parte, arte dall’altra erano allineate in una specie di teoretorica. Questo perché semplicemente parola e immagine sono temi fondamentali della dottrina cristiana. L’uomo è stato creato a immagine di Dio; il Figlio di Dio è sua immagine perfetta, e il cristiano è Figlio di Dio nella misura in cui riproduce in sé questa immagine. Il creato è concepito come effetto d’una dizione divina, dove a un «dixit» è correlato un «factum est»; il Figlio unico è Verbo fatto creatura. Nel Figlio parola e immagine si ricongiungono. L’incarnazione del Verbo è il fondamento teologico sul quale l’immagine trova la sua legittimazione accanto alla parola. San Giovanni Damasceno, interrogandosi sulla possibilità di raffigurare Dio invisibile, argomenta che, da quando l’incorporeo è diventato uomo e l’invisibile s’è fatto vedere nella carne, raffigurando questa si raffigura l’invisibile, l’incorporeo; Teodoro Studita vi aggiunge una nota mariana quando prospetta che dal momento che Cristo è nato da una madre raffigurabile, possiede una immagine rispondente a quella della madre; perciò se non si potesse rappresentare nell’arte vorrebbe dire che sarebbe nato dal solo Padre e non dalla madre. […] La parola descrive il Verbo, l’arte figurativa il «factum est» della carne.

[…] Se l’attenzione, i timori e le gioie che accompagnano la fecondità e la nascita sono elementi antropologici costanti, che trovano ovunque un posto nelle religioni, la dottrina cristiana ha conferito loro una coloritura specifica, conseguente a una dottrina i cui dati non sono inglobati nell’antropologia. Anche nel caso di successive sostituzioni, Maria di Nazareth è altra cosa dalle antiche madri, dall’Uni etrusca, dall’Iside orientale e dalla greco-romana Giunone. Spiegare con quegli elementi il culto della maternità verginale e dell’incarnazione, vuol dire espungere in blocco dalla storia la metà della pietà cristiana, e anche di più se si guarda alla nostra storia italiana. Non si tratta solo di accidenti nell’evoluzione del credo religioso; la struttura del dogma o della pietà mariana è totalmente diversa dalla struttura dei culti femminili nella mitologia e nei miti pagani; tra il culto di Maria e quello delle dee madri, le analogie portano su circostanze esteriori. […]

[…] La meraviglia del «Verbum infans» della Parola fatta non parlante ma immagine nella carne, è il soggetto proprio ed esclusivo di questo dipinto. La combinazione di allegoria astratta e fattura naturalistica sintetizza il divino e l’umano che il mistero della gravidanza verginale rinchiude. L’affacciarsi della madonna sul proscenio della tenda simbolica visualizza gli elementi che la predicazione traeva dalla Bibbia: «requievit in tabernaculo meo et ideo sacrificavit tabernaculum suum Altissimus»; il gesto degli angeli adempie il biblico «ostendere» (adattandovi Es., 25, 9: «similitudo tabernaculi quod ostendimus vobis»). Piero della Francesca ha colto l’attimo di questa epifania del divino nei tratti d’una messinscena umana, perché, rappresentando potentemente il «factum est caro» seppe richiamare i segreti che circondano il «Verbum infans». Il che significa raffigurare lo stato di natura per rinviare allo stato di grazia.

sabato 13 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 13. Donne, S. Lucia

Nel giorno tradizionale del solstizio d’inverno (prima cioè della riforma di Gregorio XIII che lo spostò al 21), dove a rischiarare le più lunghe tenebre la Chiesa propone l’illuminazione di santa Lucia – che la lux mantiene nel nome anche se per martirio viene privata degli occhi (e perciò è fatta patrona della umana vista) –, si rilegga la «poesia amorosa» di John Donne, qui riprodotta nella traduzione di Cristina Campo, che l’accompagnò con uno dei suoi migliori saggi e con un apparato che onora il bianco librino Einaudi: Poesie amorose Poesie Telogiche. Ricordando gli anni dell’infanzia dell’autore, vissuto negli ambienti del cattolicesimo perseguitato da Elisabetta I, l’innamorata della liturgia latina nell’epoca antirituale del Concilio scriveva: «Fanciulli che per anni, a tavola, non odono gli adulti discorrere di mercature o di feste, di intrecci familiari o di cariche di Corte ma di Presenza Reale e di Sacrificio Propiziatorio, di anatemi o di apostasie. Fanciulli riscossi mentre più stretti li avvolgono le bende del sonno perché un giovane pallido, in panni non suoi, è giunto in piena notte da Douai o da Reims e alla prim’alba, porte e finestre serrate nel gabinetto da studio del padre, sta rivestendo i paramenti sacerdotali e da tutta Londra gli amici già convengono, in tacite piccole frotte, per assistere alla interdetta Messa romana». Viene da pensare alla Maria Stuarda di Schiller, di cui «Almanacco Romano» ha riprodotto qualche riga saliente (1° luglio). Più tardi, John Donne passò alla religione anglicana, pur serbando le migliori qualità cattoliche, prese gli ordini, divenne il decano della cattedrale londinese di St Paul, dove allestì lo spettacolo della sua fine.

Una premonizione, la morte della moglie mentre il poeta si trovava a Parigi, pare sia all’origine di questo «cupo e grandioso soliloquio» nella notte più lunga dell’anno; un errore di persona: la donna, quel giorno, partorì un morticino. Ne venne fuori comunque una superba contemplazione del nulla. «È la magnificazione mirabile di uno di quei giorni ciechi e accecanti, aridi e tenebrosi che possono preludere alla neve o a un terremoto, uno di quei giorni purgatoriali d’inverno, quali ne dipinse il Greco sopra Toledo, su cui sembrano congregarsi tutte le minacce del fato e non appare più possibile la primavera» (Cristina Campo). Ma si scorge anche, nel mistero che accompagna questi versi, «l’animale lascivo che sembra scendere a cercare nelle viscere dell’inverno la concupiscenza carnale». Del resto, «l’incessante metaforeggiare, l’accumulo e la telescopia di immagini […], l’accavallarsi folle e armonioso di figure scolastiche, cosmologiche, alchemiche, liturgiche, militari» non intralciano l’ingresso nelle stanze sepolcrali.
Per la versione inglese online:
http://www.fiornando.info

Notturno sopra il giorno di Santa Lucia
che è il più breve dell’anno

Questa è la mezzanotte dell’anno e lo è del giorno/di Lucia, che per sole sette ore/solleva la sua maschera./ Il sole è esausto e ora le sue fiasche/spremono tenui sprazzi, nessun raggio costante./ Tutta la linfa del mondo è caduta./ L’universale balsamo bevve la terra idropica;/là, quasi a piè del letto, s’è ritratta la vita/morta e interrata. Eppure tutto ciò sembra ridere/appetto a me che sono il suo epitaffio.
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Dunque studiatemi, voi che sarete amanti/in altro mondo, un’altra primavera:/sono ogni cosa morta onde operò l’amore/nuova alchimia. Perché una quintessenza/ distillò la sua arte anche dal nulla,/da opache privazioni e da scarne vuotezze./Mi distrusse. E ora mi rigenerano/assenza, buio, morte, le cose che non sono.
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Tutti gli altri da tutte le cose/traggono ciò che è buono: vita, anima,/ spirito, forma e ne hanno esistenza./ Io, grazie all’alambicco dell’amore,/sono la fossa di tutto ciò che è nulla./ Spesso noi due piangemmo/un diluvio e ne fu sommerso il mondo:/noi due. E tramutammo spesso/fino a due caos quando mostrammo cura/d'altri che noi, e talora l'assenza/rubandoci le anime, fece di noi carcasse .
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Ma grazie alla sua morte (parola che l’offende)/dal primitivo nulla io son fatto elisir;/fossi uomo, dovrei sapere d’esserlo;/preferirei, se fossi bestia, un qualche/fine od un qualche mezzo, se persino le piante,/persin le pietre detestano od amano:/tutto, tutto s’investe di qualche proprietà;/fossi un nulla qualunque, come l’ombra/dovrebb’esserci un corpo ed una luce. Ma/sono nulla. E non vuole rinnovarsi il mio sole.
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Voi amanti, pei quali il minor sole/a quest’ora è passato in Capricorno/per succhiarne voluttà nuova e donarla a voi,/o voi tutti, godetevi l’estate./ Perché ella gode la sua lunga festa/notturna, lasciate ch’io mi accinga/verso di lei lasciate che io chiami quest’ora/la sua Vigilia, la sua Veglia. Questa/è mezzanotte fonda, e dell’anno e del giorno.

venerdì 12 dicembre 2008

Calendario dell’Avvento 12. Tommaso, il presepio

L’invenzione del presepio da parte di Francesco d’Assisi nella rievocazione di Tommaso da Celano, frate e scrittore, autore della prima biografia del santo stigmatizzato. Il racconto della messa a punto della sacra scena di Greccio è contenuto nella Vita prima sancti Francisci.

C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria del Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello». Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco, vede che tutto è predisposto se- condo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria.
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è avvenuto che, in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute.
Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore,e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.